Serva di Dio

PADRE ANTONIO RUNGI, 40 ANNI DI VITA SACERDOTALE, IL 6 OTTOBRE 2015

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Padre Antonio Rungi, 40 anni di vita sacerdotale

Martedì 6 ottobre 2015, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista della comunità del Santuario della Civita, in Itri (Lt), ricorda i suoi 40 anni di vita sacerdotale a servizio della Chiesa, della Congregazione dei Passionisti e dell’intero popolo di Dio.
La fausta ricorrenza sarà ricordata con una solenne concelebrazione eucaristica che padre Antonio Rungi presiederà, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore di Gesù Redentore della Stella Maris di Mondragone, dove padre Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale per circa 30 anni, dal 1978 al 2003 e dal 2007 al 2011. E dove ancora oggi esercita il suo ministero come assistente spirituale delle Suore.
Alla celebrazione parteciperanno i parenti, i conoscenti, i sacerdoti, le suore, gli amici, gli studenti e quanti si vorranno aggiungere ad essi per condividere un momento di ringraziamento al Signore per il dono della vocazione alla vita sacerdotale, elargita a padre Rungi.
Dei 40 anni di vita sacerdotale, intensamente e generosamente vissuti come figlio spirituale di San Paolo della Croce, circa 30 sono stati al servizio della Chiesa locale di Sessa Aurunca e della comunità passionista di Mondragone (Ce), ricoprendo vari uffici e ruoli: Direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali, Responsabile della Pagina diocesana di Avvenire, Direttore dell’Ufficio pastorale del turismo, sport e spettacolo, cappellano delle Suore di Gesù Redentore, delle Suore Stimmatine, collaboratore della parrocchia san Rufino in Mondragone e di altre parrocchie, missionario e predicatore, docente di Teologia Morale e di altre discipline nell’Istituto Scienze religiose di Sessa Aurunca, docente nelle scuole statali, dove ancora oggi svolge il suo servizio e il suo ministero tra i giovani del Liceo Scientifico di Mondragone, insegnando Filosofia, Pedagogia e Scienze Umane. Docente di Teologia Morale al Magistero di Scienze Religiose di Capua e dell’Istituto Scienze Religiose di Teano.
Sono questi alcuni degli impegni come sacerdote e missionario ed educatore che padre Antonio Rungi ha svolto a Mondragone e nella Diocesi di Sessa Aurunca, ma si è pure prodigato tantissimo per la vita culturale, sociale e spirituale del territorio del litorale domiziano ed in particolare della parrocchia San Giuseppe Artigiano.
Nella comunità passionista di Mondragone è stato Direttore del Collegio San Giuseppe Artigiano, Direttore delle colonie estive, più volte vice-superiore della comunità e incaricato in vari settori della vita passionista.
Direttore della Rivista Presenza Missionaria Passionista dal 1990 al 2011 è giornalista pubblicista dal 1993 ed ha collaborato con varie Riviste e Quotidiani di ispirazione cristiana.
Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive della Rai, di Radio Vaticana, Radio Maria, Teleradio Padre Pio. Di questo grande santo beneventano è stato figlio spirituale negli anni 1958-68.
Dei rimanenti 11 anni di vita sacerdotale, padre Rungi, i primi tre, dal 6 ottobre 1975, quando fu ordinato a Napoli nella Chiesa dei Passionisti di Santa Maria ai Monti, da monsignor Antonio Zama, li ha vissuti nella comunità passionista di Napoli, ultimando gli studi per la Laurea in Teologia e svolgendo attività di predicazione e di collaborazione nella Parrocchia di San Paolo in Casoria.
Successivamente si è Laureato in Filosofia all’Università di Napoli e in Materie Letterarie all’Università di Cassino.
Nella stessa comunità di Napoli vi è ritornato a febbraio 2003 fino al maggio 2007 nell’Ufficio di Superiore provinciale dei Passionisti della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania) e guidando in quegli anni, saggiamente, gli oltre 100 sacerdoti e religiosi passionisti della Provincia religiosa e del Vicariato del Brasile, durante il mandato, concluso alla fine di aprile 2007.
In questo periodo, oltre a visitare sistematicamente le comunità passioniste del Basso Lazio e Campania e del Brasile, ha ricoperto l’Ufficio di Vice-presidente della Cism-Campania, la Conferenza dei superiori maggiori degli istituti religiosi maschili. Dal 1978 sempre impegnato nella scuola e nell’insegnamento, non ha mai tralasciato, tranne per un anno, questo ambito della pastorale e della formazione dei giovani.
Negli ultimi quattro anni di vita sacerdotale, dal 6 ottobre 2011, padre Antonio Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale nella comunità passionista di Itri-città e poi del Santuario della Civita, svolgendo un intenso ministero di predicazione itinerante e di assistenza spirituale alle Suore di varie Congregazioni.
Qui, attualmente vive, svolge il suo servizio scolastico a Mondragone e continuando ad assicurare la predicazione tipica della Congregazione dei Passionisti, ovunque viene chiamato e richiesto.

Nativo di Airola, in provincia di Benevento, nella Diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, dove nasceva 64 anni, accolto nelle braccia della Serva di Dio Concetta Pantusa, entra tra i passionisti da ragazzo, nel 1964 a soli 13 anni. Emette la professione religiosa il 1 ottobre 1967 insieme ad altri suoi confratelli, a Falvaterra (Fr). Segue gli studi liceali e filosofici a Ceccano, dal 1967 al 1971 e quelli teologici a Napoli, dal 1971 al 1979 quando si Laurea in Teologia.
Circa 15.000 articoli scritti per giornali, riviste, blog, siti internet, oltre 3.000 predicazioni svolte in Italia e all’estero, autore di libri di vario genere, di preghiere, di commenti alla Parola di Dio, grande comunicatore attraverso i new media, i suoi testi sono letti e commentati da migliaia di persone ogni settimana.
Per ricordare questo giorno speciale per lui, padre Rungi, come è solito fare nelle grandi circostanze e ricorrenze, ha composto una preghiera, da vero pastore che ha a cuore il bene supremo delle anime: “Signore, Buon Pastore, mite ed umile di cuore, Ti ringrazio per il dono della vita sacerdotale che mi hai voluto assicurare in questi 40 anni di totale servizio alle anime, che hai affidato alla mia cura pastorale. Rinnovo oggi le mie promesse sacerdotali che mi hanno impegnato nella sincerità del cuore e della mente in tutti questi anni, che Tu, Signore, mi hai concesso con tanta generosità. Ti chiedo perdono se, eventualmente, senza mio volere, non ho corrisposto pienamente alla vocazione sacerdotale e donami la grazia di portare a compimento l’opera che Tu, Gesù, Buon Pastore, hai iniziato in me 40 anni fa. Amen”.

Padre Antonio Rungi, inoltre, ringrazierà il Signore, la Madonna e San Paolo della Croce, al Santuario della Civita, nei prossimi giorni e in data da stabilire ad Airola, nel suo paese natio, che ha portato e porta nel cuore con grande affetto e nostalgia, perché in questa sua città, tra i suoi genitori, parenti, amici e figure esemplari di religiosi passionisti di Monteoliveto è nata e si è consolidata la vocazione alla vita religiosa e sacerdotale, che ha raggiunto traguardi rilevanti e significativi, di 51 anni da passionista e di 40 anni da sacerdote. Augurissimi padre Antonio per tanti anni ancora di vita sacerdotale e missionaria.

ESERCIZI SPIRITUALI SULLA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO AI RELIGIOSI

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San Prisco (Ce). Primo corso di esercizi spirituali sulla Lettera di Papa Francesco ai religiosi

di Antonio Rungi 

Si terrà dal 26 al 30 dicembre 2014 il primo corso di esercizi spirituali sulla Lettera Apostolica di Papa Francesco ai religiosi, pubblicata in occasione dell’anno della vita consacrata, iniziato il 30 novembre scorso. Tema del corso di esercizi spirituali è “Testimoni della gioia”, riferito chiaramente a tutti i consacrati che sono gli specialisti della gioia che viene dal Signore.

Saranno le Suore Eucaristiche di San Vincenzo Pallotti a riflettere, nei prossimi giorni, sulla vita consacrata, guidate da padre Antonio Rungi, missionario passionista della comunità Santuario della Civita. Gli esercizi spirituali si terranno nella Casa Madre della Congregazione delle Suore eucaristiche di San Vincenzo Pallotti, in San Prisco (Ce), nell’Arcidiocesi di Capua. E le meditazioni riguarderanno i testi biblici che hanno attinenza con la vita di consacrati: “Salì sul monte, chiamò a se quelli che voleva ed essi andarono da lui…”(Mc. 3,13); “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16);«Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti» (Dt 7,7);“E’ bello per noi stare qui” (Mc : 9,5); “Un tesoro in vasi di creta” (2Cor 4,17);“Lasciarsi conquistare da Cristo…essere protesi verso… (Cf Fil 3,13);“Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi (Gv 15,16); “Perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,11); “Cristo patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme” 1^ Pietro 2,21-25; “Aspirate alla carità. Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia” (1Cor 14,1); “Sono venuto perché abbiano la vita” (Gv 10,10); Maria, madre della gioia.

Le Suore Eucaristiche di San Vincenzo Pallotti sono presenti in varie parti d’Italia. La loro Madre Fondatrice, la serva di Dio Anna Sardiello è avviata verso gli onori degli altari. L’apertura ufficiale del processo diocesano di beatificazione è iniziato il 22 luglio 2014. A presiedere la solenne concelebrazione è stato l’Arcivescovo di Capua, monsignor Salvatore Visco. Presenti al rito l’arcivescovo di Gaeta, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio e il Vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro.

La Serva di Dio, Madre Anna Sardiello è nata a Francavilla Fontana (Br) il 2° luglio 1894. Il 23 novembre 1922, a 28 anni iniziava il suo cammino di consacrazione nella vita religiosa, distinguendosi per l’intensa vita di preghiera, incentrato nel Santissimo Mistero dell’Eucaristia e nella preghiera di riparazione. Fortificata su tale roccia, fondò la Congregazione delle Suore Eucaristiche di san Vincenzo Pallotti. Un’anima appassionata della passione di Cristo, che sperimentò la sofferenza e il dolore della vita. Moriva in concetto di santità a San Prisco (Ce) il 22 luglio del 1982. Nella casa religiosa dove visse e morì Madre Anna Sardiello, le sue figlie spirituali si ritroveranno per gli esercizi spirituali per rivivere ed attualizzare il suo carisma di adorazione, riparazione e riconciliazione nell’anno della vita consacrata, che Papa Francesco ha offerto a tutti i religiosi e religiose del mondo come occasione per rivitalizzare la loro vita e quella della Chiesa.

 

 

Airola (BN). Convegno-dibattito sulla Serva di Dio, Maria Concetta Pantusa

DSC09622Airola (Bn). Una nuova biografia della Serva di Dio, Concetta Pantusa. Domani la presentazione ufficiale alla presenza del Vescovo Diocesano.

di Antonio Rungi

Una nuova e più aggiornata biografia sulla Serva di Dio, Maria Concetta Pantusa verrà presentata ufficialmente, domani 21 dicembre 2013, ad Airola (Bn), alle ore 17.00, nel Teatro Comunale,  alla presenza del Vescovo Diocesano di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, monsignor Michele De Rosa. La nuova biografia è stata scritta da Ulderico Parente per l’Edizioni ELLEDICI e VELAR e reca il significativo titolo, sintesi della vita e delle opere di Maria Concetta Pantusa, definita “Una madre di famiglia, testimone del Vangelo”. Si tratta di una rilettura della vita di questa mamma di famiglia alla luce dei nuovi documenti emersi sulla sua straordinaria avventura umana e spirituale, all’esame della Chiesa, che ha avviato a livello diocesano il relativo processo di beatificazione che, al momento, si trova a un buon punto. Il libro verrà presentato nel corso di un Convegno dibattito, organizzato dalla Pia Unione del Volto Santo di Airola, che ha promosso la causa di beatificazione di Maria Concetta Pantusa, e dal Comune di Airola. I lavori verranno introdotti dal Ministro Provinciale dei Frati Minori della Provincia Sannito-Irpina, padre Sabino Iannuzzi. Interverranno il professore Ulderico Parente, docente di Storia Contemporanea all’Università Internazionale di Roma, con una relazione su “Maria Concetta Pantusa nel contesto del suo tempo”; il professore Don Francesco Asti, sacerdote, ordinario di Teologia presso la Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, di Napoli, con una relazione su “La vita mistica di Maria Concetta Pantusa”. Concluderà i lavori il Vescovo Michele De Rosa. I lavori saranno moderati dal giornalista Luca Maio. A conclusione dei lavori sarà sottoscritta la stipula del Protocollo d’intesa per favorire la conoscenza e la devozione della Serva di Dio tra il Comune di Airola (Bn) rappresentato dal Sindaco, Signor Michele Napoletano e il Comune di Celico (Cs), paese natio della Serva di Dio, rappresentato dal Sindaco, Signor Luigi Corrado. Alla manifestazione parteciperà anche il Sindaco di Polignano a Mare (Ba), Rag. Domenico Vitto, dove la Serva di Dio visse dopo aver contratto matrimonio in Brasile con Vito De Marco nel 1914, dopo la nascita della figlia Maria Carmela, sempre nata in Brasile, e il rientro in Italia nella primavera del 1916.
L’opuscolo è composto di circa 50 pagine, con varie immagini a colori, relativi alla vita della Serva di Dio dalla nascita fino alla morte, avvenuta il 27 marzo 1953, alla ore 15.00, Venerdì di Passione, e la traslazione delle sue spoglie mortali, nell’attuale Casa del Volto Santo di Airola, avvenuta nel 1981. La Serva di Dio era nata a Celico, in provincia di Cosenza il 3 febbraio 1894. Dopo una vita di stenti con il padre molto severo, si trasferì in Brasile per motivo di lavoro, dove conobbe il marito. La causa di Beatificazione fu avviata dal monsignor Michele De Rosa, durante la solenne concelebrazione del 10 febbraio 2007 nella Chiesa della SS.Annunziata di Airola, alla presenza della figlia Maria Carmela, monaca clarissa, morta il 12 luglio 2008.

FRATTAMAGGIORE. PRIMO INCONTRO DI FORMAZIONE PER LE SUORE ANCELLE DEL SACRO CUORE

ANCELLE DEL SACRO CUORE DI CATERINA VOLPICELLI

FRATTAMAGGIORE – NAPOLI

PRIMO INCONTRO DI FORMAZIONE – 24 OTTOBRE 2013

GUIDA SPIRITUALE: P.ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

 

<<La chiamata di Dio: dall’evento parola all’esperienza>>

 

1.PREMESSA

 

In questo anno pastorale 2013-2014 avremo come tema unificante dei nostri incontri, secondo quanto deciso dal Consiglio generale della Congregazione delle Suore Ancelle del Sacro Cuore di Caterina Volpicelli e fino al prossimo capitolo generale il seguente tema: “La chiamata di Dio: dall’evento parola all’esperienza”. Comprendiamo subito che è tutta la famiglia di Caterina Volpicelli a mettersi in cammino per preparare e vivere l’evento capitolare tra tre anni, come momento di grazia e di rinnovamento personale. E a rinnovarsi non sono chiamate solo le Ancelle, ma anche le Piccole Ancelle e le Aggregate, che a vario titolo giuridico, canonico, spirituale fanno parte dell’unica famiglia della Santa che amore di intenso trasporto il Cuore di Cristo e ne fece la sua missione in terra napoletana, in un periodo di grandi sconvolgimenti sociali. Ognuno è chiamato a vivere la propria vocazione ed il carisma di appartenenza seguendo quello che sono le regole di vita per la diversità delle chiamate che il Signore ha rivolto a voi facendovi conoscere ed apprezzare, professare e promettere di vivere la devozione al Sacro Cuore di Gesù secondo l’esempio di Santa Caterina Volpicelli. Per comprendere questa speciale chiamata, che la maggior parte di voi, vive e testimonia stando nel mondo e nella famiglia, è necessario partire proprio dal significato della chiamata che il Signore ha rivolto a voi, come a me, e alla quale abbiamo e stiamo dando la nostra umile risposta, non senza difficoltà, problemi ed ostacoli che, con la grazia di Dio e la nostra personale volontà, dobbiamo superare per vivere meglio questo dono e questa grazia ricevuta.

 

2.CHE SIGNIFICA “VOCAZIONE”?

 

Il termine vocazione (dal latino vocatio) significa chiamata e, nell’ambito del lessico religioso, fa riferimento alla chiamata da parte di Dio alla vita religiosa o ad una particolare missione a servizio della Chiesa o del prossimo. Per voi, carissime sorelle della famiglia di Caterina Voplicelli, significa vivere il carisma come “Ancelle”, che vivono insieme in comunità e in fraternità legittimamente costituite; in “Piccole Ancelle” che hanno promesso di vivere i voti e i consigli evangelici stando nel mondo e in famiglia. “Aggregate” che hanno deciso di fare esperienza di vita consacrate al Cuore di Cristo vivendo da donne sposate o nubili. Capire e valorizzare la propria chiamata è il primo passo per essere in sintonia con quanto abbiamo liberamente deciso di fare per la maggior gloria di Dio, per la nostra santificazione personale e per essere strumenti per la santificazione degli altri.

Partendo dalla terminologia possiamo affrontare meglio questo percorso di formazione sulla vocazione, come adesione alla Parola di Dio e come impegno di vita, cioè esperienza da vivere e condividere.

2.1. Nel linguaggio dei latini.

 

Per i latini, la vocatio assumeva significati differenti in rapporto al contesto sociale in cui tale vocabolo veniva usato: essa poteva significare una citazione in giudizio (da qui, il termine ad-vocatio, vale a dire la consultazione legale centrata sulla figura professionale dell’ad-vocatus, il cui termine greco corrispondente è paràcletos, o paraclito), un invito a pranzo (suggestivo il riferimento alla chiamata, rivolta da Dio a tutti gli uomini, a partecipare al banchetto celeste della fine dei tempi), una convocazione  (o  con-vocatio, ossia la chiamata in riunione di un gruppo di persone per trattare un argomento di interesse comune), un’invocazione o appello (in-vocatio) ad agire per il bene comune (come la chiamata alle armi per difendere la patria minacciata da pericoli esterni od interni).

Nella lingua italiana, la vocazione o chiamata è arricchita da sinonimi, che, di volta in volta, chiariscono ulteriormente il significato di questo vocabolo: inclinazione, attitudine, disposizione, tendenza, predisposizione, propensione, passione, capacità, dote. Nessuno di questi sinonimi, però, chiarisce del tutto il significato profondo della vocazione nella sua accezione religiosa e biblica, laddove la chiamata è frutto di una libera iniziativa di Dio e di una libera accettazione da parte dell’uomo, chiamato per l’appunto da Dio a svolgere una missione a favore degli uomini.

 

2.2. Nell’Antico Testamento

 

La radice ebraica qr’ compare circa 760 volte nell’Antico Testamento ed ha il significato di “richiamare l’attenzione di una persona con il suono della voce, per entrare in contatto con lei”. Da ciò si comprende come la chiamata possa essere ambivalente: solitamente è Dio che “chiama” l’uomo per comunicargli la sua volontà suprema e per affidargli un importante incarico, ma può essere anche l’uomo a cercare di “farsi sentire” da Dio, alzando per bene la voce, per esporgli le proprie difficoltà ed angosce ed essere esaudito. A questo proposito, appare evidente il contrasto tra la mentalità dei pagani, che cercavano di farsi ascoltare dalle loro divinità con grida, lamenti e riti chiassosi e sanguinari e la profonda spiritualità del pio israelita, consapevole che Dio non ha bisogno di tanto chiasso per accorgersi delle esigenze spirituali dei suoi fedeli. È molto indicativo l’episodio del profeta Elia, che sfida in un curioso duello i numerosi sacerdoti di Baal invitandoli a farsi ascoltare dal loro falso dio gridando sempre più forte e ferendosi a più non posso con lance e spade, perché forse è distratto o si è addormentato, mentre a lui basta una muta preghiera per essere esaudito da YHWH, l’unico vero Dio adorato dal popolo ebraico (1Re 18,20-40). Nel Nuovo Testamento, invece, appare accentuata l’iniziativa di Dio, cui corrisponde la libera risposta dell’uomo, mediante l’impiego del termine kaléin (“chiamare”), con i suoi derivati klésis e klétos (“chiamata”),  epikaléin (“nominare, chiamare”) e proskaléomai (“chiamare vicino a sé”), che ricorrono per circa 230 volte.

 

2.3. Le varie accezioni del “verbo chiamare”

Nell’Antico Testamento, si possono distinguere le seguenti importanti sfumature semantiche nel verbo qr’.

 

2.3.1.Gridare, ossia comunicare con il suono della voce (cf. Dt 20,10; 1Sam 17,8; 2Re 18,28); può trattarsi di un grido (Gen 41,43; Lv 13,45; Gdc 7,20), di un annuncio (Est 6,9.11), di una dichiarazione festosa (Sal 89,27) o di una proclamazione (Es 32,5; Lv 23,21; 1Re 21,9-12; Is 1,13).

 

2.3.2.Annunciare, termine tecnico della proclamazione profetica (1Re 13,32; Is 40,2.6; Ger 2,2; Gn 1,2); è espressivo il passo di Zc 7,7 in cui Dio stesso rivela di essere il soggetto che parla “per mezzo dei profeti del passato”. A questo significato fanno riferimento i passi biblici nei quali si parla dell’importanza del nome di YHWH nell’annuncio (Es 33,19: “proclamare il nome di YHWH”; cf. anche Dt 32,3; Sal 105,1; Is 12,4).

 

2.3.3.Chiamare a sé, spesso in casi in cui il contatto avviene dopo aver percorso una certa distanza (Gen 12,18; 20,8; Es 9,27). Quando si tratta di un pasto, allora il termine acquista il significato di invitare (1Sam 16,3). Nel contesto giuridico, la parola significa convocare qualcuno davanti al tribunale (1Sam 22,11; Is 44,7; 59,4) e, nel contesto militare, chiamare alle armi (Gdc 8,1; Ger 4).

 

2.3.4.Chiamare, con YHWH come soggetto (2Re 3,10.13; Is 3,3; 41,9; Os 11,1). In tale situazione è utilizzata l’espressione “chiamare per nome”, che dimostra come YHWH, colui che chiama, entri in un intenso rapporto con colui che è stato chiamato (Es 31,2; Is 43,1). Questa chiamata include un servizio che si assume nei confronti di Dio.

 

2.3.5.Dare un nome a qualcuno, usato assieme a šem; si tratta del termine tecnico che indica l’imposizione del nome (Gen 1,5; 2,20; Rt 4,17; Is 66,15; Gen 3,20; 4,25 s). L’espressione “il nome di qualcuno viene invocato sopra qualcosa” ha un significato giuridico: in caso di cambiamento di proprietà, il nome del nuovo proprietario viene indicato ufficialmente, quasi a sigillo dell’atto d’acquisto o di conquista (2Sam 12,28; Is 4,1). Quando tale espressione è riferita al nome di YHWH, essa indica il dominio di Dio, ad esempio su Israele (Dt 28,10; Is 63,19), sul Tempio (1Re 8,43; Ger 7,10 s) e sui popoli (Am 9,12).

 

2.3.6.Invocare, con YHWH come complemento oggetto dell’invocazione (89 volte nell’Antico Testamento, di cui 47 nei salmi; cf. Sal 17,6; 18,47 ecc.), spesso anche nell’espressione “invocare il nome del Signore” (Gen 4,26; 12,8; 1Re 18,24; Is 64,6), il cui significato varia con il contesto: lodare, ringraziare, protestare, gridare, chiedere aiuto, pregare sono le sfumature semantiche più ricorrenti del verbo “invocare”.

 

2.4. NEL NUOVO TESTAMENTO

Nel Nuovo Testamento s’incontrano varianti semantiche simili a quelle dell’Antico Testamento. Il verbo greco kaléin (chiamare) assume, di volta in volta, vari significati secondo il contesto in cui tale verbo è utilizzato dall’autore sacro.

 

2.4.1.Chiamare qualcuno, nel senso di chiamare “a sé”, o invitare (Mt 2,7; Mc 3,31; Lc 14,7-11; 1Cor 10,27). Nei Vangeli è Gesù che chiama “a sé” i suoi discepoli (Mt 10,1; 15,32;18,32; 20,25; Mc 15,44; Lc 7,18)

 

2.4.2.Conferire un nome (Lc 6,15; At 10,1; 15,37). La posizione ed il ruolo, che una persona assume ai fini della storia della salvezza, dipendono dal nome con cui essa viene designata (Lc 1,13 ss; Mt 1,21; Lc 1,32.35; Mt 22,41.46; 5,9; Eb 2,11; 1Gv 3,1).

 

2.4.3.Designare, è il significato che emerge nei passi in cui Gesù è colui che chiama, mentre i discepoli sono i destinatari della chiamata (Mt 10,5 ss; Mc 1,16-20; 6,7-13; Lc 9,1-6; 10,1-17). La chiamata di Gesù è caratterizzata dal suo potere, che coinvolge i destinatari, dal rigorismo che richiede una dedizione incondizionata e dal fatto di rivolgersi a singole persone, che sono assunte al suo servizio. Per quanto riguarda il senso e lo scopo della chiamata, occorre tenere presente che chiamata e missione, sequela ed invio sono costantemente collegati tra loro.

 

2.4.5.Nominare (epikaléin) è il significato sotteso all’assegnazione di un nome proprio (Mt 10,25) o di un soprannome (Mt 10,3; At 4,36; 12,25). In altri passi, compare il significato giuridico di “appellatio” (At 25,11.12.21.25), o dell’invocare Dio come testimone (2Cor 1,23). Infine, il termine è utilizzato spesso per l’invocazione di Dio e del suo nome nella confessione, che avviene nella comunità (At 7,59; Rm 10,12 ss). L’applicazione di quest’invocazione a Gesù (At 22,16; 1Cor 1,2) indica che Egli è il Figlio di Dio, il Messia.

 

2.4.6.Chiamare nel senso della “chiamata sovrana di Dio”, significato ricorrente in Paolo. In quest’autore, “chiamata” e “vocazione” sono concetti fondamentali per descrivere in che cosa consistano l’esistenza e la salvezza del cristiano. Paolo stesso fu chiamato dalla grazia di Dio e, contemporaneamente, gli fu affidato l’incarico di annunciare il vangelo (Gal 1,15 s; Rm 1,1). Non è, però, solo l’apostolo ad essere chiamato, ma tutti coloro che credono in Cristo (Rm 1,6 s; 9,24; 1Cor 1,2.24). La chiamata di Dio è parola creatrice (Rm 4,17) ed è l’unica fonte dell’esistenza della comunità, costituita dai “santi chiamati”; essi formano un unico corpo, chiamato alla pace di Cristo che regna su di loro (Col 3,15; Ef 4,4). Paolo (Rm

8,28-30) sottolinea il fatto che la chiamata degli eletti è il fondamento del decreto divino di salvezza: vivere nella chiamata di Dio, significa essere giusti e partecipare alla gloria di Cristo (1Cor 1,9; 1Ts 2,12; 5,24). La chiamata al regno di Dio (1Ts 2,12) racchiude in sé, per i credenti, una nuova vita nella libertà (Gal 5,13) e nella santificazione (Ef 4,1; 1Ts 4,7; 2Ts 1,11); per tale prova, viene promesso “il premio della vocazione” (Fil 3,14; Ef 1,18; 1Tm 6,12). Il credente può lasciare gli ordinamenti di questo mondo così come sono, poiché la condizione in cui egli si trovava al momento della vocazione non ha più gran valore (1Cor 7,20-22). Similmente, Pietro dichiara che coloro che sono stati chiamati da Dio in Cristo (1Pt 1,15; 5,10) e che sono stati salvati dalle tenebre, devono annunciare le opere di Dio (1Pt 2,9), seguendo Cristo nella sofferenza alla quale sono anch’essi chiamati (1Pt 2,21), per

ereditare infine la benedizione (1Pt 3,9; cf. anche Eb 3,1; 9,15; Ap 17,14; 19,9). Allo spettro semantico del verbo greco kaléin appartengono i termini importanti di eklégomai (“eleggere”) e di ekklesìa (comunità).

 

3.Spunti di riflessione

Il rapporto tra Dio e l’uomo, per quanto concerne la vocazione/chiamata, è asimmetrico, perché c’è un’infinita sproporzione tra l’infinito amore di Dio per la sua creatura e la pur libera iniziativa dell’essere umano, che si rivolge al suo Creatore per invocarlo o per rispondere alla sua chiamata. Solitamente l’uomo si rivolge al suo Signore e Dio per ottenerne l’aiuto, l’attenzione, il sostegno nella prova, la compassione, il perdono e la benevolenza ma Dio dona sempre la sua grazia ai suoi

figli e con sapiente provvidenza li guida alla salvezza, anche se vuole essere al centro del pensiero dell’uomo e vuole essere “pregato e supplicato”.

L’uomo non è mai dispensato dalla supplica, rivolta al suo Creatore e Signore, proprio perché è “creatura”. Quando Dio “chiama” l’uomo, non si comporta mai allo stesso modo, ma la sua chiamata è sempre originale, unica, personale e personalizzata.

– Dio chiamò Abramo facendo sentire la propria voce nell’intimo della coscienza del patriarca, mentre questi era in tutt’altre faccende nella chiassosa città di Ur, un crocevia commerciale molto attivo della bassa Mesopotamia (l’attuale Iraq); la “Voce” era perentoria e non ammetteva repliche né ripensamenti: “Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io t’indicherò” (Gen12,1). Abramo restò affascinato dalla Voce che gli rimbombava nel cuore e nella mente ed abbandonò la sicurezza della sua posizione economica e sociale, affrontando i rischi di una promessa di proporzioni così smisurate da sembrare irreale: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione… in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,2-3). Abramo non se lo fece ripetere due volte. 

– Chiamò Mosè, mentre stava pascolando il gregge di suo suocero Ietro. Dio gli “parlò” da un roveto ardente, prospettandogli una grandiosa impresa: liberare niente meno che un popolo intero dalla schiavitù in Egitto, uno dei regni più potenti del tempo e non c’è da meravigliarsi che Mosè si fosse spaventato a morte davanti a quella missione “impossibile”: ma, come aveva già fatto il suo antenato Abramo, egli obbedì, diventando il legislatore d’Israele (Es 3,1-21).

Il piccolo Samuele avvertì di notte una “Voce” che lo invitava a mettersi a disposizione del Signore Dio d’Israele per cambiare radicalmente la situazione religiosa e politica del suo popolo (1Sam 3,1- 21) ed egli divenne uno dei più grandi profeti e uomini del Signore dell’intera storia del popolo eletto.

– Elia ricevette dal Signore l’invito di ritornare sui suoi passi (1Re 19,3-18) mentre era in fuga dal re Acab e dalla perfida regina Gezabele, che lo volevano morto, perché il suo compito era quello di essere il paladino di Dio contro le ingiustizie perpetrate dalla casa regnante del Regno del Nord, Samaria. Il profeta s’aspettava un incontro maestoso e terrificante col Signore (il vento impetuoso, il terremoto, il fuoco), ma la “Voce” del Signore si fece sentire nel mormorio di un vento leggero (1Re 19,12), un impalpabile soffio appena percettibile più dagli orecchi del cuore che da quelli che ornano la testa. Il Signore Dio sa fare un gran rumore anche nel silenzio più assoluto, se l’uomo accetta di ascoltarlo, come insegna la storia di tanti santi del nostro tempo e di quello passato.

-Saulo di Tarso, invece, mentre si recava in quel di Damasco per perseguitare ed imprigionare, torturare e, forse, uccidere gli odiati cristiani, fu travolto da una luce impetuosa e sbalzato di brutto da cavallo, mentre una “Voce” potente rimproverava il focoso fariseo, religiosissimo ed integerrimo osservante della Legge ebraica: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,1-4). La vocazione di altri grandi uomini è stata meno drammatica e clamorosa di quella di Paolo di Tarso.

-S. Antonio abate, fondatore del monachesimo occidentale, fu colpito da una pagina del Vangelo mentre stava casualmente partecipando ad una celebrazione eucaristica. Il celebrante stava proclamando l’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli di vendere tutti i loro averi, darli ai poveri e seguirlo alla conquista di beni superiori. Detto, fatto.

-S. Ambrogio era il rappresentante legale dell’imperatore nell’Italia settentrionale ed era solo un catecumeno quando, intervenuto nella cattedrale del capoluogo per prevenire possibili disordini tra cattolici ed ariani, la voce di un bambino lo proclamò vescovo di Milano, cambiandogli la vita in modo radicale dall’oggi al domani.

– Per attirare a sé s. Agostino, uomo dall’intelligenza inquieta ed attratto più dai vizi che da una vita virtuosa, Dio si servì delle lacrime e delle silenziose preghiere di s. Monica, la madre del futuro vescovo e grande Padre della Chiesa.

-S. Francesco d’Assisi cominciò il suo cammino di conversione nelle buie ed umide prigioni di Perugia, dopo una sfortunata spedizione militare. Il crollo del suo sogno di diventare un cavaliere ammirato e ricco di gloria segnò l’inizio di una vita spesa nel totale dono di sé al Signore della storia e del mondo al punto che, chi lo incontrava, aveva l’inquietante impressione di essersi imbattuto in Cristo stesso.

-S. Ignazio di Loyola, un combattente nato, mentre era convalescente per i postumi di una ferita da guerra, sentì montare dentro di sé il desiderio di mettersi al servizio del grande Re del cielo leggendo un libro di biografie dei santi, capitatogli in mano per puro caso (o per provvidenza divina?), avendo ormai esaurito la scorta dei libri d’avventura di cui era avido lettore.

San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, avvertì questa chiamata ascoltando un giorno una predica del suo parroco e decise di rinunciare ad ogni uso personale dei beni, ispirando la sua vita a Gesù Crocifisso.

– Santa Caterina Volpicelli   sentì questa speciale vocazione a consacrarsi totalmente al Signore e a percorrere più alacremente la via della santità, guidata da sapienti e santi Direttori spirituali.

Si potrebbe continuare all’infinito, su questa falsariga, per raccontare la storia della vocazione alla santità di tanti uomini e donne che, nel corso della storia antica o recente, hanno saputo ascoltare la “voce” talvolta carezzevole, talvolta imperiosa ma sempre amorevole di Dio, che chiama i suoi figli al proprio servizio, allo scopo di far giungere a tutti gli uomini il suo annuncio di salvezza. Dio chiama sempre, non smette mai di parlare al cuore ed alla mente degli uomini, ma non sempre trova menti e cuori disposti ad ascoltarlo ed a donargli il proprio unico ed irrepetibile “sì”.

Falciano del Massico (Ce). Arrivano le reliquie di Santa Margherita e San Claudio

Falciano del Massico. Arrivanoreliquiario.jpgreliquiario2.jpg le reliquie di Santa Margherita, l’apostola del Sacro Cuore e di San Claudio

di Antonio Rungi

Arriveranno a Falciano del Massico (Ce),  sabato 15 giugno alle ore 17,30  le reliquie di Santa Margherita Maria Alacoque, l’apostola del Sacro Cuore e di San Claudio de La Colombiere. Il grande reliquiario che contiene un pezzo della costola destra e sinistra della Santa, più un frammento di cranio e del cervello di Santa Margherita. Inoltre, nel reliquiario fatto sono conservate anche frammenti di ossa di San Claudio de La Colombiere.

Il reliquiario sarà accolto dal parroco don Emilio Fusco, in Piazza Limata e da lì in processione sarà trasferito nella Chiesa di San Pietro, dove resterà alla venerazione dei fedeli. La messa con omelia per l’accoglienza del sontuoso reliquiario sarà presieduta da padre Antonio Rungi, ex-superiore provinciale dei passionisti, che a Falciano ha predicato tantissime volte in occasione della festa del Sacro Cuore. E proprio a Falciano nella Chiesa parrocchiale di San Pietro è fattiva l’Apostolato della Preghiera, l’associazione cattolica impegnata nella diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù di cui Santa Margherita è stata la grande ispiratrice e promotrice.

Molto attesa nella comunità dei cristiani per questo fausto e storico avvenimento voluto fortemente dal dinamico sacerdote diocesano, don Emilio Fusco, promotore di tante iniziative sociali, umane e spirituali nella comunità falcianese.

Il culto dei santi espresso anche attraverso la venerazione delle reliquie attinge alla storia stessa della nascita del cristiano, dall’adorazione dei luoghi della vita, morte e risurrezione di Gesù a quelli di Maria Santissima, a quelli dei primi martiri fino ai nostri giorni è un susseguirsi testimonianza di fede semplice  e sincera da parte del popolo di Dio verso i santi mediante la venerazione dei resti o di qualche frammento dei santi, soprattutto martiri.

Per circa duemila anni il culto è rimasto inalterato, modificando solo in parte l’assetto strutturale del modo di conservare, trasmettere e venerale il culto dei santi mediante le reliquie. Quanti resti di santi trafugati o trasportati “legalmente ed ufficialmente” da una parte all’altra dell’allora mondo conosciuto ed oggi patrimonio di questa o quella chiesa o rimasti nel territorio di appartenenza e nei luoghi in cui hanno vissuto e testimoniato la fede in Gesù Cristo. Una bellissima ed edificante storia da raccontare non scevra da fanatismi vari ed esaltazioni e mistificazioni di varia natura che vanno incanalati nella vera ed autentica devozione verso i santi, che è imitazione della vita e fedeltà a Cristo, al Vangelo e alla Chiesa.

A mettere ordine su abusi di ogni genere è intervenuto su questo argomento l’alto magistero del Concilio Vaticano II, nella Costituzione “Sacrosanctum Concilium” sulla Liturgia, (1961), nella quale si legge: “La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare” (SC, 111).

Da parte sua il revisionato  Codice di diritto canonico, pubblicato nel 1984, nel “Libro IV, Titolo IV: Il culto dei santi, delle immagini sacre e delle reliquie”, ha alcuni canone riguardante questo tema (Cann. 1186 – 1190):

Can. 1186 – Per favorire la santificazione del popolo di Dio, la Chiesa affida alla speciale e filiale venerazione dei fedeli la Beata Maria sempre Vergine, la Madre di Dio, che Cristo costituì Madre di tutti gli uomini, e promuove inoltre il vero e autentico culto degli altri Santi, perché i fedeli siano edificati dal loro esempio e sostenuti dalla loro intercessione.

Can. 1187 – E lecito venerare con culto pubblico solo quei servi di Dio che, per l’autorità della Chiesa, sono riportati nel catalogo dei Santi o dei Beati.

Can. 1188 – Sia mantenuta la prassi di esporre nelle chiese le sacre immagini alla venerazione dei fedeli; tuttavia siano esposte in numero moderato e con un conveniente ordine, affinché non suscitino la meraviglia del popolo cristiano e non diano ansa a devozione meno retta.

Can. 1189 – Le immagini preziose, ossia insigni per antichità, arte o culto, che sono esposte alla venerazione dei fedeli nelle chiese o negli oratori, qualora necessitino di riparazione, non siano mai restaurate senza la licenza scritta dell’Ordinario; e questi, prima di concederla, consulti dei periti.

Can. 1190 – §1. È assolutamente illecito vendere le sacre reliquie.

§2. Le reliquie insigni, come pure quelle onorate da grande pietà popolare, non possono essere alienate validamente in nessun modo né essere trasferite in modo definitivo senza la licenza della Sede Apostolica.

§3. Il disposto del §2 vale anche per le immagini che in taluna chiesa sono onorate da grande pietà popolare.

Del valore delle reliquie parla in particolare il canone 1190, che proibisce la vendita e regola il trasferimento delle reliquie. Le sacre reliquie hanno un valore religioso maggiore delle immagini, poiché sono i resti mortali di Martiri e Santi, il cui corpo è stato sulla terra il tempio vivo dello Spirito Santo e lo strumento di virtù eroiche, riconosciute ufficialmente dalla Chiesa.

Il can. 1255 del Codice precedente precisava che il culto religioso prestato alle reliquie e alle immagini dei Santi e dei Martiri non è assoluto, ma relativo, in quanto si riferisce non alla reliquia o alla immagine in sé, ma alla persona del Santo o del Martire, che esse richiamano”

Se il Concilio parla di reliquie ed immagini, se il Codice nel titolo mette prima le immagini sacre e poi le reliquie, il Catechismo della Chiesa Cattolica, (1992) colloca le reliquie non più accanto alle immagini, ma accanto alle varie forme di pietà popolare, alcune delle quali (pellegrinaggi, processioni, santuari, hanno spesso come oggetto le immagini dei santi).

Al n. 1674 dice: “Oltre che della Liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della pietà dei fedeli e della religiosità popolare. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che circondano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la “via crucis”, le danze religiose, il rosario, le medaglie, ecc ”.

Come dire che è bene favorire la devozione popolare con reliquie, immagini e quanto altro di formativo ed educativo al fine di una vera ed autentica fede che non si fermi all’esteriore e all’immagine, ma vada oltre nel cuore della vera verità di fede che si esprime anche con la venerazione delle reliquie. Infatti tale culto è incoraggiato dalla Chiesa “perché i fedeli siano edificati dall’esempio della Madre di Dio e di Santi e sostenuti dalla loro intercessione”.

Mondragone (Ce). Ricordata la serva di Dio Victorine Le Dieu a 204 anni dalla nascita

150120132147.jpgMondragone (Ce). Il ricordo speciale della fondatrice delle Suore di Gesù Redentore

di Antonio Rungi

Il 22 maggio 1809 ad Avranches in Francia nasceva la Serva di Dio Madre Victorine Le Dieu, Fondatrice delle Suore di Gesù Redentore. Per ricordare il 204° compleanno di questa singolare donna di preghiera e di carità, la Congregazione da lei fondata ha voluto far memoria della loro madre con iniziative varie a livello spirituale, pastorale e culturale. A Mondragone, dopo il seminario di studio, dedicata alla Serva di Dio, oggi in tutte le parrocchie della città, la figura e l’opera di Madre Victorine è stata ricordata durante le celebrazioni mediante la testimonianza delle suore che compongono la comunità della Stella Maris. Per sabato, 25 maggio, presso il cinema-teatro cittadino, la compagnia teatrale “Victorine Le Dieu”, porterà in scena, al mattino per le scuole della città, e alla sera per tutta la cittadinanza, il recital “Quattro immagini per cantare una vita ed un carisma”. Si tratta di una sintesi della vita della fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, fissata in alcune immagini, dialoghi, canti e altre forme espressive, partendo dalla prima scena, quella dell’approvazione dell’istituto ad opera di Pio IX il 15 gennaio 1863, quando il Papa firmò la bolla in Vaticano, alla presenza della stessa Victorine Le Dieu. Da allora la famiglia religiosa di Victorine Le Dieu si è diffusa in Italia, in Francia, in Europa ed altri continenti. Da poco è stato avviato anche il ramo maschile dell’Istituto con la professione di alcuni religiosi. La vita è l’opera di questa straordinaria donna di fede è ricca di avvenimenti e di tante difficoltà che Victorine seppe superare sempre con grande coraggio e fiducia in Dio, sull’esempio di Maria, con il suo continuo si alla volontà di Dio. Tutto questo fu Victorine Le Dieu de la Ruaudière (Maria Giuseppa di Gesù). 
Madre Victorine Le Dieu si trovò a lottare in difficoltà straordinarie, subì persecuzioni inaudite, rischiò di fallire più volte con la sua Congregazione, ma non si scoraggiò, la sua fede restava incrollabile. Il centro della Volontà di Dio di volere questa Istituzione, era papa Pio IX oggi beato; altre figure minori, ma pur sempre determinanti nel procurarle sofferenze, calunnie e persecuzioni, nulla poterono contro questa Volontà espressa nel tormento interiore dell’anima, così tribolata e santa di Victorine Le Dieu. Una delle sue massime riportate nel suo diario, concluso pochi giorni prima di morire: “L’amore di Dio può rinnovare la terra. Credo con una nuova fede, spero con una più forte speranza, voglio con una sincera carità, lavorare all’opera così giusta e necessaria della ‘Riconciliazione’ che Dio, nella Sua misericordia, ha riservato ai nostri tempi”. 
Victorine nacque il 22 maggio 1809 ad Avranches, città che sorge di fronte al celebre Monte di San Michele, da Felice Alessandro Le Dieu de la Ruaudière, ricevitore del Demanio e dalla nobile Maria Teresa di Cantilly. A 12 anni ricevé la Prima Comunione, sentendo sin da allora di essere chiamata alla vita religiosa, ma questa sua evidente inclinazione venne molto contrastata dai genitori, che misero in atto, tutti i tentativi per dissuaderla, come quello di mandarla a Reims, a studiare in un collegio laico. A 18 anni, coerente con le sue decisioni, fece privatamente i voti di castità e ubbidienza, che furono trasformati a 24 anni in pubblici e perpetui. Legata alla famiglia che non la lasciava scegliere, Victorine la segue nei trasferimenti da Avranches a Parigi e poi a Poitiers, resi necessari per mettersi al riparo dalle turbolenze politiche, che scuotevano la Francia nel periodo post-napoleonico e della Restaurazione. A Poitiers le muore il fratello Edoardo; in casa viene ospitato padre Mesnildot esule da Parigi, il quale diventa il direttore spirituale di tutta la famiglia, ma specialmente di Victorine, di cui ha notato l’inclinazione alla vita religiosa e prende a dirigerla con sapiente discrezione; nel contempo la salute della giovane destava preoccupazione alla famiglia.
Per aiutarla, le viene concesso di fare un ritiro al Carmelo ma al suo ritorno, nonostante il beneficio ricevuto, le viene ancora una volta negato il permesso di farsi suora; tuttavia tutte queste difficoltà non le impedirono di gettare le basi della sua futura fondazione che comprendeva, la riparazione eucaristica attraverso la Messa e l’adorazione.
Ebbe anche un’esperienza religiosa di sei mesi fra le Agostiniane di Parigi, alle quali si era rivolta di nascosto; ma sotto le pressioni dell’influente famiglia fu estromessa dall’Istituto.
A circa 27 anni quando ormai decisa, lascia la famiglia e con il consiglio di padre Mesnildot, entra nelle Suore di Santa Clotilde che non erano di clausura e dedite solo all’Istruzione Superiore, il 2 luglio 1836 avvenne la cerimonia della vestizione, senza la presenza dei genitori; poi avviene un precipitarsi di eventi, Victorine si ammalò gravemente e la madre le si riconcilia; rientrata a Le Havre la madre morì, e lei fu costretta a lasciare di nuovo il convento, per accudire il padre rimasto solo.
Alla fine del 1846 anche l’altro fratello Augusto, dopo una vita dissipata, muore riconciliato con Dio, con l’assistenza spirituale della sorella. Rimasta sola con il padre, ella soffre intimamente per questa sua vita non realizzata secondo le sue aspirazioni.
Si ammala gravemente forse di nostalgia e su consiglio dei medici, viene condotta in montagna a La Salette, dove il 19 settembre del 1846 la Vergine era apparsa a due pastorelli, diventando una meta di pellegrinaggi.
Durante il viaggio, i sintomi del male oscuro improvvisamente scompaiono, la stessa cosa si ripete per il pellegrinaggio dell’anno seguente; passando per Ars, incontra anche s. Giovanni Maria Vianney, il santo curato, con cui parla del suo progetto, ricevendo incoraggiamento. Riparare, riconciliare, adorare il Signore nell’Eucaristia, restaurare l’unità nell’amore e istituire Case per accogliere persone cadute o in pericolo nel mare burrascoso della vita.
Morto il padre e seguendo il consiglio del suo Direttore Spirituale e di s. Pietro Giuliano Eymard, chiede per prima cosa al vescovo, peraltro ammalato, di ottenere il SS Sacramento dell’Eucaristia per il suo oratorio considerato privato, ma la concessione non era possibile, per cui la Curia la indirizzò direttamente a Roma e così il 15 gennaio 1863 si reca da papa Pio IX, il quale dopo aver ascoltato le sue richieste di poter avere l’Eucaristia nell’Oratorio e di poter istituire la sua Opera di carità dovunque fosse possibile, le concede tali privilegi, l’Istituto avrà una Superiora Generale che non dipenderà da altri.
Dopo tale udienza l’iniziale programma di Victorine Le Dieu prende maggiore omogeneità, articolandosi in tre punti: Riparazione nei confronti dei bambini con opere di carità e di assistenza, di cui allora se ne sentiva fortemente il bisogno e che in seguito verrà considerevolmente allargata.
Prima di ritornare ad Avranches, Victorine ricevé l’abito religioso da padre Regis, procuratore dei Trappisti, iniziò così la Congregazione delle Suore del Patronato di S. Giuseppe, che muterà in seguito il nome in “Suore di Gesù Redentore”.
Si alternano opposizioni e difficoltà nell’andare avanti dalle Autorità diocesane, e solo il 2 febbraio 1864 suor Victorine e la sua prima compagna, fanno insieme la prima meditazione comunitaria; il nuovo vescovo Bravard ottenne dal Governo Francese la celebre Abbazia di Monte San Michele, che era stata trasformata in un orribile carcere e intenzionato a trasformarla nell’antico splendore, incontra in ciò lo stesso desiderio in madre Victorine e seppur titubante, visto l’esiguità del nuovo Istituto, le affida il gravoso compito.
Con le prime quattro compagne si mette all’opera per eliminare il diffuso squallore; il 19 marzo 1866 la fondatrice e una compagna emettono i voti e altre due giovani fanno la vestizione religiosa.
Victorine prenderà il nome di suor Marie Joseph de Jesus. L’antica abbazia comincia a diventare anche un orfanotrofio, perché man mano giungono fanciulli abbandonati e anche le suore aumentano di numero.
Nel contempo iniziano le incomprensioni fra lei e padre Robert, il superiore dei Missionari diocesani, che il vescovo ha istituito per il ripristino del culto e dei pellegrinaggi al Monte San Michele.
Gli opposti interessi procurano dissidi e infine madre Maria Giuseppa di Gesù, viene allontanata con la scusa di andare a fondare una nuova Casa a San Massimino nella diocesi di Frejus, le suore rimaste a Mont St. Michel non si piegano ai voleri di padre Robert e quindi raggiungono la fondatrice, ricostituendo la Comunità.
Ma a San Massimino devono vivere di elemosine, si caricano di debiti, vengono a mancare gli appoggi sia materiali che spirituali, per cui quasi tutte le suore alla fine la lasciano e il vescovo di Frejus la estromette come religiosa dalla diocesi.
Respinta anche dai parenti, si riduce a vivere in una mansarda con la sola compagnia di due suore, soffre la fame, è continuamente febbricitante per il grande freddo, vive chiedendo l’elemosina. A Parigi dove stanno, hanno il rifiuto del Vicario Generale di poter stabilire la loro Opera dell’Adorazione Riparatrice, non riconoscendola Superiora di due sole suore e senza un soldo.
Finché il 1° ottobre 1874, esse incaricate dal prefetto di Parigi, arrivano ad Aulnay nella periferia povera della città, per accudire i bambini poveri e gli orfanelli della zona, su richiesta del parroco locale; ma senza soldi anche qui sono costrette a chiedere l’elemosina.
Dopo un po’ vengono sfrattate e il sindaco offre dei locali nel suo castello, dove sia pur con un freddo gelido riescono con i bambini a superare l’inverno. Alcune offerte delle Autorità, le fanno aprire una seconda casa a Saint Cloud, il numero di orfanelli aumenta ma i soldi per sfamarli non ci sono, chi aveva promesso viene meno, il vescovo di Versailles a cui si era rivolta, le nega l’aiuto, perché prevenuto dalle calunnie pervenute da Monte San Michele.
Si reca di nuovo a Roma per trovare l’appoggio papale e per aprire una Casa nelle capitale; ma ritornata in Francia trova che la sua Congregazione e gli orfanotrofi stanno per essere assorbiti da altra Istituzione, ma un prodigio avvenuto al momento della firma, manda tutto all’aria.
Nel 1879 il conte di Aulnay vende loro una casa-mulino, dove tutti si trasferiscono; ma una nuova prova si abbatte su Victorine, una postulante comincia ad avere fenomeni strani e premonitori, è creduta dalle suore e dal parroco e quando dice che la superiora non è più adatta al compito, il parroco l’ascolta e sostituisce madre Victorine con suor Paola.
È costretta a lasciare la Comunità e continuano le calunnie, persecuzioni, le viene negata la Comunione e deve togliersi l’abito religioso, sotto minaccia di essere arrestata, è costretta a fare la mendicante, è investita da una carrozza; ma lei non si arrende e ancora una volta con l’aiuto di una suora fedele, ritorna a Roma e ottiene dal papa la residenza romana e con l’aiuto della marchesa Serlupi ha dei locali a disposizione; una suora dalla Francia la raggiunge, arriva qualche novizia.
L’Opera si trasferisce in una Casa di via Tasso e affluiscono molti bambini, nel contempo anche le offerte e gli aiuti in vivande arrivano più frequentemente; il cardinale Vicario di Roma segue con ammirazione e stima sia lei, che l’opera e alla fine acconsente a celebrare la Prima Messa nella nuova Cappella, dove resterà esposta l’Eucaristia per l’adorazione riparatrice.
Il 26 ottobre 1884 a 75 anni, madre Victorine muore con il nome di Gesù sulle labbra, perdonando tutti e raccomandando la cura dei bambini.

Mondragone (Ce). Seminario di studi su Victorine Le Dieu

DSC07165.JPG150120132147.jpgDSC07159.JPG150120132139.jpgSi svolgerà giovedì 16 maggio 2013, per l’intera giornata, un seminario di studi sulla figura e l’opera della serva di Dio Victorine Le Dieu, Fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, che a Mondragone hanno una rinomata ed affermata struttura finalizzata all’accoglienza e all’ospitalità. E, infatti, presso la Stella Maris di Mondragone a pochi metri dal mare che giovedì prossimo si svolgerà questo importante convegno nell’anno della fede, voluto espressamente dalle suore della comunità e dall’assistente spirituale, padre Antonio Rungi, che sarà il moderatore del seminario di Studi. Importanti personalità del mondo ecclesiastico nazionale e locale prenderanno parte al seminario di studi. L’aspetto storico del tempo in cui visse ed operò Victorine Le Dieu verrà trattato, nella mattinata del 16 maggio 2013, dal passionista, Giuseppe Comparelli, uno studioso ed esperto dell’Ottocento. L’aspetto teologico e carismatico della figura della Serva di Dio Victorine Le Dieu verrà trattato, nella mattinata di giovedì prossimo, dall’arcivescovo di Potenza, mons. Agostino Superbo, già assistente nazionale dell’Azione Cattolica e Vice-presidente per l’Italia Meridionale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). La presenza delle suore a Mondragone, le loro attività svolte e che continuano a svolgere veranno presentate da due comunicazioni nel pomeriggio, curate rispettivamente dal frate francescano, padre Berardo Buonanno, autore di numerose pubblicazioni di carattere storico e religioso su Mondragone e dal vicario foraneo, don Roberto Guttoriello. La giornata verrà aperta dal saluto del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Sessa Aurunca, don Paolo Marotta e sarà conclusa con la celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo di Sessa Aurunca, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore della Stella Maris. Il seminario di studio è aperto a tutti, specialmente ai fedeli laici e a quanti vogliono sviluppare un approfondimento della loro fede sull’esempio della Serva di Dio, Victorine Le Dieu, avviata verso la beatificazione. Il seminario di studi promosso dalla comunità delle Suore di Gesù Redentore ha un significato particolare, in quanto l’Istituto fondato da Victorine Le Dieu celebra quest’anno i suoi 150 anni di riconoscimento dell’opera, approvata il 15 gennaio 1863 da Pio IX. L’Istituto che fina dalla sua nascita e nel corso degli anni si è incentrato soprattutto nel curare le ferite del corpo e dello spirito, specialmente dei bambini e dei sofferenti, oggi è presente in varie parti d’Italia e del mondo, continuando con rinnovato vigore l’opera della fondatrice. Al seminario di studio è attesa anche la nuova madre generale delle Suore di Gesù Redentore, Marilena Russo, con i vertici della Congregazione, che ha la sua sede generale a Fonte Nuova in Roma. Lì sono conservati le spoglie mortali di Victorine Le Dieu, considerata da tutti nella chiesa del suo tempo e del nostro tempo una donna straordinaria oer generosità e sacrifio per servire la causa degli ultimi e dei sofferenti nella Francia post-rivoluzionaria e nell’Europa del periodo napoleonico e post-napoleonico. Dalla Francia all’Italia il suo cammino di carità, di fede e speranza mai si interruppe, forte come era della grazia e della potenza che le venivano da Cristo, unico Redentore del mondo, sotto la cui protezione aveva messo la sua opera e la sua missione nella Chiesa.

Il Seminario di studi parlerà di questa singolare donna francese in un anno speciale come quello della fede che la cristianità sta vivendo a cavallo di due pontificati: quello del Papa emerito, Benedetto XVI, che ha indetto questo anno in occasione dei 50 anni dell’inizio del Concilio Vaticano II e continuato con particolare fervore da nuovo pontefice, Papa Francesco, che ha ripreso le catechesi sull’anno della fede in occasione delle udienze generali del mercoledì, sempre più affollate da credenti e non in una Piazza san Pietro che incomincia ad essere stretta e limitata per accogliere tutti i pellegrini che giungono a Roma per vedere il Papa e celebrare l’anno della fede, nella sede di Pietro.

Ritiro spirituale alla Stella Maris di Mondragone- Le due meditazioni

RITIRO SPIRITUALE – SUORE GESU’ REDENTORE

MONDRAGONE – GIOVEDI’ 25 APRILE 2013

PRIMA MEDITAZIONE: MATTINO

<<FEDE E SPERANZA: UN CAMMINO DI FEDELTA’>>

di padre Antonio Rungi, passionista

 

1.Introduzione

 

Questo è il settimo incontro di spiritualità in questo anno della fede che è a metà percorso. Il tema che abbiamo indicato e scelto per questo nostro ritiro spirituale è “Fede e speranza: un cammino di fedeltà”.

Nel giorno in cui celebriamo la festa di San Marco Evangelista siamo chiamati anche noi a rivitalizzare la fede e la speranza alla luce della parola di Dio che ci sostiene nel nostro cammino di credenti e di anime consacrate.

La fede significa essere fedeli a Dio, perché Dio è fedele all’uomo fino a dare la vita, in Cristo, per la salvezza dell’uomo. La speranza da parte sua è anche fedeltà e certezza di una promessa che si compirà e si realizzerà, perché Dio non può ingannare, né di fatto inganna.

La fedeltà è un valore importantissimo a tutti i livelli: da quello prettamente teologico e spirituale a quello morale e comportamentale. Da quello attinente allo stato della vita consacrata a quello della vita coniugale. Ma quale fedeltà viviamo?

Il santo Padre Benedetto XVI in un suo discorso ha fatto l’elogio della fedeltà. Egli sottolinea come oggi più che mai c’è bisogno di questo valore che la società attuale ha smarrito. Viene esaltata molto l’attitudine al cambiamento, la flessibilità per motivi economici e organizzativi anche legittimi. Ma – continua il Papa – la qualità di una relazione umana si vede dalla fedeltà! La Sacra Scrittura ci mostra che Dio è fedele (cf Benedetto XVI, 25 giugno 2011).

 

2.La Fede-speranza

 

         Nell’A.T. la Fede appare come la risposta dell’uomo a Javhè, Dio dell’Alleanza, il Dio che si rivela fedele nei suoi interventi storici salvifici, nella sua Parola e promessa; soltanto da Javhè viene quella Salvezza che l’uomo riceve nella Fede.

Tutti i testi biblici: o presuppongono la Fede religiosa in Javhè , ho tendono a suscitarla, confermarla, approfondirla. Solo nell’atteggiamento di Fede si può cogliere l’intima comunione tra  Javhè e l’uomo, i due attori della storia salvifica.

        Javhè è un Dio verso l’uomo, con fedeltà-misericordia

        L’uomo è un uomo da Dio e verso Dio.

Nella Fede questa relazione-comunione con Dio, da Lui offerta per sua graziosa iniziativa, viene riconosciuta, afferrata, accolta. La Fede implica trovare sicurezza sulle questioni decisive della vita.

La Fede importa obbligazione ad un determinato modo di vivere, in fedele obbedienza al Dio della Fede.

L’atto di Fede viene espresso prevalentemente mediante la forma verbale <poggiarsi su, appoggiarsi a, rendersi saldi appoggiandosi sulla saldezza di un altro>.

Aver Fede in Javhè , significa poggiarsi su Dio, la sua Parola. L’uomo, il debole diventa forte appoggiandosi su Dio, il Forte; sottolinea il rapporto personale dell’uomo a Dio, cioè l’atteggiamento di fiducia e d’abbandono a Lui.

Credere a Dio, allora vuol dire prendere sul serio e veramente Dio come Dio.

Per esplicitare meglio l’atteggiamento  di Fede,  accogliamo il suggerimento del Card. Martini «La fede è un bene così grande che è più facile spiegarla con esempi che con parole”.

Essa è l’atteggiamento di Abramo che risponde “eccomi” al Signore che lo chiama per metterlo ala prova (Gen 22,1). E’ l’atteggiamento di Mosè che risponde “eccomi” a colui che lo chiama dal roveto ardente (Es 3,4). E’ l’atteggiamento di Samuele che dice “Eccomi” al Dio che lo chiama nella notte (Sam 3,4.10) »

Esaminiamo più in particolare questi casi significativi: l’AT incomincia a parlare di fede riferendosi al modello di Abramo, Gen 12, 4 “Allora Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore…”; 15, 6: “Abramo credette al Signore[che gli assicurava una discendenza], che glielo accreditò come giustizia”; 22, 18: “Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Conosciamo le circostanze della fede di Abramo: Dio si manifesta al nomade Abramo (la sua famiglia non sembra monoteista: cf Giosuè 24, 2-3; Giuditta 5, 6-9) chiedendogli di lasciare il suo paese, patria, la casa di suo padre, e mettersi in marcia verso un paese ignoto, una terra promessa; Abramo dà fiducia alla Parola  divina, ubbidisce, crede nel suo adempimento.

Credendo a Dio, Abramo prese l’atteggiamento giusto, quello che si confà all’uomo davanti a Dio, alla sua Parola; credette che niente è impossibile a Dio (Gen 18,14). Se la storia della salvezza incomincia con Abramo, già la “preistoria teologica dell’umanità” (Gen 1-11) descrive comportamenti esemplari di Fede: Abele, Henoch, Noè; anzi la storia teologica dell’uomo richiedeva sin dal suo inizio un atto di Fede-obbedienza: ob-audio = dare ascolto a, ubbidire.

Il comportamento disastroso di Adamo fu invece il non-ascoltare, disobbedire (Rom 5,19).

La storia dell’Alleanza conosce un suo momento decisivo nella Fede di Mosè (Es 3-4), il suo rendersi disponibile al dialogo con Javhè, il suo fidarsi ed obbedire; anche il popolo credette a Javhè , accettò come reale la manifestazione di Javhè a Mosè, si fidò della sua promessa e ubbidì iniziando l’esodo, attraversando il Mar rosso. Si mise in cammino verso la terra promessa, accogliendo la rivelazione del Sinai, divenendo il Popolo sacerdotale, il popolo che inizia ad avere il senso del Vero Dio, lo dimostra con l’osservanza dei comandamenti. Durante la marcia nel deserto, rifiutarono più volte di fidarsi di Dio, dimenticarono le opere salvifiche già realizzate, si ribellarono: per questo caddero nel deserto, senza raggiungere la terra promessa.

Anche il passaggio delicato tra la struttura tribale, dei Giudici di Israele, a quella del Regno è realizzata dall’obbedienza esemplare del giovane Samuele, al servizio e scuola di Eli nel tempio di Silo.

Tutta la storia del Popolo dell’alleanza è segnata dall’obbedienza della Fede e dalla ribellione; ricordiamo l’invito di Isaia (7,9) al re Achaz, durante l’assedio del 730 a.C.: 7, 7-9: “Se non avrete Fede, non starete saldi” cioè: “Se non vi appoggerete a Javhè, non avrete alcun sostegno”. Così pure Is 26,16: “Chi se ne fida, non vacillerà”; Is 10,20: “In quei giorni il resto di Israele, …i superstiti… si appoggiarono sul Signore, sul Santo di Israele, con lealtà”.

Notiamo come l’aspetto fiduciale della Fede, il fidarsi del Signore, tende ad identificarsi con la terminologia della speranza: sentirsi sicuri della fedeltà di chi promette, confidare, trovare riparo,  perseverare con pazienza.

Si tratta di novità: nel paganesimo è sconosciuta la speranza religiosa. Si può trovare la stessa terminologia di attesa, fiducia, manca la persona divina che entri nella storia dell’uomo, ogni uomo, tutti gli uomini, prometta comunione con sé, i beni corrispondenti. Israele è frutto della promessa di Javhè, Dio dell’Alleanza, e Signore, creatore di tutto, capace di realizzare ciò che promette.

Troviamo espressioni significative, per es: “Tu sei la mia speranza” del Sal. 70 (71), 5;  “Tu speranza di Israele” di Ger 14, 8 sono proprie della religiosità ebraica.

Determinante per la conservazione della genuina speranza è stata la lotta dei grandi Profeti contro i falsi miraggi di salvezza, fatti di alleanze politiche, di comportamenti pagani.

In tante lotte e pericoli Israele è sempre stato invitato a riporre ogni sua speranza in Javhè : “Da Lui la mia speranza”: Sal 61 (62), 6.

         Quando il futuro sembra chiudersi, Osea, Geremia ed Ezechiele annunciano la prospettiva di un nuovo inizio: Os 2; Ger 31, 31-34; Ez 36-37: la nuova alleanza.

         Data la fedeltà di Dio, l’uomo non sarà deluso dall’attesa suscitata dalla sua parola di promessa. Alla ferma fiducia nell’attesa della salvezza, si accompagna la sottomissione al sovrano governo di Javhè . La speranza diviene un’attesa carica di tensione, serena, attiva, con forza rinnovata:

         “Quanti sperano in Javhè riacquistano forza, crescono loro ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

         La speranza si esprime in una perseveranza virile e coraggiosa: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore, spera nel Signore” (Sal 26 (27), 14).

Osservata questa stretta connessione tra la fede e la speranza, possiamo porci la domanda: la fede vetero-testamentaria è solo “fiduciale” o, insieme, anche “confessionale”?

Non è solo fiduciale, perché ci si fida, riconoscendo i titoli, le qualità divine cui è dovuta fiducia, per es. Is 43,10-11: “Voi siete i miei testimoni… perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che Io Sono. Prima di me non fu formato alcun Dio, né dopo ce ne sarà: Io, Io sono il Signore, e fuori di me non c’è salvatore”.

Viene posto in risalto nella confessione di Fede che Javhè è l’unico Dio, soltanto Lui ha salvato con opere continue, soltanto in Lui si può avere fiducia.

Specialmente i libri sapienziali sviluppano la conoscenza-confessione di Javhè , del suo progetto di salvezza; la Parola Verità, oltre l’aspetto più arcaico di fedeltà, assume il significato proprio di svelamento, rivelazione del Dio santo, Creatore sapiente, Salvatore; questa Verità si manifesta nel suo sapiente progetto di vita per l’uomo, il suo Mistero che svela e realizza nella storia (Sap. 7, 22-26).

         La fede include infatti l’idea di verità, di stabilità, di fondamento inconcusso, di terreno solido, come pure i significati di fedeltà, di confidenza, di avere fiducia, di attenersi a qualcosa, di credere in qualche cosa. La fede in Dio assume allora l’aspetto d’un mantenersi uniti a Dio, tramite cui l’uomo acquista un solido appoggio per la sua vita.

         La fede ci viene così descritta come una presa di posizione, come un fiducioso piantarsi sul terreno della parola di Dio.

L’atteggiamento assunto dalla fede cristiana si esprime nella particella “amen”, in cui si intrecciano i seguenti significati: fiducia, abbandono, fedeltà, stabilità, inamovibilità, fermezza, verità. Vuol dire che ciò su cui l’uomo in definitive intende reggersi trovando un senso alla sua esistenza, può essere unicamente la verità stessa. Soltanto la verità, infatti, costituisce la base portante adeguata al solido stare dell’uomo. L’atto di fede cristiano include quindi sostanzialmente la convinzione che il fondamento significativo, il “logos” sul quale ci collochiamo, è proprio in quanto senso del reale la stessa verità. Un senso che se non fosse al contempo anche verità, sarebbe un non senso. L’amalgama inseparabile formato da senso, fondamento, verità, che si esprime tanto nel termine ebraico “amen” quanto in quello di “logos”, abbozza contemporaneamente un completo quadro del mondo.»

 

3.La speranza nel Nuovo Testamento: Vangeli

 

Cristo Gesù annuncia il Regno di Dio, che con Lui si affaccia nella storia dell’uomo: «Il tempo è compiuto, ed il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Porta i segni dell’arrivo  del Regno di Dio, con il perdono dei peccati, guarigioni degli spiriti oppressi, guarigione dei corpi.

     Il Regno di Dio si riassume in Cristo stesso, che sulla Croce ha vissuto l’abbandono fiducioso al Padre, portando con misericordia il peso di tutta la miseria umana, atto di abbandono assoluto, filiale nell’amore e potenza del Padre, ricevendo la grazia della piena comunione di vita con Dio nella risurrezione, da offrire a tutti gli uomini (Eb 6,11s. 19s. 10,19-24; 12,1-3). La Morte–Risurrezione di Gesù è evento compimento, ephapax, realizzato una volta sola per la salvezza di tutti, in tutti i tempi e luoghi; porta già i suoi frutti di iniziale risurrezione, vita nuova in fede e carità, nei tempi della Chiesa, nell’attesa della pienezza che realizzerà il Crocifisso-risorto nel suo avvento glorioso, Risurrezione dei corpi in terra nuova e cieli nuovi.

    La fede in Cristo richiede un atteggiamento d’attesa vigilante, attiva e paziente, di cui ci parlano i Sinottici, come Matteo nei cap. 24-25: il discorso escatologico del manifestarsi glorioso del Signore Gesù, l’attesa delle vergini savie e stolte, la parabola dei talenti, il giudizio finale. Giovanni parla di questa attesa propria dei tempi della Chiesa, nei discorsi dell’ultima Cena, nella finale del cap. 21. Ma tutto il libro dell’Apocalisse è scritto per sostenere il cammino travagliato della Chiesa, nella certezza che la sua Liturgia terrena è per identità quella celeste (1,10-4,1), che si svolge intorno al trono-altare di Dio e dell’Agnello immolato e glorioso, nell’attesa ardente del discendere dal Cielo della Gerusalemme celeste, la cui luce è direttamente quella di Dio e dell’Agnello: «il Signore Dio e l’Agnello sono il suo tempio [….] la Gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (21,22s), nell’invocazione: «vieni Signore Gesù» (22,20).

    Atti, Paolo, Pietro ed Ebrei, 1 Gv 3,3, esprimono quest’atteggiamento di vigilanza, d’attesa fiduciosa, fedele ed operosa, riprendendo la terminologia vetero-testamentaria della speranza.

    

4.La speranza in S. Paolo

 

         Con la Croce-risurrezione di Gesù, sorge la speranza cristiana, fondata sull’evento salvifico definitivo già compiuto, e che insieme porterà tutti i suoi frutti nel manifestarsi glorioso del Signore. La speranza non conosce limiti, perché fondata nell’evento della Morte-Risurrezione di Gesù, vittoria su ogni male, esodo perfetto di comunione salvifica al Padre nello Spirito Santo.

    In Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate sì, egli è l’Amen assoluto di Dio (cf 2 Cor 1, 20). Il Cristiano, a differenza del pagano, è colui che ha speranza, anche di fronte alla morte (1Ts 4, 13). Osserva Benedetto XVI  nella SpS, n 3: «Gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano “senza Dio nel mondo” (2,12). Giungere a conoscere Dio – il vero Dio questo significa ricevere speranza». Continua la SpS n 4: «Ciò che Gesù, egli stesso morto in croce aveva portato, era qualcosa di totalmente diverso: l’incontro col Signore di tutti i Signori, l’incontro col Dio vivente, e così l’incontro con una speranza che era più forte  delle sofferenze, della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita ed il mondo [….] Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportavano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell’unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati,  si erano abbeverati dello stesso Spirito, e ricevevano insieme, uno accanto all’altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro.»

     I pagani erano senza speranza, perché senza Dio; la religione mitica aveva perso credibilità con lo sviluppo della ragione greca, si era sclerotizzata in riti ripetuti  senza convinzione solo in vista di una finalità politica. Il Divino veniva riconosciuto nelle forze di un cosmo-dio, che rendeva l’uomo schiavo dei suoi determinismi, ma non era un Dio che  si potesse pregare, un Dio che si prende cura dell’uomo, di ogni uomo.   Questo si è realizzato in Cristo Gesù, nella sua Croce risurrezione, che già ora offre nello Spirito Santo i suoi doni (grazia, giustificazione, virtù…..) nell’attesa di pienamente immergere l’uomo nella Gloria della sua Risurrezione.

         “Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti se uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.” ( Rm 8, 24 s).

         Tale speranza è fondata sull’amore manifestato nella Pasqua di Cristo:

         “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci darà ogni cosa insieme con Lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Proprio come sta scritto:

<Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello>.

Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati ,né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.” (Rm 8, 31-39).

 

         Quest’amore è stato inoltre infuso nei cuori per lo Spirito Santo (cf Rm 5,1-5). Esso è il dono escatologico del Risorto, che suscita nel credente la fiducia filiale, fa balbettare il nome di “Abba, Padre” (Rm 8, 15; Gal 4, 5-7). Mediante lo Spirito l’uomo riceve la comunione di vita con Cristo, come anticipazione della partecipazione futura alla Gloria piena del Risorto .

         Giustificazione nella fede vuol dire salvezza nella speranza, perché la presenza dello Spirito Santo è nel credente garanzia della risurrezione futura, come dono vitale, già concesso, della carità:

         “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo, e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.

         E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5, 1-5).

         Cosa spera il credente?: la salvezza (1Ts 5, 8), la risurrezione del corpo (1Cor 15), la Gloria (Col 1, 27), la visione di Dio e la somiglianza con Lui (1Gv 3, 2): in una sola parola, la Vita eterna. (Gv 6,54; 20, 31)

    

5.Conclusione

        

Leggiamo in Ef 4, 1-6: “Vi esorto dunque io, prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione.”

         L’unità della Chiesa, che proviene dall’unico Dio, mediante l’unico Signore Gesù Cristo, nell’unico Spirito, si esprime nella professione della stessa fede, si realizza nel vincolo dell’amore fraterno (vivendo secondo la verità nella carità: Ef 4, 15), concretamente in una sola, comune speranza, quella della nostra vocazione.  Cioè per l’unità della Chiesa risulta necessario che ciascuno speri per sé e tutti, che tutti abbiamo la comune speranza della salvezza.

         La speranza cristiana, per tutti, appartiene alla stessa unità della Chiesa; ed ha lo stesso fondamento Trinitario e sacramentale come l’unità stessa della Chiesa. Siamo uniti da una stessa speranza, in forza della quale camminiamo con pazienza, in mezzo alle prove, verso gli stessi beni promessi.

         Siamo invitati da Ebrei 10, 23 a mantenere “senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

         La comune speranza è quindi oggetto di pubblica professione, inoltre il cristiano deve essere pronto a “rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

         Risulta essenziale alla vita della comunità che ciascuno non speri solo per se stesso, ma che la speranza, andando al di là del mio futuro esclusivo di salvezza, sappia estendersi a tutti. Questa estensione a tutti è strettamente connessa con il comandamento della carità, che pur conoscendo gradualità (fratelli nella fede, famiglia, amici) deve essere esteso anche agli stessi nemici (cf Lc 6, 27).

         Questo amore-speranza universale risulta fondato in ultima istanza sulla redenzione di Cristo, che viene offerta a tutti:

         “Dio nostro salvatore[…] vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità: uno solo infatti è Dio ed uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti.” ( 1Tm 2, 4-5).

         Su questo fondamento Paolo invita il discepolo vescovo a fare preghiere, domande, suppliche, ringraziamenti per tutti gli uomini (1 Tm 2, 1s). L’impegno ascetico-pastorale, la fatica e il combattimento spirituale che comporta, risulta fondato “perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono.” (4,10).

         “E’ apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.” ( Tt 2, 11-13). »(SpS n 14).

         La stessa ampiezza di universale salvezza è inculcata anche in Colossesi ed Efesini, ove si contempla il progetto di Dio, che in Cristo viene offerto a tutti: Cristo primogenito, primizia, principio, pienezza, capo; l’umanità partecipa solidalmente al destino glorioso di Cristo, che include in sé tutta l’umanità.  Si inaugura l’era della salvezza piena e definitiva, che discende, risanandole, sino alle infette radici adamiche (Rm 5,12-21). Cristo è in realtà disceso negli <inferi>.

         Anche la 2 Pt 3, 9 ammonisce: “Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca,  ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.

         Questa offerta di salvezza a tutti, per cui dobbiamo sperare di tutti, richiede in ciascuno l’accoglienza personale; la storia della salvezza è sempre un dramma di libertà responsabile:

         “Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 7, 21).

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli [….] Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco, zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno” (Mt 18, 3-8).

 

 

 

 

SECONDA MEDITAZIONE: POMERIGGIO

<<FEDE E SPERANZA: UN CAMMINO DI FEDELTA’>>

di padre Antonio Rungi, passionista

 

Questa seconda meditazione della giornata di ritiro, sarà dedicata al tema della speranza nella vita di Madre Victorine Le Dieu. Come tutti  santi che hanno una fede grande e una carità operosa, così anche per la fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, la speranza cristiana non manca, né è priva di quei riferimenti biblici e teologici su cui è stata alimentata con la preghiera nel corso della sua intera esistenza. Victorine Le Dieu è stata una donna grande attese e speranza, di grande fiducia ed abbandono alla volontà del Signore. Tutto quello che ha chiesto il Signore le ha concesso, dopo il superamento di tante difficoltà ed ostacoli da parte di tutti.

In questa prospettiva di donna di speranza, fortemente ancorata ad una fede incrollabile su Dio e sul mistero dell’umana redenzione, centro della sua spiritualità e del suo carisma, Victorine è un esempio per tutti: laici, soprattutto madre di famiglia e donne di qualsiasi ambiente culturale; per religiose che spesso non hanno grandi attese e speranze nella vita; per sacerdoti, frequentemente chiusi in una visione pessimistica della vita e della società. Lei parla il linguggio della speranza che intendo sottolineare in questa mia riflessione pomeridiana.

La speranza è intimamente e strettamente congiunta con la fede (Ebr 11,1). «Infatti ciò che forma l’oggetto della fede, la potenza di Dio che in Cristo opera la salvezza del mondo, è nello stesso tempo il motivo della nostra speranza; chi si incammina nella fede non può far a meno della speranza (Tt 1,1)» (F.X. Durrwell). I battezzati sono dei credenti e sono degli uomini che sperano in Cristo (1 Cor 15,18).

La speranza per Victorine, come per tutti i cristiani, ma in grado superiore all’agire comune, sgorga dalla sua fede intensa e gli dà coraggio nei suoi ardimenti, nelle sue imprese e nelle sue prove. Alle sue figlie oppresse dalle fatiche raccomanda di alzare gli occhi al cielo e ringraziare sempre il buon Dio, essendo di passaggio in questa terra e diretti verso la gloria del cielo. Ecco un suo tipico modo di pensare e di ragionare. La sua mente non si fissa nel passato, non si chiude nell’attimo presente, si protende, come per istinto, verso le realtà ultime. Tutte le umiliazioni subite soprattutto nell’abito ecclesiastico non smontano nel suo cuore la capacità di guardare avanti e soprattutto di andare avanti, senza mai fermarsi. La sua vita quotidiana evidenzia questo dinamismo interiore, improntato alla speranza, che non si ferma davanti ai problemi di tutti i giorni, ma anche davanti a quelli più seri e consistenti. Passare da una città all’altra per seguire il padre e lasciare le sue abitudini, le sue amicizie.

Scrive nel suo diario spirituale: “Ma perché affliggermi? Perderò l’amicizia, questo bene così prezioso che consola le anime? No, il sento nel mio cuore che si accresce di metà e che l’assenza ancora ne raddoppia le fiamme. Ah, guai al cuore freddo, che sopporta senza dolore la partenza di un amico, o la sua perdita sicura… Perché, per chi sa sentire o comprendere la pena, doloroso ricordo è ancora una felicità”. Sempre su questo tema, in una nota autobiografica, dichiara senza peli sulla lingua: “Mezzo secolo quasi di prove delicate, dolorose e anche terribili, oltre a crudeli delusioni mi hanno dato una larga esperienza e hanno rafforzato le mie convinzioni”.

La sua speranza è aperta alla possibilità di avere anche un buon numero di persone che seguiranno lei, ma soprattutto il Signore, artefice primo della sua opera: “Se a Lui piacerà –scrive – si troveranno anime che mi seguiranno in questa vita, perché ce ne sono di quelle che, come me, hanno subito lunghe prove nel mondo. Poi quando giungerà per esse un’era di calma e di libertà e quando, nel chiedere asilo in qualche porto religioso ne saranno tenute lontane dai principi severi di una regola ormai vecchia”.

Senza anelito verso l’eterno non c’è speranza. Il pensiero del paradiso, motivo di speranza, è una dominante della sua vita, dei suoi scritti biografici. Scrive infatti sul tema della formazione alla vita cristiana dei ragazzi: “Bisogna che i ragazzi ci siamo debitori della vita eterna più che della vita del corpo e dell’intelligenza e che ci dimostriamo vere madri con le cure e con gli esempi, che non ci stanchiamo in questo lavoro delicato e faticoso”. Ed aggiunge: “la menzogna e la vanità hanno viziato l’aria che questi poveri esseri respirano fin dalla culla. Solo la carità divina può preservarli o strapparli dalla corruzione”.

La speranza, pur conoscendo il “già” della salvezza, non trascura il “non ancora”; non ignora i rischi e le difficoltà, che incontra l’uomo decaduto incline al male, che vive e fa la storia; gli infonde perciò la certezza soprannaturale della presenza e dell’aiuto onnipotente del Risorto e del suo Spirito. L’intelligenza della fede, che porta Victorine ad aprirsi con lucidità sul male del mondo da curare e prevenire e sulle immense possibilità di bene da far crescere, stimolava potentemente il dinamismo della sua speranza e lo lanciava all’azione.  Tutto da Dio e da Cristo, «nostra speranza» (1Tim 1,1), nostro Salvatore.

La speranza è un atteggiamento onnipresente nella vita di Victorine, quanto la fede e la carità. La speranza è l’attesa dei beni futuri, lo slancio verso il possesso di Dio, la certezza del Dio «davanti a sé»; e, inseparabilmente, la confidenza illimitata nella potenza soccorritrice del Padre, di Gesù. È la voce di coraggio dello Spirito Santo, che la lancia in imprese ardimentose, inedite, non esenti da rischi. La Scrittura insegna che la speranza, anche se alata, non va esente da oscurità e tentazioni, non è sempre trionfante; comporta lotta, combattimento, prova. Anche da questo punto di vista Victorine si rivela grande nella speranza, perché capace di «sperare contro ogni speranza» e di tentare l’umanamente impossibile confidando nella forza di Dio.

Ormai 50enne, scriveva ad una sua amica, che voleva sapere di lei e che  Victorine non vedeva da moltissimi anni, e alla quale parlava della sua trasformazione fisica, frutto degli anni che erano passati, ma sottolineava un aspetto importante della sua vita interiore: “Del mio spirito il vigore è estremo, lo stesso fuoco brilla ancora nei miei occhi. Il mio cuore, ardente della più nobile fiamma, non ha perduto il minimo ricordo e nei suoi desideri, senza tregua, ancora l’anima mia aspira al giorno che non deve finire. Nel camminare tenendo di mira il mio desiderio come tutto è lungo… quando spesso fa buio… quanti dolori hanno disseminato la mia vita! A volte anche si indebolisce la mia speranza… il mio cuore si sprofonda e poi si rialza. S’, la felicità fuggendo dice addio, io mi consolo, e la strada giunge al termine credendo che infine si trova tutto in Dio”

 

Ripeteva spesso: «Posso tutto in Colui che mi conforta» (Fil 4,13). La frase di S. Paolo: «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili con la gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18) è un suo motivo ricorrente. Ripetiamo ancora che la sua speranza era ferma e incrollabile, perché ancorata al “già” della Pasqua del Signore, della Pentecoste, della realtà della Chiesa, dei sacramenti, delle primizie dello Spirito Santo, che ci sono date in germe, ragione non ultima della sua instancabile attività.

 

Tra i frutti più belli della speranza nella vita di Victorine ricordiamo: la “gioia” prorompente, insita nella certezza del “già” della fede; la “pazienza” inalterabile nelle prove, legata alle esigenze del “non ancora”; la sua sensibilità pedagogica, nella quale hanno grande parte la fiducia nelle risorse positive della personalità giovanile, la magnanimità, l’avvedutezza, la santa furbizia, virtù tipiche di chi crede e spera fermamente che il suo futuro «non delude».

 

In una parola come in cento, quando esortava le sue figlie spirituali più vicine spiritualmente e pastoralmente a lei a «lavorare con speranza», Victorine le invitava a guardare al paradiso per il quale siamo fatti; a confidare nell’aiuto onnipotente del Padre celeste e di Maria; ma, nello stesso tempo, ad impegnarsi a fondo per combattere i germi del male che infestano il mondo, e a sviluppare, ottimisticamente, quelli del bene, per costruire un avvenire migliore per la Chiesa ed il mondo. Questo significava per lei «lavorare con speranza».

Molto importanti le sue ultime parole dette prima di morire. Il suo testamento spirituale lo troviamo sintetizzate in parole di perdono, speranza, fiducia totale nella misericordia di Dio: “Io perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male e perdono di cuore le vostre debolezze. Vi raccomando i bambini, amateli, curateli. Io non vi abbandonerò, veglierò su di voi e vi avviserò di ogni cosa. Siate sicure che l’opera crescerà. Quello che non ho potuto fare per voi su questa terra, lo faò nel cielo. Vi raccomando la pace, la gravità religiosa, l’umiltà, la semplicità, la verità. Non piangete, io sarò sempre vicino a voi. Vi ringrazio di quello che avete fatto per me. Vedete? Come il tempo passa. Oh come sono contenta di morire!”. Era il 26 ottobre 1884 quando la speranza di conquistare la vita eterna per Victorine, divenne la realtà, perché chiudeva gli occhi a questo mondo per aprirli nell’eternità con queste ultime meravigliose parole che disse prima di esalare l’ultimo respiro della sua vita: “Mio Dio vi amo con tutto il cuore, intendo e prometto di amarvi per tutta l’eternità. Mio Dio, non siate giudice ma salvatore”.

MONDRAGONE. RITIRO SPIRITUALE DELLE SUORE DI GESU’ REDENTORE

Foto-0342.jpgSi ritroveranno insieme, giovedì 25 aprile 2013, festa di San Marco, per un ritiro spirituale particolare, nella casa di spiritualità e di accoglienza della Stella Maris di Mondragone, le Suore di Gesù Redentore della Campania e del Lazio Sud, insieme ai laici che fanno riferimento al carisma di fondazione della Serva di Dio Victorine Le Dieu, di adorazione, riparazione e riconciliazione. Tema dell’incontro che vedrà riunite diverse comunità delle Suore di Gesù Redentore è “La fede e la speranza nella vita di Victorine Le Dieu”. La giornata di studio e di spiritualità si svolgerà con una duplice meditazione sul tema, dettate dall’assistente spirituale delle Suore, padre Antonio Rungi, religioso passionista e teologo morale, con vari momenti di preghiera, con la celebrazione eucaristica e con lo svolgimento della pratica della Via Lucis, sulle 14 stazioni riguardanti il mistero della risurrezione di Cristo. Le Suore di Gesù Redentore, celebrano in tutto il mondo i 150 anni di riconoscimento del loro istituto, approvato formalmente da Pio IX il 15 gennaio 1863 e tra le comunità più antiche in cui si continua l’opera di Victorine Le Dieu è la Stella Maris di Mondragone, con 70 anni di storia, durante i quali l’istituto è stato convitto, scuola e casa famiglia per accogliere i bambini in disagio sociale. In tale istituto sono passati oltre 5.000 bambini educati ai sani principi morali e spirituali e accolti con amorevolezza e tenerezza dalle Suore che in 70 anni di attività apostolica hanno curato l’infanzia abbandonata secondo gli insegnamenti della fondatrice, Victorine Le Dieu. Da cinque anni la casa religiosa svolge un importante ruolo nel campo della spiritualità e dell’accoglienza dei gruppi parrocchiali, convegno e seminari di studi. Il prossimo appuntamento in tale direzione è in programma per il 16 maggio 2013, con la partecipazione dell’Arcivescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo e del Vescovo della Diocesi di Sessa Aurunca, monsignor Antonio Napoletano, con altri interventi sulla figura della fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, da un punto di vista storico, spirituale, pastorale e teologico.

Roma. La meditazione di oggi alle Suore di Gesù Redentore

RITIRO SPIRITUALE – SUORE GESU’ REDENTORE

ROMA – DOMENICA 21 APRILE 2013 – ORE 16,00

 

Le virtù teologali nella serva di Dio Victorine Le Dieu

Nella fede la forza, nella carità l’amore, nella speranza la gioia

di padre Antonio Rungi, passionista

 

1.Intoduzione

 

Nell’anno della fede, a metà del suo percorso, le figure dei santi vengono riproposte alla nostra attenzione per meglio vivere la dimensione cristiana della nostra esistenza. Un esempio mirabile in questa direzione è la fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, la Serva di Dio Victorine Le Dieu, che sulle tre virtù fondamentali per ogni battezzato, le virtù teologali, ha fondato il suo cammino di santità, non ancora riconosciuto ufficialmente, ma in fase  di dichiarazione. In questa riflessione, mi soffermo sulla vita della speranza, forti dell’insegnamento di Papa Benedetto, che nell’Enciclica Spe salvi lega inscindibilmente la virtù della fede con la speranza.

 

2. L’enciclica Spe salvi di Papa Benedetto XVI

 

Egli scrive, infatti, la fede è speranza.  «Speranza», di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole «fede» e «speranza» sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla « pienezza della fede » (10,22) la «immutabile professione della speranza » (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l’equivalente di « fede ». Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l’aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l’esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12)…Nello stesso senso egli dice ai Tessalonicesi: Voi non dovete «affliggervi come gli altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13). Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una «buona notizia» – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti.  Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova”.

In che cosa consiste questa speranza che, come speranza, è « redenzione »? Il nucleo della risposta è dato nel brano della Lettera agli Efesini, i quali prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano «senza Dio nel mondo ». Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile.

 

3.La giornata del buon Pastore. Il messaggio di Papa Benedetto XVI

 

Entriamo nel discorso, più che ci interessa direttamente.

Questo nostro incontro si svolge in una giornata speciale: la giornata mondiale delle vocazioni e quarta domenica del tempo di Pasqua, dedicata al Buon Pastore. Vorrei partire dal messaggio del Papa emerito, Benedetto XVI, per questa giornata di oggi sul tema: Le vocazioni segno della speranza fondata sulla fede, “che ben si inscrive nel contesto dell’Anno della fede e nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il Servo di Dio Paolo VI, durante l’Assise conciliare, istituì questa Giornata di invocazione corale a Dio Padre affinché continui a mandare operai per la sua Chiesa (cfr Mt 9,38). «Il problema del numero sufficiente dei sacerdoti – sottolineò allora il Pontefice – tocca da vicino tutti i fedeli: non solo perché ne dipende l’avvenire religioso della società cristiana, ma anche perché questo problema è il preciso e inesorabile indice della vitalità di fede e di amore delle singole comunità parrocchiali e diocesane, e testimonianza della sanità morale delle famiglie cristiane. Ove numerose sbocciano le vocazioni allo stato ecclesiastico e religioso, là si vive generosamente secondo il Vangelo».

In questi decenni, le diverse comunità ecclesiali sparse in tutto il mondo si sono ritrovate spiritualmente unite ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, per implorare da Dio il dono di sante vocazioni e per riproporre alla comune riflessione l’urgenza della risposta alla chiamata divina. Questo significativo appuntamento annuale ha favorito, infatti, un forte impegno a porre sempre più al centro della spiritualità, dell’azione pastorale e della preghiera dei fedeli l’importanza delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

La speranza è attesa di qualcosa di positivo per il futuro, ma che al tempo stesso deve sostenere il nostro presente, segnato non di rado da insoddisfazioni e insuccessi. Dove si fonda la nostra speranza? Guardando alla storia del popolo di Israele narrata nell’Antico Testamento, vediamo emergere, anche nei momenti di maggiore difficoltà come quelli dell’esilio, un elemento costante, richiamato in particolare dai profeti: la memoria delle promesse fatte da Dio ai Patriarchi; memoria che chiede di imitare l’atteggiamento esemplare di Abramo, il quale, ricorda l’Apostolo Paolo, «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18). Una verità consolante e illuminante che emerge da tutta la storia della salvezza è allora la fedeltà di Dio all’alleanza, alla quale si è impegnato e che ha rinnovato ogniqualvolta l’uomo l’ha infranta con l’infedeltà, con il peccato, dal tempo del diluvio (cfr Gen 8,21-22), a quello dell’esodo e del cammino nel deserto (cfr Dt 9,7); fedeltà di Dio che è giunta a sigillare la nuova ed eterna alleanza con l’uomo, attraverso il sangue del suo Figlio, morto e risorto per la nostra salvezza.

In ogni momento, soprattutto in quelli più difficili, è sempre la fedeltà del Signore, autentica forza motrice della storia della salvezza, a far vibrare i cuori degli uomini e delle donne e a confermarli nella speranza di giungere un giorno alla «Terra promessa». Qui sta il fondamento sicuro di ogni speranza: Dio non ci lascia mai soli ed è fedele alla parola data. Per questo motivo, in ogni situazione felice o sfavorevole, possiamo nutrire una solida speranza e pregare con il salmista: «Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia speranza» (Sal 62,6). Avere speranza equivale, dunque, a confidare nel Dio fedele, che mantiene le promesse dell’alleanza.

In che cosa consiste la fedeltà di Dio alla quale affidarci con ferma speranza? Nel suo amore. Egli, che è Padre, riversa nel nostro io più profondo, mediante lo Spirito Santo, il suo amore (cfr Rm 5,5). E proprio questo amore, manifestatosi pienamente in Gesù Cristo, interpella la nostra esistenza, chiede una risposta su ciò che ciascuno vuole fare della propria vita, su quanto è disposto a mettere in gioco per realizzarla pienamente. L’amore di Dio segue a volte percorsi impensabili, ma raggiunge sempre coloro che si lasciano trovare. La speranza si nutre, dunque, di questa certezza: « Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16). E questo amore esigente, profondo, che va oltre la superficialità, ci dà coraggio, ci fa sperare nel cammino della vita e nel futuro, ci fa avere fiducia in noi stessi, nella storia e negli altri.

Nel Signore Risorto abbiamo la certezza della nostra speranza. Come avvenne nel corso della sua esistenza terrena, anche oggi Gesù, il Risorto, passa lungo le strade della nostra vita, e ci vede immersi nelle nostre attività, con i nostri desideri e i nostri bisogni. Proprio nel quotidiano continua a rivolgerci la sua parola; ci chiama a realizzare la nostra vita con Lui, il solo capace di appagare la nostra sete di speranza. Egli, Vivente nella comunità di discepoli che è la Chiesa, anche oggi chiama a seguirlo. E questo appello può giungere in qualsiasi momento. Anche oggi Gesù ripete: «Vieni! Seguimi!» (Mc 10,21). Per accogliere questo invito, occorre non scegliere più da sé il proprio cammino. Seguirlo significa immergere la propria volontà nella volontà di Gesù, dargli davvero la precedenza, metterlo al primo posto rispetto a tutto ciò che fa parte della nostra vita: alla famiglia, al lavoro, agli interessi personali, a se stessi. Significa consegnare la propria vita a Lui, vivere con Lui in profonda intimità, entrare attraverso di Lui in comunione col Padre nello Spirito Santo e, di conseguenza, con i fratelli e le sorelle. E questa comunione di vita con Gesù il «luogo» privilegiato dove sperimentare la speranza e dove la vita sarà libera e piena!

Le vocazioni sacerdotali e religiose nascono dall’esperienza dell’incontro personale con Cristo, dal dialogo sincero e confidente con Lui, per entrare nella sua volontà. È necessario, quindi, crescere nell’esperienza di fede, intesa come relazione profonda con Gesù, come ascolto interiore della sua voce, che risuona dentro di noi. Questo itinerario, che rende capaci di accogliere la chiamata di Dio, può avvenire all’interno di comunità cristiane che vivono un intenso clima di fede, una generosa testimonianza di adesione al Vangelo, una passione missionaria che induca al dono totale di sé per il Regno di Dio, alimentato dall’accostamento ai Sacramenti, in particolare all’Eucaristia, e da una fervida vita di preghiera” (Enc. Spe salvi, 34).

La preghiera costante e profonda fa crescere la fede della comunità cristiana, nella certezza sempre rinnovata che Dio mai abbandona il suo popolo e che lo sostiene suscitando vocazioni speciali, al sacerdozio e alla vita consacrata, perché siano segni di speranza per il mondo. I presbiteri e i religiosi, infatti, sono chiamati a donarsi in modo incondizionato al Popolo di Dio, in un servizio di amore al Vangelo e alla Chiesa, un servizio a quella salda speranza che solo l’apertura all’orizzonte di Dio può donare. Pertanto essi, con la testimonianza della loro fede e con il loro fervore apostolico, possono trasmettere, in particolare alle nuove generazioni, il vivo desiderio di rispondere generosamente e prontamente a Cristo che chiama a seguirlo più da vicino. Quando un discepolo di Gesù accoglie la divina chiamata per dedicarsi al ministero sacerdotale o alla vita consacrata, si manifesta uno dei frutti più maturi della comunità cristiana, che aiuta a guardare con particolare fiducia e speranza al futuro della Chiesa e al suo impegno di evangelizzazione. Esso infatti necessita sempre di nuovi operai per la predicazione del Vangelo, per la celebrazione dell’Eucaristia, per il Sacramento della Riconciliazione. Non manchino perciò sacerdoti zelanti, che sappiano accompagnare i giovani quali «compagni di viaggio» per aiutarli a riconoscere, nel cammino a volte tortuoso e oscuro della vita, il Cristo, Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6); per proporre loro, con coraggio evangelico, la bellezza del servizio a Dio, alla comunità cristiana, ai fratelli. Sacerdoti che mostrino la fecondità di un impegno entusiasmante, che conferisce un senso di pienezza alla propria esistenza, perché fondato sulla fede in Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,19). Ugualmente, auspico che i giovani, in mezzo a tante proposte superficiali ed effimere, sappiano coltivare l’attrazione verso i valori, le mete alte, le scelte radicali, per un servizio agli altri sulle orme di Gesù. Cari giovani, non abbiate paura di seguirlo e di percorrere le vie esigenti e coraggiose della carità e dell’impegno generoso! Così sarete felici di servire, sarete testimoni di quella gioia che il mondo non può dare, sarete fiamme vive di un amore infinito ed eterno, imparerete a «rendere ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15)!

 

4.Il Catechismo della Chiesa cattolica

 

Anche nel CCC cogliamo questo stretto legame tra fede e speranza: “Il dono della fede rimane in colui che non ha peccato contro di essa. Ma «la fede senza le opere è morta » (Gc 2,26). Se non si accompagna alla speranza e all’amore, la fede non unisce pienamente il fedele a Cristo e non ne fa un membro vivo del suo corpo (CCC,1815)… La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità (CCC, 1818)…La speranza cristiana si sviluppa, fin dagli inizi della predicazione di Gesù, nell’annuncio delle beatitudini. Le beatitudini elevano la nostra speranza verso il cielo come verso la nuova Terra promessa; ne tracciano il cammino attraverso le prove che attendono i discepoli di Gesù. Ma per i meriti di Gesù Cristo e della sua passione, Dio ci custodisce nella speranza che « non delude » (Rm 5,5). La speranza è l’« àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra […] » là « dove Gesù è entrato per noi come precursore » (Eb 6,19-20). È altresì un’arma che ci protegge nel combattimento della salvezza: « Dobbiamo essere […] rivestiti con la corazza della fede e della carità, avendo come elmo la speranza della salvezza » (1 Ts 5,8). Essa ci procura la gioia anche nella prova: « Lieti nella speranza, forti nella tribolazione » (Rm 12,12). Si esprime e si alimenta nella preghiera, in modo particolarissimo nella preghiera del Signore, sintesi di tutto ciò che la speranza ci fa desiderare (CCC,1820).

 

5.L’enciclica Deus caritas est

 

Nell’enciclica Deus caritas est di Papa Benedetto, viene messo in risalto, poi, lo stretto rapporto che intercorre tra fede, speranza e carità, le tre virtù teologali, fondamentali per camminare in santità di vita “Fede, speranza e carità vanno insieme. La speranza si articola praticamente nella virtù della pazienza, che non vien meno nel bene neanche di fronte all’apparente insuccesso, ed in quella dell’umiltà, che accetta il mistero di Dio e si fida di Lui anche nell’oscurità. La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! In questo modo essa trasforma la nostra impazienza e i nostri dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince, come mediante le sue immagini sconvolgenti alla fine l’Apocalisse mostra in modo radioso. La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore. Esso è la luce — in fondo l’unica — che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo” (DCE, 39).

 

6.Victorine Le Dieu: una vita eroica

 

Quando si valuta la santità di una persona, passata alla gloria del cielo, la Chiesa si concentra in prima istanza sull’eroicità delle virtù, dichiarandola  venerabile. Si prende, infatti, in esame, il grado supremo con cui la persona avviata verso la beatificazione e la canonizzazione ha esercitato le tre virtù teologali: fede, speranza e carità e poi le altre virtù cardinali e morali. In poche parole si valuta la santità attraverso una risposta di fede, una carità operosa e una speranza illimitata in Dio. Victorine le Die ha vissuto tutto questo: nella fede ha trovato la forza in tutte le circostanze più dolore e conflittuale della vita di non arrendersi mai. E ne ha avuto prove, ha dovuto subire e sopportare tante umiliazioni. Nella carità che si fa l’amore adorante nella riparazione e nella riconciliazione, Victorine trova la sua sorgente della sua azione, per rispondere meglio all’invito del Papa, Pio IX, che la vuole impegnata, con tutto il suo nascente istituto nelle opere di carità. Dalla carità e dall’amore verso il Signore passa alla carità e all’amore verso i poveri ed i sofferenti del mondo, soprattutto i bambini e gli adolescenti. Nella speranza sperimenta la gioia del presente e del futuro, carico di segni sempre più evidenti della presenza di Dio e della vicinanza alla sua missione nella chiesa e nel mondo. Guarda al futuro, ma guarda soprattutto all’oggi. Nel suo diario spirituale scriverà pagine stupende sulle virtù teologali, soprattutto sulla fede e sulla speranza, su cui abbiamo riflettuto insieme in questo nostro incontro.

 

7.Conclusione

Concludo con il citare uno dei passaggi più belli dell’inizio di pontificato di Papa Francesco, tratto dall’omelia d Domenica delle Palme: “Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento! La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù”. Ed una citazione di Papa Benedetto XVI: “La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei che con il suo « sì » aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell’Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv  1,14)?”(SS,39).

Alla Madonna ci rivolgiamo con la preghiera conclusiva dell’enciclica Deus caritas est: “Santa Maria, Madre di Dio, tu hai donato al mondo la vera luce, Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio. Ti sei consegnata completamente alla chiamata di Dio, e sei così diventata sorgente della bontà che sgorga da Lui. Mostraci Gesù. Guidaci a Lui. Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo, perché possiamo anche noi diventare capaci di vero amore  ed essere sorgenti di acqua viva in mezzo a un mondo assetato”. Amen