GAETA

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

Poveri, ma con dignità, ricchi svuotati di eternità

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario ci presenta, nel Vangelo di Luca, la parabola dell’amministratore disonesto, dalla quale Gesù fa scaturire una serie di messaggi, raccomandazioni e inviti a non agire in un certo modo, quello appunto della disonestà, dell’affarismo, della visione esclusivamente economica e materiale dell’esistenza umana. L’inizio del racconto detto da Gesù a suoi apostoli, parla di un uomo ricco che aveva un amministratore. I poveri non hanno amministratori; per cui solo i ricchi di sempre possono permettersi chi amministra i loro beni. Non sempre questo avviene con onestà e rettitudine, come ci ricorda il vangelo di Luca. Leggiamo infatti che questo amministratore fu accusato dinanzi al suo padrone di sperperare i suoi averi. Per cui lo convocò e gli disse con schiettezza e senza mezzi termini che da quel momento in poi non poteva più amministrare i suoi beni. Era stato disonesto, aveva fatto i suoi interessi e non quelli del padrone, del ricco e quindi doveva per forza di cosa lasciare subito, senza tentennamenti.

A questo punto scatta la ritorsione verso il ricco e cosa fa l’amministratore disonesto, utilizzando le risorse del suo datore di lavoro? Fece questo ragionamento tra se, che poi concretizzò subito: Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. Si sa che non ha mai fatto niente e campa sulle spalle degli altri, continuerà a fare sempre la stessa cosa per tutta la vita. E allora chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

A quel punto si era assicurato il suo futuro economico, continuando ad agire in modo scaltro e disonesto, come fanno tanti nel mondo di oggi, rispetto alle persone rette ed oneste, che non approfittano, non rubano, di fanno sconti per un loro personale guadagno a danno di chi dà loro da lavorare. Ma non è questa la strada dell’onestà e della moralità.

Tuttavia, il testo del Vangelo, pur condannando l’atto immorale, mette in bocca al padre una immeritata lode dell’amministratore disonesto, motivandone il perché. Egli aveva agito con scaltrezza, come non fanno tante persone.

E da questo comportamento da biasimare, arriva il monito finale, quello che non ti aspetti come conclusione di un discorso improntato più alla lode dell’immoralità che all’esaltazione della moralità. Si chiama litote quella figura retorica, mediante la quale si sostiene una cosa per affermare l’esatto opposto. Infatti, conclude il testo del vangelo con questa constatazione di fatto: “I figli di questo mondo, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

Di fronte a tale comportamento, Gesù cosa dice?: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Gesù usa immagini e terminologie umane per indirizzare lo sguardo e il pensiero di tutto verso le cose eterne e che non tramontano mai.

E di conseguenza, conferma quello che è il comportamento di ogni persone coerente  e fedele in tutti i campi, affermando che “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti”. E quindi il rimprovero conclusivo che deve far scattare un diverso modo di agire e soprattutto il superamento del compromesso ad ogni livello.

Infatti, dice Gesù: Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Perciò, bisogna convenire sul fatto che “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. In termini molto chiari ed espliciti: Non possiamo servire Dio e la ricchezza».

Queste due realtà sono in contrapposizione e non possono andare d’accordo mai. Per chi guarda all’eternità la scelta è obbligata: può e deve solo e semplicemente scegliere Dio, il bene assoluto, il bene senza fine.

Sul tema dello sfruttamento dei poveri è incentrata la prima lettura, tratta dal libro del profeta Amos, nella quale troviamo parole durissime nei confronti di quanti rubano, sfruttano, umiliano i poveri e pensano a fare soldi e ricchezza a danni degli altri, agendo contro la carità, la giustizia e il diritto: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”». Di fronte a questo assurdo comportamento di totale ingiustizia e sfruttamento dei deboli il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere». Dovrebbe questo far pensare a chi agisce disonestamente in tutti i campi, specialmente in quello economico, lavorativo e professionale

Ed un appello alla carità, alla giustizia e alla rettitudine ci viene dal brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, nella quale raccomanda alcune fondamentali cosa da fare: “prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.

Questo esplicito e profondo desiderio di pregare deve realizzarsi in ogni luogo alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese. Come è evidente l’apostolo raccomanda di fare preghiera in una condizione di pace, di rapporti tranquilli e soprattutto nella semplicità e nell’innocenza della propria vita. Quante persone hanno le mani pulite in senso morale e di giustizia e rettitudine al punto tale che possono anche lodevolmente pregare ed alzare quelle loro mani al cielo per chiedere o per ringraziare?

Forse molti, forse pochi, forse nessuno, in quanto nessuno è esente da peccato, ma una cosa è certa e cioè che siamo invitati a rispettare i poveri, a non offenderti nella loro dignità, perché essi sono i preferiti da Dio, perché, senza volerlo, hanno scelto la parte migliore, quella che non sarà tolta mai a loro, hanno scelto Dio e non mammona.

Come riflessione conclusiva vi invito ad elevare a Dio questa mia preghiera del povero e per i poveri, scritta  in questi giorni:

 

Signore, non ho niente,

eppure ho tutto, perché ho Te.

 

Non ho cibo a sufficienza,

ma mi basta quello

che guadagno onestamente

o che ricevo generosamente.

 

Non ho casa, ove riposare,

ma mi contento del cielo

sotto il quale riposo ogni tanto,

memore della tua esperienza di un Dio

che non ha neppure una pietra

ove poggiare il suo capo stanco.

 

Non ho denaro

che mi possa aiutare

a vivere con dignità

ma accolgo, con sofferenza,

la carità che mi si fà.

 

Quanto è difficile Signore

vivere da povero

oggi come allora,

ma nessuno di noi

ha scelto di esserlo

venendo su questa Terra.

 

Tu sai la sofferenza

di quanti non hanno nulla,

nel nostro tempo

affamato di guadagni

e di posizioni sempre più agiate

di pochi privilegiati.

 

Non Ti chiedo di rimuovere

solo la nostra povertà,

ma la povertà di tanti popoli

oppressi a causa dell’ingiustizia

e della cattiva gestione

delle risorse della Terra.

 

Fa, o Dio della Provvidenza,

che nessuna persona

sia più povera su questa Terra.

 

Che nessun ammalato

sia abbandonato a se stesso

senza alcuna assistenza e sicurezza.

 

Che nessun anziano

venga lasciato nella solitudine

senza il conforto di qualcuno.

 

Che nessun giovane

abbia a soffrire a causa

del cattivo esempio degli adulti.

 

Che in tutte le famiglie

e su tutte le mense del mondo

arrivi quotidianamente

quel pane di ogni genere

che ti chiediamo ogni giorno

per noi e per tutti

con la stessa preghiera

che ci hai insegnato Tu. Amen

P.RUNGI. RELAZIONE AL CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

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ITRI – DOMENICA 7 LUGLIO 2019

CHIESA SANTA MARIA MAGGIORE 

CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

RELAZIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI 

Era il 10 febbraio 1849, verso le 9.00 del mattino, esattamente 170 anni fa, in questa chiesa, quando arrivò da Gaeta Papa Pio IX, accolto dal suono delle campane e dalla banda musicale, accompagnato dal vescovo del tempo, monsignor Luigi Maria Parisio, napoletano, ed accolto da Re Ferdinando II, dalle autorità, dal clero e da numeroso e festante popolo di Itri.

A ricevere la prima benedizione fu lo stesso Ferdinando II, che attese il Papa all’ingresso della Chiesa dell’Annunziata con il secchiello dell’acqua santa in mano.

Poi i vari atti di ossequio, secondo l’usanza del tempo, l’ingresso in Chiesa per la preghiera e la benedizione eucaristica, impartita a tutti i fedeli. Dopo di che il trasferimento al Santuario della Civita.

Noi oggi, qui, siamo per riflettere insieme sul significato, il valore storico, pastorale, teologico di questa vista e si è scelto come titolo di questo convegno “Papa Pio IX sul santuario della Civita”. Giusta affermazione, ma dire santuario della Civita era ed è come dire Itri e arcidiocesi di Gaeta, per la Madonna della Civita è la protettrice di Itri, ma anche di tutta la nostra Chiesa locale.

Non senza un motivo, inizio questo mio intervento con il riportare le parole testuali di Giovanni Paolo II, in visita all’arcidiocesi di Gaeta, 30 anni fa, il Domenica 25 giugno 1989, nella storica ricorrenza dei 140 anni della venuta di Papa Pio IX, oggi Beato, al Santuario della Civita. Non c’è due senza tre e cioè dopo Papa Pio IX e Papa Giovanni Paolo II attendiamo l’arrivo di Papa Francesco prima che si concluda questo anno ricordevole dei 170 anni di Pio IX alla Civita e di 30 anni di Giovanni Paolo II a Gaeta, alla Civita e a Formia.

1.Giovanni Paolo II disse al suo arrivo a Gaeta, nella prima mattinaa:  “Qui trovò rifugio, 140 anni fa, il mio venerato predecessore Pio IX, esule da Roma per le note vicende risorgimentali. In questa città egli emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854.

A ragione, dunque, il vostro Arcivescovo, monsignor Vincenzo Maria Farano nel rivolgermi l’invito a venire tra voi, chiama Gaeta la “città dell’Immacolata”.

2.Dopo un’ora circa al Santuario della Civita, Papa Giovanni Paolo II, con grande semplice di animo disse: “Sono venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine santissima nel suo santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze fisiche e morali. Seguendo le orme del mio predecessore Pio IX, a centoquarant’anni dalla sua visita, ho desiderato salire quassù anch’io, iniziando questa giornata, dedicata pienamente all’arcidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di tutti i cristiani. Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro santuario, anima della vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana, sappiate guardare alla Vergine santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di totale adesione all’opera di grazia del Signore.

3.Successivamente, alle ore 12,00 a Formia allo Stadio del Coni, prima dell’Angelus disse: “Sono lieto di recitare questa preghiera mariana nella cara arcidiocesi di Gaeta, che vanta una profonda fede e devozione verso Maria santissima.

Gaeta, infatti, è chiamata “città dell’Immacolata”. È stata la culla, potremmo dire, del dogma dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, perché qui il mio venerato predecessore, Pio IX, andò confermandosi nella definitiva decisione della proclamazione di quel dogma.

Da Gaeta il 2 febbraio 1849 emanò l’Enciclica Ubi Primum, con la quale chiedeva a tutti gli Arcivescovi e Vescovi della Chiesa di esprimere il proprio parere in merito. So con quanto amore vengono custoditi i ricordi di questo evento…Mi sono recato stamane al santuario della Madonna della Civita, in Itri, ove la santa immagine della Vergine è meta di tanti pellegrinaggi, e ivi ho incontrato gli ammalati. Da secoli folle di fedeli trovano conforto e sempre nuove ispirazioni di vita cristiana davanti alla Vergine, raffigurata nell’atto di offrire Cristo Gesù al mondo.

Tre forti affermazioni del Sommo Pontefice, di valore storico e spirituale, a conferma di quanto già era ormai assodato da tempo che il Santuario della Civita è il tempio mariano più antico al mondo, dedicato all’Immacolata.

 La prima consacrazione del Santuario, infatti, risale al lunedì di Pentecoste nel giugno 1491. Fu monsignor Francesco Patrizi (1461-1494), uomo di molta pietà e scienza, vescovo di Gaeta, a consacrare il luogo di culto, dedicato già da tempo alla Santa ed Immacolata Vergine Maria, dove i fedeli venivano a pregare la Santa Madre di Dio.

Il vescovo appoggiò il desiderio del popolo e dei fedeli di Itri che volevano una chiesa più grande e più bella. A lavoro concluso, con grande solennità, la consacrò in quel memorabile lunedì di Pentecoste del 1491, dedicandola ufficialmente alla “Santa e Immacolata Vergine Maria”.

Monsignor Patrizi, nella bolla vescovile, datata il 20 giugno, sottolinea con entusiasmo l’importanza della Chiesa della Civita, quale luogo di grande pietà e devozione da molti anni.

Tralasciamo la leggenda circa l’arrivo della Madonna al Monte Civita, ci fermiamo sul dato storico, quello che a noi interessa, maggiormente in questa sede.

Partiamo dal quadro, perché da lì nasce tutto il culto e la devozione.

Il quadro di fattura certamente orientale, bizantina, raggiunse probabilmente Gaeta portato da alcuni monaci basiliani che, fuggiti dall’oriente, andavano verso qualche convento del Lazio, nel periodo prima del mille, durante il tempo della lotta iconoclasta.

Il quadro fu lasciato ai monaci del monastero di San Giovanni in Figline, sorto al tempo di san Benedetto, alle falde del Monte Civita, che lo esposero su Monte Civita. Il monastero faceva parte dei possedimenti avuti in donazione dai duchi di Gaeta.

Tutto questo a conferma di quanto era profondo il legame tra Gaeta e Itri circa la devozione alla Madonna della Civita, la quale unisce e non divide i suoi figli, perché Maria porta a Gesù, che è centro di unione e di comunione.

Esiste un documento del 1036 non molto citato e che pure riguarda il sacello della Civita da sistemare ed assegnato ai monachi di Figline.

Un documento storico importante al riguardo, risalente al 1147, ricorda la consistente donazione fatta da un giudice notaio di Itri e da sua moglie, per restaurare la chiesetta della Madonna della Civita, già ivi esistente. Lo stesso documento riporta il nome dell’abate di san Giovanni in Figline, che si chiamava Riccardo e la notizia che la chiesetta era affidata in custodia ad un certo Fra Bartolomeo.

Dopo aver illustrato brevemente la storia del santuario, con Pio IX, saliamo con lui, idealmente al Santuario della Civita e ricostruiamo storicamente e spiritualmente quell’ascesa al Colle della Civita, per ascoltare la voce di Maria.

Partiamo da Gaeta, dal quel 2 febbraio 1849, quando Pio IX, fuggito da Roma per i noti moti rivoluzionari del 1848, in questa città firmò l’Enciclica Ubi primum nella quale egli stesso affermava:

“Abbiamo perciò pensato, Venerabili Fratelli, di scrivervi la presente Lettera per spronare la vostra esimia pietà e il vostro zelo pastorale, e per inculcarvi con ogni premura di volere, secondo il vostro prudente giudizio, indire e tenere pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, onde il clementissimo Padre di ogni lume si degni di illuminarci con la luce del suo divino Spirito, perché in una cosa di tanta importanza possiamo prendere quella deliberazione che più risponda alla maggior gloria del suo Nome, alla lode della beatissima Vergine ed all’utilità della Chiesa militante. Desideriamo inoltre ardentemente che, con la maggiore sollecitudine possibile, vogliate farci conoscere quale sia la devozione che anima il vostro clero e il vostro popolo cristiano verso la Concezione della Vergine Immacolata, e con quale intensità mostri di volere che la questione sia definita dalla Sede Apostolica; ma soprattutto, Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio.

E poiché abbiamo già permesso al clero romano che, invece di quelle contenute nel comune Breviario, possa recitare le speciali ore canoniche in onore della Concezione della beatissima Vergine, recentemente composte e pubblicate, con la presente Lettera concediamo anche a voi, Venerabili Fratelli, se ciò sarà di vostro gradimento, che tutto il clero delle vostre diocesi possa recitare lecitamente e validamente le stesse ore canoniche della Concezione della santissima Vergine in uso presso il clero romano, senza che dobbiate perciò domandare il permesso a Noi o alla sacra Congregazione dei Riti. 

Non dubitiamo affatto, Venerabili Fratelli, che per la vostra particolare pietà verso la santissima Vergine Maria sarete lieti di corrispondere con ogni premura ed ogni zelo a questi Nostri desideri, e che vi affretterete ad inviarci le opportune risposte, che vi abbiamo chiesto.

In considerazione di tanti elementi di carattere storico e spirituale, si può dire che il Papa aveva espresso il desiderio di conoscere questo luogo mariano dedicato all’Immacolata.

Per cui, la visita al Santuario della Civita non fu improvvisata, ma organizzata nei dettagli.

Dopo la sosta ad Itri, di cui ho parlato prima, il Papa, con lo stesso Ferdinando II, il seguito delle autorità e dei dignitari, fatto salire su un cavallo bianco, condotto da un itrano che aveva in mano le briglia, si diresse alla volta del santuario, insieme a numerosi fedeli, cantando le litanie della Madonna.

Il Papa si commuoveva al canto di essere per lo stile musicale itrano, che alcuni anziani hanno conservato.

Arrivò verso mezzogiorno al Santuario. Qui c’erano ad accoglierlo il Cardinale Ferretti, altri vescovi di Sessa Aurunca, di Terracina -Priverno.

La foto ricordo immortala questo momento.

Il percorso fatto da Pio IX è lo stesso di quello di oggi che viene fatto per salire a piedi al santuario e cioè da Raino fino alla cima del monte Civita.

La strada regionale Civita-Farnese già esisteva, ciò che mancava era il tratto finale che dal bivio della Civita-Farnese porta al Santuario, che fu realizzato nel 1858. Arrivato al santuario il Papa si raccolse in preghiera davanti all’immagine, poi celebrò la messa, dopo di ciò fece una breve colazione, un breve riposo pomeridiano e si incamminò sulla via del ritorno ad Itri, nel primo pomeriggio.

Giunto in città sostò presso il monastero delle Benedettine. Un episodio simpatico quando il Papa fu accolto dalle Benedettine ad Itri, all’imbrunire a San Martino, alle falde della collina. Le monache aprirono la clausura ed accolsero il Papa con le candele in mano, come le vergini sagge ed eseguirono il canto del Magnificat.

Ci fu dopo anche un momento di relax nel monastero. Si racconta che ad un certo punto, Re Ferdinando disse una frase: “Mi raccomando facciamo le persone educate” indicando la tavola dei dolci preparati dalle monache.

Le monache di Itri avevano la particolarità di saper preparare i dolci, che erano conosciuti ed apprezzati in tutta la zona. Erano conosciuti come i dolci delle monache di San Martino di Itri. E come tutte le cose anche la visita di Papa Pio IX si concluse in dolcezza…“dulcis in fundo”. 

Dopo la visita di Papa Pio IX al Santuario della Civita si rafforzò in lui l’idea della proclamazione del dogma dell’immacolata, che era in fieri da diversi secoli.

Il primo ad affrontare apertamente la questione fu Sant’Agostino, nel V secolo, il quale, contro i pelagiani, sosteneva che la Madonna è stata preservata da peccato originale per una grazia speciale, concessa a lei quale Madre di Dio. In poche parole è un singolare privilegio in vista dei meriti di Cristo e della Redenzione.

Successivamente fu il Concilio di Basilea (1438-39), che pose fine a continue dispute tra favorevoli e contrari al dogma fu  strenuamente difeso da Giovanni de Contreras, detto il Segovia.

Nel 1483 Sisto IV proibiva sotto pena di scomunica ai sostenitori dell’una sentenza di tacciar di eresia i sostenitori dell’altra.

Il concilio di Trento (17 giugno 1546) confermò le disposizioni di Sisto IV, dichiarando inoltre “non essere nelle intenzioni del concilio di comprendere nel decreto relativo al peccato originale la beata e immacolata Vergine Maria, madre di Dio”.

Altri secoli d’attesa, ma intanto il culto e la devozione alla Madonna Immacolata cresceva in tutta la Chiesa cattolica, né è prova il fatto che nel 1491 già il nostro santuario è dedicato ufficialmente a questo titolo mariano.

La proclamazione del dogma 

Come arrivò a tale decisione dottrinale? Lo spiega lo stesso pontefice nella Bolla “Ineffabilis Deus”, dell’8 dicembre 1854 in cui è proclamato ufficialmente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.

Essendo quindi fermamente convinti nel Signore che fossero maturati i tempi per definire l’Immacolata Concezione della santissima Vergine Maria Madre di Dio, che la Sacra Scrittura, la veneranda Tradizione, il costante sentimento della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi e dei fedeli, gli atti memorabili e le Costituzioni dei Nostri Predecessori mirabilmente illustrano e spiegano; dopo aver soppesato con cura ogni cosa e aver innalzato a Dio incessanti e fervide preghiere; ritenemmo che non si potesse più in alcun modo indugiare a ratificare e a definire, con il Nostro supremo giudizio, l’Immacolata Concezione della Vergine, e così soddisfare le sacrosante richieste del mondo cattolico, appagare la Nostra devozione verso la santissima Vergine e, nello stesso tempo, glorificare sempre più in Lei il suo Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, perché ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio. 

Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Quindi è verità di fede per la dottrina cattolica il privilegio, tutto proprio della Vergine Maria, “di essere stata, fin dal primo istante del suo concepimento, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, preservata immune da ogni macchia del peccato originale”.

Era l’8 dicembre 1854 quando Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata concezione con la bolla Ineffabilis Deus, tradotta in 400 lingue e dialetti.

Quattro anni dopo, nel 1858, l’11 febbraio, la Madonna apparendo a Lourdes a Santa Elisabetta Soubirous, nella grotta di Massabielle, si presentò con questo nome: Io sono l’Immacolata Concezione.

Da allora il culto si diffuse immediatamente in tutto il mondo, fu realizzato il primo obelisco in piazza del Gesù Nuovo a Napoli, dedicato alla Madonna Immacolata e successivamente quello di Piazza di Spagna a Roma. Congreghe, associazioni, istituzioni religiose, pubbliche e private, scuole, cappelle, chiese, parrocchie incominciarono ad intitolarsi all’Immacolata.

Il Concilio Vaticano II

E veniamo ai giorni nostri. Il Concilio Vaticano II ha confermato e meglio esplicitato il dogma dell’Immacolata concezione di Maria, in una delle costituzioni fondamentali della dottrina conciliare, che è la Lumen Gentiumn. 56:  “Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall’angelo dell’annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l’ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Il n.59, che conclude il capitolo VIII, intitolato “Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa”, riporta la formulazione del dogma così come proclamato da Pio IX: “La Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte” (LG 59). 

Penso che un ruolo importante nella definizione e conclusione dell’iter per la proclamazione del dogma dell’Immacolata, ha avuto anche la permanenza di Pio IX a Gaeta in quegli anni difficili per la storia dello Stato Pontificio, ma soprattutto la sua visita al Santuario della Civita.

La Civita era, allora, il primo santuario dedicato alla Madonna Immacolata e fu anche il primo  e l’unico santuario in cui un Papa, oggi Beato, Pio IX, arrivò pellegrino ai piedi della Madre di Dio per chiedere lumi e sostegno spirituale nel proposito che aveva espresso, 8 giorni prima, con l’Enciclica Ubi primum.

Per cui, se giustamente Gaeta è la città dell’Immacolata, a maggior ragione possiamo affermare che l’intera arcidiocesi di Gaeta è consacrata all’Immacolata, in quanto il santuario della sua protettrice, quello della Civita, nel Comune di Itri, è il santuario di Maria, la Madre di Dio, che “fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento”.

Mi piace concludere con quanto disse Paolo VI, oggi santo, a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II, definendo il Cap.VIII Lumen Gentium,“un inno di lode a Maria”. E’ la prima volta – e il dirlo Ci riempie l’animo di profonda commozione – che un Concilio Ecumenico presenta una sintesi così vasta della dottrina cattolica circa il posto che Maria Santissima occupa nel mistero di Cristo e della Chiesa”.

Non a caso il Concilio Vaticano II fu chiuso l’8 dicembre 1965, solennità dell’Immacolata Concezione, un dogma che porta nel suo iter storico il nome di Gaeta, il nome di Itri e soprattutto il nome del Santuario della Civita.

Padre Antonio Rungi, passionista

Vicario episcopale per la vita consacrata dell’Arcidiocesi di Gaeta

GAETA. A TRENT’ANNI DELLA VISITA DI PAPA GIOVANNI PAOLO II ALL’ARCIDIOCESI DI GEAETA

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COMUNICATO STAMPA

GAETA. A TRENT’ANNI DALLA VISITA PASTORALE DI SAN GIOVANNI PAOLO II ALL’ARCIDIOCESI DI GAETA. VARIE INIZIATIVE PER RICORDARE LO STORICO AVVENIMENTO.

Ricorre, domani, 25 giugno 2019, il trentesimo anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II, Papa e ora Santo, all’arcidiocesi di Gaeta. Era, infatti, domenica quel 25 giugno di 30 anni fa quando Papa Voityla arrivò a Gaeta, nella prima mattinata, per il saluto alla popolazione in piazza XIX Maggio, il successivo trasferimento in elicottero, al santuario della Civita per incontrare gli ammalati e poi il trasferimento alla stadio del Coni di Formia, per incontrare i giovani e per la preghiera dell’Angelus. Qui concludeva la prima parte della giornata. Nel pomeriggio, poi l’incontro a Gaeta in cattedrale con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e i diaconi permanenti e a seguire l’incontro con i marittimi, al porto commerciale di Gaeta ed infine la solenne celebrazione della santa messa allo stadio di Gaeta, con la conclusione della visita ed i ringraziamenti.
La visita, richiesta dall’allora arcivescovo, monsignor Vincenzo Farano, fu organizzata dall’arcidiocesi di Gaeta in occasione dei 140 anni della presenza di Pio IX a Gaeta, esule da Roma, alla quale fece riferimento lo stesso Papa Giovanni Paolo II, durante la visita pastorale, affermando che fu “in questa città che Pio IX emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854”.

Per ricordare questo fausto avvenimento del trentesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II a Gaeta, sono state avviate, varie iniziative tra Gaeta, Itri e Formia, dove il Papa sostò in quella domenica del 25 giugno di 30 anni fa. In mattinata, domani, a Itri, alle ore 7,30 nella Chiesa dei Passionisti sarà celebrata una messa di ringraziamento, presieduta da padre Antonio Rungi, delegato arcivescovile dell’arcidiocesi di Gaeta per la vita consacrata, da padre Giuseppe Comparelli, superiore provinciale del tempo e da padre Cherubino De Feo, membro della comunità passionista del Santuario della Civita, così ppure nel corso della giornata e dei giorni successivi sono previste altre celebrazioni in varie parti. Di particolare importanza assume il convegno sul tema “Pio IX sul Santuario della Civita”, organizzato dall’Associazione di Volontariato Maria SS. Della Civita, e che si svolgerà domenica 7 luglio 2019, alle ore 18,30 nella Chiesa Santa Maria Maggiore in Itri, durante il quale sarà ricordata anche la visita pastorale di Giovanni Paolo II a Gaeta, a distanza di 30 anni.
Il convegno sarà aperto da padre Antonio Rungi, passionista,  con una sua relazione e sarà concluso dall’arcivescovo di Gaeta, monsignor Luigi Vari. Interverranno Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, Maria Rosaria Omaggio, attrice; Gianni Letta, direttore emerito de Il Tempo. Modererà i lavori, Orazio La Rocca, giornalista originario di Itri.

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P.RUNGI – COMMENTO ALLA XXVII DOMENICA DEL T.O.- 7 OTTOBRE 2018

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 7 ottobre 2018

L’essere per la comunione e per un amore puro e innocente

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario ci fa riflettere sulla dignità della coppia umana e del matrimonio, come espressione di autentico amore, tra uomo e donna, secondo quanto stabilito dal Creatore, nell’atto della creazione.

Il libro della Genesi, che leggiamo come prima lettura oggi, ci riporta a questo momento della creazione della donna, successiva a quello dell’uomo, in quanto Dio stesso, che aveva già creato l’uomo si accorse che non era giusto che l’uomo fosse solo; per cui decise, per amore, di dargli un aiuto che gli corrispondesse. E così fece.

Il racconto biblico è molto significativo ed ogni parola e gesto ha una sua valenza di amore e di attenzione per la donna e verso la coppia, che così si costituisce nella pienezza di un amore vicendevole e di complementarietà. “

“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.

A questo punto l’uomo prende consapevolezza e coscienza che si trova di fronte ad un essere uguale a lui, anche se con una struttura biologica e fisica diversa. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta».

Due individualità singole, anche se uguali nella dignità e nel valore creazionale, non fanno coppia, né costituiscono di per sé la base di un amore reciproco. Bisogna quindi lavorare in quella prospettiva. Il superamento della solitudine individuale porta le due soggettività a prendere la decisione di fare coppia, in poche parole di mettersi insieme e fare famiglia.

Tanto è vero che il matrimonio naturale nasce da questo bisogno di superare l’individualità per formare una famiglia e costituire in comunione di vita due persone, due esseri umani con la stessa dignità e lo stesso peso rispetto alla vita e alla società: “Per questo l’uomo – leggiamo nel brano- lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Questa espressione finale “un’unica carne” significa esattamente un unico progetto di vita per la vita e per l’amore.

Un progetto che si deve costruire e realizzare giorno per giorno, in quanto nulla è dato per scontato tra gli esseri viventi ed umani, al punto tale che le decisioni assunte, vanno vissute nella quotidianità, superando i limiti e le difficoltà, insite nella relazione di coppia, soprattutto ai nostri giorni.

Ecco perché nel Vangelo di oggi, di fronte a delle richieste di alcuni farisei che lo vogliono mettere alla prova Gesù, circa la questione del divorzio, il Maestro replica con quanto è scritto nella legge mosaica, ma, nello stesso tempo, potenzia il discorso sulla dignità del matrimonio affermando i due principi basilari del matrimonio stesso: unità e indissolubilità, ovvero fedeltà e coerenza per tutta la vita.

Quindi è chiaro che non è lecito ripudiare la moglie o il marito, anche se Mosè aveva permesso di sottoscrivere l’atto di ripudio per la durezza del cuore di chi aveva deciso liberamente di vivere da sposato.

Ma il volere di Dio è diverso. Infatti nella Genesi è scritto esattamente che l’uomo una volta che decide di mettere su famiglia deve camminare per questa strada, in quanto l’uomo non ha potere ed autorità di dividere quello che Dio ha unito.

Chiaro riferimento alla sacralità del matrimonio cristiano che è unico ed indissolubile.

Discorso molto dedicato ai nostri giorni, che deve confrontarsi con la pluralità delle culture, delle fedi, del modo di intendere e vivere la scelta coniugale nella società e nella chiesa di ieri, di oggi e di sempre.

Possono cambiare alcune forme esteriori, ma la sostanza del discorso e dell’argomentazione di Gesù rimane inalterata.

Infatti è Gesù stesso che ribadisce ai discepoli il suo pensiero e il suo insegnamento in merito.

Leggiamo nel brano del Vangelo che una volta rientrati a casa, i discepoli interrogarono di nuovo Gesù su questo argomento del matrimonio, del divorzio, dell’infedeltà coniugale. Ed Egli disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

In poche parole, rompere il vincolo o patto coniugale è frantumare la famiglia, che è la base della società e della stessa comunità cristiana. Si ribadisce il totale rifiuto del divorzio nella prospettiva cattolica, anche se, oggi, si va verso un’accoglienza pastorale dei divorziati come cammino spirituale necessariamente da farsi, perché la Chiesa, come scrive Papa Francesco, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno.

Per essere accogliente, anche nella pastorale familiare, la Chiesa deve assumere come modello di comportamento quello dei bambini, citati nella parte finale del Vangelo di oggi.

Gesù a chi rifiuta una visione di chiesa dell’innocenza e della semplicità ribadisce che lo stile vero di una chiesa vera è quella rappresentata iconograficamente dai bambini: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

E allora quale deve essere lo stile di ogni cristiano? E’ abbracciare la semplicità, l’innocenza, la purezza, è benedire e sanare.

Concetti che troviamo espressi nel secondo brano della parola di Dio di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Gesù Redentore e Salvatore, coronato di gloria e che è vicino ad ogni uomo della terra. Quel Gesù che non si vergogna di chiamarci fratelli, anche se degli esseri umani sono stati a condannarlo ad una morte infamante.

Dalla croce e con la croce, Gesù ha riportato nel solco dell’amore, del perdono e della fratellanza universale tutto il genere umano. Egli è davvero l’unico punto di convergenza e di unificazione di tutte le genti e di tutti i rapporti umani, a partire da quelli familiari.

Sia questa la nostra comune preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito”. Amen.

P.RUNGI. SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE DI N.S.GESU’ CRISTO- DOMENICA 13 MAGGIO 2018

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)
GESU’ E’ ASCESO AL CIELO E SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE

Domenica 13 maggio 2018

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, che abbiamo contemplato in questi quaranta giorni del tempo pasquale come il Risorto in mezzo ai suoi discepoli, con i quali dialoga, mangia e si intrattiene, ma anche invia ed indica la strada della risurrezione nella logica della Pasqua sua e nostra. Oggi, infatti, si completa il cammino nel tempo del Redentore, morto e risorto, in quanto con la sua ascensione al cielo, Egli siede definitivamente alla destra del Padre, per poi, un giorno ritornare per giudicare i vivi e i morti, nel giudizio finale e nel secondo e definitivo avvento sulla terra. Nella preghiera inziale di questa solennità, la colletta, preghiamo con queste significative parole, che hanno attinenza al mistero della gloria: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. La chiesa pellegrina è in cammino verso l’eternità e tra il già e il non ancora continua a svolgere la sua missione nel nome del Signore su mandato esplicito del Cristo che ascende glorioso e vittorioso al cielo, come ci ricorda il brano del Vangelo di Marco che si proclama in questa solennità: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». E di fatto gli apostoli partirono e fecero esattamente quello che Gesù aveva loro ordinato di fare. Infatti “predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.

Nel brano degli Atti degli apostoli che riguarda proprio il momento in cui Gesù ascende al cielo è tratteggiata la storia della vita di Cristo, in modo sintetico, ma efficace, per capire esattamente chi era Cristo per i discepoli e per la chiesa delle origini e chi deve essere Cristo, per noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana. Allora Gesù “si mostro vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. Poi, “mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Gesù torna in cielo e manda dal cielo il suo Spirito Paraclito, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti. Tra Ascensione e Pentecoste si gioia la vita umana e spirituale del gruppo degli apostoli invitati da Gesù a restare in attesa del Paraclito e poi inviati nel mondo ad evangelizzare. Ed essi me saranno testimoni di Cristo a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra. La promessa di Cristo si è realizzata, se oggi, la Chiesa, il Vangelo e la conoscenza dell’unico salvatore del mondo hanno raggiunto gli estremi confini del mondo terrestre per oltrepassare la stessa terra e collocarsi come annuncio di vita e speranza nell’intero universo, sempre più alla portata della conoscenza dell’uomo, mediante la tecnologia di oggi.

Oltre il predicare e l’annunciare il vangelo in tutto il mondo ed invitare a conversione chi è lontano dalla fede e non conosce affatto Dio, c’è per ogni cristiano il diritto-dovere di testimoniare Cristo con una degna condotta di vita, come ci ricorda il brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini: comportarsi in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore e avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

Curare l’unità nella diversità dei carismi è un altro importante compito che spetta ad ogni credente e cattolico vero: Noi dobbiamo essere “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

La pluralità dei doni e dei carismi non ci deve spaventare, ma arricchirci e stimolarci a fare sempre di più e meglio a gloria di Dio: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

Un cammino difficile quella dell’unità, ma tutti dobbiamo lavorare per raggiungerla ovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo. Nulla ci deve portare lontano da Dio e dagli altri, ma tutti dobbiamo convergere verso un’unità vera e sostanziale che si fonda, si struttura nel tempo e organizzativamente come docilità allo Spirito Paraclito, che è accoglienza dei vari carismi che Egli suscita nella chiesa e per la chiesa.

Con il salmista eleviamo al Signore il nostro inno di lode e di ringraziamento per tutto quello che ci ha donato da sempre: “Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni. Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo”.

A questo trono rivolgiamo oggi il nostro sguardo nella liturgia solenne dell’Ascensione al cielo di nostro Signore, perché con lo sguardo fisso sulle cose di lassù, ma operando con sapienza su questa terra, possiamo meritare anche noi di essere accolti tra i beati del cielo, dove Gesù è asceso e ci attende, perché è andato a preparare per ognuno di noi un posto in prima fila per tutti i suoi figli.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXV DOMENICA T.O. – 24 SETTEMBRE 2017

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017

Comportarsi in modo degno del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

Per un cristiano, la prima preoccupazione che dovrebbe avere nei suoi pensieri e nella sua mente è quella della fedeltà al Vangelo.

Non che gli altri uomini non abbiano obblighi; anzi tutti gli esseri umani hanno regole morali da rispettare e che hanno attinenza con l’essere stesso umano e sociale.

Chiaramente per ogni religione scattano specifici doveri ed obblighi per chi veramente sente la propria fede come elemento importante ed essenziale nella vita.

Perciò l’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario, tratto dalla sua lettera ai Filippesi, conclude con questa raccomandazione: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Ma l’apostolo, in precedenza, aveva sottolineato un aspetto importante del suo essere convertito al vangelo di Cristo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.

L’apostolo considera la vita eterna più importante della vita terrena. Tuttavia, egli precisa che “se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere”.

Come dire, è bello pensare ed aspirare al paradiso, all’eternità, ma è altrettanto bello pensare e vivere una vita con frutti spirituali che portano ad accumulare beni per l’eternità.

E, quindi egli si trova in un conflitto interiore che, da un lato, desidera morire e dall’altro gli fa piacere vivere. Infatti dice con estrema lealtà interiore e sincerità del cuore: “Sono stretto  fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”. Vede, quindi, la sua presenza importante per la comunità cristiana di Filippi, perché necessita della sua guida.

Il vivere e il morire lo sappiamo tutti è nelle mani di Dio. Noi possiamo esprimere dei desideri, degli auspici, ma è il Signore che decide sulla nostra vita e sul momento in cui dobbiamo lasciare questa terra. Se ci siamo ancora è perché Egli vuole così.

E noi cerchiamo di vivere questa vita, che ci ha donato, con il massimo impegno per dare frutti terreni e soprattutto eterni.

In questo contesto del premio, si comprende il bellissimo brano del Vangelo di oggi, che riguarda la chiamata degli operai a lavorare nella vigna di un signore che uscì in diversi momenti del giorno a chiamare le persone a lavorare con lui. Tutti risposero di sì e svolsero al meglio il compito affidato, dal mattino oppure nel tardo pomeriggio, ovvero per molte o poche ore di lavoro. Alla fine della giornata il padrone di casa, che aveva la sua vigna ed aveva assunto part-time o full-time per un giorno i lavoratori, nella sua piena libertà, pagò tutti allo stesso modo. Con i primi assunti fu firmato un accordo, con gli ultimi chiamati, nessuno accordo fu stipulato. Sappiamo come andò a finire quando i primi videro che il padrone diede la stessa somma agli ultimi e li pagò secondo il suo giudizio e la sua libertà di decidere. Infatti nel testo del vangelo, troviamo questa indicazione di comportamento da parte del padrone della vigna, il Quale rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

La conclusione e l’ammonizione finale del Vangelo di oggi ci fa riflettere molto e ci fa uscire dalle nostre presunte sicurezze di salvezza e di privilegiati della prima ora; per cui questa sentenza evangelica impone a tutti noi cristiani della prima ora o credenti che abbiamo ricevuto la fede da piccoli a non illudersi, perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. L’arroganza, la presunzione di essere sempre i primi e di avvalersi di una sorte di eredità scontata o diritto alla primazia, viene messa in crisi dal modo di pensare ed agire di Dio. Purtroppo, in tutte le vicende umane, questa primazia e questa superiorità nei confronti degli altri, che arrivano per ultimi o alla fine, determina molti conflitti e gelosie e quando, anche nella chiesa, si scelgono gli ultimi per farli primi, c’è una ribellione e spesso una gelosia, che sfiora la vendetta o la lenta distruzione di chi è stato scelto per ricoprire ruoli e posti, non chiesti e non desiderati. Il rischio è che i primi rimangono eternamente primi, pur non meritando i primi posti, e gli ultimi rimangono eternamente ultimi, pur meritando i primi posti, perché si blocca il potere sui primi e non si guarda mai agli ultimi, intesi, in questo caso, anche come chi ha più bisogno di tutto ed è in necessità di ogni genere.

Ci serva da lezione spirituale e di vero itinerario di fede e di cammino interiore il bellissimo brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, il profeta dell’umiltà e della disponibilità piena alla parola di Dio: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”.

E poi cambiare davvero vita e convertirsi alla verità e all’onestà: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”.

Chi ha sbagliato “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Questo nostro Dio è grande e buono nell’amore e la sua misericordia è infinità, per cui non possiamo sapere effettivamente i pensieri di Dio, né pensare che le nostre strade coincidano con le sue. Spesso non si incontrano, perché noi chiediamo ed aspettiamo dal Signore, ciò che ci è utile, necessario nella vita terrena, Dio offre a noi ciò che è indispensabile per la vita eterna. Chi pensa secondo il mondo, non potrà mai incontrare il Signore, perché i suoi progetti sono di diversa natura, che è quella divina. Noi siamo fatti di carne e pensiamo secondo la carne e non secondo lo spirito.

La nostra preghiera, in questa domenica, sia la stessa che rivolgiamo a Dio con il Salmo 144, inserito nella liturgia della parola di oggi: “Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”.

Potessimo, ogni attimo della nostra vita comprendere l’inestimabile valore di rendere lode a Dio in ogni momento del nostro vivere, senza presumere di essere noi il dio, al posto del vero ed unico Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato con il volto della misericordia, della bontà, della tenerezza e dell’amore.

Bello, allora rivolgerci a Lui, con questa preghiera, la colletta della domenica XXV, che ci fa pregare con queste espressioni: “O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio,  perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Amen.

 

P.RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

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ITRI (LT). P. RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

Ad un mese dall’apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco e che avrà inizio l’8 dicembre 2015 a Roma, padre Antonio Rungi, religioso passionista, ha composto un decalogo giubilare, nel quale, indicando dieci regole di comportamento, fissa l’attenzione sui contenuti essenziali per una degna celebrazione dell’anno santo.
I dieci comandamenti giubilari sono fissati in questi suggerimenti ed inviti ad agire a livello personale e comunitario.

 

1. Non avrai altro scopo nella vita che quello di servire Dio.

2. Ricordati che sei un peccatore e devi convertiti a Cristo Salvatore.

3. Non offendere nessuno con le parole e le azioni.

4. Ricordati di perdonare a chi ti ha offeso e di chiedere perdono se hai offeso tu.

5. Non pensare solo a te stesso, ma anche ai fratelli che sono in necessità.

6. Ricordati di fare il bene sempre, anche quando non sei ricambiato su questa terra e dai tuoi parenti.

7. Non essere arrogante, presuntuoso e altezzoso, ma sii umile, disponibile e amorevole verso tutti.

8. Ricordati che il Paradiso lo si conquista facendo il bene ed amando Dio e i fratelli.

9. Non essere, ipocrita, falso e infedele, ma sii coerente con te stesso.

10. Ricordati che la verità viene sempre a galla e che in Dio tutto sarà luce e trasparenza assoluta nell’eternità futura.

“Sono convinto -scrive padre Rungi in una Nota personale – che il prossimo giubileo che è prima di tutto per la Chiesa e per i membri tutti della Chiesa è un forte invito alla conversione personale, alla fedeltà alla propria vocazione battesimale, alla pulizia morale e alla trasparenza nei nostri atti e comportamenti. Questo tempo propizio e di grazia deve far riflettere tutti nella Chiesa di Cristo in questo tempo di forti scossoni, ma sempre pronti a rendere ragione della gioia, della speranza, della fede e dell’amore verso Dio e verso i fratelli in ogni situazione, anche dolorosissima, della nostra vita e di quella della comunità dei credenti. Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio e dalla sincera volontà di convertirci e fare sempre il bene, nonostante le piccole debolezze dell’esistenza”.

 

ITRI (LT). I PASSIONISTI DA 30 ANNI AL SANTUARIO DELLA CIVITA

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Itri (Lt). I Passionisti da 30 anni al Santuario della Civita

di Antonio Rungi

Era il 18 gennaio 1985, venerdì, quando i passionisti della comunità cittadina, attraverso padre Cherubino De Feo, religioso passionista, allora parroco di Santa Maria Maggiore in Itri, fu convocato al Santuario per ricevere le consegne delle chiavi e di tutto quanto era stato inventariato dai padri Guanelliani che avevano lasciato il Santuario per oggettive difficoltà.
In quel 18 gennaio, come quest’anno, erano presenti oltre i padri Ganelliani, i rappresentanti del clero cittadino di Itri ed i delegati vescovili di Gaeta, che a nome dell’arcivescovo mons. Luigi Maria Carli, morto nel 1986, dovevano firmare il passaggio delle consegne del Santuario dai Guanelliani ai Passionisti, tramite padre Cherubino. Così in pieno inverno padre Cherubino che l’aiuto dei confratelli della comunità di Itri-città dovettero assicurare subito il servizio al Santuario. Il primo ad accorrere in suo aiuto, con i permessi dei superiori, fi padre Eufrasio e successivamente padre Angelo. Si andò avanti così per qualche tempo, fino a quando il provinciale dei passionisti del tempo, padre Stanislao Renzi, si assunse la responsabilità di prendere il Santuario e stilare una convenzione con l’arcivescovo, monsignor Vincenzo Farano, confermata dagli altri provinciali che gli successero nel tempo. Fu nominato, nella persona di padre Giuseppe Polselli, il primo rettore e fu costituita la prima comunità passionista, direttamente dipendente dal Provinciale dei Passionisti di Napoli, assegnando a padre Renato Santilli l’ufficio di delegato del Provinciale. Da allora sono passati 30 anni esattamente e i passionisti hanno mantenuto l’impegno assunto, nonostante le oggettive difficoltà di poter portare avanti il Santuario, soprattutto negli ultimi anni, per la carenza di vocazioni e per il calo numerico dei religiosi. A succedere alla guida del santuario a padre Giuseppe fu padre Renato, fino al 2003, quando l’allora superiore provinciale dei passionisti di Napoli, padre Antonio Rungi (oggi di comunità al Santuario) propose all’arcivescovo del tempo, monsignor Pierluigi Mazzoni, il nome di padre Emiddio Petringa, quale rettore del Santuario e delegato del Provinciale. Da 12 anni padre Emiddio è superiore e rettore di questo luogo di preghiera mariana, punto di riferimento spirituale per il Basso Lazio e la Campania dei devoti della Madonna, di proprietà dell’arcidiocesi di Gaeta ed assegnato ai passionisti. Una prima convenzione tra i passionisti della provincia dell’Addolorata e l’Arcidiocesi di Gaeta scadeva il 21 maggio 2007. Con espresso volere dall’attuale arcivescovo, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio, la convenzione è stata rinnovata fino a quando le parti non avranno intenzione di cambiare per motivi e clausole chiaramente inclusi nella stessa convenzione o per sopraggiunti altre motivazioni.
In questi 30 anni di presenza dei passionisti al Santuario della Civita, il volto del santuario è cambiato radicalmente anche come accoglienza e miglioramento delle strutture. Dalla stessa chiesa rifatta in tanti parti, ai locali della struttura di Pio IX, al convento, ai locali adibiti per esigenze della comunità religiosa dei passionisti, quali cucina, refettorio, stanze dei religiosi al secondo piano, quello di diretto accesso alla Chiesa e sacrestia. Lo scorso 21 luglio 2014, l’attesa inaugurazione dell’ascensore alla Civita che tanto utile risulta essere soprattutto per i diversamente abili, anziani e persone con problemi di deambulazione per raggiungere direttamente la chiesa. Cresciuto anche l’interesse verso il santuario da parte di nuove realtà ecclesiali, anche se, come in tutto l’occidente, si registra un calo di partecipazione alle funzioni religiose, soprattutto nei mesi invernali. Ad assicurare il servizio al santuario in questi ultimo anni sono quattro passionisti, che curano anche il convento dei passionisti della città di Itri, e sono: padre Antonio Rungi (ex-superiore provinciale dei passionisti di Napoli), padre Cherubino De Feo (ex-parroco di Santa Maria Maggiore in Itri), padre Emiddio Petringa (attuale rettore-superiore), padre Francesco Vaccelli, ben conosciuto perché per tanti anni parroco di Campodimele, da sacerdote diocesano e poi approdato nella Congregazione dei Passionisti.
A ricordare il fausto avvenimento dei trent’anni di presenza passionista al Santuario della Civita sono stati ieri gli stessi religiosi con alcuni collaboratori durante un incontro fraterno di preghiera e condivisione. A raccontare i dettagli di tutto il passaggio dai Ganelliani ai Passionisti è stato lo stesso padre Cherubino De Feo, che a distanza di 30 anni, essendo lui il diretto interessato a questo evento, ricordava con precisione non solo le persone presenti, ma gli atti firmati e il tempo inclemente che imperversava sulla Civita, come ieri 18 gennaio 2015. Padre Cherubino, come parroco di Santa Maria Maggiore e sacerdote passionista della comunità di Itri, dovette iniziare a pensare al tempio mariano. Con lui i padri passionisti della comunità cittadina oltre a pensare al Santuario della Civita, continuarono a guidare la parrocchia di Santa Maria Maggiore, la cui guida pastorale fu assunta da padre Angelo Di Battista e da lui assicurata fino al 2003. In quell’anno, in seguito ai cambiamenti effettuati dall’allora superiore provinciale, padre Antonio Rungi, subentrò padre Giovanni Giorgi, anche in qualità di Superiore della comunità passionista di Itri.
Nell’ottobre del 2012, i passionisti, su decisione dell’assemblea provinciale, hanno lasciato le due parrocchie di Itri per concentrarsi nel servizio al santuario della Civita e al Convento.
Nel prossimo mese di maggio 2015, con il capitolo provinciale unitario di tutti i passionisti d’Italia, di Francia e del Portogallo, si rivedranno le presenze dei passionisti e si deciderà per il futuro della loro presenza al Santuario e a Itri-città, dove la comunità è stata tolta dal giugno 2012; per cui una sola comunità giuridica, quella della Civita opera pastoralmente per il Santuario e per il Convento cittadino, con tante difficoltà logistiche e di spostamenti per assicurare un servizio pastorale all’altezza del compito che i passionisti hanno sempre svolto al meglio e con grande generosità nella Chiesa locale dell’Arcidiocesi di Gaeta.

A Scauri le Lodi Mattutine si recitano in spiaggia a prima mattina

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Scauri (Lt). Le Lodi Mattutine si pregano in spiaggia di buon mattino

di Antonio Rungi

In estate non va in vacanza la vita spirituale e la vita liturgia del cristiano. Per aiutare il cammino di preghiera della comunità parrocchia di Sant’Albina in Scauri (Lt), diocesi di Gaeta, congiuntamente ai villeggianti presenti nella rinomata e frequentata meta turistica del Sud Pontino,  il parroco, don Simone De Vito ha attivato per i mesi estivi la preghiera delle Lodi in spiaggia. E’ la preghiera che apre, praticamente, la giornata di ogni cristiano e che sempre più si diffonde tra i fedeli laici, essendo una volta solo preghiera dei preti e dei religiosi e religiose. Oggi in tutte le comunità parrocchiali, prima della messa del mattino o inserite in essi si pregano le Lodi mattutine, una delle parti più significative e sentite della liturgia quotidiana delle ore. L’incontro di preghiera estiva e balneare si svolge grazie alla disponibilità dei gestori del Lido Aurora e trova nel litorale scaurese un luogo affascinante e suggestivo che permette l’incontro personale e comunitario con Dio, anche nei mesi dedicati più al riposo e alla vacanza.  Il quotidiano appuntamento delle 8.15 del mattino sta riscuotendo un buon successo di partecipazione, dato l’orario comodo, soprattutto per i piccoli, gli adulti e gli anziani che possono così  usufruire della brezza marina di prima mattina, salutare al corpo e allo spirito. In tal modo, l’iniziativa di carattere prettamente spirituale e pastorale è anche una valida occasione per curare la mente, il cuore ed il corpo con la preghiera delle Lodi a Dio creatore ed ordinatore dell’universo. La preghiera è fatta con sentimento e il gruppo consistente di partecipanti non si limita solo a pregare e a recitare i salmi, ma anche a cantarli con maestria sulla spiaggia del Sud Pontino.

 

Santuario della Civita. Lunedì 21 luglio inaugurazione del primo ascensore.

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Itri. Santuario della Civita. Tutto pronto per il nuovo ascensore del Santuario

di Antonio Rungi

Tutto pronto per l’inaugurazione del primo ascensore al Santuario della Civita, che sarà a disposizione dei pellegrini, soprattutto per le persone diversamente abili o inabili, per gli anziani e le persone in difficoltà per salire alla Chiesa. Lunedì 21 luglio 2014, festa della Madonna della Civita, patrona di Itri e dell’Arcidiocesi di Gaeta, alla presenza dell’arcivescovo, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio, che presiederà, come tutti gli anni, il solenne pontificale al Santuario, nella mattinata, verrà inaugurato il primo ascensore del Santuario mariano. La coincidenza della festa della Madonna della Civita e l’afflusso massiccio dei pellegrini, renderà più significativa quest’opera realizzata per abbattere le barriere architettoniche al Santuario della Civita che non permetteva l’accesso ai fedeli, in difficoltà, alla Chiesa ove è esposto solennemente la miracolosa immagine della Madonna, che si rifà alla scuola di San Luca, l’Evangelista che ha meglio tratteggiato la figura di Maria, la Madre di Gesù Cristo e Madre della Chiesa. Una cabina consistente che può ospitare 8 persone per un massimo di 900 Kg. Una sola sosta, quella che va dalla zona-bar, all’ingresso principale del santuario e che può trasportare centinaia di fedeli in pochi minuti. Sistemata anche l’area esterna del santuario, ove durante l’estate, con il maggiore afflusso dei fedeli si può celebrare la messa all’aperto, con una media di presenza di 1.000 fedeli ogni celebrazione. Intanto, a partire da oggi sabato 19 luglio, un’intensa attività spirituale, pastorale e di accoglienza è in atto al Santuario della Civita, con il servizio costante di cinque passionisti, quattro di comunità (Emiddio, Cherubino, Francesco e Antonio Rungi) ed altro in aiuto in questi giorni. Fino al 22 luglio si prevede un afflusso di pellegrini da ogni parte della Diocesi e di altre regione ecclesiastiche. Il tutto favorito dal bel tempo che sta dominando in questi giorni e con il nuovo servizio di ascensore che sarà assicurato nella mattinata del 21 luglio, dopo l’inaugurazione. E per chi è interessato al programma delle celebrazioni religiosi e degli appuntamenti civili in occasione della festa della Civita nella città di Itri può consultare il programma. Variazioni ci sono stati nel corso dei giorni, in quanto canta Umberto Tozzi e non più Mango. I fuochi artificiali, dopo la tragedia di Tagliacozzo, dovrebbe essere un’altra ditta a fare i fuochi. Molte negatività registrate in questi giorni precedenti la festa, non hanno minimamente intaccata l’aspetto più bello e vero della devozione mariana, che è quella di venerare la Madonna nel suo sito naturale che è il Santuario e di festeggiarla solennemente in città, come è giusto che sia, essendo la patrona di Itri e la Compatrona dell’Arcidiocesi di Gaeta.