Diocesi

LA III DOMENICA DI QUARESIMA – LA PRIMA DELLA STORIA DOPO IL CONCILIO SENZA FEDELI.

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Terza domenica di Quaresima – Anno A

Domenica 15 marzo 2020

Gesù e la samaritana al pozzo di Giacobbe

Commento di padre Antonio Rungi

Questa terza domenica di Quaresima passerà nella storia della fede cattolica dell’Italia come la prima domenica, dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale le messe si celebrano a porte chiuse.

Ci viene in aiuto per comprendere meglio questo momento e questa nostra storia, proprio il vangelo di questa terza domenica di quaresima che porta alla nostra attenzione la significativa figura della samaritana al pozzo di Giacobbe, dove si reca per attingere l’acqua e dove, per una strana coincidenza del destino, incontra Gesù, con il quale intessa un dialogo tra i più belli della storia del cristianesimo e della storia dell’evoluzione le pensiero positivo verso una creatura, come una donna, uguale agli uomini in dignità ed onore.

L’evangelista Giovanni in questo testo così particolareggiato del dialogo tra Gesù e la Samaritana dà il meglio di se stesso di quella visione evangelica che spazia dal profondi del cuore e del pensiero di ogni persona per giungere ad una visione di fede a livello globale e coinvolgente di tutti gli animi umani e le persone della terra.

Basta leggere con attenzione tutto il brano e prestare ascolto a quanto dice il Signore alla donna che aveva avuto cinque mariti e in quel momento conviveva con una persona che non era suo marito, per capire la lezione della vita, che non riguarda la sola figura femminile, ma tutti i cristiani e gli uomini sensibili ad un discorso di rinnovamento, rigenerazione e conversione.

Partiamo dalla cronaca di questo fatto accaduto e di cui parla Giovanni nel suo Vangelo. E’ il primo atto di questa scena della vita di Cristo.

Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe”.

La descrizione del luogo è fatta con un precisione e dovizia di particolari. Siamo a Sicar nella Samaria presso il pozzo di Giacobbe, al quale le donne attingeva acqua per le necessità personali e familiari.

In questo posto Gesù vi giunge affaticato per il viaggio, oltre che assetato. Visto il pozzo come ogni essere umano si ferma e si riposa.

Tra le altre cose è detto anche l’orario preciso di questo arrivo e cioè era verso mezzogiorno.

Gesù voleva prendere l’acqua, ma non aveva oggetti per farlo. Normalmente era un secchio.

In quel momento di relax giunge una donna samaritana ad attingere acqua.  Una volta che la donna ha attinto l’acqua Gesù chiede a lei con carità «Dammi da bere».

Inizia così una relazione verbale, una vera e propria comunicazione interpersonale. Nel frattempo i discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Alla richiesta di Gesù, la donna risponde alquanto critica: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?».

A parte il fatto che era proibito parlare con le donne, qui viene precisato anche le motivazioni culturali e geografiche che erano alla base di quei conflitti o pregiudizi che esistevano. I Giudei allora non avevano rapporti con i Samaritani, possiamo dire che c’era un muro di divisione, un po’ come tanti altri muri alzati non solo in termini materiali, ma culturali e sociali tra un popolo ed un altro. A questa osservazione Gesù risponde con un discorso molto profondo da un punto di vista religioso e spirituale: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Sulla espressione detta dal Signore, la donna ci scherza pure, e quasi quasi lo deride pure: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

La lezione di Gesù su temi più alti che hanno attinenza con la salvezza, la grazia e quanto di buono egli è venuto a portare anche a quella donna è sintetizzata in queste bellissime parole: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

Di fronte ad un discorso di sicurezza per il futuro, anzi di alleggerimento della fatica corporale di andare ogni giorno ad attingere acqua, la donna dice a Gesù: «Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

Gesù non replica alla richiesta, ma entra nella vita di quella donna che conosce da sempre come Figlio di Dio. Gesù le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». M la donna è sincera e dice «Io non ho marito». E Gesù apprezza questa sua sincerità «Hai detto bene: Io non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

A questo punto la donna comprendere esattamente con chi ha a fare e gli replica: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

E qui entra in gioco il Maestro Gesù che forma le coscienze, istruisce nella verità ed indirizza verso la comprensione di ciò che davvero conta davanti a Dio, nella nuova visione di fede che Cristo porta per tutti coloro che vogliono vivere secondo il cuore di Dio: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

A questo punto la donna interviene nel dialogo con Gesù e dimostra di avere anche lei un’adeguata conoscenza della sacra scrittura: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».

A questo punto Gesù si svela completamente a questa donna e dice della sua identità, chi davvero Egli è «Sono io, che parlo con te quel Messia che tutti aspettano».

Il secondo atto di questa bellissima scena di vita cristiana ed ecclesiale è descritto da Giovanni facendo notare, che mentre Gesù sta parlando giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna”.

Però furono discreti e riservati, non si intromisero nel dialogo con Gesù. Lo pensaroro e per scriverlo, evidentemente, fu lo stesso Giovanni a pensarlo e condivuderlo con gli altri. Infatti nessuno dei discepoli ebbe il coraggio di chiedere a Gesù: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?».

Terzo atto di questa scena di umanità è la partenza della donna, l’arrivo in città a raccontare quanto le era accaduto. Arrivata in città si fa messaggera ed apostola del Cristo e disse loro: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».

Quarto atto è la gente che corre verso Gesù. Infatti uscirono dalla città e andavano da lui. Nel frattempo gli apostoli che erano andati a comprare il necessario per alimentarsi dissero a Gesù «Rabbì, mangia». Ma Gesù rispose parlando di altro cibo, non quello materiale: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». Non capirono nulla in quel momento cosa Gesù volesse dire. Tanto è vero che fanno anche una battuta tra di loro «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?».

Gesù coglie l’occasione del mangiare per fare un discorso sul valore del cibo spirituale che consiste nel fare la volontà di colui che mi ha mandato e di compiere la sua opera. E nel suo ragionamento porta l’esempio della natura.

Ultima scena di questo quadretto di vita cittadina si svolge quando i Samaritani giunsero da lui e lo pregarono di rimanere da loro. E Gesù rimase là due giorni. Iniziarono le conversione al punto tale che molti samaritani credettero In Gesù per quel che diceva e non solo per quello che aveva riferito la donna, Infatti rivolgendosi alla donna, che non era uno stinco di santa, le fanno osservare che «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Dalla ignoranza di Cristo alla sua conoscenza e all’adesione completa alla sua persona, senza altre mediazioni. Sta qui la sintesi di tutto il vangelo della Samaritana che abbiamo ascoltato e commentato e che possiamo esprimere nella preghiera con queste parole della colletta: “Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno,

la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.

Questa preghiera assume un valore più grande in considerazione del momento che stiamo attraversando con la nuova pandemia da coronavirus. Siamo nelle stesse condizioni del popolo di Israele di cui ci parla il testo del libro dell’Esodo, nella prima lettura di oggi “In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Quante critiche in questi giorni verso tutti per quello che sta succedendo in Italia. La lamentela generale, che rivolgiamo anche a Dio, senza renderci conto che siamo fragili creature che basta un virus infettivo a destabilizzare e rende inutili per quel che siamo. Ma non bisogna scoraggiarsi e come Mosè che chiede aiuto al cielo, anche noi facciamo qualcosa per salvare il popolo italiano. Stare con le mani in mano e solo lamentarsi non serve a nulla e certamente non risolvere questi ad altri problemi. Bisogna scuotere la roccia, la freddezza del nostro cuore e della nostra vita per far scaturire da noi l’amore che porta a salvare se stessi e gli altri. Ora più che mai sappiamo che non possiamo salvarci da soli, ma insieme agli altri.

La consapevolezza di tutto questo cin viene dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani, seconda lettura della parola di Dio di questa terza domenica di Quaresima. Ci ricorda, infatti, l’apostolo l’essenzialità delle tre virtù teologali, fede, speranza e carità, che ci aiutano a camminare nel tempo con lo sguardo rivolto al cielo e che trova la motivazione più profonda nel mistero della redenzione, operata da Cristo, offrendo la sua vita sulla croce per noi: Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.

A Cristo salvatore e redentore vogliamo fare costantemente riferimento in questi giorni di tristezza, ma di speranza e di luce che vediamo aprirsi davanti a noi con la risurrezione e con la nostra risurrezione anche da questo ora buia della nostra storia di oggi.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 16 FEBBRAIO 2020 – P.RUNGI

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 16 febbraio 2020

Cristo compimento della legge antica

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa sesta domenica del tempo ordinario è ricca di riflessioni e stimoli che posso aiutare a cambiare la nostra vita.
Nel testo di Matteo che viene proclamato nella liturgia della parola di Dio, Gesù parla di molte cose ai suoi discepoli, indicando ad essi ciò che devono fare per essere coerenti con la loro condizione di credenti e di suoi seguaci, che conoscono bene i testi biblici, la legge antica e che sono disposti interiormente a completare un cammino di perfezione di amore, rispetto ed attenzione verso gli altri e specialmente verso la donna.
In una cultura come la nostra, questo brano del vangelo capita a proposito per sostenere quel cammino culturale, morale, spirituale, sociale, giuridico che dia massima attenzione e promuova il rispetto della donna in tutti gli ambienti compresi quelli ecclesiali.
Partiamo proprio da quanto dice Gesù in merito a questo tema: “Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”.
Il rispetto della donna parte dal cuore e dalla mente dell’uomo, E’lui che deve cambiare atteggiamento e comportamento nei confronti di un essere umano, di sesso diverso, che merita tutto l’amore e rispetto, in tutte le sue personali situazioni.
Non a caso Gesù aggiunge un altro dispositivo della norma antica “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
Si comprende l’importanza del legame affettivo e definitivo tra un uomo e una donna e in termini molto espliciti del valore del matrimonio.
La clausola, cosiddetta matteana, del permesso del ripudio e quindi del divorzio, secondo quanto aveva stabilito Mosè, non trova accoglienza nella morale e nella prassi cristiana: il matrimonio è monogamico ed è definivo ed unico.
Non ci sono alternative. Lasciare una donna ricorda Gesù la espone all’adulterio, cioè la mette in una condizione di fragilità sociale e morale, che può generare comportamenti da parte di altri uomini indegni di essere classificati come tali.
Gesù quindi rivendica un comportamento di totale rispetto verso la donna sposata o legata sentimentalmente ad un uomo o libera da qualsiasi vincolo affettivo.
Come è facile capire, il problema è alla radice, cioè alla base di certe scelte che si fanno nell’ambito della vita coniugale ed affettiva. Gesù quindi non legittima divorzi o altre forme di convivenza tra uomo e donna o di altro genere, ma ricorda semplicemente la grandezza e la bellezza di una vita relazionale, basata sull’amore tra uomo e donna che sia definitivo e non occasionale o temporale.
Non rientra nella visione di una scelta di vita cristiana la possibilità di lasciare e prendere con facilità una donna o un uomo perché non si va più d’accordo. Le intese coniugali, affettive e familiari saltano, a volte, per sciocchezze, gelosie e banalità di ogni genere.
Oggi ci troviamo davanti a violenze sistematiche nei confronti delle donne, con femminicidi e offese di ogni tipo verso di loro.
Basta con questo scempio della dignità della donna e facciamo spazio, nella nostra cultura, che tanto si rifà alla fede cristiana, all’accoglienza totale di ogni uomo e di ogni donna in un progetto d’amore che parta dal rispetto e dalla protezione del matrimonio e della famiglia.
I diritti civili acquisiti nel tempo, in certi contesti culturali e politici, non hanno nulla a che fare con la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia, che non è una scelta temporanea, né un contratto civile a termine, ma una scelta definitiva basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Nessuna violenza è legittimata, ma solo un grande amore e rispetto, anche in situazioni delicate caratterizzate da certe debolezze e fragilità. Gesù rivendica quindi un diverso atteggiamento e comportamento nei confronti della donna e della famiglia.
L’etica coniugale necessita di camminare su altre strade, quelle che Cristo ha tracciato, che sono le strade dell’amore e della condivisione, dell’accoglienza e del rispetto.
Nel testo del vangelo di questa domenica vengono poi esaminate ed affrontate altre questioni, come quella dell’omicidio.
Gesù ricorda “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.
Bisogna stare attenti non solo a non alzare le mani per uccidere, ma anche ad usare la lingua e la bocca, che non devono offendere o denigrare gli altri.
Certe espressioni che normalmente usiamo nel nostro linguaggio quotidiano rivolto ad altre persone devono scomparire dalla bocca e soprattutto dal cuore e dalla mente di ogni autentico cristiano.
Gesù, poi, affronta il tema del perdono e della riconciliazione. Ci ricorda infatti come comportarci in caso di conflitti con persone, soprattutto se frequentanti lo stesso ambiente di culto e litugico: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!”.
Gesù chiede quindi un comportamento che riconcili le parti e non alimenti una diatriba per anni ed anni, come spesso capita nei vari tribunali e nella varie situazioni sociali, politiche, economiche, legislative e penali.
Arrivare ad un accordo tra le parti in conflitto è sempre un passo di riconciliazione, anche se spesso gli accordi firmati sono peggiori degli stessi disaccordi. Basta vedere ciò che nella storia dell’umanità è capitato dopo i vari conflitti locali e mondiali.
Dietro a tutto questo ragionamento di Gesù c’è un messaggio chiaro e preciso che è sottolineato dalle sue stesse parole, citate all’inizio di questo brano evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Un monito esplicito alla conversione, al potenziamento della nostra fede, a vivere la carità e l’amore nella pienezza di un cuore segnato dalla passione e risurrezione di nostro Signore.
Su questo stesso tono si articola la prima lettura, tratta al libro del Siràcide: osservanza della legge di Dio, ma anche libertà di agire per il bene o per il male, per la vita o per la morte. Al Signore nulla è ignoto, ma tutto è noto, ma di tutti, anche di coloro che non credono. “I suoi occhi, infatti, sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Se sbagliamo e pecchiamo è solo ed esclusiva responsabilità personale e soggettiva. Non possiamo attribuire i nostri errori e sbagli sempre agli altri, scaricandoci delle nostre responsabilità e non assumendoci quelle decisioni che portano a fare il bene. E allora, come ci ricorda San Paolo Apostolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, si tratta si essere sapienti e di sviluppare una conoscenza dell’io e di Dio, che ci porti a non sbagliare nella vita, ad essere fedeli e coerenti alla nostra scelta di fede, fino all’ultimo momento del nostro vivere sulla terra. Bisogna sviluppare quella umiltà della mente e del cuore che ci porti ad agire con fedeltà e coerenza nel confronti della nostra scelta di fede, effettuata liberamente e consapevolmente.
L’orgoglio e il dominio non promuovono, ma distruggono l’essere umano, lo mettono in una condizione di fragilità esistenziale, che a nulla vale ogni parola ed ogni consiglio, se il cuore è chiuso a Dio e non si apre con umiltà a quanto Egli ci comunica in ogni circostanza, lieta o triste della nostra vita. Lui c’è sempre e sempre ci sarà per tutta l’umanità che vuole camminare verso l’eternità.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO 2020 – RIFLESSIONE DI P.RUNGI E PREGHIERA

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

 Domenica 2 febbraio 2020

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia davanti a Dio 

Commento di padre Antonio Rungi

Questa prima domenica di febbraio 2020, quarta del tempo ordinario coincide con la solennità della Presentazione del Signore. Oggi, poi, si celebra anche la XXIV giornata per la vita consacrata. Due motivi, quindi, per riflettere, pregare, trasmettere la parola di Dio e sollecitare una risposta vocazionale a servizio della Chiesa negli istituiti maschili e femminili e nell’Ordo Virginum. A descriverci questo momento importantissimo della vita del Bambino Gesù è san Luca nel Vangelo di questa domenica che costituisce la base della nostra riflessione e il testo biblico di riferimento per capire questa festa, che si aggancia al Natale.

La celebrazione eucaristica è, infatti, preceduta dalla benedizione delle candele e dalla processione. Il sacerdote ricorda all’inizio del rito che da Natale “sono passati quaranta giorni. Anche oggi la Chiesa è in festa, celebrando il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù al tempio. Con quel rito – ci viene ricordato – che il Signore si assoggettava alle prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede. Si fa poi riferimento ai personaggi coinvolti in questo rito. Infatti, “guidati dallo Spirito Santo, vennero nel tempio i santi vegliardi Simeone e Anna; illuminati dallo stesso Spirito riconobbero il Signore e pieni di gioia gli resero testimonianza”. Rivivendo la stessa esperienza dei santi Simeone e Anna, “anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”. Dopo questa monizione segue la benedizione delle candele, per cui questo giorno passa, da sempre, come la “Candelora”, con tanti significati e detti popolari che essa porta in se.

Ma ritornando al testo del Vangelo è bene evidenziare, anche all’indomani della domenica della Parola di Dio, che abbiamo celebrato tutti la scorsa settimana, concentrarsi su quanto Luca scrive: “Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”. Maria e Giuseppe sono due genitori attenti ed osservanti della legge mosaica e portano Gesù al Tempio di Gerusalemme per consacrarlo al Signore. Dio che si consacra a se stesso. Bella questa immagine di Gesù Bambino che viene portata da Maria e Giuseppe per essere consacrato: il consacrato e il consacrante coincidono perfettamente nella seconda persona della Santissima Trinità, Gesù Figlio di Dio, l’Unto del Padre ed inviato nel mondo per la salvezza del genere umano.

Cosa succede in quel solenne ingresso nel Tempio? Una cosa mai verificatasi prima: “A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio”. Ecco il grande dono che ricevere questo uomo giusto e pio, Simeone, di prendere tra le braccia Gesù. Un desiderio che aspettava da una vita e che in quel momento si realizza pienamente.Il Messa, il Salvatore e lì, sta tra le sue braccia, un tenero bambino, in braccio ad un anziano sacerdote che officiava nel tempio. Quello che esce dal cuore e dalle labbra di questo santo vegliardo, Luca ce lo riporta integralmente, nella celebre preghiera del “Nunc dimittis”, che Simeone alzando gli occhi e il Bambino al cielo pronuncia con l’impeto del cuore, colmo di gioia e pronto al passaggio all’eternità: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

La scena della presentazione del Signore non si esaurisce qui, va a spaziare oltre i confini di quel momento e si proietta già nel futuro di quel Bambino che il profeta Simeone indica come Salvatore. Simeone benedisse i genitori di Gesù e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». La spada di cui parla Simeone è la croce di Cristo, la sofferenza di quel Bambino che una madre dovrà accettare con lo stesso “si” detto a Dio nel momento dell’incarnazione di Gesù, nel suo grembo verginale per opera dello Spirito Santo. La croce si apre davanti agli occhi di Maria, attraverso quelle parole che vanno direttamente al cuore di una mamma. Gioia e dolore camminano sempre insieme nella vita di ogni credente a partire da Gesù, per interessare la sua mamma ed arrivare fino a noi poveri esseri mortali.

Il terzo atto di questo meraviglioso scorcio di paradiso in terra, è la narrazione che Luca fa della presenza della profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Una donna avanti negli anni, aveva 84 anni, ed aveva vissuto con il marito appena sette anni dopo il suo matrimonio, ma era poi rimasta vedova. Rimasta vedova e probabilmente senza figli, viveva praticamente nel Tempio, da cui non si allontanava mai, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Donna di preghiera e di servizio liturgico viene anche lei premiata, in quanto ha la possibilità di partecipare al rito della presentazione di Gesù Bambino. “Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Il saluto finale avviene con un altro atto di amore verso Gesù e verso quanti lo attendevano nel loro cuore. Maria e Giuseppe, insieme al Bambino, “quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret”. Da quel momento in poi sappiamo solo dal testo del Vangelo di Luca che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia è il messaggio finale che arriva a tutti i cristiani da questa celebrazione annuale e che riguarda in modo speciale i consacrati, i religiosi, le religiose e tutti i consacrati al mondo che, a vario titolo e con modalità diverse si sono votati totalmente a Dio, mediante la scelta dei consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza.

E proprio per i consacrati si addice quanto viene riportato oggi nei testi biblici di questa festa, a partire dalla prima lettura, tratta dal libro del profeta Malachìa, nel quale leggiamo parole di attesa e speranza, senza uguali, riferite alla venuta del Messia: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”.

I religiosi sono gli inviati speciali nella chiesa e nel mondo per portare la parola del Vangelo in ogni angolo della terra. Una parola che è prima di tutto umanizzazione e affermazione della dignità della persona umana.

Non c’è vero annuncio e testimonianza evangelica se non quando cresce la promozione e la dignità di ogni persona umana, da bambino, appena concepito nel grembo di ogni mamma, fino all’ultimo istante dalla sua esistenza naturale.

La venuta di Cristo sulla terra è proprio quel fuoco del fonditore e la lisciva dei lavandai che serviranno per fondere e purificare tutta l’umanità a partire dai figli di Levi, cioè da coloro che si ritengono più giusti, saggi e santi davanti a Dio agli altri, come il fariseo al Tempio.

La vera conversione si deve attuare proprio in coloro che pensano di essere santi e giusti, come potrebbe ritenersi, in modo errato, ogni consacrato, solo perché ha emesso i voti o porta un abito religioso, quando lo si indossa.

Tutti siamo invitati a confrontarsi con la vita, la missione e l’opera di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ricorda la Lettera agli Ebrei, che per esclusivi motivi di umiltà e di redenzione “doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Gesù Crocifisso, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

A Lui, modello di vita di ogni consacrazione, si devono ispirare i cristiani e in particolare i religiosi.

Ecco perché è giusto che in questo giorno speciale tutti i consacrati possano elevare a Dio questa preghiera dal titolo: “Gesù ti dono tutto me stesso”. 

Gesù, che ci hai chiamati a seguirti sulla via stretta dei consigli evangelici, in questa annuale giornata della vita consacrata, rinnoviamo il dono di noi stessi a Te che ci hai chiamati e ci hai sostenuti, portandoci dove volevi e vuoi Tu. 

Ti siamo grati e riconoscenti per dono della vocazione e per il tuo sguardo d’amore e di benevolenza che hai posato sulle nostre persone, fin dal grembo delle nostre madri, quando per Te già chiara era la nostra strada. 

A distanza di tanti anni che abbiamo vissuto e viviamo alla tua sequela, non sappiamo dirti altro che grazie, per tutti i benefici che ci hai elargito, senza nostro merito, ma con tanti difetti e debolezze personali. 

Continua, Gesù, a sostenerci nel cammino della nostra vocazione alla vita consacrata e non permettere che nessun avvenimento del mondo, della chiesa e del nostro tempo, turbi la nostra esistenza. 

In questo giorno di ringraziamento per quanti hanno scelto di seguirti sulla vita di piena consacrazione a Te, rinnoviamo il nostro proposito, i nostri impegni e i nostri voti di povertà, castità ed obbedienza, considerandoli come vie maestre per amare Te, prima e sopra tutte le cose di questa terra e in Te, Gesù, amare ogni fratello e sorella, a partire da chi ci hai posto acconto come compagni di viaggio per raggiungere la perfetta carità e la santità. 

Maria, Madre nostra e Modello di totale consacrazione a Dio, prendici per mano e accostaci al tuo cuore di Mamma.

Facci ascoltare il battito del cuore di Gesù, tuo Figlio amatissimo, pieno di amore e di dolore, come l’ascoltò il discepolo prediletto nell’ultima cena. Amen.

EPIFANIA 2020 – LA RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI

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EPIFANIA DEL SIGNORE

Lunedì 6 gennaio 2020


Gesù Bambino, manifestazione dell’amore di Dio a tutta l’umanità

Commento di padre Antonio Rungi

Sappiamo benissimo cosa significhi Epifania, ma non sempre ne comprendiamo la portata spirituale che essa racchiude per ogni cristiano. Essa è la manifestazione di un Dio Bambino che si fa piccolo per amore e donarci amore.

Gesù Bambino è, infatti, questa piena e totale manifestazione di Dio amore a tutta l’umanità.

La venuta dei Re Magi dal lontano Oriente fino alla grotta di Betlemme non è una fantasia e un aneddoto dei vangeli sinottici per farci credere per forza che un Salvatore che è venuto in mezzo a noi 2020 anni fa, ma è il racconto storico e soteriologico, cioè relativo alla salvezza del genere umano, che viene fissato nei testi sacri, per quanti hanno fede e come i Re Magi desiderano incontrare la vera luce per la mente di ogni persona onesta intellettualmente.

Il racconto dettagliato di questo avvenimento ci aiuta a comprende meglio il senso biblico dell’Epifania.

“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Gesù è indicato dagli stessi scienziati come una stella nell’universo che orienta e guida il loro cammino, proprio partendo dal lontano Oriente.

Ed essi si fecero guidare da questa “Stella”. Ma per avere la certezza si consultarono con il re del posto, il sanguinario Re Erode.

Cosa successe a questa notizia vera giunta al Re e a Gerusalemme? Il re Erode restò turbato e con lui tutta la città”. Dal turbamento all’intervento immediato per arginare l’usurpatore.

E cosa fa? Erode riunisce tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, e si informò da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”.

La cosa era nota presso gli israeliti, in quanto i profeti ne avevano parlato da tempo. Essi allora gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” che nel caso specifico è Michea.

La paura del perdere il potere, fa scattare l’ingegno e lo stratagemma per venire a sapere la verità.

“Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Falso e menzognero come tutti quelli che sono attaccati al potere ed hanno paura di perderlo.

Erode era esattamente questo e rappresenta in quella circostanza tutti gli esseri umani attaccati alla poltrona e per garantirsi questa condizione usano bugie e falsità per di restare ai loro posti.

Lui non voleva affatto andare ad adorare il suo rivale e contendente al trono di Israele, la sua idea la manifesterà di lì a poco, quando farà uccidere tutti i bambini al di sotto di due anni, compiendo una delle stragi più terribili dell’umanità, quella dei bambini innocenti.

I magi lo ascoltarono e partirono. “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino”, esattamente a Betlemme in questa povera grotta dove era nato il Redentor.

Chissà quale impressione ebbero a vedere questo bambino: delusione, rabbia, sconcerto? Niente di tutto questo. I testi del vangelo ci raccontano che “al vedere la stella, provarono una gioia grandissima”. D’altra parte, chi incontra Gesù assapora la vera gioia in questa vita e per sempre.

Per cui, una volta “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

Il gesto di adorazione indica tutto quello che capirono immediatamente quei tre saggi giunti da lontano per andare ad onorare un bambino appena nato e per di più in una stalla.

Ma la bellezza e l’eccezionalità di questo evento fece capire ai Re Magi da che parte dovevano stare e quale strada nuova iniziare a percorrere. Infatti, “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

La via della ragione e del potere fa spazio alla via della fede e del servizio umile e disinteressato alla verità.

Bellissima questa testimonianza dei Re Magi che ancora oggi catturano la nostra fantasia, ma soprattutto il nostro intelletto e in nostro cuore, davanti all’immagine di un Dio che si fa bambino e si abbassa alla nostra condizione di esseri umani, degni di ogni attenzione ed amore da parte di un Dio che è amore e si manifesta con amore e per amore.

Per comprendere a pieno questo grande mistero della fede ci viene in aiuto la lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini, seconda lettura di questa solennità, nella quale leggiamo che questo mistero “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni”, ma “ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito”

Qual è questo mistero? “Che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. In poche parole, è il mistero della salvezza del genere umano che Cristo viene a portare a compimento con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. L’Epifania è Pasqua in fieri, in divenire, anzi è l’inizio del cammino pasquale che Cristo completerà sul Golgota, con la sua morte, risurrezione ed ascensione al cielo.

Di fronte a questo mistero quale deve essere il nostro atteggiamento?

E’ quello che il profeta Isaia ci dice di attuare ogni giorno della nostra vita, soprattutto nei momenti di paura, angoscia, solitudine, malattia ed ogni forma di oppressione della coscienza che può metterci in crisi davanti a Dio: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”.

La festa della luce per tutti inizia da quella grotta fredda, oscura, umida di Betlemme, che cambia aspetto e prospettiva con la venuta sulla terra del Redentore.

La festa è quindi alzare la testa e gli occhi per guardare in alto e intorno: “tutti si sono radunati intorno ad un Bambino appena nato e vengono da Lui, perché Lui è l’atteso Messia e Salvatore. Vengono da vicino, come i pastori, e da lontano come i Re Magi. Tutti vengono per ringraziare Dio per tutto l’amore che ha manifestato a noi.

Oro, incenso e mirra, doni di noi mortali al Re immortale ed eterno non sono altro che la conferma di questa regalità e signoria di Dio sul creato e su tutte le creature, che Lui ha redento con il suo sangue prezioso, versato sulla croce per noi.

Pasqua Epifania, come viene detta la solennità odierna riporta al centro della nostra fede Gesù Bambino, Figlio di Dio, Verbo incarnato che salirà il Calvario e completare l’opera della salvezza del genere umano. Grazie Gesù Bambino, grazie Gesù Crocifisso, grazie Gesù Risorto e asceso al cielo, da dove discendesti per farti carne nel grembo verginale di Maria Santissima, tua e nostra celeste madre d’amore.

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2019

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Domenica 7 aprile 2019

Il perdono che spinge ad operare per non più peccare.

Commento di padre Antonio Rungi
La liturgia di questa quinta domenica di Quaresima si colloca all’interno di un sincero cammino di conversione, rinnovamento e ripresa spirituale e morale. Siamo prossimi alla Pasqua e il Signore ci viene incontro facendoci capire chi realmente siamo e come dobbiamo comportarci con noi stessi e con gli altri. Con noi stessi dobbiamo essere severi e consapevoli delle nostre debolezze e dei nostri peccati, verso gli altri dobbiamo usare misericordia e comprensione, senza legittimare ed appoggiare il male, ma semplicemente capire e perdonare, perché come ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, nessuno può ritenersi giusto e farsi passare per giusto, quando il realtà siamo tutti peccatori e bisogni del perdono di Dio. La donna colta in flagrante adulterio e che viene portata davanti a Gesù, per vedere cosa pensasse in merito ad una legge precisa che Mosè aveva inserito nelle norme di comportamento morale e sociale è un’occasione per fare lezione di perdono e di autocoscienza dei propri errori, propri nei confronti di chi pensava di essere più giusto e più perfetto della donna che aveva peccato di certo. Quelle espressioni di Gesù sono un macigno sulle coscienze di tutti: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Dove sono i santi, dove sono coloro che si pensano migliori e più perfetti degli altri. Non ci sono vanno via, perché tutti siamo peccatori e come tali abbiamo bisogno proprio di Gesù che getta nel mare della sua infinità misericordia tutti i nostri peccati. Quel dito puntato a terra sulla sabbia e che scrive, non si sa cosa abbia scritto, ci aiuta ad entrate nella indecifrabile nostro modo di vivere e di agire, che Gesù cerca di far capire a quanti stanno lì per lì a condannare alla lapidazione una donna peccatrice, come gli uomini fossero dei santi. Alla stregua della donna in peccato lo sono anche chi spinge al peccato e si fa correo dello stesso peccato dell’altro. La donna per essere peccatrice ha dovuto incontrare un uomo altrettanto o se non peggio peccatore come lei. E allora perché condannare solo e soltanto la donna alla lapidazione? A limite entrambi. Invece la cultura di allora e di sempre condanna la donna e mai l’uomo, almeno in ambito sessuale, dove quasi sia legittimato l’abuso, la violenza carnale o il desiderio smodato di piaceri che contrastano con la morale e l’etica cristiana.

La donna peccatrice ci richiama al peccato di ognuno di noi, perché nessuno è senza colpa. Gesù cerca di inculcare il concetto di misericordia e di perdono e non quello della condanna del giudizio o peggio quello di ritenersi più perfetti e santi degli altri. E’ tempo di convertici alla misericordia e al perdono e non al giudizio facile di condanna che circola in tutti gli ambienti, a partire da quell’ambiente religioso e cristiano che dovrebbe dare esempio di santità, ma con ci riesce.

La tristezza e il peso dei nostri peccati potrebbe bloccarci nel cammino verso la santità e la purificazione. Dobbiamo riappropriarci della speranza, della gioia di vivere, nonostante le nostre debolezze del passato o del presente. Ecco perciò che il profeta Isaia parlando ai suoi correligiosi e connazionali, in una situazione di esilio, raccomanda di «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Dio ci è sempre vicino e ci aiuta nel cammino di purificazione e di riscatto della persona dignità e libertà insieme a quello dell’intero popolo di Dio, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi tratto dal profeta Isaia. Il grande uomo di Dio vede un futuro roseo e di speranza per Israele esiliato in Babilonia e il ritorno alla patria è rivisto alla luce di quel primo grande esodo dall’Egitto alla Terra Promessa. Tutta la sofferenza bisogna metterla alle spalle, perché chi ci fa rimpiangere il passato, le cipolle dell’Egitto, è il Diavolo, che ci offusca la mente nel vedere le costanti possibilità per ognuno di uscire dalla miseria del peccato e da ogni schiavitù umana.

Non a caso san Paolo nel bellissimo testo della seconda lettura di questa domenica, tratta la celebre lettera ai Filippesi, scrive parole stupende circa la sua nuova condizione di apostolo di Cristo e non più persecutore della religione nuova, incentrata sull’amore, che Gesù aveva iniziato a diffondere e che aveva trovato forte opposizione in Israele: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Ciò che non è Cristo e non porta a Cristo è davvero qualcosa da buttare vita, nella spazzatura, magari facendo un’opera di selezione di ciò che è più urgente e immediato da buttare via analizzando attentamente la nostra vita. Fare la differenziata anche per la nostra anima; via subito i peccati gravi e mortali e poi all’opera per raggiungere la perfezione, ma facile da perseguire in considerazione delle tante miserie umane. Perciò la santità è un lento difficile cammino che si può raggiungere mettendo ogni sforzo per farlo e farlo bene: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”. E come l’Apostolo delle Genti dobbiamo sapere questo: dimenticando ciò che ci sta alle spalle e protesi verso ciò che ci sta di fronte, corriamo insieme e felici verso la mèta, verso quel premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Quale migliore corsa dobbiamo fare per essere felici qui in terra e soprattutto eternamente in cielo e diciamo con fede: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Amen.

Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

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Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

di Antonio Rungi

Si svolgeranno domani mattina, mercoledì 27 marzo, alle ore 10.00, nella Basilica Pontifica di Sant’Alfonso dei Liguori, in Pagani (Sa), i solenni funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca e religioso redentorista. A presiedere il rito sarà l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, presidente della Conferenza episcopale campana. Parteciperanno tutti i vescovi della Campania.

La salma del Vescovo da Teggiano arriverà a Pagani, alle ore 11,30 di oggi martedì 26 marzo, e nella Congrega del Collegio  sarà allestita la camera ardente.

A dare la notizia della morte varie diocesi. In primo luogo, quella di Sessa Aurunca, di cui era stato vescovo. Infatti, in una nota S.E. Mons. Orazio Francesco Piazza, Vescovo di Sessa Aurunca, i presbiteri, diaconi, religiosi, religiose e seminaristi oltre che profondamente addolorati per la perdita del vescovo emerito “si uniscono nella preghiera alla famiglia redentorista e alla famiglia Napoletano per l’operato di un pastore mite, instancabile e premuroso”.

Stesso motivo di dolore anche per la numerosa comunità diocesana di Teggiano-Policastro, dove monsignor Napoletano era impegnato, vicino al vescovo della Diocesi, monsignor Antonio De Luca, suo confratello redentorista, nella quale dal 2013 si era ritirato, dando un contributo notevole nell’attività missionaria della Chiesa locale, tipica dei Redentoristi.

In merito al grave lutto, anche «Il Vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Giuseppe Giudice, in comunione con il Presbiterio e la Chiesa diocesana affida a Gesù Buon Pastore l’anima eletta di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Antonio Napoletano e chiede a tutti la preghiera per il Servo buono e fedele che con generosità, emulo di Sant’Alfonso Maria de Liguori, ha amato e servito la Chiesa negli anni del suo lungo ministero».

Nel ricordare la sua figura, il suo segretario personale, per tutto il periodo del suo episcopato a Sessa Aurunca, unica diocesi di cui è stato pastore, don Giampiero Franzi scrive: “Sulle orme di Gesù buon pastore e redentore, per annunciare a tutti il suo vangelo”. Così può essere sintetizzato il programma e il cammino sacerdotale ed episcopale vissuto da monsignor Antonio Napoletano, prima come missionario redentorista e poi come vescovo della diocesi di Sessa Aurunca. Abituato a lavorare in silenzio e umiltà; uomo prudente, dal cuore sensibile e sincero, dalla profondità dei pensieri, Padre Antonio è stato tutto appassionato per la persona viva di Cristo e per la realtà concreta della sua Chiesa. Nella sua azione magisteriale, pastorale e amministrativa, si è lasciato guidare dalla Parola di Dio, dal Concilio Vaticano II e dal Catechismo della chiesa cattolica. Mons. Napoletano, servitore integerrimo, uomo di forte spessore intellettuale e di attenta riflessione, nel solco luminoso dei predecessori, ha costantemente avuto a cuore la centralità del mistero di Cristo nella vita della chiesa, la formazione permanente e la fraternità del clero e la comunione del popolo di Dio (con particolare attenzione agli ammalati e bisognosi). Il patrimonio del suo pensiero e del suo cuore traspare dalle sue parole e dai suoi molti scritti. Interessanti le sue numerose lettere pastorali, pubblicazioni, articoli su Avvenire, su Riviste specializzate. La specificità del suo compito e del suo stile di vita è stata “l’educazione alla vita buona del vangelo”: la fede cioè deve diventare un patrimonio interiorizzato della coscienza e trasformare la vita. Con costanza, sobrietà e zelo, certo che il cattolicesimo non può essere confinato nella ripetitiva e asettica applicazione di precetti e regole, ha educato e invogliato tutti a non rimanere prigionieri del passato per diventare cristiani più credenti e testimoni più credibili. Granitica guida spirituale, ha dato fiducia, ha incoraggiato, ha ascoltato e a ha sostenuto chiunque aveva desiderio e volontà di compiere il bene e cooperare alla costruzione del Regno”.

Monsignor Antonio era nato Nocera Inferiore l’8 Giugno 1937, era entrato giovanissimo tra i Padri Redentoristi. Completati gli studi filosofici e teologici fu ordinato presbitero il 19 marzo 1961.

Nella Congregazione dei Redentoristi ha ricoperto vari incarichi, tra cui quello di Superiore Provinciale, di Docente, di Rettore del Santuario di San Gerardo Majella, a Martedomini.

Conosciuto e stimato per il suo impegno culturale, educativo e missionario fu letto alla sede vescovile di Sessa Aurunca il 19 novembre 1994, da Giovanni Paolo II,  e fu ordinato vescovo il 6 gennaio 1995.

Ha guidato la diocesi di Sessa Aurunca per circa un ventennio, lasciandola per raggiunti limiti di età nel 2013.

Monsignor Napoletano non mancava mai di citare un motto polacco, molto caro a Giovanni Paolo II, che dice “Chi vive tra i giovani, diventa giovane”, e la chiesa di Sessa  Aurunca era per lui una chiesa fatta da giovani.

“Monsignor Napoletano, era un missionario nello spirito –ricorda padre Antonio Rungi, direttore dell’Ufficio Comunicazione della Diocesi di Sessa Aurunca e Direttore della Pastorale del Turismo, sport e spettacolo della stessa diocesi – ma soprattutto nell’azione pastorale, forte dell’esempio del fondatore dei Redentoristi, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, per il quale organizzò un importante convegno in occasione del terzo centenario della nascita, nel 1996 del grande santo napoletano e vescovo di Sant’Agata dei Goti, al quale era profondamente legato come suo maestro e guida spirituale e pastorale nel suo lungo servizio alla Chiesa e alla Congregazione del Santissimo Redentore.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI – COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 18 MARZO 2018

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 18 marzo 2018

 

Vogliamo vedere Gesù per seguirlo sulla via della croce

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il desiderio di ogni essere umano e soprattutto credente è quello di vedere Dio, di contemplarlo fin da questo mondo. Questo grande desiderio di vedere Gesù, il Figlio di Dio, è espresso da alcuni Greci, nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni. Greci che erano saliti per il culto durante la festa. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

 

La curiosità è grande, di fronte anche alle persone umane conosciute e famose, come Gesù. Cosa successe dietro questo bisogno di carattere umano, e non certamente spirituale, è detto nel brano. Allora “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”.

I due apostoli si fanno, così intermediari tra la gente e Gesù. Gesù invece di dare ordine che questo avvenisse subito, fa un discorso agli apostoli impegnativo, in cui annuncia loro l’imminente sua passione e morte in Croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

 

La similitudine del seme di grano che muore e dà il frutto sperato, è una chiara lezione, a quanti vogliono conoscere e vedere Gesù, di fare esperienza autentica di abbassamento, di annichilamento e di umiltà. Infatti, Gesù dà un ottimo insegnamento a chi lo sta ascoltando in quel momento, e cioè di come rapportarsi alla vita e alla sua persona: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

 

Ed aggiunge in merito al tipo di sequela che è richiesta per mettersi sulle sue tracce: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”.

Ma Gesù rivela anche il suo stato d’animo in quel momento difficile della propria vita ed evidenzia con grande sensibilità umana e spirituale: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Gesù riafferma la sua missione salvifica e ripresenta il motivo della venuta tra gli uomini, quello appunto della Redenzione del genere umano. A conferma di quanto Egli sta affermando nell’assoluta verità di Figlio di Dio “venne una voce dal cielo, che diceva: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

 

Una nuova teofania di Gesù Figlio di Dio. Certamente qualcuno dei presenti è distratto da altri pensieri, che non erano quelli di Cristo e né tantomeno attinenti ad un atto di fede- Qualcuno dei presenti “diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Alla fine interviene Gesù stesso per fare chiarezza ed indicare la giusta interpretazione della voce ascoltata: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Parla chiaramente della lotta tra il bene e il male, tra Dio e Satana. Il principe di questo mondo non era e non è altro che il Demonio.

In questa lotta c’è Dio che vince con il segno della Croce, con la morte in Croce del suo Figlio. Infatti Gesù dice: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Gesù diventa dalla croce il polo di attrazione per tutti, verso il bene e la salvezza umana ed eterna.

Satana sarà sconfitto con la croce e la risurrezione di Cristo. Questo grande mistero della fede è spiegato attraverso il sintetico testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla Lettera agli Ebrei.

Infatti, il testo ci riporta ai giorni della Passione e Morte in Croce di nostro Signore, il quale nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Gesù è ascoltato dal Padre, perché come Figlio di Dio, “imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Nell’offrire la sua vita, nella totale obbedienza al Padre, Egli riconcilia l’umanità con il Creatore. Sulla Croce viene stipulata la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Cristo per la salvezza del mondo.

Alleanza temporanea e preparatoria alla venuta del Salvatore, di cui ci parla il testo del profeta Geremia, dell’Antico Testamento, nella prima lettura di questa quinta domenica di Quaresima.

“Ecco, verranno giorni nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri”. Si tratterà si un’alleanza fondata sull’amore, sul perdono, sul cuore, sulla generosità di Dio verso di noi e sul dono della vita del Figlio di Dio per l’umanità: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un perché tutti conosceranno l’amore di Dio che ci ha salvato, dal più piccolo al più grande. Un amore che avrà un nome certo: perdono, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.

 

Questa è la Pasqua che Cristo viene a celebrare, ed è la Pasqua in cui il vedere Gesù è soprattutto accarezzare il suo cuore mite ed umile che ama e perdona, perché si fa piccolo seme, che muore, per risorgere e ridare a noi la grazia e la vita oltre la vita.

 

Con il cuore pieno di gioia e di gratitudine a Dio ci rivolgiamo a Lui con queste parole di speranza: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.

E a Gesù sulla Croce chiediamo di insegnarci ad amare e a perdonare, con questa umile preghiera rivolta a Lui:

Signore, insegnaci ad amare come tu ci hai amati fino a dare la tua vita per noi sul patibolo della croce.

 

Signore, insegnaci ad amare come tu hai fatto nel corso della tua vita terrena, andando incontro alle sofferenze dei tanti fratelli e sorelle che si rivolgevano a Te, nella certezza di essere esauditi nel momento del bisogno o della normalità.

Signore, insegnaci ad amare fino a perdonare senza limiti i nostri nemici, a quanti ci hanno fatto del male, pensando di fare del bene e giustificandosi dietro false verità.

Signore, insegnaci a guardare in faccia la vita, senza timore di patire, soffrire e morire, perché la croce, portata nel tuo nome, il soffrire seguendoti sulla via del calvario, e il morire donando la propria vita per gli altri, rende gioiosa la nostra esistenza e ci predispone ad incontrare Te che sei l’Amore eterno, in perfetta comunione con il Padre e lo Spirito Santo, Amen.

P.RUNGI.COMMENTO ALLA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 11 MARZO 2018

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO B)
Domenica 11 marzo 2018

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente.

Commento di padre Antonio Rungi

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente. E’ questo in sintesi il messaggio che ci arriva dalla parola di Dio della quarta domenica di Quaresima, chiamata “Laetare”, cioè della gioia, della letizia.

Dove troviamo, noi cristiani questa gioia vera, sempre ed in termini assoluti? Leggendo i testi della Sacra Scrittura di questa domenica, questa gioia la possiamo sperimentare, prima di tutto, nella misericordia di Dio nei confronti dell’umanità.

La prima lettura di oggi, tratta dal libro delle Cronache ci riporta al tempo dell’esilio babilonese del popolo d’Israele e del suo susseguente tempo della liberazione e del ritorno in patria. Le cause di questa triste esperienza, sono individuate nel fatto che “tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme”.

Per richiamare il popolo sulla retta via ed un comportamento consono alla legge di Dio, “il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”.

Cosa successe? Invece di accogliere i messaggeri di Dio e di cambiare vita, essi si beffarono di loro, “disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Le conseguenze furono disastrose per Israele. Infatti “[i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi”. La gente scampata alla spada fu portata in esilio in Babilonia.

La liberazione da questa schiavitù avvenne per opera di Dio che suscitò il Re persiano, Ciro, i quale emanò questo editto: «Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”». La gioia del ritorno in patria viene così a realizzarsi per intervento divino ed Israele ritorna, anche questa volta, a casa.

L’altro motivo di gioia ci è ricordato dall’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, ed è la grazia della fede che ci è stata donata e che dobbiamo alimentare. Non tutti sanno apprezzare questo dono e questa gioia che ci portiamo nel profondo del nostro cuore e del nostro essere salvati in Cristo. Per grazia infatti siamo stati salvati “mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.

Il terzo motivo della nostra gioia cristiana è messo alla nostra attenzione e valutazione spirituale dal brano del Vangelo di Giovanni di questa quarta domenica di Quaresima ed è il Cristo Crocifisso, il Cristo innalzato sulla Croce per noi, richiamando alla nostra mente ciò che avvenne nell’Esodo, quando Mosè innalzò il serpente nel deserto e gli israeliti in cammino verso la Terra promessa furono salvati. Infatti, il morso dei serpenti velenosi, che si annidavano tra le pietraie, era stata una delle tante insidie durante la marcia di Israele nel deserto del Sinai. Il racconto del libro dei Numeri (21,4-9) ha come sbocco l’“innalzamento” di un serpente di bronzo da parte di Mosè, quasi come una sorta di antidoto e di ex voto. Il racconto biblico sottolinea che la liberazione dalla morte per avvelenamento avveniva solo se si “guardava” il serpente innalzato, cioè se si aveva uno sguardo di fede nei confronti di quel “simbolo di salvezza”, come lo definisce il libro della Sapienza. Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, di cui ci occupiamo oggi, nel brano giovanneo, stabilisce un parallelo tra quel segno di salvezza e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè sé stesso crocifisso.

La nostra gioia piena sta nel fatto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Qui c’è la certezza non del pena, ma della salvezza per tutti, a patto che, ogni persona che si incammina sulla via del Cristo, poi agisca di conseguenza, accogliendo la luce ed allontanandosi dalle tenebre, facendo il bene e distaccandosi da ogni struttura di peccato: “Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Una verità assoluta emerge da tutta la parola di Dio di questo giorno di festa e di gioia che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

La fede in Dio ci spinge ad agire per il bene e alla fine il bene viene fuori in ogni circostanza, se accolgono Cristo, vera luce del mondo, vera luce della mente e del cuore di ogni buono che buono, che non conosce la malvagità. Mi piace concludere questa riflessione con una bellissima preghiera del prossimo Santo, Papa Paolo VI, che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita:

Signore, ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, e ancora di più che facendomi cristiano, mi hai generato e destinato alla pienezza della vita.

Tutto è dono, tutto è grazia. Come è bello il panorama attraverso il quale passiamo; troppo bello, tanto che ci lasciamo attrarre e incantare, mentre deve apparire segno e invito.

Questa vita mortale, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, è un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria.

Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, tu ce lo hai rivelato, sta l’Amore.

Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre. Amen

Padre Rungi commenta la parola di Dio della II Domenica di Quaresima 2018

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)
Domenica 25 febbraio 2018

Contemplativi del monte Tabor

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo quaresimale ci invita a salire con Cristo sul monte Tabor per contemplare la sua gloria. Siamo invitati a fare la stessa esperienza di fede dei tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, frequentemente insieme a Gesù nei momenti più forti e significativi della sua vita.

Anche noi possiamo, anzi dobbiamo sperimentare la stessa gioia di vedere Cristo trasfigurato nella sua gloria che parla a noi attraverso i testi sacri e i profeti e viene a confermarci che Egli è il Figlio unigenito del Padre, l’amato che va ascoltato, seguito ed imitato.

E il cammino di Cristo come di ogni discepolo vero del divino maestro si fa duro e sofferto, in quanto si tratta di scendere dal monte della gloria e della gioia per calarsi nella valle di lagrime e da qui salire un’altra montagna, quella del Calvario, dove Cristo si offre al Padre per la nostra salvezza.

Ecco perché Gesù raccomanda ai tre discepoli che hanno toccato con le loro mani il cielo di Dio, il santo paradiso, di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo la risurrezione di Cristo dai morti.

Il segreto viene mantenuto dai tre. Rispettano la parola data al maestro e il patto sancito, tacitamente, tra loro e Gesù, ma rimangono nel forte dubbio circa l’ultima comunicazione fatta loro dal Maestro, al punto tale che si chiedevano cosa volesse significare risorgere dai morti.

Espressioni mai sentite dire, tantomeno verificate nella storia dell’umanità. Mai nessuno era risorto dai morti e tutti erano certi di morire una volta per sempre.

Il tema della risurrezione dai morti ritorna al centro dell’insegnamento di Gesù proprio in prossimità della sua morte in croce.

Il dubbio si azzererà nel giorno di Pasqua, quando Pietro, Giovanni e Giacomo seppero della risurrezione di Cristo e i primi due corsero al sepolcro per andare a verificare l’attendibilità della notizia portata dalle donne.

Inizia, così, anche per i tre, il cammino di avvicinamento a Cristo, morto e risorto, la cui anticipazione è data nella trasfigurazione.

La prima lettura di oggi è strettamente collegata al Vangelo. Qui entra in gioco  Dio Padre, nella figura di Abramo e Dio Figlio, nella figura di Isacco.

Il testo del libro della Genesi ci porta sul monte Moria, dove Abramo in obbedienza alla voce di Dio, sta per offrire, prima uccidendolo con un coltello e poi bruciandolo vivo sull’altare, già preparato per l’olocausto, il suo unico figlio Isacco. Cosa successe su quel monte del dolore e della morte, divenuto poi, per intervento di Dio, il monte della vita e della gioia, è descritto nel brano che ascolteremo, come lettura iniziale della parola di Dio di questa domenica:

<<L’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

 

Isacco non venne più sacrificato, Gesù invece viene sacrificato sul monte Calvario e il suo sacrificio sancisce il patto della nuova ed eterna alleanza nel suo sangue. Tuttavia, con Abramo inizia quella storia di amore, di promesse mantenute da Dio e disattese spesso dall’uomo. Dio lo colmerà di benedizioni il patriarca e renderà molto numerosa la sua discendenza, al punto tale che come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare, non si potrà più quantificare e contare, tanto che è numerosa. Infatti, “la discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella sua discendenza tutte le nazioni della terra, perché Abramo aveva obbedito alla voce del Signore».

 

L’obbedienza della fede, porta a moltiplicare le stelle lucenti di una nuova umanità, fondata sull’amore, sul dono, sul sacrificio e sull’olocausto, ma soprattutto sulla parola del Signore che porta a conclusione tutto ciò che annuncia.

 

L’apostolo Paolo nel brano della sua lettura di oggi, tratto dalla Lettera ai Romani si pone alcuni fondamentali interrogativi, ai quali risponde ponendo a sua volta alcune domande alle quali dare una risposta coerente.

E allora, si chiede: ”Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?

 

La risposta la troviamo a conclusione del brano, in cui c’è questa affermazione teologica e cristologica: “Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi”.

 

Morte e risurrezione di Cristo è il centro della vita di ogni discepolo di Gesù. Da questa Pasqua 2018, dobbiamo ripartire per capire il verso senso di essere cristiani oggi. Percorrendo la strada che dal Tabor scende a valle e poi risale per fermarsi al Calvario noi capiamo e svolgiamo il vero itinerario di fede incontrando Cristo e camminando accanto a lui. E poi dal Calvario ripartire per un’altra e più importante missione di pace e d’amore universale, che Cristo lancia dal sepolcro vuoto, ma che anticipa nella trasfigurazione.

 

La nostra umile preghiera sia sostenuta da una profonda fiducia nella parola di Dio che si è fatta carne: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”.

 

E con il salmista diciamo: Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

 

Noi siamo convinti alla luce della parola di Dio di questa seconda domenica, che pone alla nostra attenzione la trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, che la nostra trasfigurazione in Cristo, avviene mediante lo spezzare le catene del male e del peccato che si annidano in noi e nella società. Noi siamo i contemplativi del Monte Tabor, per poi essere gli impegnati nella valle per trasformare il mondo in una comunità riconciliata nell’amore e con l’amore in Cristo e per Cristo, il Figlio amato dal Padre.