Diocesi

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 OTTOBRE 2015

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 25 Ottobre 2015 

CRISTO GUARISCE LE NOSTRE MIOPIE E CECITA’ SPIRITUALI.

La fede di un incontro che si trasforma in amore e guarigione. 

COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI 

La parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ci presenta, nel testo di Vangelo di Marco, Gesù che opera il miracolo della guarigione di Bartimeo, figlio di Timeo, che era diventato cieco.

Il racconto della guarigione è davvero molto significativo e come è prassi in Marco, la descrizione è precisa e coinvolgente. Gesù, infatti, partendo da Gerico, lungo la strada incontra questa persona che grida forte, al punto tale che molti lo rimproverano perché tacesse, il quale prega con grande fiducia e speranza in Gesù con queste parole “Figlio di Davide, abbi pietà di me”.

E’ il primo accorato appello, la prima fondamentale preghiera che una persona disperata, non autosufficiente, rivolge a Gesù, dal momento che vive in una situazione di miseria e chiede l’elemosina per vivere.

Vediamo in Bartimeo tante persone che vivono, oggi, questa sua stessa esperienza di mancanza d vista e del necessario. E fa davvero tenerezza pensare a chi non ha possibilità di guardare il mondo con gli occhi fisici che il Signore ci ha donato e che sono la nostra finestra aperta sul mondo. Quel mondo non sempre che ci fa vedere cose buone, al punto tale che forse è meglio preferibile chiudere gli occhi, non vedere piuttosto che vedere tante storture che esistono in ogni luogo.

Il primo accorato appello a Gesù da parte di Baertimeo trova una immediata risposta da parte del Signore. In questo caso Gesù non  fa attendere il richiedente, anzi si dirige verso di lui e gli chiede apertamente, in un dialogo a tu a tu: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Cosa poteva chiedere un cieco in quella condizione, se non il dono della vista? E, infatti, Bartimeo, si rivolge a Gesù con la piena fiducia in Lui e gli dice: Maestro ridonami la vista.

E’ evidente che aveva perso la vista e che dal testo si evince che non è un cieco nato, ma divenuto tale.

Lui ha sperimentato la gioia di vedere, ha assaporato la bellezza del mondo con gli occhi che ogni persona possiede per realizzare la visione delle cose.

La perdita della vista lo ha messo in una condizione di disagio e disabilità tale, che l’unico modo per vivere è quello di mendicare.

Gesù di fronte a questo cieco, pieno di fiducia e speranza in lui opera il miracolo istantaneamente, al punto tale che Bartimeo subito vide di nuovo.

Il testo del vangelo si presta ad una interpretazione quanto mai adeguata al discorso della fede, espressa dalla vista e alla cecità spirituale, espressione di una fede venuta meno, per tante ragioni al mondo.

Ci fa capire la debolezza dell’uomo, privo della luce della fede e che pensa di poter risolvere tutti i suoi problemi con la scienza, la tecnica e con la ragione. Oggi, in particolare, nella illusione collettiva di poter vivere senza Dio, si pensa che la vita abbia senso e sia più vera, felice ed autentica escludendo Dio dalla propria esistenza.

Il Vangelo di oggi ci illumina, invece, sul cammino necessario che ognuno deve compiere per raggiungere questa sicurezza interiore che è l’incontro con Gesù Maestro, sia mediante la parola che Egli ci dona e sia mediante pane spezzato al quale ci accostiamo nel santissimo sacramento dell’altare.

La fede di un incontro che si trasforma in amore. E’ molto triste sapere che tante persone prive di fede, non sanno comprendere che chi ha questa fede è davvero  la persona più felice di questa terra. La fede che è luce e lampada nel cammino della vita terrena non può essere messa sotto terra, cioè essere accantonata, solo perché questa fede è esigente, chiede la risposta e la sequela del Maestro, fino alla prova estrema del calvario.

Il cieco guarito, non scappa via, non si dimentica di Gesù, dopo aver riavuto il bene più prezioso della vista, anzi lo segue e diventa suo discepolo. Si pone alla sua scuola, alla sua sequela perché il cammino vero che egli deve fare, è appena all’inizio.

Il Signore gli ha concesso il dono della guarigione, perché ha visto in lui una fede sincera, che non si esaurisce in quell’atto, ma si protrae per tutta la sua vita.

La fede gridata, proclamata con coraggio, come ha fatto il cieco, potrebbe dare fastidio a qualcuno, potrebbe indispettire chi questa fede la contrasta in tutti i modi.

I cristiani di oggi non devono aver paura di gridare al mondo la loro fede e lo devono fare senza scendere a compromessi o tentennamenti, come hanno fatto i martiri di ieri e di oggi. Lo devono fare e basta, perché la fede è il centro stesso dell’essere cristiani.

Ecco perché Marco, in questo racconto del miracolo della guarigione del cieco evidenza lo scambio di parole tra il disabile, Gesù e gli apostoli. Le azioni sono espresse con precisi comportamenti assunti dai personaggi sulla scena. Infatti,  Gesù di fronte all’insistenza di quell’uomo, si fermò e disse: «Chiamatelo!». Gli apostolo lo “chiamarono”,  dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Nonostante non ci vedesse, gettato via il mantello, si alza e va incontro a Gesù.

Il cammino della fede, del reincontro con Gesù sta in questo preciso atto decisionale di ognuno: bisogna buttare via le false sicurezze umane, espresse in quel mantello del cieco; bisogna alzarsi, riprendere vigore e forza spirituale e poi  correre spediti verso colui che può guarire il nostro cuore e la nostra mente, che è Gesù.

Il miracolo del cieco ci fa capire esattamente come comportarci con il Signore e quale risposta possiamo e dobbiamo attenderci da Lui, se in Lui confidiamo.

Gesù, infatti, ci viene presentato come il sommo ed eterno sacerdote, al quale rivolgerci per ottenere pace, misericordia e perdono, come leggiamo nel brano della Lettera agli Ebrei della seconda lettura di questa domenica: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».

Gesù è l’eterno sacerdote che si offre continuamente per noi sull’altare della croce, per ridarci la libertà dei figli di Dio. La santa messa, memoria perpetua della passione, morte e risurrezione del Signore ci immerge in questo sacerdozio di Cristo e ce ne fa gustare tutti i soprannaturali benefici, al di là della nostra pochezza e debolezza, oltre i limiti delle nostre miopie e cecità spirituali.

E sul tema delle cecità ed infermità materiali e spirituali si basa la prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Geremia, nella quale traspare evidente la misericordia di Dio e la speciale cura che il Signore ha del suo popolo e di quanti al suo interno sperimentano la sofferenza, il dolore e la prova.

In una prospettiva estremamente positiva è vista la presenza di Dio nella storia del popolo eletto, dopo l’esperienza dell’esilio: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele”.

Noi siamo i pellegrini della speranza. L’esilio, la lontananza da Dio, prodotta in noi dal peccato, deve trasformarsi in vicinanza a Dio ed ai fratelli nella misericordia e nell’accoglienza.

Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati,  che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te”.

Noi siamo chiamati tutti a fare questo cammino di avvicinamento a Cristo, unico salvatore del mondo, per assaporare la gioia dell’incontro con Lui nei sacramenti del perdono e della comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.  

 

FESTA DI SAN ROCCO -DOMENICA 16 AGOSTO 2015

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LECTIO DIVINA 

FERRAGOSTO 2015 NEL SEGNO DELLA CARITA’ 

FESTA DI SAN ROCCO -16 AGOSTO 2015 

Commento di padre Antonio Rungi 

La solidarietà non va in vacanza, soprattutto d’estate, mentre, forse, noi e tanti altri siamo in vacanza. Non va in vacanza neppure la fame, il bisogno. Non vanno in vacanza le necessità di tanti poveri della nostra terra o che arrivano da noi e ci chiedono un pezzo di pane, un lavoro. Ci chiedono accoglienza e noi li rifiutiamo.  In una nazione come l’Italia, dove gli immigrati sono di casa, anzi sono in crescente numero di presenza, questo discorso dell’accoglienza capita a proposito a Ferragosto 2015. obbiamo accogliere nel rispetto della legge e della norma civile, ma dobbiamo accogliere come cristiani ed esseri umani nel nome di quel Vangelo della carità e della solidarietà che Gesù Cristo ci ha insegnato e che non possiamo dimenticare, perché prevalgono i nostri interessi locali, nazionali, europei, mondiali, sul rispetto che si deve ad ogni persona umana, soprattutto se è un bambino, una donna, un ammalto, un povero che ci tende la mano per chiedere aiuto a chi questa mano la potrebbe dare, ma non la dà.  In questi giorni di agosto, tante parole sono state dette e scritte per la questione dell’accoglienza degli immigrati in Italia e in Europa. Valgano su tutte, le parole del Santo Padre, Papa Francesco che si ispirano al Vangelo e partono dal Vangelo, che si deve portare soprattutto nel cuore e non solo tra le mani o sulla bocca, per ricordare a ciascuno di noi, quanto ha detto Gesù, in riferimento al giudizio universale: “Ero forestiero e non mi avete ospitato”. E a Lui, che sa tutto e ci conosce benissimo, non potremmo dire neppure: “Signore quando sei stato forestiero e non ti abbiamo ospitato?”. Egli ci dirà: “Dalla mattina alla sera stavo accanto a voi e voi mi avete girato le spalle, facendo finta di non conoscermi, di non appartenervi, non essere tra i vostri eletti e prediletti. Cosa potrà dirci il Signore? Avete fatto bene a cacciarmi via? No assolutamente! Ma ci butterà via Lui, dalla sua eternità, perché non abbiamo vissuto nell’amore, nella carità. Non abbiamo accolto, abbiamo sempre rifiutato, espulso e mai ospitato.Queste considerazioni di carattere evangelico si addicono perfettamente al tempo che stiamo vivendo, in questo Ferragosto 2015, che ha riportato alla nostra attenzione il dramma dell’immigrazione, tra tante inutili polemiche, mentre la gente soffre e muore in tante parti del mondo, tra l’indifferenza generale dei potenti. Domenica  16 agosto 2015, terza domenica del mese delle ferie, all’indomani della solennità dell’Assunta, la chiesa ci offre come modello di santità un santo francese. San Rocco di Montpellier. Un santo di quella Francia rivoluzionaria che tanto parla di uguaglianza, libertà e fraternità e che all’atto pratico non attua, poi nella vita politica e normativa. Davanti a noi ci sono anche le immagini degli immigrati rifiutati alla frontiera di Ventimiglia, tra l’Italia e la Francia, nei mesi scorsi. Chiaro avviso che loro di immigrati non ne vogliono sul loro territorio, soprattutto se vengono dall’Italia. Sappiamo pure che l’Europa ha restituito all’Italia oltre 12.000 immigrati irregolari, entrati nel nostro Paese, nei modi illegali che ben conosciamo. Il resto d’Europa non accoglie e non vuole accogliere. L’Italia rimane l’unico Paese al mondo, di transito o di definitiva accoglienza dei tanti profughi dalle guerre, di tante donne, bambini e giovani in cerca della salvezza. Il Mare Nostrum, il Mare Mediterraneo, invece di essere il mare della vita è diventato il mare della morte. Un grande cimitero di acqua e in  acqua che ha accolto le salme di oltre 2500 immigrati, annegati, dall’inizio di questo anno 2015 fino ad oggi. Il Mare nostrum è diventato il Mare monstrum, il mare del mostro della mancanza d’amore e di carità verso questi nostri fratelli disperati e in cerca di una speranza di vita.

San Rocco, era straniero, di origine francese, e venne in Italia da pellegrino, per sollevare le sofferenze di tanti appestati del nostro Paese. E’ un esempio che vale la pena ricordare in questi giorni di festa, ferie e vacanze estive. Vale la pena ricordare anche di fronte alle tante polemiche accese tra la chiesa italiana e una parte della politica italiana. Leggiamo la storia, anche se leggendario di questo francese forestiero nel nostro Paese.  San Rocco nacque a Montpellier (Francia), secolo XIV – e morì il 16 agosto di un anno imprecisato. Il nome Rocco di origine tedesca  significa grande e forte, o di alta statura.  Le fonti su di lui sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda. In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti i sui beni ai poveri, si sarebbe fermato  ad Acquapendente, dedicandosi all’assistenza degli ammalati di peste e operando guarigioni miracolose che ne diffusero la sua fama. Peregrinando per l’Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza incoraggiando  continue conversioni. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio. Si dice che solo un cane provvide alle sue necessità materiali portandogli un po’ di pane che il suo padrone gli dava per farlo mangiare. Da qui nell’iconografia e nei detti popolari di “San Rocco e il cane”.  Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell’Italia del Nord, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste. E’ protettore delle persone diversamente abili, dei carcerati e dei malati infettivi. Altri segni distintivi della sua santità e della sua fama sono la Croce sul lato del cuore, l’Angelo, e i Simboli del ellegrino.

A San Rocco affidiamo i tanti ammalati di peste, di malattie infettive e tante persone diversamente abili che necessitano di essere accudite con amore e con la stessa passione con la quale san Rocco curò i suoi ammalati di peste e con la stessa generosità di questo grande santo, amato al Nord come nel Sud Italia ed esempio di amore verso le persone bisognose del mondo. E lo facciamo con una celebre preghiera della Beata Madre Teresa di Calcutta: “Vuoi le mie mani?”. 

Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno? Signore, oggi ti do le mie mani. 

Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico? Signore, oggi ti do i miei piedi. 

Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore? Signore, oggi ti do la mia voce. 

Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo? Signore, oggi ti do il mio cuore.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 16 AGOSTO 2015

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
DOMENICA 16 AGOSTO 2015

Essere saggi e previdenti nel tempo che il Signore ci ha concesso

Commento di padre Antonio Rungi

La mia riflessione di questa XX domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, che capita all’indomani della grande solennità dell’Assunzione al cielo in corpo ed anima della Madre di Dio e Madre nostra, la Vergine Santissima, ma anche nella ricorrenza della memoria liturgica di un grande santo, tra i più amati e venerati, soprattutto in alcune zone, ed è San Rocco, l’apostolo della carità, parte dalla seconda lettura di oggi, tratta dalla bellissima e stimolante lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini che ci sta accompagnando in queste domeniche e ci sta indicando il cammino etico e virtuoso che dobbiamo fare, se vogliamo essere dei buoni cristiani, oggi e sempre.

Dobbiamo fare molta attenzione al nostro modo di vivere. In poche parole è necessario riflettere suo nostro modo di comportarci. Fare il nostro esame di coscienza e verificare il grado di corrispondenza tra ciò che è dovere fare e quello che effettivamente facciamo. Anzi ciò che dobbiamo essere in una visione cristiana dell’esistenza e ciò che in realtà siamo. E allora come dobbiamo comportarci? San Paolo senza girare intorno alle parole e senza falsità dice che non dobbiamo comportarci  “da stolti ma da saggi”.  

E poi “facendo buon uso del tempo”, allertandoci e mettendoci in guarda  sul fatto che “i giorni sono cattivi”. A ciò si aggiunga poi che non dobbiamo essere sconsiderati, ma saper discernere  la volontà del Signore nella nostra vita.

Si tratta di un cammino di autocoscienza ed autoconoscenza che impegna le nostre migliori facoltà spirituali, morali ed umane, oltre che intellettive ed operative. Un cammino che tutti dobbiamo fare, se non vogliamo sciupare il tempo che il Signore ci ha concesso in vista dell’eternità. E allora devono essere banditi dal nostro stile di vita tutto ciò che contrasta con una moralità cristiana e con il dominio di se stessi. L’Apostolo, infatti, raccomanda ai cristiani di Efeso di non ubriacarsi di vino, che fa perdere il controllo di sé. Il problema dell’alcoolismo, quello delle droghe, delle sballo sono all’ordine del giorno nella cronaca del mondo moderno a livello locale e mondiale. Problema sociale e morale serio che andava affrontato al tempo di Paolo, ma soprattutto nel nostro tempo che offre a tutti, specie ai giovani, tante forme di ubriacature o di paradisi artificiali, che distruggono la vita e portano solo alla morte in tutti i sensi. Il cristiano che si lascio  ricolmare dello Spirito del Signore è una persona saggia e felici. Infatti chi fa l’opzione per la preghiera e la vita interiore sceglie un altro tipo di intrattenimento che è quello della preghiera e della lode a Dio, dei salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il cuore, “rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. Ecco la vita secondo lo spirito che già gioia e vera felicità, rispetto a tante altre apparenti felicità costruite sul nulla e sull’illusorio e sulla droga.

Chiedere quindi a Dio la sapienza e l’intelligenza per affrontare la vita nel modo migliore come ci suggerisce la prima lettura di oggi, tratta dal libro dei Proverbi:«Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza».

La nostra sapienza vera e certa è Gesù Cristo. Egli stesso, anche oggi, nella conclusione del capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, sul discorso del pane della vita, ribadisce il concetto che la vera vita sta in Lui e nulla può compensare la mancanza di Dio e di Cristo nella vita di una persona. Nessuno può sostituire Gesù, come vero cibo e vera bevanda, come pane e come vino per dare la vera energia spirituale alla nostra vita terrena e materiale. Se non mangiamo la carne del Figlio dell’uomo e non beviamo il suo sangue, non avremo in voi la vita. Chi mangia la carne di Gesù e beve il sangue di Cristo ha la vita eterna e Gesù stesso lo risusciterà nell’ultimo giorno. Perché la carne di Cristo è vero cibo e il sangue di Gesù è vera bevanda. Ecco, perché Gesù afferma in questo celebre discorso sul pane della vita: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Vivere con Cristo e per Cristo, questo è il nostro vero scopo in questa vita, nella speranza di continuare a vivere con Lui per l’eternità. Sia questa la nostra umile preghiera oggi, che rivolgiamo a Dio dal profondo del nostro cuore: “O Dio, che hai preparato beni invisibili  per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi,  che superano ogni desiderio. Amen.

Mondragone (Ce). L’estremo saluto ad un giovane testimone della carità

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Mondragone. L’estremo saluto ad un giovane eroe della carità

di Antonio Rungi

Raccontare da lontano i funerali del giovane Eduardo D’Alessandro, da tutti chiamato e conosciuto come Aldo, non è la stessa cosa che avervi partecipato, averli vissuti dal vivo. Ma nelle parole e nel cuore di chi vi è stato c’è tutta l’emozione, l’amarezza e la speranza cristiana di chi guarda la vita in altra direzione e distanza, quella dell’eternità. E’ stato un funerale speciale, per un giovane eroe che meritava tutta l’attenzione della città, dei giovani e della chiesa. La presenza del Vescovo di Sessa Aurunca, monsignor Orazio Francesco Piazza, che ha presieduto la messa esequiale e di tutti i parroci della Forania di Mondragone è stato un segno tangibile di come essere vicino alla sofferenza della famiglia di Eduardo che ha perso una persona cara, appena ventunenne, e a tutti gli amici e conoscenti. La chiesa san Giuseppe Artigiano dei Padri Passionisti di Mondragone si è trasformata, per una mattinata il centro della preghiera per un giovane mondragonese che nel servizio generoso di soccorrere gli altri ha perso la vita, guadagnando il premio più grande e duraturo che è il paradiso. “Aldo vive nel cuore di chi lo ama”. Sono queste le parole di monsignor Piazza durante l’omelia. Ed ha aggiunto: “Più grande l’amore, più forte il dolore, e le parole non bastano a lenirlo. Aldo deve farvi riflettere” “Aldo ha offerto la propria vita…., l’amore non è sconfitto. Questa esperienza così amara non può essere cancellata. C’è differenza profonda tra la morte e il morire . La morte ci porta a fare la domanda sulla vita: la vita è un incrocio di responsabilità. Aldo oggi ci conduce sulla strada della speranza”. Ad accompagnare la liturgia le noti dell’organo della Chiesa dei Passionisti, suonato da don Paolo Marotta. Clima di preghiera, di sofferenza, ma anche di gioia per la testimonianza di vita di questo giovane. Tanti gli applausi nel corso della cerimonia per sottolineare la verità assoluta per sempre, che l’amore supera la morte e donare la vita per gli altri è il gesto più grande di ogni persona umana, credente e non. Ed Aldo era un giovane credente che insieme alla sua famiglia frequentava la parrocchia dei passionisti, dove i suoi genitori hanno voluto che si svolgessero le esequie, pur abitando da poco tempo in via Venezia. E’ stato padre Bernard ad andare a benedire la salma nella casa del defunto, in Via Matilde Serao ed accompagnare il feretro per tutto il percorso. La bara è stata porta a spalla, con l’accompagnamento delle note della banda di Mondragone, note struggenti e commoventi, che ti strappano le lacrime ad ogni passo che fai. La città ha risposto alla grande al lutto cittadino e tutti i negozianti hanno abbassato le serrande al passaggio del feretro. Tanti i confetti e fiori sparsi al passaggio della bara bianca, attraversando Viale Margerita e la Domiziana. Tante le autorità civili e militari presenti al rito funebre, con il sindaco della città, Giovanni Schiappa. Tanti i manifesti di partecipazione al lutto della famiglia di Aldo e tanti gli striscioni disseminati lungo la strada e soprattutto davanti alla Chiesa per ricordare il coraggioso gesto di Eduardo. Ma il momento più intenso emotivamente è stata la celebrazione della messa, alla quale tutti i presenti hanno partecipato in silenzio con la morte nel cuore per la perdita di un giovane come Aldo. A conclusione della funzione, la bara bianca di Eduardo D’Alessandro è stata salutata con un applauso, dentro e fuori la chiesa e qui con il volo dei palloncini bianchi librati verso il cielo, nello spazio antistante la chiesa di San Giuseppe Artigiano, con la lettura di alcune lettere stilate dai suoi amici. Il tutto col sottofondo musicale della bellissima canzone di Blues dedicata da un musicista e cantante mondragonese ad Aldo ed un altro giovane morto recentemente a Mondragone. La bara è proseguita per il cimitero di Mondragone, dove verrà tumulata e ne siamo certi, la tomba di Aldo sarà una meta costante di parenti, amici e conoscenti di questo “novello e giovane samaritano” della città di Mondragone.

Mondragone (Ce). Cenacolo di preghiera per la pace nel mondo

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Mondragone (Ce). Con le suore e tra i turisti e villeggianti si prega per la pace in Medioriente. 

di Antonio Rungi 

Un cenacolo di preghiera speciale a conclusione del mese di luglio, si svolgerà domani sera, 31 luglio nella chiesa delle Suore di Gesù Redentore, Istituto Stella Maris di Mondragone, per pregare per la pace in Medioriente in altre parti del mondo, in sintonia con Papa Francesco, che proprio sabato scorso ha sorvolato in elicottero questa zona, prima di atterra a Caserta. La singolarità di questa iniziativa estiva promossa dalle Suore della Stella Maris che a pregare con loro e con il gruppo di animazione saranno gli ospiti della struttura ed i villeggianti che si trovano in questi giorni luogo la costiera domiziana. La veglia di preghiera inizierà alle ore 21-00 e si concluderà alle ore 24.00, seguendo uno schema di preghiera e di adorazione personale e comunitaria davanti a Gesù Sacramentato che sarà esposto solennemente nella chiesa delle Suore, che si trova a 10 metri dal mare. Il tema di questo incontro di preghiera è la riconciliazione e i testi su cui rifletteranno i fedeli, guidati dalle suore e dall’assistente spirituale dell’Istituto Stella Maris di Mondragone, saranno il Vangelo di Giovanni  (15,12-17) e il testo della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (8,28-39). Il testo evangelico è incentrato sull’amore e sul perdono, sull’accoglienza reciproca nel nome di Cristo e di Dio Padre. Chiedere amore con la preghiera, chiedere pace per il Medioriente in particolare e per tutti i focolai di guerra attualmente in essere, sarà il motivo di ritrovarsi insieme intorno all’eucaristia per quanti sono anche in ferie e godono di un periodo di serenità e pace, lontani da queste crisi belliche che interessano la terra di Gesù e di Maria. Ecco il brano del Vangelo oggetto di riflessione di Lectio divina durante il cenacolo di preghiera di domani sera. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Il testo sarà preceduto dal brano della lettera ai Romani, in cui l’Apostolo Paolo non si scoraggia di fronte a nessuna prova della vita ed invita a fare altrettanto i cristiani di Roma, perché nulla potrà separare coloro che amano Dio dall’amore suo e dall’amore reciproco, fino al perdono e alla riconciliazione, nonostante la spada, la tribolazione e la sofferenza di ogni genere. Ecco il brano della lettura: “

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

31Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”.

La potenza della preghiera è ben conosciuta dalla comunità cristiana. Chiede e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto. Con questo spirito di richiesta di pace, i fedeli, i villeggianti, i turisti si ritroveranno a pregare per la pace in ogni angolo della terra e soprattutto nella terra di Gesù. E lo faranno a Mondragone con le Suore e dalle Suore di Gesù Redentore che hanno come carisma di fondazione: adorazione, riparazione e riconciliazione, secondo gli insegnamenti della loro fondatrice, Madre Victorine Le Dieu, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’adorazione eucaristica perpetua, iniziata nella sua casa paterna ad Avranches in Francia.

A Scauri le Lodi Mattutine si recitano in spiaggia a prima mattina

cartolina estate 2014

Scauri (Lt). Le Lodi Mattutine si pregano in spiaggia di buon mattino

di Antonio Rungi

In estate non va in vacanza la vita spirituale e la vita liturgia del cristiano. Per aiutare il cammino di preghiera della comunità parrocchia di Sant’Albina in Scauri (Lt), diocesi di Gaeta, congiuntamente ai villeggianti presenti nella rinomata e frequentata meta turistica del Sud Pontino,  il parroco, don Simone De Vito ha attivato per i mesi estivi la preghiera delle Lodi in spiaggia. E’ la preghiera che apre, praticamente, la giornata di ogni cristiano e che sempre più si diffonde tra i fedeli laici, essendo una volta solo preghiera dei preti e dei religiosi e religiose. Oggi in tutte le comunità parrocchiali, prima della messa del mattino o inserite in essi si pregano le Lodi mattutine, una delle parti più significative e sentite della liturgia quotidiana delle ore. L’incontro di preghiera estiva e balneare si svolge grazie alla disponibilità dei gestori del Lido Aurora e trova nel litorale scaurese un luogo affascinante e suggestivo che permette l’incontro personale e comunitario con Dio, anche nei mesi dedicati più al riposo e alla vacanza.  Il quotidiano appuntamento delle 8.15 del mattino sta riscuotendo un buon successo di partecipazione, dato l’orario comodo, soprattutto per i piccoli, gli adulti e gli anziani che possono così  usufruire della brezza marina di prima mattina, salutare al corpo e allo spirito. In tal modo, l’iniziativa di carattere prettamente spirituale e pastorale è anche una valida occasione per curare la mente, il cuore ed il corpo con la preghiera delle Lodi a Dio creatore ed ordinatore dell’universo. La preghiera è fatta con sentimento e il gruppo consistente di partecipanti non si limita solo a pregare e a recitare i salmi, ma anche a cantarli con maestria sulla spiaggia del Sud Pontino.

 

IL COMMENTO PER LA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

20 LUGLIO 2014 

Non vogliamo essere zizzania, ma grano che fa sorride la terra 

di padre Antonio Rungi 

La XVI del tempo ordinario dell’anno liturgico ci propone come meditazione un’altra parabola di Gesù, in continuazione di quella di domenica scorsa, su seminatore che uscì a seminare e la risposta della terra fu diversa, in base dove la semente era stata gettata. In questa parabola entra in gioco un’erba cattiva, che qui è indicata come zizzania che cresce e si sviluppa insieme al buon grano. Certo non è il buon seminatore che semina l’erba distruttiva, ma il nemico acerrimo di questo speciale seminatore che è Dio e che trova nell’anti-Dio, in satana, il suo oppositore, perché quel campo della gioia e della pace non sia armonioso e non sia sereno. L’erba cattiva seminata a tutte le ore della storia e della vita dell’umanità ha permesso, purtroppo che il lavoro del buon seminatore incontrasse ostacoli e non raggiungesse il vertice della produzione dell’amore, della carità, della gioia e della vita. Facendo tesoro di questa lezione di vita che ci viene dal Signore, mediante un dialogo sincero ed aperto con i suoi discepoli, noi vogliamo essere il buon grano ed estirpare dalla nostra mente, dal nostro cuore e soprattutto dalla vita. Estirpare dalle nostre relazioni umane ed ecclesiali ogni piccolo germe di erba cattiva, che può danneggiare tutto il raccolto.

Il giudizio di Dio che incombe su ogni uomo e su tutta l’umanità, quando il grano sarà separato dalla zizzania e questo avrà accesso ad essere accolto nei granai di Dio, che tradotti in termini spirituali e teologici, è il santo Paradiso, ci deve far riflettere seriamente su come abbiamo strutturato la nostra vita nel corso di questa esistenza terrena che stiamo vivendo. Non possiamo dimenticare che abbiamo un grande appuntamento con la nostra storia terrena ed eterna e questo è il giudizio personale e quello finale di Dio. Bisogna, certamente, confidare nella misericordia infinita di Dio, ma è doveroso anche lavorare perché questa misericordia possa realizzarsi nel tempo che il Signore ci ha donato mediante una sincera conversione della nostra vita all’amore, alla pace, alla riconciliazione, al bene per sempre.

Il regno di Dio a cui fa riferimento il vangelo di oggi, con tre parabole dello stesso tono e con lo stesso intento che il Signore vuole far risaltare, non può essere bloccato nella su diffusione, nella sua radicazione e nel suo potenziamento nella storia dell’uomo per qualsiasi ostacolo che viene dal di fuori o dal di dentro dello stesso campo, che la chiesa e la comunità dei credenti. Deve andare avanti nel cammino della storia, interpretando i segni dei tempi e mettendo argine al male che è presente fuori e dentro la chiesa. Il granellino di senape, diventerà un albero robusto e resisterà a tutte le intemperie e tempeste della storia, come, d’altra parte, stiamo vivendo in questo nostro tempo, con tante difficoltà all’interno e al di fuori della chiesa e soprattutto nel mondo. Anche la parabola del lievito che fa crescere la pasta è indicativa per comprendere il ruolo che ogni battezzato ha all’interno della comunità dei credenti. Ognuno di noi si deve fare artefice di crescita spirituale e morale e mai essere strumento per bloccare qualsiasi avanzamento giusto e santo nella chiesa e nella società. Essere lievito, nell’ottica di Cristo, significa farsi promotore di crescita vera di tutto il popolo santo di Dio. Chi ostacola questa crescita è colui che è motivo di scandalo nella chiesa. Ed oggi sono tanti i motivi per ripensare anche certi ruoli, uffici e ministeri che siano lievito per la chiesa e crescita vera di essa e non motivi per dare scandalo e per buttare ulteriore fango sul popolo santo di Dio, che è anche composta da persone oneste e rette, che vivono santamente e fedelmente la loro fede e la loro scelta di vita. Sugli scandali che offendono la bellezza e la grandezza di Dio, della chiesa e la santità di essa non c’è tolleranza alcuna. Nel giudizio finale peseranno molto per separare il positivo dal negativo, partendo dai vertici fino ad arrivare alla base del popolo santo di Dio. La Chiesa ha bisogno di santi e non di scandali e la società ha bisogno di pace e non di guerre o conflitti di ogni genere.

Per potere raggiungere questi ideali di vita cristiana è urgente per tutti entrare nella dinamica spirituale che porta a dare importanza alle cose di Dio e non a quelle della terra e del mondo. L’apostolo Paolo ci ricorda, infatti, nel brano della seconda lettura di oggi tratta dalla sua lettera ai Romani che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non sappiamo infatti come in modo conveniente..Egli scruta i pensieri e i desideri del nostro cuore e se ci lasciamo condurre da lui porta a compimento il bene che aspiriamo a raggiungere.

Nella piena consapevolezza che nonostante i nostri limiti umani e le nostre debolezze, Dio non ci fa mancare il suo sostegno e il suo aiuta e ci concede la sua infinita misericordia, vogliamo con profonda gratitudine a Dio rivolgerci a Lui con le parole della libro della Sapienza, che oggi ci accompagna nel cammino dell’ascolto del Dio che ci parla, con queste espressioni di fiducia e speranza il Lui: Signore con il tuo modo di operare nei confronti dell’umanità hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e ce hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Chiediamo perdono oggi nella celebrazione dell’eucaristia, che è agape fraterna intorno alla mensa del corpo e sangue di Cristo dei nostri peccati, dei nostri scandali, della nostra miseria umana ed impegniamoci ad essere coerenti con la nostra fede battesimale. Quella fede battesimale, mediante la quale ci siamo impegnati a rinunciare a Satana e a tutte le sue opere e a credere nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica, nella quale viviamo e speriamo di morire in piena comunione, diventando noi stessi strumenti di diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, come oggi preghiamo umilmente nella colletta: “Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà risplendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

Itri (Lt). E’ iniziato il novenario in preparazione alla Madonna della Civita

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Itri (Lt). Iniziato il novenario in preparazione alla festa della Civita

Con la solenne celebrazione eucaristica di ieri sera, 11 luglio 2014, alle ore 19,30, presieduta da padre Antonio Rungi, passionista della comunità del Santuario della Civita  è iniziato il novenario in preparazione alla festa della Madonna della Civita, in Itri, che si festeggia il 21 luglio di ogni anno. Davanti a oltre 200 fedeli, padre Antonio Rungi ha parlato, durante l’omelia, della devozione di San Paolo della Croce, fondatore dei passionisti, verso la Madonna della Civita, citando i temi mariani più significativi che San Paolo della Croce ha trattato nei suoi scritti spirituali. Padre Rungi ha richiamato all’attenzione dei fedeli, presenti nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, il fatto storico della venuta di San Paolo della Croce al Santaurio della Civita nel 1726, dove si trattenne, in preghiera, penitenza e svolgendo il suo ministero apostolico, dal maggio al settembre di quell’anno, insieme al fratello Giovanni Battista. Il noto predicatore dei passionisti della provincia dell’Addolorata, padre Antonio Rungi, ha incentrato la sua meditazione e riflessione sulle virtù mariane della carità, dell’umiltà e della pazienza, che san Paolo della Croce ha trattato, invitando tutti ad imitare la Madonna in questi fondamentali valori spirituali e morali. Con padre Rungi hanno concelebrato don Guerino Piccione, parroco, e don Gennaro Petruccelli, vicario-parrocchiale di San Maria Maggiore. Hanno collaborato al servizio liturgico il diacono permanente Ernesto, i piccoli ministranti della parrocchia. La liturgia è stata animata dai canti della schola conato rum parrocchiale.

La celebrazione della santa messa è stata preceduta dal recita del santo rosario meditato e dalle litanie lauretane cantate. Una celebrazione molto ben organizzata e sentita dal popolo di Itri, che nella Madonna della Civita, trova il suo faro di luce e di speranza, come ha sottolineato il predicatore di turno, padre Antonio Rungi, il quale ha introdotto la sua riflessione dicendo che chi ben inizia è a metà dell’opera. Spiritualmente la festa procede con regolarità, mentre sul versante civile e di organizzione della varie manifestazioni, promosse dal Comitato Maria SS. Della Civita, si stanno registrando vari problemi. Non ultima la morte dei fuochisti di Tagliacozzo che dovevano illuminare il Castello a conclusione dei festeggiamenti. Un ricordo speciale nelle preghiere di inizio novenario anche per questa sfortunata famiglia che ha preso tutto e soprattutto la vita di alcuni membri di essi.

Il novenario proseguirà stasera fino al 19  luglio con sacerdoti diversi che presiederanno la celebrazione eucaristica e terranno, di sera in sera, l’omelia. Il tema di questo novenario è Maria Santissima nella vita e nella devozione dei Santi. Con padre Rungi si è iniziato con  San Paolo della Croce, che fu un grande devoto della Madonna della Civita ed ha trasmesso questa devozione a tutti i suoi figli spirituali che ad Itri sono presenti dal 1943 e al Santuario della Civita dal 1985.

Questa mattina al Santuario della Civita si sono conclusi i sette sabati in preparazione alla festa della Protettrice. Come in tutti i sabati dal mese di maggio ad oggi un buon gruppo di fedeli, chi a piedi, chi un pullman, chi in auto e chi in bici hanno raggiunto il Santuario per venerare la Madonna e parteciapare alla santa messa. Occasione anche per confessarsi, data la disponibilità dei quattro sacerdoti che attualmente sono, stabilmente, di comunità alla Civita: padre Emiddio Petringa, padre Cherubino De Feo, padre Francesco Vaccelli e padre Antonio Rungi.

Sempre questa mattina partirà il tour-pellegrinaggio da Itri a Gaeta e ritorno per commemorare i 165 anni della salita al Santuario della Civita di Papa Pio IX, oggi Beato. Vi partecipano piccoli, giovani e grandi, capeggiati dal parroco don Guerino Piccione e dal vicario-parrocchiale, don Gennaro Petruccelli.

Santuario della Civita. Tutto pronto per il primo ascensore dei pellegrini

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Itri. Santuario della Civita. Tutto pronto per il nuovo ascensore del Santuario

di Antonio Rungi

In dirittura d’arrivo i lavori per la realizzazione del primo ascensore al Santuario della Civita, che sarà a disposizione dei pellegrini, soprattutto per le persone diversamente abili o inabili, per gli anziani e le persone in difficoltà per salire alla Chiesa. Con questa opera costata 150.000 euro si realizza un sogno importante: quello di eliminare le barriere architettoniche al Santuario della Civita che non permette l’accesso ai fedeli in difficoltà alla Chiesa, ove è esposto solennemente la miracolosa immagine della Madonna, che si rifà alla scuola di San Luca, l’Evangelista che ha meglio tratteggiato la figura di Maria, la Madre di Gesù Cristo e Madre della Chiesa. Questa mattina si ha avuto la possibilità di fotografare l’ascensore che è stato già installato e già funziona. Una bella cabina che può ospitare 8 persone per una massimo di 900 Kg. Una sola sosta, quella che va dalla zona-bar, all’ingresso principale del santuario, fino al spazio antistante la Chiesa. Una sola fermata, quindi, che servirà a portare in pochi secondi dal piano terra al primo piano centinaia di pellegrini nell’arco di pochi minuti. Specchio all’interno e tutti i sistemi di sicurezza. Manca solo il collaudo, che sarà effettuato alla fine settimana e per il giorno 21 luglio, festa della Madonna della Civita con la presenza dell’arcivescovo che presiederà, come tutti gli anni, il solenne pontificale al Santuario, nella mattinata, si inaugurerà il primo ascensore al Santuario della Civita. Nelle foto che vi pubblichiamo si evince chiaramente che i tempi previsti per la realizzazione dell’opera sono stati rispettati e se non ci saranno contrattempi dell’ultimo momento o magari un altro motivo per anticipare o posticipare l’inaugurazione, data la coincidenza con la festa della Madonna della Civita e l’afflusso massiccio dei pellegrini, il tutto avverrà come da programma il 21 luglio prossimo. A seguire i lavori è stato il rettore del Santuario, padre Emiddio Petringa, ma frequenti sono state le visite anche dei responsabili della Curia Arcivescovile di Gaeta, anche di sua Eccellenza, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio, per verificare di persona i lavori, così pure dei responsabili degli altri Enti che hanno sostenuto l’opera e l’hanno portata a termine. Ora si cambia registro ed anche alla Civita si può arrivare non solo per le scale, ma anche con l’ascensore, destinato soprattutto alle persone inabili

Itri (Lt). Al via i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita

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ITRI (LT). SOLENNI FESTEGGIAMENTI IN ONORE DELLA MADONNA DELLA CIVITA, COMPATRONA DELL’ARCIDIOCESI DI GAETA  

di Antonio Rungi 

Dopo l’importante convegno di domenica scorsa, 6 luglio 2014, sulle figure dei due Papi Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, al quale ha partecipato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, Sgarbi, Roncalli e Girotti, entrano nel vivo i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita, che si svolgono dall’11 luglio al 22 luglio di ogni anno nella città di Itri e al Santuario Mariano, che distanza dal centro cittadino 13 Km a 700 metri sul livello del mare, dove da oltre 1000 anni  si venera la Madonna sotto questo titolo.

Venerdì prossimo, 11 luglio, prende il via il solenne novenario in preparazione alla festa, che ricorre liturgicamente  il 21 luglio. Sarà padre Antonio Rungi, passionista della Comunità del Santuario della Civita, ex superiore provinciale dei Passionisti di Napoli, a tenere la prima meditazione su Maria della Civita e San Paolo della Croce. Il fondatore dei Passionisti fu al Santuario della Civita dal maggio al settembre 1726, con il suo fratello Giovanni Battista.

Nove giorni di preghiera e predicazione sul tema “Maria nella vita dei santi”, che saranno animati da nove diversi sacerdoti che tratteranno questo tema durante l’omelia della messa serotina delle ore 19.00. Nel programma dei festeggiamenti tutti i nomi dei sacerdoti che interverranno.

Sabato 12 luglio in occasione dei 165 anni  della venuta del Beato Pio IX a Gaeta e al Santuario della Civita, si svolgerà un pellegrinaggio in bici da Itri a Gaeta nel Santuario della Madonna Annunziata per venerare la Madonna Immacolata, davanti alla quale pregò il beato Pio IX, prima di proclamare il dogma. I momenti più significativi di questa annuale ricorrenza sono la collocazione del busto argenteo della Madonna della Civita sull’altare Maggiore, sabato 19 luglio alle ore 20,30 con il tradizionale canto delle “Dodici Rose” e omaggio floreale delle donne itrane in dolce attesa; poi le varie processioni programmate nei giorni di sabato sera dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore fino a San Michele Arcangelo, dove la sacra icona della Madonna resterà per la veglia di preghiera della comunità per l’intera nottata. Domenica la processione da San Michele per le vie della città, con inizio alle ore 10.00 e lunedì 21 luglio, alle ore 9.00 per tutta la città di Itri. Giornate speciali per gli ammalati con la presenza dell’arcivescovo emerito de L’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari,  che celebrerà venerdì 18 luglio nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove da sempre si festeggia la Madonna della Civita, essendo la chiesa parrocchiale principale e centrale della cittadina. L’arcivescovo di Gaeta, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio sarà presente nella giornata di festa con la celebrazione della messa solenne il giorno 21, alle ore 11.00  al Santuario della Civita e il giorno 22, alle ore 9.00 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, che guiderà la processione conclusiva e con l’atto di affidamento alla Madonna della Civita della città di Itri e dell’Arcidiocesi.  I solenni festeggiamenti si concludono il giorno 22 dopo la messa dell’Emigrante, presieduta da padre Augusto Matrullo, passionista, originario di Itri, rettore della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Roma, e la riposizione del busto argenteo della Madonna nella cappella laterale della Chiesa di Santa Maria Maggiore, a mezzanotte del 22 luglio.

Nei vari momenti di preghiera e di animazione liturgica e pastorale saranno coinvolti i sacerdoti della diocesi, il comitato Santa Maria della Civita, Seminaristi, diaconi, ministranti, schola cantorum, Caritas, volontari. Per la festa annuale della Civita arrivano i devoti della Madonna da ogni parte della Diocesi, dal Lazio, dalla Campania, essendo la Madonna molto venerata in queste regioni. Un movimento di fede e di spiritualità mariana. Molto significativa è l’iniziativa annuale di ospitare gli extracomunitari nelle strutture locali e assicurare loro vitto ed alloggio, soprattutto nei quattro giorni più importanti della festa patronale della Madonna della Civita. A proposito del significato di questa festa religiosa, scrive il parroco, don Guerino Piccione, che la Madonna è modello sublime per tutti i suoi figli. Ella è la donna delle relazioni autentiche con Dio e con i fratelli. Nella visita a Santa Elisabetta, la Madonna si presenta come donna capace di mettersi accanto agli altri con gioia, generosità, con tempi lunghi e non con frugalità e in modo occasionale. Impariamo dalla Madonna come nella quotidianità è possibile vivere in modo stabile il nostro rapporto con Dio, per vivere in modo altrettanto solido le nostre relazioni interpersonali”.

Saranno giorni, come si  legge dal vasto ed articolato programma dei festeggiamenti, giorni di impegno spirituale e pastorale serio nel nome della Beata Vergine Maria, Madre e Regina della Civita, ovvero della città di Dio e degli uomini.