PADRE RUNGI

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DEL 5 AGOSTO 2018

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 5 agosto 2018

Il pane dal cielo, cibo per la nostra vita terrena

Commento di padre Antonio Rungi

La diciottesima domenica del tempo ordinario ci ripresenta il tema del pane eucaristico, con il duplice riferimento ad esso nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, in cui è raccontato il miracolo della mamma piovuta dal cielo, e nel vangelo di Giovanni, con il noto capitolo sesto sul pane della vita, nuovamente viene presentata alla nostra riflessione il cibo che dura per la vita eterna.

Il ritorno su questo tema da parte della liturgia della parola di Dio è giustificato dal fatto che noi effettivamente abbiamo bisogno del doppio cibo, quello materiale che ci sostiene nel cammino della vita terrena e quello spirituale che ci accompagna nel pellegrinaggio verso la terra promessa. E questa è la santissima eucaristia. Partendo dalla pima lettura che ci racconta la lunga traversata del deserto da parte del popolo eletto, durata 40 anni, che chiaramente creò non pochi problemi di sopravvivenza per il consistente gruppo di israeliti che si diressero verso la terra promessa che il Signore aveva indicato a Mosè. In questo sofferto pellegrinaggio verso la liberta successe che “nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne”.

Le lamentele erano così forti che “gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Il prezzo della libertà è svenduto per un pezzo di pane e di carne. E’ la storia di sempre dell’uomo che pensa solo allo stomaco e non alla mente ed al cuore. La libertà non a prezzo e per essa si deve anche morire. Quanti esempi dai primi martiri del cristianesimo fino ad oggi che per la libertà religiosa o semplicemente di pensiero sono state sacrificate vittime innocenti e ancora oggi si sacrificano per questo valore non contrattabile della libertà. Ebbene, in questa nuova situazione di emergenza alimentare e biologica, “il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».

Le promesse di Dio si attuano e vanno sempre in porto, quelle degli uomini non approdano quasi mai al risultato finale. E, infatti, quello che è successo è scritto nel testo di oggi dell’Esodo: “La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

Nonostante le lamentele e l’ingratitudine dell’uomo, Dio lo ricompensa sempre con amore. E’ la storia di sempre di un’umanità infedele e irriconoscente verso Dio e di un Dio immensamente attento alle necessità dell’uomo.

Stesso scenario nel Vangelo di questa domenica che è la prosecuzione del brano di domenica scorsa, in cui Gesù fa notare alle persone che lo cercano, ovunque egli si trovi, “non perché avevano visto dei segni, ma perché avevano mangiato di quei pani e si erano saziati”. E’ una ricerca interessata e motivata dai vuoti dello stomaco e non del cuore e della fede in Dio. Da qui il preciso monito del Maestro: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.

Scontata la domanda da parte della gente nei confronti di Gesù: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Evidentemente la fede in loro non c’era se cercano ancora altri segni. Non sono bastati i segni che finora Gesù aveva compiuto. Ecco che allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Il richiamo alla manna ricevuta in dono da Dio durante il cammino verso la terra promessa è riconosciuta con miracolo, come segno divino, perciò obiettano a Gesù, Lui cosa fa per far credere e suscitare la fede. Gesù risponde con queste parole: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Di fronte ad una sicurezza del genere, la chiesta della gente è lapidaria: «Signore, dacci sempre questo pane». Al che Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Ecco la grandezza del nostro Dio: Egli è la piena soddisfazione dei bisogni veri dell’uomo, perché Dio riempie il nostro cuore, al punto tale che ci sentiamo in obbligo di rispondere a questo amore generoso con una vita degna di essere definita cristiana, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della Lettera agli Efesini di oggi: “Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, come pure di abbandonare la condotta di prima, quella l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli. Bisogna invece rinnovarsi nello spirito e nel modo di pensare, al fine di “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. E’ quello che chiediamo al Signore mediante la preghiera: “O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore”.

P.RUNGI. DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO – 29 LUGLIO 2019

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 29 Luglio 2018

La fiducia in Dio moltiplica all’infinito ogni pane per la vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario, che chiude il mese di luglio, ci offre l’opportunità di riflettere su un tema molto caro alla teologia cattolica, quello dell’eucaristia. Sia la prima lettura che il Vangelo di questa domenica ci aiutano ad entrare in questo mistero della fede, che è mistero di amore e donazione, mistero di fiducia ed abbandono alla provvidenza verso Chi può sempre tutto. Infatti nel brano del secondo libro dei Re che ascoltiamo oggi ci viene riferito di questa moltiplicazione dei 20 pani d’orzo e grano novello, ricevuto dal profeta Eliseo, da un uomo venuto da Baal Salisà, una quantità molto limitata, con la quale riuscì a sfamare un  gran numero di persone, quantificate in 100, che erano al suo seguito. Il testo non ci dice che spezzarono il pane in piccoli pezzi in modo da farli bastare a tutti, come spesso avviene nelle nostre mense o agape fraterne, quando la quantità del cibo è insufficiente, perché gli ospiti sono più numerosi di quelli previsti, ma è detto che Eliseo dispone di darlo da mangiare alla gente. Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare». Il risultato finale di aver avuto fiducia nella provvidenza del cielo è che, il servitore “pose il poco pane davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore”. Il Vangelo bissa il grande intervento del cielo, parlando in questo caso di quello che face Gesù, nel miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci riferisce, in chiara interpretazione eucaristica, l’evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava, anzi il discepolo dell’eucaristia, vista come vicinanza e servizio all’uomo da parte del Figlio di Dio.

La ricchezza e la bellezza di questo testo giovanneo ci far rimanere tutti a bocca aperta, non per mangiare il pane moltiplicato e benedetto da Gesù, bensì il grande amore che il Figlio di Dio manifesta nei confronti dell’umanità affamata di verità, giustizia, pace, amore e bontà. Il testo della moltiplicazione dei pani è collocato nel tempo della vicinanza alla Pasqua, chiaro riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, di cui l’eucaristia e memoriale perenne. Gesù era passato all’altra riva del lago di Tiberiade e una gran folla di persone seguiva Gesù, considerato il fatto che operava miracoli e prodigi e la gente lo seguiva e lo cercava soprattutto per questo. Ebbe, quando Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui, disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Cosa poteva dire Filippo?  Signore «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Ma Giovanni commenta: “Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere”. E quello che stava per compiere è detto subito dopo. Gesù non si ferma di fronte ai limiti delle cose e delle persone, dell’economia del risparmio, ma apre l’orizzonte dell’economia che si fa dono e si moltiplica per sfamare, per dare il necessario per vivere. Un esempio da cui dovremmo prende stimolo e spinta ognuno di noi quando si trova di fronte alle reali necessità di chi ha bisogno di cibo e di altro per sopravvivere. Bisogna, anche notare, che gli apostoli al seguito di Gesù si resero disponibili e trovare una soluzione: “Gli disse allora Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini”. Sistemata la gente, tranquillizzata, chiesto il silenzio e soprattutto iniziata la preghiera, Gesù “prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Il miracolo è compiuto, al punto tale che “quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato”. Gesù è l’unico vero cibo che soddisfa il bisogno dell’anima e del corpo di ogni essere umano in cerca del cose che contano, in cerca del cielo, ove Dio ci attende per il banchetto celeste.

Di fronte a questo miracolo e segno straordinario scatta la risposta della fede in chi ha visto, osservato ed ha partecipato attivamente alla liturgia della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simboli, per i cristiani, da sempre, dell’eucaristia. Cosa professa e dice la gente lì convenuta? «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!».

Si sa che quando una persona dà sicurezza economica, soddisfa lo stomaco della gente, quella persona viene indicata la più giusta per assumere il posto di comando, di governo. Lo era al tempo di Gesù, lo è ancora oggi, quando tutti promettono a parole, che toglieranno la miseria, la fame e la povertà dalla faccia della terra o di quella nazione particolare. Qualcuno tempo fa, aveva ideato uno slogan nei paesi della povertà del terzo mondo: Fame zero. Da allora la fame è aumentata, piuttosto che essere azzerata, al punto tale che la fame e la miseria degli altri ha costituito il motivo della ricchezza di qualcuno di ieri e di oggi. Si sfruttano i poveri per diventare ricchi, si affama la gente per potenziare i propri beni. Altro che vangelo della carità e della giustizia?

Ecco perché Gesù, dopo aver compiuto il miracolo “sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo”. Solo Cristo poteva e di fatto ha scelto questa via. Sarà dei Giudei, ma offrendo la sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Quella scritta del motivo di condanna di Gesù Nazareno, che Pilato dispose di fissare sulla croce di Gesù, oltre il suo capo inclinato, dice tutto sulla vita del Redentore dell’umanità. L’esempio di Gesù è scuola continua per tutti coloro che si professano cristiani e si vantano, solo a parole, di esserlo, e mai di praticarlo. Perciò l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera agli Efesini, rivolge questo monito preciso: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Fare eucaristia, moltiplicare i pani per noi cristiani è vivere nell’unità, nella carità, nella comunione ecclesiale, nella solidarietà vera verso chi non ha nulla e chiede il sostegno per affrontare le dure prove della vita.

In questo tempo di vacanze, in cui spesso la distrazione prevale sull’attenzione e sensibilità verso gli altri, facciamo nostra la preghiera, che, indico come accompagnamento spirituale in questo tempo di riposo e di ripresa:

 

Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli

“venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco”,

dopo un dispendioso lavoro missionario,

pieno di soddisfazioni e di frutti spirituali,

fa che questo tempo di ferie, vacanze e riposo,

sia per tutti i villeggianti e operatori turistici

un periodo di rigenerazione fisica e spirituale,

capace di ridare slancio al cammino umano e spirituale

di ogni essere umano.

 

Ti chiediamo, Signore, di proteggere la creazione

da ogni forma di violenza e di aggressione,

perché questa Terra, che Tu ci hai donato

possa essere, davvero, la casa comune per tutti gli uomini,

senza alzare muri di divisione e di separazione.

 

Il mare, le montagne, i laghi

ed ogni altro luogo dove la gente cerca riposo

in questi mesi estivi,

siano il paesaggio più immediato

per contemplare la bellezza del creato

e spazi di  riflessione

per costruire  un mondo più giusto,

rispettoso dei tempi e delle speranze di ogni uomo.

 

Tu Gesù, Sole che illumini le menti e cuori,

suscita nei nostri pensieri e nelle nostre azioni

il calore dell’amore generoso e fecondo,

capace di irradiare sul mondo

la tenerezza e la dolcezza di un Dio, fatto uomo,

nel grembo purissimo di una Donna.

 

Maria, Madre delle stagioni della nostra vita,

ottienici da Gesù quello ciò che è giusto

e conforme ai suoi divini voleri,

perché anche questo tempo della vita,

dedicato al riposo estivo,

diventi un momento di grazia,

per chiedere grazie e ricevere grazie,

utili al nostro lavoro umano e spirituale,

per continuare ad essere testimoni

della gioia, della speranza e della luce

in un mondo immerso nelle tenebre dell’indifferenza. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XV DEL TO- 15 LUGLIO 2018

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

 

Domenica 15 luglio 2018

 

Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

 

Commento di padre Antonio Rungi

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La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.

Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.

Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.

Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.

Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.

Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.

Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.

Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.

Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.

Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.

Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.

Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.

Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.

Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.

Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.

 

Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.

Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.

Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.

I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.

Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.

 

Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.

Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.

La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.

Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.

Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.

Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.

Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.

Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, senza preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio con semplicità di cuore: “O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIV DOMENICA DEL TO- 8 LUGLIO 2018

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 8 luglio 2018

 

Il cuore mummificato di chi non vuole ascoltare Dio e non convertirsi

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Celebriamo la XIV domenica del tempo ordinario e la prima lettura di oggi ci dà l’impulso per riflettere su cosa il Signore vuole da noi nell’accoglienza della sua parola. Egli, Gesù, conosce bene, come, ci rammenta il Vangelo di oggi, che è difficile farsi capire dai parenti e concittadini, affermando senza mezze misure che un «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Perché Gesù evidenzia questa difficoltà? Si capisce da tutto il contesto del brano di Marco che oggi ascoltiamo. Gesù va nella sua patria, cioè a Nazareth, e i suoi discepoli lo seguono. Arrivato il sabato, come era prassi va nella sinagoga e si mette ad insegnare. Il suo modo di insegnare e le cose che diceva, i prodigi che faceva, lascia sbalordita la gente, la quale si meravigliava di tanta sapienza e facendo notare che egli è un “falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone”. Sono cinque le domande su Gesù che si pongono i suoi concittadini. Evidenziano il contrasto tra ciò che loro sanno di Gesù e chi è effettivamente Gesù di Nazareth.

Quello che faceva Gesù e diceva era per loro motivo di scandalo, in quanto erano abituati a sentire altre prediche dagli addetti alla sinagoga, ai vari rabbini che si alternavano ad illustrare alla gente, senza preparazione, la parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che loro volevano far dire e non esattamente ciò che diceva. Gesù constata la loro pochezza interiore e la poca disponibilità ad accogliere la parola vera che usciva dalla sua bocca, per cui passò altrove ad insegnare, vista la poca predisposizione all’ascolto e al cambiamento dei suoi compaesani. La loro incredulità non permise a Gesù di fare alcun prodigio, in quanto era ed è necessaria la fede per ottenere i miracoli di Dio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

Ritornando al testo della prima lettura, tratto dal profeta Ezechiele, Dio parla al suo popolo mediante quest’uomo di Dio che si rivolge ad esso con estrema lealtà e a chi lo ascolta, facendosi portavoce coerente di quanto il Signore costatava e voleva far risaltare, per invitare a conversione i membri del popolo d’Israele: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”.

Figli testardi, figli ribelli e dal cuore indurito, a questa genia di ribelli, il profeta deve dire queste parole di Dio: “Ascoltino o non ascoltino sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Ezechiele quindi diventa il messaggero di Dio, attraverso cui il Signore comunicherà la sua volontà.

Il testo, chiaramente, anticipa quella che sarà la missione di Cristo sulla terra e quali ostacoli, il Figlio di Dio, incontrerà per convertire il cuore dei suoi correligiosi.

Non ci riuscirà al punto tale che lo condannano a morte, perché non credevano a nessuna delle sue parole e vedeva in Gesù Messia il rischio più gande per continuare a mantenere il potere religioso, politico e militare della Palestina. Qualcuno, però, riuscì ad uscire da questa visione riduttiva della fede e iniziare un cammino di conversione che approdò al discepolato e all’apostolato nel nome di Cristo. E questi fu Paolo Apostolo, che dopo la sua conversione inizia la predicazione e l’evangelizzazione su larga scala. Il successo che otteneva, le comunità che costituiva, il numero sempre maggiore di adesione al cristianesimo, mediante la sua predicazione, potevano mettere a rischio l’autenticità della sua fede e della sua missione. Ecco perché nel brano della seconda lettera ai Corinzi che oggi ascoltiamo come seconda lettura, egli scrive parole forti, nelle quali si coglie la difficoltà, anche umana, da parte dell’Apostolo, oltre che interiore e spirituale di fronteggiare le forze del male, che si scatenarono contro di lui. E allora, scrive testualmente circa la sua persona: “Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.

Una situazione grave, su cui gli esegeti hanno spaziato nel far riferimento ad una persona, o a delle situazioni particolari vissute dall’Apostolo in modo preoccupato. Infatti scrive “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, in questo brano ci presenta un Dio misericordioso, che comprende le debolezze umane e va incontro a lui con cuore di Padre e non di giudice che condanna. La conclusione della riflessione dell’Apostolo, in termini paradossali, è questa: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Come dire, se la debolezza è motivo per aprirsi a Dio, senza sentirsi perfetti, ben venga la presa d’atto della nostra miseria, della nostra povertà e del nostro peccato.

E Paolo, conclude: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. Il messaggio è chiaro e lampante, in quanto nel prendere atto di chi siamo, ovvero peccatori e persone fragili abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che in termini precisi significa ricorrere alla grazia santificante dei sacramenti della vita cristiana, che danno respiro all’anima e, se vissuti, con convinzione e ricevuti con fede, producono l’effetto sperato per convertire noi ed essere strumenti di conversione per gli altri.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, sperando di migliorare spiritualmente la nostra vita: “O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XIII DOMENICA TO- 1 LUGLIO 2018

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 1 luglio 2018
 
Noi siamo per vivere in eterno con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo
 
Commento di padre Antonio Rungi
 
Oggi la parola di Dio ci porta a riflettere sulla vita e sulla morte, sullo scorrere del tempo e sull’eternità, sulla nostra condizione umana, ma anche sul nostro destino oltre il tempo, che è l’immortalità.
Il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro della Sapienza, ci racconta chi realmente siamo, come eravamo e perché siamo diventati quello che siamo.
Prima cosa da sapere con assoluta certezza che “Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi”.
Dio ci ha creato per un’eternità e non per un tempo limitato, in quanto Dio ha creato le cose perché vivano, perché esistano e non muoiono.
Il regno dei morti è sulla terra, quello del cielo è eterno. Infatti, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto ad immagine della sua natura.
Cosa sia successo, dopo questo atto creatore destinato solo alla vita, lo capiamo, nella parte finale del brano del Libro della Sapienza che ci accompagna oggi nel riflettere sulla vita e sulla morte: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”.
E non si riferisce alla sola morte corporale, definita da San Francesco “Sorella”, ma a quella spirituale, la seconda morte, quella della vita della grazia e dell’interiorità dell’uomo. Di questa morte ne fanno esperienza coloro che le appartengono, cioè coloro che vivono nella anemia spirituale ed interiore, vivono nel peccato e non lavorano per la loro risurrezione interiore.
E per la salute fisica e spirituale sono tutti i miracoli compiuti da Gesù. Egli vuole portare consolazione e benessere esteriore ed interiore a quanti credono e sperano il Lui.
Nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Marco, è raccontata, infatti, la risurrezione della figlia del capo della Sinagoga, Gairo, “il quale, come vide Gesù, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Gesù, nel frattempo, nel suo itinerare tra la gente per portare salute, conforto ed aiuto, tra cui la guarigione di una donna affetta, da anni da emorragia, “quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo”. Gesù chiede a quel padre che si rivolge a Lui per salvargli la figlia, di avere solo fede. E questo lo dice per indicare quale strada dobbiamo percorrere per arrivare ad ottenere ciò che chiediamo al Signore. Ci vuole una fede sincera, forte e speranzosa nell’aiuto divino, altrimenti non si ottiene nulla. Ed infatti, la figlia di Gairo viene guarita per la fede incrollabile del padre di questa bambina.
Con quali gesti Gesù guarisce? Sono descritti in questo brano del vangelo, che è tra i più belli di quelli che leggiamo, anche perché riguarda una bambina. Infatti, Gesù giunse alla casa del capo della sinagoga e vide gente che piangeva e urlava forte, come capita in ogni situazione di morte, specie quelle inattese e che riguardano bambini e persone innocenti e buone.
Gesù, quindi entra nella casa di Gairo e dice loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».
Gesù infatti non sta falsificando la realtà, ma sa benissimo che in suo potere riportare in vita i morti.
La gente quindi prende in giro Gesù, lo deridono. E lui non si arrabbia, né li maltratta, ma con grande gentilezza, vista la loro incredulità, li invita ad uscire fuori dalla casa della bambina morta. Non li vuole spettatori passivi di un evento, ma protagonisti nel credere.
Via tutti gli estranei, quelli che spesso, anche in certe morti dei nostri giorni e della nostra società, sono lì solo per salvare la faccia o fare la sceneggiata o per dovere di cronaca. Gesù prende “con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina”. La famiglia della bambina e la famiglia di Gesù, gli Apostoli. Cosa fa allora? “Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni”. Il miracolo è compiuto, la gente che derideva, era scettica e non credeva, fu presa da grande stupore. Alla fine dispose anche il da farsi subito: “raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare”. Segretezza e servizio di sostentamento fisico, dopo la dura prova affrontata la bambina.
Ben diversa è la guarigione dell’emorroissa, come viene definita questa donna. Di cui ci racconta il Vangelo di oggi: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Da evidenziare in questo contesto il numero dodici, riportato due volte per i 12 anni di malattia della donna guarita e per i 12 anni della bambina riportata in vita. C’è tutto un simbolismo biblico in quel numero 12 che va capito e approfondito alla luce della storia della salvezza e della parola di Dio rivelata.
E come riflessione conclusiva sui testi biblici della prima lettura e del vangelo di Marco, ci viene in aiuto l’Apostolo delle Genti, San Paolo con il brano della sua seconda lettera ai Corinzi inserito nei testi biblici di oggi, il quale ci rammenta che “come siamo ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che cii abbiamo insegnato, così dobbiamo essere larghi anche nel fare il bene. Il modello di comportamento a cui ispirarci è Gesù. Infatti, noi conosciamo perfettamente chi è Cristo: “da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”.
Concretamente cosa significa questo? Come dobbiamo agire nella vita di tutti i giorni, considerando tante reali situazioni e necessità? Un criterio operativo e morale viene detto con chiarezza in questo testo paolino: “Non si tratta di mettere in difficoltà alcuni per sollevare gli altri, ma che ci sia uguaglianza”. In poche parola la solidarietà, l’aiuto, la collaborazione tra i cristiani deve essere un fatto scontato. Infatti la nostra abbondanza, se c’è, deve supplire all’ indigenza di chi non ha nulla, perché anche la loro abbondanza, quando c’è, supplisca poi alla nostra indigenza, in caso di necessità. Quindi uguale trattamento e uguale preoccupazione tra i credenti in Cristo. Quali devono sapere che «colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno». La nostra felicità non dipende dal possedere e dall’avere sempre di più, ma dall’essere sempre migliori in tutto.
Sia questa la nostra preghiera, in comunione con tutta la Chiesa: “O Padre, che nel mistero del tuo Figlio povero e crocifisso hai voluto arricchirci di ogni bene, fa’ che non temiamo la povertà e la croce, per portare ai nostri fratelli il lieto annunzio della vita nuova”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – DOMENICA 24 GIUGNO 2018

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SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

DOMENICA 24 GIUGNO 2018

GIOVANNI BATTISTA,

IL PORTAVOCE DI CRISTO FINO DAL GREMBO MATERNO

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi la liturgia domenicale è totalmente dedicata a San Giovanni Battista, il precursore di Gesù, il suo portavoce dal momento del concepimento fino all’ultimo istante della sua vita, conclusasi con il martirio, con la decapitazione. Oggi quindi la parola di Dio ci invita a prendere esempio da questo santo unico e eccezionale, di cui non troviamo paragoni nella storia della Chiesa, anche per lo stretto rapporto con la venuta di Cristo sulla terra, di cui egli è stato il grande predicatore e annunciatore. La devozione popolare, l’iconografia, le chiese, le parrocchie, l’arte dedicano moltissimo a questo santo che affascina per la sua spiritualità, per la serietà e l’elevatura morale, per il coraggio, la penitenza, l’umiltà e lo stile di vita improntata su Dio e indirizzata all’accoglienza dell’unico Messia. Rispetto ad altri santi, la Chiesa lo festeggia, come la Vergine Maria, anche nel giorno della sua nascita, il 24 giugno; mentre ne ricorda la tragica fine, nel giorno 29 agosto, celebrando il suo martirio. La sua vocazione profetica si manifestò ancor prima di nascere attraverso segni messianici come “l’esultanza” davanti a Maria in visita alla cugina Elisabetta. E Cristo stesso lo definì «il più grande tra i nati da donna» È l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. Nel Vangelo di Luca  si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. La sua nascita miracolosa è annunciata dall’arcangelo Gabriele, come nella nascita di Gesù Bambino. Il testo di questo evento singolare fa parte del Vangelo della solennità di questa giornata, dedicata a questo grandissimo Santo. La madre Elisabetta era sterile e ormai anziana. Un giorno, mentre il marito Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.

Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il “messaggero celeste”, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è nulla è impossibile a Dio”.  Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia. Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.

Nel commentare questa nascita miracolosa, l’evangelista Luca sottolinea che: “Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui”. Dopo la nascita, in estrema sintesi San Luca scrive circa Giovanni Battista: “Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele”.

Quello che conosciamo di lui è scritto nei testi sacri con dovizia di particolari. Infatti, Giovanni Battista, dopo l’età della giovinezza, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza. Sempre dai testi del Vangelo sappiamo che da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè amministrava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato. Questa sua specificità è ricordata nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli: “Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».

San Giovanni era il riferimento della gente semplice, ma anche del Re, dei notabili, quanti frequentavano il tempio e gli stessi soldati, Infatti, diversi di loro, appartenenti alla protezione del Re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare per convertirsi alla carità e alla giustizia, visto che opprimevano il popolo. E lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13). Il fascino che esercitava Giovanni sulla gente era tanto, al punto tale che molti incominciarono a pensare che fosse lui il Messia tanto atteso. Ma lui, ben sapendo chi era, indirizzava la gente verso il vero Messia, Gesù. Infatti, precisava: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Ai sommi sacerdoti fece arrivare forte il suo messaggio “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Il resto della sua vita, è raccontato nei testi del Vangelo ed hanno attinenza con il Battesimo di Gesù al Giordano, durante il quale Giovanni rivelò alla gente presente chi era davvero Colui che stava immergendosi nelle acque: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù disse: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

L’altro momento forte, conclusivo della sua vita, fu il contrasto con il Re di Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè. Per questo motivo, un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta immorale. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici. Per questi ed altri motivi di ordine politico, di stabilizzazione del potere politico e religioso, per tranquillizzare l’ambiente, Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato, come ci ricorda il testo del Vangelo del martirio di Giovanni.  Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista. A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.

Vogliamo fare nostro il messaggio di Giovanni Battista, che è sintetizzato nella vocazione profetica di Isaia, testo della prima lettura di oggi e diventare coraggiosi annunciatori della parola di Dio, senza compromessi di nessun genere ed avere il coraggio, fino alla morte, di parlare di Cristo con lo stesso entusiasmo di San Giovanni Battista, il grande annunciatore e predicatore dell’amore misericordioso del Signore.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, mediante l’intercessione di San Giovanni Battista. “Signore rendici degni annunciatori, con la parola e con l’esempio, del tuo Regno di giustizia, verità, pace in questo mondo globalizzato dall’indifferenza verso ogni discorso di fede e di accoglienza del fratello più bisognoso della terra”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XI -TO- 17 GIUGNO 2018

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 17 giugno 2018
Crescere in sapienza e santità in vista dell’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XI domenica del tempo ordinario ci presenta la necessità e l’urgenza per noi cristiani, sia individualmente che ecclesialmente, di camminare sulla vita della santità e di una fede adulta e matura, sentendo la responsabilità di chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Noi siamo figli di Dio e come tali dobbiamo agire e comportarci, in base al battesimo che abbiamo ricevuto e ci ha inserito nel Regno di Dio, come figli credenti e speranti.

D’altra parte, il Regno di Dio a cui fanno riferimento i testi biblici di oggi, nella prima lettura e soprattutto il vangelo, sappiamo che si trova la sua fase incoativa, nel tempo presente, in attesa della piena manifestazione nel secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra.

Noi viviamo tra il già e il non ancora. Il già costituito dalla prima venuta di Cristo con la salvezza portata a termine nella sua Pasqua di morte e risurrezione, e il non ancora, che arriverà con il giudizio universale, quando tutto verrà ricapitolato per sempre in Cristo, Re dell’Universo.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua seconda lettera ai Corinzi richiama alla nostra attenzione queste certe verità di fede: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”.

E nel Vangelo di questa domenica è Gesù stesso ci presenta, con due delle sue parabole, l’identità e la caratteristica del suo Regno, quello che Lui è venuto a instaurare sulla terra.

Egli stesso si pone la domanda: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?

Ebbene Gesù utilizza due immagini per presentare il volto vero del suo regno: quella del seme gettato nel terreno e che cresce spontaneamente di giorno e di notte, con o senza la vigilanza dell’uomo, e quella del granello di senape, che da piccolo diventa grande, al punto tale, essendo albero consistente, gli uccelli si riparano sopra di esso.

Due immagini tratte, come sempre da Gesù, dalla vita di ogni giorno, familiari ai suoi ascoltatori che, in base a tali riferimenti di vita agricola, naturale e campestre comprendevano esattamente quello che voleva dire.

Le applicazioni alla vita nostra vita cristiana di questo modo di parlare di Gesù sono tante e possibili in vari campi, ma è opportuno sottolineare due aspetti della parola di Gesù in questi esempi: la crescita del regno per opera di Dio, con la disponibilità certamente dell’uomo di accoglierlo, dentro di se; e la sicurezza che tale regno offre, esclusivamente a livello spirituale e in prospettiva di eternità, nel momento in cui si entra a far parte di esso.

L’immagine degli uccelli che possono fare il loro nido sui vari rami di questo albero della grazia e della santità ci indica il percorso che tutti noi cristiani siamo chiamati a fare accogliendo la parola di Dio e mettendola in pratica e raggiungendo la salvezza per vie diverse.

Ecco perché Gesù rivolgendosi alla gente usava “molte parabole dello stesso genere, per annunciare loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

La parola va annunciata, spiegata e una volta compresa va messa in pratica, altrimenti è un seme gettato in una terra infertile che non produce, non cresce e non fa crescere.

Nel suo modo di rapportarsi in termini comunicativi alla gente che lo ascoltava, Gesù valorizza il suo patrimonio di conoscenza del testo sacro che possedeva ampiamente e che si riferiva all’Antico Testamento.

Lo si comprende anche dall’inserimento della prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella liturgia della parola di questa XI Domenica, nel quale si parla di ciò che farà il Signore rispetto al piccolo gregge del suo popolo, utilizzando, in questo caso, anche la pianta del cedro, per far crescere e potenziare il regno di Dio tra gli uomini. Egli, il Signore farà tutto questo e lo farà nella logica divina dell’amore e del dono, contro ogni forma di superbia e arroganza dell’uomo, in quanto “io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”.

Nell’accogliere la parola di Dio con semplicità, consapevolezza delle nostre umane fragilità, ma anche con il proposito di mettere in pratica la parola ascoltata e commentata, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 10 Giugno 2018

Chi non ascolta la voce di Dio, devia nella vita

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa decima domenica del tempo ordinario ci indirizza a riflettere seriamente su come siamo in ascolto della parola del Signore, qual è la nostra sintonia con essa e soprattutto se siamo docili ad accogliere ciò che ci suggerisce di fare per il nostro e nostro e altrui bene spirituale. Nel testo della prima lettura, tratto dal libro della Genesi, il libro di apertura di tutta la sacra scrittura narra di ciò che accadde nell’Eden, il Paradiso terrestre, dove Dio Creatore aveva collocato l’uomo in una condizione doni particolari e speciali, che l’uomo stesso non seppe conservare e valorizzare nella logica del suo essere creatura e non creatore, accettando anche gli innegabili limiti insiti nella stessa natura umana. Infatti, il testo biblico ci porta all’esperienza della debolezza umana originaria sperimentato da Adamo ed Eva, dopo il primo peccato quello, definito originario, in quanto è il primo atto fondamentale di ribellione a Dio, commesso dall’uomo. L’uomo si scopre nudo, cioè nella condizione di povertà umana e spirituale, in quanto il peccato, causa l’allontanamento da Dio e concentrazione su se stesso, che come tale non è messo al riparo dal resto. Infatti, ad aggredire l’uomo, nella realtà di coppia, di maschio e femmina, costituita all’origine della creazione e voluta da Dio per la complementarietà, aperta alla vita, è il simbolo del peccato e del diavolo, quel serpente ingannatore che aveva convinto Eva a mangiare dell’albero proibito e poi passare il frutto avvelenato della superbia e dell’orgoglio al suo compagno Adamo. La coppia, nella sua corresponsabilità di entrambi i membri, commette quindi il peccato, attribuibile ad entrambi con responsabilità soggettive diverse, come è facile capire dal testo. Dio cerca Adamo per chiedere spiegazione in merito a quanto era successo. E la risposta del nostro progenitore è la seguente: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Un modo per scaricare la responsabilità sulla donna e per non assumersi anche le sue colpe. Dio non si ferma di fronte a questa giustificazione, potremmo dire infantile, come spesso capita quando succede qualcosa e la colpa è sempre degli altri e mai nostro, per cui chiede alla donna, ad Eva: «Che hai fatto?». Eva dà la sua motivazione a Dio, scaricando la responsabilità del male, a chi l’ha tentata: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». La conseguenza di questo primo peccato, descritto in questo modo, facile da capire ed accessibile a chi si vuole aprire ad un dialogo d’amore e di perdono con Dio, sta in queste parole di condanna, ma anche si speranza, definite da tutti gli studiosi, il protovangelo, la prima bella notizia che Dio dà all’uomo dopo il peccato originale: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». La certezza della salvezza è stata così annunciata da Dio stesso, in quel paradiso, una volta luogo della gioia e della serenità, divenuto, poi, luogo del tomento e della lotta contro il male. E’ questa la storia di una vita umana che deve dibattersi tra il bene e il male e con la grazia di Dio, con la fede forte e convinta può vincere le insidie del male e far trionfare il bene. Ad incoraggiarci in questo cammino di conversione e di purificazione viene in nostro aiuto l’Apostolo Paolo con il testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima seconda ai Corinzi:  “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”.

Parole bellissime che devono fare i conti con la debolezza umana e con le nostre fragilità culturali, fisiche, interiori e di relazioni con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il mondo. L’apostolo, forte della sua esperienza di convertito, ci incoraggia ad andare avanti, in quanto, anche “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

La fede nell’eternità e nella vita oltre la vita ci fa accettare di buon grado ogni sofferenza e prova su questa terra, che è luogo di passaggio e non la nostra dimora definitiva: “Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli”. E’ la grande speranza cristiana che si alimenta della certezza della parola di Dio che non può ingannare, ma solo aiutare nel cammino verso la santità e la salvezza vera, eterna e definitiva.

D’altra parte, Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica cerca di far capire ai suoi interlocutori l’importanza che ha la docilità alla parola di Dio, nell’accoglierla e metterla in pratica, nell’immergersi continuamente nel lavacro della purificazione dal proprio egoismo che sta la vera ed eterna salvezza. Non senza motivo a chi lo accusa di essere posseduto dal capo dei demoni, ritenendolo un indemoniato, Gesù replica con parole fortissime che devono far riflettere a quanti gli Apostoli che non sanno valutare con sapienza del cuore gli eventi e non sanno discernere con la logica di Dio, ma si affidano alle proprie idee: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Quel che segue sul perdono dei peccati da parte di Dio, è un chiaro invito a distaccarci da tutto ciò che spegne in noi lo Spirito, che azzera la nostra visione di eterno e di speranza della salvezza futuro, Ecco, perché Gesù ammonisce con queste parole: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».

Di fronte a questo monito di Cristo, una considerazione finale va fatta. Gesù dice queste in una casa, dove molta folla e prima arrivasse la sua madre e i suoi parenti, anche loro per ascoltarlo. Quando giunsero sua madre e i suoi fratelli rimasero fuori la casa dove Gesù stava e allora lo mandarono a chiamare per informarlo dell’arrivo di Maria e dei suoi cari. L’evangelista Marco, come ottimo osservatore e cronista del fatto, annota: “Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Allora chi è colui che può dirsi parente effettivo di Cristo? La risposta sta in queste parole finali del brano del vangelo di oggi. Prima di tutto è la stessa sua Madre, docilissima alla parola di Dio, da definirsi l’umile ancella del Signore e tutti coloro che sull’esempio di Maria ascoltano la voce di Dio, la mettono in pratica e fanno sempre la sua santissima volontà, come preghiamo nella stessa orazione che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, vanga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Impegniamoci a fare sempre la santissima volontà di Dio e a rinnegare le nostre umane volontà e desideri che non vanno nella direzione che Gesù ci ha indicato con la sua incarnazione, passione, morte in croce e risurrezione.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI. SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE DI N.S.GESU’ CRISTO- DOMENICA 13 MAGGIO 2018

RUNGI2015

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)
GESU’ E’ ASCESO AL CIELO E SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE

Domenica 13 maggio 2018

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, che abbiamo contemplato in questi quaranta giorni del tempo pasquale come il Risorto in mezzo ai suoi discepoli, con i quali dialoga, mangia e si intrattiene, ma anche invia ed indica la strada della risurrezione nella logica della Pasqua sua e nostra. Oggi, infatti, si completa il cammino nel tempo del Redentore, morto e risorto, in quanto con la sua ascensione al cielo, Egli siede definitivamente alla destra del Padre, per poi, un giorno ritornare per giudicare i vivi e i morti, nel giudizio finale e nel secondo e definitivo avvento sulla terra. Nella preghiera inziale di questa solennità, la colletta, preghiamo con queste significative parole, che hanno attinenza al mistero della gloria: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. La chiesa pellegrina è in cammino verso l’eternità e tra il già e il non ancora continua a svolgere la sua missione nel nome del Signore su mandato esplicito del Cristo che ascende glorioso e vittorioso al cielo, come ci ricorda il brano del Vangelo di Marco che si proclama in questa solennità: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». E di fatto gli apostoli partirono e fecero esattamente quello che Gesù aveva loro ordinato di fare. Infatti “predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.

Nel brano degli Atti degli apostoli che riguarda proprio il momento in cui Gesù ascende al cielo è tratteggiata la storia della vita di Cristo, in modo sintetico, ma efficace, per capire esattamente chi era Cristo per i discepoli e per la chiesa delle origini e chi deve essere Cristo, per noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana. Allora Gesù “si mostro vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. Poi, “mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Gesù torna in cielo e manda dal cielo il suo Spirito Paraclito, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti. Tra Ascensione e Pentecoste si gioia la vita umana e spirituale del gruppo degli apostoli invitati da Gesù a restare in attesa del Paraclito e poi inviati nel mondo ad evangelizzare. Ed essi me saranno testimoni di Cristo a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra. La promessa di Cristo si è realizzata, se oggi, la Chiesa, il Vangelo e la conoscenza dell’unico salvatore del mondo hanno raggiunto gli estremi confini del mondo terrestre per oltrepassare la stessa terra e collocarsi come annuncio di vita e speranza nell’intero universo, sempre più alla portata della conoscenza dell’uomo, mediante la tecnologia di oggi.

Oltre il predicare e l’annunciare il vangelo in tutto il mondo ed invitare a conversione chi è lontano dalla fede e non conosce affatto Dio, c’è per ogni cristiano il diritto-dovere di testimoniare Cristo con una degna condotta di vita, come ci ricorda il brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini: comportarsi in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore e avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

Curare l’unità nella diversità dei carismi è un altro importante compito che spetta ad ogni credente e cattolico vero: Noi dobbiamo essere “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

La pluralità dei doni e dei carismi non ci deve spaventare, ma arricchirci e stimolarci a fare sempre di più e meglio a gloria di Dio: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

Un cammino difficile quella dell’unità, ma tutti dobbiamo lavorare per raggiungerla ovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo. Nulla ci deve portare lontano da Dio e dagli altri, ma tutti dobbiamo convergere verso un’unità vera e sostanziale che si fonda, si struttura nel tempo e organizzativamente come docilità allo Spirito Paraclito, che è accoglienza dei vari carismi che Egli suscita nella chiesa e per la chiesa.

Con il salmista eleviamo al Signore il nostro inno di lode e di ringraziamento per tutto quello che ci ha donato da sempre: “Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni. Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo”.

A questo trono rivolgiamo oggi il nostro sguardo nella liturgia solenne dell’Ascensione al cielo di nostro Signore, perché con lo sguardo fisso sulle cose di lassù, ma operando con sapienza su questa terra, possiamo meritare anche noi di essere accolti tra i beati del cielo, dove Gesù è asceso e ci attende, perché è andato a preparare per ognuno di noi un posto in prima fila per tutti i suoi figli.