DOMENICA

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 23 SETTEMBRE 2018

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 23 settembre 2018

La classifica che conta davanti a Dio. In serie A del Paradiso si arriva con l’umiltà.

Commento di padre Antonio Rungi

In questa XXV domenica del tempo ordinario, la nostra riflessione parte dal testo del Vangelo, che è quello di più immediata comprensione ed attualizzazione nella vita dei singoli, come della comunità ecclesiale, sociale ed umana.

L’idea di fondo che Gesù vuol far passare ai discepoli è quella del servizio e non quella del potere, quella dell’ultimo posto e non quella del primo posto, in quanto nella classifica divina ciò che conta non è il primo in ordine di importanza, ma il primo in ordine di santità, di amore e disponibilità verso gli altri.

Gesù sviluppa questa sua riflessione e rivolge questo monito ed esortazione ai suoi dodici apostoli durante il viaggio di attraversamento della Galilea.

Egli come sempre conversa con i suoi discepoli e li prepara a quello che sta per succedere da lì a poco, a conclusione della sua missione terrena, indicando il termine ultimo di questo cammino, che è il Calvario, la croce e la morte.

Diceva infatti, loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Ma i discepoli, intenti in altri ragionamenti e calcoli terreni, come tutti gli esseri umani, non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

La lezione della croce non era stata recepita dai distratti discepoli, al punto tale che non chiesero spiegazioni.

Gesù conoscendo le sue pecorelle, quando giunse a Cafàrnao e fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».

Beh, era ovvio che non potevano rispondere e quindi tacevano, in quanto non stavano affatto ad ascoltare la parola del Maestro e il suo insegnamento circa la croce e la risurrezione che si avvicinava sempre di più per Lui.

L’evangelista Marco, infatti, come ottimo osservatore e cronista, riporta l’argomento del discorrere degli apostoli: “Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.

Mentre Gesù parla di sofferenza, loro parlano di potere, di chi doveva occupare il posto più prestigioso vicino a Gesù, chi doveva essere considerato e classificato come primo.

Ebbene, Gesù si siede e chiama a se il gruppo al quale fa questo discorso: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Per far capire il discorso dell’umiltà, Gesù usa uno stratagemma che colpisce sempre: prese “un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Accogliere Cristo è vivere nell’umiltà, nella semplicità, nel servizio, nella disponibilità piena al progetto di Dio, che è  Croce, ma soprattutto risurrezione e vita.

La logica di Dio è la logica del dono e non del potere e del primeggiare sugli altri, per far valere la propria autorità, ma mettersi al servizio ed essere la chiesa che si inginocchia davanti alle sofferenze dei fratelli e lenisce le piaghe e le ferite del corpo e dello spirito.

Il modello di ispirazione per ogni azione rispondente al disegno di Dio è Cristo, il Servo sofferente, il Crocifisso.

Anche in questa domenica si parla appunto della sofferenza di Gesù, come ci è riportato nel brano della prima lettura di oggi, ricavato dal Libro della Sapienza: [Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”.

Queste insidie le tesero contro Gesù i sommi sacerdoti, il sinedrio e quanti non accettavano il Maestro per quello che diceva e faceva. Da qui la condanna a morte. La prova di questa struttura mentale votata alla distruzione e all’annientamento dell’avversario religioso e politico, la troviamo nelle parole che seguono: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

Esattamente quello che ha vissuto Gesù durante il processo, la condanna a morte, il viaggio al Calvario, la morte in croce. Ma lui ha vinto tutto questo odio con l’amore che promana dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

L’odio porta alla divisione, alla separazione, alla guerra e al conflitto di interesse di qualsiasi genere.

San Giacomo Apostolo ci mette in guardia da tutto quello che divide e separa nella vita di ogni cristiano, rammentando che “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. E l’apostolo va all’origine di questi disastri spirituali, interrogandosi e interrogandoci: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?”.

La risposta è lapidaria: “Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni”.

In poche parole succedono tutte queste cose, perché siamo una frana umanamente e spiritualmente, per cui facciamo disastri ad ogni livello.

Per superare tutti questi umani limiti è necessario essere umili e guardare al Crocifisso, chiave di lettura per parlare di pace, giustizia e fratellanza.

Facciamo questo sforzo di confrontarci con il Maestro Crocifisso e Risorto e non con il potere umano, politico ed economico che, secondo un paganesimo sempre più diffuso in tutti gli ambienti, compresi quelli religiosi, è causa di guerra, divisioni e gelosie, calunnie e diffamazioni che portano all’infelicità di chi accusa e dell’accusato.

Sia questa la nostra umile preghiera in questa domenica: “O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”.

Diventiamo davvero grandi davanti a Dio, conquistiamo il primo posto nella classifica di Dio, mettendoci a servizio e donando la vita. In serie A, quella del Paradiso, si arriva con l’umiltà e il sorriso.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DEL 5 AGOSTO 2018

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 5 agosto 2018

Il pane dal cielo, cibo per la nostra vita terrena

Commento di padre Antonio Rungi

La diciottesima domenica del tempo ordinario ci ripresenta il tema del pane eucaristico, con il duplice riferimento ad esso nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, in cui è raccontato il miracolo della mamma piovuta dal cielo, e nel vangelo di Giovanni, con il noto capitolo sesto sul pane della vita, nuovamente viene presentata alla nostra riflessione il cibo che dura per la vita eterna.

Il ritorno su questo tema da parte della liturgia della parola di Dio è giustificato dal fatto che noi effettivamente abbiamo bisogno del doppio cibo, quello materiale che ci sostiene nel cammino della vita terrena e quello spirituale che ci accompagna nel pellegrinaggio verso la terra promessa. E questa è la santissima eucaristia. Partendo dalla pima lettura che ci racconta la lunga traversata del deserto da parte del popolo eletto, durata 40 anni, che chiaramente creò non pochi problemi di sopravvivenza per il consistente gruppo di israeliti che si diressero verso la terra promessa che il Signore aveva indicato a Mosè. In questo sofferto pellegrinaggio verso la liberta successe che “nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne”.

Le lamentele erano così forti che “gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Il prezzo della libertà è svenduto per un pezzo di pane e di carne. E’ la storia di sempre dell’uomo che pensa solo allo stomaco e non alla mente ed al cuore. La libertà non a prezzo e per essa si deve anche morire. Quanti esempi dai primi martiri del cristianesimo fino ad oggi che per la libertà religiosa o semplicemente di pensiero sono state sacrificate vittime innocenti e ancora oggi si sacrificano per questo valore non contrattabile della libertà. Ebbene, in questa nuova situazione di emergenza alimentare e biologica, “il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».

Le promesse di Dio si attuano e vanno sempre in porto, quelle degli uomini non approdano quasi mai al risultato finale. E, infatti, quello che è successo è scritto nel testo di oggi dell’Esodo: “La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

Nonostante le lamentele e l’ingratitudine dell’uomo, Dio lo ricompensa sempre con amore. E’ la storia di sempre di un’umanità infedele e irriconoscente verso Dio e di un Dio immensamente attento alle necessità dell’uomo.

Stesso scenario nel Vangelo di questa domenica che è la prosecuzione del brano di domenica scorsa, in cui Gesù fa notare alle persone che lo cercano, ovunque egli si trovi, “non perché avevano visto dei segni, ma perché avevano mangiato di quei pani e si erano saziati”. E’ una ricerca interessata e motivata dai vuoti dello stomaco e non del cuore e della fede in Dio. Da qui il preciso monito del Maestro: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.

Scontata la domanda da parte della gente nei confronti di Gesù: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Evidentemente la fede in loro non c’era se cercano ancora altri segni. Non sono bastati i segni che finora Gesù aveva compiuto. Ecco che allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Il richiamo alla manna ricevuta in dono da Dio durante il cammino verso la terra promessa è riconosciuta con miracolo, come segno divino, perciò obiettano a Gesù, Lui cosa fa per far credere e suscitare la fede. Gesù risponde con queste parole: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Di fronte ad una sicurezza del genere, la chiesta della gente è lapidaria: «Signore, dacci sempre questo pane». Al che Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Ecco la grandezza del nostro Dio: Egli è la piena soddisfazione dei bisogni veri dell’uomo, perché Dio riempie il nostro cuore, al punto tale che ci sentiamo in obbligo di rispondere a questo amore generoso con una vita degna di essere definita cristiana, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della Lettera agli Efesini di oggi: “Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, come pure di abbandonare la condotta di prima, quella l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli. Bisogna invece rinnovarsi nello spirito e nel modo di pensare, al fine di “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. E’ quello che chiediamo al Signore mediante la preghiera: “O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – DOMENICA 24 GIUGNO 2018

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SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

DOMENICA 24 GIUGNO 2018

GIOVANNI BATTISTA,

IL PORTAVOCE DI CRISTO FINO DAL GREMBO MATERNO

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi la liturgia domenicale è totalmente dedicata a San Giovanni Battista, il precursore di Gesù, il suo portavoce dal momento del concepimento fino all’ultimo istante della sua vita, conclusasi con il martirio, con la decapitazione. Oggi quindi la parola di Dio ci invita a prendere esempio da questo santo unico e eccezionale, di cui non troviamo paragoni nella storia della Chiesa, anche per lo stretto rapporto con la venuta di Cristo sulla terra, di cui egli è stato il grande predicatore e annunciatore. La devozione popolare, l’iconografia, le chiese, le parrocchie, l’arte dedicano moltissimo a questo santo che affascina per la sua spiritualità, per la serietà e l’elevatura morale, per il coraggio, la penitenza, l’umiltà e lo stile di vita improntata su Dio e indirizzata all’accoglienza dell’unico Messia. Rispetto ad altri santi, la Chiesa lo festeggia, come la Vergine Maria, anche nel giorno della sua nascita, il 24 giugno; mentre ne ricorda la tragica fine, nel giorno 29 agosto, celebrando il suo martirio. La sua vocazione profetica si manifestò ancor prima di nascere attraverso segni messianici come “l’esultanza” davanti a Maria in visita alla cugina Elisabetta. E Cristo stesso lo definì «il più grande tra i nati da donna» È l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. Nel Vangelo di Luca  si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. La sua nascita miracolosa è annunciata dall’arcangelo Gabriele, come nella nascita di Gesù Bambino. Il testo di questo evento singolare fa parte del Vangelo della solennità di questa giornata, dedicata a questo grandissimo Santo. La madre Elisabetta era sterile e ormai anziana. Un giorno, mentre il marito Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.

Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il “messaggero celeste”, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è nulla è impossibile a Dio”.  Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia. Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.

Nel commentare questa nascita miracolosa, l’evangelista Luca sottolinea che: “Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui”. Dopo la nascita, in estrema sintesi San Luca scrive circa Giovanni Battista: “Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele”.

Quello che conosciamo di lui è scritto nei testi sacri con dovizia di particolari. Infatti, Giovanni Battista, dopo l’età della giovinezza, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza. Sempre dai testi del Vangelo sappiamo che da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè amministrava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato. Questa sua specificità è ricordata nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli: “Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».

San Giovanni era il riferimento della gente semplice, ma anche del Re, dei notabili, quanti frequentavano il tempio e gli stessi soldati, Infatti, diversi di loro, appartenenti alla protezione del Re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare per convertirsi alla carità e alla giustizia, visto che opprimevano il popolo. E lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13). Il fascino che esercitava Giovanni sulla gente era tanto, al punto tale che molti incominciarono a pensare che fosse lui il Messia tanto atteso. Ma lui, ben sapendo chi era, indirizzava la gente verso il vero Messia, Gesù. Infatti, precisava: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Ai sommi sacerdoti fece arrivare forte il suo messaggio “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Il resto della sua vita, è raccontato nei testi del Vangelo ed hanno attinenza con il Battesimo di Gesù al Giordano, durante il quale Giovanni rivelò alla gente presente chi era davvero Colui che stava immergendosi nelle acque: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù disse: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

L’altro momento forte, conclusivo della sua vita, fu il contrasto con il Re di Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè. Per questo motivo, un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta immorale. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici. Per questi ed altri motivi di ordine politico, di stabilizzazione del potere politico e religioso, per tranquillizzare l’ambiente, Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato, come ci ricorda il testo del Vangelo del martirio di Giovanni.  Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista. A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.

Vogliamo fare nostro il messaggio di Giovanni Battista, che è sintetizzato nella vocazione profetica di Isaia, testo della prima lettura di oggi e diventare coraggiosi annunciatori della parola di Dio, senza compromessi di nessun genere ed avere il coraggio, fino alla morte, di parlare di Cristo con lo stesso entusiasmo di San Giovanni Battista, il grande annunciatore e predicatore dell’amore misericordioso del Signore.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, mediante l’intercessione di San Giovanni Battista. “Signore rendici degni annunciatori, con la parola e con l’esempio, del tuo Regno di giustizia, verità, pace in questo mondo globalizzato dall’indifferenza verso ogni discorso di fede e di accoglienza del fratello più bisognoso della terra”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XI -TO- 17 GIUGNO 2018

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 17 giugno 2018
Crescere in sapienza e santità in vista dell’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XI domenica del tempo ordinario ci presenta la necessità e l’urgenza per noi cristiani, sia individualmente che ecclesialmente, di camminare sulla vita della santità e di una fede adulta e matura, sentendo la responsabilità di chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Noi siamo figli di Dio e come tali dobbiamo agire e comportarci, in base al battesimo che abbiamo ricevuto e ci ha inserito nel Regno di Dio, come figli credenti e speranti.

D’altra parte, il Regno di Dio a cui fanno riferimento i testi biblici di oggi, nella prima lettura e soprattutto il vangelo, sappiamo che si trova la sua fase incoativa, nel tempo presente, in attesa della piena manifestazione nel secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra.

Noi viviamo tra il già e il non ancora. Il già costituito dalla prima venuta di Cristo con la salvezza portata a termine nella sua Pasqua di morte e risurrezione, e il non ancora, che arriverà con il giudizio universale, quando tutto verrà ricapitolato per sempre in Cristo, Re dell’Universo.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua seconda lettera ai Corinzi richiama alla nostra attenzione queste certe verità di fede: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”.

E nel Vangelo di questa domenica è Gesù stesso ci presenta, con due delle sue parabole, l’identità e la caratteristica del suo Regno, quello che Lui è venuto a instaurare sulla terra.

Egli stesso si pone la domanda: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?

Ebbene Gesù utilizza due immagini per presentare il volto vero del suo regno: quella del seme gettato nel terreno e che cresce spontaneamente di giorno e di notte, con o senza la vigilanza dell’uomo, e quella del granello di senape, che da piccolo diventa grande, al punto tale, essendo albero consistente, gli uccelli si riparano sopra di esso.

Due immagini tratte, come sempre da Gesù, dalla vita di ogni giorno, familiari ai suoi ascoltatori che, in base a tali riferimenti di vita agricola, naturale e campestre comprendevano esattamente quello che voleva dire.

Le applicazioni alla vita nostra vita cristiana di questo modo di parlare di Gesù sono tante e possibili in vari campi, ma è opportuno sottolineare due aspetti della parola di Gesù in questi esempi: la crescita del regno per opera di Dio, con la disponibilità certamente dell’uomo di accoglierlo, dentro di se; e la sicurezza che tale regno offre, esclusivamente a livello spirituale e in prospettiva di eternità, nel momento in cui si entra a far parte di esso.

L’immagine degli uccelli che possono fare il loro nido sui vari rami di questo albero della grazia e della santità ci indica il percorso che tutti noi cristiani siamo chiamati a fare accogliendo la parola di Dio e mettendola in pratica e raggiungendo la salvezza per vie diverse.

Ecco perché Gesù rivolgendosi alla gente usava “molte parabole dello stesso genere, per annunciare loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

La parola va annunciata, spiegata e una volta compresa va messa in pratica, altrimenti è un seme gettato in una terra infertile che non produce, non cresce e non fa crescere.

Nel suo modo di rapportarsi in termini comunicativi alla gente che lo ascoltava, Gesù valorizza il suo patrimonio di conoscenza del testo sacro che possedeva ampiamente e che si riferiva all’Antico Testamento.

Lo si comprende anche dall’inserimento della prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella liturgia della parola di questa XI Domenica, nel quale si parla di ciò che farà il Signore rispetto al piccolo gregge del suo popolo, utilizzando, in questo caso, anche la pianta del cedro, per far crescere e potenziare il regno di Dio tra gli uomini. Egli, il Signore farà tutto questo e lo farà nella logica divina dell’amore e del dono, contro ogni forma di superbia e arroganza dell’uomo, in quanto “io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”.

Nell’accogliere la parola di Dio con semplicità, consapevolezza delle nostre umane fragilità, ma anche con il proposito di mettere in pratica la parola ascoltata e commentata, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 10 Giugno 2018

Chi non ascolta la voce di Dio, devia nella vita

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa decima domenica del tempo ordinario ci indirizza a riflettere seriamente su come siamo in ascolto della parola del Signore, qual è la nostra sintonia con essa e soprattutto se siamo docili ad accogliere ciò che ci suggerisce di fare per il nostro e nostro e altrui bene spirituale. Nel testo della prima lettura, tratto dal libro della Genesi, il libro di apertura di tutta la sacra scrittura narra di ciò che accadde nell’Eden, il Paradiso terrestre, dove Dio Creatore aveva collocato l’uomo in una condizione doni particolari e speciali, che l’uomo stesso non seppe conservare e valorizzare nella logica del suo essere creatura e non creatore, accettando anche gli innegabili limiti insiti nella stessa natura umana. Infatti, il testo biblico ci porta all’esperienza della debolezza umana originaria sperimentato da Adamo ed Eva, dopo il primo peccato quello, definito originario, in quanto è il primo atto fondamentale di ribellione a Dio, commesso dall’uomo. L’uomo si scopre nudo, cioè nella condizione di povertà umana e spirituale, in quanto il peccato, causa l’allontanamento da Dio e concentrazione su se stesso, che come tale non è messo al riparo dal resto. Infatti, ad aggredire l’uomo, nella realtà di coppia, di maschio e femmina, costituita all’origine della creazione e voluta da Dio per la complementarietà, aperta alla vita, è il simbolo del peccato e del diavolo, quel serpente ingannatore che aveva convinto Eva a mangiare dell’albero proibito e poi passare il frutto avvelenato della superbia e dell’orgoglio al suo compagno Adamo. La coppia, nella sua corresponsabilità di entrambi i membri, commette quindi il peccato, attribuibile ad entrambi con responsabilità soggettive diverse, come è facile capire dal testo. Dio cerca Adamo per chiedere spiegazione in merito a quanto era successo. E la risposta del nostro progenitore è la seguente: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Un modo per scaricare la responsabilità sulla donna e per non assumersi anche le sue colpe. Dio non si ferma di fronte a questa giustificazione, potremmo dire infantile, come spesso capita quando succede qualcosa e la colpa è sempre degli altri e mai nostro, per cui chiede alla donna, ad Eva: «Che hai fatto?». Eva dà la sua motivazione a Dio, scaricando la responsabilità del male, a chi l’ha tentata: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». La conseguenza di questo primo peccato, descritto in questo modo, facile da capire ed accessibile a chi si vuole aprire ad un dialogo d’amore e di perdono con Dio, sta in queste parole di condanna, ma anche si speranza, definite da tutti gli studiosi, il protovangelo, la prima bella notizia che Dio dà all’uomo dopo il peccato originale: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». La certezza della salvezza è stata così annunciata da Dio stesso, in quel paradiso, una volta luogo della gioia e della serenità, divenuto, poi, luogo del tomento e della lotta contro il male. E’ questa la storia di una vita umana che deve dibattersi tra il bene e il male e con la grazia di Dio, con la fede forte e convinta può vincere le insidie del male e far trionfare il bene. Ad incoraggiarci in questo cammino di conversione e di purificazione viene in nostro aiuto l’Apostolo Paolo con il testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima seconda ai Corinzi:  “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”.

Parole bellissime che devono fare i conti con la debolezza umana e con le nostre fragilità culturali, fisiche, interiori e di relazioni con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il mondo. L’apostolo, forte della sua esperienza di convertito, ci incoraggia ad andare avanti, in quanto, anche “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

La fede nell’eternità e nella vita oltre la vita ci fa accettare di buon grado ogni sofferenza e prova su questa terra, che è luogo di passaggio e non la nostra dimora definitiva: “Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli”. E’ la grande speranza cristiana che si alimenta della certezza della parola di Dio che non può ingannare, ma solo aiutare nel cammino verso la santità e la salvezza vera, eterna e definitiva.

D’altra parte, Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica cerca di far capire ai suoi interlocutori l’importanza che ha la docilità alla parola di Dio, nell’accoglierla e metterla in pratica, nell’immergersi continuamente nel lavacro della purificazione dal proprio egoismo che sta la vera ed eterna salvezza. Non senza motivo a chi lo accusa di essere posseduto dal capo dei demoni, ritenendolo un indemoniato, Gesù replica con parole fortissime che devono far riflettere a quanti gli Apostoli che non sanno valutare con sapienza del cuore gli eventi e non sanno discernere con la logica di Dio, ma si affidano alle proprie idee: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Quel che segue sul perdono dei peccati da parte di Dio, è un chiaro invito a distaccarci da tutto ciò che spegne in noi lo Spirito, che azzera la nostra visione di eterno e di speranza della salvezza futuro, Ecco, perché Gesù ammonisce con queste parole: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».

Di fronte a questo monito di Cristo, una considerazione finale va fatta. Gesù dice queste in una casa, dove molta folla e prima arrivasse la sua madre e i suoi parenti, anche loro per ascoltarlo. Quando giunsero sua madre e i suoi fratelli rimasero fuori la casa dove Gesù stava e allora lo mandarono a chiamare per informarlo dell’arrivo di Maria e dei suoi cari. L’evangelista Marco, come ottimo osservatore e cronista del fatto, annota: “Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Allora chi è colui che può dirsi parente effettivo di Cristo? La risposta sta in queste parole finali del brano del vangelo di oggi. Prima di tutto è la stessa sua Madre, docilissima alla parola di Dio, da definirsi l’umile ancella del Signore e tutti coloro che sull’esempio di Maria ascoltano la voce di Dio, la mettono in pratica e fanno sempre la sua santissima volontà, come preghiamo nella stessa orazione che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, vanga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Impegniamoci a fare sempre la santissima volontà di Dio e a rinnegare le nostre umane volontà e desideri che non vanno nella direzione che Gesù ci ha indicato con la sua incarnazione, passione, morte in croce e risurrezione.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI PASQUA DEL BUON PASTORE. IL COMMENTO

RUNGI2015

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 22 arile 2018

 

Pastori, mercenari e lupi rapaci
Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa.

Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale.

Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che diano la vita per i fedeli, vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si stanchino mai di cercarla, se è uscita dall’ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.

 

Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”.

Gesù, quindi, si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza.

Gesù prende, tuttavia, le distanze dalla figura del mercenario, “che non è pastore e al quale le pecore non appartengono” e fa le cose per scopi economici; se costretto, addirittura abbandona il gregge e scappa via da esso, quando vede i lupi avvicinarsi. Il mercenario, infatti, se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

E’ un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, dal guadagno, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge e tutto fa per amore.

 

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non si cura il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e dopo di loro a tutti i successori di Pietro e degli Apostoli, cioè il Papa e i vescovi.

 

Chi è questo lupo? Certamente l’immagine usata da Gesù, tratta dalla pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura.

Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo, della Pasqua di Cristo, del Vangelo della vita e della gioia e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.

 

Gesù, invece, si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole, c’è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.

 

Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore di Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l’umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono dal suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un’anima sola, sotto la guida dell’unico pastore, che è Cristo.

 

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell’ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

 

Solo in Cristo c’è la vera e certa salvezza dell’uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

 

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l’unzione battesimale, crismale e sacerdotale:

Gesù, Buon Pastore

prenditi cura di ognuno di noi,

noi che ci siamo persi e smarriti,

rincorrendo falsi idoli.

 

Gesù insegnaci a prenderci cura

di quanti sono in necessità

ed hanno bisogno

di un’attenzione speciale.

 

Tu, Pastore Buono ,

che hai dato la vita per il tuo gregge,

imprimi nel nostro cuore

e nella nostra mente

il coraggio di affrontare ogni prova

dell’esistenza terrena.

 

Allontana da noi, Signore,

tutti i lupi rapaci

che sono nemici della Tua Croce

e aggrediscono il tuo amato gregge,

con il solo intento di disperderlo

e di dividerlo per sempre.

 

Signore fa che i ministri

della tua santa Chiesa,

siano modelli di vita,

nel loro agire di pastori

attenti e premurosi

verso ogni persona

affidata alle loro cure spirituali.

 

Manda nella tua messe,

sempre più bisognosa di operai,

persone capaci di donarsi senza limiti

e che sappiano affrontare

ogni nemico del tuo Regno,

che lavora silenziosamente

per far smarrire le pecorelle,

per separare il pastore dal suo gregge

e il gregge dal suo unico e vero pastore,

che sei Tu, o Gesù,

morto e risorto per noi.

 

Nessun mercenario,

o Buon Pastore,

trovi posto e accoglienza,

nel gregge che Tu hai costituito

e che guidi verso i pascoli eterni

del santo Paradiso,

dove speriamo di giungere,

al termine dei nostri giorni,

accolti dalla tenerezza materna

della Beata Vergine,

Buon Pastora del Tuo Regno.

Amen

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA TERZA DOMENICA DI PASQUA

resurrezione
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)
Domenica 15 aprile 2018
Gesù il catechista dei suoi discepoli
Commento di padre Antonio Rungi
La terza domenica di Pasqua ci presenta una nuova apparizione di Gesù agli apostoli. Si tratta dell’apparizione successiva a quella identificativa del Maestro, operata dai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù nello spezzare il pace. Chiaro riferimento alla celebrazione eucaristica che era ed è il segno distintivo di comunità cristiana all’inizio dell’attività apostolica della Chiesa, che nasce dalla Pasqua di Cristo.
L’evangelista Luca ci descrive esattamente come avvenne questo nuovo incontro tra gli sperduti discepoli e Gesù. Loro non aveva ancora compreso nulla di quanto era successo, dopo la morte di Gesù. Non erano pronti a capire il mistero della risurrezione. E Gesù si erge a formatore dei suoi apostoli, ricordando loro quanto già aveva detto in precedenza prima di morire sulla croce.
La coscientizzazione della risurrezione di Gesù non ancora c’era stata nella mente e nel cuore degli apostoli, al punto tale che non riconoscono Gesù quando appare loro, hanno paura, pensano di trovarsi di fronte ad un fantasma. Ma Gesù disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi”. A questo punto di convincono tutti che e Gesù. Egli per consolidare questo loro atto di fede e di riconoscimento della sua persona come Risorto, Gesù chiede qualcosa da mangiare. I discepoli gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Pane e pesce, i due segni distintivi della celebrazione della Pasqua dei primi cristiani. Segni che sono arrivati a noi con un significato preciso e attinente al mistero dell’eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore.
Poi Gesù cerca di far recuperare la memoria delle cose dette agli apostoli prima che salisse al Calvario: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Solo dopo questo affettuoso e tenero richiamo al loro passato di apostoli vicino a loro maestra, “si aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
Dopo la Pentecoste, gli Apostoli fecero esattamente quello che il Signore aveva detto loro, come ci attestano gli Atti, scritti dallo stesso san Luca, in cui sono riportati i primi impegni missionari del gruppo dei Dodici. Ne ascoltiamo una breve relazione nel brano di oggi, prima lettura, di questa terza domenica di Pasqua. E’ Pietro, il capo del collegio apostolico a prendere la parola e ad evangelizzare. Segno evidente che l’autorevolezza di Pietro rimane certa nella chiesa e di conseguenza tutti i suoi successori che sono i Romani Pontefici. Nel Vangelo è Gesù stesso che istruisce gli Apostoli, negli Atti e Pietro che trasmette alla gente che lo ascolta il nucleo essenziale e principale dell’annuncio della buona novella, consistente nella morte e risurrezione di Gesù. Da questo mistero deve nascere un impegno per tutti coloro che sono già cristiani o che lo desiderano diventare: bisogna convertirsi e cambiare vita per ottenere la remissione dei propri peccati. Chiaro appello alla conversione dei singoli e della comunità dei credenti.
Una conversione che passa attraverso il cambiamento di mentalità e di stile di vita, come è esplicitato nel breve brano della lettera di San Giovanni, seconda lettura di oggi, nel quale ci viene raccomandato di non peccare. Purtroppo, sappiamo che non è così, in quanto tutti pecchiamo. E allora bisogna disperarsi? Assolutamente no. Ci viene ricordato che “se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.
La morte e risurrezione di Gesù è avvenuta per la remissione dei nostri peccati, per riprendere un dialogo con il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che è amore e misericordia. A questo Dio dobbiamo manifestare il nostro amore, con un modo semplice: osservando i suoi comandamenti. Siccome l’amore è conoscenza, è relazione, chi dice di conoscere Dio e poi non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”.
Lo stretto rapporto tra conoscenza, amore e corrispondenza nella vita è delineato con parole molto semplici ed efficaci.
Non abbiamo altre scusanti, quando diciamo di amare Dio, di avere fede, di essere cristiani, cattolici, se poi non osserviamo con esattezza la legge di Dio, da quella impresa nella creazione e nella natura umana, a quella rivelata nel corso delle varie teofanie che hanno interessato il popolo di Dio e poi la Chiesa, nata dal costato squarciato del Cristo morto sulla Croce e poi risorto e asceso al cielo. Con tutta la Chiesa sparsa nel mondo e che oggi, giorno del Signore, celebra la Pasqua settimanale, vogliamo pregare con questa orazione della colletta: O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

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II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO B)
Domenica 8 aprile 2018

Perdono, riconciliazione e carità: questa è la Domenica

della Divina Misericordia

Commento di padre Antonio Rungi

Come è noto, San Giovanni Paolo II, Papa, ha dedicato la Domenica in Albis, ottava di Pasqua, alla Divina Misericordia.

Ed oggi noi celebriamo questa speciale Domenica per ricordare a noi che il Dio in cui noi crediamo è un Dio che ci perdona, perché ci ama profondamente e non vuole che nessuno dei suoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’Inferno.

In questa domenica, quindi, siamo chiamati a verificare lo stato di grazia in cui ci troviamo. Se viviamo nell’amicizia con Dio o continuiamo a vivere nel peccato, senza sentire il bisogno di chiedere perdono e di riconciliarci con Dio e con i fratelli.

Sappiamo pure che questa speciale Domenica, dedicata alla Divina Misericordia è stata il frutto di una rivelazione di Gesù a Santa Faustina Kowalska, polacca, da cui ha avuto poi origine la pratica della pietà popolare della coroncina della Divina Misericordia, che si è diffusa in tutto il mondo ed è pregata da milioni di cattolici in tutto il mondo ogni giorno alle ore 15.00, ora in cui Gesù Cristo è morto sulla croce per noi.

In questa Domenica vogliamo domandarci il perché di questo titolo assegnato al giorno del Signore, nell’ottava della Pasqua.

La risposta la troviamo nei testi biblici e soprattutto nel brano del Vangelo di San Giovanni in cui è descritta la prima apparizione di Gesù agli Apostoli nel Cenacolo, in assenza dell’Apostolo Tommaso.

Leggiamo, infatti, che “la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il mandato missionario ed apostolico al gruppo degli Undici è esplicitato nella sostanza e nella forma da Gesù stesso.

Si tratta di un mandato per la riconciliazione e per la remissione dei peccati. Da qui la titolazione della Domenica in Albis, come la Domenica della Divina Misericordia, in quanto è Dio che ci perdona i peccati, mediante il ministero che Gesù ha affidato agli Apostoli e alla sua chiesa e che la Chiesa continua secondo il dettame di Gesù.

Il Vangelo di questa Domenica non si limita solo a ricordare la prima apparizione di Gesù, ma anche quella successiva, a distanza di otto giorni, quando è presente anche Tommaso e il Gruppo degli Undici è al completo.

Sappiamo Tommaso, di fronte all’informazione che i suoi colleghi avevano dato a Lui circa la prima apparizione di Gesù, aveva avuto dubbi e sollevato riserve. Alla fine, tutto si chiarisce, a livello di fede e di adesione a Cristo, quando “otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Alla base di ogni discorso su Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti, in particolare quelli del Battesimo, della Comunione e della Confessione, che sono centrali nella celebrazione della Pasqua del Signore, c’è la fede e se manca la vede non si comprende nulla di ciò che è grazia e peccato, santificazione o dannazione, misericordia o odio.

Questo è il giorno fatto dal Signore, in cui siamo invitati a rallegrarci e a gioire, perché il suo amore è grande e la sua misericordia è infinita.

Ce lo ricorda il testo del Salmo 117, inserito nella liturgia di questa domenica in Albis come Salmo responsoriale: Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore:«Il suo amore è per sempre».

Un amore che per noi cristiani si manifesta, in quel tipico atteggiamento di fede, che è risposta a Dio nella carità e nella verità, come ci ricorda l’Apostolo Giovanni, nel brano della sua prima lettera di questa Domenica, collocata come seconda lettura della liturgia della parola:  “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”.

Ci identifichiamo e riconosciamo reciprocamente come figli di Dio “quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”.

L’amore porta ad allontanarsi dal male, identificato con la mondanità, con il mondo del peccato. Infatti, “chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità”.

La misericordia di Dio sta in questo atto infinito dell’amore di Dio che ha sacrificato il suo Figlio sulla Croce e poi è risorto per ridare a noi la vita nuova della grazia e dell’amicizia con Dio e tra di noi.

Una comunità cristiana di persone risorte con Cristo a vita nuova, agisce di conseguenza, assumendo uno stile di vita comunionale, ecclesiale e davvero fraterno tra tutti i membri di essa e al di fuori di essa, come sottolinea il breve brano degli Atti degli Apostoli, oggetto di riflessione e meditazione biblica, inserito nella liturgia della parola come prima lettura di oggi: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.  Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore”.

I frutti della conversione e della Pasqua si manifestano nella comunità con uno stile di carità che oltrepassa l’egoismo e l’interesse personale e si apre a tutti e generosamente ci si dona a tutti, nel servizio della diaconia e della chiesa che si fa serva come il suo Maestro, fattosi Servo per amore: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

La Domenica della misericordia, non solo, quindi, ci fa capire la necessità di riconoscere umilmente i nostri peccati e cambiare vita, ma anche di impegnarsi in un servizio di carità che si attua mediante le opere di misericordia corporale e spirituale, come ci ricorda ripetutamente Papa Francesco: “La sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. (Messaggio per la Quaresima 2015).

P.RUNGI – COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 18 MARZO 2018

RUNGI1

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 18 marzo 2018

 

Vogliamo vedere Gesù per seguirlo sulla via della croce

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il desiderio di ogni essere umano e soprattutto credente è quello di vedere Dio, di contemplarlo fin da questo mondo. Questo grande desiderio di vedere Gesù, il Figlio di Dio, è espresso da alcuni Greci, nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni. Greci che erano saliti per il culto durante la festa. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

 

La curiosità è grande, di fronte anche alle persone umane conosciute e famose, come Gesù. Cosa successe dietro questo bisogno di carattere umano, e non certamente spirituale, è detto nel brano. Allora “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”.

I due apostoli si fanno, così intermediari tra la gente e Gesù. Gesù invece di dare ordine che questo avvenisse subito, fa un discorso agli apostoli impegnativo, in cui annuncia loro l’imminente sua passione e morte in Croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

 

La similitudine del seme di grano che muore e dà il frutto sperato, è una chiara lezione, a quanti vogliono conoscere e vedere Gesù, di fare esperienza autentica di abbassamento, di annichilamento e di umiltà. Infatti, Gesù dà un ottimo insegnamento a chi lo sta ascoltando in quel momento, e cioè di come rapportarsi alla vita e alla sua persona: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

 

Ed aggiunge in merito al tipo di sequela che è richiesta per mettersi sulle sue tracce: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”.

Ma Gesù rivela anche il suo stato d’animo in quel momento difficile della propria vita ed evidenzia con grande sensibilità umana e spirituale: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Gesù riafferma la sua missione salvifica e ripresenta il motivo della venuta tra gli uomini, quello appunto della Redenzione del genere umano. A conferma di quanto Egli sta affermando nell’assoluta verità di Figlio di Dio “venne una voce dal cielo, che diceva: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

 

Una nuova teofania di Gesù Figlio di Dio. Certamente qualcuno dei presenti è distratto da altri pensieri, che non erano quelli di Cristo e né tantomeno attinenti ad un atto di fede- Qualcuno dei presenti “diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Alla fine interviene Gesù stesso per fare chiarezza ed indicare la giusta interpretazione della voce ascoltata: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Parla chiaramente della lotta tra il bene e il male, tra Dio e Satana. Il principe di questo mondo non era e non è altro che il Demonio.

In questa lotta c’è Dio che vince con il segno della Croce, con la morte in Croce del suo Figlio. Infatti Gesù dice: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Gesù diventa dalla croce il polo di attrazione per tutti, verso il bene e la salvezza umana ed eterna.

Satana sarà sconfitto con la croce e la risurrezione di Cristo. Questo grande mistero della fede è spiegato attraverso il sintetico testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla Lettera agli Ebrei.

Infatti, il testo ci riporta ai giorni della Passione e Morte in Croce di nostro Signore, il quale nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Gesù è ascoltato dal Padre, perché come Figlio di Dio, “imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Nell’offrire la sua vita, nella totale obbedienza al Padre, Egli riconcilia l’umanità con il Creatore. Sulla Croce viene stipulata la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Cristo per la salvezza del mondo.

Alleanza temporanea e preparatoria alla venuta del Salvatore, di cui ci parla il testo del profeta Geremia, dell’Antico Testamento, nella prima lettura di questa quinta domenica di Quaresima.

“Ecco, verranno giorni nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri”. Si tratterà si un’alleanza fondata sull’amore, sul perdono, sul cuore, sulla generosità di Dio verso di noi e sul dono della vita del Figlio di Dio per l’umanità: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un perché tutti conosceranno l’amore di Dio che ci ha salvato, dal più piccolo al più grande. Un amore che avrà un nome certo: perdono, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.

 

Questa è la Pasqua che Cristo viene a celebrare, ed è la Pasqua in cui il vedere Gesù è soprattutto accarezzare il suo cuore mite ed umile che ama e perdona, perché si fa piccolo seme, che muore, per risorgere e ridare a noi la grazia e la vita oltre la vita.

 

Con il cuore pieno di gioia e di gratitudine a Dio ci rivolgiamo a Lui con queste parole di speranza: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.

E a Gesù sulla Croce chiediamo di insegnarci ad amare e a perdonare, con questa umile preghiera rivolta a Lui:

Signore, insegnaci ad amare come tu ci hai amati fino a dare la tua vita per noi sul patibolo della croce.

 

Signore, insegnaci ad amare come tu hai fatto nel corso della tua vita terrena, andando incontro alle sofferenze dei tanti fratelli e sorelle che si rivolgevano a Te, nella certezza di essere esauditi nel momento del bisogno o della normalità.

Signore, insegnaci ad amare fino a perdonare senza limiti i nostri nemici, a quanti ci hanno fatto del male, pensando di fare del bene e giustificandosi dietro false verità.

Signore, insegnaci a guardare in faccia la vita, senza timore di patire, soffrire e morire, perché la croce, portata nel tuo nome, il soffrire seguendoti sulla via del calvario, e il morire donando la propria vita per gli altri, rende gioiosa la nostra esistenza e ci predispone ad incontrare Te che sei l’Amore eterno, in perfetta comunione con il Padre e lo Spirito Santo, Amen.