P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO- DOMENICA 4 NOVEMBRE 2018

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 4 Novembre 2018

Ascoltiamo la voce dell’amore che dal cielo e giunge fino a noi.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della XXXI domenica del tempo ordinario, soprattutto nella prima lettura e nel Vangelo, ci invita ad ascoltare la voce di Dio che ci parla di amore verso di Lui e verso chi è immagine sua sulla terra, ovvero ogni essere umano. Noi siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e come tali dobbiamo vivere nell’amore, in quanto è amore, relazione trinitaria e comunione tra per persone. Da qui il richiamo nella prima lettura ai precetti fondamentali della legge mosaica e successivamente quella cristiana, portata a perfezionamento della venuta di Cristo sulla terra, nostro redentore e salvatore. Come l’antico popolo di Israele, così, noi oggi, nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste, dobbiamo mettere in pratica quello che Dio ci ha comunicato, prima mediante la rivelazione sinaitica e poi nel mistero dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola di Dio, fatta carne e venuta a parlare di amore e libertà del cuore. Il nostro atteggiamento è quello di ascoltare Dio che ci parla e ci dice: Io sono il Signore Dio tuo. Sono l’ unico Signore e non ve ne sono altri al di fuori di me. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Ti sforzerai, perciò nella vita di tutti i giorni di partire sempre dal vertice, cioè da Dio e dal cielo per agire rettamente e con buone intenzioni, sapendo che ogni cosa va fatta per la gloria di Dio e per la santificazione di se stessi. In questo amore totalizzante verso Dio, trova la ragion d’essere l’amore verso i fratelli. Ed è Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica, a riportare ad un discorso unitario e di inscindibilità i due fondamentali precetti della religione cristiana, cercando di far capire allo scriba che lo interrogava che cosa voglia significare l’amore di Dio e l’amore dei fratelli. Il primo comandamento ben noto, si lega al secondo che è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Si ama Dio senza misura, illimitatamente e si ama il fratello con la stessa intensità e trasporto con i quali si ama la propria persona. Uscire fuori dall’egoismo e dall’egocentrismo per aprire alla carità e alla fraternità. “Non c’è altro comandamento più grande di questi, cioè quello dell’amore, che si esprime nella direzione verticale, verso Dio ed orizzontale verso i fratelli Chi vive nell’amore è già immerso nel cammino del Regno di Dio. Infatti, Gesù, nota la disponibilità dello scriba di lasciare interpellare dall’amore e a lui dice con grande sensibilità intellettuale ed umana: «Non sei lontano dal regno di Dio». Di fronte ad una spiegazione così esaustiva dell’unico precetto dell’amore, nessuno delle persone ed intellettuali presenti che avevano ascoltato Gesù aveva più il coraggio di interrogarlo. Il Maestro aveva fatta la lezione, era stato convincente, soprattutto perché aveva citato lo <<Shema Israe>> ascolta Israele. Gesù tuttavia va oltre la mera citazione dei passi della Bibbia ben noti a tutti i buoni israeliti, impegna la persona a confrontarsi con l’amore si fa concretezza di azione e di modi di vivere. In questo discorso sull’amore concretamente vissuto, Gesù si propone come modello di riferimento, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Egli è il Sommo Sacerdote, perché possiede un sacerdozio che non tramonta mai. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”.

Superata la visione umanistica del sacerdozio dell’Antico Testamento si entra nella figura di un vero ed eterno sacerdote, che è Cristo Signore. Infatti, ci ricorda il testo della lettera agli Ebre che “questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. Un sacerdote venuto dal cielo e ritornato in cielo, dopo aver completato la sua missione di redentore. Egli non ha avuto bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso, mediante il sacrificio redentivo della sua morte in croce e risurrezione. La diversità tra Cristo-sacerdote e il sacerdozio di coloro che assumono questo ministero è sostanziale, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, per farci capire dove sta la differenza e come va letta la vita di chi è sacerdote,  soggetto ad umana debolezza, come ogni sacerdote terreno, ma Cristo è sacerdote senza peccato e senza macchia, in quanto Figlio Unigenito del Padre, disceso sulla terra per salvare l’umanità dalla condizione di peccato. Al Figlio di Dio, Gesù Cristo, Sommo ed eterno sacerdote, eleviamo la nostra umile preghiera: “O Dio, tu se l’unico Signore e non c’è altro Dio all’infuori di te; donaci la grazia dell’ascolto,
perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
DOMENICA 28 OTTOBRE 2018
Cecità della mente e freddezza del cuore
Commento di padre Antonio Rungi
Il vangelo del cieco Bartimeo, figlio di Timeo, ci indica persone ben precise che hanno un problema grave.
Bartimeo figlio, cieco, e Timeo, padre, che deve affrontare il dramma del figlio disabile.
Al tempo di Gesù non c’erano garanzie sociali ed economiche per i disabili, per cui Bartimeo, per poter sopravvivere deve mendicare lungo la strada. Quello che stava facendo esattamente mentre passava di lì Gesù, che lasciata Gerico era diretto verso altra località, che non è specificata nel testo.
Al seguito di Gesù c’era tanta gente, a conferma della popolarità che si era acquistata il Maestro con la sua missione e con il suo operare a favore degli ultimi e dei sofferenti.
E un sofferente quello che Egli incontra sulla strada, questo Bartimeo, che è cieco e chiede l’elemosina.
Gesù, mosso dalla tenerezza del suo cuore, sentito quello che chiedeva il cieco, opera la guarigione e ridona vista e speranza a questo uomo infermo e disabile.
Nel racconto del brano evangelico di Marco ci sono alcuni importanti passaggi che vale la pena sottolineare nella nostra riflessione domenicale.
Il cieco si rivolge a Gesù con il nome ben conosciuto ed identificativo della discendenza regale e davidica, a conferma della divinità del Cristo: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. E lo dice due volte con insistenza.
E’ la richiesta di una persona in necessità che si rivolge a chi certamente può fare molto o tutto. Quell’abbi pietà di me indica lo stretto rapporto che esisteva tra la malattia e il peccato.
Tutti coloro che erano affetti da malanni erano considerati dei peccatori, puniti da Dio e condannati a tale condizione miserevole, compresa la cecità.
E’ evidente che in questa richiesta di Bartimeo c’è il riconoscimento della propria colpa, dei propri peccati, sapendo che quella era la forma mentale acquisita mediante un insegnamento religioso che vedeva Dio che punisce mediante la malattia ed altre calamità.
Un Dio vendicativo nei confronti del singolo e della comunità. Una visione chiaramente distorta che Gesù viene a correggere, venendo in questo mondo e facendosi servo per amore e venendo incontro alle necessità e povertà materiali e spirituali.
Lo comprendiamo perfettamente alla luce del dialogo che si instaura tra Gesù e Bartimeo, che viene convocato alla presenza del Maestro, mediante il coinvolgimento degli Apostoli, ai quali Gesù dice di chiamarlo, visto che gridava forte e la gente cercava di farlo zittire. E di fatto il cieco si presenta al cospetto di Gesù, faccia a faccia, a tu per tu, ed inizia un dialogo diretto, senza più mediazioni.
Quanto è bello ed importante parlare a tu a tu con Dio nella preghiera. E qui siamo in un contesto di preghiera di impetrazione e di richiesta di grazia. Infatti Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Poche parole, pochi gesti e il cieco, mediante la fede è guarito dalla sua cecità fisica e dalla cecità della mente e del cuore, al punto tale che si mise a seguire Gesù lungo la strada.
In poche parole, diventa discepolo anche lui e lo fa con la gioia del cuore, come aveva fatto prima, nel momento in cui, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e andò da Gesù.
Cosa che dovremmo fare sempre, quando le necessità di qualsiasi genere, soprattutto spirituali ed interiori, ci dovrebbero spingere nella giusta direzione, che è quella della Chiesa, della preghiera, della messa, della confessione e dell’abbandono fiducioso in Dio, del Padre Nostro.
Non sempre lo facciamo anche se la parola di Dio di questa Domenica ci invita a fare questo percorso di totale abbandono in Dio, come ascoltiamo nel brano della seconda lettura di questa XXX domenica del tempo ordinario, presentato come il vero ed eterno sacerdote, al quale rinvolgerci per ottenere grazia e misericordia: “Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”.
Gesù non è il sacerdote debole e fragile come sono tutti i sacerdoti del mondo, scelti da Dio per una missione, ma il sacerdote vero ed eterno, perché Figlio eterno del Padre che nel mistero della morte e risurrezione ci salva con l’unico e definitivo sacrificio della sua vita sull’altare della Croce.
Ci ricorda, infatti, la Lettera agli Ebrei: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”.
La diversità tra i sacerdoti dell’Antico e Nuovo Testamento con Cristo sta nella natura stessa del sacerdozio, che è pienamente ed esclusivamente espresso nella persona di Cristo.
Il servizio sacerdotale e la consacrazione sacerdotale, mediante il sacramento dell’Ordine, fa partecipare la persona ritenuta degna di questo mistero al sacerdozio di Cristo capo, in quanto c’è un sacerdozio comune che tutti i cristiani esercitano in ragione del sacramento del battesimo, mediante il quale siamo stati consacrati in Cristo Re, sacerdote e profeta.
Quindi tutti sacerdoti in base al Battesimo e sacerdoti ministri, cioè scelti per uno specifico servizio nella Chiesa, che sono i presbiteri e i vescovi, nei quali c’è la pienezza del sacerdozio e dell’ordine sacro.
Ministri quindi per servire e non servirsi di Cristo e della Chiesa, per offrire la propria vita e non sacrificare la vita degli altri.
Ministri di misericordia e di perdono e non uomini di potere che in base alla consacrazione sacerdotale pensano di poterla cavare anche nascondo il male e lo scandalo.
Mi piace citare quando ha detto Papa Francesco a noi Passionisti, nell’incontro di lunedì 22 ottobre 2018: “Vi incoraggio ad essere ministri di guarigione spirituale e di riconciliazione, tanto necessarie nel mondo di oggi, segnato da antiche e nuove piaghe…La Chiesa ha bisogno di ministri che parlino con tenerezza, ascoltino senza condannare e accolgano con misericordia”.
E’ tempo di conversione e di rinnovamento per tutti nella Chiesa di Cristo, come ci ricorda la prima lettura di oggi tratta dal profeta Geremia che guarda ad Israele, fuori dalla condizione di esiliata, e in una situazione di gioia, rispetto a quella del pianto e del dolore per la patria lasciata perché deportati: “Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Dio non è vendicativo, Dio è amore, perdono e misericordia. Per Lui ogni essere umano va salvato e redento, anche se ha commesso i più gravi crimini della terra, purché si penta amaramente dei propri errori e rincominci una vita nuova nel Signore, come è stato per Bartimeo, il cieco che ha riavuto la vista da Gesù, ma soprattutto hai riavuto la gioia di vivere seguendo il Cristo, vera luce e speranza di ogni cuore pentito e contrito, aperto alla tenerezza e all’amore di Dio e dei fratelli.
Sia questa la nostra preghiera oggi, in questo giorno dedicato al Signore, fonte della speranza per ogni cristiano: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te. Carissimi, non c’è vero cammino di nessun tipo se non iniziamo a fare almeno i primi passi per incontrare Dio e incontrare gli altri. Chi si ferma, dice un antico e noto proverbio, è perduto. Chi cammina ha speranza di raggiungere primo o poi la meta sperata, soprattutto se riguarda l’eternità. Camminare per santificarsi e santificare.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIX DEL T.O.- 21 OTTOBRE 2018

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 21 Ottobre 2018

Il potere e la gloria di Cristo Crocifisso

Commento di padre Antonio Rungi

Nel tempo ordinario dell’anno liturgico, sembra fuori luogo parlare di Cristo Crocifisso.

Eppure la liturgia di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci porta proprio a riflettere sul mistero centrale della nostra fede, che è la Pasqua di Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza.

E’ Gesù stesso che forma la coscienza e l’intelligenza dei suoi discepoli a questo evento, apparentemente drammatico della vita di Gesù, ma in realtà l’opera più grande e stupenda dell’amore di Dio nei confronti dell’umanità, come soleva ripetere san Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti.

Gesù, infatti, nel brano del Vangelo di Marco di questa domenica, cerca di preparare gli apostoli allo scandalo della croce, ma anche di dare indicazioni precise circa la sua missione, che poi deve essere la missione di ogni suo vero discepolo: “il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

La missione di Cristo richiede adesione e risposta da parte dei discepoli, impegnati in altri discorsi: “Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Molti apostoli di Gesù, sull’esempio del Maestro, per testimoniare la fede in Lui moriranno martiri, in varie parti del mondo, a partire dal principe degli apostoli, San Pietro, morto martire a Roma e poi, di seguito tutti gli altri, fino ad essere inserito come martire anche un apostolo aggiunto, Paolo di Tarso, che non aveva conosciuto Gesù, anzi lo aveva perseguitato mandando a morte i cristiani, lui acerrimo nemico della nuova religione portata da Cristo. Fu poi Paolo a scrivere che non ci sia altro vanto che nella croce di Cristo, per ogni discepolo di questo unico e irripetibile Maestro.

Tuttavia, prima degli eventi della morte e risurrezione di Cristo, gli apostoli, come tutti gli esseri umani, ragionavano e programmavano, prospettavano il loro futuro come sistemazione e posti da occupare, più o meno prestigiosi nel Regno di Cristo, pensato e immaginato come un potere temporale.

Umanamente erano giustificati, ma non come discepoli di un Maestro che aveva fatto capire esattamente per cui era venuto e verso quale meta era diretto. Evidentemente stavano nei loro ragionamenti e non seguivano il pensiero del Maestro. Ecco perché si rivolgono al Maestro con la pretesa di chi deve ricevere una ricompensa, riconoscimento visibile del loro essere parte integrante del progetto di Cristo. Ad esprimere apertamente il loro pensiero sono i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».

Gesù ascolta e segue con attenzione ciò che stanno dicendo e chiedendo, per cui risponde subito: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Ebbene, cosa potevano chiedere degli esseri umani avidi di potere e di sistemazione? La richiesta è riportata testualmente nel brano del Vangelo: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Sedere nella gloria, cosa significava per loro? Significava occupare il primo posto nella scala del potere regale. E i primi posti erano, infatti e lo sono ancora, quelli che si pongono a lato, di chi presiede e di chi comanda.

Destra e sinistra, in questo caso non sono in opposizione, ma in convergenza. Potremmo capire il perché tante volte nel potere politico opposti schieramenti si mettano insieme per comandare e governare, sotto un leader, perché comunque c’è un interesse, e non un servizio, se non altro quello di dimostrare di essere capaci e più bravi e meritevoli degli altri. E il pensiero di Cristo è chiaro in merito: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono”.

Alla conclusione del dialogo tra Gesù e i due apostoli troviamo questo invito a bere il calice e a rimandare la sistemazione definitiva, quella eterna, dei discepoli al giudizio del Padre, alla fine della loro vita. Sta di fatto che Gesù non promette posti e sistemazione ai suoi amici e seguaci, anzi chiede il sacrificio, l’accettazione della prova e della croce e la capacità di donarsi per una causa come quella del vangelo, soprattutto la scelta del servizio e non del comando: “Tra voi, tra i discepoli, però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù modello supremo servizio alla causa dell’uomo, mediante il dono della vita.

Il modello di ispirazione di questo fondamentale atteggiamento è quello che troviamo espresso, anche nel brano della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Questo modello è Gesù Figlio di Dio “sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli e che ha preso parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”. Di fronte a questo modello di comportamento, siamo chiamato ad accostarci “con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.

Accostarci, chiedere ed ottenere: è il cammino di conversione alla Croce di Cristo, il vero potere e la vera gloria di cui dobbiamo affannosamente cercarne il possesso.

E, infatti, nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal profeta Isaia, che ci presenta la persona del Servo sofferente di Javhè ci viene ricordato, parlando del futuro Messia, nostro Signore Gesù Cristo che “al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

E’ scolpita qui l’immagine e l’effige più vera e rispondente alla missione di Cristo sulla terra, che è quella di Gesù in Croce, di Gesù che offre la vita per noi, davanti alla quale dobbiamo umilmente prostrarci e riconoscere i nostri peccati, come diciamo oggi nella preghiera della colletta: “Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione; concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA – 14 OTTOBRE 2018

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 14 OTTOBRE 2018

INVESTIRE PER L’ETERNITA’

COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI

La parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a delle scelte coraggiose che tutti siamo chiamati a compiere e a fare in vista dei beni che contano, per chi crede, e che non riguardano investimenti terreni, ma quelli eterni. E’ il Vangelo di oggi a spingere la nostra riflessione in quella direzione.
Un ricco si rivolge a Gesù, visto che possedeva tutto ed era contento di quella che aveva e faceva, al punto tale che di fronte ad una serie di domande che Gesù gli pone, lui, questo uomo desideroso di possedere qualcosa più importante, dice di aver osservato tutte le norme morali, i vari comandamenti e di averlo fatto dalla giovinezza.
Evidentemente si trattava di una persona, adulta e matura, che incomincia a fare i conti non soltanto con le sue tasche piene di ogni bene materiale, ma con la sua anima. E’ quello che succede a tutti ad una certa età, quando incomincia a farsi strada l’idea della fine della propria vita. E magari se da giovane si era trascurato qualcosa della vita morale e religiosa, poi incomincia ad affiorare la moralità e la coscienza di fare di più e meglio.
Ci si pone la stessa domanda che oggi questa persona desiderosa di perfezionarsi rivolge a Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».
Ebbene Gesù prende atto dell’onestà intellettuale e della bontà di quell’uomo, ma a questo punto, visto che voleva salire più su nel grado della perfezione dell’amore verso Dio e verso i fratelli, gli propone una scelta di vita radicale per mettersi sulla vera strada che porta all’eternità. E la proposta di Gesù, davanti a questo uomo ricco, attaccato ai beni della terra e alla sua agiatezza, è chiara: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Di fronte a questo inatteso comportamento dell’uomo Gesù sviluppa la sua riflessione sul tema della ricchezza e sulla difficoltà di abbondonare uno stile di vita agiata per donarsi totalmente alla causa della salvezza della propria anima. Il contrasto tra ricchezza e salvezza eterna è ben evidenziato dal Maestro. E Gesù lo dice apertamente agli apostoli che chiedono spiegazione al riguardo: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
L’immagine e il paradosso che Gesù utilizza per dimostrare l’impossibilità di salvarsi da parte coloro che rimangono per tutta la vita attaccati alla ricchezza, non ammette ridimensionamenti. Gesù usa esattamente l’espressione del cammello per riferirsi ad un animale così enorme da non poter entrare nella cruna di un ago, cioè nel piccolo foro che ha l’ago dove si infila il cotone o al tempo di Gesù lo spago. Gesù vuole ribadire questa difficoltà, ma lascia spazio alla salvezza anche per i ricchi se si convertano. Tanto è vero che di fronte alla meraviglia generale di chi ascoltava il discorso di Gesù, la gente e gli apostoli più stupiti di prima dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Chiaro riferimento che la salvezza venuta a porta da Cristo sulla terra non esclude nessuno e tutti possono salvarsi se si lasciano toccare il cuore dalla generosità verso gli altri. Di fronte a questa prospettiva di salvezza assicurata a chi lascia ogni cosa, gli Apostoli chiedono vogliono avere una conferma diretta dal loro insegnante. E Pietro, come sempre, prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Dalla risposta che il Signore dà ai discepoli si comprende che la sequela di Cristo non sono solo riserva gioie, ma anche croci e dolori. Infatti, da sempre la chiesa è perseguita in tutto il mondo e in tutti i secoli, a partire dalla sua nascita e a tutt’oggi. Questa capacità di sacrificarsi per il Vangelo, apre la prospettiva a chi si dona per questa causa quella della vita eterna.
Gesù risponde così alla domanda fondamentale dell’inizio del brano evangelico. Il ricco non la condivide e va via, ma il discepoli che vogliono camminare con il Maestro e dietro di Lui, non possono non accogliere il messaggio e farne tesoro per metterlo in partica. D’altra parte, la parola di Dio, pronunciata dallo stesso Figlio di Dio, ha, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, un duplice effetto, quell’ascolto e dell’accoglienza concreta di essa nella propria vita.
Abbiamo, infatti, ascoltato espressioni forti, attinenti all’incidenza della parola di Dio nella vita di chi l’accoglie e la fa davvero sua. Essa è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discernere i sentimenti e i pensieri del cuore.
Il confronto sistematico con la parola di Dio, diventa così giudizio autentico di come agiamo ora e cosa ci attenderà un domani: “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”. Il Signore conosce tutto e a Lui dobbiamo rendere conto, senza pensare che sarà un giudice terribile che non comprenderà le debolezze dei propri figli, come ogni padre e madre della terra.
Perciò, a conclusione di queste considerazioni sulla nostra vita da cristiani e di cristiani, chiediamo al Signore, mediante il grande mezzo della preghiera, quella sapienza di cui ci parla la prima lettura dei testi biblici di oggi e quella prudenza necessaria per agire bene: “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.
Sulle parole armoniose di questo bellissimo inno dedicato alla sapienza vogliamo concludere la nostra riflessione con la preghiera della colletta di questa domenica: O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno”. Amen.

P.RUNGI – COMMENTO ALLA XXVII DOMENICA DEL T.O.- 7 OTTOBRE 2018

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 7 ottobre 2018

L’essere per la comunione e per un amore puro e innocente

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario ci fa riflettere sulla dignità della coppia umana e del matrimonio, come espressione di autentico amore, tra uomo e donna, secondo quanto stabilito dal Creatore, nell’atto della creazione.

Il libro della Genesi, che leggiamo come prima lettura oggi, ci riporta a questo momento della creazione della donna, successiva a quello dell’uomo, in quanto Dio stesso, che aveva già creato l’uomo si accorse che non era giusto che l’uomo fosse solo; per cui decise, per amore, di dargli un aiuto che gli corrispondesse. E così fece.

Il racconto biblico è molto significativo ed ogni parola e gesto ha una sua valenza di amore e di attenzione per la donna e verso la coppia, che così si costituisce nella pienezza di un amore vicendevole e di complementarietà. “

“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.

A questo punto l’uomo prende consapevolezza e coscienza che si trova di fronte ad un essere uguale a lui, anche se con una struttura biologica e fisica diversa. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta».

Due individualità singole, anche se uguali nella dignità e nel valore creazionale, non fanno coppia, né costituiscono di per sé la base di un amore reciproco. Bisogna quindi lavorare in quella prospettiva. Il superamento della solitudine individuale porta le due soggettività a prendere la decisione di fare coppia, in poche parole di mettersi insieme e fare famiglia.

Tanto è vero che il matrimonio naturale nasce da questo bisogno di superare l’individualità per formare una famiglia e costituire in comunione di vita due persone, due esseri umani con la stessa dignità e lo stesso peso rispetto alla vita e alla società: “Per questo l’uomo – leggiamo nel brano- lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Questa espressione finale “un’unica carne” significa esattamente un unico progetto di vita per la vita e per l’amore.

Un progetto che si deve costruire e realizzare giorno per giorno, in quanto nulla è dato per scontato tra gli esseri viventi ed umani, al punto tale che le decisioni assunte, vanno vissute nella quotidianità, superando i limiti e le difficoltà, insite nella relazione di coppia, soprattutto ai nostri giorni.

Ecco perché nel Vangelo di oggi, di fronte a delle richieste di alcuni farisei che lo vogliono mettere alla prova Gesù, circa la questione del divorzio, il Maestro replica con quanto è scritto nella legge mosaica, ma, nello stesso tempo, potenzia il discorso sulla dignità del matrimonio affermando i due principi basilari del matrimonio stesso: unità e indissolubilità, ovvero fedeltà e coerenza per tutta la vita.

Quindi è chiaro che non è lecito ripudiare la moglie o il marito, anche se Mosè aveva permesso di sottoscrivere l’atto di ripudio per la durezza del cuore di chi aveva deciso liberamente di vivere da sposato.

Ma il volere di Dio è diverso. Infatti nella Genesi è scritto esattamente che l’uomo una volta che decide di mettere su famiglia deve camminare per questa strada, in quanto l’uomo non ha potere ed autorità di dividere quello che Dio ha unito.

Chiaro riferimento alla sacralità del matrimonio cristiano che è unico ed indissolubile.

Discorso molto dedicato ai nostri giorni, che deve confrontarsi con la pluralità delle culture, delle fedi, del modo di intendere e vivere la scelta coniugale nella società e nella chiesa di ieri, di oggi e di sempre.

Possono cambiare alcune forme esteriori, ma la sostanza del discorso e dell’argomentazione di Gesù rimane inalterata.

Infatti è Gesù stesso che ribadisce ai discepoli il suo pensiero e il suo insegnamento in merito.

Leggiamo nel brano del Vangelo che una volta rientrati a casa, i discepoli interrogarono di nuovo Gesù su questo argomento del matrimonio, del divorzio, dell’infedeltà coniugale. Ed Egli disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

In poche parole, rompere il vincolo o patto coniugale è frantumare la famiglia, che è la base della società e della stessa comunità cristiana. Si ribadisce il totale rifiuto del divorzio nella prospettiva cattolica, anche se, oggi, si va verso un’accoglienza pastorale dei divorziati come cammino spirituale necessariamente da farsi, perché la Chiesa, come scrive Papa Francesco, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno.

Per essere accogliente, anche nella pastorale familiare, la Chiesa deve assumere come modello di comportamento quello dei bambini, citati nella parte finale del Vangelo di oggi.

Gesù a chi rifiuta una visione di chiesa dell’innocenza e della semplicità ribadisce che lo stile vero di una chiesa vera è quella rappresentata iconograficamente dai bambini: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

E allora quale deve essere lo stile di ogni cristiano? E’ abbracciare la semplicità, l’innocenza, la purezza, è benedire e sanare.

Concetti che troviamo espressi nel secondo brano della parola di Dio di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Gesù Redentore e Salvatore, coronato di gloria e che è vicino ad ogni uomo della terra. Quel Gesù che non si vergogna di chiamarci fratelli, anche se degli esseri umani sono stati a condannarlo ad una morte infamante.

Dalla croce e con la croce, Gesù ha riportato nel solco dell’amore, del perdono e della fratellanza universale tutto il genere umano. Egli è davvero l’unico punto di convergenza e di unificazione di tutte le genti e di tutti i rapporti umani, a partire da quelli familiari.

Sia questa la nostra comune preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito”. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 23 SETTEMBRE 2018

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 23 settembre 2018

La classifica che conta davanti a Dio. In serie A del Paradiso si arriva con l’umiltà.

Commento di padre Antonio Rungi

In questa XXV domenica del tempo ordinario, la nostra riflessione parte dal testo del Vangelo, che è quello di più immediata comprensione ed attualizzazione nella vita dei singoli, come della comunità ecclesiale, sociale ed umana.

L’idea di fondo che Gesù vuol far passare ai discepoli è quella del servizio e non quella del potere, quella dell’ultimo posto e non quella del primo posto, in quanto nella classifica divina ciò che conta non è il primo in ordine di importanza, ma il primo in ordine di santità, di amore e disponibilità verso gli altri.

Gesù sviluppa questa sua riflessione e rivolge questo monito ed esortazione ai suoi dodici apostoli durante il viaggio di attraversamento della Galilea.

Egli come sempre conversa con i suoi discepoli e li prepara a quello che sta per succedere da lì a poco, a conclusione della sua missione terrena, indicando il termine ultimo di questo cammino, che è il Calvario, la croce e la morte.

Diceva infatti, loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Ma i discepoli, intenti in altri ragionamenti e calcoli terreni, come tutti gli esseri umani, non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

La lezione della croce non era stata recepita dai distratti discepoli, al punto tale che non chiesero spiegazioni.

Gesù conoscendo le sue pecorelle, quando giunse a Cafàrnao e fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».

Beh, era ovvio che non potevano rispondere e quindi tacevano, in quanto non stavano affatto ad ascoltare la parola del Maestro e il suo insegnamento circa la croce e la risurrezione che si avvicinava sempre di più per Lui.

L’evangelista Marco, infatti, come ottimo osservatore e cronista, riporta l’argomento del discorrere degli apostoli: “Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.

Mentre Gesù parla di sofferenza, loro parlano di potere, di chi doveva occupare il posto più prestigioso vicino a Gesù, chi doveva essere considerato e classificato come primo.

Ebbene, Gesù si siede e chiama a se il gruppo al quale fa questo discorso: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Per far capire il discorso dell’umiltà, Gesù usa uno stratagemma che colpisce sempre: prese “un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Accogliere Cristo è vivere nell’umiltà, nella semplicità, nel servizio, nella disponibilità piena al progetto di Dio, che è  Croce, ma soprattutto risurrezione e vita.

La logica di Dio è la logica del dono e non del potere e del primeggiare sugli altri, per far valere la propria autorità, ma mettersi al servizio ed essere la chiesa che si inginocchia davanti alle sofferenze dei fratelli e lenisce le piaghe e le ferite del corpo e dello spirito.

Il modello di ispirazione per ogni azione rispondente al disegno di Dio è Cristo, il Servo sofferente, il Crocifisso.

Anche in questa domenica si parla appunto della sofferenza di Gesù, come ci è riportato nel brano della prima lettura di oggi, ricavato dal Libro della Sapienza: [Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”.

Queste insidie le tesero contro Gesù i sommi sacerdoti, il sinedrio e quanti non accettavano il Maestro per quello che diceva e faceva. Da qui la condanna a morte. La prova di questa struttura mentale votata alla distruzione e all’annientamento dell’avversario religioso e politico, la troviamo nelle parole che seguono: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

Esattamente quello che ha vissuto Gesù durante il processo, la condanna a morte, il viaggio al Calvario, la morte in croce. Ma lui ha vinto tutto questo odio con l’amore che promana dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

L’odio porta alla divisione, alla separazione, alla guerra e al conflitto di interesse di qualsiasi genere.

San Giacomo Apostolo ci mette in guardia da tutto quello che divide e separa nella vita di ogni cristiano, rammentando che “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. E l’apostolo va all’origine di questi disastri spirituali, interrogandosi e interrogandoci: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?”.

La risposta è lapidaria: “Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni”.

In poche parole succedono tutte queste cose, perché siamo una frana umanamente e spiritualmente, per cui facciamo disastri ad ogni livello.

Per superare tutti questi umani limiti è necessario essere umili e guardare al Crocifisso, chiave di lettura per parlare di pace, giustizia e fratellanza.

Facciamo questo sforzo di confrontarci con il Maestro Crocifisso e Risorto e non con il potere umano, politico ed economico che, secondo un paganesimo sempre più diffuso in tutti gli ambienti, compresi quelli religiosi, è causa di guerra, divisioni e gelosie, calunnie e diffamazioni che portano all’infelicità di chi accusa e dell’accusato.

Sia questa la nostra umile preghiera in questa domenica: “O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”.

Diventiamo davvero grandi davanti a Dio, conquistiamo il primo posto nella classifica di Dio, mettendoci a servizio e donando la vita. In serie A, quella del Paradiso, si arriva con l’umiltà e il sorriso.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DEL 5 AGOSTO 2018

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 5 agosto 2018

Il pane dal cielo, cibo per la nostra vita terrena

Commento di padre Antonio Rungi

La diciottesima domenica del tempo ordinario ci ripresenta il tema del pane eucaristico, con il duplice riferimento ad esso nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, in cui è raccontato il miracolo della mamma piovuta dal cielo, e nel vangelo di Giovanni, con il noto capitolo sesto sul pane della vita, nuovamente viene presentata alla nostra riflessione il cibo che dura per la vita eterna.

Il ritorno su questo tema da parte della liturgia della parola di Dio è giustificato dal fatto che noi effettivamente abbiamo bisogno del doppio cibo, quello materiale che ci sostiene nel cammino della vita terrena e quello spirituale che ci accompagna nel pellegrinaggio verso la terra promessa. E questa è la santissima eucaristia. Partendo dalla pima lettura che ci racconta la lunga traversata del deserto da parte del popolo eletto, durata 40 anni, che chiaramente creò non pochi problemi di sopravvivenza per il consistente gruppo di israeliti che si diressero verso la terra promessa che il Signore aveva indicato a Mosè. In questo sofferto pellegrinaggio verso la liberta successe che “nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne”.

Le lamentele erano così forti che “gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Il prezzo della libertà è svenduto per un pezzo di pane e di carne. E’ la storia di sempre dell’uomo che pensa solo allo stomaco e non alla mente ed al cuore. La libertà non a prezzo e per essa si deve anche morire. Quanti esempi dai primi martiri del cristianesimo fino ad oggi che per la libertà religiosa o semplicemente di pensiero sono state sacrificate vittime innocenti e ancora oggi si sacrificano per questo valore non contrattabile della libertà. Ebbene, in questa nuova situazione di emergenza alimentare e biologica, “il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».

Le promesse di Dio si attuano e vanno sempre in porto, quelle degli uomini non approdano quasi mai al risultato finale. E, infatti, quello che è successo è scritto nel testo di oggi dell’Esodo: “La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

Nonostante le lamentele e l’ingratitudine dell’uomo, Dio lo ricompensa sempre con amore. E’ la storia di sempre di un’umanità infedele e irriconoscente verso Dio e di un Dio immensamente attento alle necessità dell’uomo.

Stesso scenario nel Vangelo di questa domenica che è la prosecuzione del brano di domenica scorsa, in cui Gesù fa notare alle persone che lo cercano, ovunque egli si trovi, “non perché avevano visto dei segni, ma perché avevano mangiato di quei pani e si erano saziati”. E’ una ricerca interessata e motivata dai vuoti dello stomaco e non del cuore e della fede in Dio. Da qui il preciso monito del Maestro: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.

Scontata la domanda da parte della gente nei confronti di Gesù: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Evidentemente la fede in loro non c’era se cercano ancora altri segni. Non sono bastati i segni che finora Gesù aveva compiuto. Ecco che allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Il richiamo alla manna ricevuta in dono da Dio durante il cammino verso la terra promessa è riconosciuta con miracolo, come segno divino, perciò obiettano a Gesù, Lui cosa fa per far credere e suscitare la fede. Gesù risponde con queste parole: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Di fronte ad una sicurezza del genere, la chiesta della gente è lapidaria: «Signore, dacci sempre questo pane». Al che Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Ecco la grandezza del nostro Dio: Egli è la piena soddisfazione dei bisogni veri dell’uomo, perché Dio riempie il nostro cuore, al punto tale che ci sentiamo in obbligo di rispondere a questo amore generoso con una vita degna di essere definita cristiana, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della Lettera agli Efesini di oggi: “Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, come pure di abbandonare la condotta di prima, quella l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli. Bisogna invece rinnovarsi nello spirito e nel modo di pensare, al fine di “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. E’ quello che chiediamo al Signore mediante la preghiera: “O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore”.

P.RUNGI. DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO – 29 LUGLIO 2019

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 29 Luglio 2018

La fiducia in Dio moltiplica all’infinito ogni pane per la vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario, che chiude il mese di luglio, ci offre l’opportunità di riflettere su un tema molto caro alla teologia cattolica, quello dell’eucaristia. Sia la prima lettura che il Vangelo di questa domenica ci aiutano ad entrare in questo mistero della fede, che è mistero di amore e donazione, mistero di fiducia ed abbandono alla provvidenza verso Chi può sempre tutto. Infatti nel brano del secondo libro dei Re che ascoltiamo oggi ci viene riferito di questa moltiplicazione dei 20 pani d’orzo e grano novello, ricevuto dal profeta Eliseo, da un uomo venuto da Baal Salisà, una quantità molto limitata, con la quale riuscì a sfamare un  gran numero di persone, quantificate in 100, che erano al suo seguito. Il testo non ci dice che spezzarono il pane in piccoli pezzi in modo da farli bastare a tutti, come spesso avviene nelle nostre mense o agape fraterne, quando la quantità del cibo è insufficiente, perché gli ospiti sono più numerosi di quelli previsti, ma è detto che Eliseo dispone di darlo da mangiare alla gente. Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare». Il risultato finale di aver avuto fiducia nella provvidenza del cielo è che, il servitore “pose il poco pane davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore”. Il Vangelo bissa il grande intervento del cielo, parlando in questo caso di quello che face Gesù, nel miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci riferisce, in chiara interpretazione eucaristica, l’evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava, anzi il discepolo dell’eucaristia, vista come vicinanza e servizio all’uomo da parte del Figlio di Dio.

La ricchezza e la bellezza di questo testo giovanneo ci far rimanere tutti a bocca aperta, non per mangiare il pane moltiplicato e benedetto da Gesù, bensì il grande amore che il Figlio di Dio manifesta nei confronti dell’umanità affamata di verità, giustizia, pace, amore e bontà. Il testo della moltiplicazione dei pani è collocato nel tempo della vicinanza alla Pasqua, chiaro riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, di cui l’eucaristia e memoriale perenne. Gesù era passato all’altra riva del lago di Tiberiade e una gran folla di persone seguiva Gesù, considerato il fatto che operava miracoli e prodigi e la gente lo seguiva e lo cercava soprattutto per questo. Ebbe, quando Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui, disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Cosa poteva dire Filippo?  Signore «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Ma Giovanni commenta: “Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere”. E quello che stava per compiere è detto subito dopo. Gesù non si ferma di fronte ai limiti delle cose e delle persone, dell’economia del risparmio, ma apre l’orizzonte dell’economia che si fa dono e si moltiplica per sfamare, per dare il necessario per vivere. Un esempio da cui dovremmo prende stimolo e spinta ognuno di noi quando si trova di fronte alle reali necessità di chi ha bisogno di cibo e di altro per sopravvivere. Bisogna, anche notare, che gli apostoli al seguito di Gesù si resero disponibili e trovare una soluzione: “Gli disse allora Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini”. Sistemata la gente, tranquillizzata, chiesto il silenzio e soprattutto iniziata la preghiera, Gesù “prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Il miracolo è compiuto, al punto tale che “quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato”. Gesù è l’unico vero cibo che soddisfa il bisogno dell’anima e del corpo di ogni essere umano in cerca del cose che contano, in cerca del cielo, ove Dio ci attende per il banchetto celeste.

Di fronte a questo miracolo e segno straordinario scatta la risposta della fede in chi ha visto, osservato ed ha partecipato attivamente alla liturgia della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simboli, per i cristiani, da sempre, dell’eucaristia. Cosa professa e dice la gente lì convenuta? «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!».

Si sa che quando una persona dà sicurezza economica, soddisfa lo stomaco della gente, quella persona viene indicata la più giusta per assumere il posto di comando, di governo. Lo era al tempo di Gesù, lo è ancora oggi, quando tutti promettono a parole, che toglieranno la miseria, la fame e la povertà dalla faccia della terra o di quella nazione particolare. Qualcuno tempo fa, aveva ideato uno slogan nei paesi della povertà del terzo mondo: Fame zero. Da allora la fame è aumentata, piuttosto che essere azzerata, al punto tale che la fame e la miseria degli altri ha costituito il motivo della ricchezza di qualcuno di ieri e di oggi. Si sfruttano i poveri per diventare ricchi, si affama la gente per potenziare i propri beni. Altro che vangelo della carità e della giustizia?

Ecco perché Gesù, dopo aver compiuto il miracolo “sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo”. Solo Cristo poteva e di fatto ha scelto questa via. Sarà dei Giudei, ma offrendo la sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Quella scritta del motivo di condanna di Gesù Nazareno, che Pilato dispose di fissare sulla croce di Gesù, oltre il suo capo inclinato, dice tutto sulla vita del Redentore dell’umanità. L’esempio di Gesù è scuola continua per tutti coloro che si professano cristiani e si vantano, solo a parole, di esserlo, e mai di praticarlo. Perciò l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera agli Efesini, rivolge questo monito preciso: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Fare eucaristia, moltiplicare i pani per noi cristiani è vivere nell’unità, nella carità, nella comunione ecclesiale, nella solidarietà vera verso chi non ha nulla e chiede il sostegno per affrontare le dure prove della vita.

In questo tempo di vacanze, in cui spesso la distrazione prevale sull’attenzione e sensibilità verso gli altri, facciamo nostra la preghiera, che, indico come accompagnamento spirituale in questo tempo di riposo e di ripresa:

 

Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli

“venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco”,

dopo un dispendioso lavoro missionario,

pieno di soddisfazioni e di frutti spirituali,

fa che questo tempo di ferie, vacanze e riposo,

sia per tutti i villeggianti e operatori turistici

un periodo di rigenerazione fisica e spirituale,

capace di ridare slancio al cammino umano e spirituale

di ogni essere umano.

 

Ti chiediamo, Signore, di proteggere la creazione

da ogni forma di violenza e di aggressione,

perché questa Terra, che Tu ci hai donato

possa essere, davvero, la casa comune per tutti gli uomini,

senza alzare muri di divisione e di separazione.

 

Il mare, le montagne, i laghi

ed ogni altro luogo dove la gente cerca riposo

in questi mesi estivi,

siano il paesaggio più immediato

per contemplare la bellezza del creato

e spazi di  riflessione

per costruire  un mondo più giusto,

rispettoso dei tempi e delle speranze di ogni uomo.

 

Tu Gesù, Sole che illumini le menti e cuori,

suscita nei nostri pensieri e nelle nostre azioni

il calore dell’amore generoso e fecondo,

capace di irradiare sul mondo

la tenerezza e la dolcezza di un Dio, fatto uomo,

nel grembo purissimo di una Donna.

 

Maria, Madre delle stagioni della nostra vita,

ottienici da Gesù quello ciò che è giusto

e conforme ai suoi divini voleri,

perché anche questo tempo della vita,

dedicato al riposo estivo,

diventi un momento di grazia,

per chiedere grazie e ricevere grazie,

utili al nostro lavoro umano e spirituale,

per continuare ad essere testimoni

della gioia, della speranza e della luce

in un mondo immerso nelle tenebre dell’indifferenza. Amen.

P.RUNGI. DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 22 luglio 2018
Pastori aggreganti e oranti per essere guide sagge

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio di questa sedicesima domenica del tempo ordinario offre una profonda riflessione a tutti i pastori della Chiesa, soprattutto ai sacerdoti che hanno la cura delle anime e sono stati scelti per essere guide sagge e sante del popolo santo di Dio, affidato a loro mediante i vari ministeri nella Chiesa e in particolare quello di parroco.

 

Il profeta Geremia, nella prima lettura di questa domenica, porta l’attenzione, quale messaggero di Dio, su quei pastori che non fanno il loro dovere, i quali invece di unire le pecore, in realtà le disperdono; invece di costruire la comunità, la distruggono con i loro comportamenti non rispondenti alla missione di pastori veri ed autentici. Su questi pastori disattenti e disaffezionati al gregge interverrà il Signore e farà pulizia e giustizia. Parola attualissima per tante situazioni di scandalo che si sono prodotte nella chiesa per comportamenti soggettivi e individuali che hanno macchiato il volto luminoso della comunità dei credenti e sacerdotale, la cui quasi totalità ha dato e continua a dare buon esempio in tutti i settori della vita ecclesiale.

 

Punizione dei reprobi, promozione di quei pastori che faranno pascolare le pecore, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; sapranno essere unificanti al punto tale che nel gregge non mancherà neppure una delle pecorelle, cioè dei fedeli. Pastori, quindi che saranno guide aggreganti e oranti, rispondenti alla volontà di Dio e sintonia con i dettami del cielo.

 

Ad integrazione della prima lettura, nel Vangelo di Marco di questa domenica, troviamo Gesù alle prese con i suoi apostoli, che, dopo l’attività, hanno bisogno di riposarsi. E lui come buona guida del gruppo se li porta in disparte, in un luogo solitario, loro soli, per recuperare energie fisiche e spirituali, per poi ripartire con la missione, visto che erano molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Gesù per favorire questo momento di pausa con il gruppo, indicò di prendere le barche ed andare all’altra sponda. Ma la gente capì e mossa dal desiderio di incontrare Gesù, precedette Gesù e gli Apostoli, i quali quando videro questo zelo e questo fervore, rimasero meravigliati e commossi.

 

Tanto è vero, Marco, come ottimo cronista scrive, riguardo a Gesù “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.

 

Gesù prende in mano la situazione e si accorge che effettivamente egli deve dare la sua risposta alle richieste di quella gente in cerca di sicurezze, in considerazione del fatto che era smarita e senza guida di pastori, di cui aveva ben detto il profeta Geremia, denunciandone il comportamento per nulla attento alla loro missione e vocazione.

Gesù, quindi, ebbe compassione di quella gente ed entra nei loro pensieri e nelle loro sofferenze, al punto tale che inizia a fare il Maestro per chi vuole ascoltare la verità e desidera incamminarsi sulle vie certe di Dio, annunciate proprio da Lui, il Figlio di Dio in persona.

 

In sintonia con questi testi che si integrano a vicenda e si completano nei contenuti pastorali, etici e spirituali, nonché vocazionali, nella seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini, viene richiamato alla nostra attenzione il cammino di conversione che l’umanità intera ha fatto, in riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, mistero pasquale e di redenzione, portato a compimento da nostro Signore Gesù Cristo.

Noi che un tempo eravamo “lontani da Dio, siamo diventati vicini a Lui grazie al sangue di Cristo”. Le ragioni teologiche di questo cambiamento sostanziale della nostra nuova dignità stanno nelle affermazioni che l’Apostolo fa di nostro Signore Gesù Cristo, mettendo in risalto la sua missione redentiva, pacificatrice, salvatrice, unificatrice: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne”.

Gesù supera la legge scritta nei libri, per entrare nella legge dell’amore e della coscienza, del cuore dell’uomo che vuole accogliere sinceramente la proposta di salvezza che viene dal Redentore: “Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia”.

Gesù è il vero pacificatore dell’umanità, in quanto rivolge a tutti i suoi messaggi di amore e di riconciliazione. “Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito”.

Cristo, quindi, centro di unità e di unificazione di quanti hanno fede e credono nell’unico e vero Dio che ci ha salvato mediante la croce del suo Figlio.

 

Di fronte a queste bellissime prospettive di religiosità autentica, la fede di coloro che si professano cristiani, si esprime con la preghiera di lode e di ringraziamento, rivolta a Dio con la consapevolezza che chiedere unità, pace, giustizia è un dovere di tutti e tutti dobbiamo lavorare per costruire un mondo più a misura d’uomo, se lo fondiamo sull’amore portato da Cristo con la sua croce.

Sia questa la nostra preghiera per il giorno del Signore, questa nuova domenica che ci concede il Signore per la nostra santificazione: “Dona ancora, o Padre, alla tua Chiesa, convocata per la Pasqua settimanale, di gustare nella parola e nel pane di vita la presenza del tuo Figlio, perché riconosciamo in lui il vero profeta e pastore, che ci guida alle sorgenti della gioia eterna”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XV DEL TO- 15 LUGLIO 2018

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

 

Domenica 15 luglio 2018

 

Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

 

Commento di padre Antonio Rungi

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La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.

Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.

Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.

Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.

Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.

Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.

Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.

Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.

Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.

Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.

Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.

Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.

Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.

Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.

Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.

 

Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.

Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.

Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.

I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.

Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.

 

Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.

Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.

La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.

Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.

Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.

Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.

Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.

Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, senza preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio con semplicità di cuore: “O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. Amen.