ANNO 2020. PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO DI FINE ANNO DI PADRE ANTONIO RUNGI

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Preghiera di ringraziamento di fine anno 2020
di padre Antonio Rungi
Grazie per tutto quello che ci hai donato in questo anno 2020, durante il quale normali e straordinari avvenimenti hanno segnato la nostra vita e la nostra storia, o Dio d’amore infinito e provvidenza senza fine.
Non possiamo dimenticare, Gesù, la sofferenza che ha invaso il nostro cuore per la pandemia che ha portato via milioni di persone in tutto il mondo.
Nonostante questo dramma che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, ci rivolgiamo a Te con queste tre espressioni che nascono dal nostro cuore: ti diciamo grazie, ti chiediamo scusa e perdono.
E allora, grazie per le poche persone che ci hai fatto incontrare durante questo terribile anno, dalle quali abbiamo ricevuto tanto e alle quali abbiamo dato quel poco che abbiamo. Quello che Tu Signore ci hai donato e con grande generosità abbiamo distribuito, donandolo con amore sincero ad ogni fratello e sorella di questa amata terra, soprattutto se nella sofferenza, a causa della pandemia.
Grazie, Signore, anche per le persone che, involontariamente o volutamente, ci hanno fatto del male, facendoci soffrire ingiustamente. Perdonale anche Tu, dopo che le abbiamo perdonato noi dal profondo del nostro cuore.
Grazie, Signore, per il dono della vita, della salute, del cibo quotidiano, del lavoro ed anche della malattia. Tutto serve a rendere lode a Te, padre della vita e gioia senza fine.
Grazie di tutti i sacramenti e soprattutto della santissima eucaristia, che ci è mancata, in questo anno 2020, per lunghi mesi, e in quei pochi che ne abbiamo usufruito, da essa abbiamo attinto la forza ed il coraggio di andare avanti nonostante le tante difficoltà provocate dal coronavirus.
Grazie per Papa Francesco, che Tu hai scelto alla guida della navicella di Pietro, in questo tempo di tempesta non ancora sedata. Nella solitudine più totale ci ha insegnato ad avere speranza e a confidare nella tua mano.
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Grazie per i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, e per i fedeli laici che nel silenzio quotidiano lavorano per la diffusione del Tuo Regno, senza attendersi nessuna ricompensa, se non quella eterna. Molti di loro sono stati esemplari, eroici e martiri in questo anno di sofferenza mondiale.
Grazie per le madri e i padri che portano avanti con tanto sacrificio e dignità le loro famiglie naturali, spesso aggravate dal peso della mancanza del lavoro e da tante preoccupazioni, soprattutto oggi in seguito al damma della pandemia che ha chiuso definitivamente le speranze di tanta gente onesta e laboriosa.
Grazie per i figli delle tante famiglie normali e dei tanti nuclei familiari in cui i bambini vivono l’esperienza dolorosa della separazione dei genitori e il loro divorzio. Signore non abbandonare queste anime innocenti, il cui volto è segnato dalla sofferenza specie in questo tempo di distanziamento.
Grazie per il dolore e la croce che purifica e fortifica il cuore e la mente dell’uomo credente. La croce che Tu hai portato con coraggio sulle tue spalle, sia il segno distintivo di ogni cristiano che ama la vita e lotta per la vera vita.
Grazie della sapienza degli anziani, dell’innocenza dei piccoli e dell’entusiasmo dei giovani, grazie soprattutto per la maturità e l’equilibrio di quanti hanno in mano le sorti delle famiglie, delle istituzioni e dei popoli di tutto il mondo.
Grazie per tutto e per tutti, ben sapendo che non potrà mai essere totale il nostro ringraziamento per questo anno che tu ci hai donato e che è passato così lentamente, perché il dolore e la sofferenza rallentano il tempo.
Grazie per i nostri parenti, vicini e lontani, stretti o larghi, per gli amici e i conoscenti, per le persone care e alle quali vogliamo bene e riceviamo del bene.
Grazie per gli uomini politici che sono seri e corretti nel loro agire. Grazie per gli uomini della cultura, della scienza, della medicina, dell’economia, dei servizi sociali e per tutti quelli che sono impegnati onestamente a portare avanti un progetto di pace e giustizia sociale a livello locale e mondiale.
Grazie per i medici, gli infermieri, il personale sanitario, le forze dell’ordine, i volontari, ma soprattutto grazie per i sacerdoti che sono morti sul campo per essere vicini agli ammalati di coronavirus.
Grazie per i tanti poveri che vivono con dignità la loro condizione sociale e dai quali apprendiamo la lezione più vera e bella della vita: di sapere superare ogni difficoltà con dignità, anche quella attuale della pandemia.
Donaci Signore la forza di essere generosi con tutti, fino in fondo, senza guardare l’origine, la provenienza, il colore della pelle, la religione, ma di guardare nel cuore di ogni uomo. Fa, o Signore, che nessun uomo al mondo soffra per la miseria e la fame, conseguenza dell’egoismo e dei benessere dei potenti della Terra.
Grazie per il Creato, la bellissima natura che Tu ci hai donato e che hai messo nelle nostre mani, perché ne avessimo cura con amore e nel rispetto di quelle leggi fisiche che hai immesso nell’universo, quando l’hai chiamata dal nulla all’esistenza.
Grazie per i nostri genitori, vivi o defunti, e per le persone tutte che passando su questa terra, come viandanti del cielo hanno lasciato il loro segno di santità e rettitudine morale. Ti affidiamo, Signore, i tanti morti di quest’anno deceduti senza un gesto di amore e vicinanza, nel letto di un ospedale o reparto di covid-19.
Perdona, Signore, quanti, invece, hanno seminato odio, discordia, e divisione tra le tue creature e non si sono prestati a servire i bisognosi e i sofferenti di tutta la terra.
Perdona quanti hanno calunniato, diffamato, disprezzato, violentato e ucciso nel corpo e nello spirito. Per tutti costoro, se ancora sono in vita, convertili ad una vita retta e santa, per non incorrere nella dannazione finale.
Per quanti sono morti in peccato mortale e senza conforto sacramentale accetta la nostra preghiera di suffragio e se è possibile portali con Te in Paradiso.
Grazie, Signore, perché ci hai affidato alle cure della tua dolcissima Madre, Maria santissima, che veneriamo con speciale titolo nel primo giorno del nuovo anno.
Grazie per tutti i santi, in particolare di San Giuseppe che, in ascolto della tua parola, hanno realizzato il loro sogno, quello di camminare sulle strade che portano alla salvezza finale.
Grazie, oggi e sempre, grazie per sempre, anche se non meritiamo tanto amore e comprensione, senza chiederci nulla in cambio, ma solo una risposta d’amore generosa a servizio della Tua parola, che è luce sui passi dell’uomo pellegrino verso l’eternità in cerca della vera felicità. Amen.

P.Rungi. Natale, il grande mistero che non riusciremo mai a comprendere e a vivere in pienezza

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Natale, il grande mistero che non riusciremo mai a comprendere e a vivere in pienezza

Ogni anno ci accostiamo al Natale del Signore con la trepidazione e la gioia nel cuore. Quest’anno lo facciamo con maggiore consapevolezza, di fronte al dramma che stiamo vivendo con l’esperienza dolorosa dell’epidemia da coronavirus. Eppure ogni anno che arriva il Natale, per noi, per tutti, anche per chi non crede o appartiene ad altri credi o religioni, vivendo nel nostro Paese, assapora comunque la bellezza di questo mistero della nascita dell’unico salvatore del mondo, che è Cristo Signore.

Un mistero che non riusciremo mai a comprendere e a vivere in pienezza, in quanto non è semplice vivere e contemplare il Figlio di Dio, che è entrato nella storia dell’umanità in un modo inaspettato e sconvolgente, come indica la grotta di Betlemme: povero, al freddo e al gelo, senza nessun conforto, se non quello di umili pastori, arrivati alla grotta immediatamente, una volta che gli angeli avevano annunciato a loro questa grande gioia e notizia. Una notizia che sha cambiato la storia del mondo, indirizzandola verso una visione cristiana di essa e interpretandola alla luce di questo mistero profondo del Dio fatto uomo, venuto in questo mondo per portare pace, salvezza, gioia e futuro ad un’umanità preclusa a tali prospettive, in un mondo pagano e senza grandi ideali temporali ed eterni.

Anche se è difficile capire e vivere il Natale, tuttavia non possiamo lasciare allo scorrere del tempo il Natale che ci apprestiamo a vivere, in tempo di pandemia, e che vogliamo vivere consapevoli delle difficoltà odierne che, come tutti i tempi bui e tristi della storia dell’umanità, hanno segnato l’inizio di un’era nuova e di una rinascita.

Natale e pandemia indicano lo stesso cammino: si ricomincia tutti insieme per salvare l’uomo, il creato, il bello, il santo, il retto e l’onesto, ripartendo dalla grotta di Betlemme.

E allora vediamo come sarà questo nostro Natale 2020.

Sarà un Natale del silenzio, della preghiera, del raccoglimento, dell’isolamento, della solitudine ambientale e del distanziamento sociale, ma sarà anche il Natale della vicinanza di Dio a ciascuno di noi, confermando la stessa sua natura e missione dell’essere l’Emmanuele, il Dio con noi, per noi e in noi.

Sarà un Natale senza la vicinanza dei nostri cari, costretti a stare lontani per evitare un qualsiasi possibile contagio, ma sarà un Natale più vicino che mai, in quanto la lontananza non fa altro che aumentare la gioia di avere una persona cara, a cui pensare anche a distanza di pochi metri o infiniti e illimitati chilometri che ci separano geograficamente l’uno dall’altro da un punto di vista spaziale, ma non umano, sentimentale, affettivo, parentale o amicale.

Sarà un Natale senza cenoni e banchetti a squilibrare il precario organismo di noi poveri mortali, bisognosi di alimentarsi, ma non di abbuffarsi, ben sapendo che  soprattutto in questo Natale c’è gente che non mangia, non ha l’essenziale e muore letteralmente di fame e di inedia. Anche questo è un motivo di trasformare l’epidemia in occasione di vita e di revisione dei nostri sistemi di sostegno e di giustizia sociale.

Sarà un Natale senza enfasi e grandi entusiasmi, molte volte apparenti e non sostanziali, ma un Natale che va al cuore dei drammi di questa umanità, con i tanti problemi che deve affrontate, tutta unita, a partire dalla salvaguardia della vita e del creato, troppe volte violati ed offesi per l’egoismo dei poteri forti ed economici che governano oggi nel mondo.

Sarà un Natale nelle corsie degli ospedali vari, con o senza finalizzazione ai malati di Covid, in cui dottori, infermieri, personale di servizio, forze dell’ordine, sacerdoti, religiosi saranno vicini a sofferenti, senza più, ce lo auguriamo, il conteggiare le migliaia di morti ogni giorno in tutto il mondo per questa epidemia e per le altre malattie dimenticate o trascurate, ma solo conteggiare i guariti definitivi.

Sarà un Natale all’insegna della carità e del servizio a domicilio per le persone che non hanno nessuno, sono sole e senza conforto o aiuto di qualcuno. Non tutti potranno aiutare tutti, ma qualcuno lo potrà fare anche al di là dei limiti sanitari. La carità e l’amore deve sorpassare ogni legge e restrizione.

Sarà un Natale prevalentemente spirituale, per chi vede in Gesù Bambino il Figlio di Dio ed il salvatore del genere umano, per quale è disceso dal cielo, si è incarnato nel grembo verginale di Maria, concepito per opera dello Spirito Santo, morto è risorto per la nostra eterna terrena ed eterna.

Sarà, per molti un Natale nel pianto, nel dolore per la perdita dei propri cari, soprattutto di coloro che non hanno avuto neppure i funerali ed il conforto sacramentale. Non possono essere dimenticati e per loro pregheremo in modo particolare Natale, davanti a Gesù Bambino, a Maria Santissima e a San Giuseppe, padre putativo del Figlio di Dio.

Sarà il Natale dei presepi, degli alberi, delle luminarie, dei dolci, preparati in ogni paese e luogo, ma sarà un Natale sottotono e senza gioia nel cuore, se ci fermiamo solo a questi aspetti esteriori.  Sarà, invece, un Natale davvero santo e beneficio per tutti, se facciamo occupare gli spazi del nostro cuore e della nostra vita a Colui che è venuto per riempire i nostri vuoti ed abbassare i nostri orgogli e le alte colline e montagne degli affari sempre più consistenti a danno dei poveri e degli indifesi.

Gesù porti a tutti un Natale di speranza e di rinascita, non solo con i vaccini che contrasteranno l’avanzata del coronavirus, ma con il risanamento delle menti e dei cuori di tutta la gente di questo mondo, bisogno di sperare, sognare e realizzare quella fraternità universale, spesso dimenticata e offesa a livello planetario.

Buon Natale nel segno della gioia, del sorriso e della vita che porterà a noi Gesù Bambino.

Padre Antonio Rungi

Delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta

 

Lettera a Gesù Bambino di padre Antonio Rungi, passionista. Natale 2020.

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Lettera a Gesù Bambino di padre Antonio Rungi, passionista.

Natale 2020 

Caro Gesù Bambino, inizio a scriverti, con lo stesso saluto che usavo da bambino, 65 anni fa, in occasione del Natale, quando scrivevo la mia letterina e la poggiavamo sotto il piatto di papà, prima di pranzare, nel giorno di Natale, che il genitore leggeva, perché sapeva leggere, e si commuoveva, si inteneriva il cuore, più degli altri giorni.

Con lui, essendo io il più piccolo dei tre fratelli, si commuovevano mamma, l’unica mia sorella e l’unico mio fratello, perché toccava i sentimenti più veri del mio cuore di bambino.

Oggi a distanza di 65 anni, senza più papà, mamma e mia sorella, provo a riscriverti la mia lettera di Natale, e la leggerai Tu ai miei cari, in un tempo difficile, come quello che stiamo vivendo, che è la pandemia e non solo da coronavirus, ma di altri virus più terribili, che solo l’egoismo, l’ipocrisia, l’arrivismo e il materialismo.

E allora, dopo questa premessa, eccomi a Te, Bambinello, tutto bello, con il prendere in mano, non più la penna e il quaderno, ma la tastiera del mio pc e scriverti, digitando tasti che in sequenza linguistica, producono quasi istintivamente un’armonia di sentimenti, che mi porto dentro da sempre.

Grazie della vita che mi hai dato e nonostante le tante sofferenze provate nel corso di questi anni, sono grato a Te, a mamma e a papà perché mi avete dato la possibilità di camminare in questo tempo della storia dell’umanità con tante speranze nel cuore, ma anche con tante delusioni generate da noi uomini.

Grazie Gesù che mi hai chiamato a vivere nella mia famiglia acquisita, quella passionista, che oggi ricorda i suoi 300 anni di storia, di cui una porzione l’ho vissuta anche io indossando l’abito di San Paolo della Croce.

Grazie Gesù, perché mi hai chiamato ad essere tuo ministro dell’altare e a celebrare l’eucaristia non solo nel tuo annuale natale del 25 dicembre, ma anche nella tua pasqua quotidiana, settimanale ed annuale e e nelle altre ricorrenze e solennità, in cui Tu sei stato il centro della mia vita sacerdotale.

Grazie Gesù per avermi dato tua Madre, come mia madre, soprattutto dopo aver perso la mia mamma naturale, che tanto mi amava e tanto ha sofferto per avermi visto partire per il convento a soli 13 anni, spinto dal desiderio di diventare missionario passionista nel cuore della mia terra e tra la mia gente e genti di lontane terre.

Grazie per avermi dato un papà laborioso, onesto e attaccato alla famiglia e come in buon san Giuseppe, di cui ricordiamo i 150 anni quel patrono della Chiesa universale, attento ai bisogni della famiglia, coadiuvato dalla mia generosa madre.

Grazie per avermi dato una sorella unica ed eccezionale, che ti sei portata via, troppo in fretta, lasciando nel mio cuore un vuoto incolmabile, come quello dei miei cari.

Grazie per il mio unico fratello, il solo rimasto del quintetto familiare di via Monteoliveto in Airola (Bn), dove abitavamo insieme alla Serva di Dio, Maria Concetta Pantusa.

Grazie per tutto e per tutti coloro che mi hanno accompagnato e mi accompagnano nella vita di tutti i giorni per continuare ad essere quel bambino di sempre, cresciuto in sapienza ed intelligenza, negli anni e nelle esperienze, ma sempre rimasto lo stesso con i sentimenti più veri, che fanno soffrire, proprio perché autentici, anche da vecchi.

Ed ora Gesù passo a chiederti perdono e scusa di tutto quello che non ho realizzato secondo i tuoi desideri ed insegnamenti, ma credimi, e tu sai benissimo il vero, non l’ho omesso di farlo per negligenza, ma per quella fragilità umana, che tocca la vita di ogni uomo che viene alla luce, segnato dal peccato d’origine, che lascia le tracce negative nella sua vita.

Ed ora continua tu Gesù a dispensare il perdono a quanti hanno offeso me e i tanti fratelli del mondo,  uomini e donne, bambini, adolescenti, adulti, anziani ed ammalati, umiliati per vili interessi, nascondendosi dietro facciate di legalismo e affarismi.

Noi li abbiamo perdonati, perché sapevamo benissimo quello che stavano facendo e per questo motivo hanno bisogno della tua misericordia, che solo tu puoi donare a chi progetta e fa il male su questa terra, ma che si è pentito davvero.

Gesù è Natale, è il tuo Natale, anche in questo 2020 imbavagliato per una pandemia che non riusciamo a debellare, perché poco confidiamo nel tuo aiuto e nella tua grazia, e per questo Natale io ti prego per le persone a me care, vicine e lontane, soprattutto per gli ammalati, gli anziani, i bambini poveri e senza risorse umane per sopravvivere in questo tempo, segnato dalla globalizzazione dell’indifferenza.

Non può essere Natale, con o senza mascherina, se anche un solo bambino termina prematuramente la sua vita, perché non ha cure e cibo.

Ti prego Gesù aiuta chi soffre, è disperato, è solo, è senza domani, è senza amore e senza attenzione.

Tu per ognuno di loro dimentica noi che abbiamo tutto e non sappiamo neppure ringraziarti, tanto indaffarati, come siamo, a curare i nostri interessi, affari e perenni traguardi umani e sociali da raggiungere in fretta, facendoci spazio a forza di gomitate.

Ti prego Gesù, in questo Natale, mai vissuto prima come quello attuale, abbi uno sguardo di tenerezza per quanti hanno donato la vita per controbattere questa epidemia: i medici, gli infermieri, il personale sanitario, le forze dell’ordine, i volontari e quanti, compresi, vescovi, sacerdoti, religiosi e suore sono morti con la corona della gloria di servire Te nei crocifissi del nostro tempo.

Loro il Natale quest’anno lo faranno di certo meglio di noi, perché gusteranno il vero eterno presepe del cielo, come i pastori che si recarono alla tua grotta, nel lontano anno zero, quando Tu scendesti dal cielo, perché noi tutti toccassimo il cielo con le tue mani, i tuoi occhi, i tuoi sguardi e sorrisi, che donasti, appena nato, a persone semplici ed umili. Maestri di vita, di speranza i pastori di allora e i pastori di oggi laici e consacrati.

Buona Natale Gesù. E ricordati di me e di tutti, quando di nuovo, solo liturgicamente, Maria ti darà alla luce nella povera grotta di Betlemme, con la vicinanza del tuo padre putativo Giuseppe e con il riscaldamento naturale di un bue e un asinello.

Davanti a questo presepe vorrei starci per sempre, perché è il benessere pieno ed eterno.

Il tuo umile servo, padre Antonio Rungi.

Roma. Il Cardinale Pietro Parolin ha inaugurato l’anno giubilare dei passionisti.

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Roma. Il Cardinale Pietro Parolin ha inaugurato l’anno giubilare dei passionisti.
di Antonio Rungi
Con una solenne concelebrazione, presieduta dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo in Roma, domenica scorsa, 22 novembre 2020, Solennità di Cristo Re, alle ore 10,30 è stato inaugurato il Giubileo dei 300 anni di fondazione della Congregazione della Passione (Passionisti).
Il cammino storico, missionario e carismatico iniziava, infatti, il 22 novembre 1720, quando Paolo Francesco Danei, vestito di un abito nero dal Vescovo di Alessandria, Arborio Gattinara, per 40 giorni, fino al 1 gennaio 1721, nel romitorio di Castellazzo Bormida scrisse le regole della nascente congregazione.
Nella celebrazione iniziale del giubileo passionista, domenica erano presenti oltre al Superiore generale, padre Jochim Rego e suo consiglio, numerosi religiosi, religiose, laici e autorità italiane e vaticane.
Una celebrazione semplice ed essenziale, iniziata con l’apertura della porta santa, quella centrale della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo e poi la messa, concelebrata da 50 sacerdoti passionisti e di altre congregazioni, che hanno voluto condividere questo momento di preghiera e di grazia con la famiglia passionista.
Il Cardinale Parolin ha focalizzato la sua attenzione sul difficile momento che il mondo sta vivendo e citando le espressioni di Papa Francesco, che denota una scarsa attenzione alla cultura del dono e dell’autentico amore, che attinge il suo significato vero nella passione e morte in croce di Cristo, ha invitato i passionisti a farsi missionari d’amore, dell’amore di Cristo Crocifisso, concretizzando il vangelo della carità ed aiutando la chiesa ed il mondo a riscoprire la vera regalità di Cristo che è servizio, è lotta per la giustizia e la fraternità universale. Con il Crocifisso, da crocifissi, per essere vicini ai crocifissi di oggi. Rinnovare la missione, attraverso la gratitudine, la profezia e la speranza, è portare, da missionari del Crocifisso, la gioia e la speranza nel cuore del mondo e di quei luoghi del mondo dove maggiore e più evidente è la sofferenza e l’ingiustizia. Un giubileo come quello vostro è un tempo di grazia che passa attraverso le varie porte non fisiche ma spirituali che identificano i luoghi del giubileo e non un anno di autoesaltazione, ma di rinnovamento, conversione e rilancio della Congregazione a servizio della Chiesa e del mondo.
“Nel rispetto delle norme anti-covid pur essendo un giubileo con le mascherine, non è un giubileo bendato o bloccato nella circolazione della grazia di Dio. Spetta a noi cogliere questa opportunità e attraversare le porte giubilari per una conversione e un rinnovamento della missione della chiesa sull’esempio del buon pastore di cui la liturgia di Cristo Re mette in risalto la capacità di donarsi e sacrificarsi per amore sulla Croce. Quel buon pastore che dà la vita per le sue pecore e non pensa a fare affermare se stesso”.
Il Cardinale Parolin ha voluto ringraziare i passionisti e le passioniste di tutto il mondo, particolarmente quelli del Messico, dove ha avuto modo di conoscerli meglio, essendo stato Nunzio Apostolico in Messico dal 1989 al 1992.
Il giubileo dei passionisti che vede alcuni luoghi storici della Congregazione della Passione, come la casa natale di San Paolo della Croce ad Ovada e alcuni conventi da lui fondati, posti privilegiati per celebrare questo anno santo, terminerà ufficialmente il 1 gennaio 2022. Intanto tutte le comunità passioniste del mondo, oltre 400, presenti in tutti i continenti e in 63 nazioni, con oltre 2000 religiosi, con le monache ed altri istituti, hanno avviato nelle rispettive comunità l’anno giubilare. A Nettuno, al Santuario di Santa Maria Goretti, è stato il neo-promosso cardinale Marcello Semeraro a presiedere domenica scorsa il rito dell’apertura dell’anno giubilare in uno dei santuari, dopo quello di san Gabriele dell’Addolorata, che rimane ancora chiuso a causa del coronavirus, più conosciuti e frequentato dei passionisti d’Italia e del mondo.

PASSIONISTI. IL GIUBILEO DEI 300 ANNI DI VITA E STORIA

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Roma. La Congregazione dei Passionisti inizia il Giubileo per i suoi 300 anni di storia. Indulgenza plenaria in tutte le chiese e comunità dei passionisti. Il messaggio di Papa Francesco a tutta la famiglia passionista

di Antonio Rungi

Con l’apertura della Porta Santa della Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo – a Roma – cui seguirà la Messa inaugurale, presieduta dal Segretario di Stato Vaticano, il Cardinal Pietro Parolin, nella solennità di Cristo Re, domenica 22 novembre 2020, alle ore 10,130 inizia per tutta la Congregazione dei Passionisti l’anno giubilare per i 300 anni dell’Istituto, fondato da san Paolo della Croce, il 22 novembre 1720. Questa data fa riferimento al giorno in cui Paolo Danei, un giovane di 26 anni, abbandonata l’attività commerciale, iniziò un ritiro di 40 giorni, una vera e propria quaresima o quarantena, in una cella della Chiesa di San Carlo a Castellazzo Bormida (Alessandria), durante il quale scrisse le regole della futura congregazione. Si sentiva ispirato a “radunare compagni per condividere ed annunciare al mondo l’Amore Crocifisso”. Il ritiro terminò il 1 gennaio 1721. Di qui le date del giubileo passionista di un anno, dal 22 novembre 2020 al 1 gennaio 2022.

La cerimonia nel rispetto delle norme sanitarie anti-covid, vedrà la partecipazione delle massime autorità della Congregazione della Passione, con il Superiore generale, padre Joackim Rego. e potrà seguire su Tv2000 e in streaming da ogni parte del mondo.

Il programma predisposto due anni fa finalizzato a dare massimo risalto a questo storico avvenimento è stato, in ragione della pandemia, ridimensionato e adeguato al momento presente. A tal fine, per limitare il rischio del contagio della seconda ondata della pandemia, prudenzialmente sono stati cancellati i pellegrinaggi nazionali e internazionali ai luoghi di san Paolo della Croce e rinviati a data da stabilire.

“La celebrazione del Terzo Centenario mantiene intatto il suo valore come impegno interiore per rinnovare la propria vita e la propria missione”.

L’icona e il motto del giubileo indicano il percorso che i passionisti intendono fare in questo anno giubilare che si presenta con tante difficoltà esterne ma non spirituali: “Gratitudine, Profezia, Speranza. Rinnovare la nostra Missione”.

“Le celebrazioni giubilare -ha scritto il Superiore generale, padre Joackim Rego – devono puntare ad approfondire il nostro impegno nel mantenere viva la memoria della Passione del Signore quale espressione definitiva dell’amore di Dio per tutte le persone e per il creato e cercare forme nuove per promuovere la memoria della Passione del Signore” “La grazia del Giubileo  offre il vigore per un nuovo inizio, la nuova opportunità di una vita nuova in pienezza e bellezza”.

Non a caso è stato concesso alla Congregazione della Passione  dalla Penitenzeria Apostolica di lucrare le indulgenze plenarie nei modi esplicitati nel decreto ai autorizzazione e che verrà affisso in tutte le chiese e gli oratori pubblici dei passionisti. Si tratta  di un vero e proprio Anno Santo per la famiglia passionista, nella sua totalità, che si estenderà fino al 1° gennaio del 2022 e che coinvolgerà religiosi, monache, religiose, fedeli laici, movimenti e gruppi che fanno riferimento al carisma di san Paolo della Croce, che il 22 novembre 1720 iniziava questa straordinaria avventura carismatica, proseguita dai suoi figli spirituali in tutto il mondo, in questi 300 anni di storia, vita e missione.

Da parte sua il Santo Padre, Papa Francesco, ha inviato un suo messaggio a tutta la famiglia passionista, in data 15 ottobre, tramite il superiore generale, padre Joackim Rego nel quale scrive testualmente: Le celebrazioni giubilari per il terzo centenario della vostra Congregazione, mi offrono l’occasione di unirmi spiritualmente alla vostra gioia per il dono della vocazione ricevuta di vivere e annunciare la memoria della Passione di Cristo, facendo del mistero pasquale il centro della vostra vita (cfr Costituzioni 64). Questo vostro carisma, come ogni carisma della vita consacrata, è una irradiazione dell’amore salvifico che scaturisce dal mistero trinitario, si rivela nell’amore del Crocifisso (cfr Esort. ap. Vita consecrata 17- 19. 23), si effonde su una persona scelta dalla provvidenza estendendosi in una data comunità, per impiantarsi nella Chiesa in risposta a particolari bisogni della storia. Affinché il carisma perduri nel tempo, è necessario renderlo aderente alle nuove esigenze, tenendo viva la potenza creativa degli inizi. Questa significativa ricorrenza centenaria rappresenta una provvida opportunità di incamminarvi verso nuovi traguardi apostolici, senza cedere alla tentazione di «lasciare le cose come stanno» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 25). Il contatto con la Parola di Dio nella preghiera e la lettura dei segni dei tempi negli eventi quotidiani, vi renderà capaci di percepire il soffio creativo dello Spirito che alita nel tempo, additando le risposte alle attese dell’umanità: A nessuno sfugge che viviamo oggi in un mondo in cui nulla è più come prima”.

Per l’anno giubilare non sono previsti grandi eventi esteriori ad eccezione del Congresso internazionale “La sapienza della croce in un mondo plurale”, che si svolgerà a Roma presso l’Università Lateranense, dal 21 al 24 settembre del 2021.

I passionisti nel mondo sono oltre 2500 e sono presenti in tutti i continenti, in 63 nazioni e in 400 comunità. Speciale devozione curano verso la Madonna “Salvezza del popolo romano”, dove il fondatore san Paolo della Croce si recò a pregare, nell’ottobre del 1721, facendo voto di aiutare la gente a fare memoria della passione di Gesù Cristo, definita da lui “l’opera più grande e stupenda dell’amore di Dio”

ITRI. FESTA DI SAN PAOLO DELLA CROCE 2020

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ITRI (LT). FESTA DI SAN PAOLO DELLA CROCE, NEL TERZO CENTENARIO DI FONDAZIONE DELL’ISTITUTO DEI PASSIONISTI

di Antonio Rungi

Quattro giorni di intensa preghiera per la festa San Paolo della Croce, dal 16 al 19 di ottobre 2020, che si terranno nella chiesa di Santa Maria di Loreto in Itri, tempio mariano che i passionisti hanno avuto in donazione nel 1943 e che conservano gelosamente, per alimentare la fede nel popolo santo di Dio nella comunità cristiana di Itri e dei paesi limitrofi. La festa, quest’anno, nel rispetto delle norme anti Covid 19, più restrittive nel Lazio, rispetto a quelle emanate dal governo, assume un significato particolate sia per la ricorrenza del terzo centenario della Congregazione dei Passionisti, fondata da San Paolo della Croce il 22 novembre 1720 e sia per l’emergenza dovuta alla pandemia che tanta ansia e preoccupazione sta producendo nel cuore e nella vita della gente e dei fedeli. In considerazione di tutti questi elementi, la comunità passionista di Itri-Civita, costituita da 8 religiosi, che curano anche il Santuario Mariano della Civita, si concentrerà essenzialmente sulle celebrazioni religiose. In particolare sarà curata la preghiera del rosario, la celebrazione delle messe con relative omelie, commemorazione transito del fondatore dei passionisti, avvenuto a Roma il 18 ottobre 1775, ai Santi Giovanni e Paolo. Nessuna manifestazione esterna è prevista per questa festa, anche perché non è possibile affatto.

La chiesa dei Passionisti di Itri, conosciuta da tutti come dei “Cappuccini”, intitolata dalla Madonna di Loreto, da loro fondata nel 1574 e per secoli curata e messa a servizio della comunità religiosa e civile di Itri, può ospitare fino ad un massimo di 60 persone in base alle norme per il Covid-19. Normalmente la Chiesa è frequentata da un buon numero di fedeli, sia nelle giornate feriali e soprattutto nelle domeniche e nelle feste. La devozione a San Paolo della Croce è molto sentita in città e nel territorio, in quanto il Santo è stato negli anni 1720-1726 più volte a Gaeta, Fondi, Sperlonga ed altre località. A Gaeta, insieme al fratello Giovanbattista, fissò per lunghi mesi la sua dimora al romitorio della Madonna della Catena e nel 1726 per diversi mesi sostò in preghiera, penitenza e discernimento al Santuario della Madonna della Civita. La presenza di San Paolo della Croce si perpetua da tre secoli in questa area, con la predicazione delle missioni popolari, con varie iniziative religiose, che i passionisti nel tempo hanno portato avanti con la loro attività missionaria e spirituale. Poi nel 1943 nell’attuale convento cittadina si stabilì una comunità religiosa passionista che ha operato nel territorio dell’arcidiocesi di Gaeta in vari settori: parrocchia, direzione spirituale, predicazione itinerante, assistenza spirituale a vari istituti di suore e, negli anni post-bellici nel campo dell’assistenza umanitaria, culturale e sociale, favorendo quella rinascita civile di Itri, dopo il secondo e distruttivo conflitto mondiale. Dal 1985 i passionisti, su proposta dell’arcidiocesi di Gaeta, hanno accettato di guidare spiritualmente anche il santuario della Civita.

Nel 2012, i passionisti hanno lasciato la parrocchia di Santa Maria Maggiore che avevano guidato per oltre 50 anni e la parrocchia San Michele Arcangelo, sempre in Itri, che aveva avuto in affidamento da due anni. Attualmente oltre al santuario della Civita, impegno pastorale prioritario, sono a servizio dell’arcidiocesi di Gaeta, come responsabili della vita consacrata, come parroci e vicari -parroci, nel campo della predicazione itinerante, dei mezzi di comunicazione sociale, come cappellani ed altri ministeri tipici della Congregazione della Passione. In occasione del lockdown per la pandemia da coronavirus, ancora in fase di diffusione, hanno animato la vita spirituale dei fedeli, a distanza, con la celebrazione delle sante messe, la liturgia delle ore, le catechesi, la preghiera del Rosario, con le varie funzioni religiose, soprattutto in occasione della settimana santa, trasmettendo il tutto in diretta streaming dal Convento di Itri e dal Santuario della Civita, quando è stato possibile.

Ora i religiosi, confidando nell’aiuto di Dio, sperano di poter svolgere al meglio il triduo e la festa religiosa del loro fondatore, San Paolo della Croce ed attendere l’arrivo dell’Icona del Giubileo dei Passionisti, in peregrinatio in tutto il mondo e che arriverà ad Itri-convento il 30 novembre 2020, proveniente da Casamicciola e che verrà poi trasferita il 2 dicembre alla comunità di Sora. Intanto nella Chiesa è stato predisposto il tosello che accoglie la statua di San Paolo della Croce, collocata, all’esterno, all’ingresso del Convento e che negli anni scorsi veniva portata in processione per le principali vie del rione dei Cappuccini.

Questo è il programma dettagliato del triduo e della festa liturgica di San Paolo della Croce nel 2020, segnato dalla pandemia.

Il 16-17 ottobre 2020, giornate di preparazione: al mattino: Ore 7,00 Santo Rosario. Ore 7,30 Messa; al pomeriggio: Ore 17,30 Santo Rosario meditato con i pensieri spirituali di San Paolo della Croce. Ore 18.00 Messa con omelia. Domenica, 18 ottobre 2020, giorno della commemorazione della morte di San Paolo della Croce, al mattino: ore 7,30 Santo Rosario; ore 8.00 Messa. Al pomeriggio, ore 17,30 santo Rosario meditato, con i pensieri spirituali di San Paolo della Croce; ore 18.00, santa messa con omelia. A conclusione della santa Messa commemorazione del Transito di San Paolo della Croce al cielo, con la lettura dei Ricordi e delle ultime raccomandazioni lasciate ai suoi figli spirituali il 18 ottobre 1775. Lunedì, 19 ottobre 2020, festa liturgica di San Paolo della Croce, infine, alle ore 7,30 messa solenne concelebrata; ore 17,30 santo Rosario ed ore 18.00, concelebrazione, con la supplica a San Paolo della Croce e la benedizione con la sua reliquia.

IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 18 OTTOBRE 2020

Domenica 18 ottobre 2020

XXIX Domenica del tempo ordinario

Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa 29esima domenica del tempo ordinario è sicuramente accattivante sotto tanti aspetti. In particolare è il testo del Vangelo che cattura la maggiore nostra attenzione sui testi sacri che compongono la liturgia della parola di Dio di questa domenica di metà ottobre 2020, messe missionario e di evangelizzazione nel contesto della pandemia, delle messe e celebrazioni a distanza. La pagina del Vangelo è tra le più conosciute e citate, per vari motivi e non escluso quello di carattere politico ed economico. Infatti l’espressione finale usata da Gesù per differenziare il rapporto tra le cose divine e quelle umane, sociali, materiali, politiche ed economiche, ci fa capire come bisogna agire per essere in armonia tra le due prospettive personali, quella della fede e della vita umana e sociale. Dare a Cesare quello che di Cesare e dare a Dio ciò che appartiene a Dio è un modo per affermare la separazione tra i beni spirituali e quelli materiale, meglio ancora tra il potere spirituale e politico che spesso, nella storia dell’umanità e della stessa chiesa, hanno coinciso, al punto tale da creare problemi di varia natura. Ci sono voluti secoli per capire tutto questo e tenendo per buono l’insegnamento del Concilio Vaticano II, la Chiesa deve camminare nel mondo a testa alta servendo la causa della verità, della giustizia della spiritualità, anche se fa uso prudentemente dei mezzi necessari per svolgere il suo ministero. Certamente essa non un potere politico, economico o militare, ma semplicemente ha il potere che Gesù stesso le ha trasmesso quello di andare in tutto il mondo e predicare il vangelo: chi crederà sarà salvo, chi invece rifiuterà Cristo e vangelo non si salverà. Un potere che è servizio e che passa attraverso l’autorità di Pietro al quale Gesù ha dato un compito ben preciso: le chiavi del Regno. Capire meglio questa pagina del Vangelo è comprendere come cristiani chi siamo e come dobbiamo operare nel mondo, nella politica, nel sociale e nell’economia.

 

Analizziamo il brano del vangelo, a mano a mano, come ci viene presentato da Matteo. Iniziamo da fatto che i farisei tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. L’approccio quindi è quello di tirare una trappola al Maestro, non sono mossi da sentimenti di ricerca della verità e dell’onestà intellettuale e spirituale. E cosa fece dopo il gran consiglio? “Mandarono da Gesù i loro discepoli, con gli erodiani, a fargli questa domanda, ovvero un primo interrogatorio. Si parte dal riconoscimento che il Maestro che è veritiero e che insegna la via di Dio secondo verità. Gesù viene riconosciuto come Colui che non ha soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Ed ecco la domanda di rito: Di a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? La domanda era finalizzata a trovarlo in contraddizione con le leggi dello stato e Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo».

Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Riconosciuta l’appartenenza del denaro allo stato, Gesù replicò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Di fatto, riconoscevano già l’autorità di Cesare. Stavano già dando a Cesare quello che era di Cesare, poiché usavano le sue monete per comprare e vendere e perfino per pagare il tributo al Tempio! Di conseguenza, la domanda era inutile. Perché chiedere una cosa, la cui risposta è già evidente nella pratica?

Loro che per la domanda fingevano di essere servi di Dio, stavano dimenticando la cosa più importante: dimenticavano di dare a Dio ciò che era di Dio!

A Gesù interessa che “diano a Dio quello che è di Dio”, cioè, che restituiscano il popolo che si era allontanato per loro colpa da Dio, perché con i loro insegnamenti bloccavano al popolo l’entrata del Regno (Mt 23,13).

Altri dicono: “Date a Dio quello che è di Dio”, cioè praticate la giustizia e l’onestà secondo le esigenze della Legge di Dio, perché a causa della vostra ipocrisia state negando a Dio quello che gli è dovuto. I discepoli e le discepole, devono rendersi conto di questo! Poiché era l’ipocrisia di questi farisei ed erodiani che stava accecando i loro occhi!.

D’altra parte al tempo di Gesù, il popolo della Palestina pagava moltissime imposte, tasse, tributi, multe, contribuzioni, offriva donativi, decimi. Secondo i calcoli fatti da studiosi, la metà delle entrate familiari erano destinate a pagare le imposte. In poche parole non siamo lontani dalla contribuzione di oggi. E come ai tempi di Gesù c’erano gli evasori, così oggi si verifica la stessa cosa. Non pagando le tasse tutti, si danneggia coloro che le pagano regolarmente e sono onesti. Fare i furbi non significa essere bravi e retti, ma solo evasori e danneggiatori del bene comune. Perciò bisogna pagare i tributi, ma soprattutto bisogna dare lode e gloria a Dio per ogni cosa.

Anche la prima lettura di questa domenica ci invita a riflettere attentamente sulla nostra vocazione battesimale, che essenzialmente quella profetica. Infatti il testo di profeta Isaia, riportando l’esperienza del re di Persia, Ciro il Grande, ne evidenzia la sua missione e il suo ruolo in rapporto al popolo di Dio, ad Israele. Il Signore, tramite il suo portavoce, il profeta Isaia, dice del suo eletto, Ciro: «Io ti preso per la destra, per abbattere davanti a Dio le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a Dio i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso”. Sempre riferito alla missione di questo uomo di Dio, Isaia, in nome e per conto di Dio, aggiunge in ordine a Ciro: “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca”. Infatti non è uno dei potenti che aveva dimestichezza con il Dio di Israele. E proprio a lui il Signore si rivolge ie in qualche modo lo impegno su un piano di religiosità monoteista: “Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio”. In ragione di questa unicità di Dio, il Signore renderà Ciro pronto all’azione, anche se lo conosce, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me”. Viene qui richiamata la prima fondamentale alleanza tra Dio e il popolo di Israele, sottoscritta da Mosé sul monte Sinai, dove il Signore stesso consegnò a Mosé le tavole della legge, quei dieci comandamenti che ben conosciamo e che aprono proprio con questa verità di fede fondamentale che è il Dio unico.

Ugualmente nel brano della seconda lettura, tratta dal lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi c’è questo forte appello alla rinnovamento personale ed ecclesiale: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro”. La vocazione alla vita cristiana è ben evidenziata dall’Apostolo in questo brano, nel quale ammette che sa bene, che tali fratelli amati da Dio, sono stati scelti da Dio stesso.

La scelta ricaduta su di noi da parte del Dio, non è un privilegio per la persona, come anche per Ciro, di cui la prima lettura, ma un servizio, un dovere missionario, al fine della diffusione del Vangelo, tra la gente, non soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”. Delineati i compiti missionari ed apostolici per tutti i battezzati e i cristiani, a ben ragione possiamo pregare con la stessa orazione della colletta di questa messa domenicale che è energia spirituale per le nostre anime: “Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito”. Amen.

TERAMO. E’ MORTO PADRE LORENZO VETRELLA PASSIONISTA

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NUOVO LUTTO TRA I PASSIONISTI D’ITALIA

San Gabriele dell’Addolorata (Te). E’ morto padre Lorenzo Vetrella, sacerdote e missionario passionista. I funerali domani alle ore 17 a Macerata Campania.

di Antonio Rungi

 

All’età di 88 anni circa, nell’Ospedale di Teramo, dove era stato ricoverato in seguito ad una caduta, ieri mattina, 3 agosto 2020, alle tre della notte, è morto, per arresto cardiaco, padre Lorenzo dell’Immacolata (al secolo Giovanni Vetrella).

Padre Lorenzo viveva nell’Infermeria provinciale dei Passionisti d’Italia, a San Gabriele dell’Addolorata, dove il sacerdote, da alcuni anni, era stato ricoverato per motivi di salute.

Padre Lorenzo Vetrella era nato a Macerata Campania (Caserta), nell’Arcidiocesi di Capua, il 20 ottobre 1932 da Lorenzo e Concetta Merola. Padre Lorenzo aveva un fratello, Martino, morto, e tre sorelle di cui una suora, Paola, passionista di Signa, Marianna ed Addolorata, viventi.

Entrato tra i passionisti, il 20 settembre 1948, a Calvi Risorta, dopo il Noviziato svolto a Falvaterra, nell’anno 1951-52, con il maestro padre Marcellino Di Benedetto, professò i consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza nella Congregazione dei Passionisti, il 15 settembre 1952, insieme al voto di promuovere la Passione di Cristo presso i fedeli.

Dopo gli studi filosofici e teologici, svolti a Sora, Paliano e Ceccano, negli anni 1952-59, fu ordinato sacerdote ad Airola (Bn) il 9 agosto 1959 da monsignor Costantino Caminada, Vescovo di Sant’Agata dei Goti.

Trasferito a Napoli presso la Comunità passionista di Santa Maria ai Monti per completare gli studi, proseguì poi a Roma per la Sacra Eloquenza.

Impegnato da subito, per le sue spiccate doti intellettuali nell’insegnamento delle materie classiche nel Ginnasio interno dei passionisti di Calvi Risorta, una volta espletato questo compito culturale, si diede completamente all’attività apostolica e missionaria, predicando missioni popolari, novene, tridui, tenendo panegirici in varie parti d’Italia. Apprezzato per la spontaneità, l’immediatezza del suo parlare, era una persona affabile e di buona compagnia.

Tanti gli hobbies che coltivava nella sua vita anche di religioso, tra cui quello del giardinaggio e dell’orto. Da passionista assunse subito dal Fondatore, san Paolo della Croce, una spiccata tendenza alla missionarietà.

Di facile battuta, dal verso poetico immediato, trovava occasione in ogni circostanza per trasformare anche un momento di sofferenza in un momento di gioia, perché sapeva sorridere e sapeva far ridere.

E siccome la gioia viene da Dio, era una persona profondamente ancorata ai valori spirituali.

Con gli anni, padre Lorenzo aveva perso la su vivacità, per la sua salute molto precaria. Per il qual motivo i superiori maggiori furono obbligati a collocarlo nell’infermeria provinciale di San Gabriele dell’Addolorata, dove poteva essere, e di fatto lo è stato, meglio curato e seguito.

Fondamentalmente nella Congregazione ha svolto il ruolo di missionario e di docente, ma non ha ricoperto uffici particolari, per il suo impegno primario di missionario.

E’ stato in poche comunità dell’ex provincia religiosa dell’Addolorata del Basso Lazio e Campania, ed esattamente a Calvi Risorta, Forino e Itri Civita.

Ultima tappa della sua vita è stata quella di San Gabriele dell’Addolorata, di cui era particolarmente devoto, dopo la costituzione dell’unica provincia religiosa dei passionisti d’Italia, Francia e Portogallo, intitolata a Maria Presentata al Tempio.

I funerali si svolgeranno oggi 4 agosto 2020, nella chiesa Abaziale di San Martino, vescovo, in Macerata Campania (Ce), alle ore 17.00. Il feretro arriverà direttamente dall’Ospedale Giuseppe Mazzini di Teramo, alle ore 16,30.

AIROLA (BN). LA CITTA’ SALUTA LE SUORE PALLOTTINE CHE PARTONO E LASCIANO.

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Airola (Bn). Le Suore Pallottine dopo 103 anni lasciano l’unica comunità della Valle Caudina.

di Antonio Rungi

Domenica prossima, 21 giugno 2020, sarà monsignor Domenico Battaglia, vescovo di Cerreto-Telese -Sant’Agata de’ Goti a presiedere la messa di saluto finale, nella Chiesa dell’Annunziata, in Airola (Bn), per la conclusione dell’esperienza apostolica delle Suore Pallottine nella ridente cittadina della Valle Caudina.

Oltre alle tre Suore, Mary, Clementina e Clara, che costituiscono l’attuale comunità di Airola, partecipano alla Santa messa di gratitudine per il lavoro svolto, in 103 anni di storia e di presenza in Airola, la Madre Generale delle Suore dell’Apostolato Cattolico (Pallottine) Suor Ivete Garlet e la Madre Provinciale, Suor Daniela Siniscalchi.

Nel rispetto delle norme per il Covid-19 partecipano, inoltre l’arciprete don Liberato Maglione, parroco della Chiesa di San Giorgio nell’Annunziata, il Sindaco della città, Michele Napoletano, con l’amministrazione comunale di Airola, insieme a rappresentanti di altre istituzioni locali.

Le Pallottine giunsero ad Airola, per la prima volta 103 anni fa, assumendo la direzione e la gestione della scuola d’infanzia “Regina Elena”.

Era, infatti, l’ottobre del 1917, in pieno conflitto mondiale, quando quattro Suore maestre di San Vincenzo Pallotti ed una direttrice giunsero da Roma dando inizio all’anno scolastico 1917-1918, nel giorno immediatamente successivo al loro arrivo.

La scuola materna fu voluta inizialmente dalla Congrega della Carità con lo scopo di accogliere i bambini poveri dai tre ai sei anni e di provvedere alla loro educazione culturale, morale e religiosa.

Successivamente, per la scarsa disponibilità finanziaria, si volle affidare la scuola alla Congregazione religiosa femminile, che in questi 103 anni ha operato con carità, premura e diligenza.

Sono stati anni di dedizione, di lavoro, di laboriosità, di impegno continuo e costante per la Congregazione fondata da San Vincenzo Pallotti, durante periodi difficili della storia di Airola, della Valle Caudina, dell’Italia e del Mondo, con la loro opera di insegnamento e di apostolato.

Basta ricordare la prima e seconda guerra mondiale, la ricostruzione nei periodi post-bellici e la rinascita del Paese, dopo il boom degli anni 60 del secolo scorso.

Anche la Congregazione delle Pallottine rifioriva di vocazioni e di anime consacrate che si dedicavano all’apostolato in Italia e all’Estero.

Purtroppo, negli ultimi decenni, come per tantissimi istituti, maschili e femminili di vita consacrata, le vocazioni in Italia sono diminuite consistentemente, nonostante l’apporto significativo delle suore, provenienti da altre nazioni.

Per cui, i rispettivi istituti hanno proceduto e stanno procedendo ad una riduzione di presenze e di attività, su cui un peso importante ha avuto l’attuale pandemia, nell’ultimo periodo.

Le Suore Pallottine lavorano prevalentemente nel campo dell’educazione dell’infanzia e venendo meno le attività scolastiche e soprattutto con la riduzione del numero delle Suore, sono costrette a chiudere in varie parti.

Questa volta è toccata ad Airola. E nonostante gli sforzi profusi dal Vescovo, dall’Amministrazione Comunale di Airola e da altre istituzioni del territorio per far restare le Suore, la Congregazione delle Pallottine ha deciso, per carenze di vocazioni, di chiudere la comunità di Airola, anche per un discorso di riorganizzazione interna dell’Istituto.

Le tre suore, infatti, hanno avuto già la nuova destinazione dalla Madre Provinciale e da lunedì saranno già nelle rispettive nuove case: Suor Mary ad Avella (Av), Suor Clementina nella Casa di riposo di Grottaferrata (Roma) e Suor Clara è in attesa della nuova destinazione.

Ad assumersi l’onere, da settembre in poi 2020, di portare avanti la scuola dell’infanzia “Regina Elena” di Airola, nella struttura, finora gestita dalla Suore Pallottine, di cui erano proprietarie fino a qualche anno fa, ma poi passata al Comune di Airola, saranno le Suore Povere del Cuore Immacolate di Maria “Vergine fatta Chiesa” (Suore Francescane Mariane). Per diretto interessamento del Vescovo, Domenico Battaglia hanno accettato di assumersi l’onere di continuare, con nuovo personale, l’opera educativa, formativa, scolastica  di accompagnamento delle giovani coppie, genitori degli alunni e direzione spirituale pe tutta la comunità airolana, iniziata nel 1917 dalle Suore Pallottine, che ora lasciano definitivamente la Valle Caudina, essendo la comunità di Airola l’unica operante in tutto il vasto territorio, ben noto nella storia e nella cattolicità.

La messa di saluto di domenica prossima, 21 giugno 2020, sarà una preziosa occasione per rendere onore ad un’istituzione, quelle delle Pallottine, per quanto ha fatto di bene in Airola a favore dei bambini, dei genitori e dell’intera comunità cittadina.

“Un altro pezzo di storia e di vita esemplare, alla luce del Vangelo della carità e del servizio all’infanzia, soprattutto più bisognosa, va via nella nostra amata cittadina”, ha commentato padre Antonio Rungi, passionista, originario di Airola, già Superiore provinciale dei Passionisti, teologo morale, attuale vicario episcopale per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Gaeta, molto vicino alle Suore Pallottine, soprattutto quando avevano l’asilo nella sede istituzionale di Via Matteotti.

P.RUNGI COMMENTO E PREGHIERA PER LA PASQUA 2020

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Domenica di Risurrezione

Domenica 12 Aprile 2010 

IL MATTINO DI UNA NUOVA PASQUA 

Commento di padre Antonio Rungi

Tutta la liturgia della parola di Dio di questa domenica di Pasqua è improntata al tema della risurrezione e della rinascita di chi ha fede nel Figlio di Dio, morto e risorto. E’ un inno di lode al Signore è la vera alleluja che ogni cristiano canta da profondo del proprio cuore, nella speranza di vedere finiti i segnali di morte nel nostro tempo e nella nostra storia.

Partendo dal vangelo di Giovanni, questo brano ci descrive la risurrezione di Cristo e ci rammenta che Maria si alzò presto per andare al sepolcro di Gesù, per fare quell’atto di devozione, di culto e di attenzione verso di lui, come fanno tutti coloro che hanno a cuore quanti sono morti e non li dimenticano appena sepolti.

 

A Maria e agli apostoli era possibile allora raggiungere liberamente il sepolcro. Oggi per quanti lasciano questo mondo, in tempo di epidemia da coronavirus, oltre a non aver sepoltura, vengono cremati e le ceneri distribuire ai parenti, nel migliore dei casi.

 

In questo periodo di grande sofferenza, la Pasqua per noi cristiani è davvero una boccata di ossigeno e di speranza, per non disperare, per non rattristarci più di quanto già lo siamo.

 

Bisogna alzarsi e rialzarsi come Maria che di buon Mattino va da Gesù Cristo. Appena giunta al sepolcro prende atto che la pietra era stata tolta dal sepolcro. E primo gesto che compie, non va a denunciare la scomparsa di un morto, il trafugamento del corpo di Gesù, ma corre dai discepoli del Signore e quindi anche da Maria, la Madre di Gesù, che era stata accolta nella casa di Giovanni, e riferisce in particolare a Pietro e a Giovanni quello che aveva visto: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

 

Che si fa normalmente in questi casi, istintivamente? Si va a vedere, si corre insieme e si ritorna su posto, andando alla ricerca, cercando di capire cosa è successo. Esattamente quello che fanno i due discepoli e Maria.

Il racconto del Vangelo è dettagliato, anche perché p stato vissuto in prima persona da chi l’ha scritto il resoconto di quanto accaduto e cioè Giovanni l’Evangelista, il discepolo che Gesù amava, come egli di definisce non citando mai se stesso in prima persona, ma parlando in terza persona. Infatti, Pietro subito uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Anche loro hanno fretta e corrono insieme, verso il luogo dove Gesù era stato sepolto.

 

Nella corsa, il giovane in genere vince sempre e Giovanni mette in evidenza questo fatto, non per precisare la sua velocità, ma la sua primazia rispetto all’amore di Cristo. Giunto Giovanni per primo al sepolcro si affacciò all’ingresso e si chinò per terra. Avendo costatato che i teli erano era posati là, non entrò ed attese che arrivasse Pietro.

 

D’altra parte era consapevole il giovane discepolo che Gesù aveva affidato a Pietro la missione di pascere il suo gregge.

 

Giovanni rispetta il ruolo di Pietro e attende che entri lui per primo nel sepolcro, essendo di gran lunga molto più anziano di lui e quindi più esperto e preparato al compito che lo attendeva, quello di registrare l’assenza del corpo di Gesù e interrogarsi sul da farsi.

 

Una volta entrato nel sepolcro Pietro osservò che i teli era posati vicino al luogo della sepoltura, mentre il sudario – che era stato sul suo capo di Gesù era stato arrotolato e messo in un luogo a parte. Cosa insolita. Troppi elementi che deponevano non verso un trafugamento della salma, ma verso quella idea che aveva accompagnato il gruppo dei discepoli, stando vicino al Maestro, che spesso aveva parlato loro di risurrezione dopo tre giorni di sepolcro. A quel punto entrò anche Giovanni, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

L’atto di fede nella risurrezione del Signore è espresso in quel preciso momento, visto che fino allora non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Quel verbo “doveva”, vale la pena sottolinearlo, in quanto Gesù, Figlio di Dio, non poteva restare nella morte oltre quel tempo previsto, fin dall’eternità, in vista della risurrezione, che come la morte di Gesù era nel piano salvifico di Dio.

Il grande mistero della nostra fede, la Pasqua di Cristo è tutto sintetizzato in questo: doveva risorgere, non poteva stare per sempre nel sepolcro, Lui che era il Figlio di Dio, la via, la verità e la vita è il vincitore della morte e l’alba della risurrezione per tutti.

 

Alla luce di questo mistero, comprendiamo esattamente la nostra vita e come va letta nella prospettiva della Pasqua di Gesù che è poi la nostra Pasqua.

 

San Paolo Apostolo proprio nel considerare il valore teologico e morale della Pasqua per ogni cristiano ci ammonisce: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.

 

E come i primi apostoli che faticarono non poco a capire che Gesù era risorto e quindi se ne fanno gli annunciatori, anche noi dobbiamo sentire il dovere di annunciare agli altri la risurrezione, la rinascita, la risurrezione, nostra, dell’Italia e del mondo intero in questo difficile momento che stiamo vivendo.

Augurio più bello non può esserci, se è lo stesso apostolo a dirci esattamente cosa significhi per noi la Pasqua, soprattutto in questo tempo di pandemia, che non pochi problemi sta ponendo anche alle nostre fragili certezze.

 

Affidiamo al Signore tutte le nostre intenzioni di preghiera per la Pasqua 2020, espressa nella mia orazione, ricordando a me a tutti che la Pasqua è una festa della vita, della gioia e della rinascita.

Risuoni nel nostro cuore e nella nostra vita l’inno pasquale dell’ lleluja e il canto di Maria che ha incontrato Gesù appena risorto dai morti. E ci racconta che hai visto La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, nostra speranza, è risorto e ci ha preceduto nella Pasqua eterna.

La nostra fede nella risurrezione è certa, perché Cristo è davvero risorto. Egli è Re vittorioso che ha pietà di noi”.

Pertanto, eleviamo al Risorto questa preghiera che è di speranza e di luce per tutta l’umanità:

Preghiera per la Pasqua 2020

 

Risorgi Gesù nell’oggi di questa nostra umanità, afflitta da questo terribile virus mortale, che ha limitato la nostra vita, ma non ha condizionato la nostra fede e la nostra speranza in Te.

 

Ridonaci la gioia di fare Pasqua, nello stesso modo con il quale l’hai celebrata Tu, con tutti discepoli nell’ultima cena, intorno alla mensa del pane e del vino dell’amore che si fa diaconia, con il dono totale della vita.

 

Nella nostra sofferenza di questi terribili giorni, senza il contatto con l’eucaristia, la penitenza e la vicinanza dei fratelli, abbiamo compreso l’importanza dell’essere con Te sempre, mediante i segni sacramentali da Te istituiti nell’ultima cena per darci la certezza che Tu ci sei vicino in ogni momento della nostra vita.

 

Gesù Risorto dai morti, apri i sepolcri dei nostri cuori, dove abitano la morte, la tristezza e l’assenza di ogni legittima attesa.

 

Sbalza via dalle nostre povere vite tutto ciò che ci chiude in una visione dell’esistenza nella sola prospettiva terrena.

 

Non saremo cuori ed anime risorti se non facciamo tesoro di questa grande lezione della storia, dei limiti delle nostre conoscenze tecniche e scientifiche e della nostra pochezza e limitatezza con le quali dobbiamo sapere convivere oltre il tempo del coronavirus.

Padre Antonio Rungi