PENTECOSTE 2019. LA FESTA DELLA SPERANZA SULLE ALI DELLO SPIRITO

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

Solennità della Pentecoste

Domenica 9 giugno 2019

Pentecoste: cammino di speranza cristiana sulle ali dello Spirito.

Commento di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, e tutti noi credenti siamo inviati a metterci alla scuola dello Spirito Santo, che in questo giorno discende sugli Apostoli e Maria, riuniti in preghiera nel Cenacolo.

Sappiamo che oggi si chiude il tempo pasquale che nella liturgia cattolica ha un significato tutto particolare.

Il Tempo di Pasqua, infatti, dura cinquanta giorni, sette volte sette giorni, una settimana di settimane, con un domani; e il numero sette è un’immagine della pienezza (si pensi al racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi), l’unità che si aggiunge a questa pienezza moltiplicata apre su un aldilà. È così che il tempo di Pasqua, con la gioia prolungata del trionfo pasquale, è divenuto per i padri della Chiesa l’immagine dell’eternità e del raggiungimento del mistero del Cristo. Per Tertulliano alla fine del secondo secolo, la cinquantina pasquale è il tempo della grande allegrezza durante il quale si celebra la fase gloriosa del mistero delle redenzione dopo la risurrezione del Cristo, fino all’effusione dello Spirito sui discepoli e su tutta la Chiesa nata dalla Passione del Cristo. Secondo sant’Ambrogio: “I nostri avi ci hanno insegnato a celebrare i cinquanta giorni della Pentecoste come parte integrante della Pasqua”.

La gioia della risurrezione di Cristo non si può esaurire spiritualmente nell’arco di una giornata o di un’ottava.

Da qui la consacrazione di cinquanta giorni, che vanno dalla Pasqua fino alla Pentecoste, come estensione della gioia pasquale.

In questo tempo di gioia, nella vita del cristiano sono banditi il digiuno e le forme varie di penitenza. Cose che anche più austeri asceti dei primi secoli bandivano dal loro comportamento.

In poche parole, i cinquanta giorni sono come una sola domenica di gioia e di festa. Gioia, rendimento di grazie, celebrazione della luce e della vita.

La stessa ottava di Pasqua ha un carattere più pronunciato di allegrezza e di meditazione sul fatto della risurrezione del Cristo e della nascita del cristiano nel battesimo, che è una partecipazione alla vita risuscitata del Cristo, mediante una nuova nascita e un pegno della risurrezione futura.

Ma tutta la cinquantina ha più o meno questo carattere. La liturgia canta continuamente l’Alleluia e la messa di questo giorno di Pentecoste si conclude proprio con il canto dell’Alleluia.

Chi ha vissuto integralmente questo periodo sa benissimo che liturgia della parola ha privilegiato gli epiloghi evangelici delle manifestazioni di Gesù dopo la risurrezione, ma anche, secondo san Giovanni, il suo ultimo discorso, gli ultimi insegnamenti sul comandamento dell’amore, l’unione intima fra lui e suo Padre, la promessa di un altro consolatore, lo Spirito di verità, la grande preghiera sacerdotale per l’unità.

Nel quarantesimo giorno si celebra l’Ascensione di Cristo al cielo, (una volta celebrata il giovedì, ora alla domenica successiva) e i giorni che seguono sono una lunga preghiera per la venuta dello Spirito, in unione con i discepoli e Nostra Signora del Cenacolo.

Alla luce della liturgia si comprende quindi l’importanza biblica, teologica, spirituale e pastorale della solennità della Pentecoste.

Gesù, infatti,  prima di ascendere al cielo rassicura gli apostoli che invierà  loro lo Spirito Paraclito che insegnerà  loro ogni cosa, oltre a ricordare ad essi tutto quanto aveva compiuto il Signore nel suo essere nel tempo.

Nel testo del Vangelo di Giovanni, Gesù si rivolge ai suoi apostoli con queste parole: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Cosa dovrà mai insegnare lo Spirito del Signore? Cosa devono ricordare gli apostoli delle parole dette da Gesù e che essi non devono mai dimenticare?

Sono sintetizzate in queste espressioni: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.  Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato”.

Discepoli dello Spirito Santo significa quindi discepoli dell’amore divino, che è amore Trinitario, di comunione e di unione.

Noi dallo Spirito Santo dobbiamo imparare ad amarci come Gesù ci ha amato. Ecco perché lo Spirito Santo dovrà illuminare la mente e il cuore, attraverso i sette doni e consigli, gli apostoli, la chiesa e gli uomini di buona volontà ad amarsi sinceramente e totalmente come Cristo ci ha amati.

Ricordare l’amore infinito di Dio per essere tra noi amici e non nemici, fratelli e non stranieri, accoglienti e non respingenti, aperti e generosi e non chiusi ed avari nel cuore, perché l’amore è sapere accogliere l’altro e saper donare.

Tuttavia, la Pentecoste è soprattutto memoria della confermazione, cioè del sacramento della cresima che abbiamo ricevuto.

Come è importante festeggiare il giorno del nostro compleanno, quello del nostro onomastico, è bello pure ricordare e festeggiare il giorno del nostro battesimo e della nostra cresima.

Quanti di noi ricordano con esattezza questo giorno.

Da chi abbiamo ricevuto il sacramento della Cresima e chi è stato il nostro padrino o madrina?

Ricordare, come ha detto Gesù, è andare a ritroso nella nostra esperienza di vita cristiana e ringraziare Iddio per tutto quello che ci ha donato nel corso della nostra esistenza, che sei svolge nel tempo, ma è orientata verso l’eterno. E lo Spirito Santo è questo Eterno che si è calato in noi e chi ha consacrati per sempre figli nel suo Figlio.

In questo giorno di Pentecoste che ci fa riscoprire la presenza e l’azione dello Spirito operante nella Chiesa, ricordando, quindi, la nostra cresima, invochiamo, in modo speciale, di rinnovare in noi l’unzione del Paraclito, affinché si accresca in noi l’impegno nella comunione  missione.

Gesù che di fatto ci invia il dono del suo Spirito ci indica anche il percorso da fare in sintonia con Lui, che è guida, maestro e docente al massimo grado per insegnare a noi poveri mortali, dove sta il bene e dove sta il male. Perciò chiediamo al Signore che confermi in noi i sette doni dello Spirito Santo: sapienza; intelletto; consiglio; fortezza; scienza; pietà; timore di Dio e faccia fiorire in noi i frutti dello Spirito che sono: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé.

Con un attento esame di coscienza da veri cristiani e testimoni di Cristo, o come si diceva una volta da soldati di Cristo, domandiamoci se siamo davvero difensori della fede che abbiamo ricevuto nel battesimo e che poi abbiamo confermato nel giorno della cresima, impegnandoci a vivere secondo lo spirito e non secondo al carne; oppure abbiamo barattato la nostra fede per rincorrere altri falsi ideali e speranze che non trovano adeguata risposta nelle cose della terra, ma in quelle del cielo e spirituali.

Ce lo ricorda l’apostolo nel brano della sua lettera ai Romani che ascoltiamo nella messa del giorno di Pentecoste: “Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene…Noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”.

La Pentecoste è prendere coscienza della propria identità di figli di Dio e come tali, dobbiamo vivere, agire, operare e soprattutto sperare, perché la Pentecoste è la festa della speranza cristiana che cammina sulle ali spirituali.

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2019

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Domenica 7 aprile 2019

Il perdono che spinge ad operare per non più peccare.

Commento di padre Antonio Rungi
La liturgia di questa quinta domenica di Quaresima si colloca all’interno di un sincero cammino di conversione, rinnovamento e ripresa spirituale e morale. Siamo prossimi alla Pasqua e il Signore ci viene incontro facendoci capire chi realmente siamo e come dobbiamo comportarci con noi stessi e con gli altri. Con noi stessi dobbiamo essere severi e consapevoli delle nostre debolezze e dei nostri peccati, verso gli altri dobbiamo usare misericordia e comprensione, senza legittimare ed appoggiare il male, ma semplicemente capire e perdonare, perché come ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, nessuno può ritenersi giusto e farsi passare per giusto, quando il realtà siamo tutti peccatori e bisogni del perdono di Dio. La donna colta in flagrante adulterio e che viene portata davanti a Gesù, per vedere cosa pensasse in merito ad una legge precisa che Mosè aveva inserito nelle norme di comportamento morale e sociale è un’occasione per fare lezione di perdono e di autocoscienza dei propri errori, propri nei confronti di chi pensava di essere più giusto e più perfetto della donna che aveva peccato di certo. Quelle espressioni di Gesù sono un macigno sulle coscienze di tutti: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Dove sono i santi, dove sono coloro che si pensano migliori e più perfetti degli altri. Non ci sono vanno via, perché tutti siamo peccatori e come tali abbiamo bisogno proprio di Gesù che getta nel mare della sua infinità misericordia tutti i nostri peccati. Quel dito puntato a terra sulla sabbia e che scrive, non si sa cosa abbia scritto, ci aiuta ad entrate nella indecifrabile nostro modo di vivere e di agire, che Gesù cerca di far capire a quanti stanno lì per lì a condannare alla lapidazione una donna peccatrice, come gli uomini fossero dei santi. Alla stregua della donna in peccato lo sono anche chi spinge al peccato e si fa correo dello stesso peccato dell’altro. La donna per essere peccatrice ha dovuto incontrare un uomo altrettanto o se non peggio peccatore come lei. E allora perché condannare solo e soltanto la donna alla lapidazione? A limite entrambi. Invece la cultura di allora e di sempre condanna la donna e mai l’uomo, almeno in ambito sessuale, dove quasi sia legittimato l’abuso, la violenza carnale o il desiderio smodato di piaceri che contrastano con la morale e l’etica cristiana.

La donna peccatrice ci richiama al peccato di ognuno di noi, perché nessuno è senza colpa. Gesù cerca di inculcare il concetto di misericordia e di perdono e non quello della condanna del giudizio o peggio quello di ritenersi più perfetti e santi degli altri. E’ tempo di convertici alla misericordia e al perdono e non al giudizio facile di condanna che circola in tutti gli ambienti, a partire da quell’ambiente religioso e cristiano che dovrebbe dare esempio di santità, ma con ci riesce.

La tristezza e il peso dei nostri peccati potrebbe bloccarci nel cammino verso la santità e la purificazione. Dobbiamo riappropriarci della speranza, della gioia di vivere, nonostante le nostre debolezze del passato o del presente. Ecco perciò che il profeta Isaia parlando ai suoi correligiosi e connazionali, in una situazione di esilio, raccomanda di «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Dio ci è sempre vicino e ci aiuta nel cammino di purificazione e di riscatto della persona dignità e libertà insieme a quello dell’intero popolo di Dio, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi tratto dal profeta Isaia. Il grande uomo di Dio vede un futuro roseo e di speranza per Israele esiliato in Babilonia e il ritorno alla patria è rivisto alla luce di quel primo grande esodo dall’Egitto alla Terra Promessa. Tutta la sofferenza bisogna metterla alle spalle, perché chi ci fa rimpiangere il passato, le cipolle dell’Egitto, è il Diavolo, che ci offusca la mente nel vedere le costanti possibilità per ognuno di uscire dalla miseria del peccato e da ogni schiavitù umana.

Non a caso san Paolo nel bellissimo testo della seconda lettura di questa domenica, tratta la celebre lettera ai Filippesi, scrive parole stupende circa la sua nuova condizione di apostolo di Cristo e non più persecutore della religione nuova, incentrata sull’amore, che Gesù aveva iniziato a diffondere e che aveva trovato forte opposizione in Israele: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Ciò che non è Cristo e non porta a Cristo è davvero qualcosa da buttare vita, nella spazzatura, magari facendo un’opera di selezione di ciò che è più urgente e immediato da buttare via analizzando attentamente la nostra vita. Fare la differenziata anche per la nostra anima; via subito i peccati gravi e mortali e poi all’opera per raggiungere la perfezione, ma facile da perseguire in considerazione delle tante miserie umane. Perciò la santità è un lento difficile cammino che si può raggiungere mettendo ogni sforzo per farlo e farlo bene: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”. E come l’Apostolo delle Genti dobbiamo sapere questo: dimenticando ciò che ci sta alle spalle e protesi verso ciò che ci sta di fronte, corriamo insieme e felici verso la mèta, verso quel premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Quale migliore corsa dobbiamo fare per essere felici qui in terra e soprattutto eternamente in cielo e diciamo con fede: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Amen.

ROMA. LA SCALA SANTA DALL’11 APRILE SI SALE SULLE SCALE ORIGINALI

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ROMA. LA SCALINATA DEL SANTUARIO DELLA SCALA SANTA PERCORRIBILE IN ORIGINALE

di Antonio Rungi

Il prossimo 11 aprile sarà il Cardinale Vicario di Roma, Angelo De Donatis, a riaprire ufficialmente con la prevista benedizione della scalinata del Santuario della Scala Santa in Roma.

La scalinata sarà accessibile ai fedeli, come era originalmente, fino al 9 giugno, solennità della Pentecoste. In due mesi di accessibilità si prevedono migliaia di fedeli da tutto il mondo che verranno a pregare sulla scala, percorsa da Gesù, nel Pretorio di Pilato, prima della sua condanna a morte.

Dopo questo temporaneo riporto all’originale, saranno riposizionate le assi di noce che nel 1723, furono collocate sul marmo per espresso volere di Papa Innocenzo XIII, al fine di proteggere la scalinata dai tanti fedeli che la salivano in ginocchio. Dopo 300 anni, per i 28 gradini, questa sarà la prima volta che si presenteranno senza la copertura in legno di noce.

A darne conferma è stato padre Francesco Guerra, Rettore del Santuario, durante i lavori capitolari dei passionisti Italiani, Francesi e Portoghesi, in corso a Roma ai Santi Giovanni e Paolo. Come già anticipato da alcuni giornali. Secondo la tradizione, la scalinata che è sistemata nel complesso monumentale vicino a San Giovanni Laterano in Roma, faceva parte del palazzo di Ponzio Pilato e fu percorsa da Cristo il giorno della sua condanna a morte.  La scalinata fu portata a Roma da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel 326.  Sulla Scala secondo la tradizione ci sono 4 macchie del sangue di Gesù: 3 sono coperte da croci, 2 di bronzo e una di porfido rosso. All’altezza della quarta, protetta da una grata, si è formato un buco, perché i fedeli infilavano le dita per toccare proprio quel punto. E sotto il legno sono stati trovati migliaia di biglietti, lettere, richieste di grazia, infilati nei secoli fra le assi. Il santuario, opera di Domenico Fontana fu fatto costruire da Sisto V nel 1589 e per secoli fu luogo speciale di preghiera per i papi. Nel 1853 Pio IX aveva realizzato l’attiguo convento affidandolo ai Padri Passionisti, che tuttora lo gestiscono. Da 2015 è divenuto sede ufficiale della Curia provinciale della Provincia unitaria dei Passionisti d’Italia, Francia e Portogallo, intitolata a Maria Presentata al Tempio, dopo essere stata sede della Curia della sola provincia passionista della Presentazione, del Lazio e della Toscana. I lavori iniziati nel 1990 non ancora sono stati ultimati, anche se buona parte del complesso monumentale, sia del santuario che del convento, è stata sistemata bene.

Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

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Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

di Antonio Rungi

Si svolgeranno domani mattina, mercoledì 27 marzo, alle ore 10.00, nella Basilica Pontifica di Sant’Alfonso dei Liguori, in Pagani (Sa), i solenni funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca e religioso redentorista. A presiedere il rito sarà l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, presidente della Conferenza episcopale campana. Parteciperanno tutti i vescovi della Campania.

La salma del Vescovo da Teggiano arriverà a Pagani, alle ore 11,30 di oggi martedì 26 marzo, e nella Congrega del Collegio  sarà allestita la camera ardente.

A dare la notizia della morte varie diocesi. In primo luogo, quella di Sessa Aurunca, di cui era stato vescovo. Infatti, in una nota S.E. Mons. Orazio Francesco Piazza, Vescovo di Sessa Aurunca, i presbiteri, diaconi, religiosi, religiose e seminaristi oltre che profondamente addolorati per la perdita del vescovo emerito “si uniscono nella preghiera alla famiglia redentorista e alla famiglia Napoletano per l’operato di un pastore mite, instancabile e premuroso”.

Stesso motivo di dolore anche per la numerosa comunità diocesana di Teggiano-Policastro, dove monsignor Napoletano era impegnato, vicino al vescovo della Diocesi, monsignor Antonio De Luca, suo confratello redentorista, nella quale dal 2013 si era ritirato, dando un contributo notevole nell’attività missionaria della Chiesa locale, tipica dei Redentoristi.

In merito al grave lutto, anche «Il Vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Giuseppe Giudice, in comunione con il Presbiterio e la Chiesa diocesana affida a Gesù Buon Pastore l’anima eletta di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Antonio Napoletano e chiede a tutti la preghiera per il Servo buono e fedele che con generosità, emulo di Sant’Alfonso Maria de Liguori, ha amato e servito la Chiesa negli anni del suo lungo ministero».

Nel ricordare la sua figura, il suo segretario personale, per tutto il periodo del suo episcopato a Sessa Aurunca, unica diocesi di cui è stato pastore, don Giampiero Franzi scrive: “Sulle orme di Gesù buon pastore e redentore, per annunciare a tutti il suo vangelo”. Così può essere sintetizzato il programma e il cammino sacerdotale ed episcopale vissuto da monsignor Antonio Napoletano, prima come missionario redentorista e poi come vescovo della diocesi di Sessa Aurunca. Abituato a lavorare in silenzio e umiltà; uomo prudente, dal cuore sensibile e sincero, dalla profondità dei pensieri, Padre Antonio è stato tutto appassionato per la persona viva di Cristo e per la realtà concreta della sua Chiesa. Nella sua azione magisteriale, pastorale e amministrativa, si è lasciato guidare dalla Parola di Dio, dal Concilio Vaticano II e dal Catechismo della chiesa cattolica. Mons. Napoletano, servitore integerrimo, uomo di forte spessore intellettuale e di attenta riflessione, nel solco luminoso dei predecessori, ha costantemente avuto a cuore la centralità del mistero di Cristo nella vita della chiesa, la formazione permanente e la fraternità del clero e la comunione del popolo di Dio (con particolare attenzione agli ammalati e bisognosi). Il patrimonio del suo pensiero e del suo cuore traspare dalle sue parole e dai suoi molti scritti. Interessanti le sue numerose lettere pastorali, pubblicazioni, articoli su Avvenire, su Riviste specializzate. La specificità del suo compito e del suo stile di vita è stata “l’educazione alla vita buona del vangelo”: la fede cioè deve diventare un patrimonio interiorizzato della coscienza e trasformare la vita. Con costanza, sobrietà e zelo, certo che il cattolicesimo non può essere confinato nella ripetitiva e asettica applicazione di precetti e regole, ha educato e invogliato tutti a non rimanere prigionieri del passato per diventare cristiani più credenti e testimoni più credibili. Granitica guida spirituale, ha dato fiducia, ha incoraggiato, ha ascoltato e a ha sostenuto chiunque aveva desiderio e volontà di compiere il bene e cooperare alla costruzione del Regno”.

Monsignor Antonio era nato Nocera Inferiore l’8 Giugno 1937, era entrato giovanissimo tra i Padri Redentoristi. Completati gli studi filosofici e teologici fu ordinato presbitero il 19 marzo 1961.

Nella Congregazione dei Redentoristi ha ricoperto vari incarichi, tra cui quello di Superiore Provinciale, di Docente, di Rettore del Santuario di San Gerardo Majella, a Martedomini.

Conosciuto e stimato per il suo impegno culturale, educativo e missionario fu letto alla sede vescovile di Sessa Aurunca il 19 novembre 1994, da Giovanni Paolo II,  e fu ordinato vescovo il 6 gennaio 1995.

Ha guidato la diocesi di Sessa Aurunca per circa un ventennio, lasciandola per raggiunti limiti di età nel 2013.

Monsignor Napoletano non mancava mai di citare un motto polacco, molto caro a Giovanni Paolo II, che dice “Chi vive tra i giovani, diventa giovane”, e la chiesa di Sessa  Aurunca era per lui una chiesa fatta da giovani.

“Monsignor Napoletano, era un missionario nello spirito –ricorda padre Antonio Rungi, direttore dell’Ufficio Comunicazione della Diocesi di Sessa Aurunca e Direttore della Pastorale del Turismo, sport e spettacolo della stessa diocesi – ma soprattutto nell’azione pastorale, forte dell’esempio del fondatore dei Redentoristi, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, per il quale organizzò un importante convegno in occasione del terzo centenario della nascita, nel 1996 del grande santo napoletano e vescovo di Sant’Agata dei Goti, al quale era profondamente legato come suo maestro e guida spirituale e pastorale nel suo lungo servizio alla Chiesa e alla Congregazione del Santissimo Redentore.

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 31 MARZO 2019

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QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

DOMENICA 31 MARZO 2019

CON L’ UMILTA’ DEL CUORE CHIEDIAMO PERDONO E RICOMINCIAMO

Commento di padre Antonio Rungi

Con la quarta domenica di Quaresima, detta della letizia entriamo nel vivo del cammino di conversione verso l’annuale Pasqua di morte e risurrezione di Cristo, ma anche della nostra risurrezione spirituale in Cristo, mediante la gioia di ritornare al Lui con tutto il cuore, pentiti, come il figliol prodigo del Vangelo di questa domenica. Si tratta di un cammino spirituale ed interiore al quale nessuno di noi può sottrarsi. Ci obbliga il nostro essere battezzati e il nostro essere consacrati alla passione, morte e risurrezione di Cristo.

Questo cammino, spero, che ognuno di voi l’abbia intrapreso da tempo. Siccome i avvicina la Pasqua 2019, se questo cammino di ritorno non è neppure iniziato, sia questo il momento favorevole per farlo, in quanto Dio ci attende a braccia aperte, fin quando non ritorniamo a Lui, come ci ricorda sant’Agostino, in una delle sue più celebri aforismi: O Signore, il mio cuore è inquieto, finché non riposa in Te”. Facciamo riposare questo nostro travagliato, agitato ed afflitto cuore nella bontà e nella tenerezza di Dio, che si fa misericordia e si fa dono per tutti noi, peccatori sinceramente pentiti e riconoscenti a Dio. Prendiamo ad esempio il pentimento del figlio prodigo che ritorna al Padre e chiede di essere nuovamente accolto nel suo cuore e nella sua casa, cioè nella sua misericordia e nella sua chiesa.

Il figliol prodigo che va via dalla casa del Padre è il peccatore che esce dalla comunione con Dio e rompe ogni legame con il Signore, in attesa del ripensamento e del ritorno.

Dio non si stanca di aspettare, fino all’ultimo istante questo ritorno al piena comunione con lui nella grazia nell’amicizia.

E lui ci attende non solo sull’uscio della chiesa, per dargli il perdono qui su questa terra, mediante il sacramento della confessione; ma lo attende sull’ingresso del paradiso, per donargli la felicità senza fine. E’ tempo di ritorno e non possiamo più attendere per convertirci tutti a Dio,

Sta a noi entrare in questo cammino di ritorno a Dio da celebrare continuamente con una forte comunione di grazia e in grazia con Lui.

Il modo per farlo è mettersi nella condizione di quel che realmente siamo: peccatori e perciò bisognosi di perdono e di misericordia di Dio.

Non illudiamo noi stessi e gli altri: siamo tutti peccatori e perciò stesso abbiamo bisogno del suo perdono.

Quel Padre attende con pazienza, ma spera sempre che il ritorno inizi davvero e lo fa scrutando l’orizzonte della storia e del mondo, scrutando l’orizzonte del nostro cuore, spesso privo di quel rosso di sera, che fa ben sperare per l’alba e l’inizio di un nuovo giorno pieno di sole e di grazia del Signore.

Facciamo nostre le parole del figlio pentito: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre”.

Ci vogliamo rialzare dalla nostra debolezza interiore, frutto di una mancato assorbimento dei nutrienti essenziali alla vita dello spirito, che sono la preghiera, la penitenza e la carità sincera.

Non bisogna crogiolarsi nei peccati; anzi bisogna riemergere da essi prima che sia troppo tardi, prima che si abbia toccato il fondo del disastro morale più grave.

Non dobbiamo attendere i tempi del figliol prodigo per rinsavire dalle nostre condotte non buone e immorali, oltre che malvagie. Sia ricorrente questa preghiera del cuore, che ci sprona alla conversione: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.

E non diciamo mai, e poi mai: io sono senza peccato. Che peccato faccio o posso fare? Non dimentichiamo che nessuno di noi è senza peccato e come tali non possiamo giudicare gli altri o scagliare la pietra della condanna che uccide anche i sinceramente pentiti.

Nel cammino verso la Pasqua, ci incoraggi quanto scrive Giosuè nel suo Libro, in merito al popolo eletto: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». La celebrazione della Pasqua a

Gàlgala al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico fu motivo per andare avanti nel cammino dell’esodo. Infatti, il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan”. Dio premia sempre la buona volontà di ogni uomo della terra. D’altra parte nel brano della seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, ci vengono ricordati alcuni concetti teologici di base: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Siamo, dunque, ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Noi siamo i portavoce  di Dio, i trombettieri dell’Altissimo, i maestri di musica divina che fanno cantare perfettamente i coristi di quanti credono in Dio. Facciamo sì che questa gioia di vivere e testimoniare il vangelo arrivi attraverso di noi ai nostri fratelli vicini e lontani.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SESTA DOMENICA DEL T.O. 17 FEBBRAIO 2019

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 17 febbraio 2019

Noi benedizione di Dio

Commento di padre Antonio Rungi

La sesta domenica del tempo ordinario ci parla di benedizione e di maledizione, di beatitudini e di guai, di morte e risurrezione.

Le tre letture bibliche con il salmo, partendo dal profeta Geremia è un gioco di opposti, di termini antitetici che ci aiutano a capire dove sta il bene e dove sta il male da evitare sempre e senza mai accondiscendere ad esso.

Attraverso la voce del profeta Geremia, il Signore dichiara “benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Tale uomo, usando un’immagine cara all’ecologia umana e contemporanea “è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi”. Questo uomo benedetto e protetto da Dio “nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti”. In poche parole, non inaridisce mai spiritualmente, ma è sempre alimentato dalla grazia, che è benessere spirituale per l’anima. Al contrario chi è a rischio di aridità spirituale e umana “è l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. Tale persona autoreferenziale e sganciato da ogni riferimento con l’assoluto e l’eterno “sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”. In altri termini, sarà una persona sola e abbandonata a se stessa, nell’assoluta condizione di emarginazione e di improduttività del cuore, incapace come è di vedere e fare il bene.

Anche il salmista afferma che è “beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte”.

Questo primo Salmo sostiene che l’essere umano, spiritualmente elevato, è “come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene”. All’opposto di questi esseri buoni, ci sono i malvagi, “che come pula che il vento disperde”, non hanno speranza e futuro. Infatti, ci ricorda questo salmo che “il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”. Per chi comprende questa lezione di vita e di spirito si regola di conseguenza e si pone totalmente nelle mani di Dio e a Lui solo si rivolge per chiedere aiuto.

Anche l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi ci pone di fronte al dilemma della vita e della morte, partendo dal mistero della morte e risurrezione di Cristo. Infatti, se annunciamo, come è vero, che “Cristo è risorto dai morti, come possiamo poi dire che non c’ è risurrezione dei morti?”. In poche parole, non si può assolutamente dubitare di questa verità di fede fondamentale per il nostro credo. Conclude, san Paolo, dopo, uno stringato ragionamento che “Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”.

Da parte sua, il testo del Vangelo di Luca, ci offre ulteriori spunti di meditazione tra il bene e il male, tra il positivo e il negativo, tra la gioia e la sofferenza, tra la beatitudine cristiana e i guai tipici degli esseri umani che confidano solo nella ricchezza, nella potenza economica, nella soddisfazione dei piaceri della carne e del mondo, senza curare il vero benessere spirituale.

I guai annunziati da Cristo per coloro che, a conclusione della loro vita, dovranno, come tutti, rendere conto a Dio, riguardano i ricchi, perché hanno già ricevuto la loro consolazione; i sazi, che hanno pensato a riempire il ventre e lo stomaco, ma non  il cuore e la mente per fare il bene; guai anche a coloro che ridono della vita e degli altri, senza prendere in considerazione la sofferenza altrui e il dolore dei fratelli più deboli e fragili della terra, perché per questi falsi gaudenti arriverà il dolore e il pianto eterno. Chiaro riferimento, come per tutti gli altri, della condanna eterna. Guai pure agli esaltati e per quanti pensano di essere perfetti e cercano solo apprezzamenti e consensi. La fine di costoro sarà la stessa dei falsi profeti, esclusi e ripudiati, messi da parte dalla storia e dalla verità dei fatti. Per queste ed altre categorie di persone negative, nella prospettiva della parola di Dio e del Vangelo, c’è solo da pregare per la loro conversione e saper ringraziare Iddio, perché ancora oggi manda a noi dei santi, dei saggi e dei veri testimoni del Vangelo.

Per cui, legittimamente e con cuore e mente rivolti al cielo, possiamo pregare così, con tutta la comunità cristiana, in questo santo giorno: “O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore”. Amen.

 

P.RUNGI. LA RIFLESSIONE PER LA QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 10 FEBBRAIO 2019

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Domenica 10 febbraio 2019

Ecco, Signore, manda me per annunciare il tuo Vangelo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa quinta domenica del tempo ordinario ci aiuta a discernere bene la nostra vocazione cristiana e la nostra vocazione missionaria.

Tutti, in base al Battesimo, siamo inviati ad essere portatori della buona notizia del Vangelo, secondo il proprio stato di vita, dal semplice fedele laico, che vive nel mondo e a contatto con le cose del mondo, ai sacerdoti e religiosi, ai vescovi.

Tutti oggi veniamo interpellati dalla parola di Dio in merito all’impegno di essere profeti in mezzo al popolo, portando la gioia e la speranza nel cuore di ogni persona.

Nella prima lettura di oggi, il profeta Isaia racconta e descrive la sua chiamata ad essere profeta delle nazioni.

In una visione, di cui ce ne descrive i particolari, ci indica il contenuto stesso della sua chiamata ad essere profeta. “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali».

Al canto solenne del Santo fatto dai Serafini, “vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”.

A questo punto il profeta si sente perduto e non si scorge degno ed adeguato alla missione alla quale è chiamato: “un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito”.

Continua la visione e Isaia descrive ciò che accadde subito dopo: “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato».

La purificazione del cuore e delle labbra del profeta è ormai completata e lui può svolgere, ora, il suo compito e la sua missione.

Infatti, Isaia “udii la voce del Signore che gli diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». Non c’era disponibilità ad assumere questo difficile compito. Allora il profeta rispose: «Eccomi, manda me!».

Inizia così l’avventura profetica di Isaia a servizio della parola di Dio e annunciatore della volontà di Dio in mezzo ad un popolo dalle labbra impure.

Alla prima lettura di questa domenica gli fa eco il Vangelo di Luca che parla della missione della sequela di Cristo. In questo brano si racconta della pesca miracolosa e della successiva chiamata di Pietro e degli Apostoli a seguire Gesù. Sono citati, infatti, questi due eventi importanti riguardanti Gesù e i suoi discepoli per riportare all’attenzione di chi legge ed ascolta la potenza dell’amore di Cristo sulle persone disponibili e docili a seguirlo.

Un gruppetto di pescatori delusi da una notte intera di inutile fatica di una pesca infruttuosa, con l’intervento di Gesù si rimette in moto e riparte proprio da lì, dove si era fermato. Gesù, infatti, chiede a Pietro di fare tre cose: di scostarsi dalla riva e di buttare nuovamente le reti in mare; di non avere paura, promettendogli che sarà, da ora in poi, un pescatore di uomini e non più di pesci. E così, convito da Gesù. Pietro si affida totalmente a Lui: “Va bene, Maestro, sulla tua parola getterò le reti”.

Che cosa spinge Pietro a fidarsi di Gesù ciecamente? Una cosa è certa: nella persona di Gesù ha visto l’amore.

Pietro si è sentito amato, in quel momento di delusione e di sofferenza sente che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Credendo alla parola del Signore, credendo all’amore di Dio, Pietro e il resto del gruppo dei pescatori che lavoravano con lui riceve una copiosa pesca, quale dono alla risposta affermativa data.

Simone davanti al tale prodigio si sente stordito, inadeguato. Lui esperto pescatore, deve alzare le mani davanti al Signore, che rende copioso ogni altro genere di pesca. Ecco perché si rivolge a Gesù e pronuncia parole di grande umiltà: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Gesù, di fronte allo stupore di Pietro e al riconoscimento della sua pochezza umana e spirituale, lo incoraggia a non pensare più al suo passato e ai suoi peccati, ma a guardare avanti con fiducia e speranza al suo futuro, che inizia proprio da lì.

“Non temere, gli dice, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.  Per cui, Pietro e gli altri, abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe avuto senso restare, si mettono a seguire il Maestro verso un altro mare, senza neppure domandarsi dove li condurrà. Vanno dietro a lui. Vanno dove li porta il cuore.

Il grande e coraggioso gesto di abbandonare ogni cosa per seguire il richiamo di Dio ci fa da sprone ad abbandonare ogni cosa che ci porta lontano da Dio per farci ritornare a Lui con tutto il cuore e soprattutto con un cuore davvero pentito.

Anche l’apostolo Paolo segue la scia del Maestro, dopo la sua conversione, sulla via di Damasco. Anche per lui avviene un cambiamento radicale che lo porta a proclamare il Vangelo ai cristiani di Corinto, a quali raccomanda di restare saldi in esso e dal quale sono salvati, se lo mantengono integro nei contenuti e nella forma.

Il nucleo essenziale di questo vangelo che annuncia Paolo è lo stesso che egli ha ricevuto, e cioè “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”.

Di fronte a queste sublimi verità di fede, ma anche di storia della prima comunità cristiana di Gerusalemme, Paolo si sente come “il più piccolo tra gli apostoli”, anzi non si ritiene neppure degno “di essere chiamato apostolo perché ha perseguitato la Chiesa di Dio”. La coscienza del proprio passato lo tormenta, ma poi aggiunge che “per grazia di Dio, ora è quello che è, cioè completamente diverso dal passato, tanto è vero che la grazia di Dio in lui non è stata vana”. L’apostolo riconosce questo speciale intervento di Dio a suo favore per portarlo sulla retta via della santità e dell’ annuncio missionario della salvezza, a punto tale che afferma che egli ha fatto molto di più, come apostolo, non in senso stretto, rispetto ad altri che lo erano a pieno titolo. Evidenzia Paolo un santo orgoglio missionario ed apostolico che non si può negare a lui, essendo un fatto evidente e ben conosciuto presso i cristiani di allora.

Isaia, i 12 Apostoli, Paolo di Tarso sono una triade di riferimento biblico a fare dell’attività apostolica e missionaria l’impegno prioritario di ogni cristiano. Perciò a ben ragione possiamo elevare al Signore questa umile preghiera di inizio messa: “Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Amen.

CARINOLA (CE). OGGI I FUNERALI DI DON RICCARDO LUBERTO

don riccardo

CARINOLA (Ce). GRAVE LUTTO PER LA DIOCESI DI SESSA AURUNCA.  E’ MORTO MONSIGNOR RICCARDO LUBERTO. OGGI I FUNERALI NELLA CHIESA CATTEDRALE DI CARINOLA

di Antonio Rungi

Si svolgeranno, oggi pomeriggio, alle ore 15.00 nella Cattedrale di Carinola i solenni funerali di monsignor Riccardo Luberto, sacerdote della Diocesi di Sessa Aurunca. Le esequie del noto sacerdote di origini carinolesi saranno presieduti dal Vescovo diocesano, monsignor Orazio Francesco Piazza. Parteciperanno i sacerdoti della diocesi e di altre realtà ecclesiali della Campania, dove don Riccardo era molto conosciuto, i parenti del sacerdote defunto e i fedeli di varie parrocchie della Diocesi, dove don Riccardo ha svolto il suo ministero sacerdotale, particolarmente nella città di Mondragone. Don Riccardo è morto all’ospedale civile San Rocco di Sessa Aurunca nella serata di mercoledì 16 gennaio 2019, dove era stato ricoverato per problemi cardiocircolatori. Ieri giovedì 17 gennaio, dalle 8.00 alle 20.00 presso la cappella dell’Ospedale di Sessa Aurunca è rimasta aperta la camera ardente. Questa mattina 18 gennaio, alle ore 10,30 la salma partirà per la Cattedrale di Carinola, in attesa delle esequie nel primo pomeriggio. Monsignor Riccardo Luberto è stato rettore e parroco del Santuario e Basilica Minore della Madonna Incaldana in Mondragone (Ce) per 50 anni. Aveva 86 anni e 60 anni di sacerdozio, celebrati lo scorso anno, di cui 50 anni vissuti nella Basilica Minore della Madonna Incaldana.
Tanti gli incarichi ed uffici ricoperti nella Diocesi di Sessa Aurunca e a livello di Regione ecclesiastica campana, tra cui quello di direttore dell”istituto diocesano di sostentamento del clero e responsabile dell’associazione familiari del clero. Per lunghi anni responsabile della pagina diocesana di Avvenire. E’ stato anche docente di religione nelle scuole statali di Mondragone. Ha collaborato con sei vescovi: De Cicco, Costantini, Nogaro, Superbo, Napoletano e Piazza. Un battagliero e coraggioso sacerdote sempre in prima linea nella difesa del territorio di Mondragone e dell’intera diocesi di Sessa Aurunca.
Don Riccardo era nato a Carinola in provincia di Caserta il 4 maggio 1932 e dopo il seminario minore, gli studi filosofici e teologici, fu ordinato sacerdote il 13 luglio 1958 a Sessa Aurunca da monsignor Gaetano De Cicco.
Dopo 60 anni di ministero attivo, per raggiunti limiti di età, era ritornato, cinque anni fa, nella sua Carinola e collaborava con la Parrocchia di Santa Croce. Dopo i funerali, la salma sarà sepolta nella cappella di famiglia nel cimitero di Carinola

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO- DOMENICA 4 NOVEMBRE 2018

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 4 Novembre 2018

Ascoltiamo la voce dell’amore che dal cielo e giunge fino a noi.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della XXXI domenica del tempo ordinario, soprattutto nella prima lettura e nel Vangelo, ci invita ad ascoltare la voce di Dio che ci parla di amore verso di Lui e verso chi è immagine sua sulla terra, ovvero ogni essere umano. Noi siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e come tali dobbiamo vivere nell’amore, in quanto è amore, relazione trinitaria e comunione tra per persone. Da qui il richiamo nella prima lettura ai precetti fondamentali della legge mosaica e successivamente quella cristiana, portata a perfezionamento della venuta di Cristo sulla terra, nostro redentore e salvatore. Come l’antico popolo di Israele, così, noi oggi, nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste, dobbiamo mettere in pratica quello che Dio ci ha comunicato, prima mediante la rivelazione sinaitica e poi nel mistero dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola di Dio, fatta carne e venuta a parlare di amore e libertà del cuore. Il nostro atteggiamento è quello di ascoltare Dio che ci parla e ci dice: Io sono il Signore Dio tuo. Sono l’ unico Signore e non ve ne sono altri al di fuori di me. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Ti sforzerai, perciò nella vita di tutti i giorni di partire sempre dal vertice, cioè da Dio e dal cielo per agire rettamente e con buone intenzioni, sapendo che ogni cosa va fatta per la gloria di Dio e per la santificazione di se stessi. In questo amore totalizzante verso Dio, trova la ragion d’essere l’amore verso i fratelli. Ed è Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica, a riportare ad un discorso unitario e di inscindibilità i due fondamentali precetti della religione cristiana, cercando di far capire allo scriba che lo interrogava che cosa voglia significare l’amore di Dio e l’amore dei fratelli. Il primo comandamento ben noto, si lega al secondo che è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Si ama Dio senza misura, illimitatamente e si ama il fratello con la stessa intensità e trasporto con i quali si ama la propria persona. Uscire fuori dall’egoismo e dall’egocentrismo per aprire alla carità e alla fraternità. “Non c’è altro comandamento più grande di questi, cioè quello dell’amore, che si esprime nella direzione verticale, verso Dio ed orizzontale verso i fratelli Chi vive nell’amore è già immerso nel cammino del Regno di Dio. Infatti, Gesù, nota la disponibilità dello scriba di lasciare interpellare dall’amore e a lui dice con grande sensibilità intellettuale ed umana: «Non sei lontano dal regno di Dio». Di fronte ad una spiegazione così esaustiva dell’unico precetto dell’amore, nessuno delle persone ed intellettuali presenti che avevano ascoltato Gesù aveva più il coraggio di interrogarlo. Il Maestro aveva fatta la lezione, era stato convincente, soprattutto perché aveva citato lo <<Shema Israe>> ascolta Israele. Gesù tuttavia va oltre la mera citazione dei passi della Bibbia ben noti a tutti i buoni israeliti, impegna la persona a confrontarsi con l’amore si fa concretezza di azione e di modi di vivere. In questo discorso sull’amore concretamente vissuto, Gesù si propone come modello di riferimento, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Egli è il Sommo Sacerdote, perché possiede un sacerdozio che non tramonta mai. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”.

Superata la visione umanistica del sacerdozio dell’Antico Testamento si entra nella figura di un vero ed eterno sacerdote, che è Cristo Signore. Infatti, ci ricorda il testo della lettera agli Ebre che “questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. Un sacerdote venuto dal cielo e ritornato in cielo, dopo aver completato la sua missione di redentore. Egli non ha avuto bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso, mediante il sacrificio redentivo della sua morte in croce e risurrezione. La diversità tra Cristo-sacerdote e il sacerdozio di coloro che assumono questo ministero è sostanziale, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, per farci capire dove sta la differenza e come va letta la vita di chi è sacerdote,  soggetto ad umana debolezza, come ogni sacerdote terreno, ma Cristo è sacerdote senza peccato e senza macchia, in quanto Figlio Unigenito del Padre, disceso sulla terra per salvare l’umanità dalla condizione di peccato. Al Figlio di Dio, Gesù Cristo, Sommo ed eterno sacerdote, eleviamo la nostra umile preghiera: “O Dio, tu se l’unico Signore e non c’è altro Dio all’infuori di te; donaci la grazia dell’ascolto,
perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

RUNGI-VERDE
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
DOMENICA 28 OTTOBRE 2018
Cecità della mente e freddezza del cuore
Commento di padre Antonio Rungi
Il vangelo del cieco Bartimeo, figlio di Timeo, ci indica persone ben precise che hanno un problema grave.
Bartimeo figlio, cieco, e Timeo, padre, che deve affrontare il dramma del figlio disabile.
Al tempo di Gesù non c’erano garanzie sociali ed economiche per i disabili, per cui Bartimeo, per poter sopravvivere deve mendicare lungo la strada. Quello che stava facendo esattamente mentre passava di lì Gesù, che lasciata Gerico era diretto verso altra località, che non è specificata nel testo.
Al seguito di Gesù c’era tanta gente, a conferma della popolarità che si era acquistata il Maestro con la sua missione e con il suo operare a favore degli ultimi e dei sofferenti.
E un sofferente quello che Egli incontra sulla strada, questo Bartimeo, che è cieco e chiede l’elemosina.
Gesù, mosso dalla tenerezza del suo cuore, sentito quello che chiedeva il cieco, opera la guarigione e ridona vista e speranza a questo uomo infermo e disabile.
Nel racconto del brano evangelico di Marco ci sono alcuni importanti passaggi che vale la pena sottolineare nella nostra riflessione domenicale.
Il cieco si rivolge a Gesù con il nome ben conosciuto ed identificativo della discendenza regale e davidica, a conferma della divinità del Cristo: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. E lo dice due volte con insistenza.
E’ la richiesta di una persona in necessità che si rivolge a chi certamente può fare molto o tutto. Quell’abbi pietà di me indica lo stretto rapporto che esisteva tra la malattia e il peccato.
Tutti coloro che erano affetti da malanni erano considerati dei peccatori, puniti da Dio e condannati a tale condizione miserevole, compresa la cecità.
E’ evidente che in questa richiesta di Bartimeo c’è il riconoscimento della propria colpa, dei propri peccati, sapendo che quella era la forma mentale acquisita mediante un insegnamento religioso che vedeva Dio che punisce mediante la malattia ed altre calamità.
Un Dio vendicativo nei confronti del singolo e della comunità. Una visione chiaramente distorta che Gesù viene a correggere, venendo in questo mondo e facendosi servo per amore e venendo incontro alle necessità e povertà materiali e spirituali.
Lo comprendiamo perfettamente alla luce del dialogo che si instaura tra Gesù e Bartimeo, che viene convocato alla presenza del Maestro, mediante il coinvolgimento degli Apostoli, ai quali Gesù dice di chiamarlo, visto che gridava forte e la gente cercava di farlo zittire. E di fatto il cieco si presenta al cospetto di Gesù, faccia a faccia, a tu per tu, ed inizia un dialogo diretto, senza più mediazioni.
Quanto è bello ed importante parlare a tu a tu con Dio nella preghiera. E qui siamo in un contesto di preghiera di impetrazione e di richiesta di grazia. Infatti Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Poche parole, pochi gesti e il cieco, mediante la fede è guarito dalla sua cecità fisica e dalla cecità della mente e del cuore, al punto tale che si mise a seguire Gesù lungo la strada.
In poche parole, diventa discepolo anche lui e lo fa con la gioia del cuore, come aveva fatto prima, nel momento in cui, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e andò da Gesù.
Cosa che dovremmo fare sempre, quando le necessità di qualsiasi genere, soprattutto spirituali ed interiori, ci dovrebbero spingere nella giusta direzione, che è quella della Chiesa, della preghiera, della messa, della confessione e dell’abbandono fiducioso in Dio, del Padre Nostro.
Non sempre lo facciamo anche se la parola di Dio di questa Domenica ci invita a fare questo percorso di totale abbandono in Dio, come ascoltiamo nel brano della seconda lettura di questa XXX domenica del tempo ordinario, presentato come il vero ed eterno sacerdote, al quale rinvolgerci per ottenere grazia e misericordia: “Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”.
Gesù non è il sacerdote debole e fragile come sono tutti i sacerdoti del mondo, scelti da Dio per una missione, ma il sacerdote vero ed eterno, perché Figlio eterno del Padre che nel mistero della morte e risurrezione ci salva con l’unico e definitivo sacrificio della sua vita sull’altare della Croce.
Ci ricorda, infatti, la Lettera agli Ebrei: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”.
La diversità tra i sacerdoti dell’Antico e Nuovo Testamento con Cristo sta nella natura stessa del sacerdozio, che è pienamente ed esclusivamente espresso nella persona di Cristo.
Il servizio sacerdotale e la consacrazione sacerdotale, mediante il sacramento dell’Ordine, fa partecipare la persona ritenuta degna di questo mistero al sacerdozio di Cristo capo, in quanto c’è un sacerdozio comune che tutti i cristiani esercitano in ragione del sacramento del battesimo, mediante il quale siamo stati consacrati in Cristo Re, sacerdote e profeta.
Quindi tutti sacerdoti in base al Battesimo e sacerdoti ministri, cioè scelti per uno specifico servizio nella Chiesa, che sono i presbiteri e i vescovi, nei quali c’è la pienezza del sacerdozio e dell’ordine sacro.
Ministri quindi per servire e non servirsi di Cristo e della Chiesa, per offrire la propria vita e non sacrificare la vita degli altri.
Ministri di misericordia e di perdono e non uomini di potere che in base alla consacrazione sacerdotale pensano di poterla cavare anche nascondo il male e lo scandalo.
Mi piace citare quando ha detto Papa Francesco a noi Passionisti, nell’incontro di lunedì 22 ottobre 2018: “Vi incoraggio ad essere ministri di guarigione spirituale e di riconciliazione, tanto necessarie nel mondo di oggi, segnato da antiche e nuove piaghe…La Chiesa ha bisogno di ministri che parlino con tenerezza, ascoltino senza condannare e accolgano con misericordia”.
E’ tempo di conversione e di rinnovamento per tutti nella Chiesa di Cristo, come ci ricorda la prima lettura di oggi tratta dal profeta Geremia che guarda ad Israele, fuori dalla condizione di esiliata, e in una situazione di gioia, rispetto a quella del pianto e del dolore per la patria lasciata perché deportati: “Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Dio non è vendicativo, Dio è amore, perdono e misericordia. Per Lui ogni essere umano va salvato e redento, anche se ha commesso i più gravi crimini della terra, purché si penta amaramente dei propri errori e rincominci una vita nuova nel Signore, come è stato per Bartimeo, il cieco che ha riavuto la vista da Gesù, ma soprattutto hai riavuto la gioia di vivere seguendo il Cristo, vera luce e speranza di ogni cuore pentito e contrito, aperto alla tenerezza e all’amore di Dio e dei fratelli.
Sia questa la nostra preghiera oggi, in questo giorno dedicato al Signore, fonte della speranza per ogni cristiano: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te. Carissimi, non c’è vero cammino di nessun tipo se non iniziamo a fare almeno i primi passi per incontrare Dio e incontrare gli altri. Chi si ferma, dice un antico e noto proverbio, è perduto. Chi cammina ha speranza di raggiungere primo o poi la meta sperata, soprattutto se riguarda l’eternità. Camminare per santificarsi e santificare.