P.Rungi. Il ruolo del Beato Domenico Barberi nella conversione del Cardinale Newman, oggi santo

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Roma. Il ruolo del Beato Domenico Barberi, passionista nella conversione del prossimo santo J.H. Newman.

di Antonio Rungi

Nella conversione del prossimo santo (domani 13 ottobre 2019, la canonizzazione insieme ad altri beati), il cardinale John Henry Newman, un ruolo importantissimo e fondamentale lo ebbe il Beato Domenico Barberi, passionista (1792-1849). Fu lui, infatti, ad accoglierlo nella Chiesa cattolica, una volta convertito dall’anglicanesimo.

Lo stesso Newman gli eresse un monumento spirituale nel romanzo che parla della propria conversione “Loss and Gain” – “Perdita e Guadagno”. In esso, infatti, traccia un dettagliato profilo biografico, avendolo conosciuto e frequentato di persona.

  1. Domenico della Madre di Dio era figlio spirituale di S. Paolo della Croce (1694-1775), il fondatore dei Passionisti, del quale Newman scrive: “Il pensiero dell’Inghilterra era presente in tutte le sue preghiere; nei suoi ultimi anni di vita, dopo aver avuto una visione durante la santa Messa, egli parlò come un Agostino, come un Mellitus, dei suoi ‘figli’ in Inghilterra”. In poche parole, il desiderio di San Paolo della Croce di avere una presenza passionista in Inghilterra si realizzò dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 18 ottobre 1775.

I primi contatti tra Newman e il Beato Domenico furono a distanza. Iniziarono con la lettura di un articolo di Newman arrivato nelle mani di Domenico in Belgio che lo lesse con grande interesse.  Il 17 febbraio del 1842, superate alcune difficoltà, Domenico Barberi poté fondare il primo convento passionista in Inghilterra ad Aston Hall presso Stone. Nello stesso anno Newman si ritirò definitivamente da Oxford e andò a Littlemore con il desiderio, tra l’altro, “di fondare qui una casa religiosa” (Apologia, 159).

Il Beato Domenico il 24 giugno del 1844 fece una breve visita a Littlemore, dove avvenne un primo incontro personale col Newman. Continuarono gli incontri se non direttamente, tramite altri esponenti della cultura e dell’aglicanesimo, soprattutto a livello epistolare, mentre cresceva in lui il desiderio di passare al cattolicesimo. Cosa che avvenne di fatto. Il 5 ottobre del 1845 Newman si ritirò per tutto il giorno nella sua stanza per prepararsi alla confessione generale. Il 7 ottobre scrisse al suo ex studente Henry Wilberforce: “P. Domenico, il passionista, passa da qui durante il suo viaggio da Aston nello Staffordshire verso il Belgio (…). Arriva a Littlemore per una notte, ospite di uno di noi che lo ha accolto ad Aston. Egli non conosce la mia intenzione, ma io lo pregherò di accogliermi nell’unico vero gregge del Salvatore”.

Alla vigilia della conversione Newman compilò molte lettere simili in cui comunicava a diversi amici la sua decisione. In esse egli caratterizzava di continuo Domenico quale “persona semplice e santa”, e vedeva la sua venuta a Littlemore come una “chiamata da fuori”, proveniente da Dio. Nella notte tra l’8 ed il 9 ottobre del 1845, P. Domenico arrivò ad Oxford con la carrozza, completamente bagnato dalla pioggia, accolto dal Dalgairns e da St. John. Appena apprese dai due la felice notizia gridò: “Dio sia lodato!”. Giunto a Littlemore, tentò inutilmente di asciugare i suoi vestiti al fuoco del camino. In quel momento Newman entrò nella stanza, si inginocchiò ai suoi piedi e lo pregò di ascoltare la sua confessione. Alla sera del giorno seguente egli pronunciò assieme a due suoi compagni, Bowles e Stanton, la professione di fede, Domenico diede loro l’assoluzione e poi li battezzò in forma condizionata. Il 10 ottobre Newman assieme agli altri ricevette la S. Comunione. Padre Domenico Barberi descrive Newman “una persona tra le più umili ed amabili” che egli avesse incontrato nella vita.

Il 2 ottobre 1889, in coincidenza con l’apertura del processo di beatificazione di Domenico, Newman scrisse al cardinale Parocchi a Roma: “Certamente, P. Domenico della Madre di Dio era un missionario ed un predicatore fortemente impressionante. Egli ha dato un grande apporto alla mia stessa conversione e a quella degli altri. Già il suo aspetto aveva un qualcosa di santo. Quando la sua personalità arrivò al mio campo visivo, mi colpì in modo del tutto particolare. La sua straordinaria bontà unita alla sua santità erano già in sé una vera e santa predica. Nessuna meraviglia dunque se io sono diventato un suo convertito e penitente. Egli aveva un grande amore per l’Inghilterra”.

Domenico Barberi morì d’infarto il 27 agosto 1849 durante un viaggio in treno da Londra a Woodchester  in una stanza della stazione di Reading.

Il 27 ottobre 1963 è stato dichiarato beato da Papa Paolo VI. La sua tomba si trova nella chiesa di Sant’Anna a Sutton, St. Helens (Inghilterra).

Ora Newman santo e il Beato Domenico Beato, insieme cantano le lodi di Dio nella gloria del paradiso. Il discepolo e di altra fede e cultura, ha superato il maestro, convertendosi, raggiungendo i più alti gradi della gerarchia ecclesiastica cattolica ed ora santo, come era doveroso considerarlo ed anche dichiararlo ufficialmente.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

Alzati e va, la tua fede ti ha salvato

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci offre l’occasione di riflettere in modo più circostanziato sul tema della fede.

Siamo nella scia dei testi del Vangelo di Luca di queste ultime domeniche, che ripropongono con cadenza settimanale il discorso sul credere e della potenza della fede, come è nel caso del Vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione di dieci lebbrosi, di cui solo uno torna indietro, dopo essere stato guarito per ringraziare il Signore.

E questo brano chiude proprio con l’invito di Gesù, al lebbroso guarito, quello che ha cambiato totalmente vita, di alzarsi e andare, perché la forte e convinta fede in Gesù lo aveva guarito, ma soprattutto lo aveva salvato.

Infatti, questo brano del Vangelo di Luca pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore.

La prima annotazione che Luca fa su Gesù è che Egli in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme. Nel suo andare verso Gerusalemme Egli non lascia nulla di non visitato, di non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.

Continuando nella lettura del Vangelo ci viene detto che Gesù entra in un villaggio, che non ha nome e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati.

Tali lebbrosi Gli chiedono la guarigione. Egli accoglie subito la loro preghiera, che è un grido straziante del loro cuore e li invita ad andare a Gerusalemme e a presentarsi ai sacerdoti nel tempio. E mentre essi andavano, furono purificati. Li invita quindi a raggiungere il cuore della Città santa, il tempio, i sacerdoti. Li invita al ritorno alla casa del Padre.

E non appena ha inizio questo storico viaggio verso Gerusalemme, i dieci lebbrosi vengono risanati, vengono purificati.

A questo punto succede una cosa che Gesù fa osservare. Uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù e per giunta fa osservare che quello che è tornato indietro è un samaritano, uno che non apparteneva al popolo eletto. A conferma che la salvezza che egli è venuto a portare è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.

Il racconto del brano del vangelo si chiude con due verbi che esprimono cammino di conversione e di rinnovamento interiore: alzarsi ed andare, ovvero risorgere. Solo la fede può farsi risorgere da una condizione di malattia dell’anima e solo la fede spinge a camminare nella vita, nonostante le difficoltà e le croci di ogni genere.

Ce lo ricorda la prima lettura di questa domenica tratta dal secondo libro dei Re, nella quale è raccontata la guarigione di Naaman il Siro, anche lui affetto da lebbra. Una volta purificato tornò dal profeta Eliseo professando la sua fede con queste parole: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.

Di conseguenza abbandonò ogni forma di idolatria, e si mise a servire il vero ed unico Dio, rivelato a Mosè sul monte Sinai.

Anche qui riscontriamo una forte intenzione di cambiare stile di vita religiosa e quindi di attuare una vera conversione spirituale, che tende verso la manifestazione del culto divino autentico, come quello del popolo d’Israele.

La capacità di testimoniare la fede in Cristo, che ci viene dalla docilità allo Spirito Santo ci viene richiamata, poi, dall’apostolo Paolo nel breve brano della sua seconda lettera all’amico e vescovo Timoteo. In essa Paolo, maestro e compagno di viaggi, non turistici, ma apostolici e missionari,  ricorda a Timoteo che per Gesù Cristo si deve fare ogni cosa, avere il coraggio dell’annuncio, affrontare le prove della vita, subire anche le catene e lo stesso martirio, come egli stesso, sta sperimentando in quel momento.

I limiti umani, la restrizione della libertà personale, come avviene per un detenuto, nella cui condizione si trova Paolo in quel momento, essendo stato imprigionato, a causa del Vangelo, non deve incatenare la Parola di Dio, che viaggia e cammina anche tra le sbarre di un carcere o di un luogo di detenzione forzata. Infatti, lui sopporta ogni cosa “per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E poi va nel cuore delle verità di fede essenziali per la dottrina cristiana: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo”. In opposizione a questo dialogo di intesa e d’amore con il Salvatore, c’è il rinnegamento, l’infedeltà che portano evidentemente la persona religiosa ad allontanarsi da Dio e a vivere senza Dio, come se Dio non esistesse.

Questo comportamento non ci aiuterà ad essere nella grazia e nell’amicizia con Cristo e quindi di sperare nella salvezza eterna.

Si tratta di un forte monito per ricordare a ciascuno di noi che la fede va vissuta, testimonianza con coraggio fino alla morte.

Naaman, il lebbroso del vangelo che torna indietro a ringraziare, Timoteo sono personaggi citati nella parola di Dio di questa Domenica, insieme al profeta Eliseo e all’Apostolo Paolo che vanno nell’unica direzione possibile, quella che dà salvezza e sicurezza, e cioè la direzione di Cristo.

Possiamo, a conclusione di queste riflessioni e considerazioni, elevare la nostra mente a Dio con la preghiera della colletta di questa domenica: “O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

P.RUNGI. LA PAROLA DI DIO DELLA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XXVII Domenica del tempo ordinario (Anno C)

Domenica 6 ottobre 2019

Missionari della fede, ma con fede e per fede

per la diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII  domenica del tempo ordinario , la prima del mese di ottobre 2019, mese dedicato alle missioni, che quest’anno assume un valore speciale, in quanto si tratta di un mese missionario straordinario, indetto da Papa Francesco, il 22 ottobre 2017, nel centenario della lettera Apostolica Maximum Illud del 30 novembre 1919 di Papa Benedetto XV sul tema delle missioni nel mondo, questa Parola della domenica ci fa riflettere sul tema della fede.

Sono gli apostoli a chiedere al Signore, di fronte alla pochezza e alla fragilità della loro fede, un aumento ed un accrescimento perché possano rispondere meglio alla loro missione e vivere più fedelmente la loro vocazione di discepoli del vangelo, di annunziatori della buona novella.

E come in tutti i discorsi in cui ci sono in gioco valori fondamentali, come in questo caso, quello della base stessa del discorso religioso, cioè la fede, Gesù usa affrontare l’argomento in modo indiretto, e rivolgendosi ai suoi interlocutori dice, confermando quello che avevano evidenziato gli apostoli: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

La potenza della fede fa spostare le cose da un punto all’altro della terra. O in altro passo del vangelo affermare la stessa verità con dire che la fede sposta addirittura le montagne. Tutto questo per confermare che effettivamente che con la fede si può ottenere tutto da Dio. Certo è assurdo pensare che ognuno di noi possa spostare le cose a suo piacimento, come una pianta, una montagna, ma sono esempi e modi di dire che la fede fa i miracoli.

Gesù nel brano del vangelo di questa domenica non si limita solo a ricordare il valore della fede, ma pone l’accento sulla fede come servizio, come diaconia, come relazione e soprattutto come umiltà e riservatezza. Infatti ci riporta alla realtà di tutti i giorni ricordandoci: “Chi di noi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?” La domanda e il quesito posto dal Signore, trova la risposta nella conclusione del brano del vangelo di oggi, che è una lezione di vita ed un forte richiamo a tutti ad abbassare l’orgoglio e la presunzione di essere indispensabili, insostituibili, o addirittura i perfezionisti perché hanno fatto sempre tutto e per di più sempre benissimo.

Gesù ci ricorda ad ognuno, dal primo all’ultimo della scala dei valori sociali, ecclesiali, umani, professionali e di qualsiasi altra condizione che: “Siamo servi inutili, in quanto dopo aver esaminato attentamente le cose che abbiamo realizzato a fatto, constatiamo che era quello esattamente ciò che dovevamo fare, senza enfatizzare ed inorgoglirsi. Aver la consapevolezza del dovere da espletare non ci pone nella condizione di chi esalta se stesso e si auto osanna perché pensa che il mondo e la storia senza di lui o di lei finisce. Al contrario, proprio perché siamo servi inutili non dobbiamo mai alzare la testa umiliando gli altri o pensando che noi siamo le uniche e insostituibili persone che portano avanti il mondo.

Il miglior atteggiamento per ottenere da Dio ciò che chiediamo è l’umiltà, come ci ricorda la prima lettura di questa XXVII domenica del tempo ordinario, tratta dal profeta Abacuc: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi?” Certamente un cuore sensibile ed un attento osservatore come il profeta, rappresenta al Signore quello che egli osserva e constata: “Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. La risposta del Signore non si fece attendere molto e disse al profeta: scrivi tutto quello che vedi, osservi e denunci con coraggio, davanti ad un popolo di indifferenti e di distratti, che pensano solo a se stessi. Il Signore non tarderà ad intervenire a far sentire forte la sua presenza tra la gente e tra i popoli della terra, con quale risultato finale? “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Di fronte a questa coraggiosa denuncia del profeta Abacuc, ma anche davanti alla promessa di Dio che è fedele e realizza ciò che dice, ci viene in sostegno quanto scrive l’Apostolo Paolo all’amico, Timoteo, suo compagno nei viaggi apostolici, costituito vescovo in Efeso: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. E’ un vescovo, un consacrato e come tale deve essere un testimone coraggioso e ricorda a lui e a noi che “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Il cristiano, il pastore del gregge non può avere paura, temere e ritrarsi in trincea perché non sa e non vuole affrontare il buon combattimento della fede. Non bisogna vergognarsi di testimoniare fino ad andare in carcere o subire il martirio per amore di Cristo. Ecco perché l’Apostolo raccomanda a suo amico vescovo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Quanti innocente e quanti uomini di fede sono stati umiliati, incarcerati, calunniati e diffamati solo perché testimoni di Cristo? La storia di ieri e di oggi è sempre la stessa, soprattutto quando sono in gioco i valori religiosi, spesso contrastati e avversati in modo pregiudiziale.

Tuttavia, non bisogna mai demordere, se la fede è forte, sicura ed ancorata alla roccia che è Cristo, come afferma l’Apostolo delle Genti in questi versi conclusivi della sua lettera a Timoteo che oggi ci fa da sostegno e supporto spirituale, in tutte le nostre avversità e in tutte le nostre decisioni da prendere con fede, coraggio e passione per la causa di Dio nel mondo: “Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”.

In questo giorno 6 ottobre in cui ricordo il mio anniversario dell’ordinazione sacerdotale, esattamente 44 anni, fa su consiglio dell’Apostolo Paolo, voglio anche io rinnovare quel bene prezioso che mi è stato donato con il sacramento dell’ordine e servire con coraggio, amore e passione la santa Chiesa, operando sempre per il bene e la salvezza delle anime. E con profonda riconoscenza al Signore elevo al lui, come farò durante la celebrazione dell’eucaristia, questa preghiera della Chiesa: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

AUGURI A PAPA FRANCESCO CON UNA SPECIALE PREGHIERA DI P.RUNGI

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P.RUNGI (TEOLOGO PASSIONISTA). UNA SPECIALE PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’ONOMASTICO DA PONTEFICE
 
Per la festa di san Francesco del 4 ottobre 2019, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta, ha composta una speciale preghiera per Papa Francesco, che festeggia il suo onomastico da Pontefice. “Questa è il settimo anno e la settima volta che Papa Francesco – afferma padre Rungi – ricorda in modo speciale San Francesco d’Assisi, che ha scelto come sua guida e protettore nel servizio apostolico e ministero petrino, essendo stato eletto al soglio pontificio il 13 marzo del 2013. Con tanti problemi che il Papa si trova ogni giorno ad affrontare nella Chiesa e al di fuori di essa, con una speciale attenzione che ha ai problemi ecologici, etici e sociali, una preghiera come questa, che tutti i cattolici vorranno elevare al Signore per il Papa, certamente lo aiuterà e lo sosterrà. D’altra parte è lui stesso che continuamente ci chiede di pregare per la sua persona. E noi lo facciamo con gioia, volentieri, ben sapendo che il Signore ascolta le nostre umili orazioni per il pastore universale della sua chiesa, sparsa su tutta la terra”.
 
Ecco il testo dell’orazione scritta da padre Antonio Rungi
 
Nella festa del nostro Patrono, San Francesco,
ci rivolgiamo a Te, Signore Gesù Cristo,
per intercessione del Poverello d’Assisi,
perché protegga il nostro romano pontefice,
che porta il nome di così grande santo,
amico dei poveri e coraggioso apostolo
della misericordia, del dialogo
e della fraternità universale.
 
Rendi fruttuoso, o Signore,
l’operato e l’insegnamento
del Vescovo di Roma,
perché nel costante
richiamo ai valori cristiani
possa trovare anime ben disposte
a lasciarsi toccare dalla carità
e dalla vera letizia francescana.
 
Nulla turbi il cuore e la missione
di Papa Francesco,
in questo periodo difficile
per le sorti del genere umano
e come il Poverello d’Assisi
ricostruisca con il saggio operare
e il sapiente consigliare
l’umanità in rovina
per l’insensato agire
di governi e nazioni
che non hanno a cuore
il bene di ogni uomo
e di tutto l’uomo.
 
Maria, Madre della gioia
e della letizia di chi si mette in cammino
sorregga il ministero petrino
di Papa Francesco,
per moltissimi anni ancora,
a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
 
San Francesco,
modello di vita per quanti governano,
sia maestro illuminante
e guida costante
per il Santo Padre,
Papa Francesco. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

Poveri, ma con dignità, ricchi svuotati di eternità

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario ci presenta, nel Vangelo di Luca, la parabola dell’amministratore disonesto, dalla quale Gesù fa scaturire una serie di messaggi, raccomandazioni e inviti a non agire in un certo modo, quello appunto della disonestà, dell’affarismo, della visione esclusivamente economica e materiale dell’esistenza umana. L’inizio del racconto detto da Gesù a suoi apostoli, parla di un uomo ricco che aveva un amministratore. I poveri non hanno amministratori; per cui solo i ricchi di sempre possono permettersi chi amministra i loro beni. Non sempre questo avviene con onestà e rettitudine, come ci ricorda il vangelo di Luca. Leggiamo infatti che questo amministratore fu accusato dinanzi al suo padrone di sperperare i suoi averi. Per cui lo convocò e gli disse con schiettezza e senza mezzi termini che da quel momento in poi non poteva più amministrare i suoi beni. Era stato disonesto, aveva fatto i suoi interessi e non quelli del padrone, del ricco e quindi doveva per forza di cosa lasciare subito, senza tentennamenti.

A questo punto scatta la ritorsione verso il ricco e cosa fa l’amministratore disonesto, utilizzando le risorse del suo datore di lavoro? Fece questo ragionamento tra se, che poi concretizzò subito: Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. Si sa che non ha mai fatto niente e campa sulle spalle degli altri, continuerà a fare sempre la stessa cosa per tutta la vita. E allora chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

A quel punto si era assicurato il suo futuro economico, continuando ad agire in modo scaltro e disonesto, come fanno tanti nel mondo di oggi, rispetto alle persone rette ed oneste, che non approfittano, non rubano, di fanno sconti per un loro personale guadagno a danno di chi dà loro da lavorare. Ma non è questa la strada dell’onestà e della moralità.

Tuttavia, il testo del Vangelo, pur condannando l’atto immorale, mette in bocca al padre una immeritata lode dell’amministratore disonesto, motivandone il perché. Egli aveva agito con scaltrezza, come non fanno tante persone.

E da questo comportamento da biasimare, arriva il monito finale, quello che non ti aspetti come conclusione di un discorso improntato più alla lode dell’immoralità che all’esaltazione della moralità. Si chiama litote quella figura retorica, mediante la quale si sostiene una cosa per affermare l’esatto opposto. Infatti, conclude il testo del vangelo con questa constatazione di fatto: “I figli di questo mondo, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

Di fronte a tale comportamento, Gesù cosa dice?: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Gesù usa immagini e terminologie umane per indirizzare lo sguardo e il pensiero di tutto verso le cose eterne e che non tramontano mai.

E di conseguenza, conferma quello che è il comportamento di ogni persone coerente  e fedele in tutti i campi, affermando che “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti”. E quindi il rimprovero conclusivo che deve far scattare un diverso modo di agire e soprattutto il superamento del compromesso ad ogni livello.

Infatti, dice Gesù: Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Perciò, bisogna convenire sul fatto che “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. In termini molto chiari ed espliciti: Non possiamo servire Dio e la ricchezza».

Queste due realtà sono in contrapposizione e non possono andare d’accordo mai. Per chi guarda all’eternità la scelta è obbligata: può e deve solo e semplicemente scegliere Dio, il bene assoluto, il bene senza fine.

Sul tema dello sfruttamento dei poveri è incentrata la prima lettura, tratta dal libro del profeta Amos, nella quale troviamo parole durissime nei confronti di quanti rubano, sfruttano, umiliano i poveri e pensano a fare soldi e ricchezza a danni degli altri, agendo contro la carità, la giustizia e il diritto: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”». Di fronte a questo assurdo comportamento di totale ingiustizia e sfruttamento dei deboli il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere». Dovrebbe questo far pensare a chi agisce disonestamente in tutti i campi, specialmente in quello economico, lavorativo e professionale

Ed un appello alla carità, alla giustizia e alla rettitudine ci viene dal brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, nella quale raccomanda alcune fondamentali cosa da fare: “prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.

Questo esplicito e profondo desiderio di pregare deve realizzarsi in ogni luogo alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese. Come è evidente l’apostolo raccomanda di fare preghiera in una condizione di pace, di rapporti tranquilli e soprattutto nella semplicità e nell’innocenza della propria vita. Quante persone hanno le mani pulite in senso morale e di giustizia e rettitudine al punto tale che possono anche lodevolmente pregare ed alzare quelle loro mani al cielo per chiedere o per ringraziare?

Forse molti, forse pochi, forse nessuno, in quanto nessuno è esente da peccato, ma una cosa è certa e cioè che siamo invitati a rispettare i poveri, a non offenderti nella loro dignità, perché essi sono i preferiti da Dio, perché, senza volerlo, hanno scelto la parte migliore, quella che non sarà tolta mai a loro, hanno scelto Dio e non mammona.

Come riflessione conclusiva vi invito ad elevare a Dio questa mia preghiera del povero e per i poveri, scritta  in questi giorni:

 

Signore, non ho niente,

eppure ho tutto, perché ho Te.

 

Non ho cibo a sufficienza,

ma mi basta quello

che guadagno onestamente

o che ricevo generosamente.

 

Non ho casa, ove riposare,

ma mi contento del cielo

sotto il quale riposo ogni tanto,

memore della tua esperienza di un Dio

che non ha neppure una pietra

ove poggiare il suo capo stanco.

 

Non ho denaro

che mi possa aiutare

a vivere con dignità

ma accolgo, con sofferenza,

la carità che mi si fà.

 

Quanto è difficile Signore

vivere da povero

oggi come allora,

ma nessuno di noi

ha scelto di esserlo

venendo su questa Terra.

 

Tu sai la sofferenza

di quanti non hanno nulla,

nel nostro tempo

affamato di guadagni

e di posizioni sempre più agiate

di pochi privilegiati.

 

Non Ti chiedo di rimuovere

solo la nostra povertà,

ma la povertà di tanti popoli

oppressi a causa dell’ingiustizia

e della cattiva gestione

delle risorse della Terra.

 

Fa, o Dio della Provvidenza,

che nessuna persona

sia più povera su questa Terra.

 

Che nessun ammalato

sia abbandonato a se stesso

senza alcuna assistenza e sicurezza.

 

Che nessun anziano

venga lasciato nella solitudine

senza il conforto di qualcuno.

 

Che nessun giovane

abbia a soffrire a causa

del cattivo esempio degli adulti.

 

Che in tutte le famiglie

e su tutte le mense del mondo

arrivi quotidianamente

quel pane di ogni genere

che ti chiediamo ogni giorno

per noi e per tutti

con la stessa preghiera

che ci hai insegnato Tu. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XX DOMENICA DEL T.O. 18 AGOSTO 2019

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Domenica XX del Tempo ordinario

Domenica 18 agosto 2019

Incendiarsi dell’amore di Cristo

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio questa XX domenica del tempo ordinario, sembra essere in netto contrasto con il messaggio d’amore, di unione e di pace che Cristo è venuto a portare sulla terra con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione e soprattutto mediante l’invio dello Spirito Santo su ciascuno di noi.

Soprattutto il testo del vangelo di Luca, che ci mette ansia e preoccupazione ad una superficiale e letterale lettura di esso, quando in realtà esso dice ben altro, utilizzando il paradosso che spesso incontriamo nei discorsi di Gesù. Sappiamo che il paradosso va contro l’opinione o contro il modo di pensare comune, e quindi sorprende perché strano, inaspettato. E qui Luca riporta un altro discorso del Maestro e si concentra nel presentare tre argomenti ben precisi: il fuoco che scende dal cielo, l’immersione battesimale, la divisione nelle famiglie e tra le persone, specialmente quelle legate da vincoli di sangue o di affinità.

Andiamo per ordine nella comprensione di quanto è detto nel testo del Vangelo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”

Per chi non è avvezzo al linguaggio del vangelo, potrebbe vedere Gesù come uno che porta distruzione ed è un piromane per vocazione.

In realtà il fuoco nei vangeli indica lo Spirito Santo. E in questa prima forte affermazione di Gesù cogliamo chiaramente il messaggio dell’accoglienza del dono della fede, della carità e della speranza, in poche parole il dono della salvezza eterna. Accendere questo fuoco significa essere evangelizzatori e promotori della causa di Dio nel mondo.

L’altra forte asserzione che fa Gesù in questo brano lucano è che Egli ha un battesimo nel quale sarà battezzato, e come è angosciato finché non sia compiuto! Gesù di certo non ha bisogno del Battesimo, anche se poi si assoggetta al battesimo di penitenza, praticato da Giovanni Battista nel Giordano, durante il quale c’è la voce dal cielo che  lo rivela ai presenti, in un’altra epifania, qual è veramente il Figlio di Dio, l’amato del Padre, il suo compiacimento totale.

Siamo sempre nello spazio del linguaggio simbolico: il battesimo per Gesù non è un rito, ma è un reale bagno di sangue e di morte. Egli è certamente angosciato di fronte a tale prospettiva, ma è in ansia che si compia presto, che sia cosa fatta per sempre. Non che desideri la morte e la sofferenza, nessuna volontà “dolorista” da parte sua, ma volontà che si acceleri il cammino verso il compimento pieno della volontà di Dio, che è anche la sua volontà. Ma in questa affermazione forte ed angosciante per Lui e per chi lo ascolta, c’è il preciso richiamo alla sua imminente passione e morte in croce. Gesù sta salendo a Gerusalemme con i suoi discepoli e le sue discepole, tenendo ben presente che la meta di quel viaggio è la città santa che uccide i profeti e li rigetta. Dunque, il luogo del suo esodo da questo mondo al Padre attraverso la morte in croce.

Si tratta, quindi, di un vero e proprio annuncio della sua passione e morte, quando sarà immerso nella prova, nella sofferenza e nella morte di croce. Questo evento lo attende, ed egli deve entrare nell’acqua della sofferenza ed esservi immerso come in un battesimo. Non a caso nell’orto del Getsemani suda sangue ed acqua e tutta la sua passione e morte in croce è un lago di sangue ed uno spargimento di sangue continuo fino all’ultima goccia. Al punto tale che Cristo può dire tutto è compiuto. Il suo battesimo l’ha consumato nel dono di se stesso e della sua vita all’umanità.  Gesù è il solo “giusto” – come il centurione proclama sotto la croce dopo la sua morte  – e se il giusto rimane tale non solo è di imbarazzo, ma va tolto di mezzo.

Vi è infine un terzo pensiero di Gesù, che è agganciato ai primi due. Un pensiero che riguarda i discepoli, dunque anche noi oggi.

Con Gesù pensiamo che tutto andrà meglio? Assolutamente no. Sappiamo benissimo e la storia ce lo insegna che più si afferma il Vangelo, più divampa il fuoco dello Spirito, peggio si sta! In quanto il Vangelo è motivo di frattura e di divisione in tutti gli ambienti a partire da quelle famiglie che si dicono cristiane e che nel nome del vangelo dovrebbero andare d’accordo ed invece sono divise e all’intero di esse circola odio e separazioni.  Così pure nella Chiesa, nella società, nel mondo in generale. Ci si divide sempre sul bene da farsi e ci si unisce nel male nel portare ad esecuzione.

E chi è contro il Vangelo divide e non unisce. Lo aveva già preannunziato il vecchio Simeone nel momento della presentazione di Gesù al tempio: Egli è qui come segno di contraddizione di contrapposizione. Gesù è esattamente questo: fa chiarezza tra bene e male, tra guerra e pace, tra odio ed amore. Egli segna i veri confini perché non ci siano commistioni e confusioni di alcun genere. Non è che Egli desiderasse la divisione tra gli umani e nella sua comunità, non che amasse vedere le contrapposizioni alla pace, ma sapeva benissimo come vanno le cose in questo mondo.  Ricordiamo che sono i falsi profeti a dire e a cantare sempre che “tutto va bene!”, mentre invece bisogna essere realisti sinceri e veritieri. Più il Vangelo è vissuto da uomini e donne, più appaiono la divisione e la contraddizione, anche all’interno della stessa famiglia, della stessa comunità. Fino al manifestarsi dell’assurdo, soprattutto ai nostri giorni: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre… Un dato certo ed assodato, dalla storia della salvezza che Gesù è e resta “Principe di pace”, e la sua vittoria è assicurata, ma al Regno si accede attraverso molte tribolazioni, prove, divisioni. Così è accaduto per lui, Gesù; così deve accadere per noi suoi discepoli, se gli siamo fedeli e non abbiamo paura del fuoco ardente del Vangelo e dello Spirito di Gesù.

Questa terza ed ultima affermazione pesante, ma in realtà riflettente tante reali situazioni personali, familiari e sociali, è quella che Gesù pone come chiave di lettura del mondo secondo Dio e secondo gli uomini. Il mondo secondo Dio è mondo di pace, il mondo secondo gli uomini è un mondo di guerre, divisioni e cattiverie di ogni genere. Questo vangelo ci invita a lottare contro tali mentalità e far emergere il vangelo della pace in ogni situazione personale, familiare, sociale e soprattutto ecclesiale.

Il testo del vangelo va interpretato alla luce dei due brani biblici della prima e seconda lettura dei oggi, insieme al salmo responsoriale.

Nella figura del profeta Geremia, come ci viene illustrato nella prima lettura, tratta dal medesimo autore in cui cìoè il tentativo di uccidere Geremia, “perché egli scoraggiava i guerrieri che erano rimasti nella città e scoraggiava tutto il popolo”. Poi il ripensamento da padre del re Sedecìa, dietro suggerimento di Ebed-Mèlec che uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia». Così fu salvato Geremia da una morte certa, per la sensibilità di un etiope. Insegnamento per tutti noi che dobbiamo sempre intervenire nel salvare la vita e mai nel sopprimerla, fosse anche il primo dei nostri nemici e anche il più agguerrito di essi.

Nella seconda lettura di questa domenica, tratta della Lettera agli Ebrei ci viene ricordato l’importanza della testimonianza di quanti hanno fissato con sincerità lo sguardo del loro cammino e pellegrinaggio terreno su Gesù Cristo, “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. Il modello del nostro essere ed agire da cristiani è proprio Cristo Crocifisso, il Quale “di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”. Davanti all’esempio di Cristo “che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” non dobbiamo scoraggiarci e perderci d’animo, in quanto non ancora sperimentato la vera sofferenza e abbandono come l’ha sperimentato il nostro salvatore.

Chiediamo al Signore che accenda in noi il fuoco del suo amore, della sua carità fino al sacrificio supremo della nostra vita per la salvezza degli altri e preghiamo con queste parole della colletta di questa domenica: “O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome”.

P.RUNGI. RELAZIONE AL CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

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ITRI – DOMENICA 7 LUGLIO 2019

CHIESA SANTA MARIA MAGGIORE 

CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

RELAZIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI 

Era il 10 febbraio 1849, verso le 9.00 del mattino, esattamente 170 anni fa, in questa chiesa, quando arrivò da Gaeta Papa Pio IX, accolto dal suono delle campane e dalla banda musicale, accompagnato dal vescovo del tempo, monsignor Luigi Maria Parisio, napoletano, ed accolto da Re Ferdinando II, dalle autorità, dal clero e da numeroso e festante popolo di Itri.

A ricevere la prima benedizione fu lo stesso Ferdinando II, che attese il Papa all’ingresso della Chiesa dell’Annunziata con il secchiello dell’acqua santa in mano.

Poi i vari atti di ossequio, secondo l’usanza del tempo, l’ingresso in Chiesa per la preghiera e la benedizione eucaristica, impartita a tutti i fedeli. Dopo di che il trasferimento al Santuario della Civita.

Noi oggi, qui, siamo per riflettere insieme sul significato, il valore storico, pastorale, teologico di questa vista e si è scelto come titolo di questo convegno “Papa Pio IX sul santuario della Civita”. Giusta affermazione, ma dire santuario della Civita era ed è come dire Itri e arcidiocesi di Gaeta, per la Madonna della Civita è la protettrice di Itri, ma anche di tutta la nostra Chiesa locale.

Non senza un motivo, inizio questo mio intervento con il riportare le parole testuali di Giovanni Paolo II, in visita all’arcidiocesi di Gaeta, 30 anni fa, il Domenica 25 giugno 1989, nella storica ricorrenza dei 140 anni della venuta di Papa Pio IX, oggi Beato, al Santuario della Civita. Non c’è due senza tre e cioè dopo Papa Pio IX e Papa Giovanni Paolo II attendiamo l’arrivo di Papa Francesco prima che si concluda questo anno ricordevole dei 170 anni di Pio IX alla Civita e di 30 anni di Giovanni Paolo II a Gaeta, alla Civita e a Formia.

1.Giovanni Paolo II disse al suo arrivo a Gaeta, nella prima mattinaa:  “Qui trovò rifugio, 140 anni fa, il mio venerato predecessore Pio IX, esule da Roma per le note vicende risorgimentali. In questa città egli emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854.

A ragione, dunque, il vostro Arcivescovo, monsignor Vincenzo Maria Farano nel rivolgermi l’invito a venire tra voi, chiama Gaeta la “città dell’Immacolata”.

2.Dopo un’ora circa al Santuario della Civita, Papa Giovanni Paolo II, con grande semplice di animo disse: “Sono venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine santissima nel suo santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze fisiche e morali. Seguendo le orme del mio predecessore Pio IX, a centoquarant’anni dalla sua visita, ho desiderato salire quassù anch’io, iniziando questa giornata, dedicata pienamente all’arcidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di tutti i cristiani. Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro santuario, anima della vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana, sappiate guardare alla Vergine santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di totale adesione all’opera di grazia del Signore.

3.Successivamente, alle ore 12,00 a Formia allo Stadio del Coni, prima dell’Angelus disse: “Sono lieto di recitare questa preghiera mariana nella cara arcidiocesi di Gaeta, che vanta una profonda fede e devozione verso Maria santissima.

Gaeta, infatti, è chiamata “città dell’Immacolata”. È stata la culla, potremmo dire, del dogma dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, perché qui il mio venerato predecessore, Pio IX, andò confermandosi nella definitiva decisione della proclamazione di quel dogma.

Da Gaeta il 2 febbraio 1849 emanò l’Enciclica Ubi Primum, con la quale chiedeva a tutti gli Arcivescovi e Vescovi della Chiesa di esprimere il proprio parere in merito. So con quanto amore vengono custoditi i ricordi di questo evento…Mi sono recato stamane al santuario della Madonna della Civita, in Itri, ove la santa immagine della Vergine è meta di tanti pellegrinaggi, e ivi ho incontrato gli ammalati. Da secoli folle di fedeli trovano conforto e sempre nuove ispirazioni di vita cristiana davanti alla Vergine, raffigurata nell’atto di offrire Cristo Gesù al mondo.

Tre forti affermazioni del Sommo Pontefice, di valore storico e spirituale, a conferma di quanto già era ormai assodato da tempo che il Santuario della Civita è il tempio mariano più antico al mondo, dedicato all’Immacolata.

 La prima consacrazione del Santuario, infatti, risale al lunedì di Pentecoste nel giugno 1491. Fu monsignor Francesco Patrizi (1461-1494), uomo di molta pietà e scienza, vescovo di Gaeta, a consacrare il luogo di culto, dedicato già da tempo alla Santa ed Immacolata Vergine Maria, dove i fedeli venivano a pregare la Santa Madre di Dio.

Il vescovo appoggiò il desiderio del popolo e dei fedeli di Itri che volevano una chiesa più grande e più bella. A lavoro concluso, con grande solennità, la consacrò in quel memorabile lunedì di Pentecoste del 1491, dedicandola ufficialmente alla “Santa e Immacolata Vergine Maria”.

Monsignor Patrizi, nella bolla vescovile, datata il 20 giugno, sottolinea con entusiasmo l’importanza della Chiesa della Civita, quale luogo di grande pietà e devozione da molti anni.

Tralasciamo la leggenda circa l’arrivo della Madonna al Monte Civita, ci fermiamo sul dato storico, quello che a noi interessa, maggiormente in questa sede.

Partiamo dal quadro, perché da lì nasce tutto il culto e la devozione.

Il quadro di fattura certamente orientale, bizantina, raggiunse probabilmente Gaeta portato da alcuni monaci basiliani che, fuggiti dall’oriente, andavano verso qualche convento del Lazio, nel periodo prima del mille, durante il tempo della lotta iconoclasta.

Il quadro fu lasciato ai monaci del monastero di San Giovanni in Figline, sorto al tempo di san Benedetto, alle falde del Monte Civita, che lo esposero su Monte Civita. Il monastero faceva parte dei possedimenti avuti in donazione dai duchi di Gaeta.

Tutto questo a conferma di quanto era profondo il legame tra Gaeta e Itri circa la devozione alla Madonna della Civita, la quale unisce e non divide i suoi figli, perché Maria porta a Gesù, che è centro di unione e di comunione.

Esiste un documento del 1036 non molto citato e che pure riguarda il sacello della Civita da sistemare ed assegnato ai monachi di Figline.

Un documento storico importante al riguardo, risalente al 1147, ricorda la consistente donazione fatta da un giudice notaio di Itri e da sua moglie, per restaurare la chiesetta della Madonna della Civita, già ivi esistente. Lo stesso documento riporta il nome dell’abate di san Giovanni in Figline, che si chiamava Riccardo e la notizia che la chiesetta era affidata in custodia ad un certo Fra Bartolomeo.

Dopo aver illustrato brevemente la storia del santuario, con Pio IX, saliamo con lui, idealmente al Santuario della Civita e ricostruiamo storicamente e spiritualmente quell’ascesa al Colle della Civita, per ascoltare la voce di Maria.

Partiamo da Gaeta, dal quel 2 febbraio 1849, quando Pio IX, fuggito da Roma per i noti moti rivoluzionari del 1848, in questa città firmò l’Enciclica Ubi primum nella quale egli stesso affermava:

“Abbiamo perciò pensato, Venerabili Fratelli, di scrivervi la presente Lettera per spronare la vostra esimia pietà e il vostro zelo pastorale, e per inculcarvi con ogni premura di volere, secondo il vostro prudente giudizio, indire e tenere pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, onde il clementissimo Padre di ogni lume si degni di illuminarci con la luce del suo divino Spirito, perché in una cosa di tanta importanza possiamo prendere quella deliberazione che più risponda alla maggior gloria del suo Nome, alla lode della beatissima Vergine ed all’utilità della Chiesa militante. Desideriamo inoltre ardentemente che, con la maggiore sollecitudine possibile, vogliate farci conoscere quale sia la devozione che anima il vostro clero e il vostro popolo cristiano verso la Concezione della Vergine Immacolata, e con quale intensità mostri di volere che la questione sia definita dalla Sede Apostolica; ma soprattutto, Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio.

E poiché abbiamo già permesso al clero romano che, invece di quelle contenute nel comune Breviario, possa recitare le speciali ore canoniche in onore della Concezione della beatissima Vergine, recentemente composte e pubblicate, con la presente Lettera concediamo anche a voi, Venerabili Fratelli, se ciò sarà di vostro gradimento, che tutto il clero delle vostre diocesi possa recitare lecitamente e validamente le stesse ore canoniche della Concezione della santissima Vergine in uso presso il clero romano, senza che dobbiate perciò domandare il permesso a Noi o alla sacra Congregazione dei Riti. 

Non dubitiamo affatto, Venerabili Fratelli, che per la vostra particolare pietà verso la santissima Vergine Maria sarete lieti di corrispondere con ogni premura ed ogni zelo a questi Nostri desideri, e che vi affretterete ad inviarci le opportune risposte, che vi abbiamo chiesto.

In considerazione di tanti elementi di carattere storico e spirituale, si può dire che il Papa aveva espresso il desiderio di conoscere questo luogo mariano dedicato all’Immacolata.

Per cui, la visita al Santuario della Civita non fu improvvisata, ma organizzata nei dettagli.

Dopo la sosta ad Itri, di cui ho parlato prima, il Papa, con lo stesso Ferdinando II, il seguito delle autorità e dei dignitari, fatto salire su un cavallo bianco, condotto da un itrano che aveva in mano le briglia, si diresse alla volta del santuario, insieme a numerosi fedeli, cantando le litanie della Madonna.

Il Papa si commuoveva al canto di essere per lo stile musicale itrano, che alcuni anziani hanno conservato.

Arrivò verso mezzogiorno al Santuario. Qui c’erano ad accoglierlo il Cardinale Ferretti, altri vescovi di Sessa Aurunca, di Terracina -Priverno.

La foto ricordo immortala questo momento.

Il percorso fatto da Pio IX è lo stesso di quello di oggi che viene fatto per salire a piedi al santuario e cioè da Raino fino alla cima del monte Civita.

La strada regionale Civita-Farnese già esisteva, ciò che mancava era il tratto finale che dal bivio della Civita-Farnese porta al Santuario, che fu realizzato nel 1858. Arrivato al santuario il Papa si raccolse in preghiera davanti all’immagine, poi celebrò la messa, dopo di ciò fece una breve colazione, un breve riposo pomeridiano e si incamminò sulla via del ritorno ad Itri, nel primo pomeriggio.

Giunto in città sostò presso il monastero delle Benedettine. Un episodio simpatico quando il Papa fu accolto dalle Benedettine ad Itri, all’imbrunire a San Martino, alle falde della collina. Le monache aprirono la clausura ed accolsero il Papa con le candele in mano, come le vergini sagge ed eseguirono il canto del Magnificat.

Ci fu dopo anche un momento di relax nel monastero. Si racconta che ad un certo punto, Re Ferdinando disse una frase: “Mi raccomando facciamo le persone educate” indicando la tavola dei dolci preparati dalle monache.

Le monache di Itri avevano la particolarità di saper preparare i dolci, che erano conosciuti ed apprezzati in tutta la zona. Erano conosciuti come i dolci delle monache di San Martino di Itri. E come tutte le cose anche la visita di Papa Pio IX si concluse in dolcezza…“dulcis in fundo”. 

Dopo la visita di Papa Pio IX al Santuario della Civita si rafforzò in lui l’idea della proclamazione del dogma dell’immacolata, che era in fieri da diversi secoli.

Il primo ad affrontare apertamente la questione fu Sant’Agostino, nel V secolo, il quale, contro i pelagiani, sosteneva che la Madonna è stata preservata da peccato originale per una grazia speciale, concessa a lei quale Madre di Dio. In poche parole è un singolare privilegio in vista dei meriti di Cristo e della Redenzione.

Successivamente fu il Concilio di Basilea (1438-39), che pose fine a continue dispute tra favorevoli e contrari al dogma fu  strenuamente difeso da Giovanni de Contreras, detto il Segovia.

Nel 1483 Sisto IV proibiva sotto pena di scomunica ai sostenitori dell’una sentenza di tacciar di eresia i sostenitori dell’altra.

Il concilio di Trento (17 giugno 1546) confermò le disposizioni di Sisto IV, dichiarando inoltre “non essere nelle intenzioni del concilio di comprendere nel decreto relativo al peccato originale la beata e immacolata Vergine Maria, madre di Dio”.

Altri secoli d’attesa, ma intanto il culto e la devozione alla Madonna Immacolata cresceva in tutta la Chiesa cattolica, né è prova il fatto che nel 1491 già il nostro santuario è dedicato ufficialmente a questo titolo mariano.

La proclamazione del dogma 

Come arrivò a tale decisione dottrinale? Lo spiega lo stesso pontefice nella Bolla “Ineffabilis Deus”, dell’8 dicembre 1854 in cui è proclamato ufficialmente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.

Essendo quindi fermamente convinti nel Signore che fossero maturati i tempi per definire l’Immacolata Concezione della santissima Vergine Maria Madre di Dio, che la Sacra Scrittura, la veneranda Tradizione, il costante sentimento della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi e dei fedeli, gli atti memorabili e le Costituzioni dei Nostri Predecessori mirabilmente illustrano e spiegano; dopo aver soppesato con cura ogni cosa e aver innalzato a Dio incessanti e fervide preghiere; ritenemmo che non si potesse più in alcun modo indugiare a ratificare e a definire, con il Nostro supremo giudizio, l’Immacolata Concezione della Vergine, e così soddisfare le sacrosante richieste del mondo cattolico, appagare la Nostra devozione verso la santissima Vergine e, nello stesso tempo, glorificare sempre più in Lei il suo Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, perché ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio. 

Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Quindi è verità di fede per la dottrina cattolica il privilegio, tutto proprio della Vergine Maria, “di essere stata, fin dal primo istante del suo concepimento, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, preservata immune da ogni macchia del peccato originale”.

Era l’8 dicembre 1854 quando Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata concezione con la bolla Ineffabilis Deus, tradotta in 400 lingue e dialetti.

Quattro anni dopo, nel 1858, l’11 febbraio, la Madonna apparendo a Lourdes a Santa Elisabetta Soubirous, nella grotta di Massabielle, si presentò con questo nome: Io sono l’Immacolata Concezione.

Da allora il culto si diffuse immediatamente in tutto il mondo, fu realizzato il primo obelisco in piazza del Gesù Nuovo a Napoli, dedicato alla Madonna Immacolata e successivamente quello di Piazza di Spagna a Roma. Congreghe, associazioni, istituzioni religiose, pubbliche e private, scuole, cappelle, chiese, parrocchie incominciarono ad intitolarsi all’Immacolata.

Il Concilio Vaticano II

E veniamo ai giorni nostri. Il Concilio Vaticano II ha confermato e meglio esplicitato il dogma dell’Immacolata concezione di Maria, in una delle costituzioni fondamentali della dottrina conciliare, che è la Lumen Gentiumn. 56:  “Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall’angelo dell’annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l’ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Il n.59, che conclude il capitolo VIII, intitolato “Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa”, riporta la formulazione del dogma così come proclamato da Pio IX: “La Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte” (LG 59). 

Penso che un ruolo importante nella definizione e conclusione dell’iter per la proclamazione del dogma dell’Immacolata, ha avuto anche la permanenza di Pio IX a Gaeta in quegli anni difficili per la storia dello Stato Pontificio, ma soprattutto la sua visita al Santuario della Civita.

La Civita era, allora, il primo santuario dedicato alla Madonna Immacolata e fu anche il primo  e l’unico santuario in cui un Papa, oggi Beato, Pio IX, arrivò pellegrino ai piedi della Madre di Dio per chiedere lumi e sostegno spirituale nel proposito che aveva espresso, 8 giorni prima, con l’Enciclica Ubi primum.

Per cui, se giustamente Gaeta è la città dell’Immacolata, a maggior ragione possiamo affermare che l’intera arcidiocesi di Gaeta è consacrata all’Immacolata, in quanto il santuario della sua protettrice, quello della Civita, nel Comune di Itri, è il santuario di Maria, la Madre di Dio, che “fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento”.

Mi piace concludere con quanto disse Paolo VI, oggi santo, a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II, definendo il Cap.VIII Lumen Gentium,“un inno di lode a Maria”. E’ la prima volta – e il dirlo Ci riempie l’animo di profonda commozione – che un Concilio Ecumenico presenta una sintesi così vasta della dottrina cattolica circa il posto che Maria Santissima occupa nel mistero di Cristo e della Chiesa”.

Non a caso il Concilio Vaticano II fu chiuso l’8 dicembre 1965, solennità dell’Immacolata Concezione, un dogma che porta nel suo iter storico il nome di Gaeta, il nome di Itri e soprattutto il nome del Santuario della Civita.

Padre Antonio Rungi, passionista

Vicario episcopale per la vita consacrata dell’Arcidiocesi di Gaeta

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO – 7 LUGLIO 2019

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 7 luglio 2019
No all’orgoglio del successo missionario, ma la gioia del servizio alla parola

Commento di padre Antonio Rungi

La sintesi della parola di Dio di questa XIV domenica del tempo ordinario la potremmo trovare in questa espressione o motto: “No all’orgoglio del successo missionario, ma la gioia del servizio alla parola”. Nel Vangelo di oggi, infatti, leggiamo che dopo aver espletato il loro lavoro missionario, gli apostoli ritornaroro a Gesù, riferendo tutto quello che era successo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

La vera gioia non sta nel successo raggiunto attraverso l’apostolato, l’attività missionaria, ma l’aver raggiunto e fatto raggiungere la meta finale, quella della salvezza eterna, sottolineata da Gesù in questa espressione finale del vangelo di oggi. Rallegrarsi nel sapere che i nostri nomi sono scritti in cielo e lì dobbiamo riconquistare pienamente la nostra identità di rendenti e di salvati. Per cui la missione non è la libearzione dalla possessione diabolica, ma il raggiungimento della propria salvezza eterna. E per raggiungere questo scopo i missionario, cioè i 72 inviati da Gesù per evangelizzare, devono essere poveri distaccanti e itineranti. Essi non possono fermarsi alle prime difficoltà o magari raggiunto l’apice del successo dire che ormai ghanno fatto tutto e non hanno bisogno di ricominciare.

Lo stesso Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Galati, ci invita a porre il nostro vanto nella croce di Gesù e non nell’esaltazione di noi stessi e del nostro affermarci a tutti i livelli, anche nel mondo della Chiesa, per ostendere privilegi, onori e rispetti solo in ragione di quel che facciamo e non per quello che siamo. Molto vanto del cristiano di oggi e di sempre è quello attinente al successo in vari settori della stessa vita della Chiesa. Lasciarsi crocifiggere per amore di Cristo e portare in noi silenziosamente le stimmate del Signore, per essere testimoni della croce senza mettere sulle spalle degli altri ciò che ci spetta di portare in ragione della nostra missione e della nostra vocazione. Abbiamo, oggi, in mondo globalizzato la consapevolezza che «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai”! E gli operai del vangelo non sono solo i predicatori, i missionari, i preti, ma sono anche i genitori, primi educatori e missionari nella loro rispettiva famiglia. Dobbiamo si pregare che il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe, ma dobbiamo incominciare ad assumerci direttamente noi la nostra missione e il nostro compito di evangelizzare, partendo dalla famiglia. Papa Francesco nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium ricorda ai noi cristiani: “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto”. Ed aggiunge, invitando “ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore»…Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!”.

Questo sguardo di gioia e di speranza prietatto nel fututo nell’eternità giustifica quanto abbiamo ascoltato dalla prima lettura di oggo, tratta dal profeta Isaia: Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto”. Non ci saranno più motivi per soffrire, in quanto «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi». Parole di conforto, di attesa e di totale fiducia riposta in colui che davvero è la nostra forza, il nostro sostegno la nostra gioia per sempre, Cristo nostro Redentore e Salvatore. Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo al Signore insieme al coro di tutti i credenti del mondo che oggi fanno festa con noi, in quanto ascoltano la parola, la meditazione e la mettono in pratica, vivendo davvero la propria vocazione e missione: “O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace.

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO – 14 LUGLIO 2019

RUNGI-VERDE

Domenica XV del Tempo Ordinario – Anno C

Domenica 14 Luglio 2019

Rispondere al grande interrogativo evangelico: chi è il prossimo

Commento di padre Antonio Rungi

Chi è il mio prossimo? Lo chiede il dottore della Legge a Gesù nel brano del Vangelo di questa domenica, dedicato al buon samaritano e ce lo chiediamo noi oggi che ascoltiamo questo brano del Vangelo di Luca e lo dobbiamo vivere e mettere in pratica nella nostra vita quotidiana. Di briganti, malfattori, ladri, violentatori ce ne sono anche ai nostri giorni, anzi sono in crescente aumento a livello locale, nazionale e planetario, per cui non siamo esenti da eventuali sofferenze del genere. La cronaca nera di tutti i giorni ci raccontano di fatti incresciosi, che spaziano da un’età all’altra e da una condizione sociale all’altra, nonché da un territorio all’altro.  Paura dello straniero. Il Vangelo dice assolutamente no. Anzi è proprio lo straniero che viene in soccorso al malcapitato e lo aiuta a risollevarsi. Lo straniero è quel samaritano che aiuta il derubato e lo porta in salvo; mente il sacerdote e il levita che erano in cammino anche loro da Gerusalemme a Gerico, vedono osservano, forse conoscono pure quell’uomo che doveva aver un bel gruzzolo e quindi stare economicamente bene ed invece di fermarsi, intervenire ed aiutarlo passano oltre e fanno finta di non vedere. Che tristezza quando sono i tuoi vicini, i tuoi familiari, i tuoi concittadini e connazionali e a non aiutarti e a lasciarti morire dissanguato. Sono scene che vediamo oggi in tante riprese dirette, anche attraverso i sistemi di video sorveglianza. Gente che passa oltre anche di fronte ad un poveraccio picchiato a sangue e lasciato morire sul ciglio della strada, gente lasciata morire in mare o in altri luoghi, mentre nessuno interviene o peggio si vieta di intervenire per la salvezza nazionale, per difesa dei confini, per il contrasto all’immigrazione clandestina. Peggio quando si vedono morire bambini di tutte le latitudini della terra per fame, mancanza di cure mediche, per le cose più elementari, dove in paesi del benessere c’è in eccesso o addirittura si spreca.

Ancora e più fortemente risuona oggi questo invito a curare le piaghe e le ferite di ogni fratello o sorella della terra, abbandonati a se stessi dalla famiglia, dalle istituzioni, dalla società o addirittura violentati nella loro dignità di persone, per lo più fragili e deboli socialmente.

Gesù sale in cattedra anche oggi e ci spiega chi è il prossimo e come bisogna aiutate il nostro prossimo. Il prossimo è il vicino e il lontano che ha bisogno di te e se non dovesse avere bisogno di te, almeno che tu lo consideri come te, come un essere umano e come tale da rispettare ed amare. Proviamo a cambiare un nostro modo di pensare e non siamo indifferenti ai bisogni dei fratelli. Certo il sacerdote e il levita di cui parla il Vangelo di Luca son da scartare e rifiutare come modelli di comportamento sia cristiano e sia umano. E’ antitetico essere dalla parte della legge di Dio, di officiare anche nel tempo e poi passare davanti alla sofferenza di un fratello che è incappato in una qualsiasi disavventura ed ha bisogno dell’aiuto; oppure vantarsi di essere esperti dei testi sacri come il levita e conosce nei dettagli i rituali religiosi e poi far finta di niente davanti a chi soffre e che già l’antico testamento stabiliva di aiutare e si sovvenire nelle necessità. Il comandamento dell’amore di Dio congiunto all’amore dei fratelli era parte integrante dei dispositivi divini. Dei comandamenti erano stati dati da Dio stesso, con il dire di onorare il padre e la madre, di non uccidere, di non dire falsa testimonianza, di non commettere adulterio, di non desidera la donna e la roba altrui. L’inosservanza di questi comandamenti erano e sono gravi peccati contro la carità, contro la legge morale che regola rispetto di ogni persona, di ogni vita e di ogni libertà.

Il buon samaritano è l’esempio di colui che si ferma, si prende cura, fascia le ferite, cerca di limitare i danni subiti da chi è stato derubato e maltrattato dai briganti, salvandogli la vita e andando oltre anche nel preoccuparsi di lui, dopo il primo pronto soccorso. Lo porta nella locanda più vicina, potremmo pensare ad un ospedale, ad una clinica, ad una casa di cura, ad una casa di riposo e si fa carico lui delle spese che saranno fatte per assicurargli l’assistenza e la cura in quel frangente di estremo bisogno. Grande esempio di carità e di servizio al quale tutto dobbiamo ispirarci se vogliamo classificarci tra il genere umano e specificamente tra coloro che credono in Dio e si dicono seguaci di Cristo.

Proprio nella prima lettura della parola di Dio, tratta dal libro del Deuteronòmio, che ben sappiamo che è il libro della seconda legge, già conosciuta, nel libro dell’Esodo, lo stesso Mosè parla al popolo di Israele con queste toccanti parole: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima”. L’obbedienza a Dio porta il credente ad osservare ogni comandamento e nel caso in cui non dovesse farlo, egli è chiamato comunque a cambiare strada, a convertirsi sinceramente a Lui, con un atto di fede profonda e di impegno serio a non disattendere nessuno dei comandi che arrivano dal cielo. Amore e conversione vanno a braccetto anche nella vita spirituale. Se non si ama, non ci si converte, in quanto la conversione del cuore e della mente richiede un atto di amore sincero e di riconoscimento che Dio è il vero e sicuro amore per ogni uomo. Questo atto di amore passa attraverso poi un conformarsi a Colui che questo amore lo ha incarnato, vissuto e portato sulla croce, come fa meditare san Paolo Apostolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera ai Colossèsi, in cui fa una sintesi della persona e della missione di Cristo, quale “immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Cristo, principio e fine di ogni cosa, che per amore, con amore e nell’amore ha redento il mondo. Un amore che chiede a tutti noi suoi discepoli di vivere e testimoniare, facendo prossimo ad ogni persona che si trovi nel reale bisogno. Ecco perché possiamo a ben ragione elevare la nostra preghiera a Dio con queste semplici ed umili parole della liturgia di oggi: “Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo”.

Con questa convinzione nel cuore noi possiamo ogni giorno capire chi è davvero il nostro prossimo, in quel momento e in quella situazione, per cui non dovremmo neppure andare molto lontano per essere anche noi dei buoni samaritani, in famiglia, in parrocchia, nel quartiere, nella città, nella cultura, nella solidarietà, nell’aprire il nostro cuore ad un mondo globalizzato, che deve stimolare la collaborazione e la reciproca accoglienza e rigettare ogni forma di indifferenza e di noncuranza di cui in antitesi al buon samaritano, ci parla il vangelo di questa domenica di metà luglio.

GAETA. A TRENT’ANNI DELLA VISITA DI PAPA GIOVANNI PAOLO II ALL’ARCIDIOCESI DI GEAETA

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COMUNICATO STAMPA

GAETA. A TRENT’ANNI DALLA VISITA PASTORALE DI SAN GIOVANNI PAOLO II ALL’ARCIDIOCESI DI GAETA. VARIE INIZIATIVE PER RICORDARE LO STORICO AVVENIMENTO.

Ricorre, domani, 25 giugno 2019, il trentesimo anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II, Papa e ora Santo, all’arcidiocesi di Gaeta. Era, infatti, domenica quel 25 giugno di 30 anni fa quando Papa Voityla arrivò a Gaeta, nella prima mattinata, per il saluto alla popolazione in piazza XIX Maggio, il successivo trasferimento in elicottero, al santuario della Civita per incontrare gli ammalati e poi il trasferimento alla stadio del Coni di Formia, per incontrare i giovani e per la preghiera dell’Angelus. Qui concludeva la prima parte della giornata. Nel pomeriggio, poi l’incontro a Gaeta in cattedrale con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e i diaconi permanenti e a seguire l’incontro con i marittimi, al porto commerciale di Gaeta ed infine la solenne celebrazione della santa messa allo stadio di Gaeta, con la conclusione della visita ed i ringraziamenti.
La visita, richiesta dall’allora arcivescovo, monsignor Vincenzo Farano, fu organizzata dall’arcidiocesi di Gaeta in occasione dei 140 anni della presenza di Pio IX a Gaeta, esule da Roma, alla quale fece riferimento lo stesso Papa Giovanni Paolo II, durante la visita pastorale, affermando che fu “in questa città che Pio IX emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854”.

Per ricordare questo fausto avvenimento del trentesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II a Gaeta, sono state avviate, varie iniziative tra Gaeta, Itri e Formia, dove il Papa sostò in quella domenica del 25 giugno di 30 anni fa. In mattinata, domani, a Itri, alle ore 7,30 nella Chiesa dei Passionisti sarà celebrata una messa di ringraziamento, presieduta da padre Antonio Rungi, delegato arcivescovile dell’arcidiocesi di Gaeta per la vita consacrata, da padre Giuseppe Comparelli, superiore provinciale del tempo e da padre Cherubino De Feo, membro della comunità passionista del Santuario della Civita, così ppure nel corso della giornata e dei giorni successivi sono previste altre celebrazioni in varie parti. Di particolare importanza assume il convegno sul tema “Pio IX sul Santuario della Civita”, organizzato dall’Associazione di Volontariato Maria SS. Della Civita, e che si svolgerà domenica 7 luglio 2019, alle ore 18,30 nella Chiesa Santa Maria Maggiore in Itri, durante il quale sarà ricordata anche la visita pastorale di Giovanni Paolo II a Gaeta, a distanza di 30 anni.
Il convegno sarà aperto da padre Antonio Rungi, passionista,  con una sua relazione e sarà concluso dall’arcivescovo di Gaeta, monsignor Luigi Vari. Interverranno Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, Maria Rosaria Omaggio, attrice; Gianni Letta, direttore emerito de Il Tempo. Modererà i lavori, Orazio La Rocca, giornalista originario di Itri.

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