COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 16 FEBBRAIO 2020 – P.RUNGI

RUNGI-VERDE

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 16 febbraio 2020

Cristo compimento della legge antica

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa sesta domenica del tempo ordinario è ricca di riflessioni e stimoli che posso aiutare a cambiare la nostra vita.
Nel testo di Matteo che viene proclamato nella liturgia della parola di Dio, Gesù parla di molte cose ai suoi discepoli, indicando ad essi ciò che devono fare per essere coerenti con la loro condizione di credenti e di suoi seguaci, che conoscono bene i testi biblici, la legge antica e che sono disposti interiormente a completare un cammino di perfezione di amore, rispetto ed attenzione verso gli altri e specialmente verso la donna.
In una cultura come la nostra, questo brano del vangelo capita a proposito per sostenere quel cammino culturale, morale, spirituale, sociale, giuridico che dia massima attenzione e promuova il rispetto della donna in tutti gli ambienti compresi quelli ecclesiali.
Partiamo proprio da quanto dice Gesù in merito a questo tema: “Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”.
Il rispetto della donna parte dal cuore e dalla mente dell’uomo, E’lui che deve cambiare atteggiamento e comportamento nei confronti di un essere umano, di sesso diverso, che merita tutto l’amore e rispetto, in tutte le sue personali situazioni.
Non a caso Gesù aggiunge un altro dispositivo della norma antica “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
Si comprende l’importanza del legame affettivo e definitivo tra un uomo e una donna e in termini molto espliciti del valore del matrimonio.
La clausola, cosiddetta matteana, del permesso del ripudio e quindi del divorzio, secondo quanto aveva stabilito Mosè, non trova accoglienza nella morale e nella prassi cristiana: il matrimonio è monogamico ed è definivo ed unico.
Non ci sono alternative. Lasciare una donna ricorda Gesù la espone all’adulterio, cioè la mette in una condizione di fragilità sociale e morale, che può generare comportamenti da parte di altri uomini indegni di essere classificati come tali.
Gesù quindi rivendica un comportamento di totale rispetto verso la donna sposata o legata sentimentalmente ad un uomo o libera da qualsiasi vincolo affettivo.
Come è facile capire, il problema è alla radice, cioè alla base di certe scelte che si fanno nell’ambito della vita coniugale ed affettiva. Gesù quindi non legittima divorzi o altre forme di convivenza tra uomo e donna o di altro genere, ma ricorda semplicemente la grandezza e la bellezza di una vita relazionale, basata sull’amore tra uomo e donna che sia definitivo e non occasionale o temporale.
Non rientra nella visione di una scelta di vita cristiana la possibilità di lasciare e prendere con facilità una donna o un uomo perché non si va più d’accordo. Le intese coniugali, affettive e familiari saltano, a volte, per sciocchezze, gelosie e banalità di ogni genere.
Oggi ci troviamo davanti a violenze sistematiche nei confronti delle donne, con femminicidi e offese di ogni tipo verso di loro.
Basta con questo scempio della dignità della donna e facciamo spazio, nella nostra cultura, che tanto si rifà alla fede cristiana, all’accoglienza totale di ogni uomo e di ogni donna in un progetto d’amore che parta dal rispetto e dalla protezione del matrimonio e della famiglia.
I diritti civili acquisiti nel tempo, in certi contesti culturali e politici, non hanno nulla a che fare con la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia, che non è una scelta temporanea, né un contratto civile a termine, ma una scelta definitiva basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Nessuna violenza è legittimata, ma solo un grande amore e rispetto, anche in situazioni delicate caratterizzate da certe debolezze e fragilità. Gesù rivendica quindi un diverso atteggiamento e comportamento nei confronti della donna e della famiglia.
L’etica coniugale necessita di camminare su altre strade, quelle che Cristo ha tracciato, che sono le strade dell’amore e della condivisione, dell’accoglienza e del rispetto.
Nel testo del vangelo di questa domenica vengono poi esaminate ed affrontate altre questioni, come quella dell’omicidio.
Gesù ricorda “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.
Bisogna stare attenti non solo a non alzare le mani per uccidere, ma anche ad usare la lingua e la bocca, che non devono offendere o denigrare gli altri.
Certe espressioni che normalmente usiamo nel nostro linguaggio quotidiano rivolto ad altre persone devono scomparire dalla bocca e soprattutto dal cuore e dalla mente di ogni autentico cristiano.
Gesù, poi, affronta il tema del perdono e della riconciliazione. Ci ricorda infatti come comportarci in caso di conflitti con persone, soprattutto se frequentanti lo stesso ambiente di culto e litugico: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!”.
Gesù chiede quindi un comportamento che riconcili le parti e non alimenti una diatriba per anni ed anni, come spesso capita nei vari tribunali e nella varie situazioni sociali, politiche, economiche, legislative e penali.
Arrivare ad un accordo tra le parti in conflitto è sempre un passo di riconciliazione, anche se spesso gli accordi firmati sono peggiori degli stessi disaccordi. Basta vedere ciò che nella storia dell’umanità è capitato dopo i vari conflitti locali e mondiali.
Dietro a tutto questo ragionamento di Gesù c’è un messaggio chiaro e preciso che è sottolineato dalle sue stesse parole, citate all’inizio di questo brano evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Un monito esplicito alla conversione, al potenziamento della nostra fede, a vivere la carità e l’amore nella pienezza di un cuore segnato dalla passione e risurrezione di nostro Signore.
Su questo stesso tono si articola la prima lettura, tratta al libro del Siràcide: osservanza della legge di Dio, ma anche libertà di agire per il bene o per il male, per la vita o per la morte. Al Signore nulla è ignoto, ma tutto è noto, ma di tutti, anche di coloro che non credono. “I suoi occhi, infatti, sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Se sbagliamo e pecchiamo è solo ed esclusiva responsabilità personale e soggettiva. Non possiamo attribuire i nostri errori e sbagli sempre agli altri, scaricandoci delle nostre responsabilità e non assumendoci quelle decisioni che portano a fare il bene. E allora, come ci ricorda San Paolo Apostolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, si tratta si essere sapienti e di sviluppare una conoscenza dell’io e di Dio, che ci porti a non sbagliare nella vita, ad essere fedeli e coerenti alla nostra scelta di fede, fino all’ultimo momento del nostro vivere sulla terra. Bisogna sviluppare quella umiltà della mente e del cuore che ci porti ad agire con fedeltà e coerenza nel confronti della nostra scelta di fede, effettuata liberamente e consapevolmente.
L’orgoglio e il dominio non promuovono, ma distruggono l’essere umano, lo mettono in una condizione di fragilità esistenziale, che a nulla vale ogni parola ed ogni consiglio, se il cuore è chiuso a Dio e non si apre con umiltà a quanto Egli ci comunica in ogni circostanza, lieta o triste della nostra vita. Lui c’è sempre e sempre ci sarà per tutta l’umanità che vuole camminare verso l’eternità.

AIROLA (BN). E’ MORTO IL NOTO PASSIONISTA PADRE VINCENZO CORREALE. AVEVA 97 ANNI.

IMG_20170331_113459IMG-20200206-WA0034

Airola (Bn). E’ morto Padre Vincenzo Correale, sacerdote e missionario passionista

di padre Antonio Rungi

Alla veneranda età di 97 anni, ieri 6 febbraio 2020 è morto padre Vincenzo Correale, sacerdote passionista. Dopo una lunga malattia, riduttiva della sua autonomia, è morto in una struttura Rsa di Bonea (Bn).

Oggi, venerdì 7 febbraio, alle ore 10, la salma giungerà al convento dei padri passionisti di Airola, nell’antico monastero di Monteoliveto, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e nel quale tre anni fa aveva celebrato i suoi 70 anni di vita sacerdotale.

I funerali del noto religioso si svolgeranno, domani, sabato 8 febbraio alle ore 10,30 nel Convento dei Passionisti di Airola.

Padre Vincenzo di Gesù e Maria (al secolo Vincenzo Correale), conosciuto come padre Romualdo, era nato il 9 marzo 1923 a Mercato San Severino (Sa) nell’Arcidiocesi di Salerno, da Agostino e da Adelaide Rega. Da piccolo entrò nel cammino vocazionale dei passionisti, in seguito ad una missione dei passionisti, predicata nel suo paese.

Svolto il regolare iter della scuola apostolica e del noviziato emetteva la professione religiosa il 22 settembre 1940 a Pontecorvo (Fr).

Completati gli studi teologici e filosofici, durante il periodo della seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote nel 1947 a Paliano.

Iniziava così una lunga ed intensa attività di missionario e predicatore e successivamente di parroco in alcune comunità del Lazio Sud e Campania, tra cui Falvaterra (Fr).

Nella Congregazione dei passionisti ha ricoperto più volte l’ufficio di superiore locale e altri uffici.

Conosciuto ed apprezzato da tutti per la cultura, il senso pastorale, la generosità nel servizio e il coraggio dimostrato in tante situazioni è stato un esempio di buon pastore che ha avuto a cuore tutte le pecorelle dell’ovile, affidate alle sue cure pastorali, andando in cerca di quelle smarrite.

Un esempio per tutti: fu lui a costruire la nuova chiesa di San Tarcisio a Napoli, ricavando il tempio da un capannone di un’ex fabbrica della zona, con le opere annesse, essendo l’antica chiesa, a forma circolare, insufficiente rispetto alle esigenze della parrocchia, cresciuta numericamente e pastoralmente, soprattutto nel periodo affidata alla cura pastorale ai padri Passionisti di Santa Maria ai Monti.

Altro importante e consistente impegno nella ricostruzione della Chiesa parrocchiale di San Nicola in Zuni di Calvi Risorta (Ce), ultimo suo impegno pastorale, lasciato per raggiunti limiti di età e per la precaria salute, con il progressivo calo della vista.

Padre Vincenzo ha vissuto e svolto il suo ministero sacerdotale in vari conventi dell’ ex-provincia religiosa dell’Addolorata: Airola, Calvi Risorta, Falvaterra, Napoli, Paliano e ha predicato diverse missioni.

“Profondamente rattristato per la morte di carissimo padre Vincenzo, molto vicino alla mia famiglia, rammento che negli anni sessanta – ricorda padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei Passionisti del Lazio Sud e Campania dal 2003 al 2007 – era di comunità in Airola, mio paese natio. Qui svolgeva un’ampia azione di promozione vocazionale, insieme a padre Serafino Fava e padre Bernardino Cerroni, tra i giovani ed i ragazzi di Airola. Fu lui ad accompagnarci a diversi di noi, ragazzi di Airola, il 4 ottobre 1964, alla scuola apostolica di Calvi Risorta per iniziare quel cammino di formazione alla vita passionista e sacerdotale che alcuni di noi stanno ancora vivendo. Calvi Risorta, allora accoglieva centinaia di aspiranti alla vita religiosa e passionista. Da alcuni anni è stata chiusa per mancanza di vocazioni. Padre Vincenzo è stato un missionario apprezzatissimo – continua padre Rungi – ed uno dei sacerdoti passionisti impegnati pastoralmente più lungo nelle parrocchie.

Napoli e Calvi Risorta con i tanti fedeli delle rispettive parrocchie li ha portati sempre nel cuore e da buon pastore, con la gentilezza e la signorilità del carattere, sapeva accogliere ed aiutare tutti.

Carattere forte, tenace ed austero, sentiva forte la vocazione passionista per se stesso e per gli altri, desiderava ardentemente vivere il carisma di San Paolo della Croce con lo stile contemplativo, missionario, pastorale e penitenziale. Un passionista di altri tempi che tutti hanno voluto bene, anche i passionisti degli ultimi tempi. Da lui c’era tanto da imparare ed apprendere sempre”. Riposi in pace.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO 2020 – RIFLESSIONE DI P.RUNGI E PREGHIERA

padre antonio-presentazione

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

 Domenica 2 febbraio 2020

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia davanti a Dio 

Commento di padre Antonio Rungi

Questa prima domenica di febbraio 2020, quarta del tempo ordinario coincide con la solennità della Presentazione del Signore. Oggi, poi, si celebra anche la XXIV giornata per la vita consacrata. Due motivi, quindi, per riflettere, pregare, trasmettere la parola di Dio e sollecitare una risposta vocazionale a servizio della Chiesa negli istituiti maschili e femminili e nell’Ordo Virginum. A descriverci questo momento importantissimo della vita del Bambino Gesù è san Luca nel Vangelo di questa domenica che costituisce la base della nostra riflessione e il testo biblico di riferimento per capire questa festa, che si aggancia al Natale.

La celebrazione eucaristica è, infatti, preceduta dalla benedizione delle candele e dalla processione. Il sacerdote ricorda all’inizio del rito che da Natale “sono passati quaranta giorni. Anche oggi la Chiesa è in festa, celebrando il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù al tempio. Con quel rito – ci viene ricordato – che il Signore si assoggettava alle prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede. Si fa poi riferimento ai personaggi coinvolti in questo rito. Infatti, “guidati dallo Spirito Santo, vennero nel tempio i santi vegliardi Simeone e Anna; illuminati dallo stesso Spirito riconobbero il Signore e pieni di gioia gli resero testimonianza”. Rivivendo la stessa esperienza dei santi Simeone e Anna, “anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”. Dopo questa monizione segue la benedizione delle candele, per cui questo giorno passa, da sempre, come la “Candelora”, con tanti significati e detti popolari che essa porta in se.

Ma ritornando al testo del Vangelo è bene evidenziare, anche all’indomani della domenica della Parola di Dio, che abbiamo celebrato tutti la scorsa settimana, concentrarsi su quanto Luca scrive: “Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”. Maria e Giuseppe sono due genitori attenti ed osservanti della legge mosaica e portano Gesù al Tempio di Gerusalemme per consacrarlo al Signore. Dio che si consacra a se stesso. Bella questa immagine di Gesù Bambino che viene portata da Maria e Giuseppe per essere consacrato: il consacrato e il consacrante coincidono perfettamente nella seconda persona della Santissima Trinità, Gesù Figlio di Dio, l’Unto del Padre ed inviato nel mondo per la salvezza del genere umano.

Cosa succede in quel solenne ingresso nel Tempio? Una cosa mai verificatasi prima: “A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio”. Ecco il grande dono che ricevere questo uomo giusto e pio, Simeone, di prendere tra le braccia Gesù. Un desiderio che aspettava da una vita e che in quel momento si realizza pienamente.Il Messa, il Salvatore e lì, sta tra le sue braccia, un tenero bambino, in braccio ad un anziano sacerdote che officiava nel tempio. Quello che esce dal cuore e dalle labbra di questo santo vegliardo, Luca ce lo riporta integralmente, nella celebre preghiera del “Nunc dimittis”, che Simeone alzando gli occhi e il Bambino al cielo pronuncia con l’impeto del cuore, colmo di gioia e pronto al passaggio all’eternità: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

La scena della presentazione del Signore non si esaurisce qui, va a spaziare oltre i confini di quel momento e si proietta già nel futuro di quel Bambino che il profeta Simeone indica come Salvatore. Simeone benedisse i genitori di Gesù e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». La spada di cui parla Simeone è la croce di Cristo, la sofferenza di quel Bambino che una madre dovrà accettare con lo stesso “si” detto a Dio nel momento dell’incarnazione di Gesù, nel suo grembo verginale per opera dello Spirito Santo. La croce si apre davanti agli occhi di Maria, attraverso quelle parole che vanno direttamente al cuore di una mamma. Gioia e dolore camminano sempre insieme nella vita di ogni credente a partire da Gesù, per interessare la sua mamma ed arrivare fino a noi poveri esseri mortali.

Il terzo atto di questo meraviglioso scorcio di paradiso in terra, è la narrazione che Luca fa della presenza della profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Una donna avanti negli anni, aveva 84 anni, ed aveva vissuto con il marito appena sette anni dopo il suo matrimonio, ma era poi rimasta vedova. Rimasta vedova e probabilmente senza figli, viveva praticamente nel Tempio, da cui non si allontanava mai, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Donna di preghiera e di servizio liturgico viene anche lei premiata, in quanto ha la possibilità di partecipare al rito della presentazione di Gesù Bambino. “Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Il saluto finale avviene con un altro atto di amore verso Gesù e verso quanti lo attendevano nel loro cuore. Maria e Giuseppe, insieme al Bambino, “quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret”. Da quel momento in poi sappiamo solo dal testo del Vangelo di Luca che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia è il messaggio finale che arriva a tutti i cristiani da questa celebrazione annuale e che riguarda in modo speciale i consacrati, i religiosi, le religiose e tutti i consacrati al mondo che, a vario titolo e con modalità diverse si sono votati totalmente a Dio, mediante la scelta dei consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza.

E proprio per i consacrati si addice quanto viene riportato oggi nei testi biblici di questa festa, a partire dalla prima lettura, tratta dal libro del profeta Malachìa, nel quale leggiamo parole di attesa e speranza, senza uguali, riferite alla venuta del Messia: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”.

I religiosi sono gli inviati speciali nella chiesa e nel mondo per portare la parola del Vangelo in ogni angolo della terra. Una parola che è prima di tutto umanizzazione e affermazione della dignità della persona umana.

Non c’è vero annuncio e testimonianza evangelica se non quando cresce la promozione e la dignità di ogni persona umana, da bambino, appena concepito nel grembo di ogni mamma, fino all’ultimo istante dalla sua esistenza naturale.

La venuta di Cristo sulla terra è proprio quel fuoco del fonditore e la lisciva dei lavandai che serviranno per fondere e purificare tutta l’umanità a partire dai figli di Levi, cioè da coloro che si ritengono più giusti, saggi e santi davanti a Dio agli altri, come il fariseo al Tempio.

La vera conversione si deve attuare proprio in coloro che pensano di essere santi e giusti, come potrebbe ritenersi, in modo errato, ogni consacrato, solo perché ha emesso i voti o porta un abito religioso, quando lo si indossa.

Tutti siamo invitati a confrontarsi con la vita, la missione e l’opera di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ricorda la Lettera agli Ebrei, che per esclusivi motivi di umiltà e di redenzione “doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Gesù Crocifisso, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

A Lui, modello di vita di ogni consacrazione, si devono ispirare i cristiani e in particolare i religiosi.

Ecco perché è giusto che in questo giorno speciale tutti i consacrati possano elevare a Dio questa preghiera dal titolo: “Gesù ti dono tutto me stesso”. 

Gesù, che ci hai chiamati a seguirti sulla via stretta dei consigli evangelici, in questa annuale giornata della vita consacrata, rinnoviamo il dono di noi stessi a Te che ci hai chiamati e ci hai sostenuti, portandoci dove volevi e vuoi Tu. 

Ti siamo grati e riconoscenti per dono della vocazione e per il tuo sguardo d’amore e di benevolenza che hai posato sulle nostre persone, fin dal grembo delle nostre madri, quando per Te già chiara era la nostra strada. 

A distanza di tanti anni che abbiamo vissuto e viviamo alla tua sequela, non sappiamo dirti altro che grazie, per tutti i benefici che ci hai elargito, senza nostro merito, ma con tanti difetti e debolezze personali. 

Continua, Gesù, a sostenerci nel cammino della nostra vocazione alla vita consacrata e non permettere che nessun avvenimento del mondo, della chiesa e del nostro tempo, turbi la nostra esistenza. 

In questo giorno di ringraziamento per quanti hanno scelto di seguirti sulla vita di piena consacrazione a Te, rinnoviamo il nostro proposito, i nostri impegni e i nostri voti di povertà, castità ed obbedienza, considerandoli come vie maestre per amare Te, prima e sopra tutte le cose di questa terra e in Te, Gesù, amare ogni fratello e sorella, a partire da chi ci hai posto acconto come compagni di viaggio per raggiungere la perfetta carità e la santità. 

Maria, Madre nostra e Modello di totale consacrazione a Dio, prendici per mano e accostaci al tuo cuore di Mamma.

Facci ascoltare il battito del cuore di Gesù, tuo Figlio amatissimo, pieno di amore e di dolore, come l’ascoltò il discepolo prediletto nell’ultima cena. Amen.

EPIFANIA 2020 – LA RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI

IMG-20181002-WA0040

EPIFANIA DEL SIGNORE

Lunedì 6 gennaio 2020


Gesù Bambino, manifestazione dell’amore di Dio a tutta l’umanità

Commento di padre Antonio Rungi

Sappiamo benissimo cosa significhi Epifania, ma non sempre ne comprendiamo la portata spirituale che essa racchiude per ogni cristiano. Essa è la manifestazione di un Dio Bambino che si fa piccolo per amore e donarci amore.

Gesù Bambino è, infatti, questa piena e totale manifestazione di Dio amore a tutta l’umanità.

La venuta dei Re Magi dal lontano Oriente fino alla grotta di Betlemme non è una fantasia e un aneddoto dei vangeli sinottici per farci credere per forza che un Salvatore che è venuto in mezzo a noi 2020 anni fa, ma è il racconto storico e soteriologico, cioè relativo alla salvezza del genere umano, che viene fissato nei testi sacri, per quanti hanno fede e come i Re Magi desiderano incontrare la vera luce per la mente di ogni persona onesta intellettualmente.

Il racconto dettagliato di questo avvenimento ci aiuta a comprende meglio il senso biblico dell’Epifania.

“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Gesù è indicato dagli stessi scienziati come una stella nell’universo che orienta e guida il loro cammino, proprio partendo dal lontano Oriente.

Ed essi si fecero guidare da questa “Stella”. Ma per avere la certezza si consultarono con il re del posto, il sanguinario Re Erode.

Cosa successe a questa notizia vera giunta al Re e a Gerusalemme? Il re Erode restò turbato e con lui tutta la città”. Dal turbamento all’intervento immediato per arginare l’usurpatore.

E cosa fa? Erode riunisce tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, e si informò da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”.

La cosa era nota presso gli israeliti, in quanto i profeti ne avevano parlato da tempo. Essi allora gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” che nel caso specifico è Michea.

La paura del perdere il potere, fa scattare l’ingegno e lo stratagemma per venire a sapere la verità.

“Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Falso e menzognero come tutti quelli che sono attaccati al potere ed hanno paura di perderlo.

Erode era esattamente questo e rappresenta in quella circostanza tutti gli esseri umani attaccati alla poltrona e per garantirsi questa condizione usano bugie e falsità per di restare ai loro posti.

Lui non voleva affatto andare ad adorare il suo rivale e contendente al trono di Israele, la sua idea la manifesterà di lì a poco, quando farà uccidere tutti i bambini al di sotto di due anni, compiendo una delle stragi più terribili dell’umanità, quella dei bambini innocenti.

I magi lo ascoltarono e partirono. “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino”, esattamente a Betlemme in questa povera grotta dove era nato il Redentor.

Chissà quale impressione ebbero a vedere questo bambino: delusione, rabbia, sconcerto? Niente di tutto questo. I testi del vangelo ci raccontano che “al vedere la stella, provarono una gioia grandissima”. D’altra parte, chi incontra Gesù assapora la vera gioia in questa vita e per sempre.

Per cui, una volta “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

Il gesto di adorazione indica tutto quello che capirono immediatamente quei tre saggi giunti da lontano per andare ad onorare un bambino appena nato e per di più in una stalla.

Ma la bellezza e l’eccezionalità di questo evento fece capire ai Re Magi da che parte dovevano stare e quale strada nuova iniziare a percorrere. Infatti, “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

La via della ragione e del potere fa spazio alla via della fede e del servizio umile e disinteressato alla verità.

Bellissima questa testimonianza dei Re Magi che ancora oggi catturano la nostra fantasia, ma soprattutto il nostro intelletto e in nostro cuore, davanti all’immagine di un Dio che si fa bambino e si abbassa alla nostra condizione di esseri umani, degni di ogni attenzione ed amore da parte di un Dio che è amore e si manifesta con amore e per amore.

Per comprendere a pieno questo grande mistero della fede ci viene in aiuto la lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini, seconda lettura di questa solennità, nella quale leggiamo che questo mistero “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni”, ma “ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito”

Qual è questo mistero? “Che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. In poche parole, è il mistero della salvezza del genere umano che Cristo viene a portare a compimento con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. L’Epifania è Pasqua in fieri, in divenire, anzi è l’inizio del cammino pasquale che Cristo completerà sul Golgota, con la sua morte, risurrezione ed ascensione al cielo.

Di fronte a questo mistero quale deve essere il nostro atteggiamento?

E’ quello che il profeta Isaia ci dice di attuare ogni giorno della nostra vita, soprattutto nei momenti di paura, angoscia, solitudine, malattia ed ogni forma di oppressione della coscienza che può metterci in crisi davanti a Dio: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”.

La festa della luce per tutti inizia da quella grotta fredda, oscura, umida di Betlemme, che cambia aspetto e prospettiva con la venuta sulla terra del Redentore.

La festa è quindi alzare la testa e gli occhi per guardare in alto e intorno: “tutti si sono radunati intorno ad un Bambino appena nato e vengono da Lui, perché Lui è l’atteso Messia e Salvatore. Vengono da vicino, come i pastori, e da lontano come i Re Magi. Tutti vengono per ringraziare Dio per tutto l’amore che ha manifestato a noi.

Oro, incenso e mirra, doni di noi mortali al Re immortale ed eterno non sono altro che la conferma di questa regalità e signoria di Dio sul creato e su tutte le creature, che Lui ha redento con il suo sangue prezioso, versato sulla croce per noi.

Pasqua Epifania, come viene detta la solennità odierna riporta al centro della nostra fede Gesù Bambino, Figlio di Dio, Verbo incarnato che salirà il Calvario e completare l’opera della salvezza del genere umano. Grazie Gesù Bambino, grazie Gesù Crocifisso, grazie Gesù Risorto e asceso al cielo, da dove discendesti per farti carne nel grembo verginale di Maria Santissima, tua e nostra celeste madre d’amore.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXXII DOMENICA CON PREGHIERA FINALE

padre antonio-presentazione

Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno C)

Domenica 10 Novembre 2019

 

Tu Signore della vita, insegnaci a vivere in questa vita

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci invita a continuare a riflettere sulla vita eterna.

Nel mese di novembre dedicato ai morti, questo continuo richiamo all’immortalità dell’anima, giova alla nostra salute spirituale, per meglio orientare la nostra esistenza nella prospettiva eterna.

Il Vangelo di Luca, infatti, riporta il dialogo o la discussione tra Gesù ed alcuni Sadducei che non credevano alla risurrezione.

Legittimo chiedersi chi erano costoro che ponevano a Gesù una domanda così seria ed impegnativa, che richiedeva una risposta precisa, ben fondata sui testi biblici e che poteva essere dimostrata come verità di fede essenziale.

Ebbene i sadducei era gruppo ebraico, costituito dalla classe sacerdotale dei sadociti. Sostenuti dai ricchi e dai nobili e invisi al popolo, si differenziavano dai farisei, oltre che nel campo politico, anche in quello religioso, riconoscendo il valore soltanto della legge scritta e respingendo perciò la tradizione orale.

Confrontandosi con alcuni di loro Gesù, nel testo del Vangelo ascoltato oggi, cerca di far capire la verità di fede della risurrezione finale, citando Mosé, a proposito del roveto ardente. E Gesù ribadisce la rivelazione accentuando questa verità riguardante la natura stessa di Dio, il Quale non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui.

Per arrivare alla soluzione cristologica della questione posta dai sadducei a Gesù, il brano del Vangelo parte dal caso di una donna che aveva avuto sette mariti, tutti fratelli, in quanto a uno alla volta erano morti tutti, senza aver generato figli. Infatti si rivolgono a Gesù con questa citazione biblica: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Nella logica umana e materialistica potremmo dire, in una visione giuridica temporale, che i sette fratelli morti, a mano a mano, erano stati mariti della stessa donna, per cui alla risurrezione finale questa donna sarebbe stata moglie di tutti e sette. Capziosa e cattiva la domanda, non aperta ad una visione vera del concetto di eternità, nella nuova fede cristiana, che Gesù diffondeva con la sua parola, il suo insegnamento e la sua dottrina. La mentalità umana e terrestre dei sadducei contrastava con la visione di vita nuova e vita senza legami affettivi, fisici o giuridici che Gesù cercava di far capire a quanti chiedevano delucidazioni sul mistero della risurrezione finale. Ebbe Gesù rispose facendo un confronto tra tempo presente e vita futura, dicendo parole che illuminano la mente ed il cuore di ogni credente, se è aperto alla parola di Dio e alle verità rivelate dallo stesso Cristo: «I figli di questo mondo –precisa Gesù -prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

Sono proclamate verità di fede inconfutabili: nel regno di Dio non ci sono vincoli affettivi, corporali o giuridici tra gli esseri umani, in quanto tutti siamo fratelli e sorelle in Cristo e noi appartiamo esclusivamente a lui; si ha la certezza della risurrezione finale, in quanto non si muore una seconda volta, perché siamo uguali agli angeli; per cui essendo figli di Dio da sempre e per sempre, noi vivremo con lui e in Lui in eterno.

E’ evidente che il discorso fatto da Gesù riguarda coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, cioè coloro che hanno fede.

Per chi non ha fede, avviene la stessissima cosa, in quanto nell’eternità non ci sono proprietà di persone e cose o vincoli tali che ognuno può rivendicare il diritto di appartenenza o di familiarità. Con la morte si azzerano i vincoli, perché si è come angeli e come tali siamo solo creature di Dio e a Lui solo apparteniamo per l’eternità.

Nella prima lettura ugualmente ci viene presentato il tema dell’immoralità, con il caso dei sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. E’ da notare che anche qui ricorre il numero sette. In questo testo del secondo libro dei Maccabei si parla di fratelli; mentre nel Vangelo si parla di sette mariti. In gioco per la salvezza eterna è comunque l’intera struttura della famiglia, madre e figli, nel testo dell’Antico Testamento; moglie e mariti, senza prole e discendenza, nel vangelo di oggi.

 

Ritornando al racconto di questi sette fratelli, ci viene descritto, in dettaglio quello che successe: “Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».

[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.

Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».

La riaffermazione della risurrezione è qui è anticipata rispetto al mistero della risurrezione di Cristo, proprio da questi giovani coraggiosi che non hanno avuto paura di affrontare la morte e quindi il martirio, in quanto convinti dell’esistenza di una vita senza fine. Esempio per tanti cristiani che lottano ogni giorno per vivere cristianamente in un mondo culturalmente paganeggiante.

In questa lotta contro il male e il maligno, che si insinua in tante forme ed espressioni di pseudo vita, ci viene in aiuto la seconda lettura di questa domenica, tratta dalla seconda lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi: Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene”. Fare il bene premia per la vita eterna, pregare incessantemente  “perché la parola del Signore corra e sia glorificata”,  in modo che “veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno”. Infatti, solo chi ha il coraggio di affrontare la vita con la forza dei martiri, esce vincitore dalla lotta quotidiana contro le forze del male. Con l’ amore di Dio e la pazienza di Cristo saremo i veri vincitori in questo mondo e nell’eternità.

A conclusione di questa riflessione ci venga in aiuto la preghiera al Dio della vita che ho composto e affido alla bontà di chi mi leggerà.

 

Signore della vita, non permettere

che nessun uomo su questa terra,

sperimenti la mancanza

della fede nella vita eterna.

 

Allontana da ogni essere umano

l’alienazione morale e spirituale,

che non orienta l’uomo verso l’eternità.

 

Nessuna sofferenza, prova e difficoltà

della vita presente

possa limitare il nostro cammino

verso la Terra promessa.

 

Tu Signore,

unica sicura speranza,

sostieni il cammino

verso la patria beata

di ogni essere umano.

 

Buon Pastore,

che sei andato alla ricerca

della pecorella smarrita,

nei tanti labirinti di un’esistenza effimera,

abbi cura di quanti non hanno fede

nel Dio della risurrezione e della vita.

 

Signore, risorto dai morti,

liberaci dalla tentazione,

di non credere nella Tua risurrezione

e nella vita senza più tramonto. Amen.

(Padre Antonio Rungi)

P.Rungi. Il ruolo del Beato Domenico Barberi nella conversione del Cardinale Newman, oggi santo

beato domeniconewman

Roma. Il ruolo del Beato Domenico Barberi, passionista nella conversione del prossimo santo J.H. Newman.

di Antonio Rungi

Nella conversione del prossimo santo (domani 13 ottobre 2019, la canonizzazione insieme ad altri beati), il cardinale John Henry Newman, un ruolo importantissimo e fondamentale lo ebbe il Beato Domenico Barberi, passionista (1792-1849). Fu lui, infatti, ad accoglierlo nella Chiesa cattolica, una volta convertito dall’anglicanesimo.

Lo stesso Newman gli eresse un monumento spirituale nel romanzo che parla della propria conversione “Loss and Gain” – “Perdita e Guadagno”. In esso, infatti, traccia un dettagliato profilo biografico, avendolo conosciuto e frequentato di persona.

  1. Domenico della Madre di Dio era figlio spirituale di S. Paolo della Croce (1694-1775), il fondatore dei Passionisti, del quale Newman scrive: “Il pensiero dell’Inghilterra era presente in tutte le sue preghiere; nei suoi ultimi anni di vita, dopo aver avuto una visione durante la santa Messa, egli parlò come un Agostino, come un Mellitus, dei suoi ‘figli’ in Inghilterra”. In poche parole, il desiderio di San Paolo della Croce di avere una presenza passionista in Inghilterra si realizzò dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 18 ottobre 1775.

I primi contatti tra Newman e il Beato Domenico furono a distanza. Iniziarono con la lettura di un articolo di Newman arrivato nelle mani di Domenico in Belgio che lo lesse con grande interesse.  Il 17 febbraio del 1842, superate alcune difficoltà, Domenico Barberi poté fondare il primo convento passionista in Inghilterra ad Aston Hall presso Stone. Nello stesso anno Newman si ritirò definitivamente da Oxford e andò a Littlemore con il desiderio, tra l’altro, “di fondare qui una casa religiosa” (Apologia, 159).

Il Beato Domenico il 24 giugno del 1844 fece una breve visita a Littlemore, dove avvenne un primo incontro personale col Newman. Continuarono gli incontri se non direttamente, tramite altri esponenti della cultura e dell’aglicanesimo, soprattutto a livello epistolare, mentre cresceva in lui il desiderio di passare al cattolicesimo. Cosa che avvenne di fatto. Il 5 ottobre del 1845 Newman si ritirò per tutto il giorno nella sua stanza per prepararsi alla confessione generale. Il 7 ottobre scrisse al suo ex studente Henry Wilberforce: “P. Domenico, il passionista, passa da qui durante il suo viaggio da Aston nello Staffordshire verso il Belgio (…). Arriva a Littlemore per una notte, ospite di uno di noi che lo ha accolto ad Aston. Egli non conosce la mia intenzione, ma io lo pregherò di accogliermi nell’unico vero gregge del Salvatore”.

Alla vigilia della conversione Newman compilò molte lettere simili in cui comunicava a diversi amici la sua decisione. In esse egli caratterizzava di continuo Domenico quale “persona semplice e santa”, e vedeva la sua venuta a Littlemore come una “chiamata da fuori”, proveniente da Dio. Nella notte tra l’8 ed il 9 ottobre del 1845, P. Domenico arrivò ad Oxford con la carrozza, completamente bagnato dalla pioggia, accolto dal Dalgairns e da St. John. Appena apprese dai due la felice notizia gridò: “Dio sia lodato!”. Giunto a Littlemore, tentò inutilmente di asciugare i suoi vestiti al fuoco del camino. In quel momento Newman entrò nella stanza, si inginocchiò ai suoi piedi e lo pregò di ascoltare la sua confessione. Alla sera del giorno seguente egli pronunciò assieme a due suoi compagni, Bowles e Stanton, la professione di fede, Domenico diede loro l’assoluzione e poi li battezzò in forma condizionata. Il 10 ottobre Newman assieme agli altri ricevette la S. Comunione. Padre Domenico Barberi descrive Newman “una persona tra le più umili ed amabili” che egli avesse incontrato nella vita.

Il 2 ottobre 1889, in coincidenza con l’apertura del processo di beatificazione di Domenico, Newman scrisse al cardinale Parocchi a Roma: “Certamente, P. Domenico della Madre di Dio era un missionario ed un predicatore fortemente impressionante. Egli ha dato un grande apporto alla mia stessa conversione e a quella degli altri. Già il suo aspetto aveva un qualcosa di santo. Quando la sua personalità arrivò al mio campo visivo, mi colpì in modo del tutto particolare. La sua straordinaria bontà unita alla sua santità erano già in sé una vera e santa predica. Nessuna meraviglia dunque se io sono diventato un suo convertito e penitente. Egli aveva un grande amore per l’Inghilterra”.

Domenico Barberi morì d’infarto il 27 agosto 1849 durante un viaggio in treno da Londra a Woodchester  in una stanza della stazione di Reading.

Il 27 ottobre 1963 è stato dichiarato beato da Papa Paolo VI. La sua tomba si trova nella chiesa di Sant’Anna a Sutton, St. Helens (Inghilterra).

Ora Newman santo e il Beato Domenico Beato, insieme cantano le lodi di Dio nella gloria del paradiso. Il discepolo e di altra fede e cultura, ha superato il maestro, convertendosi, raggiungendo i più alti gradi della gerarchia ecclesiastica cattolica ed ora santo, come era doveroso considerarlo ed anche dichiararlo ufficialmente.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

rungi-tv

DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

Alzati e va, la tua fede ti ha salvato

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci offre l’occasione di riflettere in modo più circostanziato sul tema della fede.

Siamo nella scia dei testi del Vangelo di Luca di queste ultime domeniche, che ripropongono con cadenza settimanale il discorso sul credere e della potenza della fede, come è nel caso del Vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione di dieci lebbrosi, di cui solo uno torna indietro, dopo essere stato guarito per ringraziare il Signore.

E questo brano chiude proprio con l’invito di Gesù, al lebbroso guarito, quello che ha cambiato totalmente vita, di alzarsi e andare, perché la forte e convinta fede in Gesù lo aveva guarito, ma soprattutto lo aveva salvato.

Infatti, questo brano del Vangelo di Luca pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore.

La prima annotazione che Luca fa su Gesù è che Egli in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme. Nel suo andare verso Gerusalemme Egli non lascia nulla di non visitato, di non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.

Continuando nella lettura del Vangelo ci viene detto che Gesù entra in un villaggio, che non ha nome e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati.

Tali lebbrosi Gli chiedono la guarigione. Egli accoglie subito la loro preghiera, che è un grido straziante del loro cuore e li invita ad andare a Gerusalemme e a presentarsi ai sacerdoti nel tempio. E mentre essi andavano, furono purificati. Li invita quindi a raggiungere il cuore della Città santa, il tempio, i sacerdoti. Li invita al ritorno alla casa del Padre.

E non appena ha inizio questo storico viaggio verso Gerusalemme, i dieci lebbrosi vengono risanati, vengono purificati.

A questo punto succede una cosa che Gesù fa osservare. Uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù e per giunta fa osservare che quello che è tornato indietro è un samaritano, uno che non apparteneva al popolo eletto. A conferma che la salvezza che egli è venuto a portare è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.

Il racconto del brano del vangelo si chiude con due verbi che esprimono cammino di conversione e di rinnovamento interiore: alzarsi ed andare, ovvero risorgere. Solo la fede può farsi risorgere da una condizione di malattia dell’anima e solo la fede spinge a camminare nella vita, nonostante le difficoltà e le croci di ogni genere.

Ce lo ricorda la prima lettura di questa domenica tratta dal secondo libro dei Re, nella quale è raccontata la guarigione di Naaman il Siro, anche lui affetto da lebbra. Una volta purificato tornò dal profeta Eliseo professando la sua fede con queste parole: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.

Di conseguenza abbandonò ogni forma di idolatria, e si mise a servire il vero ed unico Dio, rivelato a Mosè sul monte Sinai.

Anche qui riscontriamo una forte intenzione di cambiare stile di vita religiosa e quindi di attuare una vera conversione spirituale, che tende verso la manifestazione del culto divino autentico, come quello del popolo d’Israele.

La capacità di testimoniare la fede in Cristo, che ci viene dalla docilità allo Spirito Santo ci viene richiamata, poi, dall’apostolo Paolo nel breve brano della sua seconda lettera all’amico e vescovo Timoteo. In essa Paolo, maestro e compagno di viaggi, non turistici, ma apostolici e missionari,  ricorda a Timoteo che per Gesù Cristo si deve fare ogni cosa, avere il coraggio dell’annuncio, affrontare le prove della vita, subire anche le catene e lo stesso martirio, come egli stesso, sta sperimentando in quel momento.

I limiti umani, la restrizione della libertà personale, come avviene per un detenuto, nella cui condizione si trova Paolo in quel momento, essendo stato imprigionato, a causa del Vangelo, non deve incatenare la Parola di Dio, che viaggia e cammina anche tra le sbarre di un carcere o di un luogo di detenzione forzata. Infatti, lui sopporta ogni cosa “per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E poi va nel cuore delle verità di fede essenziali per la dottrina cristiana: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo”. In opposizione a questo dialogo di intesa e d’amore con il Salvatore, c’è il rinnegamento, l’infedeltà che portano evidentemente la persona religiosa ad allontanarsi da Dio e a vivere senza Dio, come se Dio non esistesse.

Questo comportamento non ci aiuterà ad essere nella grazia e nell’amicizia con Cristo e quindi di sperare nella salvezza eterna.

Si tratta di un forte monito per ricordare a ciascuno di noi che la fede va vissuta, testimonianza con coraggio fino alla morte.

Naaman, il lebbroso del vangelo che torna indietro a ringraziare, Timoteo sono personaggi citati nella parola di Dio di questa Domenica, insieme al profeta Eliseo e all’Apostolo Paolo che vanno nell’unica direzione possibile, quella che dà salvezza e sicurezza, e cioè la direzione di Cristo.

Possiamo, a conclusione di queste riflessioni e considerazioni, elevare la nostra mente a Dio con la preghiera della colletta di questa domenica: “O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

P.RUNGI. LA PAROLA DI DIO DELLA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

RUNGI-VERDE

XXVII Domenica del tempo ordinario (Anno C)

Domenica 6 ottobre 2019

Missionari della fede, ma con fede e per fede

per la diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII  domenica del tempo ordinario , la prima del mese di ottobre 2019, mese dedicato alle missioni, che quest’anno assume un valore speciale, in quanto si tratta di un mese missionario straordinario, indetto da Papa Francesco, il 22 ottobre 2017, nel centenario della lettera Apostolica Maximum Illud del 30 novembre 1919 di Papa Benedetto XV sul tema delle missioni nel mondo, questa Parola della domenica ci fa riflettere sul tema della fede.

Sono gli apostoli a chiedere al Signore, di fronte alla pochezza e alla fragilità della loro fede, un aumento ed un accrescimento perché possano rispondere meglio alla loro missione e vivere più fedelmente la loro vocazione di discepoli del vangelo, di annunziatori della buona novella.

E come in tutti i discorsi in cui ci sono in gioco valori fondamentali, come in questo caso, quello della base stessa del discorso religioso, cioè la fede, Gesù usa affrontare l’argomento in modo indiretto, e rivolgendosi ai suoi interlocutori dice, confermando quello che avevano evidenziato gli apostoli: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

La potenza della fede fa spostare le cose da un punto all’altro della terra. O in altro passo del vangelo affermare la stessa verità con dire che la fede sposta addirittura le montagne. Tutto questo per confermare che effettivamente che con la fede si può ottenere tutto da Dio. Certo è assurdo pensare che ognuno di noi possa spostare le cose a suo piacimento, come una pianta, una montagna, ma sono esempi e modi di dire che la fede fa i miracoli.

Gesù nel brano del vangelo di questa domenica non si limita solo a ricordare il valore della fede, ma pone l’accento sulla fede come servizio, come diaconia, come relazione e soprattutto come umiltà e riservatezza. Infatti ci riporta alla realtà di tutti i giorni ricordandoci: “Chi di noi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?” La domanda e il quesito posto dal Signore, trova la risposta nella conclusione del brano del vangelo di oggi, che è una lezione di vita ed un forte richiamo a tutti ad abbassare l’orgoglio e la presunzione di essere indispensabili, insostituibili, o addirittura i perfezionisti perché hanno fatto sempre tutto e per di più sempre benissimo.

Gesù ci ricorda ad ognuno, dal primo all’ultimo della scala dei valori sociali, ecclesiali, umani, professionali e di qualsiasi altra condizione che: “Siamo servi inutili, in quanto dopo aver esaminato attentamente le cose che abbiamo realizzato a fatto, constatiamo che era quello esattamente ciò che dovevamo fare, senza enfatizzare ed inorgoglirsi. Aver la consapevolezza del dovere da espletare non ci pone nella condizione di chi esalta se stesso e si auto osanna perché pensa che il mondo e la storia senza di lui o di lei finisce. Al contrario, proprio perché siamo servi inutili non dobbiamo mai alzare la testa umiliando gli altri o pensando che noi siamo le uniche e insostituibili persone che portano avanti il mondo.

Il miglior atteggiamento per ottenere da Dio ciò che chiediamo è l’umiltà, come ci ricorda la prima lettura di questa XXVII domenica del tempo ordinario, tratta dal profeta Abacuc: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi?” Certamente un cuore sensibile ed un attento osservatore come il profeta, rappresenta al Signore quello che egli osserva e constata: “Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. La risposta del Signore non si fece attendere molto e disse al profeta: scrivi tutto quello che vedi, osservi e denunci con coraggio, davanti ad un popolo di indifferenti e di distratti, che pensano solo a se stessi. Il Signore non tarderà ad intervenire a far sentire forte la sua presenza tra la gente e tra i popoli della terra, con quale risultato finale? “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Di fronte a questa coraggiosa denuncia del profeta Abacuc, ma anche davanti alla promessa di Dio che è fedele e realizza ciò che dice, ci viene in sostegno quanto scrive l’Apostolo Paolo all’amico, Timoteo, suo compagno nei viaggi apostolici, costituito vescovo in Efeso: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. E’ un vescovo, un consacrato e come tale deve essere un testimone coraggioso e ricorda a lui e a noi che “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Il cristiano, il pastore del gregge non può avere paura, temere e ritrarsi in trincea perché non sa e non vuole affrontare il buon combattimento della fede. Non bisogna vergognarsi di testimoniare fino ad andare in carcere o subire il martirio per amore di Cristo. Ecco perché l’Apostolo raccomanda a suo amico vescovo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Quanti innocente e quanti uomini di fede sono stati umiliati, incarcerati, calunniati e diffamati solo perché testimoni di Cristo? La storia di ieri e di oggi è sempre la stessa, soprattutto quando sono in gioco i valori religiosi, spesso contrastati e avversati in modo pregiudiziale.

Tuttavia, non bisogna mai demordere, se la fede è forte, sicura ed ancorata alla roccia che è Cristo, come afferma l’Apostolo delle Genti in questi versi conclusivi della sua lettera a Timoteo che oggi ci fa da sostegno e supporto spirituale, in tutte le nostre avversità e in tutte le nostre decisioni da prendere con fede, coraggio e passione per la causa di Dio nel mondo: “Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”.

In questo giorno 6 ottobre in cui ricordo il mio anniversario dell’ordinazione sacerdotale, esattamente 44 anni, fa su consiglio dell’Apostolo Paolo, voglio anche io rinnovare quel bene prezioso che mi è stato donato con il sacramento dell’ordine e servire con coraggio, amore e passione la santa Chiesa, operando sempre per il bene e la salvezza delle anime. E con profonda riconoscenza al Signore elevo al lui, come farò durante la celebrazione dell’eucaristia, questa preghiera della Chiesa: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

AUGURI A PAPA FRANCESCO CON UNA SPECIALE PREGHIERA DI P.RUNGI

papa francesco-preghiera
P.RUNGI (TEOLOGO PASSIONISTA). UNA SPECIALE PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’ONOMASTICO DA PONTEFICE
 
Per la festa di san Francesco del 4 ottobre 2019, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta, ha composta una speciale preghiera per Papa Francesco, che festeggia il suo onomastico da Pontefice. “Questa è il settimo anno e la settima volta che Papa Francesco – afferma padre Rungi – ricorda in modo speciale San Francesco d’Assisi, che ha scelto come sua guida e protettore nel servizio apostolico e ministero petrino, essendo stato eletto al soglio pontificio il 13 marzo del 2013. Con tanti problemi che il Papa si trova ogni giorno ad affrontare nella Chiesa e al di fuori di essa, con una speciale attenzione che ha ai problemi ecologici, etici e sociali, una preghiera come questa, che tutti i cattolici vorranno elevare al Signore per il Papa, certamente lo aiuterà e lo sosterrà. D’altra parte è lui stesso che continuamente ci chiede di pregare per la sua persona. E noi lo facciamo con gioia, volentieri, ben sapendo che il Signore ascolta le nostre umili orazioni per il pastore universale della sua chiesa, sparsa su tutta la terra”.
 
Ecco il testo dell’orazione scritta da padre Antonio Rungi
 
Nella festa del nostro Patrono, San Francesco,
ci rivolgiamo a Te, Signore Gesù Cristo,
per intercessione del Poverello d’Assisi,
perché protegga il nostro romano pontefice,
che porta il nome di così grande santo,
amico dei poveri e coraggioso apostolo
della misericordia, del dialogo
e della fraternità universale.
 
Rendi fruttuoso, o Signore,
l’operato e l’insegnamento
del Vescovo di Roma,
perché nel costante
richiamo ai valori cristiani
possa trovare anime ben disposte
a lasciarsi toccare dalla carità
e dalla vera letizia francescana.
 
Nulla turbi il cuore e la missione
di Papa Francesco,
in questo periodo difficile
per le sorti del genere umano
e come il Poverello d’Assisi
ricostruisca con il saggio operare
e il sapiente consigliare
l’umanità in rovina
per l’insensato agire
di governi e nazioni
che non hanno a cuore
il bene di ogni uomo
e di tutto l’uomo.
 
Maria, Madre della gioia
e della letizia di chi si mette in cammino
sorregga il ministero petrino
di Papa Francesco,
per moltissimi anni ancora,
a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
 
San Francesco,
modello di vita per quanti governano,
sia maestro illuminante
e guida costante
per il Santo Padre,
Papa Francesco. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

padre antonio-presentazione

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 22 SETTEMBRE 2019

Poveri, ma con dignità, ricchi svuotati di eternità

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario ci presenta, nel Vangelo di Luca, la parabola dell’amministratore disonesto, dalla quale Gesù fa scaturire una serie di messaggi, raccomandazioni e inviti a non agire in un certo modo, quello appunto della disonestà, dell’affarismo, della visione esclusivamente economica e materiale dell’esistenza umana. L’inizio del racconto detto da Gesù a suoi apostoli, parla di un uomo ricco che aveva un amministratore. I poveri non hanno amministratori; per cui solo i ricchi di sempre possono permettersi chi amministra i loro beni. Non sempre questo avviene con onestà e rettitudine, come ci ricorda il vangelo di Luca. Leggiamo infatti che questo amministratore fu accusato dinanzi al suo padrone di sperperare i suoi averi. Per cui lo convocò e gli disse con schiettezza e senza mezzi termini che da quel momento in poi non poteva più amministrare i suoi beni. Era stato disonesto, aveva fatto i suoi interessi e non quelli del padrone, del ricco e quindi doveva per forza di cosa lasciare subito, senza tentennamenti.

A questo punto scatta la ritorsione verso il ricco e cosa fa l’amministratore disonesto, utilizzando le risorse del suo datore di lavoro? Fece questo ragionamento tra se, che poi concretizzò subito: Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. Si sa che non ha mai fatto niente e campa sulle spalle degli altri, continuerà a fare sempre la stessa cosa per tutta la vita. E allora chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

A quel punto si era assicurato il suo futuro economico, continuando ad agire in modo scaltro e disonesto, come fanno tanti nel mondo di oggi, rispetto alle persone rette ed oneste, che non approfittano, non rubano, di fanno sconti per un loro personale guadagno a danno di chi dà loro da lavorare. Ma non è questa la strada dell’onestà e della moralità.

Tuttavia, il testo del Vangelo, pur condannando l’atto immorale, mette in bocca al padre una immeritata lode dell’amministratore disonesto, motivandone il perché. Egli aveva agito con scaltrezza, come non fanno tante persone.

E da questo comportamento da biasimare, arriva il monito finale, quello che non ti aspetti come conclusione di un discorso improntato più alla lode dell’immoralità che all’esaltazione della moralità. Si chiama litote quella figura retorica, mediante la quale si sostiene una cosa per affermare l’esatto opposto. Infatti, conclude il testo del vangelo con questa constatazione di fatto: “I figli di questo mondo, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

Di fronte a tale comportamento, Gesù cosa dice?: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Gesù usa immagini e terminologie umane per indirizzare lo sguardo e il pensiero di tutto verso le cose eterne e che non tramontano mai.

E di conseguenza, conferma quello che è il comportamento di ogni persone coerente  e fedele in tutti i campi, affermando che “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti”. E quindi il rimprovero conclusivo che deve far scattare un diverso modo di agire e soprattutto il superamento del compromesso ad ogni livello.

Infatti, dice Gesù: Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Perciò, bisogna convenire sul fatto che “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. In termini molto chiari ed espliciti: Non possiamo servire Dio e la ricchezza».

Queste due realtà sono in contrapposizione e non possono andare d’accordo mai. Per chi guarda all’eternità la scelta è obbligata: può e deve solo e semplicemente scegliere Dio, il bene assoluto, il bene senza fine.

Sul tema dello sfruttamento dei poveri è incentrata la prima lettura, tratta dal libro del profeta Amos, nella quale troviamo parole durissime nei confronti di quanti rubano, sfruttano, umiliano i poveri e pensano a fare soldi e ricchezza a danni degli altri, agendo contro la carità, la giustizia e il diritto: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”». Di fronte a questo assurdo comportamento di totale ingiustizia e sfruttamento dei deboli il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere». Dovrebbe questo far pensare a chi agisce disonestamente in tutti i campi, specialmente in quello economico, lavorativo e professionale

Ed un appello alla carità, alla giustizia e alla rettitudine ci viene dal brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, nella quale raccomanda alcune fondamentali cosa da fare: “prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.

Questo esplicito e profondo desiderio di pregare deve realizzarsi in ogni luogo alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese. Come è evidente l’apostolo raccomanda di fare preghiera in una condizione di pace, di rapporti tranquilli e soprattutto nella semplicità e nell’innocenza della propria vita. Quante persone hanno le mani pulite in senso morale e di giustizia e rettitudine al punto tale che possono anche lodevolmente pregare ed alzare quelle loro mani al cielo per chiedere o per ringraziare?

Forse molti, forse pochi, forse nessuno, in quanto nessuno è esente da peccato, ma una cosa è certa e cioè che siamo invitati a rispettare i poveri, a non offenderti nella loro dignità, perché essi sono i preferiti da Dio, perché, senza volerlo, hanno scelto la parte migliore, quella che non sarà tolta mai a loro, hanno scelto Dio e non mammona.

Come riflessione conclusiva vi invito ad elevare a Dio questa mia preghiera del povero e per i poveri, scritta  in questi giorni:

 

Signore, non ho niente,

eppure ho tutto, perché ho Te.

 

Non ho cibo a sufficienza,

ma mi basta quello

che guadagno onestamente

o che ricevo generosamente.

 

Non ho casa, ove riposare,

ma mi contento del cielo

sotto il quale riposo ogni tanto,

memore della tua esperienza di un Dio

che non ha neppure una pietra

ove poggiare il suo capo stanco.

 

Non ho denaro

che mi possa aiutare

a vivere con dignità

ma accolgo, con sofferenza,

la carità che mi si fà.

 

Quanto è difficile Signore

vivere da povero

oggi come allora,

ma nessuno di noi

ha scelto di esserlo

venendo su questa Terra.

 

Tu sai la sofferenza

di quanti non hanno nulla,

nel nostro tempo

affamato di guadagni

e di posizioni sempre più agiate

di pochi privilegiati.

 

Non Ti chiedo di rimuovere

solo la nostra povertà,

ma la povertà di tanti popoli

oppressi a causa dell’ingiustizia

e della cattiva gestione

delle risorse della Terra.

 

Fa, o Dio della Provvidenza,

che nessuna persona

sia più povera su questa Terra.

 

Che nessun ammalato

sia abbandonato a se stesso

senza alcuna assistenza e sicurezza.

 

Che nessun anziano

venga lasciato nella solitudine

senza il conforto di qualcuno.

 

Che nessun giovane

abbia a soffrire a causa

del cattivo esempio degli adulti.

 

Che in tutte le famiglie

e su tutte le mense del mondo

arrivi quotidianamente

quel pane di ogni genere

che ti chiediamo ogni giorno

per noi e per tutti

con la stessa preghiera

che ci hai insegnato Tu. Amen