La riflessione di padre Antonio Rungi sull’attuale situazione della pandemia

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Riflessione sull’attuale situazione della pandemia in Italia e nel mondo.
di padre Antonio Rungi
Sono tra quelli che chiedono continuamente a non incentrare l’informazione nel nostro paese e nell’intero continente europeo sulla questione della pandemia. Non vedo la necessità di sapere ogni giorno quanti siano stati i contagi, quanti sia stati i morti, quanti siano stati ricoverati in terapia intensiva e tutto il resto. A me e a tutti interessa sapere non numeri da farci allertare in continuazione e metterci in uno stato di angoscia e di paura, senza più freni inibitori di questo male oscuro, che porta a non vivere più, ad stare in continua agitazione per tutto. I numeri non servono se poi la gente continua a comportarsi come sempre.
Gli esperti, i politici, gli addetti all’informazione devono fare una scelta di campo importante per i prossimi mesi. Sapere dell’aumento dei contagi a cosa serve se questi aumentano per i nostri assurdi comportamenti? Se ci viene detto che dobbiamo vaccinarci tutti per uscire da questa emergenza sanitaria italiana e mondiale, perché non lo facciamo ed aspettiamo che la pandemia passi da sola se in realtà siamo noi ad alimentarla con le nostre varie opposizioni?
Se ci viene chiesto di usare le mascherine FFp2 a chiuso, all’aperto e in qualsiasi luogo in cui ci troviamo a contatto con sconosciuti e persone di passaggio, perché non lo facciamo e molti non usano nessuna protezione dovunque si trovano? Se ci si dice di lavarci e sanificarci le mani in continuazione e parimenti gli ambient dove viviamo, perché non agiamo di conseguenza? Se ci si raccomanda di areare continuamente i nostri ambienti in cui viviamo, perché non facciamo in modo che questo avvenga nell’arco della giornata quando magari splende il sole o comunque è possibile far passare un pò di aria nei nostri ambienti abituali e soprattutto in quelli dove si lavora e si fa istruzione? Se questi ed altri accorgimenti sono indispensabili per allontanare da noi lo spettro della pandemia, perché continuiamo a fare assembramenti, incontri, attività in presenza in numeri considerevoli come quelli di una partita di pallone che non interessa a nessuno e che può fare aumentare contagi soprattutto tra i tifosi, calciatori e staff dirigenziali dei vari sport e non solo del calcio? Se il Paese non vuole fermarsi per sempre e morire nella paura di incontrare il mostro del covid-19, ora con la variante omicron, qualcosa pure deve fare a livello di comportamento individuale e non soltanto a livello verbale e di raccomandazioni varie dei politici e degli esperti che non sempre sono uniti nella trasmissione delle informazioni scientifiche.
Se la soluzione sta nel fare tutto questo, ce lo dicano con certezza gli scienziati, ma se una pandemia non si blocca con i vaccini con che cosa la si può bloccare o farla terminare? Qualcuno pure deve dircelo? Possibile che non si può preventivare la fine di questa guerra mondiale sottile e silenziosa senza armamenti e senza soldati in combattimento, ma solo con numeri e informazioni angoscianti e deprimenti che non fanno altro che aumentare i disagi?
Non possiamo continuare a vivere in questa incertezza infinita, ben sapendo che nessuno ti può dire quanto finirà tutto questo, anche se fosse il più grande scienziato di questo mondo. Basta con i numeri e sviluppiamo tutta la ricerca necessaria per trovare una cura definiva a questa infezione che non significa distruzione e terrore per persone, gruppi familiari e per l’intera popolazione mondiale. In altri tempi pure ci sono state le pandemie e non hanno fatto tutta questa tragedia che stiamo facendo noi con il coronavirus che potrebbe essere bloccato con comportamenti individuali e collettivi adeguati.
Cosa aspettiamo a farlo unitamente a livello nazionale, europeo e mondiale? Io la mia parte l’ho fatta e la continua a fare. Mi auguro che tutti assumono gli stessi comportamenti che ci sono stati suggeriti per superare la pandemia e per ritornare in pochi mesi alla normalità più assoluta di vivere la vita come il Signore ce l’ha donata, nella gioia, nella libertà, nella fraternità, nella vicinanza e non nella paura e nella lontananza, nell’indifferenza o peggio ancora nella consapevolezza di fare del male positivamente a qualcuno, o con la superficialità di comportamenti non adeguati al momento attuale che stiamo vivendo. Basta con i numeri che non interessano a nessuno e prestiamo attenzione alla nostra salute ben sapendo che qualcuno pure ci sta indicando il modo concreto ed operativo per uscire da questa emergenza. Dobbiamo solo agire di conseguenza.
Mi auguro che i bollettini quotidiani, veri resoconti di guerra virale si possano accantonare e che arrivino gratuitamente tutte le protezioni sanitarie per difenderci da questo morbo che diventa mortale se non ci vacciniamo, se non manteniamo le dovute distanze, se non usiamo la mascherina, se non ci laviamo le mani, se non sanifichiamo gli ambienti vitali e lavorativi, se non facciamo entrare neppure un filo di aria nelle nostra case, abitazioni e nei posti di lavoro. Riprendiamo da tutto questo e vediamo come andrà a finire questo thriller del coronavirus.

PREGHIERA DI PADRE ANTONIO RUNGI PER DAVIDE SASSOLI

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Preghiera di padre Antonio Rungi per i funerali del presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli

Dio di infinita misericordia, dolcezza senza fine e sorriso di gioia infinita, Ti affidiamo il nostro amico, fratello, uomo politico, giornalista e presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, che tu hai chiamato a Te da questa vita, dopo aver affrontato una grave malattia, con il coraggio e la fede di chi confida e si affida a Dio.

La sua vita fatta di impegno culturale, informativo, umanitario e politico tu la conosci, Padre mio. Essa costituisce per tutti noi che abbiamo avuto la gioia di poterlo incontrare, almeno una volta, nella sua lunga carriera di volto schietto e sincero dell’informazione del nostro Paese, un  esempio mirabile di come camminare insieme in Europa, nella quale le radici cristiane hanno prodotto semi di umanità, accoglienza e condivisione fraterna, oltre i confini delle nazioni, delle religioni, delle culture e delle razze  che la compongono.

Ora dal cielo, dove sicuramente ha trovato la sua giusta collocazione nel cuore di quel Dio in cui ha creduto e sperato per tutta la vita, possa illuminare i suoi colleghi, a vari livelli, bisognosi più che mai, di ritrovare, in questo nostro tempo segnato da tanta sofferenza e da tante emergenze, il senso più vero di un’esistenza da spendere completamente a servizio della verità, della  giustizia e della pace. Amen.

Padre Antonio Rungi, passionista

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 16 GENNAIO 2022

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO –ANNO C

DOMENICA 16 GENNAIO 2022

Gesù a Cana compie il suo primo miracolo: l’acqua è cambiata in vino.

Commento di padre Antonio Rungi

Dopo il periodo dell’Avvento e di Natale ritorniamo nella liturgia al tempo definito ordinario. Oggi, 16 gennaio 2022, infatti, celebriamo la seconda domenica di questo tempo dell’anno liturgico –Ciclo C – e al centro della nostra riflessione ci sono tre testi biblici che ascolteremo partecipando alla santa messa.

La prima lettura tratta dal profeta Isaia ci chiede di parlare con coraggio su alcune questioni importanti come quella della giustizia. “Per amore del mio popolo –scrive profeta Isaia- non tacerò”. Non sarà omertoso sulle ingiustizie, sulla malvagità, sull’immoralità.

Quindi per amore del popolo bisogna avere il coraggio di denunciare, soprattutto coloro che hanno la responsabilità di guida a tutti i livelli e che non operano in modo giusto e corretto. Bisogna dire la verità ed indirizzare verso il bene il popolo di Dio e l’umanità. Coprire il male, le ingiustizie, tutto ciò che è negativo significa compromettersi con il maligno. Da qui la necessità di denunciare tutto ciò che non è retto agli occhi di Dio e che per amore della verità bisogna far uscire fuori per estirparlo in modo definitivo.

La seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, parla di carismi, cioè dei doni che il Signore ha fatto a ciascuno di noi, mediante i quali è possibile costruire una chiesa nell’unità, nell’armonia e nella effettiva collaborazione tutti i membri della stessa.  Doni che, come ben sappiamo, ci vengono dall’alto e che dobbiamo mettere a servizio degli altri, senza alcuna presunzione di essere insostituibili e indispensabili.  I nostri carismi sono in funzione del corpo mistico di Cristo, per cui dobbiamo dedicarci con tutte le nostre forze a servizio a del bene comune, portando il nostro contributo. In questo modo diamo una mano alla crescita della chiesa, dell’umanità e della socialità. D’altra parte, i carismi sono sempre finalizzati al bene e non certamente al male. Non a caso sono doni dello Spirito Santo e come tali mettono insieme le varie qualità personali per l’armonia di intenti, di progetti e di finalità da raggiungere mediante la professione dell’unica fede.

Passando al Vangelo di questa domenica, tratto da san Giovanni, esso ci informa di come, quando e come è avvenuto il primo miracolo di Gesù. Infatti Giovanni evangelista porta a nostra conoscenza quanto è successo alle nozze di Cana, dove una coppia appena sposata sta festeggiando insieme agli invitati, tra cui c’era Gesù, Maria e i discepoli del divino Maestro. Durante questo banchetto nuziale, proprio nel momento più importante del pranzo, viene a mancare il vino ai commensali.

Siamo in un pranzo di nozze e il banchetto nuziale è stato sempre interpretato come il banchetto eterno a cui partecipiamo in questo mondo con il ricevere la santa Comunione e quello eterno con l’ingresso nel regno dei cieli, con lo sperimentare la gioia e l’armonia e per tutta l’eternità. Da qui il valore eucaristico della trasformazione dell’acqua in vino.

Un ruolo importante ha la Madonna in questo miracolo. Ella intuisce con la sensibilità di donna e madre che quella coppia di sposi è in difficoltà già all’inizio del suo cammino matrimoniale. Maria vuole evitare ad essi una brutta figura, dato che i commensali sono immersi nella consumazione dei cibi e delle bevande. Ella si rivolge a Gesù e gli fa osservare che il vino è finito e gli sposi devono essere aiutati in quel momento di difficoltà. Ma Gesù invece di provvedere subito replica a sua madre con queste parole: “Donna che ci posso fare? Non è ancora giunta la mia ora”. Se volessimo esaminare questa espressione potrebbe essere intesa come una presa di distanza di Gesù dalla richiesta della Madre. In realtà non è così. In questa risposta domanda  c’è tutto un significato particolare che attiene al mistero e della rivelazione di Cristo all’umanità e soprattutto al mistero pasquale che verrà portato a compimento nella morte e risurrezione di Gesù.

Egli, infatti, con queste parole vuol dire che non è giunto ancora il momento della sua glorificazione.

Il primo miracolo di Gesù è chiaro invito a trasformarci in lui nel mistero della pasqua, che è passaggio alla vita nuova secondo lo spirito.

Non a caso la Madonna, più che mai certa che Gesù doveva e poteva intervenire per salvare quella famiglia, dice agli inservienti fate quello che egli vi dirà.

E infatti gli inservienti prendono sei giare, che stavano lì per le abluzioni, le riempirono d’acqua e le portano a Gesù. Dopo un attimo quell’acqua diventa vino e il miracolo della trasformazione, della modifica sostanziale diventa effettiva.

Il maestro di tavola non sapeva affatto quello che era successo, assaggiando il vino si congratula con gli sposi che, a loro volta, non erano a conoscenza di quando era successo per opera di Gesù, e quando si sentono fare i complimenti per l’ottimo vino servito alla fine del pranzo sono contenti. D’altra parte si sa e da sempre che tutti servono vino più scadente o annacquato alla fine dei pranzi, invece qui succede il contrario.

Cosicché il miracolo chiesto da Maria è ottenuto completamente e Gesù accontenta la richiesta della mamma, ben sapendo che non poteva mai dire di no a Colei che con il suo sì aveva permesso il suo ingresso, con la natura umana, nella storia dell’umanità.

Con il racconto di questo miracolo abbiamo la certezza che Maria Santissima è sempre attenta ai nostri bisogni e si fa portatrice delle nostre istanze presso il suo Figlio, ottenendo sempre da Lui ciò che è veramente necessario per noi. Sia questa la nostra preghiera oggi: “O Maria Madre dell’attenzione, Madre del discernimento dei bisogni dei tuoi devoti, presenta a Gesù le cose più intime del nostro cuore, della nostra vita, perché Egli possa concederci tutto ciò che è necessario per il nostro e altrui bene materiale e spirituale, come ha fatto alle nozze di Cana aiutando, a loro insaputa, due giovani sposi in difficoltà. Amen.

La preghiera per l’Epifania 2022 di padre Antonio Rungi

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Preghiera per l’Epifania 2022

Composta da padre Antonio Rungi

 

Gesù Ti sei rivelato

quale Redentore del mondo

in tanti modi più o meno noti

a noi.

 

Ancora una volta

Ti presenti agli occhi

dei saggi e dei potenti della terra

con il volto tenero ed umile

di un bambinello.

 

Prostrati davanti a Te

come i Re Magi

nella tua seconda epifania

di Figlio di Dio

Ti chiediamo di illuminare

le nostre menti e i nostri cuori

perché non si appesantiscano

in dissipazioni di questo mondo.

 

Con la tua grazia permettici

di entrare pienamente

nel tuo mistero di salvezza

e redenzione eterna.

 

Gesù non abbiamo

molto da donarti

della nostra vita

da quando siamo nati,

ma una cosa è certa

che possiamo farla

in questo momento

ed è presentarti

la nostra miseria

e la nostra sofferenza.

 

Risollevaci o Gesù

da questo brutto momento

per l’umanità intera

e ridona fiducia e speranza

ai vicini e ai lontani

come hai fatto con i Re Magi.

 

Dalla grotta di Betlemme

vogliamo ripartire

in questa Epifania 2022

con la consapevolezza

che solo facendoci bambini

noi entreremo nel tuo Regno

di pace e felicità infinita.

Amen.

 

LA RIFLESSIONE DI PADRE RUNGI PER L’EPIFANIA 2022

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Epifania del Signore

6 Gennaio 2022

L’arrivo dei Magi alla grotta di Betlemme

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi ricordiamo nella liturgia l’arrivo dei Magi a Betlemme e come viene menzionato nel vangelo di Matteo della messa del giorno dell’Epifania “alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Chi erano i magi? Tutti abbiamo da piccoli avuto la spiegazione di questi personaggi biblici che non erano altro che sacerdoti orientali, osservatori delle costellazioni, dei veri scienziati e scrutatori dei cieli, che sono classificati come astronomi e filosofi Appartenenti alla casta sacerdotale persiana erano sapienti venuti dall’Oriente.” I Re Magi, venivano – come alcune fonti storiche accreditate ci attestano – dalla Persia. Altrettanto certo vi è un legame molto stretto fra le due culture e religioni: l’ebraismo e lo zoroastrismo. Tra l’altro, va ricordato che all’epoca era presente in Persia una forte comunità ebraica, derivante dalla Diaspora Babilonese.

D’altra parte non possiamo dimenticare che la lingua più parlata in Palestina, a seguito proprio della diaspora e del rientro di un folto numero di ebrei (396 a.C), era l’aramaico, lingua di origine persiana, parlata dallo stesso Gesù.

In merito a questi misteriosi personaggi, abbiamo una testimonianza d’eccezione, quella del navigatore ed esploratore Marco Polo che nel 1270 viaggiando nella zona della Persia relazionava in merito a tale fatto: “In Persia c’è una città che si chiama Saba, dalla quale partirono i tre Re che andarono ad adorare Dio quando nacque. In questa città sono seppelliti i tre Magi in una bella sepoltura, e sono rimasti ancora tutti interi, con barba e con i capelli. Uno si chiamava Beltasar, l’altro Gaspar, il terzo Melquior. Marco Polo domandò più volte agli abitanti di quella città di quei tre re: nessuno gli seppe dire nulla, se non che erano seppelliti lì da molto tempo”.

Sempre relativamente ai Magi, è ricordato che nel XII secolo, dopo la guerra condotta da Federico Barbarossa contro il comune di Milano, il cancelliere imperiale Rainaldo di Dassel decise di sottrarre alla città lombarda il suo tesoro più prezioso: i corpi santi dei tre Magi. Le spoglie mortali erano conservate in un sarcofago nella basilica di Sant’Eustorgio e l’arcivescovo li fece trasferire nella cattedrale di Colonia, dove tuttora si trovano.

I corpi dei Magi erano giunti a Milano nel lontano 345, quando Sant’Eustorgio li portò con sé da Costantinopoli. Solo nel 1903 vi ritornarono, anche se non “completamente”. Furono restituite le reliquie di due fibule, una tibia e una vertebra. Queste sono collocate accanto alla loro presunta tomba, posta nel transetto della basilica romanica di Sant’Eustorgio, e più precisamente nella cosiddetta “cappella dei Magi”.

Per risalire ai nomi dei Re Magi, bisogna ricorrere a uno dei vangeli apocrifi, quello dell’Infanzia Armeno, che ci dice: “I re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre”.

Sempre nel Vangelo apocrififo detto Arabo dell’Infanzia, si legge testualmente: “Dei Magi vennero a Gerusalemme, come aveva predetto Zaratustra, portando con sé dei doni”.

Tra l’altro, bisogna dire che i loro nomi non sono casuali: Melchiorre sarebbe il più anziano e il suo nome stesso deriverebbe da Melech, che significa Re; Baldassarre deriverebbe da Balthazar, mitico re babilonese, quasi a suggerire la sua regione di provenienza; Gaspare, per i greci Galgalath, significa signore di Saba.

Culture che s’intrecciano, biografie che si uniscono, tutte nella contemplazione di Gesù Bambino.

Ritornando al testo del Vangelo, quello riconosciuto e ispirato, scritto dall’evangelista Matteo che oggi accompagna la celebrazione della parola di Dio nella solennità dell’Epifania, sappiamo che questi tre saggi, sapienti appena giunti a Gerusalemme si rivolsero al Re Erode, il quale quello che aveva riferito della nascita del Re dei Giudei “restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”. Venuto a conoscenza della nascita del suo successore e per lui usurpatore, si informò accuratamente. Gli studiosi della scrittura citavano i testi dei profeti che avevano da secoli annunciato il futuro Messia di Israele, indicando il villaggio della nascita di Lui: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta. Pur essendo una piccola realtà abitativa, circa 1000 abitanti al tempo di Gesù, essa viene esaltata dai profeti, per il fatto che proprio in essa inizierà una storia che cambierà le sorti dell’umanità: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». Chiaro riferimento alla nascita di Gesù Bambino.

Il successivo intervento da parte di Erode il Grande, fu quello di chiedere, segretamente, ai Magi, il tempo preciso in cui avevano visto sorgere la stella che li conduceva a Betlemme. Per accertarsi della veridicità dell’informazione li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Una strana richiesta quella di Erode. Aveva tutto il potere e tutti gli strumenti di bloccare i Magi in Gerusalemme, accertarsi direttamente su quanto da essi avevano narrato, ed invece autorizza quel pellegrinaggio dei Magi verso Betlemme, che da Gerusalemme distava e dista circa 10 Km, percorribili oggi in mezz’ora di viaggio, mentre al tempo dei Magi con cammelli e dromedari ci voleva qualche oretta di viaggio in assoluta tranquillità.

Tutto questo racconto fa pensare chiaramente al mistero della manifestazione di Gesù Cristo a tutto il mondo, quale salvatore e redentore, senza esclusioni di persone, culture, religioni, razze e provenienze.

Non a caso si dice Pasqua-Epifania e in questo giorno nella liturgia si legge l’annuncio della Pasqua, che quest’anno 2022 si celebra domenica 17 aprile e indica la struttura temporale di tutto l’anno liturgico con le varie ricorrenze e celebrazioni più importanti per la cristianità.

Riornando al testo del Vangelo, i Magi avuto il permesso di circolare, il visto d’ingresso, con passaporto verbale della loro identità o forse anche con qualche documento scritto, partirono alla volta di Betlemme. “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

Sta tutto in questo racconto la celebrazione dell’Epifania del Signore che chiaramente, al dà della storia, della leggenda, dice una cosa molto importante ai credenti e cristiani di oggi e di sempre.

La parola “Epifania”, dal greco antico, ἐπιφαίνω, epifàino (“mi rendo manifesto”), significa, infatti, “mostrare”, e come verbo riflessivo significa “mostrarsi”.

Per noi cristiani è la solennità che vede protagonisti – oltre, ovviamente la Sacra Famiglia – i Re Magi, questi misteriosi “personaggi”, venuti dall’Oriente.

E’ il solo Vangelo di Matteo a raccontarci di questo evento messianico. Questo, si limita a parlare di “alcuni” Magi, senza precisarne il numero.

Gli unici “numeri” citati sono quelli in riferimento ai doni per il Bambino Gesù: oro, incenso e mirra.

Leggiamo infatti nel vangelo dell’Epifania che “nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Se vogliamo sintetizzare in poche parole la festa di oggi, il suo significato religioso, spirituale e soteriologico, lo possiamo trovare nella preghiera della colletta della messa di questo giorno, nella quale preghiera con queste parole: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo Figlio unigenito, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la bellezza della tua gloria”.

L’Epifania è contemplazione di Cristo Salvatore, mediante la fede; è testimonianza di Cristo mediante l’amore, espresso dai doni dei Magi; è speranza nella salvezza finale che per tutti si realizzerà a conclusione del nostro pellegrinaggio terreno.

Come i Magi dall’Oriente, ognuno di noi deve uscire dalle presunte sicurezze e certezze, come ci ha fatto capire la pandemia, per incamminarci sulla strada di Dio, condotti come i Re Magi da una stella sicura e certa che mai scomparirà, anche se siamo in pieno giorno o immersi nelle notti più buie della nostra esistenza, fatta di sofferenza e peccati. E questa stella cometa si chiama Cristo. Incontrarlo davvero nel profondo del nostro cuore è la vera salvezza terrena ed eterna per ciascuno di noi e per il mondo intero, che brancola ancora oggi nel buio e non solo a causa della pandemia, ma per altri e più gravi problemi che allontano l’umanità da Dio e dal vero ed eterno Paradiso.

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE – 2 GENNAIO 2022

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II Domenica dopo Natale

Domenica 2 gennaio 2022

In Cristo Verbo incarnato, noi tutti siamo diventati luce per gli altri

Commento di padre Antonio Rungi

Al secondo giorno del nuovo anno 2022, siamo in pieno tempo natalizio, con il costante richiamo della parola di Dio al mistero del Verbo incarnato che celebriamo con data fissa il 25 dicembre di ogni anno. Oggi la parola di Dio di questa seconda domenica dopo Natale, ci invita a riflette sul tema della sapienza incarnata, che è Cristo, la parola di Dio, fatta carne nel grembo verginale di Maria per indicarci così il modo di intendere e vivere la vita nella prospettiva e nella dimensione di Dio che si è fatto bambino. Un bambino che come tutti i bambini del mondo, in carne ed ossa, appena nato non dice una parola, ma la sua vita dice tutto a partire da momento in cui viene alla luce, anzi viene concepito nel grembo di Maria Santissima. La prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza ci indica esattamente questo percorso ed itinerario di fede e di speranza nel Verbo fatto carme. La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”. Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora». Il mistero del Natale è racchiuso in queste parole profetiche del libro sapienziale per eccellenza che oggi ci viene proposto come testo di riflessione iniziale della parola di Dio. Alla prima lettura fa eco il testo del vangelo di oggi che come quello della messa del giorno di Natale è il prologo del Vangelo di San Giovanni. Si ritorna oggi a ripercorrere tutto l’iter del Figlio di Dio, seconda persona della santissima Trinità, l’unica delle tre dell’Unico Dio, che ha assunto la natura umana e quindi ci ha rivelato la natura stessa di Dio. Il prologo di san Giovanni è sicuramente uno dei testi evangelici e biblici più letto, meditato, studiato ed applicato alla vita Trinitaria e alla vita cristiana, perché in questo testo scritto dell’evangelista teologo c’è tutto il cuore e l’esperienza del discepolo prediletto del Signore che ha potuto così fissare nel suo vangelo gli attributi di Dio che Cristo ha rivelato e che sono: eternità, onnipotenza, luce, creatore redentore, salvatore, perfetto uomo e perfetto Dio. Questa Dio che è tutto e in tutto non è lontano da noi, ma è vicino a noi, al punto tale che il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Una abitazione temporanea nel tempo previsto di portare a compimento l’opera redentiva, ma una abitazione stabilizzata in eterno nel suo Regno che non ha tempo, non ha limiti, non si restringe negli spazi ristretti del mondo e del contingente, ma che è aperto all’infinito e all’amore senza fine. Queste verità di fede hanno un evidente risvolto nella vita di ogni cristiano che nella sua libera adesione a Cristo deve pure comprendere qual è il contenuto della sua fede e come ci si deve rapportare ad esso in termini di coerenza e fedeltà. Nel testo del prologo la figura di Giovanni Battista citata in modo così esemplare ci può aiutare a comprendere in che modo noi dobbiamo rapportarsi al Messia, al Salvatore senza falsificare la sua identità ma riconoscendo per quello che Egli effettivamente è: la luce vera che illumina ogni uomo e a questa luce bisogna dare testimonianza con la propria vita. Ecco perché San Paolo nel brano della lettera agli Efesini di oggi ci invita a capire la nostra vocazione ed agire di conseguenza in base alla nostra identità di credenti in Cristo. Lui un sincero convertito, integerrimo assertore delle verità della fede cristiana ci ricorda “che Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.

La nostra carta di identità, il nostro biglietto di presentazione e se vogliamo in nostro green-pass della religione o il certificato verde della nostra speranza in Cristo sta in questo brano cristologia pura e semplice. Partendo da questa identità spirituale ed ontologica di ogni cristiano, giustamente san Paolo,  avendo avuto notizia della  fede dei cristiani di Efeso nel Signore Gesù e dell’amore che essi nutrivano verso tutti i cristiani, qui definiti santi, continuamente rendo grazie per loro ricordandoli tutti nelle sue preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, dia ad ognuno di loro uno spirito di sapienza e di rivelazione, al fine di ottenere una profonda conoscenza di Gesù Cristo. In poche parole conoscere, amare e servire il Signore, in quanto tutti coloro che sono venuti alla fede hanno acquistato un tesoro non in termini materiali, ma spirituali che nessuno potrà mai togliere a chi si immerge nella conoscenza approfondita di Cristo. E conoscere biblicamente significa amare e servire per essere degni della vita senza fine.

 

P.RUNGI. TEMPO DI AVVENTO, TEMPO PER VACCINARSI. LE BEATITUDINI DEGLI ITALIANI IN TEMPO DI PANDEMIA

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ITRI (LT). Le beatitudini degli italiani in tempo di pandemia

Tempo di Avvento, tempo per vaccinarsi

In occasione dell’inizio dell’Avvento, padre Antonio Rungi, teologo passionista, rivolge a tutti gli italiani un caloroso appello a tradurre in vita concreta il vangelo della carità e della solidarietà, come quello che si ascolta in preparazione all’annuale solennità del Santo Natale. Tempo di Avvento, quindi tempo per vaccinarsi in tutti i sensi.

Si tratta di una riflessione su alcuni temi di grande attualità che il teologo passionista della comunità di Itri-Santuario della Civita proporne in questo tempo di pandemia. Sono dieci le beatitudini che il sacerdote indica come cammino sinodale e natalizio dei cittadini italiani in questo difficile momento della storia dell’Italia e del mondo.

1.Beato quell’italiano che prende a cuore le sorti dei suoi connazionali e sente il dovere di vaccinarsi, per il bene di se stesso e degli altri.

2.Beato quell’italiano che difende il lavoro proprio e quello altrui non ponendo ostacoli alla prevenzione e cura della salute per contrastare qualsiasi chiusura.

3.Beato quell’italiano attento alla voce della scienza, della medicina e della politica, se veramente libera, che mette in pratica tutti i consigli sanitari.

4.Beato quell’italiano che non discute sul se e sul ma, ma comprende e si adegua alle esigenze della nazione italiana.

5.Beato quell’italiano che ha a cuore di salvare fede, tradizioni e relazioni umane e sociali in occasione del Natale 2021 e per i prossimi 100 anni.

6.Beato quell’italiano che governa, amministra e svolge ruoli ed uffici di valenza sociale in modo saggio, oculato, rispettoso delle leggi e della dignità di ogni persona umana.

7.Beati tutti quegli italiani che dall’inizio della pandemia hanno preso seriamente a cuore la salute ed il bene dei cittadini usando tutti gli accorgimenti necessari per difendere i più deboli e fragili da questo virus mortale.

8.Beati noi tutti italiani di questo splendido Paese, benedetto da Dio, protetto dal cielo e curato con materna cura da Maria, Madre di Dio, salute degli infermi e nostra ausiliatrice in questo tempo di pandemia.

9.Beati tutti gli italiani che in questo Natale 2021 si vaccineranno o completeranno il ciclo vaccinale, perché con questo atto di rispetto ed amore permetteranno a tutti gli altri di festeggiare un Natale sereno in famiglia, tra gli amici, senza paura di contrarre il Covid.

10.Beati tutti quelli che verranno insultati, umiliati, maltrattati, perché difendono il dovere di vaccinarsi, che non è una verità di fede, ma è un dato scientifico, quello del Coronavirus, dal quale ci libereremo se saremo uniti ed assumiamo gli stessi atteggiamenti e comportamenti di persone buone e civili, rispettosi della propria ed altrui salute.

LA VITA MONASTICA MODELLO DI VITA PER SUPERARE LA PANDEMIA

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Comunicato stampa
P.RUNGI. “Le contemplative segno di speranza e di gioia per l’Italia e per il Mondo. Un Natale sereno e senza lockdown di carattere monastico, che è buono e santo, ma quello sanitario è triste ed angosciante”.
In occasione della giornata mondiale “Pro Orantibus” che si celebra in coincidenza con la festa di Maria presentata al Tempio, il giorno 21 novembre di ogni anno, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Gaeta, rivolge un forte appello “per la preghiera di tutti i fedeli a sostegno della vita consacrata, maschile e femminile, e soprattutto per le monache di clausura, le contemplative e i contemplativi dell’Italia e di tutto il mondo”. Scrive padre Rungi: “Coloro che hanno fatto una scelta di vita di totale consacrazione a Dio, vivendo nella clausura e negli eremi sono un esempio e un segno di speranza, di gioia e di rinascita per l’Italia e per il mondo, in quanto la vita di queste nostre sorelle e fratelli consacrati alla lode di Dio apre il nostro cuore a guardare la vita oltre il temporale e il contingente e a fissare lo sguardo al cielo e nel cielo”.
Nella domenica di Cristo Re, che fa da contenitore spirituale, liturgico e biblico alla giornata mondiale per le claustrali e i contemplativi “il mio pensiero di gratitudine e di riconoscenza va – scrive padre Rungi – a quanti hanno fatto una scelta di vita più radicale rispetto alla stessa vita consacrata, dedicandosi completamente a Dio nella preghiera e nel lavoro. Nel pregare oggi e sempre per tutte le monache di clausura e i monaci contemplativi chiediamo al Signore che illumini i giovani d’Italia e del mondo a seguire non solo la chiamata alla vita consacrata, ma soprattutto alla vita monastica, di cui fin dai primi tempi del cristianesimo è segnata la storia del nostro Paese e di altre nazioni e luoghi dello spirito dell’antico e nuovo mondo. Questo mondo non sarà veramente nuovo –conclude padre Rungi – fino a quando non riporta al centro del suo cammino spirituale la vita di preghiera, di contemplazione e di totale dedizione a Dio nella vita consacrata e monastica. E’ questo il modello –prosegue padre Rungi – a cui ogni cristiano deve ispirarsi, non perché tutti devono farsi frati e monache, ma semplicemente valorizzando il sistema di vita proposto dai contemplativi che è fatto di silenzio, preghiera, lode, lavoro, comunione fraterna, condivisione e soprattutto di amore e perdono. Valori e virtù tutti che si attingono alla sorgente unica della vita cristiana e consacrata che è Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza e redenzione. Nel giorno dedicato alle claustrali e ai contemplativi tutti sappiano dire grazie ed esperire alle suore ed ai frati l’apprezzamento e la stima per il coraggio, non comune, di aver scelto una simile ed impegnativa vita a gloria di Dio. In un contesto di pandemia, questo esempio di vita ci aiuterà anche ad uscire dall’emergenza sanitaria e a superare il Covid. Più silenzio, più preghiera, meno esposizione, meno frequentazioni inutili e pericolose da un punto di vista sanitario potranno aiutarci anche nella soluzione di questo gravissimo problema che ci affligge da circa due anni. Tutti in convento e nei monasteri quindi? No assolutamente –scrive padre Rungi – ma tutti prendiamo ad esempio il comportamento delle monache e dei contemplativi d’Italia e del Resto del Mondo per favorire uno stile di vita più salutare per tutti. Siamo più accorti e più ritirati se vogliamo fare un Natale sereno e senza lockdown di carattere monastico, che è buono e santo, ma quello sanitario è triste ed angosciante”.

La vicinanza di padre Rungi al popolo di Airola e della Valle Caudina

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Comunicato Stampa.
P.Rungi. Il teologo passionista, airolano di nascita, esprime la sua vicinanza al popolo ai Airola dopo il vasto incendio alla fabbrica Sapa
“Come airolano di nascita esprimo tutta la mia vicinanza affettiva, umana e spirituale ai miei compaesani, colpiti da questa tragedia per l’incendio della fabbrica Sapa ad Airola”, è quanto scrive padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la cita consacrata della Diocesi di Gaeta, che vive nella comunità di Itri.
“Dalle prime ore e prime informazioni –scrive padre Rungi – che ho ricevuto ieri sera da Airola sono in costante contatto con i miei parenti, amici e religiosi per conoscere l’evolversi della situazione. Non nascondo la mia personale sofferenza e preoccupazione per i cittadini di Airola e dell’intera Valle Caudina. L’urgenza in questo momento è mettere in sicurezza tutta la Valle Caudina per quanto riguarda l’aria e l’ambiente. Una volta messo sotto controllo questo vastissimo e pericolo incendio, si deve pensare al futuro di questa area industriale. I danni, come è facile capire non riguardano solo la salute dei cittadini di Airola e della Valle Caudina, ma anche il futuro economico di questa zona, che poche opportunità di lavoro trova in loco. Mi auguro che tutti i responsabili del bene pubblico e della salute pubblica prendano a cuore questo dramma della mia città e possano fare tutto quello che è in loro potere di fare per ripristinare quanto prima la vita sociale, economica ed umana nella città di Airola, dopo questo disastroso incendio nella fabbrica Sepa. Stabilimento che, come si sa, tratta materiali di plastica per auto. Per quanto possa fare personalmente, anche da lontano, una cosa è certa che come sacerdote, insieme ai fedeli, è di pregare per Airola e per tutta la Valle Caudina ed affidare al Signore, alla Madonna Addolorata, particolarmente venerata nel mio paese, tutti i gli airolani. Un pensiero speciale particolare i bambini, gli ammalati, per quanti sono ora più in difficoltà per il rischio di perdere il posto lavoro, se non si ritorna presto alla normalità in questa area industriale della Valle Caudina e dell’intero Sannio”.

DOMENICA XXII – 29 AGOSTO 2021- COMMENTO DI PADRE RUNGI

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Domenica XXII del Tempo ordinario (Anno B)

Domenica 29 agosto 2021

La contaminazione del cuore umano

Commento di padre Antonio Rungi

Spesso ci domandiamo se un cibo è contaminato, se l’acqua che beviamo venga da una sorgente naturale o attraversando terreni e aree alla fine si contamina e noi beviamo acqua inquinata.

Ci preoccupiamo, oggi più che mai rispetto al passato, di questo problema. Noi che viviamo nel mondo del benessere e dell’assicurazione di ogni cibo, bevanda e sostegno alimentare e ci dimentichiamo di chi non ha nulla di tutto questo, compresa la mancanza di libertà.

Il vangelo di questa XXII domenica del tempo ordinario, ultima del mese di agosto 2021, tratto dall’evangelista Marco ci offre l’opportunità di riflettere su un tema molto caro ai farisei e scribi del tempo di Gesù, ovvero sulla questione del puro e dell’impuro.

E si parte nella discussione dal lavarsi le mani ed altro prima di iniziare a mangiare. Parliamo oggi delle celebri abluzioni che presso i giudei erano all’ordine del minuto e del secondo, quasi se fosse una mania.

Quello che ci è capitato in questi mesi anche a noi, in seguito alla pandemia.

Fissati nel lavarci le mani e sanificare ogni cosa, abbiamo vissuto e viviamo nel terrore. Giusto da un punto di vista igienico sanitario, ma non può diventare oggetto di discussione da un punto di vista religioso e morale. Lo diventò invece al tempo di Gesù.

Abbiamo, infatti, ascoltato che si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. E l’argomento messo in campo da loro per contestare l’operato del maestro e del gruppo dei discepoli è subito espresso. Gli osservanti delle norme igieniche avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate, subito fanno osservare a Gesù: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Quali erano queste norme igienico sanitarie? Eccole elencate nel testo del vangelo: lavarsi accuratamente le mani, prima di mangiare; fare le abluzioni quando si tornava dal mercato; infatti a maggior ragione non si poteva mangiare senza aver fatto prima le abluzioni; lavare bicchieri, stoviglie,  oggetti di rame e letti.

Norme di quotidiana vita umana e sociale che diventano oggetto di discussione per attaccare Gesù e i discepoli, alcuni dei quali non praticavano queste cose, pure buone da farsi.

A questo argomento di poco conto, Gesù  replica loro che battevano molto sull’osservanza di queste norme, con parole molto dure: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.

Infatti queste norme di igiene familiare e collettiva non sono norme emanate da Dio come i comandamenti.

E Gesù subito fa risaltare questo stridente contrasto: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». In poche parole, Gesù vuole richiamare alla loro attenzione ciò che davvero conta davanti a Dio.

A questo punto fa una cosa molto normale e semplice, per una persona ormai conosciuta ed accredita come maestro di Israele.

Chiama di nuovo la folla e fa questo discorso, anzi istruisce una vera e propria catechesi sul significato del puro e dell’impuro in una visione cristiana della vita: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”.

Gesù elenca una serie di comportamenti antireligiosi ed antimorale oltre che antisociali. Sono esattamente 12 e non si tratta di un numero a caso, ma questo numero fa riferimento alla storia del popolo di Israele ed esattamente alle 12 tribù che lo costituiva prima di Cristo.

Dopo l’elencazione del cattiverie, c’è anche la spiegazione da parte di Gesù. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo, in quanto sono frutto della libera decisione dell’uomo di farle e di compierle.

Quando il cuore è contaminato dal male, fa tutto e più di questo; ma quando è sanato dall’amore e dalla grazia di Dio, il cuore dell’uomo opera solo il bene ed agisce per il bene.

In definitiva, non dobbiamo confondere il materiale con lo spirituale e il morale e l’etico. Il mangiare senza lavarsi le mani non è peccato, ma è cosa buona farla, soprattutto in questo tempo di pandemia; ma elaborare nella mente e nel cuore progetti di morte e di distruzione della vita, della dignità e della onorabilità altrui questi si che sono peccati e reati che vanno perseguiti, condannati e fatti scontare con punizioni adeguate.

Di norme di ben altra natura parla la prima lettura di oggi e sono espresse attraverso la voce di Mosè che si rifà a quanto ricevuto direttamente da Dio nel suo dialogo con “Colui che è”.

E si tratta dei dieci comandamenti, delle Tavole delle Legge, della Torah. «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo”.

Norme che ben conosciamo e che sono la base di partenza di ogni fede e religione autentica, perché sono le leggi fondamentali che regolano il rapporto tra l’uomo e Dio, l’essere umano con i suoi simili e con il creato. Non aggiungere altre norme umane quindi e di altro genere, come purtroppo poi si è fatto, appesantendo la legislazione degli stati e della stessa Chiesa e facendo diventare peccati ciò che non lo è affatto.

A sanare questo conflitto tra la legge divina e la legge umana, tra la legge naturale e quella civile, è la parola di Dio, quella detta da Cristo, come ci ricorda  san Giacomo apostolo nella sua lettera di questa domenica: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature”. Premesso questo da un punto di vista teologico ed ontologico, l’Apostolo ci invita ad accogliere “con docilità la Parola che è stata piantata in noi e può portarci alla salvezza”. Dobbiamo essere di quelli che mettono in pratica la Parola, e non soltanto auditori, illudendo noi stessi e gli altri, facendoci passare per quelli che non siamo.

Di conseguenza, anche per superare una falsa concezione di fede e di religione, San Giacomo afferma con chiarezza espositiva che “religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”.

Sta qui la sintesi del messaggio cristiano: essere vicini ed aiutare gli altri, specialmente gli orfani e le vedove e poi mantenersi puri nel cuore, senza lasciarsi contaminare dal male che il cuore e la mente producono in una visione distorta della storia e della vita, come stiamo constatando in questi giorni e in questo difficile momento della storia dell’umanità.

Sia questa la nostra preghiera e di i veri credenti del mondo che rivolgiamo al Signore con tutto il cuore, mentre nel mondo si alzano venti di guerra e di violenza: “Dio onnipotente, unica fonte di ogni dono perfetto, infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome, accresci la nostra dedizione a te, fa’ maturare ogni germe di bene e custodiscilo con vigile cura”. Amen.