P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – DOMENICA 24 GIUGNO 2018

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SOLENNITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

DOMENICA 24 GIUGNO 2018

GIOVANNI BATTISTA,

IL PORTAVOCE DI CRISTO FINO DAL GREMBO MATERNO

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi la liturgia domenicale è totalmente dedicata a San Giovanni Battista, il precursore di Gesù, il suo portavoce dal momento del concepimento fino all’ultimo istante della sua vita, conclusasi con il martirio, con la decapitazione. Oggi quindi la parola di Dio ci invita a prendere esempio da questo santo unico e eccezionale, di cui non troviamo paragoni nella storia della Chiesa, anche per lo stretto rapporto con la venuta di Cristo sulla terra, di cui egli è stato il grande predicatore e annunciatore. La devozione popolare, l’iconografia, le chiese, le parrocchie, l’arte dedicano moltissimo a questo santo che affascina per la sua spiritualità, per la serietà e l’elevatura morale, per il coraggio, la penitenza, l’umiltà e lo stile di vita improntata su Dio e indirizzata all’accoglienza dell’unico Messia. Rispetto ad altri santi, la Chiesa lo festeggia, come la Vergine Maria, anche nel giorno della sua nascita, il 24 giugno; mentre ne ricorda la tragica fine, nel giorno 29 agosto, celebrando il suo martirio. La sua vocazione profetica si manifestò ancor prima di nascere attraverso segni messianici come “l’esultanza” davanti a Maria in visita alla cugina Elisabetta. E Cristo stesso lo definì «il più grande tra i nati da donna» È l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. Nel Vangelo di Luca  si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. La sua nascita miracolosa è annunciata dall’arcangelo Gabriele, come nella nascita di Gesù Bambino. Il testo di questo evento singolare fa parte del Vangelo della solennità di questa giornata, dedicata a questo grandissimo Santo. La madre Elisabetta era sterile e ormai anziana. Un giorno, mentre il marito Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.

Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il “messaggero celeste”, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è nulla è impossibile a Dio”.  Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia. Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.

Nel commentare questa nascita miracolosa, l’evangelista Luca sottolinea che: “Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui”. Dopo la nascita, in estrema sintesi San Luca scrive circa Giovanni Battista: “Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele”.

Quello che conosciamo di lui è scritto nei testi sacri con dovizia di particolari. Infatti, Giovanni Battista, dopo l’età della giovinezza, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza. Sempre dai testi del Vangelo sappiamo che da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè amministrava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato. Questa sua specificità è ricordata nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli: “Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».

San Giovanni era il riferimento della gente semplice, ma anche del Re, dei notabili, quanti frequentavano il tempio e gli stessi soldati, Infatti, diversi di loro, appartenenti alla protezione del Re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare per convertirsi alla carità e alla giustizia, visto che opprimevano il popolo. E lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13). Il fascino che esercitava Giovanni sulla gente era tanto, al punto tale che molti incominciarono a pensare che fosse lui il Messia tanto atteso. Ma lui, ben sapendo chi era, indirizzava la gente verso il vero Messia, Gesù. Infatti, precisava: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Ai sommi sacerdoti fece arrivare forte il suo messaggio “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Il resto della sua vita, è raccontato nei testi del Vangelo ed hanno attinenza con il Battesimo di Gesù al Giordano, durante il quale Giovanni rivelò alla gente presente chi era davvero Colui che stava immergendosi nelle acque: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù disse: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

L’altro momento forte, conclusivo della sua vita, fu il contrasto con il Re di Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè. Per questo motivo, un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta immorale. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici. Per questi ed altri motivi di ordine politico, di stabilizzazione del potere politico e religioso, per tranquillizzare l’ambiente, Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato, come ci ricorda il testo del Vangelo del martirio di Giovanni.  Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista. A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.

Vogliamo fare nostro il messaggio di Giovanni Battista, che è sintetizzato nella vocazione profetica di Isaia, testo della prima lettura di oggi e diventare coraggiosi annunciatori della parola di Dio, senza compromessi di nessun genere ed avere il coraggio, fino alla morte, di parlare di Cristo con lo stesso entusiasmo di San Giovanni Battista, il grande annunciatore e predicatore dell’amore misericordioso del Signore.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, mediante l’intercessione di San Giovanni Battista. “Signore rendici degni annunciatori, con la parola e con l’esempio, del tuo Regno di giustizia, verità, pace in questo mondo globalizzato dall’indifferenza verso ogni discorso di fede e di accoglienza del fratello più bisognoso della terra”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XI -TO- 17 GIUGNO 2018

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 17 giugno 2018
Crescere in sapienza e santità in vista dell’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XI domenica del tempo ordinario ci presenta la necessità e l’urgenza per noi cristiani, sia individualmente che ecclesialmente, di camminare sulla vita della santità e di una fede adulta e matura, sentendo la responsabilità di chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Noi siamo figli di Dio e come tali dobbiamo agire e comportarci, in base al battesimo che abbiamo ricevuto e ci ha inserito nel Regno di Dio, come figli credenti e speranti.

D’altra parte, il Regno di Dio a cui fanno riferimento i testi biblici di oggi, nella prima lettura e soprattutto il vangelo, sappiamo che si trova la sua fase incoativa, nel tempo presente, in attesa della piena manifestazione nel secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra.

Noi viviamo tra il già e il non ancora. Il già costituito dalla prima venuta di Cristo con la salvezza portata a termine nella sua Pasqua di morte e risurrezione, e il non ancora, che arriverà con il giudizio universale, quando tutto verrà ricapitolato per sempre in Cristo, Re dell’Universo.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua seconda lettera ai Corinzi richiama alla nostra attenzione queste certe verità di fede: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”.

E nel Vangelo di questa domenica è Gesù stesso ci presenta, con due delle sue parabole, l’identità e la caratteristica del suo Regno, quello che Lui è venuto a instaurare sulla terra.

Egli stesso si pone la domanda: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?

Ebbene Gesù utilizza due immagini per presentare il volto vero del suo regno: quella del seme gettato nel terreno e che cresce spontaneamente di giorno e di notte, con o senza la vigilanza dell’uomo, e quella del granello di senape, che da piccolo diventa grande, al punto tale, essendo albero consistente, gli uccelli si riparano sopra di esso.

Due immagini tratte, come sempre da Gesù, dalla vita di ogni giorno, familiari ai suoi ascoltatori che, in base a tali riferimenti di vita agricola, naturale e campestre comprendevano esattamente quello che voleva dire.

Le applicazioni alla vita nostra vita cristiana di questo modo di parlare di Gesù sono tante e possibili in vari campi, ma è opportuno sottolineare due aspetti della parola di Gesù in questi esempi: la crescita del regno per opera di Dio, con la disponibilità certamente dell’uomo di accoglierlo, dentro di se; e la sicurezza che tale regno offre, esclusivamente a livello spirituale e in prospettiva di eternità, nel momento in cui si entra a far parte di esso.

L’immagine degli uccelli che possono fare il loro nido sui vari rami di questo albero della grazia e della santità ci indica il percorso che tutti noi cristiani siamo chiamati a fare accogliendo la parola di Dio e mettendola in pratica e raggiungendo la salvezza per vie diverse.

Ecco perché Gesù rivolgendosi alla gente usava “molte parabole dello stesso genere, per annunciare loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

La parola va annunciata, spiegata e una volta compresa va messa in pratica, altrimenti è un seme gettato in una terra infertile che non produce, non cresce e non fa crescere.

Nel suo modo di rapportarsi in termini comunicativi alla gente che lo ascoltava, Gesù valorizza il suo patrimonio di conoscenza del testo sacro che possedeva ampiamente e che si riferiva all’Antico Testamento.

Lo si comprende anche dall’inserimento della prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella liturgia della parola di questa XI Domenica, nel quale si parla di ciò che farà il Signore rispetto al piccolo gregge del suo popolo, utilizzando, in questo caso, anche la pianta del cedro, per far crescere e potenziare il regno di Dio tra gli uomini. Egli, il Signore farà tutto questo e lo farà nella logica divina dell’amore e del dono, contro ogni forma di superbia e arroganza dell’uomo, in quanto “io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”.

Nell’accogliere la parola di Dio con semplicità, consapevolezza delle nostre umane fragilità, ma anche con il proposito di mettere in pratica la parola ascoltata e commentata, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 10 Giugno 2018

Chi non ascolta la voce di Dio, devia nella vita

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa decima domenica del tempo ordinario ci indirizza a riflettere seriamente su come siamo in ascolto della parola del Signore, qual è la nostra sintonia con essa e soprattutto se siamo docili ad accogliere ciò che ci suggerisce di fare per il nostro e nostro e altrui bene spirituale. Nel testo della prima lettura, tratto dal libro della Genesi, il libro di apertura di tutta la sacra scrittura narra di ciò che accadde nell’Eden, il Paradiso terrestre, dove Dio Creatore aveva collocato l’uomo in una condizione doni particolari e speciali, che l’uomo stesso non seppe conservare e valorizzare nella logica del suo essere creatura e non creatore, accettando anche gli innegabili limiti insiti nella stessa natura umana. Infatti, il testo biblico ci porta all’esperienza della debolezza umana originaria sperimentato da Adamo ed Eva, dopo il primo peccato quello, definito originario, in quanto è il primo atto fondamentale di ribellione a Dio, commesso dall’uomo. L’uomo si scopre nudo, cioè nella condizione di povertà umana e spirituale, in quanto il peccato, causa l’allontanamento da Dio e concentrazione su se stesso, che come tale non è messo al riparo dal resto. Infatti, ad aggredire l’uomo, nella realtà di coppia, di maschio e femmina, costituita all’origine della creazione e voluta da Dio per la complementarietà, aperta alla vita, è il simbolo del peccato e del diavolo, quel serpente ingannatore che aveva convinto Eva a mangiare dell’albero proibito e poi passare il frutto avvelenato della superbia e dell’orgoglio al suo compagno Adamo. La coppia, nella sua corresponsabilità di entrambi i membri, commette quindi il peccato, attribuibile ad entrambi con responsabilità soggettive diverse, come è facile capire dal testo. Dio cerca Adamo per chiedere spiegazione in merito a quanto era successo. E la risposta del nostro progenitore è la seguente: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Un modo per scaricare la responsabilità sulla donna e per non assumersi anche le sue colpe. Dio non si ferma di fronte a questa giustificazione, potremmo dire infantile, come spesso capita quando succede qualcosa e la colpa è sempre degli altri e mai nostro, per cui chiede alla donna, ad Eva: «Che hai fatto?». Eva dà la sua motivazione a Dio, scaricando la responsabilità del male, a chi l’ha tentata: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». La conseguenza di questo primo peccato, descritto in questo modo, facile da capire ed accessibile a chi si vuole aprire ad un dialogo d’amore e di perdono con Dio, sta in queste parole di condanna, ma anche si speranza, definite da tutti gli studiosi, il protovangelo, la prima bella notizia che Dio dà all’uomo dopo il peccato originale: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». La certezza della salvezza è stata così annunciata da Dio stesso, in quel paradiso, una volta luogo della gioia e della serenità, divenuto, poi, luogo del tomento e della lotta contro il male. E’ questa la storia di una vita umana che deve dibattersi tra il bene e il male e con la grazia di Dio, con la fede forte e convinta può vincere le insidie del male e far trionfare il bene. Ad incoraggiarci in questo cammino di conversione e di purificazione viene in nostro aiuto l’Apostolo Paolo con il testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima seconda ai Corinzi:  “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”.

Parole bellissime che devono fare i conti con la debolezza umana e con le nostre fragilità culturali, fisiche, interiori e di relazioni con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il mondo. L’apostolo, forte della sua esperienza di convertito, ci incoraggia ad andare avanti, in quanto, anche “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

La fede nell’eternità e nella vita oltre la vita ci fa accettare di buon grado ogni sofferenza e prova su questa terra, che è luogo di passaggio e non la nostra dimora definitiva: “Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli”. E’ la grande speranza cristiana che si alimenta della certezza della parola di Dio che non può ingannare, ma solo aiutare nel cammino verso la santità e la salvezza vera, eterna e definitiva.

D’altra parte, Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica cerca di far capire ai suoi interlocutori l’importanza che ha la docilità alla parola di Dio, nell’accoglierla e metterla in pratica, nell’immergersi continuamente nel lavacro della purificazione dal proprio egoismo che sta la vera ed eterna salvezza. Non senza motivo a chi lo accusa di essere posseduto dal capo dei demoni, ritenendolo un indemoniato, Gesù replica con parole fortissime che devono far riflettere a quanti gli Apostoli che non sanno valutare con sapienza del cuore gli eventi e non sanno discernere con la logica di Dio, ma si affidano alle proprie idee: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Quel che segue sul perdono dei peccati da parte di Dio, è un chiaro invito a distaccarci da tutto ciò che spegne in noi lo Spirito, che azzera la nostra visione di eterno e di speranza della salvezza futuro, Ecco, perché Gesù ammonisce con queste parole: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».

Di fronte a questo monito di Cristo, una considerazione finale va fatta. Gesù dice queste in una casa, dove molta folla e prima arrivasse la sua madre e i suoi parenti, anche loro per ascoltarlo. Quando giunsero sua madre e i suoi fratelli rimasero fuori la casa dove Gesù stava e allora lo mandarono a chiamare per informarlo dell’arrivo di Maria e dei suoi cari. L’evangelista Marco, come ottimo osservatore e cronista del fatto, annota: “Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Allora chi è colui che può dirsi parente effettivo di Cristo? La risposta sta in queste parole finali del brano del vangelo di oggi. Prima di tutto è la stessa sua Madre, docilissima alla parola di Dio, da definirsi l’umile ancella del Signore e tutti coloro che sull’esempio di Maria ascoltano la voce di Dio, la mettono in pratica e fanno sempre la sua santissima volontà, come preghiamo nella stessa orazione che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, vanga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Impegniamoci a fare sempre la santissima volontà di Dio e a rinnegare le nostre umane volontà e desideri che non vanno nella direzione che Gesù ci ha indicato con la sua incarnazione, passione, morte in croce e risurrezione.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI. SOLENNITA’ DELLA SANTISSIMA TRINITA’ – COMMENTO

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SOLENNITA’ DELLA SANTISSIMA TRINITA’

DOMENICA 27 MAGGIO 208

“UN MISTERO D’AMORE INFINTO”

di padre Antonio Rungi

Nell’annuale ricorrenza della solennità della Santissima Trinità, che, come sappiamo, si celebra la domenica successiva alla Pentecoste, a conclusione del lungo itinerario di spiritualità pasquale e sigillo di un cammino fatto nell’amore a Dio e ai fratelli, ritorna sistematica la domanda chi è questo nostro Dio, come è in se stesso e come si è rivelato a noi. Di Dio ci ha parlato Gesù Cristo, Figlio di Dio, che ci ha comunicato la sua relazione con il Padre e lo Spirito Santo. Si tratta di un Dio uno e trino, uno nella natura, trino nelle persone. Gesù, quindi, ci rivela tutto di se stesso, del Padre e dello Spirito Santo. Ci rivela che questo Dio è Amore in se stesso, è amore nella creazione, è amore nella redenzione, è amore nella santificazione.

Nell’Angelus della solennità della Santissima Trinità del 2009, Papa Benedetto XVI,  così spiegò questo mistero: «Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore».

La liturgia della parola di Dio di questa solennità, ci aiuta a comprendere nella fede, essendo un mistero di fede, chi è il nostro Dio e quale è il nostro rapporto con lui, esseri umani limitati nella possibilità di comprendere in pienezza ciò che Egli effettivamente è.

Nel libro del Deuteronòmio, troviamo, infatti, questo significativo brano, attinente il mistero dell’unicità di Dio. “Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro”.

Nel brano della lettera di san Paolo Apostolo ai Romani, ci parla del dono dello Spirito Santo e della sua azione santificante nella vita del credente: “Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”.

Nel Vangelo di questa solennità, Gesù stesso, conferendo il mandato missionario a suoi discepoli, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune cose fondamentali da fare e soprattutto da credere e professare: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Padre, Figlio e Spirito Santo è il mistero principale della nostra fede, con il quale professiamo che Dio è Uno nella natura e Trino nelle persone. Proprio perché è un  mistero, esso come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d’irragionevole. La ragionevolezza del mistero della Trinità sta nel fatto che esso non afferma l’esistenza di tre dei, bensì di un solo Dio che però è in tre Persone uguali e distinte. Nel Credo si afferma: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo».  Quale è il Padre, tale è il Figlio e tale è lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato è il Figlio, increato è lo Spirito Santo. Onnipotente è il Padre, onnipotente è il Figlio, onnipotente è lo Spirito Santo. Tuttavia non vi sono tre increati, tre assoluti, tre onnipotenti, ma un increato, un assoluto e un onnipotente. Dio e Signore è il Padre, Dio e Signore è il Figlio, Dio e Signore è lo Spirito Santo; tuttavia non vi sono tre dei e signori, ma un solo Dio, un solo Signore (Simbolo atanasiano).

Un mistero che è presente nella nostra vita, anima la nostra esistenza e guida il nostro cammino nel tempo e ci prepara all’eternità, dove, un giorno vedremo Dio faccia a faccia e vivremo per sempre immersi nel Dio Uno e Trino, nel Dio d’amore infinito. Nel cammino temporale, noi cerchiamo di capire, spiegare ed entrare in questo grande mistero della nostra fede, non per semplice curiosità, ma vivendo nella comunione trinitaria. Ed essendo l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in se porta il desiderio di comprensione legittima di ogni cosa che compare nella sua mente, nel suo pensiero e tocca il suo cuore. Potremmo, in ragione di questo desiderio di conoscere Dio, non da un punto razionale, il che è impossibile, ma da un punto di vista esperienziale, come risposta di fede ad un mistero di fede, che nella Trinità il Padre è la mente, che da tutta l’eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos), il Verbo Incarnato, Gesù Cristo, nostro Redentore. Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l’amore sono nell’uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo, un solo Amore eterno e comunicativo, in modo perfettissimo tra le Tre Persone che costituiscono in Unità, nella natura, il nostro Dio Trino nelle persone.

Nel rinnovare la nostra fede nel mistero della Santissima Trinità, con la chiesa che oggi eleva la sua lode e ringraziamento a Dio nella liturgia eucaristica, confermiamo queste verità: “Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato della tua gloria, noi lo crediamo, e con la stessa fede, senza differenze, lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito Santo.  E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura, l’uguaglianza nella maestà divina”.

Oggi siamo qui a dirti grazie o nostro Dio, Padre e Creatore, a rinnovare il nostro impegno di conformarci a Cristo, Tuo Figlio e nostro Salvatore, ad essere docili allo Spirito Santo, il Consolatore, perché possiamo sperimentare nella vita temporale quanto è dolce è amabile seguire la voce dello Spirito e dare frutti spirituali pieni e duraturi.

Con Francesco d’Assisi preghiamo: “Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, come è santo e bello e amabile avere in cielo uno Sposo! Oh, come è santo, come è caro, piacevole e umile, pacifico e dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello che offrì la sua vita per le sue pecore (Gv 10,15) e pregò il Padre per noi dicendo: Padre santo, custodisci nel nome tuo coloro che mi hai dato. Padre, tutti coloro che mi hai dato nel mondo erano tuoi e li hai dati a me; e le parole che desti a me le ho date a loro; ed essi le hanno accolte e veramente hanno riconosciuto che io sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo. Benedicili e santificali. E per loro io santifico me stesso, affinché anche loro siano santificati in un’unità come lo siamo noi. E voglio, o Padre, che dove sono io ci siano con me anche loro, affinché vedano la gloria mia nel tuo regno (Gv 17,6-24).

E poiché patì tanto per noi e ci gratificò di tanti doni e continuerà a gratificarcene per il futuro, ogni creatura che è in cielo e in terra e nel mare e nella profondità degli abissi (Ap 5,13), renda a Dio lode, gloria e onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra forza. Egli che solo è buono (Lc 18,19), che solo è altissimo, che solo è onnipotente e ammirabile, glorioso e santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.”

P.RUNGI. SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2018 – COMMENTO.

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO B)

Domenica 20 maggio 2018

Il vento silenzioso dello Spirito che spira su di noi

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità di Pentecoste, a 50 giorni dalla celebrazione della Pasqua, ci riporta nel cenacolo dove gli undici apostoli scelti per primi con l’integrazione di Mattia scelto per reintegrare il numero di 12, dopo la defezione di Giuda Iscariota, insieme a Maria, sono in attesa del promesso Spirito Consolatore che Gesù aveva anticipato di inviare, dopo la sua ascensione al cielo.

E così avvenne mentre il giorno di Pentecoste stava terminando, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”.

Gli Atti degli Apostoli ci raccontano ciò che avvenne in quel momento ed anche subito dopo, avendo lo Spirito Santo lasciato un’evidente traccia della sua discesa, con un rumore ben decifrabile. Infatti “a quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?».

Il miracolo della Pentecoste si era ormai compiuto: l’unificazione dell’umanità in un solo grande progetto di amore, comprensione, dialogo, fraternità.

Da qui parte la chiesa della missione e in missione per portare l’annuncio della gioia e della salvezza in ogni angolo della terra. San Paolo della seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera ai Galati, ci illustra il cammino spirituale che il cristiano è chiamato a percorrere in ascolto dello Spirito Santo. Egli raccomanda di camminare secondo lo Spirito per non tendere a soddisfare il desiderio della carne. Questi desideri sono contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda. Se, invece, il cristiano si lascia guidare dallo Spirito, non sarà sotto la Legge.

Del resto –precisa l’Apostolo – sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste l’Apostolo ammonisce chi le compie non erediterà il regno di Dio.

In contrasto con una mentalità mondana e materialistica c’è quella di corrispondenza allo Spirito Santo, i cui frutti sono eccellenti, diversificati, belli e saporiti da gustare nell’intimo del cuore, come l’ amore, la gioia, la pace, la magnanimità, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé.

Nove doni citati, ma sono infiniti i doni che lo Spirito Santo suscita nel cuore di tutti, in quanto il vento dolce dello Spirito riempie tutta la terra.

Gesù aveva preparato il gruppo degli apostoli a questa accoglienza dicendo con cognizione di causa, che «quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio”.

Uno Spirito, quello del Signore che conferma la fede degli apostoli e li sosterrà nel loro ministero di portare il vangelo della vita e della grazia in ogni parte del mondo.

Si tratta dello Spirito della verità, che guiderà gli apostoli a conseguire la pienezza della verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annuncerà le cose future.

Lo Spirito Santo noi lo abbiamo ricevuto nel Battesimo e nella Cresima e oggi immersi, mediante la grazia santificante, nel mistero trinitario del Padre, Figlio e Spirito santo, noi camminiamo in santità di vita.

Una santità che passa attraverso l’invocazione continua dello Spirito, perché mandi a noi dal cielo un raggio della sua luce, sia nostro dolcissimo sollievo e nella fatica sia il sicuro riposo, nel caldo il refrigerante riparo, nel pianto il vero conforto.

A Lui, luce beatissima, chiediamo che pervada l’intimo del nostro cuore, ci dia la forza necessaria per combattere il male e il peccato, ci purifichi da tutto ciò che non rispecchia lo splendore della gloria di Dio, rendendo la nostra vita più docile all’azione dello Spirito di verità, superando la durezza dei nostri cuori e dei nostri bassi sentimenti, nella speranza di raggiungere il punto conclusivo della nostra vita, con il passaggio all’eternità, facendo una santa morte per essere accolti nella pace del Regno eterno della Santissima Trinità.

Allo Spirito Santo ci rivolgiamo con questa mia umile e semplice preghiera:

Spirito di verità, guidaci al possesso dei beni eterni, mediante quella grazia santificante che doni ai fedeli nei sette sacramenti.

Spirito d’amore insegnaci a guardare le persone e il mondo con gli stessi occhi misericordiosi di Dio Padre e di Gesù Cristo, redentore dell’umanità.

Spirito della gioia, allontana da noi le tenebre del peccato e della tristezza dell’anima ed aiutarci a confidare pienamente nella salvezza eterna..

Spirito dell’unità e della diversità, donaci la consapevolezza che nella pluralità dei carismi si costruire l’armonia e la sinergia tra noi e Dio.

Spirito che tutto sai e puoi, ascoltaci ed esaudiscici in queste nostre umili e semplici preghiere e richieste che ti rivolgiamo in questo giorno della tua discesa su di noi Amen.

P.RUNGI. SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE DI N.S.GESU’ CRISTO- DOMENICA 13 MAGGIO 2018

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)
GESU’ E’ ASCESO AL CIELO E SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE

Domenica 13 maggio 2018

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, che abbiamo contemplato in questi quaranta giorni del tempo pasquale come il Risorto in mezzo ai suoi discepoli, con i quali dialoga, mangia e si intrattiene, ma anche invia ed indica la strada della risurrezione nella logica della Pasqua sua e nostra. Oggi, infatti, si completa il cammino nel tempo del Redentore, morto e risorto, in quanto con la sua ascensione al cielo, Egli siede definitivamente alla destra del Padre, per poi, un giorno ritornare per giudicare i vivi e i morti, nel giudizio finale e nel secondo e definitivo avvento sulla terra. Nella preghiera inziale di questa solennità, la colletta, preghiamo con queste significative parole, che hanno attinenza al mistero della gloria: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. La chiesa pellegrina è in cammino verso l’eternità e tra il già e il non ancora continua a svolgere la sua missione nel nome del Signore su mandato esplicito del Cristo che ascende glorioso e vittorioso al cielo, come ci ricorda il brano del Vangelo di Marco che si proclama in questa solennità: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». E di fatto gli apostoli partirono e fecero esattamente quello che Gesù aveva loro ordinato di fare. Infatti “predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.

Nel brano degli Atti degli apostoli che riguarda proprio il momento in cui Gesù ascende al cielo è tratteggiata la storia della vita di Cristo, in modo sintetico, ma efficace, per capire esattamente chi era Cristo per i discepoli e per la chiesa delle origini e chi deve essere Cristo, per noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana. Allora Gesù “si mostro vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. Poi, “mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Gesù torna in cielo e manda dal cielo il suo Spirito Paraclito, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti. Tra Ascensione e Pentecoste si gioia la vita umana e spirituale del gruppo degli apostoli invitati da Gesù a restare in attesa del Paraclito e poi inviati nel mondo ad evangelizzare. Ed essi me saranno testimoni di Cristo a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra. La promessa di Cristo si è realizzata, se oggi, la Chiesa, il Vangelo e la conoscenza dell’unico salvatore del mondo hanno raggiunto gli estremi confini del mondo terrestre per oltrepassare la stessa terra e collocarsi come annuncio di vita e speranza nell’intero universo, sempre più alla portata della conoscenza dell’uomo, mediante la tecnologia di oggi.

Oltre il predicare e l’annunciare il vangelo in tutto il mondo ed invitare a conversione chi è lontano dalla fede e non conosce affatto Dio, c’è per ogni cristiano il diritto-dovere di testimoniare Cristo con una degna condotta di vita, come ci ricorda il brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini: comportarsi in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore e avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

Curare l’unità nella diversità dei carismi è un altro importante compito che spetta ad ogni credente e cattolico vero: Noi dobbiamo essere “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

La pluralità dei doni e dei carismi non ci deve spaventare, ma arricchirci e stimolarci a fare sempre di più e meglio a gloria di Dio: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

Un cammino difficile quella dell’unità, ma tutti dobbiamo lavorare per raggiungerla ovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo. Nulla ci deve portare lontano da Dio e dagli altri, ma tutti dobbiamo convergere verso un’unità vera e sostanziale che si fonda, si struttura nel tempo e organizzativamente come docilità allo Spirito Paraclito, che è accoglienza dei vari carismi che Egli suscita nella chiesa e per la chiesa.

Con il salmista eleviamo al Signore il nostro inno di lode e di ringraziamento per tutto quello che ci ha donato da sempre: “Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni. Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo”.

A questo trono rivolgiamo oggi il nostro sguardo nella liturgia solenne dell’Ascensione al cielo di nostro Signore, perché con lo sguardo fisso sulle cose di lassù, ma operando con sapienza su questa terra, possiamo meritare anche noi di essere accolti tra i beati del cielo, dove Gesù è asceso e ci attende, perché è andato a preparare per ognuno di noi un posto in prima fila per tutti i suoi figli.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 6 MAGGIO 2018

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VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)
 
Domenica 6 maggio 2018
 
Dio non fa preferenze di persone, noi invece sì.
 
Commento di padre Antonio Rungi
 
Gli Atti degli Apostoli ci offrono un bellissimo dialogo tra Pietro e Cornelio, il quale si rivolge a Pietro per entrare anch’egli nel cammino della fede. Non essendo cristiano, ma pagano, sente il bisogno di chiedere quello che avverte profondamente nel suo cuore: fare parte della comunità dei credenti. E come leggiamo nel brano della prima lettura di oggi, sesta domenica del tempo di Pasqua, ciò avviene in quel preciso momento. Pietro, responsabile, in primis, di avviare alla fede o di confermare nella fede, procede nella direzione che il Signore gli indicava non solo in questa circostanza, ma in ogni altra, quando avvertiva il desiderio sincero e profondo di chi non era cristiano e voleva di convertirsi al Dio vivendo, mediante il battesimo. Con questo modo di operare, aperto all’universalità della salvezza, qualcuno che si sentiva privilegiato, come i circoncisi, i quali “si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio”.
D’altra parte, la consapevolezza che la salvezza portata da Cristo sulla terra era per tutti gli uomini, spinge Pietro e gli altri apostoli a procedere secondo il mandato del Divino Maestro di annunciare in vangelo, battezzare e portare alla fede quanti riconoscevano in Gesù il vero ed unico Messia e Salvatore del mondo. Ecco perché nel testo di oggi, Pietro giustamente afferma: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo”.
 
Dio non fa quindi preferenze verso qualcuno. Questo atteggiamento e comportamento, purtroppo, lo abbiamo noi esseri umani e mortali che agiamo in base a simpatie e a quant’altro che ci porta a preferire alcuni e a scartare gli altri. Questo avviene nella società, ma anche nella chiesa, in quelle comunità e realtà, i cui alcuni si sentono migliori degli altri o più santi e in diritto di ricevere qualcosa di più da Dio, rispetto a chi alla fede ci è arrivato in tempi successivi e dopo una profonda e sincera conversione. E’ chiaro il messaggio che oggi ci viene inviato e che dobbiamo recepire, soprattutto nel contesto, della multicultura e intercultura a livello religioso, che caratterizza la nostra società globalizzata. Nessuno si deve sentire un prescelto da Dio e un prediletto, ma tutti dobbiamo avere la consapevolezza che “Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. A Dio sono gradite ed accette le persone che amano, sperano e sono giuste.
 
E sul tema dell’amore sono, infatti, incentrati i testi giovannei relativi alla seconda lettura e al Vangelo della sesta domenica di Pasqua, che potremmo definire dell’amore di Dio.
Leggiamo, infatti, nel brano della prima lettura di San Giovanni Apostolo che Dio è amore e a questo amore deve alimentarsi l’amore fraterno, frutto di un amore sincero verso Cristo, nostro Redentore.
San Giovanni ci invita ad amarci gli uni gli altri, “perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio”. Questo amore trova la sua piena manifestazione nel fatto che “Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”.
In cosa consiste, allora, l’amore cristiano? Consiste nel fatto che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”.
Gesù Cristo Crocifisso e risorto dai morti è il punto di riferimento dell’amore vero di ogni credente e di ogni persona di buona volontà, che vuole percorre la strada della santità.
Ecco perché nel testo del Vangelo di oggi, Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, raccomanda importanti cose da fare, se lo si accetta qual è il Messia, il Maestro e il Salvatore: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Amore e gioia sono strettamente legati nella vita di un cristiano e Gesù lo ribadisce in questo brano del vangelo, ponendo l’attenzione sul fatto che dal vero amore scaturisce la vera gioia nel Signore.
E l’amore e la gioia sono legati all’osservanza dei comandamenti, sintetizzati nell’unico grande comandamento: “che vi amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato”.
E come si esprime concretamente questo amore? Gesù risponde in prima persona e con il sacrificio della sua vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.
L’amore è coinvolgimento, condivisione, confidenza, apertura di se stesso agli altri. E quello che ci ha insegnato Gesù, nello scegliere noi e tutti i suoi discepoli, quando afferma: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.
Fondamentale dovere di quanti si professano cristiani è, quindi, amarsi, come ci ha amato Cristo.
Ma sappiamo quanto sia difficile viverlo concretamente questo amore, dove ci sono gelosie, invidie, arrivismi, interessi personali, aspirazioni incompatibili con il messaggio della croce di Cristo.
Cose che, purtroppo, si verificano nelle famiglie, nelle comunità ecclesiali, religione, nella società civile e nella globalizzazione dell’indifferenza, come ci ricorda Papa Francesco.
In questa domenica siamo invitati, perciò, a recuperare l’amore in ogni luogo e soprattutto in quei luoghi dove si parla di amore, ma non si vive l’amore e di amore, ma solo di ciò che apparentemente è amore.
Sia questa la nostra preghiera, oggi, nel giorno di festa che per antonomasia è il giorno in cui maggiormente dobbiamo vivere l’amore verso Dio e verso i fratelli con un cuore profondamente improntato al vangelo della carità: “O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 29 APRILE 2018

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 29 Aprile 2018

Potare i tralci secchi perché tutta la vite si rigeneri

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa quinta domenica di Pasqua, tratto dall’Evangelista Giovanni, ci porta in campagna ad osservare la vigna e la vite, che come ben sappiamo produce uva e dall’uva viene poi prodotto il vino.

Gesù non ci invita ad essere agricoltori e potatori di viti vere e reali, ma, attraverso questa immagine tratta dalla vita agricola, ci invita a capire e a valutare il nostro grado di appartenenza alla chiesa, da Lui fondata e inviata nel mondo a portare frutti di gioia, pace e fraternità.

Come in tutte le vigne e le viti ci possono essere tralci che non vanno, non producono più, anzi assorbono linfa e la vite rischia di essiccarsi e morire.

Cosa si fa allora in agricoltura? Si pota, perché i rami secchi vadano buttati via e bruciati, mentre quelli che potenzialmente possono continuare a produrre uva, si potano e così danno più uva, più saporita e giovane.

Ebbene, l’immagine assunta da Gesù per illustrare il cammino che la sua chiesa deve fare è utile per capire, come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo testimoniare in quanto discepoli di Cristo: bisogna rimanere in Cristo, radicati profondamente in Lui, perché chi rimane in  Gesù e Lui noi porta molto frutto, perché senza di Cristo non possiamo far nulla.

Non illudiamoci che possiamo fare tutto o poco senza Cristo. Senza di Lui non possiamo neppure alzarci al mattino e aprire gli occhi al nuovo giorno che inizia. Tutto è possibile in Lui e con Lui, in quanto nulla è impossibile a Dio. Per cui, chi non rimane in Cristo e si allontana da Lui con il peccato o rinnegando la propria fede, viene gettato via come il tralcio, che poi secca e di conseguenza lo raccolgono per gettarlo nel fuoco e bruciarlo.

Sono immagini tratte dalla vita contadina e che, se trasferite su un piano spirituale, come è facile capire dal discorso fatto da Gesù, si riferiscono al nostro agire, in vista dell’eternità.

La vite è Cristo, la linfa è la sua grazia, l’essere ancorati a Lui, significa crescere in santità di vita. Allontanarsi da Lui, significa vivere nel peccato, senza grazia che ci santifica, con le conseguenze ben note di rischiare la condanna eterna ed essere gettati nel fuoco dell’inferno, rappresentato dal tralcio secco, tagliato e bruciato. Forte appello a cambiare stile di vita ed a improntare tutto il nostro essere cristiani sulla grazia che ci fortifica, ci santifica e ci prepara per il Paradiso.

Come realizzare questo progetto di santità, mediante la grazia, la vera linfa vitale della nostra anima?

Ebbene ci viene in aiuto san Giovanni con la sua prima lettera inserita nei testi biblici di oggi, come seconda lettura della parola di Dio: “non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”; poi nella comunione con Cristo, il nostro cuore si rassicura, qualunque cosa esso ci posa rimproverare, se abbiamo una coscienza retta e sensibile.

Dio, infatti è infinitamente più grande del nostro povero e limitato cuore, in quanto a Dio è noto tutto.

Davanti ad una presa di coscienza delle nostre debolezze o delle nostre ricchezze, bisogna pure capire una cosa importante: “se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”.

Da dove partire allora per essere graditi a Dio? “Credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato”.

L’amore ci radica profondamente in Dio. Infatti, chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”.

L’altro mirabile esempio di come l’amore possa trasformare il cuore di un peccatore in un santo, di un violento in un pacificatore, di un ateo in un credente, di un persecutore in apostolo del Signore, è Paolo di Tarso, di cui gli Atti degli Apostoli ci parlano, oggi, nel brano della prima lettura, in modo speciale del suo ingresso ufficiale nella Chiesa di Gerusalemme, nella quale il suo nome era noto e la sua persona molto temuta per l’odio che nutriva verso i cristiani. Fu Barnaba, compagno dei viaggi apostolici di Paolo, a presentare Paolo alla comunità e ad assicurarla sulla sua persona, in quanto lungo la via di Damasco aveva visto il Signore “che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo”. Per difenderlo da queste minacce, Paolo su disposizione della Chiesa di Gerusalemme fu trasferito a Tarso.

Nonostante questi problemi di gestione e di organizzazione della Chiesa, essa “era in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.Una chiesa in espansione, che si apre al nuovo, alle nuove realtà locali, una chiesa che varca i confini di ogni tipo, una chiesa, come ci ricorda Papa Francesco, in uscita per incontrare e non per stare alla poltrona in attesa che arrivi qualcuno per essere accolto al suo interno, nella comodità massima e nella mondanità del modo di pensare e vivere di chi già ha consolidato il suo essere superficiale e improduttivo all’interno della stessa Chiesa.

Per cui, sia questa la nostra umile preghiera che eleviamo al Signore in questo giorno di festa: “O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace”.

 

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI PASQUA DEL BUON PASTORE. IL COMMENTO

RUNGI2015

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 22 arile 2018

 

Pastori, mercenari e lupi rapaci
Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa.

Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale.

Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che diano la vita per i fedeli, vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si stanchino mai di cercarla, se è uscita dall’ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.

 

Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”.

Gesù, quindi, si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza.

Gesù prende, tuttavia, le distanze dalla figura del mercenario, “che non è pastore e al quale le pecore non appartengono” e fa le cose per scopi economici; se costretto, addirittura abbandona il gregge e scappa via da esso, quando vede i lupi avvicinarsi. Il mercenario, infatti, se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

E’ un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, dal guadagno, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge e tutto fa per amore.

 

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non si cura il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e dopo di loro a tutti i successori di Pietro e degli Apostoli, cioè il Papa e i vescovi.

 

Chi è questo lupo? Certamente l’immagine usata da Gesù, tratta dalla pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura.

Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo, della Pasqua di Cristo, del Vangelo della vita e della gioia e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.

 

Gesù, invece, si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole, c’è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.

 

Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore di Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l’umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono dal suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un’anima sola, sotto la guida dell’unico pastore, che è Cristo.

 

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell’ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

 

Solo in Cristo c’è la vera e certa salvezza dell’uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

 

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l’unzione battesimale, crismale e sacerdotale:

Gesù, Buon Pastore

prenditi cura di ognuno di noi,

noi che ci siamo persi e smarriti,

rincorrendo falsi idoli.

 

Gesù insegnaci a prenderci cura

di quanti sono in necessità

ed hanno bisogno

di un’attenzione speciale.

 

Tu, Pastore Buono ,

che hai dato la vita per il tuo gregge,

imprimi nel nostro cuore

e nella nostra mente

il coraggio di affrontare ogni prova

dell’esistenza terrena.

 

Allontana da noi, Signore,

tutti i lupi rapaci

che sono nemici della Tua Croce

e aggrediscono il tuo amato gregge,

con il solo intento di disperderlo

e di dividerlo per sempre.

 

Signore fa che i ministri

della tua santa Chiesa,

siano modelli di vita,

nel loro agire di pastori

attenti e premurosi

verso ogni persona

affidata alle loro cure spirituali.

 

Manda nella tua messe,

sempre più bisognosa di operai,

persone capaci di donarsi senza limiti

e che sappiano affrontare

ogni nemico del tuo Regno,

che lavora silenziosamente

per far smarrire le pecorelle,

per separare il pastore dal suo gregge

e il gregge dal suo unico e vero pastore,

che sei Tu, o Gesù,

morto e risorto per noi.

 

Nessun mercenario,

o Buon Pastore,

trovi posto e accoglienza,

nel gregge che Tu hai costituito

e che guidi verso i pascoli eterni

del santo Paradiso,

dove speriamo di giungere,

al termine dei nostri giorni,

accolti dalla tenerezza materna

della Beata Vergine,

Buon Pastora del Tuo Regno.

Amen