P.RUNGI. OMELIA PER LA DOMENICA DELLE PALME 2018

DSC00095

DOMENICA DELLE PALME (ANNO B)

25 marzo 2018

Palme e croce i segni distintivi della Domenica di Passione

Commento di padre Antonio Rungi

La domenica delle Palme è un giorno speciale per tutti i cristiani, per quanti credono ancora nel valore del perdono, nella riconciliazione e in Colui questa riconciliazione l’ha operata con la sua morte in croce: Gesù Cristo.

Due i simboli di questo giorno: la palma e la croce. Per un certo verso sono strettamente legati tra loro, in quanto indicano la stessa cosa: il martirio e la pace di Cristo e in Cristo.

Con il simbolo della palma, noi cristiani, quale segno di pace, vogliamo esprimere il nostro sincero desiderio di riconciliarci con quanti non sono in pace con noi ed hanno qualche conto sospeso con la nostra persona.

Questa è la giornata giusta per fare quel passo verso la comunione, che è richiesto per celebrare degnamente la Pasqua di quest’anno e di ogni altro anno.

Con questo segno Gesù viene accolto in Gerusalemme, prima della sua passione, morte e risurrezione, cioè prima della Pasqua, dalla gente che lo proclama Messia e il Benedetto da Dio, Colui che viene nel nome del Signore per portare pace e giustizia nel mondo.

Nel rito della Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che precede la santa messa, con la lettura del racconto della passione di Gesù, il sacerdote rivolge al popolo una breve esortazione, per illustrare il significato del rito e per invitarlo a una partecipazione attiva e consapevole: “questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall’inizio della Quaresima. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione”.

Siamo invitati ad accompagnare Cristo lungo le vie di Gerusalemme nel momento della festa e dell’accoglienza, ma anche nel momento della tristezza e del rifiuto.

Gioia e dolore, palma e croce camminano insieme sulle strade della vita di ogni vero cristiano che si pone alla sequela di Cristo, con la perfetta convinzione di fare cosa saggia, se ascolta la voce autorevole del Maestro, che sale in cattedra in questo tempo di Passione, per parlarci di amore e riconciliazione.

Questo cammino di sequela è espresso, oggi, dalla breve o lunga processione che si fa dal luogo dove si benedicono le palme fino alla Chiesa.

Qui, una volta giunti nel luogo sacro la liturgia prosegue con la proclamazione della parola di Dio, particolarmente adatta al contesto della celebrazione della domenica di Passione, con il testo del profeta Isaia, del terzo carme del servo sofferente di Javhè, con il Salmo 21, con la lettura dell’inno cristologico di San Paolo Apostolo, tratto dalla sua lettera agli Efesini e con la lettura del racconto della passione tratto dall’Evangelista Marco.

Il profeta ci mette davanti a noi l’immagine del messia sofferente e crocifisso, facendo risaltare il coraggio e la determinazione del Figlio di Dio nell’andare incontro alla sua passione e morte in croce: “Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare deluso”.

Da parte sua l’Apostolo Paolo ci ricorda, come esempio di vita e come testimonianza di un amore infinito, che “Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato”.

Questa umiliazione si identifica con l’accettazione della Passione e della morte in croce.

Mentre l’evangelista Marco ci fa immergere con il suo racconto nell’esperienza della sofferenza del nostro amatissimo Gesù Lui, che, come ascolteremo nel Prefazione “era senza peccato accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

Di questa missione portata a compimento da Gesù, siamo tutti perfettamente coscienti e consapevoli e nel celebrare anche quest’anno la domenica della riconciliazione, vogliamo rinnovare il nostro impegno, davanti a Cristo Crocifisso, di vivere in pace con tutti e portare pace ovunque.

La palma e la croce, simboli di questa domenica di passione sono impegni di vita e per tutta la vita, per tutti coloro che con i fatti seguono davvero Cristo, dal suo ingresso festoso in Gerusalemme, all’apparente sconfitta della croce, perché la sua croce non è stoltezza né follia, ma sapienza e saggezza, in quanto la croce di Gesù è amore e soprattutto vita e risurrezione.

Buona domenica delle Palme a tutti.

LA VIA CRUCIS COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI PER IL VENERDI’ SANTO 2018

DODICESIMA STAZIONE

VIA CRUCIS – VENERDI’ SANTO 2018

TESTI E PREGHIERE

DI PADRE ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

INTRODUZIONE

Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati (Gal 6,14)

<<Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo>>.

La Via della croce, è una via difficile da percorrere. Una via che richiede il coraggio di salire con Cristo al Calvario, accettando, con fede, tutto quello che tale cammino ci chiede di fare.

Nel silenzio, nella sofferenza, nel totale abbandono alla volontà di Dio, che ci chiede di essere vicini al suo Figlio, Gesù Cristo, almeno nel momento culminante della sua vita, sforziamoci di accogliere questo invito e condividere con Cristo il momento della croce e della sua donazione per tutti noi.

 

Preghiamo: Signore insegnaci a seguirti sulla via della Croce per essere tuoi veri discepoli, senza porre ostacoli di nessun genere al cammino che ci porta a vivere totalmente in Te. Amen

PRIMA STAZIONE

GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 10-15)

<<[Pilato] sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato [Gesù] per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”.  Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Ma Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Allora essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso>>.

 

L’unico vero innocente di tutta la storia dell’umanità, per un assurdo gioco di potere, di odio e di avversità, viene condannato ingiustamente alla morte più terribile ed ignominiosa di tutti i tempi.

Quell’innocente è il Figlio di Dio, venuto sulla terra, per portare la gioia, l’amore e la giustizia, fondata sulla verità e sulla universale capacità umana di superare ogni steccato ed ogni limite della propria mente e della propria visione dell’esistenza.

Ricordiamo in questa stazione tutti gli innocenti condannati a morte o alle varie pene e carcerazioni nel corso dei secoli, a partire dai piccoli Santi Innocenti.

Preghiamo: Signore, Tu l’innocente, noi i rei e i peccatori. Tu in croce e noi liberi di continuare a fare il male e a rincorrere verità e giustizia per tutti noi, incapaci di uscire dal buio e dalle tenebre dell’errore. Amen.

SECONDA STAZIONE

GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,16-20)

<<Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo>>.

Gesù, il primo atto dell’esecuzione a morte, che i tuoi carnefici avevano decretato, è stato quello di caricarti della croce, il legno, sul quale, da lì a poche ore saresti stato crocifisso. Ti hanno caricato di questo pesante strumento di morte e Tu in silenzio hai iniziato il cammino verso la meta finale del Calvario. Esempio per tutti noi che, pur coinvolti a portare le nostre piccole o grandi croci quotidiane, spesso ci lamentiamo, protestiamo e scarichiamo sugli altri i nostri pesi e le nostre responsabilità.

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che non hanno pazienza e forza per portare la fatica della vita e il peso del soffrire e del patire umano.

 

Preghiamo: Gesù, donaci la forza di saper accettare le nostre croci e di guardare con grande rispetto ed attenzione alle croci dei nostri fratelli, che, molto frequentemente, sono più dure e pesanti delle nostre. Amen.

 

TERZA STAZIONE

GESU’ CADE LA PRIMA VOLTA SOTTO LA CROCE

Dal libro del profeta Isaia  (Is 53, 4-5)

<<Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità>>.

 

E’ nella costituzione di ogni essere umano che sotto la fatica, la stanchezza e il dolore si possa cadere nel viaggio della vita. Tu Gesù, per la prima volta, cadi lungo la strada che dalla città santa, ti porterà al Calvario, il luogo del cranio, fuori dalle mura, dove sarai crocifisso perché così deciso dalle autorità politiche e religiose del tempo. La tua prima caduta rammenta a noi, esseri mortali, le nostre prime volte in tante cose che hanno segnato la nostra storia personale nel peccato, dalle quali ci siamo ripresi nella speranza di non dovere più cadere. Non è stato così, più volte siamo caduti, come è successo a Te, e più volte ci siamo rialzati con la tua grazia.

Ricordiamo in questa stazione tutti i nostri fratelli nella fede che sentono il peso dei propri errori e dei propri peccati, soprattutto contro la vita nascente e la difesa della dignità della persona umana.

 

Preghiamo: Gesù donaci la grazia di non peccare più e di pentirci dal profondo del nostro cuore dei nostri piccoli o grandi errori, ripetuti senza la minima consapevolezza che ogni peccato da noi commesso è un’offesa a Te, a noi stessi e alla Chiesa. Amen.

 

 

QUARTA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LA SUA SANTISSIMA MADRE

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 34-35. 51)

<<Simeone parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore>>.

Come in tutti i momenti più sofferti della vita chi ti trovi vicino? Proprio colei che ti ha dato la vita. Così è per noi e così è stato per Te Gesù. Lungo la strada del Calvario Ti sei incontrato con la Tua Madre. Non avete proferito parole, vi siete capiti con uno sguardo, lo sguardo dell’amore e del perdono. Possano le mamme di questo mondo curare l’amore verso i figli e seguirli soprattutto nei momenti più duri della loro vita.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le mamme che si sacrificano quotidianamente per i loro figli, specialmente verso quelle creature con seri problemi di salute.

 

Preghiamo: Gesù nell’incontro con la tua Santissima Madre, lungo la via del Calvario, ci aiuti a comprendere quanti sia importante camminare insieme, nell’unità della famiglia naturale e nella famiglia ecclesiale, sulle strade della vita, non sempre facili da percorrere, soprattutto se sono in salita ed hanno una meta ben precisa: quella della risurrezione e della vita. Amen

 

QUINTA STAZIONE

GESU’ E’ AIUTATO DAL CIRENEO A PORTARE LA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15, 21)

<<Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce>>.

Costringere qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà è sempre una violenza, soprattutto quando si tratta di portare la croce degli altri e assumere responsabilità non proprie. Questo uomo di Cirene, passato alla storia della cristianità, ci aiuta a capire il dramma di tante persone costrette a fare cose ignobili per la prepotenza di chi comanda e che schiaccia la libertà e sopprime ogni diritto della persona. Gesù non chiede di essere aiutato, in questo caso, e certamente quando si è visto sollevare, almeno per un pò, dal peso della fatica della croce, ha guardato con occhio di amore e comprensione Simone di Cirene, che da quello sguardo di gratitudine di Gesù ha ricevuto la giusta consolazione.

 

Ricordiamo in questa stazione quanti in questo nostro tempo sono schiacciati dai potenti della terra, che negano loro ogni diritto naturale e civile e che spesso sono violati nelle cose più sacre e nei valori più essenziali.

 

Preghiamo: Gesù, lungo la via del Calvario hai incontrato una persona che ti ha aiutato, forse contro la sua stessa volontà, a portare, per un tratto, la tua croce. Donaci la forza di prendere sulle nostre spalle le croci di quanti sono nelle molteplici situazioni di dolore di questo nostro mondo. Vogliamo essere, anche noi, per tutto il tempo necessario, a sollevare le sofferenze degli altri, i Cirenei del XXI secolo, che con Cristo salgono il Calvario di questa umanità. Amen.

 

 

SESTA STAZIONE

GESU’ E’ ASCIUGATO IN VOLTO DALLA VERONICA

 

Dal libro del profeta Isaia (Is 53, 2-3)

 

<<Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia>>.

 

Gesù, lungo la via della tua croce, hai ricevuto un gesto bellissimo, tipico della sensibilità femminile. Dopo l’aiuto dell’uomo, è arrivata la tenerezza di una donna che ti asciuga il volto, mentre sali il Calvario, tra sofferenze indicibili, al punto tale che lasci il segno di questo tuo volto insanguinato su quel panno bianco, su quella tovaglia nitida, reliquia della tua passione e morte in croce. Veronica sarà il nome di ogni donna che asciuga le lacrime e il sangue versato dalle persone che amano e sanno perdonare.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le donne del mondo, soprattutto quelle che sono offese nella loro dignità, sono state umiliate e violentate. Ricordiamo tutte le donne che hanno una sensibilità umana ed una tenerezza speciale verso chi soffre ed è abbandonato.

 

Preghiamo: Grazie Gesù che ci dai l’opportunità, mentre vai a Calvario, di apprezzare il gesto di questa straordinaria donna coraggiosa che va incontro a Te per donarti un temporaneo sollievo e per pulire il tuo volto e i tuoi occhi perché Tu veda meglio le debolezze e le cattiverie del genere umano e sappi apprezzare l’operato di quanti, nel tuo nome, si fanno Veroniche lungo le strade tortuose di questo mondo. Amen.

SETTIMA STAZIONE

GESU’ CADE LA SECONDA VOLTA SOTTO LA CROCE

 

Dal libro delle Lamentazioni (Lam 3, 1-2. 9. 16)

 

<<Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce… Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri… Mi ha spezzato con la sabbia i denti,

mi ha steso nella polvere>>.

 

Cadere e ricadere è la realtà della vita di ogni essere umano. E’ la debolezza della natura umana. E questo non solo riguarda la sfera biologica e fisica, ma soprattutto quella interiore e morale. In questa seconda caduta di Gesù, di cui, come della prima, non parlano i testi sacri, troviamo un preciso richiamo a prendere coscienza delle nostre mancate promesse fatte a Dio. Non sappiamo calcolare bene ciò che realmente possiamo fare da soli: nulla. Con l’aiuto di Dio e con la sua grazia possiamo fare molto, basta che non abbandoniamo la strada della fede che abbiamo intrapreso e che ci invita a fissare il nostro sguardo sul Cristo pellegrino tra i vari monti del dolore di questo mondo.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che persistono in una situazione di peccato e che danno evidente scandalo con il loro modo di comportarsi.

 

Preghiamo: Signore converti il nostro cuore all’amore. Facci comprendere che vivere nella tua santa grazia, lontani da ogni caduta di ordine morale e spirituale, ci aiuta nel cammino della santità, il cui centro è la tua e nostra Pasqua. Amen.

 

OTTAVA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LE PIE DONNE DI GERUSALEMME

Dal Vangelo secondo Luca  (Lc. 23, 28-30)

 

<<Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”>>.

 

La strada del Calvario, percorsa da Gesù, è disseminata da tanti personaggi, tra cui un consistente gruppo di donne pie che, chiaramente vicine a Gesù, piangono nel vederlo soffrire e in quella estrema condizione di dolore. Gesù apprezza questo loro gesto di empatia e di vicinanza al suo dolore, ma coglie l’occasione per invitare quelle donne, per lo più tutte mamme, a riflettere sulla condizione dei propri figli, in considerazione del fatto che saranno trattati più duramente da chi ha in mano il potere. L’invito a versare lacrime di dolore sul frutto del loro grembo, i figli, è chiaro riferimento alle sofferenze che intere generazioni, nel nome di Cristo dovranno soffrire, a partire dai primi martiri.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le mamme del mondo in pena per i loro figli, per motivi di salute, di mancanza di lavoro, di conforto e di sostegno di ogni genere.

 

Preghiamo: Signore dona conforto e speranza a tutte le madri di questa valle di lacrime, nella quale è più frequente l’esperienza della sofferenza e meno quella della gioia. Sii vicino alle madri che sperano in un mondo migliore per i loro giovani figli. Amen.

NONA STAZIONE

GESU’ CADE LA TERZA VOLTA SOTTO LA CROCE

 

Dal libro delle Lamentazioni (Lam. 3, 27-32)

 

<<È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia>>.

 

Non c’è due senza tre, dice un antico motto sapienziale, per dire che è possibile cadere non una, ma più volte, nonostante le nostre promesse. La stessa cosa accade a Gesù, nel suo viaggio al Calvario. Anche se non è citato nel vangelo questa triplice caduta sotto il legno della croce, il fatto che sia stata inserita nel rito tradizionale della Via Crucis, limitandosi al numero tre, sta ad indicare la perfezione nel dolore di Cristo che tocca il vertice cadendo a terra, sulla quale sono passati i suoi piedi santissimi, ridando a quella terra e a quella via di Gerusalemme la giusta valorizzazione per raggiungere la meta finale del Regno.

 

Ricordiamo in questa stazione quanti si sono allontanati definitivamente dalla fede e non praticano più la religione cattolica. Senta, ognuno, di loro il bisogno di ritornare alla casa del Padre e di rialzarsi.

 

Preghiamo: Donaci o Gesù la forza di combattere i dubbi che attanagliano la nostra mente e non ci fanno credere fermamente in Te. Aumenta la nostra fede con la forza della preghiera e dell’ascolto di Te, che sei la Parola di Dio vivente. Amen.

DECIMA STAZIONE

GESU’ E’ SPOGLIATO DELLE  SUE VESTI

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 24)

<<I soldati si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere>>.

 

Nudi siamo venuti al mondo e nudi ce ne andiamo da questo mondo. Gesù viene denudato, prima di essere crocifisso, e spogliato della tunica, di un solo pezzo, per insegnare a noi il distacco da ogni cosa di questa terra. Nulla ci porteremo nell’eternità e tutto lasceremo in eredità. La miseria umana, l’attaccamento alle cose materiali fanno sì che i soldati si giochino a sorte la tunica di Gesù per entrarne in possesso, non come bene spirituale, ma come bene materiale da usare o da spendere sul mercato dell’usato. Gesù spogliato di tutto e alcuni ricchi di tutto, al punto tale che la ricchezza non fa più vivere e addirittura ci mette nella condizione di essere seriamente preoccupati per le cose che possediamo e per la fine che faranno una volta che non siamo più a conteggiare o aumentare quello che già è in nostro possesso e nella nostra disponibilità.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che sono avidi di denaro e che curano la cultura dell’avere, piuttosto che quella dell’essere. Possano ritornare sulla retta strada del distacco dal possesso terreno.

 

Preghiamo: Signore fa che nulla anteponiamo al tuo amore e alla tua amicizia. I beni della terra non ci distraggano dal possesso pieno e duraturo dei beni del cielo, quelli che ci danno la vera gioia e la felicità autentica. Amen.

UNDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ INCHIODATO SULLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc.15, 25-27)

 

<<Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra>>.

 

Essere inchiodato sulla croce, per Gesù è stato un dolore inimmaginabile per il procedimento adottato, con la perforazione delle mani e dei piedi, utilizzando chiodi di spessore consistente per reggere il corpo una volta elevato dalla terra e conficcata la croce nel terreno. Un dolore doppiamente avvertito per l’aspetto umano e spirituale, davanti alla tanta ingratitudine del genere umano. Lui che era passato beneficando tutti e sanando ogni sorta di malattia, si trova bloccato mani e piedi al patibolo più infamante della storia dell’umanità. Eppure Gesù permette questo strazio, ben sapendo che sarà limitato il tempo per l’uomo in cui, impunemente, può violare il suo corpo, inchiodato sulla croce, in attesa della risurrezione.

 

Riordiamo in questa stazione tutti i crocifissi della storia dell’umanità, soprattutto quelli di religione cristiana, che sull’esempio del divino Maestro sono morti martiri per la fede.

 

Preghiamo: Signore dall’albero della croce volgi il tuo sguardo misericordioso sulle sofferenze di quanti sono costretti all’immobilismo totale a causa di malattie rare, non ben curate o ereditate o che sono rimasti inabili in incidenti di ogni genere. Dona a tutti Gesù il conforto nelle loro invalidità fisiche e mentali. Amen.

DODICESIMA STAZIONE

GESU’ MUORE IN CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 33-34. 37. 39)

 

<<Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì , Eloì , lema sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Ed egli, dando un forte grido, spirò …Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”>>.

 

Gesù muore in croce nel supremo atto di amore verso di noi. Tre ore di agonia, durante le quali pronuncia parole di infinita attenzione e preoccupazione verso di noi. Dal perdono chiesto al Padre per noi, alla promessa del paradiso al ladrone pentito, all’affidamento dell’umanità alla custodia della sua Mamma e all’accoglienza di Lei nella casa del discepolo prediletto, al grido di aiuto e di dolore rivolto al Padre in un momento di abbandono, al desiderio di essere dissetato nel corpo e nello spirito, al compimento dell’opera della redenzione, al momento della sua morte in croce. Ore in cui l’amore di Cristo Crocifisso rivela tutta la potenza costruttrice di un’umanità nuova, che sa accogliere la croce, la sa portare con dignità, la sa innalzare con orgoglio e la sa valorizzare per il bene e per la vittoria finale.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti i moribondi e tutti coloro che sono passati a miglior vita dopo un breve o lungo calvario di pene e sofferenze indicibili.

 

Preghiamo: O Gesù volgo il mio povero sguardo a Te che sei morto in croce, divenuta con Te il segno più evidente di un amore immenso e condiviso. Fa che dall’albero della croce sorgano tempi di vita e risurrezione per tutti gli uomini di questo mondo, in cui la croce non continui ad essere simbolo di morte e di violenza, a causa di un cuore senza amore. Amen.

 

TREDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO DALLA CROCE

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 42-43. 46)

 

<<Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce>>.

 

La legge della natura prevede che dopo la morte, passato il tempo necessario, il corpo riceva degna sepoltura. Per procedere a questo rito, Gesù viene calato dalla croce dalle persone più care della sua vita. Tra di esse c’è la sua Mamma, le pie donne, Giuseppe d’Arimatea e Giovanni, l’unico che era presente sul Calvario, alla morte del Signore. Con gesti di amore e di attenzione, con il dolore nel cuore, con la delicatezza di anime elette, Gesù scende lentamente dalla croce e viene deposto sulle ginocchia della sua Mamma. Nella sua nascita, come nella sua morte è la sua Mamma ad accoglierlo, prima nel grembo purissimo e, dopo la morte, tra le braccia e sulle ginocchia, simbolo della Terra riconciliata con il cielo, anche attraverso il Sì generoso di Maria, la Madre del Redentore e la Madre della Chiesa.

 

Ricordiamo in questa stazione le sofferenze delle mamme e dei papà per la perdita di un loro giovane figlio, per cause naturali o per altri motivi.

 

Preghiamo: O Gesù, tra le braccia e sulle ginocchia della tua amatissima Madre sei l’immagine della pietà che genera amore e conforto, nonostante la conclusione cruenta del tuo tempo cronologico tra di noi. Dal grembo di Maria Santissima fa sorgere, soprattutto oggi, un’umanità capace di andare oltre il tempo, la morte e il dolore, per aprirsi alla certezza dell’eternità, della vita, oltre la vita, e della gioia oltre i confini del soffrire. Amen.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO NEL SEPOLCRO

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 46-47)

 

<<Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto>>.

 

Gesù è deposto nel sepolcro, ma l’alba della risurrezione già risuona nel cuore di Maria e di tutti i veri credenti in Cristo. La morte non è l’ultima parola di Gesù e dopo di lui neanche per ogni essere umano che viene in questo mondo. L’ultima parola è la risurrezione e la vita. Quel sepolcro nuovo, preparato da Giuseppe e messo a disposizione di Gesù è già pieno di luce. Bisogna solo attendere un po’, appena tre giorni, e la pietra rotolata via per potenza divina, dirà al mondo che Cristo non è morto, ma è risorto e in Lui anche noi risorgeremo a vita nuova.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti i fratelli defunti, le anime sante del purgatorio e in particolare tutti i nostri parenti e familiari che sono morti e che attendono di raggiungere il Paradiso, nell’attesa della risurrezione finale, nel giudizio universale.

 

Preghiamo: Gesù vederti morto e deposto in una tomba, per quanto nuova ed accogliente, lascia dentro i nostri sguardi un po’ di tristezza, velata, ma vera. Sai, non sempre siamo in grado di pensare alla vita oltre la morte, soprattutto di fronte alla perdita di persone care. Donaci la grazia di essere forti di fronte alla perdita dei propri cari e di pensare alla risurrezione finale. Amen.

 

 

 

CONCLUSIONE

 

 

Secondo le intenzioni del Sommo Pontefice: Pater, Ave e Gloria.

 

Dagli scritti di San Paolo della Croce.

 

<<Fortunata l’anima che rivestita di Gesù Crocifisso e tutta permeata dalle sue pene santissime, se ne sta tutta immersa e inabissata nell’immenso amore della divina carità ed ivi, attratta da ogni cosa creata, si riposa nel seno dell’amato Bene>>.

 

 

Preghiamo: O Padre che hai dato come modello agli uomini Gesù Cristo nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, concedi a noi, che abbiamo percorso la Via Crucis, in ricordo della Passione di Cristo, di avere sempre presente questa suprema prova di amore, per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

  1. Il Signore sia con voi.
  2. E con il tuo spirito.

 

  1. Vi benedica Dio onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo.
  2. Amen

 

  1. Benediciamo il Signore.
  2. Rendiamo grazie a Dio.

P.RUNGI – COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 18 MARZO 2018

RUNGI1

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 18 marzo 2018

 

Vogliamo vedere Gesù per seguirlo sulla via della croce

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il desiderio di ogni essere umano e soprattutto credente è quello di vedere Dio, di contemplarlo fin da questo mondo. Questo grande desiderio di vedere Gesù, il Figlio di Dio, è espresso da alcuni Greci, nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni. Greci che erano saliti per il culto durante la festa. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

 

La curiosità è grande, di fronte anche alle persone umane conosciute e famose, come Gesù. Cosa successe dietro questo bisogno di carattere umano, e non certamente spirituale, è detto nel brano. Allora “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”.

I due apostoli si fanno, così intermediari tra la gente e Gesù. Gesù invece di dare ordine che questo avvenisse subito, fa un discorso agli apostoli impegnativo, in cui annuncia loro l’imminente sua passione e morte in Croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

 

La similitudine del seme di grano che muore e dà il frutto sperato, è una chiara lezione, a quanti vogliono conoscere e vedere Gesù, di fare esperienza autentica di abbassamento, di annichilamento e di umiltà. Infatti, Gesù dà un ottimo insegnamento a chi lo sta ascoltando in quel momento, e cioè di come rapportarsi alla vita e alla sua persona: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

 

Ed aggiunge in merito al tipo di sequela che è richiesta per mettersi sulle sue tracce: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”.

Ma Gesù rivela anche il suo stato d’animo in quel momento difficile della propria vita ed evidenzia con grande sensibilità umana e spirituale: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Gesù riafferma la sua missione salvifica e ripresenta il motivo della venuta tra gli uomini, quello appunto della Redenzione del genere umano. A conferma di quanto Egli sta affermando nell’assoluta verità di Figlio di Dio “venne una voce dal cielo, che diceva: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

 

Una nuova teofania di Gesù Figlio di Dio. Certamente qualcuno dei presenti è distratto da altri pensieri, che non erano quelli di Cristo e né tantomeno attinenti ad un atto di fede- Qualcuno dei presenti “diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Alla fine interviene Gesù stesso per fare chiarezza ed indicare la giusta interpretazione della voce ascoltata: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Parla chiaramente della lotta tra il bene e il male, tra Dio e Satana. Il principe di questo mondo non era e non è altro che il Demonio.

In questa lotta c’è Dio che vince con il segno della Croce, con la morte in Croce del suo Figlio. Infatti Gesù dice: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Gesù diventa dalla croce il polo di attrazione per tutti, verso il bene e la salvezza umana ed eterna.

Satana sarà sconfitto con la croce e la risurrezione di Cristo. Questo grande mistero della fede è spiegato attraverso il sintetico testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla Lettera agli Ebrei.

Infatti, il testo ci riporta ai giorni della Passione e Morte in Croce di nostro Signore, il quale nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Gesù è ascoltato dal Padre, perché come Figlio di Dio, “imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Nell’offrire la sua vita, nella totale obbedienza al Padre, Egli riconcilia l’umanità con il Creatore. Sulla Croce viene stipulata la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Cristo per la salvezza del mondo.

Alleanza temporanea e preparatoria alla venuta del Salvatore, di cui ci parla il testo del profeta Geremia, dell’Antico Testamento, nella prima lettura di questa quinta domenica di Quaresima.

“Ecco, verranno giorni nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri”. Si tratterà si un’alleanza fondata sull’amore, sul perdono, sul cuore, sulla generosità di Dio verso di noi e sul dono della vita del Figlio di Dio per l’umanità: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un perché tutti conosceranno l’amore di Dio che ci ha salvato, dal più piccolo al più grande. Un amore che avrà un nome certo: perdono, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.

 

Questa è la Pasqua che Cristo viene a celebrare, ed è la Pasqua in cui il vedere Gesù è soprattutto accarezzare il suo cuore mite ed umile che ama e perdona, perché si fa piccolo seme, che muore, per risorgere e ridare a noi la grazia e la vita oltre la vita.

 

Con il cuore pieno di gioia e di gratitudine a Dio ci rivolgiamo a Lui con queste parole di speranza: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.

E a Gesù sulla Croce chiediamo di insegnarci ad amare e a perdonare, con questa umile preghiera rivolta a Lui:

Signore, insegnaci ad amare come tu ci hai amati fino a dare la tua vita per noi sul patibolo della croce.

 

Signore, insegnaci ad amare come tu hai fatto nel corso della tua vita terrena, andando incontro alle sofferenze dei tanti fratelli e sorelle che si rivolgevano a Te, nella certezza di essere esauditi nel momento del bisogno o della normalità.

Signore, insegnaci ad amare fino a perdonare senza limiti i nostri nemici, a quanti ci hanno fatto del male, pensando di fare del bene e giustificandosi dietro false verità.

Signore, insegnaci a guardare in faccia la vita, senza timore di patire, soffrire e morire, perché la croce, portata nel tuo nome, il soffrire seguendoti sulla via del calvario, e il morire donando la propria vita per gli altri, rende gioiosa la nostra esistenza e ci predispone ad incontrare Te che sei l’Amore eterno, in perfetta comunione con il Padre e lo Spirito Santo, Amen.

P.RUNGI.COMMENTO ALLA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 11 MARZO 2018

DSC06289

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO B)
Domenica 11 marzo 2018

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente.

Commento di padre Antonio Rungi

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente. E’ questo in sintesi il messaggio che ci arriva dalla parola di Dio della quarta domenica di Quaresima, chiamata “Laetare”, cioè della gioia, della letizia.

Dove troviamo, noi cristiani questa gioia vera, sempre ed in termini assoluti? Leggendo i testi della Sacra Scrittura di questa domenica, questa gioia la possiamo sperimentare, prima di tutto, nella misericordia di Dio nei confronti dell’umanità.

La prima lettura di oggi, tratta dal libro delle Cronache ci riporta al tempo dell’esilio babilonese del popolo d’Israele e del suo susseguente tempo della liberazione e del ritorno in patria. Le cause di questa triste esperienza, sono individuate nel fatto che “tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme”.

Per richiamare il popolo sulla retta via ed un comportamento consono alla legge di Dio, “il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”.

Cosa successe? Invece di accogliere i messaggeri di Dio e di cambiare vita, essi si beffarono di loro, “disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Le conseguenze furono disastrose per Israele. Infatti “[i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi”. La gente scampata alla spada fu portata in esilio in Babilonia.

La liberazione da questa schiavitù avvenne per opera di Dio che suscitò il Re persiano, Ciro, i quale emanò questo editto: «Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”». La gioia del ritorno in patria viene così a realizzarsi per intervento divino ed Israele ritorna, anche questa volta, a casa.

L’altro motivo di gioia ci è ricordato dall’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, ed è la grazia della fede che ci è stata donata e che dobbiamo alimentare. Non tutti sanno apprezzare questo dono e questa gioia che ci portiamo nel profondo del nostro cuore e del nostro essere salvati in Cristo. Per grazia infatti siamo stati salvati “mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.

Il terzo motivo della nostra gioia cristiana è messo alla nostra attenzione e valutazione spirituale dal brano del Vangelo di Giovanni di questa quarta domenica di Quaresima ed è il Cristo Crocifisso, il Cristo innalzato sulla Croce per noi, richiamando alla nostra mente ciò che avvenne nell’Esodo, quando Mosè innalzò il serpente nel deserto e gli israeliti in cammino verso la Terra promessa furono salvati. Infatti, il morso dei serpenti velenosi, che si annidavano tra le pietraie, era stata una delle tante insidie durante la marcia di Israele nel deserto del Sinai. Il racconto del libro dei Numeri (21,4-9) ha come sbocco l’“innalzamento” di un serpente di bronzo da parte di Mosè, quasi come una sorta di antidoto e di ex voto. Il racconto biblico sottolinea che la liberazione dalla morte per avvelenamento avveniva solo se si “guardava” il serpente innalzato, cioè se si aveva uno sguardo di fede nei confronti di quel “simbolo di salvezza”, come lo definisce il libro della Sapienza. Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, di cui ci occupiamo oggi, nel brano giovanneo, stabilisce un parallelo tra quel segno di salvezza e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè sé stesso crocifisso.

La nostra gioia piena sta nel fatto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Qui c’è la certezza non del pena, ma della salvezza per tutti, a patto che, ogni persona che si incammina sulla via del Cristo, poi agisca di conseguenza, accogliendo la luce ed allontanandosi dalle tenebre, facendo il bene e distaccandosi da ogni struttura di peccato: “Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Una verità assoluta emerge da tutta la parola di Dio di questo giorno di festa e di gioia che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

La fede in Dio ci spinge ad agire per il bene e alla fine il bene viene fuori in ogni circostanza, se accolgono Cristo, vera luce del mondo, vera luce della mente e del cuore di ogni buono che buono, che non conosce la malvagità. Mi piace concludere questa riflessione con una bellissima preghiera del prossimo Santo, Papa Paolo VI, che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita:

Signore, ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, e ancora di più che facendomi cristiano, mi hai generato e destinato alla pienezza della vita.

Tutto è dono, tutto è grazia. Come è bello il panorama attraverso il quale passiamo; troppo bello, tanto che ci lasciamo attrarre e incantare, mentre deve apparire segno e invito.

Questa vita mortale, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, è un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria.

Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, tu ce lo hai rivelato, sta l’Amore.

Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA III DI QUARESIMA – 4 MARZO 2018

 1424449_667721976591797_1278921107_n

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 4 marzo 2018

 

Il tempio di Gerusalemme, un centro commerciale ai tempi di Gesù

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa terza domenica di Quaresima ci parla del tempio di Gerusalemme, divenuto un vero e proprio mercato, in cui, si faceva di tutto e di più:  si vendeva buoi, pecore e colombe e, c’erano i cambiamonete, seduti in una zona a loro riservata.

Si parla anche del tempio di Cristo, cioè della morte e risurrezione di Gesù Cristo, alla quale fa accenno lo stesso Gesù nel testo di questa domenica, tratto da San Giovanni: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Dal tempio di pietra, al tempio del suo corpo glorioso, dopo la risurrezione, il cammino della Pasqua è segnato ed indicato.

E Gesù era arrivato a Gerusalemme per celebrare l’annuale ricorrenza della Pasqua, come tutti gli israeliti. Il Vangelo fa proprio accenno a questo evento: “Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”.

Andando per ordine, in base a quello che abbiamo letto nel brano giovanneo, vediamo che emergono alcuni comportamenti di Gesù, che sono, come sempre, di insegnamento.

La sua reazione contro coloro che avevano trasformato la casa di Dio, il tempio di Gerusalemme, in un mercato, in una spelonca di latri.

Di fronte a questo scempio di sacralità e di religiosità, Gesù “fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Da che cosa fu motivato questo comportamento irruento di Gesù è detto nel testo, con chiarezza nel brano. Nella mente di Gesù e nel suo cuore c’era tale zelo per la casa di Dio, il tempio, che non voleva assolutamente che si offendesse il luogo sacro per eccellenza che la sua amata Israele e Gerusalemme.

In altri termini, Cristo indica un percorso di conversione per tutti, specie per quanti strumentalizzano la religione per fini economici, di affari o di altro genere.

Non a caso, nella prima lettura di oggi, tratta dal libro dell’Esodo sono riportati alla nostra attenzione e meditazione i fondamentali doveri religiosi e sociali, codificati nei Dieci comandamenti dati da Dio a Mose sul monte Sinai.

I primi tre precetti riguardano proprio i doveri religiosi e il rispetto che si deve a Dio e come lo si deve onorare: Il sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dei di fronte a me, non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.

La propria esperienza di fede parte da questi principi sacrosanti, per poi arrivare al culmine del cammino di questa fede, che è Cristo, il Figlio di Dio, che è morto sulla croce per noi ed ha stipulato la nuova ed eterna alleanza con il sangue, morendo sulla croce per tutti noi.

Ce lo ricorda, San Paolo Apostolo, nella sua prima lettera di ai Corìnzi, con la quale ci invita a meditare che “mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio”.

La centralità della sua azione missionaria e della sua predicazione sta nel Cristo Crocifisso, considerato una stoltezza, quanto in realtà è la vera e profonda sapienza per coloro che hanno fede ed hanno compreso il vero senso della venuta del messia in mezzo a noi, che è quella di portare pace, riconciliazione e amore.

Non c’è vera fede e vera religione se non mediante una vita intessuta di esse. La vita si colora di religiosità quando si mettono in pratica gli insegnamenti ricevuti da Dio e mantenuti integri nei testi sacri, base di partenza per ogni cammino di fede cristiana cattolica.

Con il Salmo 18, inserito nella liturgia della parola di questa III Domenica di Quaresima, prendiamo sempre più coscienza del valore della legge morale, i cui fondamenti sono nei Dieci Comandamenti e nei due precetti strettamente collegati tra loro: amore di Dio e l’amore del prossimo.

Non si può di amare Dio se poi non si ama il fratello. E dopo i tre fondamentali comandamenti rivolti a Dio ci sono i rimanenti sette riguardanti il prossimo: onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà; non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo, non desidererai la casa del tuo prossimo, non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Tutta questa normativa, non che può essere di aiuto e sostegno ad ogni credente e ad ogni persona di buona volontà. Lo ribadiamo con la preghiera del salmista “la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.  I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.

Possano la nostra mente e il nostro cuore essere sempre illuminati dalla legge del Signore e non offuscati dalle tenebre dell’errore, del maligno e dell’egoismo, che semina morte dentro e fuori di noi e fa stragi, reali e virtuali, come frequentemente veniamo a conoscenza, attraverso i media moderni.

 

Padre Rungi commenta la parola di Dio della II Domenica di Quaresima 2018

DSC02023

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)
Domenica 25 febbraio 2018

Contemplativi del monte Tabor

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo quaresimale ci invita a salire con Cristo sul monte Tabor per contemplare la sua gloria. Siamo invitati a fare la stessa esperienza di fede dei tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, frequentemente insieme a Gesù nei momenti più forti e significativi della sua vita.

Anche noi possiamo, anzi dobbiamo sperimentare la stessa gioia di vedere Cristo trasfigurato nella sua gloria che parla a noi attraverso i testi sacri e i profeti e viene a confermarci che Egli è il Figlio unigenito del Padre, l’amato che va ascoltato, seguito ed imitato.

E il cammino di Cristo come di ogni discepolo vero del divino maestro si fa duro e sofferto, in quanto si tratta di scendere dal monte della gloria e della gioia per calarsi nella valle di lagrime e da qui salire un’altra montagna, quella del Calvario, dove Cristo si offre al Padre per la nostra salvezza.

Ecco perché Gesù raccomanda ai tre discepoli che hanno toccato con le loro mani il cielo di Dio, il santo paradiso, di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo la risurrezione di Cristo dai morti.

Il segreto viene mantenuto dai tre. Rispettano la parola data al maestro e il patto sancito, tacitamente, tra loro e Gesù, ma rimangono nel forte dubbio circa l’ultima comunicazione fatta loro dal Maestro, al punto tale che si chiedevano cosa volesse significare risorgere dai morti.

Espressioni mai sentite dire, tantomeno verificate nella storia dell’umanità. Mai nessuno era risorto dai morti e tutti erano certi di morire una volta per sempre.

Il tema della risurrezione dai morti ritorna al centro dell’insegnamento di Gesù proprio in prossimità della sua morte in croce.

Il dubbio si azzererà nel giorno di Pasqua, quando Pietro, Giovanni e Giacomo seppero della risurrezione di Cristo e i primi due corsero al sepolcro per andare a verificare l’attendibilità della notizia portata dalle donne.

Inizia, così, anche per i tre, il cammino di avvicinamento a Cristo, morto e risorto, la cui anticipazione è data nella trasfigurazione.

La prima lettura di oggi è strettamente collegata al Vangelo. Qui entra in gioco  Dio Padre, nella figura di Abramo e Dio Figlio, nella figura di Isacco.

Il testo del libro della Genesi ci porta sul monte Moria, dove Abramo in obbedienza alla voce di Dio, sta per offrire, prima uccidendolo con un coltello e poi bruciandolo vivo sull’altare, già preparato per l’olocausto, il suo unico figlio Isacco. Cosa successe su quel monte del dolore e della morte, divenuto poi, per intervento di Dio, il monte della vita e della gioia, è descritto nel brano che ascolteremo, come lettura iniziale della parola di Dio di questa domenica:

<<L’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

 

Isacco non venne più sacrificato, Gesù invece viene sacrificato sul monte Calvario e il suo sacrificio sancisce il patto della nuova ed eterna alleanza nel suo sangue. Tuttavia, con Abramo inizia quella storia di amore, di promesse mantenute da Dio e disattese spesso dall’uomo. Dio lo colmerà di benedizioni il patriarca e renderà molto numerosa la sua discendenza, al punto tale che come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare, non si potrà più quantificare e contare, tanto che è numerosa. Infatti, “la discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella sua discendenza tutte le nazioni della terra, perché Abramo aveva obbedito alla voce del Signore».

 

L’obbedienza della fede, porta a moltiplicare le stelle lucenti di una nuova umanità, fondata sull’amore, sul dono, sul sacrificio e sull’olocausto, ma soprattutto sulla parola del Signore che porta a conclusione tutto ciò che annuncia.

 

L’apostolo Paolo nel brano della sua lettura di oggi, tratto dalla Lettera ai Romani si pone alcuni fondamentali interrogativi, ai quali risponde ponendo a sua volta alcune domande alle quali dare una risposta coerente.

E allora, si chiede: ”Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?

 

La risposta la troviamo a conclusione del brano, in cui c’è questa affermazione teologica e cristologica: “Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi”.

 

Morte e risurrezione di Cristo è il centro della vita di ogni discepolo di Gesù. Da questa Pasqua 2018, dobbiamo ripartire per capire il verso senso di essere cristiani oggi. Percorrendo la strada che dal Tabor scende a valle e poi risale per fermarsi al Calvario noi capiamo e svolgiamo il vero itinerario di fede incontrando Cristo e camminando accanto a lui. E poi dal Calvario ripartire per un’altra e più importante missione di pace e d’amore universale, che Cristo lancia dal sepolcro vuoto, ma che anticipa nella trasfigurazione.

 

La nostra umile preghiera sia sostenuta da una profonda fiducia nella parola di Dio che si è fatta carne: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”.

 

E con il salmista diciamo: Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

 

Noi siamo convinti alla luce della parola di Dio di questa seconda domenica, che pone alla nostra attenzione la trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, che la nostra trasfigurazione in Cristo, avviene mediante lo spezzare le catene del male e del peccato che si annidano in noi e nella società. Noi siamo i contemplativi del Monte Tabor, per poi essere gli impegnati nella valle per trasformare il mondo in una comunità riconciliata nell’amore e con l’amore in Cristo e per Cristo, il Figlio amato dal Padre.

 

L’OMELIA DI PADRE ANTONIO RUNGI PER LA I DOMENICA DI QUARESIMA 2018

1424449_667721976591797_1278921107_n

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

Domenica 18 febbraio 2018


Quaresima: acqua, deserto e penitenza.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa prima domenica di Quaresima 2018 è incentrata nel presentarci il significato della Quaresima, attingendo da due testi biblici, il primo dal Libro della Genesi, relativo al diluvio universale, il secondo dal Vangelo di Marco, riguardante il periodo di isolamento di Cristo nel deserto. Acqua, deserto e penitenza sono le tre parole che ci accompagnano in questo inizio di Quaresima.

 

Nel brano della Genesi ci viene raccontato il primo diluvio universale che fu di selezione e purificazione per tutta la terra, segno del Battesimo, in cui l’acqua è l’elemento di purificazione versato sulla nostra terra per lavarci dal peccato originale e purificarci per una vita nuova nella grazia santificante. Dopo il diluvio Dio stabilisce una precisa alleanza con l’uomo: “non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra. La pace è entrata nella storia dell’umanità e Dio si fa garante da parte sua di questa pace, a condizione che l’uomo rispetti le leggi di Dio che danno pace e sicurezza. Dio, infatti, disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. Il segno visibile di questa alleanza sarà l’arcobaleno della pace universale, tra il il Creatore, il Creato e le Creature: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

San Pietro Apostolo rifacendosi proprio al testo della Genesi del diluvio e del post-diluvio con l’alleanza tra Dio e Noè, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera, parla del significato dell’acqua, del battesimo e della redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione, in cui tutti noi cristiani siamo immersi mediante il battesimo. Leggiamo, infatti, “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo”.

Il significato più vero della Quaresima che abbiamo iniziato a celebrare, mercoledì scorso, con il rito dell’imposizione delle ceneri, è questo tempo di grazia per rivivere il nostro battesimo in profondità. E sull’esempio di Cristo che si ritirò nel deserto, per 40 giorni, a pregare, a digiunare a ritagliarsi un tempo tutto per sé prima di iniziare il ministero pubblico, anche noi siamo chiamati a valorizzare la Quaresima come tempo di riflessione, preghiera e progettazione per il nostro prossimo futuro, che è la celebrazione della nostra Pasqua del cuore e nel cuore.

Possiamo assumere come personali impegni per la Quaresima queste cose possibili da farsi per ogni buon cristiano: il rito della Via Crucis; i ritiri spirituali, la Lectio divina quotidiana, la meditazione personale quotidiana, il silenzio e il raccoglimento constanti, il deserto, come spazio di riflessione e purificazione, la penitenza personale, quale volontà di conversione, la carità vissuta.

La sintesi e la progettualità di questa Quaresima 2018 sta nell’orazione iniziale della messa di oggi; “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

E come completamento del nostro bisogno di pregare con maggiore intensità e convinzione, aggiungiamo questa preghiera della Quaresima:

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivente, che Ti sei ritirato nel deserto, per quaranta giorni, a pregare e a fare penitenza, in vista dell’annuncio del tuo Regno e dell’invito alla conversione della gente, fa che questo tempo di Quaresima che Tu ci doni, porti nel nostro cuore il rinnovamento spirituale di cui abbiamo tutti quanti bisogno.

Allontana da noi ogni male e donaci la forza di superare ogni tentazione che l’antico e sempre nuovo accusatore provoca in noi per allontanarci dal tuo amore.

Dona a noi, in questi santi giorni di preghiera, conversione e carità sincera, di essere coerenti con il santo vangelo della misericordia e dell’amore, senza offendere la dignità di nessuno, ma tutti protesi verso il bene assoluto, che sei Tu.

Sostienici nella nostra sincera volontà di pentirci da tutti i nostri peccati della vita presente e dei tempi passati, perché nulla possa ostacolare il nostro cuore e la nostra mente nello sperimentare la vera gioia del pentimento, della riconciliazione con Dio e con i fratelli.

Fa di questo tempo di penitenza il momento favorevole, per vivere la solidarietà fraterna come segno distintivo di ogni buon cristiano, incamminato sulla via della santità.

Nulla e nessuno turbi il nostro cuore ed i nostri propositi di bene che intendiamo mantenere non solo in questo tempo, ma per tutta la nostra esistenza terrena.

Maria, la Madre della vera e perpetua Quaresima, con il suo esempio ed il suo insegnamento di silenzio, ascolto e penitenza, ci indichi la strada per incontrare Gesù nel cammino verso il doloroso Calvario e il Cristo Risorto nella gioia della Santa Pasqua. Amen.

 

 

 

 

P.RUNGI. SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO- 11 FEBBRAIO 2018- COMMENTO

cira-antonio

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 11 febbraio 2018

 

Signore, se vuoi, tu puoi guarirmi dalla lebbra dello spirito

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica VI del tempo ordinario ci parla della condizione del lebbroso nell’Antico Testamento e della guarigione di un lebbroso da parte di Gesù, nel brano del Vangelo, tratto dall’evangelista Marco.

Nella prima lettura, assunta dal Libro del Levitico vengono dettate le norme di come gestire la malattia della lebbra da parte di chi ne era affetto. E ciò al fine di non contaminare la comunità, ben sapendo che la lebbra si trasmette ed è infettiva per sua natura.

Norme severissime, di esclusione totale dalla vita di relazione di quella persona che era affetta da questo problema.

Primo atto è quello di andare da un sacerdote in caso di lebbra accertata o sospetta. Secondo atto, è l’assunzione di un modo di vestire diverso dal vestire comune. Infatti il lebbroso o sospetto di lebbra “porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore”.

Infine, terza disposizione è quella di farsi individuare nel suo camminare, gridando: “Impuro! Impuro!”.

 

Tutto questo per evitare qualsiasi infezione e diffusione del contagio stesso. Potremmo definirle norme di prevenzione sanitaria e vero e proprio isolamento del lebbroso, una quarantena di allontanamento dagli altri in attesa di guarigione.

Questa condizione persisterà durerà in lui il male. Sarà considerato impuro finquando dura la malattia e di conseguenza, se ne starà solo ed abiterà fuori dell’accampamento.

Cose da un punto di vista sanitario accettabili in quei tempi, ma dietro a tutto questo assillo di carattere medico c’erano altri risvolti di carattere morale e religioso.

Il lebbroso è il simbolo del peccato e come tale è colui che deve essere emarginato e scartato.

La logica dello scarto del malato prende avvio, a livello religioso, proprio nei testi biblici dell’Antico Testamento che poco o niente considera la dignità della persona umana e soprattutto dell’ammalato.

La conseguenza era quella di isolare il soggetto dal resto della comunità e farlo vivere fuori dell’accampamento in segno di una esclusione della vita sociale codificata e ratificata.

Tutto diverso è l’atteggiamento di Gesù nei confronti del lebbroso che si presenta a lui e gli chiede di essere guarito.

Gesù lo accoglie, dialoga con lui, lo guarisce e gli raccomanda alcune cose da fare. In sequenza notiamo le varie azioni che Gesù compie per arrivare alla guarigione del lebbroso: ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e lo sanò.

A guarigione avvenuta Gesù lo ammonì severamente, lo mandò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Gesù ricorda al lebbroso guarito di fare ciò che era prescritto nel Levitico, cioè di andare dal sacerdote per ringraziare e offrire la sua offerta.

Invece cosa successe, per la gioia della guarigione ottenuta, il lebbroso guarito “si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.

Gesù viene fatto conoscere per la sua straordinaria potenza divina che guarisce ogni forma di malattia e in questo caso quella della lebbra che era molto diffusa e perciò stessa emarginante della persona che ne soffriva.

E’ interessante notare come Gesù prenda a cuore la richiesta del lebbroso che con fiducia e speranza si rivolge al Lui e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

E Gesù volle in quella circostanza guarire la persona, come aveva fatto tante altre volte, che si era trovato di fronte a delle richieste di guarigione che nascevano dal cuore, erano espressione di una profonda fede e fiducia in Lui.

 

Quanto c’è da imparare ed apprendere da questo lebbroso che manifesta tutta la sua fiducia nel Signore e si abbandona totalmente alla sua santissima volontà,

Quel “se vuoi” indica che il Signore può e fa tutto quello che è necessario per il bene dell’uomo e come espressione della sua libera volontà e decisione di intervenire o meno in certe situazioni di sofferenza, come quella del caso del lebbroso.

Noi sempre abbiamo bisogno di Dio in tutte le necessità e Lui ci concede quello che è davvero utile per il nostro bene.

 

Di questo è convinto fortemente l’Apostolo Paolo che nel brano della prima lettera ai Corinzi ci ricorda oggi: sia che mangiamo sia che beviamo sia che facciamo qualsiasi altra cosa, tutto deve essere fatto per la gloria di Dio. Di conseguenza chi agisce avendo davanti a sé Dio, non sarà motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio”.

 

L’apostolo si riconosce anche dei meriti personali e a tal riguardo scrive: “io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. Ed infine un esplicito invito: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”.

In sintesi la Parola di Dio di questa sesta domenica ci sollecita un cammino di purificazione che passa attraverso la conversione del cuore e della vita. Un cuore più aperto a Dio ed una vita più aperta al sorriso, alla gioia, alla speranza e alla fedeltà alla parola data a Dio.

 

Sia questa la nostra umile preghiera in questo giorno dedicato al Signore della pace, della gioia, della purificazione e del risanamento spirituale: “Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l’immagine del Cristo sanguinante sulla croce, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia.

ROMA. E’ MORTO PADRE TITO AMODEI – L’ARTISTA DEI PASSIONISTI

IMG_20180131_220114

Roma. Grave lutto tra i Passionisti. E’ morto il frate artista, padre Tito Amodei.

di Antonio Rungi

 

Ieri mattina, 31 gennaio 2018, alle ore 8.10, alla Scala Santa in Roma, all’età di 92 anni, dopo una breve agonia, è morto il nostro confratello Passionista padre Tito dell’Angelo custode, al secolo Ferdinando Amodei.

Padre Tito era affetto da alcuni anni da una grave malattia che ne limitava le attività e nonostante questo continuava la sua giovanile passione artistica. Nel pomeriggio di ieri, dalle ore 15,00 alle ore 19.00 è stata allestita la camera ardente nella portineria della Scala Santa, che come è noto è affidata ai Padri Passionisti.

Padre Tito era conosciuto in tutto il mondo, essendo un artista apprezzato per le sue doti e capacità artistiche manifestate in tante sue creazioni.  Era nato l’11 marzo 1926 a Colli al Volturno in provincia di Isernia. Entrato giovanissimo tra i Passionisti a Nettuno, in seguito alla predicazione di una missione popolare, professò il 4 ottobre 1945 e fu ordinato sacerdote il 3 maggio 1953. Appassionato di arte conobbe i pittori e scultori più noti del tempo soprattutto a Firenze dove frequentò l’Accademia delle belle Arti. Le sue opere sono conservate in vari musei d’Italia e del mondo. Un molisano dal cuore sensibile alla bellezza della natura, che seppe apprezzare in tante forme e riprodurla con genialità e creatività nelle sue opere. Ora contempla in cielo la piena e perfetta bellezza di Dio, immerso nel suo volto d’amore e di splendore. I funerali si svolgeranno il giorno 2 febbraio alle ore 10.30 alla Scala Santa in Roma. Dopo i funerali le spoglie mortali del noto religioso saranno tumulate al cimitero dei Passionisti del Monte Argentario, in provincia di Grosseto, dove san Paolo della Croce eresse la prima casa religiosa della sua Congregazione della Passione.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA V DEL T.O. – 4 FEBBRAIO 2018

antonio-napoli2

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 4 febbraio 2018


La vita è un soffio della vita divina

Commento di padre Antonio Rungi

La riflessione di questa domenica quinta del tempo ordinario parte dalla prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, in cui il profeta rilegge alla luce dell’eternità la sua esperienza di sofferenza, fatica e dolore che lo hanno toccato per tutto il tempo su questa terra: “A me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate”. Ed aggiunge profondamente prostrato dalla fatica della vita: “La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita”. Notiamo in questo testo lo sconforto di una persona segnata dal dolore. Giobbe, noto per la sua grande pazienza nell’accettare tutte le prove che gli venivano dal cielo, è il modello di tanti uomini e donne credenti che sanno affrontare le prove della vita con coraggio, anche se a volte emerge chiaro lo sconforto momentaneo. Nonostante le sue delusioni, Giobbe ha il cuore aperto alla speranza e confida in Dio. Dal suo esempio vogliamo apprendere l’apertura ad un discorso sulla vita che va oltre la vita, quell’alito di vita divina che abbiamo ricevuto nel momento del concepimento con l’infusione dell’anima da parte di Dio in quell’esserino umano, che ha avuto inizio in quel momento e che poi rimane in eterno. L’anima di cui ci fa dono Dio p immortale, mentre il nostro corpo soggetto alla corruzione e decomposizione, anch’esso è destinato alla risurrezione finale, in quanto Cristo è risorto ed è la prima della nuova creazione. Il dovere di ogni cristiano è annunciare il vangelo della vita e della speranza. Chi si riempie di Dio continuamente mediante l’ascolto della sua parola lo annuncia agli altri non per mettere in risalto le sue capacità comunicative, espressione e formative, bensì come esigenza prioritaria di rendere testimonianza a Colui è il cuore e centro del Vangelo e della storia della salvezza: Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore. Ecco perché l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi sottolinea l’importanza dell’annuncio evangelico per sé e per tutti i cristiani che vogliono diventare veri protagonisti nella diffusione del Regno di Dio tra gli uomini: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!”. In altri termini, “annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo”. Ed è evidente che il Vangelo non è solo parola, predica o discorso, ma è soprattutto vita, è un conformarsi continuamente a Cristo, attraverso la vicinanza a quanti rappresentano Cristo nella sofferenza e nella necessità. Paolo precisa che egli “pur essendo libero da tutti, si è fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Si è fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; si è fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno”. E conclude con un’affermazione di principio etico fondamentale per lui e per ogni cristiano chiamato a testimoniare il Vangelo oggi e sempre: “Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”. E’ il vangelo della vita e della speranza che va annunciato ad ogni essere umano. In fondo è quello che Gesù ha fatto e di cui il testo del Vangelo di questa domenica, tratto da San Marco, mette in evidenza, quando parla dell’azione taumaturgica di Cristo che guarisce malattie, infermità e libera da varie tipologie di possessione diabolica. Infatti, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva”. Prima guarigione raccontata in questo brano, dove si evidenza la guarigione della suocera e non della mamma di Pietro. Segno evidente che la suocera viveva con Pietro nella casa coniugale. Esempio di accoglienza e di amore verso le figure parentali acquisite, mediante il matrimonio, che qui sono rispettate e curate e che oggi, spesso non viene assolutamente fatto, anche dalle persone che si definiscono cristiane. Si curano le mamme, ma non le suocere. Si curano i figli e non le nuore. Quanto c’è da imparare dal Vangelo.

Gesù prosegue poi nella sua opera di guarigione, tanto è vero che San Marco, scrive che “venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano”. Un lavoro di guarigione che spazia dalla mattina alla sera e che non ha orari di ricevimento come spesso troviamo indicato anche nelle nostre chiese, relativamente all’ascolto dei fedeli, alle confessioni, alle necessità spirituali impellenti ed urgenti. Gesù non ha orari per fare il bene e così dovrebbe essere per ogni buon pastore e buon fedele.

Dopo la fatica apostolica arriva anche il breve riposo per Gesù che aveva assicurato la sua vicinanza a tutti fino a notte inoltrata. L’evangelista annota che “al mattino presto, Gesù si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. Primo pensiero di Gesù all’inizio del nuovo giorno è raccogliersi in preghiera, in solitudine. Quanto dovremmo apprendere dal divino Maestro circa i nostri abitudinari comportamenti. Il nostro primo pensiero al mattino non è pregare, ma alimentarsi e cibarsi ci cose materiali: il caffè, la prima colazione e difficilmente la preghiera del mattino, le Lodi, l’Ufficio delle letture. Come è distante il nostro modo di vivere, dal vivere di Cristo eppure ci teniamo a dire che siamo cristiani e cattolici.

La conclusione del brano del vangelo di questa quinta domenica del tempo ordinario, sta nella prosecuzione del cammino di Gesù per andare incontro alle necessità della gente, viaggiando e camminando per i villaggi vicini, senza fermarsi mai, se per brevi tempi per alimentarsi di poche essenziali cose e per riposarsi pure qualche volta. Infatti, leggiamo che “Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni”. Gesù il modello della predicazione itinerante e non stanziale. Quanto è difficile per gli evangelizzatori, molte volte, lasciare le sedi comode della loro azione pastorale per fare esperienza di itineranza e missionarietà. Troppo attaccati a posti, ai luoghi e alle persone rischiano di limitare la loro azione pastorale e renderà sterile perché si va nell’abitudinario, mentre potrebbero fare e dare di più in altri luoghi, dove, magari, è richiesta la loro presenza per le qualità e i carismi missionari ed apostolici che hanno. Dovremmo tutti imparare da Gesù e camminare, camminare per portare a tutti il vangelo della vita e della speranza.

Sia questa la nostra preghiera del cuore che rivolgiamo tutti insieme al Signore: O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini
e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore,
illuminati dalla speranza che ci salva. Amen.