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P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI PASQUA DEL BUON PASTORE. IL COMMENTO

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IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 22 arile 2018

 

Pastori, mercenari e lupi rapaci
Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa.

Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale.

Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che diano la vita per i fedeli, vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si stanchino mai di cercarla, se è uscita dall’ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.

 

Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”.

Gesù, quindi, si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza.

Gesù prende, tuttavia, le distanze dalla figura del mercenario, “che non è pastore e al quale le pecore non appartengono” e fa le cose per scopi economici; se costretto, addirittura abbandona il gregge e scappa via da esso, quando vede i lupi avvicinarsi. Il mercenario, infatti, se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

E’ un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, dal guadagno, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge e tutto fa per amore.

 

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non si cura il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e dopo di loro a tutti i successori di Pietro e degli Apostoli, cioè il Papa e i vescovi.

 

Chi è questo lupo? Certamente l’immagine usata da Gesù, tratta dalla pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura.

Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo, della Pasqua di Cristo, del Vangelo della vita e della gioia e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.

 

Gesù, invece, si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole, c’è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.

 

Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore di Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l’umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono dal suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un’anima sola, sotto la guida dell’unico pastore, che è Cristo.

 

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell’ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

 

Solo in Cristo c’è la vera e certa salvezza dell’uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

 

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l’unzione battesimale, crismale e sacerdotale:

Gesù, Buon Pastore

prenditi cura di ognuno di noi,

noi che ci siamo persi e smarriti,

rincorrendo falsi idoli.

 

Gesù insegnaci a prenderci cura

di quanti sono in necessità

ed hanno bisogno

di un’attenzione speciale.

 

Tu, Pastore Buono ,

che hai dato la vita per il tuo gregge,

imprimi nel nostro cuore

e nella nostra mente

il coraggio di affrontare ogni prova

dell’esistenza terrena.

 

Allontana da noi, Signore,

tutti i lupi rapaci

che sono nemici della Tua Croce

e aggrediscono il tuo amato gregge,

con il solo intento di disperderlo

e di dividerlo per sempre.

 

Signore fa che i ministri

della tua santa Chiesa,

siano modelli di vita,

nel loro agire di pastori

attenti e premurosi

verso ogni persona

affidata alle loro cure spirituali.

 

Manda nella tua messe,

sempre più bisognosa di operai,

persone capaci di donarsi senza limiti

e che sappiano affrontare

ogni nemico del tuo Regno,

che lavora silenziosamente

per far smarrire le pecorelle,

per separare il pastore dal suo gregge

e il gregge dal suo unico e vero pastore,

che sei Tu, o Gesù,

morto e risorto per noi.

 

Nessun mercenario,

o Buon Pastore,

trovi posto e accoglienza,

nel gregge che Tu hai costituito

e che guidi verso i pascoli eterni

del santo Paradiso,

dove speriamo di giungere,

al termine dei nostri giorni,

accolti dalla tenerezza materna

della Beata Vergine,

Buon Pastora del Tuo Regno.

Amen

 

TUTTI SIAMO CHIAMATI ALLA SANTITA’. L’ESORTAZIONE APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO

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NUOVA ESORTAZIONE APOSTOLICA
DI PAPA FRANCESCO
SULLA CHIAMATA ALLA SANTITÀ
NEL MONDO CONTEMPORANEO

Sintesi e presentazione di padre Antonio Rungi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), in latino “Gaudete et exultate”(GeE), è la nuova Esortazione Apostolica di Papa Francesco, dedicata alla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo.
Un documento magisteriale composto da cinque capitoli, 177 numeri e 125 note esplicative, in cui è sintetizzato il pensiero di Papa Francesco sul cammino della santità, possibile sempre, anche ai nostri giorni, mediante altre vie ed esperienze, ma che necessita di essere riscoperto e messo al centro della vita di ogni cristiano.

Il Signore “ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”.
Questa chiamata universale alla santità, come già aveva sottolineato il Concilio Vaticano II, “in realtà, fin dalle prime pagine della Bibbia è presente, in diversi modi”. Infatti “il Signore la proponeva ad Abramo: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1), come si leggiamo nel n.1 dell’Esortazione.

Questo nuovo testo, come sottolinea il Papa al n.2, non è “un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione”, ma ha “l’ umile obiettivo di far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità”, nella chiesa e nel mondo contemporaneo “cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4).

In sequenza capitolare sono trattati temi di carattere generale e argomenti specifici.

La chiamata alla santità è affrontata nel capitolo primo (dal n. 3 al n.34), con argomenti più particolareggiati, quali “i santi ci incoraggiano e ci accompagnano” (nn.3-5); “i santi della porta accanto” (nn.6-9), espressione tipica del linguaggio di oggi; “il Signore chiama” (nn.10-13), “anche per te” (nn.14-18); “la tua missione in Cristo” (nn.19-24); “l’attività di Cristo” (nn. 25-31); “più vivi e più umani” (nn.32-34).

Due sottili nemici della santità sono descritti nel capitolo secondo (dal n.35 al n.62), e sono identificati, primo nello gnosticismo attuale (n.36), “con una mente senza Dio e senza carne” (nn.37-39); “con una dottrina senza mistero” (nn.40-43); “i limiti della ragione” (nn.43-46); nel “Pelagianesimo attuale” (nn.47-48), caratterizzato da “una volontà senza umiltà” (nn.49-51); “un insegnamento della Chiesa spesso dimenticato” (nn.52-56); “i nuovi pelagiani” (nn.57-59); “il riassunto della Legge” (nn.60-62).

Alla luce del Maestro, è il titolo del terzo capitolo che va dal n.63 al n.109, nel quale, dopo l’introduzione (n.63), e “al controcorrente”(n.64), sono prese in esame le Beatitudini, a partire dalla prima di esse “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (nn.67-70); a seguire “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”(nn.71-74); poi “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” (nn.75-76); poi “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (nn.77-79); continua con “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (nn.80-82); poi con “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (nn. 83-86); sempre sul tema, troviamo “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (nn.87-89); e per concludere l’analisi delle beatitudini, “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (nn.90-94).

Il capitolo continua con indicare “la grande regola di comportamento”, citata da Matteo (25,31-46) riguardante il giudizio universale con il richiamo alle opere di misericordia corporale (n.95); poi il richiamo all’impegno “per fedeltà al Maestro” (nn.96-99).
Sempre in questo ampio capitolo, sono citate “le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo” (nn.100-103); ed è sottolineato “il culto che Lui (il Signore) più gradisce” (nn.104-109).

Alcune caratteristiche della santità del mondo attuale, sono messe in rilievo da Papa Francesco nel capitolo quarto dell’Esortazione che va dal n.110 al n.157.
In questo lungo capitolo, dopo l’introduzione (nn.110-111), sono indicate le vie possibili per raggiungere la santità oggi, come la “sopportazione, pazienza e mitezza” (nn.112-121); la “gioia e il senso dell’umorismo” (nn.122-128); l’“audacia e fervore” (nn.129-139); il vivere “in comunità” (nn.140-146); e stare “in preghiera costante” (nn.147-157).

Combattimento, vigilanza e discernimento sono gli argomenti trattati nel quinto ed ultimo capitolo dell’Esortazione “Gaudete ed exultate”, che Papa Francesco presenta con il suo tipico linguaggio immediato e facilmente recepibile.
Dopo la presentazione del capitolo (nn.158-159), entra nel merito del discorso sul Diavolo che è “Qualcosa di più di un mito” (nn.160-161), da cui bisogna difendersi.
Per cui bisogna essere “svegli e fiduciosi” (162-163), combattendo “la corruzione spirituale” (nn.164-165); facendo “il discernimento” (n.166), che è “un bisogno urgente (n.167-168) del nostro tempo; il tutto “sempre alla luce del Signore” (n.169).
Tale discernimento è “un dono soprannaturale” (nn.170-171), che va effettuato nella preghiera, perché in essa “Parla il Signore” (nn.172-174), con indicare una strada precisa quella de “la logica del dono e della croce (nn.174-177).

E in questo percorso di santità adatta ai nostri giorni e possibile a tutti una figura eminente guiderà i passi verso le alture più elevate di questo itinerario di ascesi cristiana, e questa è Maria “perché lei ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Ella è colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, colei che conservava tutto nel suo cuore e che si è lasciata attraversare dalla spada. È la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica” (GeE, 176).

Come dire, a conclusione di tutto la riflessione fatta da Papa Francesco in questo documento sulla “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, che non c’è vero santo nella Chiesa cattolica, che non sia stato, che è e che sarà imitatore della Beata Vergine Maria, non a caso invocata Regina degli Angeli e dei Santi.

Questa esortazione di Papa Francesco aiuterà tutti, Vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli laici a comprendere meglio, alla luce del Battesimo che tutti siamo chiamati ad essere santi e tutti, nel tempo, con la grazia di Dio, con lo sforzo quotidiano del nostro vivere le Beatitudini e di attuare le opere di misericordia corporale e spirituale dobbiamo raggiungere la santità, come l’hanno raggiunta i nostri fratelli e sorelle che godono della visione beatifica di Dio, ben sapendo che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (Ap 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. E tra di loro può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine (cfr 2 Tm 1,5). Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore” (GeE, 3).

Padre Rungi commenta la parola di Dio della II Domenica di Quaresima 2018

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)
Domenica 25 febbraio 2018

Contemplativi del monte Tabor

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo quaresimale ci invita a salire con Cristo sul monte Tabor per contemplare la sua gloria. Siamo invitati a fare la stessa esperienza di fede dei tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, frequentemente insieme a Gesù nei momenti più forti e significativi della sua vita.

Anche noi possiamo, anzi dobbiamo sperimentare la stessa gioia di vedere Cristo trasfigurato nella sua gloria che parla a noi attraverso i testi sacri e i profeti e viene a confermarci che Egli è il Figlio unigenito del Padre, l’amato che va ascoltato, seguito ed imitato.

E il cammino di Cristo come di ogni discepolo vero del divino maestro si fa duro e sofferto, in quanto si tratta di scendere dal monte della gloria e della gioia per calarsi nella valle di lagrime e da qui salire un’altra montagna, quella del Calvario, dove Cristo si offre al Padre per la nostra salvezza.

Ecco perché Gesù raccomanda ai tre discepoli che hanno toccato con le loro mani il cielo di Dio, il santo paradiso, di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo la risurrezione di Cristo dai morti.

Il segreto viene mantenuto dai tre. Rispettano la parola data al maestro e il patto sancito, tacitamente, tra loro e Gesù, ma rimangono nel forte dubbio circa l’ultima comunicazione fatta loro dal Maestro, al punto tale che si chiedevano cosa volesse significare risorgere dai morti.

Espressioni mai sentite dire, tantomeno verificate nella storia dell’umanità. Mai nessuno era risorto dai morti e tutti erano certi di morire una volta per sempre.

Il tema della risurrezione dai morti ritorna al centro dell’insegnamento di Gesù proprio in prossimità della sua morte in croce.

Il dubbio si azzererà nel giorno di Pasqua, quando Pietro, Giovanni e Giacomo seppero della risurrezione di Cristo e i primi due corsero al sepolcro per andare a verificare l’attendibilità della notizia portata dalle donne.

Inizia, così, anche per i tre, il cammino di avvicinamento a Cristo, morto e risorto, la cui anticipazione è data nella trasfigurazione.

La prima lettura di oggi è strettamente collegata al Vangelo. Qui entra in gioco  Dio Padre, nella figura di Abramo e Dio Figlio, nella figura di Isacco.

Il testo del libro della Genesi ci porta sul monte Moria, dove Abramo in obbedienza alla voce di Dio, sta per offrire, prima uccidendolo con un coltello e poi bruciandolo vivo sull’altare, già preparato per l’olocausto, il suo unico figlio Isacco. Cosa successe su quel monte del dolore e della morte, divenuto poi, per intervento di Dio, il monte della vita e della gioia, è descritto nel brano che ascolteremo, come lettura iniziale della parola di Dio di questa domenica:

<<L’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

 

Isacco non venne più sacrificato, Gesù invece viene sacrificato sul monte Calvario e il suo sacrificio sancisce il patto della nuova ed eterna alleanza nel suo sangue. Tuttavia, con Abramo inizia quella storia di amore, di promesse mantenute da Dio e disattese spesso dall’uomo. Dio lo colmerà di benedizioni il patriarca e renderà molto numerosa la sua discendenza, al punto tale che come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare, non si potrà più quantificare e contare, tanto che è numerosa. Infatti, “la discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella sua discendenza tutte le nazioni della terra, perché Abramo aveva obbedito alla voce del Signore».

 

L’obbedienza della fede, porta a moltiplicare le stelle lucenti di una nuova umanità, fondata sull’amore, sul dono, sul sacrificio e sull’olocausto, ma soprattutto sulla parola del Signore che porta a conclusione tutto ciò che annuncia.

 

L’apostolo Paolo nel brano della sua lettura di oggi, tratto dalla Lettera ai Romani si pone alcuni fondamentali interrogativi, ai quali risponde ponendo a sua volta alcune domande alle quali dare una risposta coerente.

E allora, si chiede: ”Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?

 

La risposta la troviamo a conclusione del brano, in cui c’è questa affermazione teologica e cristologica: “Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi”.

 

Morte e risurrezione di Cristo è il centro della vita di ogni discepolo di Gesù. Da questa Pasqua 2018, dobbiamo ripartire per capire il verso senso di essere cristiani oggi. Percorrendo la strada che dal Tabor scende a valle e poi risale per fermarsi al Calvario noi capiamo e svolgiamo il vero itinerario di fede incontrando Cristo e camminando accanto a lui. E poi dal Calvario ripartire per un’altra e più importante missione di pace e d’amore universale, che Cristo lancia dal sepolcro vuoto, ma che anticipa nella trasfigurazione.

 

La nostra umile preghiera sia sostenuta da una profonda fiducia nella parola di Dio che si è fatta carne: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”.

 

E con il salmista diciamo: Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

 

Noi siamo convinti alla luce della parola di Dio di questa seconda domenica, che pone alla nostra attenzione la trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, che la nostra trasfigurazione in Cristo, avviene mediante lo spezzare le catene del male e del peccato che si annidano in noi e nella società. Noi siamo i contemplativi del Monte Tabor, per poi essere gli impegnati nella valle per trasformare il mondo in una comunità riconciliata nell’amore e con l’amore in Cristo e per Cristo, il Figlio amato dal Padre.

 

P.RUNGI. SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO- 11 FEBBRAIO 2018- COMMENTO

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 11 febbraio 2018

 

Signore, se vuoi, tu puoi guarirmi dalla lebbra dello spirito

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica VI del tempo ordinario ci parla della condizione del lebbroso nell’Antico Testamento e della guarigione di un lebbroso da parte di Gesù, nel brano del Vangelo, tratto dall’evangelista Marco.

Nella prima lettura, assunta dal Libro del Levitico vengono dettate le norme di come gestire la malattia della lebbra da parte di chi ne era affetto. E ciò al fine di non contaminare la comunità, ben sapendo che la lebbra si trasmette ed è infettiva per sua natura.

Norme severissime, di esclusione totale dalla vita di relazione di quella persona che era affetta da questo problema.

Primo atto è quello di andare da un sacerdote in caso di lebbra accertata o sospetta. Secondo atto, è l’assunzione di un modo di vestire diverso dal vestire comune. Infatti il lebbroso o sospetto di lebbra “porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore”.

Infine, terza disposizione è quella di farsi individuare nel suo camminare, gridando: “Impuro! Impuro!”.

 

Tutto questo per evitare qualsiasi infezione e diffusione del contagio stesso. Potremmo definirle norme di prevenzione sanitaria e vero e proprio isolamento del lebbroso, una quarantena di allontanamento dagli altri in attesa di guarigione.

Questa condizione persisterà durerà in lui il male. Sarà considerato impuro finquando dura la malattia e di conseguenza, se ne starà solo ed abiterà fuori dell’accampamento.

Cose da un punto di vista sanitario accettabili in quei tempi, ma dietro a tutto questo assillo di carattere medico c’erano altri risvolti di carattere morale e religioso.

Il lebbroso è il simbolo del peccato e come tale è colui che deve essere emarginato e scartato.

La logica dello scarto del malato prende avvio, a livello religioso, proprio nei testi biblici dell’Antico Testamento che poco o niente considera la dignità della persona umana e soprattutto dell’ammalato.

La conseguenza era quella di isolare il soggetto dal resto della comunità e farlo vivere fuori dell’accampamento in segno di una esclusione della vita sociale codificata e ratificata.

Tutto diverso è l’atteggiamento di Gesù nei confronti del lebbroso che si presenta a lui e gli chiede di essere guarito.

Gesù lo accoglie, dialoga con lui, lo guarisce e gli raccomanda alcune cose da fare. In sequenza notiamo le varie azioni che Gesù compie per arrivare alla guarigione del lebbroso: ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e lo sanò.

A guarigione avvenuta Gesù lo ammonì severamente, lo mandò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Gesù ricorda al lebbroso guarito di fare ciò che era prescritto nel Levitico, cioè di andare dal sacerdote per ringraziare e offrire la sua offerta.

Invece cosa successe, per la gioia della guarigione ottenuta, il lebbroso guarito “si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.

Gesù viene fatto conoscere per la sua straordinaria potenza divina che guarisce ogni forma di malattia e in questo caso quella della lebbra che era molto diffusa e perciò stessa emarginante della persona che ne soffriva.

E’ interessante notare come Gesù prenda a cuore la richiesta del lebbroso che con fiducia e speranza si rivolge al Lui e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

E Gesù volle in quella circostanza guarire la persona, come aveva fatto tante altre volte, che si era trovato di fronte a delle richieste di guarigione che nascevano dal cuore, erano espressione di una profonda fede e fiducia in Lui.

 

Quanto c’è da imparare ed apprendere da questo lebbroso che manifesta tutta la sua fiducia nel Signore e si abbandona totalmente alla sua santissima volontà,

Quel “se vuoi” indica che il Signore può e fa tutto quello che è necessario per il bene dell’uomo e come espressione della sua libera volontà e decisione di intervenire o meno in certe situazioni di sofferenza, come quella del caso del lebbroso.

Noi sempre abbiamo bisogno di Dio in tutte le necessità e Lui ci concede quello che è davvero utile per il nostro bene.

 

Di questo è convinto fortemente l’Apostolo Paolo che nel brano della prima lettera ai Corinzi ci ricorda oggi: sia che mangiamo sia che beviamo sia che facciamo qualsiasi altra cosa, tutto deve essere fatto per la gloria di Dio. Di conseguenza chi agisce avendo davanti a sé Dio, non sarà motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio”.

 

L’apostolo si riconosce anche dei meriti personali e a tal riguardo scrive: “io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. Ed infine un esplicito invito: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”.

In sintesi la Parola di Dio di questa sesta domenica ci sollecita un cammino di purificazione che passa attraverso la conversione del cuore e della vita. Un cuore più aperto a Dio ed una vita più aperta al sorriso, alla gioia, alla speranza e alla fedeltà alla parola data a Dio.

 

Sia questa la nostra umile preghiera in questo giorno dedicato al Signore della pace, della gioia, della purificazione e del risanamento spirituale: “Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l’immagine del Cristo sanguinante sulla croce, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia.

ROMA. E’ MORTO PADRE TITO AMODEI – L’ARTISTA DEI PASSIONISTI

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Roma. Grave lutto tra i Passionisti. E’ morto il frate artista, padre Tito Amodei.

di Antonio Rungi

 

Ieri mattina, 31 gennaio 2018, alle ore 8.10, alla Scala Santa in Roma, all’età di 92 anni, dopo una breve agonia, è morto il nostro confratello Passionista padre Tito dell’Angelo custode, al secolo Ferdinando Amodei.

Padre Tito era affetto da alcuni anni da una grave malattia che ne limitava le attività e nonostante questo continuava la sua giovanile passione artistica. Nel pomeriggio di ieri, dalle ore 15,00 alle ore 19.00 è stata allestita la camera ardente nella portineria della Scala Santa, che come è noto è affidata ai Padri Passionisti.

Padre Tito era conosciuto in tutto il mondo, essendo un artista apprezzato per le sue doti e capacità artistiche manifestate in tante sue creazioni.  Era nato l’11 marzo 1926 a Colli al Volturno in provincia di Isernia. Entrato giovanissimo tra i Passionisti a Nettuno, in seguito alla predicazione di una missione popolare, professò il 4 ottobre 1945 e fu ordinato sacerdote il 3 maggio 1953. Appassionato di arte conobbe i pittori e scultori più noti del tempo soprattutto a Firenze dove frequentò l’Accademia delle belle Arti. Le sue opere sono conservate in vari musei d’Italia e del mondo. Un molisano dal cuore sensibile alla bellezza della natura, che seppe apprezzare in tante forme e riprodurla con genialità e creatività nelle sue opere. Ora contempla in cielo la piena e perfetta bellezza di Dio, immerso nel suo volto d’amore e di splendore. I funerali si svolgeranno il giorno 2 febbraio alle ore 10.30 alla Scala Santa in Roma. Dopo i funerali le spoglie mortali del noto religioso saranno tumulate al cimitero dei Passionisti del Monte Argentario, in provincia di Grosseto, dove san Paolo della Croce eresse la prima casa religiosa della sua Congregazione della Passione.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 14 GENNAIO 2018 – II TO

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 14 Gennaio 2018

La parola di Dio: un’indicazione di marcia precisa per la nostra vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario del nuovo anno solare ci riporta all’importa della stessa parola che oggi noi proclamiamo nella liturgia eucaristica, che ascoltiamo e che se accolta può indicarci la strada maestra nel cammino della nostra terrena, nella continua ricerca dei beni del cielo.

La prima bellissima lettura, tratta dal primo Libro di Samuele, ci racconta la chiamato di questo umile servo di Dio che arriva progressivamente a riconoscere la voce di Dio nel corso di una notte agitata e tormentata, durante la quale si sente più volte chiamare, pensando che fosse il suo maestro Eli a convocarlo alla sua presenza nel cuore della notte. Il maestro che ha capito perfettamente la chi ha origine questa speciale chiamata, indirizza il discepoli Samuele a continuare a riposare, fino al momento in cui, per la terza volta, nuovamente chiamato nel sonno gli dice: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto.  Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

In questo testo è facile comprendere che Dio ci parla continuamente e noi non siamo sempre in grado di decifrare la sua parola, abbiamo bisogno di tempo per discernere questa chiamata, soprattutto se è una chiamata speciale, a compito particolari a servizio di Dio stesso. Dalla parola detta da Dio ne scaturisce l’ascolto da parte di chi la ode. Ascoltare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi parla, per comprenderne il linguaggio, il contenuto di quello che dice e l’azione che dalla stessa parola ne scaturisce. Ogni parola di Dio produce l’effetto desiderato se viene ascoltata e messa in pratica. E, infatti, nel brano di oggi è detto che Samuele, una volta cresciuto, non fece cadere nel vuoto nessuna delle parole ascoltate dalla voce di Dio. La maturità umana, cognitiva e soprattutto la maturazione del cuore porta necessariamente a mettersi in sintonia con la Parola di Dio, che è parola di vita, è parola che orienta al bene la nostra vita.

La chiamata di Dio in generale e quella specifica alla missione, all’apostato, alla vita consacrata, è messa in risalto nel testo del Vangelo di oggi che parla della chiamata dei primi discepoli di Gesù. Una chiamata che passa attraverso un orientatore vocazionale, potremmo, in questo caso, definire Giovanni. E infatti è proprio lui ad indicare in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Da questo orientamento vocazionale e missionario scaturisce l’impegno di seguire Gesù da parte di Andrea e poi Pietro, che andarono a vedere dove e come viveva Gesù e alla fine rimasero con Lui, si posero alla sua sequela. La conclusione di questo doppio incontra prima di Andrea e poi di Simone (Pietro), sta nella parte finale del brano del Vangelo di Giovanni che ascolteremo in questa domenica. “Fissando lo sguardo su di lui, (cioè su Pietro) Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Dalla chiamata alla missione. Il cambiamento del nome indicava una nuova vocazione e un nuovo cammino, non più da soli, ma con Cristo e in perfetta comunione e sintonia con Lui. Questa scelta di Pietro ad essere il punto di coesione della nascente compagnia di Gesù, cioè dei dodici Apostoli ci fa capire che l’unità della Chiesa si costruisce e si consolida intorno alla figura di Pietro, che Gesù stesso ha scelto come capo della sua Chiesa. E i successori di Pietro sono i Romani Pontefici con i quali è necessario ed indispensabile essere in comunione per stare nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica.

Un’unità che si costruisce mediante anche la conformità e l’osservanza della legge divina e della morale cristiana. Lo dice espressamente l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, nel quale si ribadiscono alcuni comportamenti fondamentali che i cristiani devono avere chiari nella mente e nell’agire personale e sociale: “Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. Ed aggiunge: “State lontani dall’impurità!”, perché “chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo”. E ricorda a tutti che il nostro corpo; “è tempio dello Spirito Santo”, che abbiamo ricevuto da Dio; per cui noi non apparteniamo a noi stessi, ma siamo di Cristo. Infatti siamo “stati comprati a caro prezzo”, con la passione, morte in croce risurrezione del Signore. Nostro unico dovere è quello di glorificare Dio anche nel nostro corpo. Si tratta di una chiamata alla purezza, alla santità della vita, all’innocenza, al pudore, al rispetto di quello che realmente siamo: tempio del Spirito Santo, un luogo di culto e di vera religiosità siamo tutti noi e come tali dobbiamo rispettarci, in quanto lo Spirito Santo lo abbiamo ricevuto nel giorno del Battesimo e della Cresima. Viviamo pertanto come persone che rispettano se stesse, per l’alta dignità che portano in se, essendo figli adottivi di Dio, per opera di Gesù Cristo, che ha versato il suo sangue sulla croce per noi, in riscatto dei nostri peccati.

Con il salmista, vogliamo rivolgere al Signore questa nostra preghiera di riconoscenza, lode e ringraziamento, nonché per chiedere al Padre dell’immensa carità, quanto è necessario per noi e per gli altri: Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo». «Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXXII DOMENICA T.O. – 12 NOVEMBRE 2017

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 12 NOVEMBRE 2017

 

ANDIAMO INCONTRO ALLO SPOSO CON FEDE ARDENTE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Vangelo di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci riporta la parabola delle 10 vergini, di cui cinque si rivelano sagge e previgenti e cinque, stolte, incapaci di guardare oltre il momento e progettare l’oltre, cioè il futuro. Sono 10 vergini in attesa dello sposo. Gesù utilizza questa immagine per spiegare ai suoi ascoltatori e uditori che il Regno dei cieli « sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo”.

Prima idea che emerge da testo è che la fede in Dio è un cammino, è un andare verso di Lui, attenderlo, accoglierlo, non nella indifferenza, ma con calore, con la luce che arde, simbolo, come ben sappiamo, della fede, della carità e della speranza. Ebbene, utilizzando l’immagine che oggi, statisticamente, ci afferma che la metà del  numero complessivo, oltre ad attendere lo sposo si prepara anche per il suo futuro. E queste sono le 5 vergini sagge. L’altra metà invece si accontenta del minimo, di quel poco che ha a disposizione per prepararsi all’incontro con lo sposo. E in questa altra metà sono le vergini stolte.

Per cui, una seconda idea, è quella che a tutti viene proposto il cammino di fede e alla fine c’è chi lo accoglie e lo porta a termine e chi, invece, lo inizia e poi lo interrompe. Tutto questo, chiaramente, incide sul discorso della salvezza eterna, in quanto chi vigila, prega e opera si prepara all’incontro con lo sposo, che è Cristo Signore.

Chi, invece, si lascia distrarre dalle altre cose, rischia di essere impreparato quando arriva il Signore ed entra nella sala nuziale per fare partecipare al suo banchetto eterno quelli che sono già pronti. Infatti, “le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

La conclusione del brano del vangelo è un esplicito invito alla vigilanza cristiana, che è molto impegnativa rispetto ad altre tipologie di vigilanza, in quanto si tratta di rispondere in pieno e, in qualsiasi momento, alla chiamata di Dio, svolgendo al meglio il compito che ci è stato assegnato e che non va trascurato, pensando che abbiamo ancora molto tempo davanti e possiamo, perciò, rimandare il discorso a tempi successivi, secondo il nostro modo di pensare e di agire.

Si tratta, in altre parole, di un forte ammonimento ad essere pronti al passaggio alla vita eterna. Tema che affronta l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi, nel quale ci descrive il prima e il dopo della nostra morte corporale come pure ci parla del giudizio universale: “Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti…Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

Sono parole di conforto e di sostegno, di incoraggiamento di fronte al mistero della nostra ed altrui morte, che vanno benissimo in questo mese di novembre, durante il quale noi preghiamo per i fratelli defunti, che ci hanno preceduti nell’eternità. E allora di fronte al grande mistero della morte corporale, bisogna far tesoro di quanto ci suggerisce la prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza. Essere saggi e prudenti rispetto ai grandi ideali ed obiettivi della nostra vita, che vanno perseguiti con coraggio, ardore, fervore e costanza. Infatti, “se ci lasciamo guidare dalla sapienza che viene dall’alto saremo ben presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro”.

Come dire, che ci dobbiamo pienamente abbandonare nelle mani di Dio ed Egli ci farà approdare a porti tranquilli, nel tempo e nell’eternità.

In sintonia con tutta la parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci rivolgiamo a Dio, a conclusione della nostra riflessione sui testi sacri che abbiamo ascoltato, con questa preghiera iniziale della santa messa:  “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”.

E’ l’augurio che coltiviamo tutti nel nostro cuore con la consapevolezza e la coscienza che bisogna davvero vigilare sulla nostra condotta morale e sulla nostra vita per vivere in grazia di Dio, sempre, ed allontanarci da ogni tendenza verso il male e il peccato.

Maria, porta santa del cielo, ci accompagni nel cammino della fede e ci accolga un giorno all’ingresso di quel Regno dei cieli, avendoci forzati per essere tra coloro che sono stati attenti e vigilanti nell’attesa del Signore, non per pochi minuti, giorni, mesi o anni, ma per tutta la nostra vita umana e cristiana.

E al Cristo Redentore del mondo ci rivolgiamo con queste umili parole che è richiesta di perdono e gratitudine per la salvezza donataci con la sua morte e risurrezione:

 

A Te, Gesù, Redentore dell’uomo,

ci rivolgiamo per chiederti perdono.

Tu che dalla croce ci hai insegnato

a perdonare, togli dal nostro cuore

ogni forma di odio,

risentimento ed orgoglio.

Donaci la gioia di rivolgere

il nostro sguardo d’amore

verso coloro

che hanno fatto soffrire

il nostro povero cuore.

Signore, possa, ognuno di noi,

guardare il mondo intero

con la stessa bontà, tenerezza

e misericordia, che ha appreso da Te,

inginocchiandosi ai tuoi piedi.

Da questa scuola d’amore e di oblazione,

che è la tua santissima croce,

ogni uomo riscopra la bellezza

di donare la vita per i propri amici

e soprattutto per i propri nemici.

Signore Gesù, Redentore del mondo,

guida questo nostro mondo

verso la pace e la riconciliazione,

dono mirabile della Tua Passione,

Morte e Risurrezione. Amen

RUNGI2015

SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

 

DOMENICA 11 GIUGNO 2017

 

IL NOSTRO DIO E’ IMMENSO NELL’AMORE

 

ED INFINITO NELLA MISERICORDIA

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il mistero della Santissima Trinità che celebriamo oggi con un’apposita liturgia della parola e dell’Eucaristia, ci sostiene nella profonda convinzione della nostra fede, nel Dio Uno e Trino, che il nostro Dio è grande nell’amore ed immenso nella sua misericordia.

Padre, Figlio e Spirito Santo è la grande rivelazione che Gesù Cristo, nostro Salvatore, fa all’uomo nella sua venuta sulla terra, quale redentore, inviato dal Padre, la cui missione, una volta completata con la sua ascensione al cielo, viene continuata dall’azione dello Spirito Santo che “procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti” (Credo). Questo Dio Uno e Trino, è vicino a noi e vive dentro di noi. Questo Dio che è Uno nella natura, Trino nelle persone, forte ed immenso nell’amore, generoso nel concedere il perdono.

Nella preghiera della colletta di questa festività, noi, infatti, ci rivolgiamo con queste bellissime espressioni di fede: “O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone.

Dal brano della prima lettura di questa festa, ci vengono indicati alcuni attribuiti essenziali di Dio, così come sono descritti nel testo dell’Esodo, che narra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, del passaggio del Mar Rosso e della comunicazione di Dio della sua fondamentale volontà, scritta e fissata nei Dieci Comandamenti, dati a Mosè sul Monte Sinai, dove Egli stipula con l’uomo una prima fondamentale alleanza, quella appunto sinaitica. Infatti leggiamo che “in quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Dio si autorivela, si dichiara per quello che Egli è sostanzialmente: un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Come si vede, è un Dio che prende l’iniziativa per farsi conoscere e per dire all’uomo, che non è solo, ma oltre di Lui che un Essere superiore che lo sostiene nel cammino della vita e della storia e che cammina al suo fianco non con le armi e le frecce in mano, né con la potenza del governo di ogni genere umano e terreno, ma con l’amore, la tenerezza e la bontà di un Padre, che guarda davvero nel cuore di ogni suo figlio, comprendendolo e rassicurandolo nelle sue fragilità.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto da libro di Daniele è un inno di lode e di riconoscenza al nostro Dio, il cui nome è glorioso e santo. Egli che penetra con lo sguardo gli abissi  siede sui cherubini.

Nel brano della seconda lettura di questa festa, Paolo Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci raccomanda di essere gioiosi, di tendere alla perfezione, di farci coraggio a vicenda nella prova,  di avere gli stessi sentimenti e di vivere in  pace con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.

Nel testo di questo brano viene riportato il noto saluto iniziale della celebrazione eucaristica o di apertura di varie liturgia, che ben conosciamo e che ci riporta nel mistero della Santissima Trinità: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Ebbene, davvero facciamo sì che la santissima Trinità inabiti in noi e ci dia tutta quella forza che ci serve per camminare nella vita di tutti i giorni, verso il traguardo finale dell’eternità, dove vedremo Dio faccia a faccia, così come Egli è, e sapremo la verità di tutto quello che abbiamo creduto, amato e sperato nel tempo, non senza dubbi e problemi. In questa fede nella santissima Trinità, siamo cresciuti e siamo stati allattati con il latte spirituale dei nostri genitori e di quanti ci hanno educati ad alzarci al mattino e farci il segno della Croce, per iniziare il nuovo giorno sotto la protezione di Dio e così, man mano per tutta la giornata, nelle varie attività e celebrazione, nei vari spostamenti, passando davanti ad una chiesa o un cimitero o fermandosi in sosta davanti ad una icona della Vergine Santissima, la Madre di Dio e Madre di nostro Signore Gesù Cristo. Quel Dio che, come ci ricorda San Giovanni nel brano del Vangelo di questa festa che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Il mistero della santissima Trinità è un mistero d’amore infinito e di misericordia senza limiti. Egli da cielo sa e conosce ogni nostra esigenze e bisogno e con autorevolezza di Padre ci sostiene nel cammino del pellegrinaggio terreno, indicando nel suo Figlio, morto e risorto, la strada maestra per andare in cielo e lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, consolatore perfetto e dolce ospite della nostra vita di credenti. Sia questa la nostra preghiera in onore della Santissima Trinità: “Padre della vita, che con infinito amore guardi e custodisci coloro che hai creato, ti ringraziamo per tutti i tuoi doni. Ascoltaci quando ti invochiamo, sostienici quando vacilliamo, perdona ogni nostro peccato. Signore Gesù, Salvatore del mondo, che hai preso su di te i pesi e i dolori dell’umanità, ti affidiamo ogni nostra sofferenza. Quando non siamo compresi, consolaci, nell’inquietudine donaci la pace, se siamo considerati ultimi, tu rendici primi. Spirito Santo, consolatore degli afflitti e forza di coloro che sono nella debolezza, ti imploriamo: scendi su di noi. Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita sia un cammino di speranza verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen” (Card Dionigi Tettamanzi).

 

P.RUNGI. TESTO DELLA VIA CRUCIS – QUARESIMA 2017

PASSIONISTE8

VIA CRUCIS PER I GIOVANI E CON I GIOVANI

CASA DEL VOLTO SANTO – PONTI ROSSI – NAPOLI

VENERDI’ 24 MARZO 2017 – ORE 18,30

MEDITAZIONI E PREGHIERE DI PADRE ANTONIO RUNGI PASSIONISTA

QUARESIMA 2017

Canto iniziale

INTRODUZIONE

S.Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

T.Amen.

S.Il Signore sia con voi.

T.E con il tuo spirito.

 

G1-Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi (2,5-11)

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Breve pausa di silenzio e meditazione

C.Preghiamo: Signore, in questo cammino che porta al Calvario insieme a Te, nella nostra preghiera della Via Crucis di questo Venerdì di Quaresima, noi giovani e tutti i fedeli qui presenti ci rivolgiamo a Te per chiederti scusa, perché non siamo stati capaci di concretizzare il tuo insegnamento nella vita di tutti i giorni. I tuoi sentimenti non sono stati i nostri. E di questo ti chiediamo umilmente perdono. Amen.

 

 

S.PRIMA STAZIONE: Gesù è condannato alla morte per crocifissione

G1-Dal Vangelo secondo Giovanni 19, 12-16

Pilato cercava di liberare  [Gesù]; ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare”. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.  Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via, via, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i sommi sacerdoti: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

 

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G2-Quante persone, ogni giorno, nella nostra città, nel Sud vengono condannati ad una morte fisica, morale e spirituale, in assenza di quei servizi essenziali che riguardano la salute del corpo e dello spirito. Diversi vengono condannati a morte e vengono anche uccisi e massacrati dalla droga, dalla violenza comune ed organizzata, dalla malasanità, dalla mancanza dell’essenziale.

 

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G3-Gesù, tu che sei stato ingiustamente condannato a morte, guarda ai tanti condannati a morte del nostro territorio, soprattutto se sono innocenti ed hanno un solo nome comune: minorenni. Amen.

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G4-Mi direte: “Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?”. Quando il Signore ci chiama, non si ferma a ciò che siamo o a ciò che abbiamo fatto. Al contrario, nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di sprigionare. Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti” (Papa Francesco)

S.SECONDA STAZIONE: Gesù è caricato della croce

G1-Dal Vangelo di Giovanni (19,17)

Essi allora presero Gesù ed ed Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, in ebraico Golgota.

 

G2-Quanti croci sono costretti a portare sulle spalle i giovani del nostro territorio: dalla mancanza di opportunità sociali, culturali ed economiche, a quelle non meno gravi della mancanza di un’educazione alla fede di cui le famiglie non se ne fanno più carico. Troppe deleghe a chi non ha la responsabilità diretta dei figli, dei minorenni, degli adolescenti e dei giovani in generale, che non vengono assolte e portate a termine.

 

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G3-Signore, alleggerisci il peso delle croci ai nostri giovani non più preparati alla vita, a saper soffrire e a lottare per i giusti ideali della società. Amen.

 

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G4-Maria non si chiude in casa, non si lascia paralizzare dalla paura o dall’orgoglio. Maria non è il tipo che per stare bene ha bisogno di un buon divano dove starsene comoda e al sicuro. Non è una giovane-divano!  Se serve una mano alla sua anziana cugina, lei non indugia e si mette subito in viaggio. (Papa Francesco)

 

 

S.TERZA STAZIONE: Gesù cade la prima volta sotto la croce

 

G1-Dal libro del profeta Isaia. 53, 4-8

…Egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo.

 

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G2-Sono tante le cadute morali e spirituali dei giovani del nostro territorio, che vanno dalla droga, alla violenza, all’edonismo, all’egoismo, all’indifferenza, al bullismo ed altre forme di decadenza tipiche dei giovani. Ma ci sono anche cadute di stile, di educazione, di vera spiritualità e devozione, al punto tale che la partecipazione alla vita della chiesa è limitata.

 

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G3-Signore, fa comprendere ai nostri giovani quanto sia importante una vita moralmente elevata ed una vita spirituale altrettanto ricca di contenuti della fede, che sostenga il cammino della speranza e della carità. Amen.

 

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“È lungo il percorso per raggiungere la casa di Elisabetta: circa 150 chilometri. Ma la giovane di Nazareth, spinta dallo Spirito Santo, non conosce ostacoli. Sicuramente le giornate di cammino l’hanno aiutata a meditare sull’evento meraviglioso in cui era coinvolta. Così succede anche a noi quando ci mettiamo in pellegrinaggio: lungo la strada ci tornano alla mente i fatti della vita, e possiamo maturarne il senso e approfondire la nostra vocazione, svelata poi nell’incontro con Dio e nel servizio agli altri” (Papa Francesco).

 

S.QUARTA STAZIONE: Gesù incontra la sua SS.Madre

 

G1-Dal Vangelo secondo Luca. 2, 34-35. 51

Simeone parlò a Maria, sua madre:

“Egli è qui per la rovina

e la risurrezione di molti in Israele,

segno di contraddizione

perché siano svelati i pensieri di molti cuori.

E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …

Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

 

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G2-Quanti giovani sono orfani di genitori sia in senso reale che astratto, in quanto non sono presenti nella loro vita, non li seguono, non li curano, non li formano allo spirito del Vangelo. Quante mamme rifiutano la vita, che portano nel grembo o abbandonano i figli in qualche luogo. La nostra città, storicamente, ricorda bene, nel passato ed oggi, questo fenomeno dell’abbandono dei minori. Sono in questi nostri territori, dove solo apparentemente i figli sono i beni veri della famiglia, che si registrano i casi di maggiore sofferenza tra i minori.

 

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G3-Signore, tu che hai incontrato il volto dolente e rassicurante di tua Madre lungo il Calvario, fa che i bambini appena nati, come i giovani possano incontrare il volto sereno e fiducioso delle loro madri e dei loro padri, che sull’esempio di Maria e Giuseppe seguano i figli per tutto il percorso della loro vita. Amen.

 

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Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza (Papa Francesco).

 

S.QUINTA STAZIONE: Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce.

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 21-22

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio.

 

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G2-La solidarietà è tanto sentita tra i giovani del nostro tempo e della nostra terra, ma molte volte si traduce solo in pie intenzioni e progetti che rimangono sulla carta, senza effetti reali nella società. Ci sono tanti giovani che hanno bisogno di altri giovani per uscire dalle varie emergenze della loro vita e del territorio che li assorbe senza farli più vivere.

 

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G3-Signore Gesù, aiuta i giovani a capire l’importanza di tendersi una mano nel fare il bene e nel progredire nel bene ed avere il coraggio, tutti insieme, per cambiare questo mondo con la forza della fede e dell’amore. Amen.

 

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G4-La vera esperienza di Chiesa non è come un flashmob, in cui ci si dà appuntamento, si realizza una performance e poi ognuno va per la sua strada. La Chiesa porta in sé una lunga tradizione, che si tramanda di generazione in generazione, arricchendosi al tempo stesso dell’esperienza di ogni singolo. Anche la vostra storia trova il suo posto all’interno della storia della Chiesa. Anche voi giovani potete fare grandi cose, assumervi delle grosse responsabilità, se riconoscerete l’azione misericordiosa e onnipotente di Dio nella vostra vita. (Papa Francesco).

 

S.SESTA STAZIONE: Gesù è asciugato nel volto dalla Veronica

 

Dal libro del profeta Isaia. 53, 2-3

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per potercene compiacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia.

 

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G2-Noi abbiamo il sacrosanto dovere di asciugare le lacrime di sangue di quanti soffrono a causa nostra, in particolare i nostri genitori, i nostri parenti più stretti, quelli che ci vogliono più bene e soffrono maggiormente per noi, quando camminiamo al di fuori di ogni regola morale e di ogni buona educazione ricevuta.

 

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G3-Signore Gesù, fa comprendere a noi giovani di non far soffrire nessuno a causa nostra, fosse anche il più sconosciuto della terra e quando vediamo qualcuno che piange, come la Veronica, sporchiamoci i panni per alleviare il dolore di chi sta nel pianto e versa lagrime di sangue. Amen.

 

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G4-Vorrei porvi alcune domande: in che modo “salvate” nella vostra memoria gli eventi, le esperienze della vostra vita? Come trattate i fatti e le immagini impressi nei vostri ricordi? Ad alcuni, particolarmente feriti dalle circostanze della vita, verrebbe voglia di “resettare” il proprio passato, di avvalersi del diritto all’oblio. Ma vorrei ricordarvi che non c’è santo senza passato, né peccatore senza futuro. La perla nasce da una ferita dell’ostrica! Gesù, con il suo amore, può guarire i nostri cuori, trasformando le nostre ferite in autentiche perle. Come diceva san Paolo, il Signore può manifestare la sua forza attraverso le nostre debolezze (cfr 2 Cor 12,9). (Papa Francesco).

 

S.SETTIMA STAZIONE: Gesù cade la seconda volta sotto la croce.

 

G1-Dal libro delle Lamentazioni. 3, 1-2. 9. 16

Io sono l’uomo che ha provato la miseria

sotto la sferza della sua ira.

Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare

nelle tenebre e non nella luce…

Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra,

ha ostruito i miei sentieri…

Mi ha spezzato con la sabbia i denti,

mi ha steso nella polvere.

 

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G2-Le promesse non mantenute, ci portano spesso a ricadere sugli stessi sbagli ed errori di sempre. Ma anche quando tocchiamo il fondo, abbiamo il dovere morale per noi stessi e per gli altri di rialzarci subito e continuare con maggiore vigore interiore, forse con minore vigore fisico, il lungo viaggio della vita, che conduce alla vita, se si ama la vita.

 

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G3-Signore, non abbandonarci nella tentazione di sentirci forti ed invincibili, quando in realtà siamo fragili e peccatori incalliti, che non ce la fanno più a rialzarsi per un breve tragitto spirituale di conversione del loro cuore. Amen.

 

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G4-I nostri ricordi però non devono restare tutti ammassati, come nella memoria di un disco rigido. E non è possibile archiviare tutto in una “nuvola” virtuale. Bisogna imparare a far sì che i fatti del passato diventino realtà dinamica, sulla quale riflettere e da cui trarre insegnamento e significato per il nostro presente e futuro. Compito arduo, ma necessario, è quello di scoprire il filo rosso dell’amore di Dio che collega tutta la nostra esistenza. (Papa Francesco).

 

S.OTTAVA STAZIONE: Gesù incontra le pie donne di Gerusalemme

 

G1-Dal Vangelo secondo Luca. 23, 27-31

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di Lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse:

“Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”.

 

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G2-Quante lagrime di coccodrillo spargiamo lungo il percorso della nostra vita di piccoli, adolescenti e giovani. Piangiamo facilmente, come ridiamo facilmente. Non sappiamo più differenziare la vera sofferenza, da quella falsa e ipocrita, che si manifesta in certe circostanze, in cui non siamo personalmente coinvolti. Piangiamo, ma non ci correggiamo, né vogliamo correggere chi sbaglia palesemente.

 

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G3-Signore, donaci l’onestà di piangere per cause giuste e versare non solo lagrime di dolore, ma anche lagrime di gioia, per le tante cose buone che esistono nel nostro mondo e soprattutto nel mondo dei giovani. Amen.

 

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Tanti dicono che voi giovani siete smemorati e superficiali. Non sono affatto d’accordo! Però occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la capacità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. Avere un passato non è la stessa cosa che avere una storia. Nella nostra vita possiamo avere tanti ricordi, ma quanti di essi costruiscono davvero la nostra memoria? Quanti sono significativi per il nostro cuore e aiutano a dare un senso alla nostra esistenza? (Papa Francesco).

 

NONA STAZIONE: Gesù cade la terza volta sotto la croce.

 

G1-Dal libro delle Lamentazioni. 3, 27-32

È bene per l’uomo portare il giogo

fin dalla giovinezza.

Sieda costui solitario e resti in silenzio,

poiché egli glielo ha imposto;

cacci nella polvere la bocca,

forse c’è ancora speranza;

porga a chi lo percuote la sua guancia,

si sazi di umiliazioni.

Poiché il Signore non rigetta mai…

Ma, se affligge, avrà anche pietà

secondo la sua grande misericordia.

 

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G2-La terza caduta di Gesù sotto il pesante legno della croce, in una condizione di debilitazione totale per la violenza subita, rammenta a tutti i giovani la forza d’animo che devono avere anche quando tutto sembra finito e annientato. Con la faccia a terra e prostrati nella polvere, dobbiamo riconoscere che spesso la gioventù è solo un tempo della vita, ma mai un tempo dello Spirito. Egli con i suoi sette doni aiuti ogni giovane, soprattutto se cresimato, ad essere testimone di rinascita per se stesso, per il proprio ambiente, per la propria città.

 

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G3- Signore, ti preghiamo, suscita in tutti i giovani l’amore ardente per la causa della giustizia, della verità e della bontà e nessuno dei giovani possano sperimentare la delusione della vita, molto spesso ingrata verso di loro e verso i propri cari. Amen.

 

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G4-I volti dei giovani, nei “social”, compaiono in tante fotografie che raccontano eventi più o meno reali, ma non sappiamo quanto di tutto questo sia “storia”, esperienza che possa essere narrata, dotata di un fine e di un senso. I programmi in TV sono pieni di cosiddetti “reality show”, ma non sono storie reali, sono solo minuti che scorrono davanti a una telecamera, in cui i personaggi vivono alla giornata, senza un progetto. Non fatevi fuorviare da questa falsa immagine della realtà! Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro! (Papa Francesco).

 

S.DECIMA STAZIONE: Gesù è spogliato delle sue vesti

 

G1-Dal Vangelo secondo Giovanni (19,23-24)

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così.

 

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G2-Quante volte i giovani si spartiscono bottini, frutto di furti, violenze, sopraffazioni, ingiustizie; si spartiscono droga, alcool ed altre sostanze nocive che rovinano la loro vita. Come i soldati ai piedi del crocifisso, gettano la sorte, giocano d’azzardo non solo per raggiungere degli illusori guadagni, ma giocano pesante con la loro vita e con la vita degli altri.

G3-Signore, concedi a noi giovani la sapienza del cuore e l’intelligenza vera, che viene dal cielo e come il Re Salomone, facci dono di ciò che veramente conta in questo mondo e nell’eternità. Amen.

 

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G4-Alla fine di ogni giornata ci possiamo fermare per qualche minuto a ricordare i momenti belli, le sfide, quello che è andato bene e quello che è andato storto. Così, davanti a Dio e a noi stessi, possiamo manifestare i sentimenti di gratitudine, di pentimento e di affidamento, se volete anche annotandoli in un quaderno, una specie di diario spirituale. Questo significa pregare nella vita, con la vita e sulla vita, e sicuramente vi aiuterà a percepire meglio le grandi cose che il Signore fa per ciascuno di voi. Come diceva sant’Agostino, Dio lo possiamo trovare nei vasti campi della nostra memoria (cfr Confessioni, Libro X, 8, 12). (Papa Francesco).

 

 

S.UNDICESIMA STAZIONE: Gesù è inchiodato alla croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 25-27.29-30

Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano  e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce.

 

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G2-Davanti al Cristo crocifisso o si piange e ci si converte o si resta indifferenti o addirittura si può essere provocanti chiedendo a Gesù di dimostrare la sua onnipotenza e la sua Figliolanza con Dio. Questo atteggiamento scettico, agnostico o addirittura ateo rappresenta il sistema di pensiero di molti giovani del nostro tempo e della nostra terra.

 

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G3-Signore Gesù, inchiodato alla Croce e messo a morte per la nostra salvezza, da questo trono regale e cattedra di altissimo valore morale e spirituale, insegna ai nostri giovani a guardare sempre in alto ed avere l’orgoglio di essere dei buoni cristiani, con il vivere con il segno distintivo di ogni discepolo di Gesù Cristo, che è la Croce. Amen.

 

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Maria raccoglie il patrimonio di fede del suo popolo e lo ricompone in un canto tutto suo, il Magnificat, ma che è allo stesso tempo canto della Chiesa intera. E tutta la Chiesa lo canta con lei. Affinché anche voi giovani possiate cantare un Magnificat tutto vostro e fare della vostra vita un dono per l’intera umanità, è fondamentale ricollegarvi con la tradizione storica e la preghiera di coloro che vi hanno preceduto. (Papa Francesco)

 

S.DODICESIMA STAZIONE: Gesù muore in croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 33-34. 37. 39

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì , Eloì , lema sabactà ni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?…Ed egli, dando un forte grido, spirò …Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.

 

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G2-La morte in croce di Gesù, anche lui giovane, appena 33 anni, ci riporta alla morte violenta di tanti giovani assassinati, non solo per azioni criminosi e terroristiche, ma anche morti nel silenzio, nell’indifferenza e nella solitudine di una società che emargina facilmente chi non è bello, perfetto, simpatico, accomodante, conformista, labile di pensiero e quanto di negativo si possa cogliere nella vita di un giovane che non si relazione con altri giovani.

 

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G3-Signore insegna a tutti i giovani di questa nostra città e territorio a guardare in faccia il dolore dell’umanità, senza omertà, senza aver paura di chiamare con i loro nomi i peccati che si commettono nel nome di un perbenismo o di un superficialismo, che trova accoglienza in vasti strati sociali, abituati a salvare la faccia e mai a salvare la vita, soprattutto dei più piccoli, poveri, fragili ed innocenti di questa terra. Amen.

 

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G4-Nella dinamica della vita, le suppliche di oggi diventeranno motivi di ringraziamento di domani. Così, la vostra partecipazione alla Santa Messa e i momenti in cui celebrerete il sacramento della Riconciliazione saranno allo stesso tempo culmine e punto di partenza: le vostre vite si rinnoveranno ogni giorno nel perdono, diventando lode perenne all’Onnipotente. «Fidatevi del ricordo di Dio: […] la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male» (Papa Francesco).

 

S.TREDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto dalla croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 42-43. 46

Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce.

 

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G2-Morto Gesù, tutto diventa tristezza e malinconia in coloro che non hanno fede e non aspettano il giorno della vita. Gesù aveva detto chiaramente che sarebbe risorto e chiedeva nei suoi discepoli una risposta di vita e non di morte. Quando viene a mancare una prospettiva di vita e si favorisce una cultura di morte, come nel nostro tempo, a pagarne le più drammatiche conseguenze sono proprio i giovani, i più fragili, quelli che sono aperti alla vita ed invece di trovare la vita, incontrono solo campi di sterminio, senza andare molto lontano nel tempo e nello spazio, ma guardandosi semplicemente intorno per constatare tutto ciò, proprio ai nostri giorni. Noi cerchiamo campi di vita e di speranza.

 

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G3-Signore aiuta i giovani a costruire un mondo migliore, dove non regni la morte, ma si affermi sempre più la cultura della vita, che parta dalla difesa del nascituro, fino al moribondo, giovane o anziano, che attende di emettere l’ultimo respiro per iniziare a vivere per sempre in Dio. Amen

 

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G4-Per costruire un futuro che abbia senso, bisogna conoscere gli avvenimenti passati e prendere posizione di fronte ad essi. Voi giovani avete la forza, gli anziani hanno la memoria e la saggezza. Come Maria con Elisabetta, rivolgete il vostro sguardo agli anziani, ai vostri nonni. Vi diranno cose che appassioneranno la vostra mente e commuoveranno il vostro cuore. (Papa Francesco)

 

QUATTORDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto nel sepolcro.

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 46-47

Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto.

 

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G2-Il cimitero, la tomba…quanti giovani morti prematuramente per incidenti stradali, per malattie, per droga o perché assassinati da bande di rivali, oppure morti senza aver avuta la possibilità di essere curati e guariti, perché senza risorse economiche in grado di poter assicurare loro il meglio dell’assistenza medica. Basta farsi un giro nei cimiteri delle nostre città e guardare le foto di tanti bambini, giovani ed adulti che appena appena si sono affacciati alla vita. Grande lezione per chi pensa di essere eterno, onnipotente, onnisciente, onnipresente, ritenendosi un Dio che non lo è. La vita che scorre e per tutti ha un termine, aiuta i nostro cammino di pellegrini e di viandanti verso la patria comune, che non è la fossa comune, dove sono stati ammassati i corpi, senza nome, di eccidi e massacri di ieri e di oggi.

 

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G3-Signore Gesù, fa che la storia di questi anni e di quelli a venire possano avere, attraverso i giovani, il volto della speranza e della vita, superando ogni conflitto ideologico, culturale, razziale e religioso che ancora oggi, proprio in questi giorni, semina morte e dolore in tanti parti del mondo. Amen.

 

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G4-Saper fare memoria del passato non significa essere nostalgici o rimanere attaccati a un determinato periodo della storia, ma saper riconoscere le proprie origini, per ritornare sempre all’essenziale e lanciarsi con fedeltà creativa nella costruzione di tempi nuovi. Sarebbe un guaio e non gioverebbe a nessuno coltivare una memoria paralizzante, che fa fare sempre le stesse cose nello stesso modo. È un dono del cielo poter vedere che in molti, con i vostri interrogativi, sogni e domande, vi opponete a quelli che dicono che le cose non possono essere diverse. (Papa Francesco)

 

CONCLUSIONE

 

Padre nostro, Ave Maria e Gloria (secondo le intenzioni del Papa)

 

“Dio, Padre misericordioso,

che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,

e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,

Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo”.

Ti affidiamo in modo particolare

i giovani di ogni lingua, popolo e nazione:

guidali e proteggili lungo gli intricati sentieri del mondo di oggi

e dona loro la grazia di raccogliere frutti abbondanti

dall’esperienza della preghiera personale e comunitaria.

 

Padre Celeste,

rendici testimoni della Tua misericordia.

Insegnaci a portare la fede ai dubbiosi,

la speranza agli scoraggiati,

l’amore agli indifferenti,

il perdono a chi ha fatto del male

e la gioia agli infelici.

Fa’ che la scintilla dell’amore misericordioso

che hai acceso dentro di noi,

seguendo Cristo Crocifisso e Risorto,

diventi un fuoco che trasforma i cuori

e rinnova la faccia della terra. Amen.

 

  1. E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e vi rimanga sempre.
  2. Amen

 

Canto finale.

P.RUNGI.COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA XVII TEMPO ORDINARIO – 24 LUGLIO 2016

RUNGI2015

DOMENICA   XVII  DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 LUGLIO 2016

LA PREGHIERA, RESPIRO DELL’ANIMA CHE CERCA DIO

Commento di padre Antonio Rungi

 

La preghiera per un cristiano, ma per tutti i credenti veri di qualsiasi religione, è un mezzo indispensabile per cercare Dio e raggiungerlo nella contemplazione dei divini misteri.

La preghiera è davvero il respiro di ogni anima che anela alla comunione con Dio su questa terra e alla salvezza definitiva nell’eternità.

Il maestro di preghiera per eccellenza è proprio Gesù.

Nel Vangelo di oggi, cogliamo questa richiesta importante del gruppo degli apostoli che si rivolgono al loro Maestro, dicendo: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.

Bello questo confronto con il precursore, per farci ricordare che anche Giovanni Battista era un uomo di preghiera ed un maestro di preghiera. Gli apostoli come i discepoli del Battista, non chiedono di imparare filosofia, letteratura, medicina, arte, economia, scienze, ma solo e soltanto la teologia spirituale, cioè la preghiera e l’ascesi.

Le scuole cristiane di preghiera nascono proprio con loro: con il Precursore e soprattutto con Gesù, che, oltre ad essere il vero Maestro di come pregare, è anche il Colui che dà i contenuti alla vera preghiera rivolta a Dio.

Da qui la nascita del Padre nostro, la preghiera di Cristo e del cristiano per eccellenza, che fa parte della nostra quotidiana esperienza di comunicare con Dio, attraverso queste bellissime espressioni di fede, di fiducia, di perdono, di pace che tale preghiera racchiude in se.

Questa orazione dovrebbe accompagnare i nostri passi dalla mattina alla sera, raccordandoci con il cuore e la mente con Colui che è davvero il nostro Padre, al Quale dobbiamo l’onore e la lode, per il Quale dobbiamo lavorare in terra, perché venga il suo regno di amore, di giustizia e di pace, con il Quale dobbiamo andare d’accordo, facendo la sua volontà. Al Quale Dio, nostro Padre, dobbiamo innalzare le nostre legittime richieste di dare il pane e il cibo quotidiano a tutti gli esseri umani, senza togliere a nessuno ciò che è necessario alla vita e alla salute. Nel Quale dobbiamo immergerci per chiedere perdono dei nostri peccati e trovare la forza per perdonare a quanti ci hanno fatto del male, rimettendo a loro i debiti, come noi riceviamo da Dio la remissione dei nostri debiti.

A questo Dio, che Gesù ci ha rivelato, come Padre Misericordioso, dobbiamo essere grati e riconoscenti, al Quale chiediamo di non abbandonarci nelle nostre miserie umane, nei nostri errori, peccati e fragilità, e Gli chiediamo di sostenerci nella lotta contro le tentazioni, il male e il demonio, perché possiamo essere davvero degni di essere suoi figli e vivere nella vera libertà di figli di Dio.

Una preghiera, la nostra, che avrà sempre una risposta dal cielo, che spesso con coincide con le nostre attese ed aspettative. Una preghiera che si fa “croce e dolore”, si fa “calvario e sepolcro”, si fa morte e risurrezione.

Ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto da San Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Chiedere con insistenza per muovere a compassione e tenerezza il cuore di Dio, già tenero e buono nella sua stessa natura ed essenza.

Sicuramente Dio, nella preghiera, vuole continuare con noi un dialogo più esplicito, più aperto, fatto di domanda e risposta, rispetto ad una preghiera silenziosa, senza richieste e senza attese.

Noi abbiamo bisogno di Dio e del suo aiuto, del suo intervento e dobbiamo avere l’umiltà grande di chiedere continuamente ed insistentemente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lo spirito e per il corpo, per noi stessi e per gli altri, per quanti condividono la nostra fede e per tutti gli esseri  umani, perché Dio è Padre di tutti e vuole la conversione di tutti.

Un tema, quella della conversione e del perdono che troviamo esplicitato nel bellissimo brano della prima lettura di oggi, tratto dalla Genesi, in cui patriarca Abramo si fa intermediario tra Dio e il popolo peccatore, gravemente immerso in uno stato di immoralità e di peccato.

Città, come Sodoma e Gomorra, simboli della decadenza morale nell’ambito sessuale e della corruzione, vivono in una condizione di peccato molto grave. E’ Dio stesso che vuole scende dal cielo per verificare la condizione di normalità almeno in un gruppo di persone, per salvare tutti. Alla fine, come leggiamo dal testo della Genesi e dal dialogo che intercorre tra Dio ed Abramo, dalla possibilità di trovare almeno 50 persone giuste, si arriva forse a trovarne uno solo.

Anche in quel caso, Dio perdona tutti per la giustizia di uno solo.

Chiaro riferimento al mistero della salvezza che si compie in Cristo, unico Salvatore del mondo. Solo Dio è il Santo, noi siamo tutti peccatori ed abbiamo bisogno della sua misericordia e del suo perdono.

Per farci capire tutto questo, il Signore, in ogni momento della storia dell’umanità, invia profeti, santi, testimoni, maestri della fede che ci conducono per mano a comprendere l’importanza di stare dalla parte di Dio e non dalla parte del male.

Quest’anno giubilare della misericordia che stiamo celebrando e che Papa Francesco ha indetto, ha un suo preciso scopo: chiedere misericordia a Dio ed essere noi misericordiosi come il Padre.

Non è facile fare come commino di conversione, ma dobbiamo riuscirci a tutti i costi, con noi stessi e dobbiamo aiutare gli altri a farlo.

A tal proposito, ci aiuti quanto scrive l’Apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ascoltiamo nella liturgia della Parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario:  “Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

La nostra salvezza, la nostra riconciliazione, il nostro Paradiso passa attraverso la Croce di Cristo, passa attraverso il Crocifisso.

Capire questo grande mistero della fede del Figlio di Dio che offre la sua vita sulla croce e versa il suo sangue per noi, è il primo passo per pentirsi e inginocchiarsi ai piedi del Crocifisso e dire: Signore perdonami, Signore salvami. Signore portami con te nella pace sconfinata ed eterna del tuo Regno.

Sia questa, allora, la nostra umile preghiera conclusiva con la quale vogliamo sigillare la nostra riflessione in questi giorni di tanto dolore e sofferenza per un’umanità, con tanti morti e vittime del terrore e della follia umana in ogni parte del mondo, questa umanità che ha perso il senso della vita e l’orientamento verso il vero bene: “Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza,
come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore”. Amen.