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P.RUNGI COMMENTO E PREGHIERA PER LA PASQUA 2020

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Domenica di Risurrezione

Domenica 12 Aprile 2010 

IL MATTINO DI UNA NUOVA PASQUA 

Commento di padre Antonio Rungi

Tutta la liturgia della parola di Dio di questa domenica di Pasqua è improntata al tema della risurrezione e della rinascita di chi ha fede nel Figlio di Dio, morto e risorto. E’ un inno di lode al Signore è la vera alleluja che ogni cristiano canta da profondo del proprio cuore, nella speranza di vedere finiti i segnali di morte nel nostro tempo e nella nostra storia.

Partendo dal vangelo di Giovanni, questo brano ci descrive la risurrezione di Cristo e ci rammenta che Maria si alzò presto per andare al sepolcro di Gesù, per fare quell’atto di devozione, di culto e di attenzione verso di lui, come fanno tutti coloro che hanno a cuore quanti sono morti e non li dimenticano appena sepolti.

 

A Maria e agli apostoli era possibile allora raggiungere liberamente il sepolcro. Oggi per quanti lasciano questo mondo, in tempo di epidemia da coronavirus, oltre a non aver sepoltura, vengono cremati e le ceneri distribuire ai parenti, nel migliore dei casi.

 

In questo periodo di grande sofferenza, la Pasqua per noi cristiani è davvero una boccata di ossigeno e di speranza, per non disperare, per non rattristarci più di quanto già lo siamo.

 

Bisogna alzarsi e rialzarsi come Maria che di buon Mattino va da Gesù Cristo. Appena giunta al sepolcro prende atto che la pietra era stata tolta dal sepolcro. E primo gesto che compie, non va a denunciare la scomparsa di un morto, il trafugamento del corpo di Gesù, ma corre dai discepoli del Signore e quindi anche da Maria, la Madre di Gesù, che era stata accolta nella casa di Giovanni, e riferisce in particolare a Pietro e a Giovanni quello che aveva visto: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

 

Che si fa normalmente in questi casi, istintivamente? Si va a vedere, si corre insieme e si ritorna su posto, andando alla ricerca, cercando di capire cosa è successo. Esattamente quello che fanno i due discepoli e Maria.

Il racconto del Vangelo è dettagliato, anche perché p stato vissuto in prima persona da chi l’ha scritto il resoconto di quanto accaduto e cioè Giovanni l’Evangelista, il discepolo che Gesù amava, come egli di definisce non citando mai se stesso in prima persona, ma parlando in terza persona. Infatti, Pietro subito uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Anche loro hanno fretta e corrono insieme, verso il luogo dove Gesù era stato sepolto.

 

Nella corsa, il giovane in genere vince sempre e Giovanni mette in evidenza questo fatto, non per precisare la sua velocità, ma la sua primazia rispetto all’amore di Cristo. Giunto Giovanni per primo al sepolcro si affacciò all’ingresso e si chinò per terra. Avendo costatato che i teli erano era posati là, non entrò ed attese che arrivasse Pietro.

 

D’altra parte era consapevole il giovane discepolo che Gesù aveva affidato a Pietro la missione di pascere il suo gregge.

 

Giovanni rispetta il ruolo di Pietro e attende che entri lui per primo nel sepolcro, essendo di gran lunga molto più anziano di lui e quindi più esperto e preparato al compito che lo attendeva, quello di registrare l’assenza del corpo di Gesù e interrogarsi sul da farsi.

 

Una volta entrato nel sepolcro Pietro osservò che i teli era posati vicino al luogo della sepoltura, mentre il sudario – che era stato sul suo capo di Gesù era stato arrotolato e messo in un luogo a parte. Cosa insolita. Troppi elementi che deponevano non verso un trafugamento della salma, ma verso quella idea che aveva accompagnato il gruppo dei discepoli, stando vicino al Maestro, che spesso aveva parlato loro di risurrezione dopo tre giorni di sepolcro. A quel punto entrò anche Giovanni, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

L’atto di fede nella risurrezione del Signore è espresso in quel preciso momento, visto che fino allora non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Quel verbo “doveva”, vale la pena sottolinearlo, in quanto Gesù, Figlio di Dio, non poteva restare nella morte oltre quel tempo previsto, fin dall’eternità, in vista della risurrezione, che come la morte di Gesù era nel piano salvifico di Dio.

Il grande mistero della nostra fede, la Pasqua di Cristo è tutto sintetizzato in questo: doveva risorgere, non poteva stare per sempre nel sepolcro, Lui che era il Figlio di Dio, la via, la verità e la vita è il vincitore della morte e l’alba della risurrezione per tutti.

 

Alla luce di questo mistero, comprendiamo esattamente la nostra vita e come va letta nella prospettiva della Pasqua di Gesù che è poi la nostra Pasqua.

 

San Paolo Apostolo proprio nel considerare il valore teologico e morale della Pasqua per ogni cristiano ci ammonisce: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.

 

E come i primi apostoli che faticarono non poco a capire che Gesù era risorto e quindi se ne fanno gli annunciatori, anche noi dobbiamo sentire il dovere di annunciare agli altri la risurrezione, la rinascita, la risurrezione, nostra, dell’Italia e del mondo intero in questo difficile momento che stiamo vivendo.

Augurio più bello non può esserci, se è lo stesso apostolo a dirci esattamente cosa significhi per noi la Pasqua, soprattutto in questo tempo di pandemia, che non pochi problemi sta ponendo anche alle nostre fragili certezze.

 

Affidiamo al Signore tutte le nostre intenzioni di preghiera per la Pasqua 2020, espressa nella mia orazione, ricordando a me a tutti che la Pasqua è una festa della vita, della gioia e della rinascita.

Risuoni nel nostro cuore e nella nostra vita l’inno pasquale dell’ lleluja e il canto di Maria che ha incontrato Gesù appena risorto dai morti. E ci racconta che hai visto La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, nostra speranza, è risorto e ci ha preceduto nella Pasqua eterna.

La nostra fede nella risurrezione è certa, perché Cristo è davvero risorto. Egli è Re vittorioso che ha pietà di noi”.

Pertanto, eleviamo al Risorto questa preghiera che è di speranza e di luce per tutta l’umanità:

Preghiera per la Pasqua 2020

 

Risorgi Gesù nell’oggi di questa nostra umanità, afflitta da questo terribile virus mortale, che ha limitato la nostra vita, ma non ha condizionato la nostra fede e la nostra speranza in Te.

 

Ridonaci la gioia di fare Pasqua, nello stesso modo con il quale l’hai celebrata Tu, con tutti discepoli nell’ultima cena, intorno alla mensa del pane e del vino dell’amore che si fa diaconia, con il dono totale della vita.

 

Nella nostra sofferenza di questi terribili giorni, senza il contatto con l’eucaristia, la penitenza e la vicinanza dei fratelli, abbiamo compreso l’importanza dell’essere con Te sempre, mediante i segni sacramentali da Te istituiti nell’ultima cena per darci la certezza che Tu ci sei vicino in ogni momento della nostra vita.

 

Gesù Risorto dai morti, apri i sepolcri dei nostri cuori, dove abitano la morte, la tristezza e l’assenza di ogni legittima attesa.

 

Sbalza via dalle nostre povere vite tutto ciò che ci chiude in una visione dell’esistenza nella sola prospettiva terrena.

 

Non saremo cuori ed anime risorti se non facciamo tesoro di questa grande lezione della storia, dei limiti delle nostre conoscenze tecniche e scientifiche e della nostra pochezza e limitatezza con le quali dobbiamo sapere convivere oltre il tempo del coronavirus.

Padre Antonio Rungi

 

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO 2020 – RIFLESSIONE DI P.RUNGI E PREGHIERA

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

 Domenica 2 febbraio 2020

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia davanti a Dio 

Commento di padre Antonio Rungi

Questa prima domenica di febbraio 2020, quarta del tempo ordinario coincide con la solennità della Presentazione del Signore. Oggi, poi, si celebra anche la XXIV giornata per la vita consacrata. Due motivi, quindi, per riflettere, pregare, trasmettere la parola di Dio e sollecitare una risposta vocazionale a servizio della Chiesa negli istituiti maschili e femminili e nell’Ordo Virginum. A descriverci questo momento importantissimo della vita del Bambino Gesù è san Luca nel Vangelo di questa domenica che costituisce la base della nostra riflessione e il testo biblico di riferimento per capire questa festa, che si aggancia al Natale.

La celebrazione eucaristica è, infatti, preceduta dalla benedizione delle candele e dalla processione. Il sacerdote ricorda all’inizio del rito che da Natale “sono passati quaranta giorni. Anche oggi la Chiesa è in festa, celebrando il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù al tempio. Con quel rito – ci viene ricordato – che il Signore si assoggettava alle prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede. Si fa poi riferimento ai personaggi coinvolti in questo rito. Infatti, “guidati dallo Spirito Santo, vennero nel tempio i santi vegliardi Simeone e Anna; illuminati dallo stesso Spirito riconobbero il Signore e pieni di gioia gli resero testimonianza”. Rivivendo la stessa esperienza dei santi Simeone e Anna, “anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”. Dopo questa monizione segue la benedizione delle candele, per cui questo giorno passa, da sempre, come la “Candelora”, con tanti significati e detti popolari che essa porta in se.

Ma ritornando al testo del Vangelo è bene evidenziare, anche all’indomani della domenica della Parola di Dio, che abbiamo celebrato tutti la scorsa settimana, concentrarsi su quanto Luca scrive: “Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”. Maria e Giuseppe sono due genitori attenti ed osservanti della legge mosaica e portano Gesù al Tempio di Gerusalemme per consacrarlo al Signore. Dio che si consacra a se stesso. Bella questa immagine di Gesù Bambino che viene portata da Maria e Giuseppe per essere consacrato: il consacrato e il consacrante coincidono perfettamente nella seconda persona della Santissima Trinità, Gesù Figlio di Dio, l’Unto del Padre ed inviato nel mondo per la salvezza del genere umano.

Cosa succede in quel solenne ingresso nel Tempio? Una cosa mai verificatasi prima: “A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio”. Ecco il grande dono che ricevere questo uomo giusto e pio, Simeone, di prendere tra le braccia Gesù. Un desiderio che aspettava da una vita e che in quel momento si realizza pienamente.Il Messa, il Salvatore e lì, sta tra le sue braccia, un tenero bambino, in braccio ad un anziano sacerdote che officiava nel tempio. Quello che esce dal cuore e dalle labbra di questo santo vegliardo, Luca ce lo riporta integralmente, nella celebre preghiera del “Nunc dimittis”, che Simeone alzando gli occhi e il Bambino al cielo pronuncia con l’impeto del cuore, colmo di gioia e pronto al passaggio all’eternità: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

La scena della presentazione del Signore non si esaurisce qui, va a spaziare oltre i confini di quel momento e si proietta già nel futuro di quel Bambino che il profeta Simeone indica come Salvatore. Simeone benedisse i genitori di Gesù e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». La spada di cui parla Simeone è la croce di Cristo, la sofferenza di quel Bambino che una madre dovrà accettare con lo stesso “si” detto a Dio nel momento dell’incarnazione di Gesù, nel suo grembo verginale per opera dello Spirito Santo. La croce si apre davanti agli occhi di Maria, attraverso quelle parole che vanno direttamente al cuore di una mamma. Gioia e dolore camminano sempre insieme nella vita di ogni credente a partire da Gesù, per interessare la sua mamma ed arrivare fino a noi poveri esseri mortali.

Il terzo atto di questo meraviglioso scorcio di paradiso in terra, è la narrazione che Luca fa della presenza della profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Una donna avanti negli anni, aveva 84 anni, ed aveva vissuto con il marito appena sette anni dopo il suo matrimonio, ma era poi rimasta vedova. Rimasta vedova e probabilmente senza figli, viveva praticamente nel Tempio, da cui non si allontanava mai, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Donna di preghiera e di servizio liturgico viene anche lei premiata, in quanto ha la possibilità di partecipare al rito della presentazione di Gesù Bambino. “Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Il saluto finale avviene con un altro atto di amore verso Gesù e verso quanti lo attendevano nel loro cuore. Maria e Giuseppe, insieme al Bambino, “quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret”. Da quel momento in poi sappiamo solo dal testo del Vangelo di Luca che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

Crescere e fortificarsi, colmarsi di sapienza e grazia è il messaggio finale che arriva a tutti i cristiani da questa celebrazione annuale e che riguarda in modo speciale i consacrati, i religiosi, le religiose e tutti i consacrati al mondo che, a vario titolo e con modalità diverse si sono votati totalmente a Dio, mediante la scelta dei consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza.

E proprio per i consacrati si addice quanto viene riportato oggi nei testi biblici di questa festa, a partire dalla prima lettura, tratta dal libro del profeta Malachìa, nel quale leggiamo parole di attesa e speranza, senza uguali, riferite alla venuta del Messia: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”.

I religiosi sono gli inviati speciali nella chiesa e nel mondo per portare la parola del Vangelo in ogni angolo della terra. Una parola che è prima di tutto umanizzazione e affermazione della dignità della persona umana.

Non c’è vero annuncio e testimonianza evangelica se non quando cresce la promozione e la dignità di ogni persona umana, da bambino, appena concepito nel grembo di ogni mamma, fino all’ultimo istante dalla sua esistenza naturale.

La venuta di Cristo sulla terra è proprio quel fuoco del fonditore e la lisciva dei lavandai che serviranno per fondere e purificare tutta l’umanità a partire dai figli di Levi, cioè da coloro che si ritengono più giusti, saggi e santi davanti a Dio agli altri, come il fariseo al Tempio.

La vera conversione si deve attuare proprio in coloro che pensano di essere santi e giusti, come potrebbe ritenersi, in modo errato, ogni consacrato, solo perché ha emesso i voti o porta un abito religioso, quando lo si indossa.

Tutti siamo invitati a confrontarsi con la vita, la missione e l’opera di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ricorda la Lettera agli Ebrei, che per esclusivi motivi di umiltà e di redenzione “doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Gesù Crocifisso, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

A Lui, modello di vita di ogni consacrazione, si devono ispirare i cristiani e in particolare i religiosi.

Ecco perché è giusto che in questo giorno speciale tutti i consacrati possano elevare a Dio questa preghiera dal titolo: “Gesù ti dono tutto me stesso”. 

Gesù, che ci hai chiamati a seguirti sulla via stretta dei consigli evangelici, in questa annuale giornata della vita consacrata, rinnoviamo il dono di noi stessi a Te che ci hai chiamati e ci hai sostenuti, portandoci dove volevi e vuoi Tu. 

Ti siamo grati e riconoscenti per dono della vocazione e per il tuo sguardo d’amore e di benevolenza che hai posato sulle nostre persone, fin dal grembo delle nostre madri, quando per Te già chiara era la nostra strada. 

A distanza di tanti anni che abbiamo vissuto e viviamo alla tua sequela, non sappiamo dirti altro che grazie, per tutti i benefici che ci hai elargito, senza nostro merito, ma con tanti difetti e debolezze personali. 

Continua, Gesù, a sostenerci nel cammino della nostra vocazione alla vita consacrata e non permettere che nessun avvenimento del mondo, della chiesa e del nostro tempo, turbi la nostra esistenza. 

In questo giorno di ringraziamento per quanti hanno scelto di seguirti sulla vita di piena consacrazione a Te, rinnoviamo il nostro proposito, i nostri impegni e i nostri voti di povertà, castità ed obbedienza, considerandoli come vie maestre per amare Te, prima e sopra tutte le cose di questa terra e in Te, Gesù, amare ogni fratello e sorella, a partire da chi ci hai posto acconto come compagni di viaggio per raggiungere la perfetta carità e la santità. 

Maria, Madre nostra e Modello di totale consacrazione a Dio, prendici per mano e accostaci al tuo cuore di Mamma.

Facci ascoltare il battito del cuore di Gesù, tuo Figlio amatissimo, pieno di amore e di dolore, come l’ascoltò il discepolo prediletto nell’ultima cena. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 23 SETTEMBRE 2018

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 23 settembre 2018

La classifica che conta davanti a Dio. In serie A del Paradiso si arriva con l’umiltà.

Commento di padre Antonio Rungi

In questa XXV domenica del tempo ordinario, la nostra riflessione parte dal testo del Vangelo, che è quello di più immediata comprensione ed attualizzazione nella vita dei singoli, come della comunità ecclesiale, sociale ed umana.

L’idea di fondo che Gesù vuol far passare ai discepoli è quella del servizio e non quella del potere, quella dell’ultimo posto e non quella del primo posto, in quanto nella classifica divina ciò che conta non è il primo in ordine di importanza, ma il primo in ordine di santità, di amore e disponibilità verso gli altri.

Gesù sviluppa questa sua riflessione e rivolge questo monito ed esortazione ai suoi dodici apostoli durante il viaggio di attraversamento della Galilea.

Egli come sempre conversa con i suoi discepoli e li prepara a quello che sta per succedere da lì a poco, a conclusione della sua missione terrena, indicando il termine ultimo di questo cammino, che è il Calvario, la croce e la morte.

Diceva infatti, loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Ma i discepoli, intenti in altri ragionamenti e calcoli terreni, come tutti gli esseri umani, non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

La lezione della croce non era stata recepita dai distratti discepoli, al punto tale che non chiesero spiegazioni.

Gesù conoscendo le sue pecorelle, quando giunse a Cafàrnao e fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».

Beh, era ovvio che non potevano rispondere e quindi tacevano, in quanto non stavano affatto ad ascoltare la parola del Maestro e il suo insegnamento circa la croce e la risurrezione che si avvicinava sempre di più per Lui.

L’evangelista Marco, infatti, come ottimo osservatore e cronista, riporta l’argomento del discorrere degli apostoli: “Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.

Mentre Gesù parla di sofferenza, loro parlano di potere, di chi doveva occupare il posto più prestigioso vicino a Gesù, chi doveva essere considerato e classificato come primo.

Ebbene, Gesù si siede e chiama a se il gruppo al quale fa questo discorso: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Per far capire il discorso dell’umiltà, Gesù usa uno stratagemma che colpisce sempre: prese “un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Accogliere Cristo è vivere nell’umiltà, nella semplicità, nel servizio, nella disponibilità piena al progetto di Dio, che è  Croce, ma soprattutto risurrezione e vita.

La logica di Dio è la logica del dono e non del potere e del primeggiare sugli altri, per far valere la propria autorità, ma mettersi al servizio ed essere la chiesa che si inginocchia davanti alle sofferenze dei fratelli e lenisce le piaghe e le ferite del corpo e dello spirito.

Il modello di ispirazione per ogni azione rispondente al disegno di Dio è Cristo, il Servo sofferente, il Crocifisso.

Anche in questa domenica si parla appunto della sofferenza di Gesù, come ci è riportato nel brano della prima lettura di oggi, ricavato dal Libro della Sapienza: [Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”.

Queste insidie le tesero contro Gesù i sommi sacerdoti, il sinedrio e quanti non accettavano il Maestro per quello che diceva e faceva. Da qui la condanna a morte. La prova di questa struttura mentale votata alla distruzione e all’annientamento dell’avversario religioso e politico, la troviamo nelle parole che seguono: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

Esattamente quello che ha vissuto Gesù durante il processo, la condanna a morte, il viaggio al Calvario, la morte in croce. Ma lui ha vinto tutto questo odio con l’amore che promana dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

L’odio porta alla divisione, alla separazione, alla guerra e al conflitto di interesse di qualsiasi genere.

San Giacomo Apostolo ci mette in guardia da tutto quello che divide e separa nella vita di ogni cristiano, rammentando che “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. E l’apostolo va all’origine di questi disastri spirituali, interrogandosi e interrogandoci: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?”.

La risposta è lapidaria: “Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni”.

In poche parole succedono tutte queste cose, perché siamo una frana umanamente e spiritualmente, per cui facciamo disastri ad ogni livello.

Per superare tutti questi umani limiti è necessario essere umili e guardare al Crocifisso, chiave di lettura per parlare di pace, giustizia e fratellanza.

Facciamo questo sforzo di confrontarci con il Maestro Crocifisso e Risorto e non con il potere umano, politico ed economico che, secondo un paganesimo sempre più diffuso in tutti gli ambienti, compresi quelli religiosi, è causa di guerra, divisioni e gelosie, calunnie e diffamazioni che portano all’infelicità di chi accusa e dell’accusato.

Sia questa la nostra umile preghiera in questa domenica: “O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”.

Diventiamo davvero grandi davanti a Dio, conquistiamo il primo posto nella classifica di Dio, mettendoci a servizio e donando la vita. In serie A, quella del Paradiso, si arriva con l’umiltà e il sorriso.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIV DOMENICA DEL TO- 8 LUGLIO 2018

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 8 luglio 2018

 

Il cuore mummificato di chi non vuole ascoltare Dio e non convertirsi

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Celebriamo la XIV domenica del tempo ordinario e la prima lettura di oggi ci dà l’impulso per riflettere su cosa il Signore vuole da noi nell’accoglienza della sua parola. Egli, Gesù, conosce bene, come, ci rammenta il Vangelo di oggi, che è difficile farsi capire dai parenti e concittadini, affermando senza mezze misure che un «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Perché Gesù evidenzia questa difficoltà? Si capisce da tutto il contesto del brano di Marco che oggi ascoltiamo. Gesù va nella sua patria, cioè a Nazareth, e i suoi discepoli lo seguono. Arrivato il sabato, come era prassi va nella sinagoga e si mette ad insegnare. Il suo modo di insegnare e le cose che diceva, i prodigi che faceva, lascia sbalordita la gente, la quale si meravigliava di tanta sapienza e facendo notare che egli è un “falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone”. Sono cinque le domande su Gesù che si pongono i suoi concittadini. Evidenziano il contrasto tra ciò che loro sanno di Gesù e chi è effettivamente Gesù di Nazareth.

Quello che faceva Gesù e diceva era per loro motivo di scandalo, in quanto erano abituati a sentire altre prediche dagli addetti alla sinagoga, ai vari rabbini che si alternavano ad illustrare alla gente, senza preparazione, la parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che loro volevano far dire e non esattamente ciò che diceva. Gesù constata la loro pochezza interiore e la poca disponibilità ad accogliere la parola vera che usciva dalla sua bocca, per cui passò altrove ad insegnare, vista la poca predisposizione all’ascolto e al cambiamento dei suoi compaesani. La loro incredulità non permise a Gesù di fare alcun prodigio, in quanto era ed è necessaria la fede per ottenere i miracoli di Dio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

Ritornando al testo della prima lettura, tratto dal profeta Ezechiele, Dio parla al suo popolo mediante quest’uomo di Dio che si rivolge ad esso con estrema lealtà e a chi lo ascolta, facendosi portavoce coerente di quanto il Signore costatava e voleva far risaltare, per invitare a conversione i membri del popolo d’Israele: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”.

Figli testardi, figli ribelli e dal cuore indurito, a questa genia di ribelli, il profeta deve dire queste parole di Dio: “Ascoltino o non ascoltino sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Ezechiele quindi diventa il messaggero di Dio, attraverso cui il Signore comunicherà la sua volontà.

Il testo, chiaramente, anticipa quella che sarà la missione di Cristo sulla terra e quali ostacoli, il Figlio di Dio, incontrerà per convertire il cuore dei suoi correligiosi.

Non ci riuscirà al punto tale che lo condannano a morte, perché non credevano a nessuna delle sue parole e vedeva in Gesù Messia il rischio più gande per continuare a mantenere il potere religioso, politico e militare della Palestina. Qualcuno, però, riuscì ad uscire da questa visione riduttiva della fede e iniziare un cammino di conversione che approdò al discepolato e all’apostolato nel nome di Cristo. E questi fu Paolo Apostolo, che dopo la sua conversione inizia la predicazione e l’evangelizzazione su larga scala. Il successo che otteneva, le comunità che costituiva, il numero sempre maggiore di adesione al cristianesimo, mediante la sua predicazione, potevano mettere a rischio l’autenticità della sua fede e della sua missione. Ecco perché nel brano della seconda lettera ai Corinzi che oggi ascoltiamo come seconda lettura, egli scrive parole forti, nelle quali si coglie la difficoltà, anche umana, da parte dell’Apostolo, oltre che interiore e spirituale di fronteggiare le forze del male, che si scatenarono contro di lui. E allora, scrive testualmente circa la sua persona: “Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.

Una situazione grave, su cui gli esegeti hanno spaziato nel far riferimento ad una persona, o a delle situazioni particolari vissute dall’Apostolo in modo preoccupato. Infatti scrive “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, in questo brano ci presenta un Dio misericordioso, che comprende le debolezze umane e va incontro a lui con cuore di Padre e non di giudice che condanna. La conclusione della riflessione dell’Apostolo, in termini paradossali, è questa: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Come dire, se la debolezza è motivo per aprirsi a Dio, senza sentirsi perfetti, ben venga la presa d’atto della nostra miseria, della nostra povertà e del nostro peccato.

E Paolo, conclude: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. Il messaggio è chiaro e lampante, in quanto nel prendere atto di chi siamo, ovvero peccatori e persone fragili abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che in termini precisi significa ricorrere alla grazia santificante dei sacramenti della vita cristiana, che danno respiro all’anima e, se vissuti, con convinzione e ricevuti con fede, producono l’effetto sperato per convertire noi ed essere strumenti di conversione per gli altri.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, sperando di migliorare spiritualmente la nostra vita: “O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

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II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO B)
Domenica 8 aprile 2018

Perdono, riconciliazione e carità: questa è la Domenica

della Divina Misericordia

Commento di padre Antonio Rungi

Come è noto, San Giovanni Paolo II, Papa, ha dedicato la Domenica in Albis, ottava di Pasqua, alla Divina Misericordia.

Ed oggi noi celebriamo questa speciale Domenica per ricordare a noi che il Dio in cui noi crediamo è un Dio che ci perdona, perché ci ama profondamente e non vuole che nessuno dei suoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’Inferno.

In questa domenica, quindi, siamo chiamati a verificare lo stato di grazia in cui ci troviamo. Se viviamo nell’amicizia con Dio o continuiamo a vivere nel peccato, senza sentire il bisogno di chiedere perdono e di riconciliarci con Dio e con i fratelli.

Sappiamo pure che questa speciale Domenica, dedicata alla Divina Misericordia è stata il frutto di una rivelazione di Gesù a Santa Faustina Kowalska, polacca, da cui ha avuto poi origine la pratica della pietà popolare della coroncina della Divina Misericordia, che si è diffusa in tutto il mondo ed è pregata da milioni di cattolici in tutto il mondo ogni giorno alle ore 15.00, ora in cui Gesù Cristo è morto sulla croce per noi.

In questa Domenica vogliamo domandarci il perché di questo titolo assegnato al giorno del Signore, nell’ottava della Pasqua.

La risposta la troviamo nei testi biblici e soprattutto nel brano del Vangelo di San Giovanni in cui è descritta la prima apparizione di Gesù agli Apostoli nel Cenacolo, in assenza dell’Apostolo Tommaso.

Leggiamo, infatti, che “la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il mandato missionario ed apostolico al gruppo degli Undici è esplicitato nella sostanza e nella forma da Gesù stesso.

Si tratta di un mandato per la riconciliazione e per la remissione dei peccati. Da qui la titolazione della Domenica in Albis, come la Domenica della Divina Misericordia, in quanto è Dio che ci perdona i peccati, mediante il ministero che Gesù ha affidato agli Apostoli e alla sua chiesa e che la Chiesa continua secondo il dettame di Gesù.

Il Vangelo di questa Domenica non si limita solo a ricordare la prima apparizione di Gesù, ma anche quella successiva, a distanza di otto giorni, quando è presente anche Tommaso e il Gruppo degli Undici è al completo.

Sappiamo Tommaso, di fronte all’informazione che i suoi colleghi avevano dato a Lui circa la prima apparizione di Gesù, aveva avuto dubbi e sollevato riserve. Alla fine, tutto si chiarisce, a livello di fede e di adesione a Cristo, quando “otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Alla base di ogni discorso su Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti, in particolare quelli del Battesimo, della Comunione e della Confessione, che sono centrali nella celebrazione della Pasqua del Signore, c’è la fede e se manca la vede non si comprende nulla di ciò che è grazia e peccato, santificazione o dannazione, misericordia o odio.

Questo è il giorno fatto dal Signore, in cui siamo invitati a rallegrarci e a gioire, perché il suo amore è grande e la sua misericordia è infinita.

Ce lo ricorda il testo del Salmo 117, inserito nella liturgia di questa domenica in Albis come Salmo responsoriale: Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore:«Il suo amore è per sempre».

Un amore che per noi cristiani si manifesta, in quel tipico atteggiamento di fede, che è risposta a Dio nella carità e nella verità, come ci ricorda l’Apostolo Giovanni, nel brano della sua prima lettera di questa Domenica, collocata come seconda lettura della liturgia della parola:  “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”.

Ci identifichiamo e riconosciamo reciprocamente come figli di Dio “quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”.

L’amore porta ad allontanarsi dal male, identificato con la mondanità, con il mondo del peccato. Infatti, “chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità”.

La misericordia di Dio sta in questo atto infinito dell’amore di Dio che ha sacrificato il suo Figlio sulla Croce e poi è risorto per ridare a noi la vita nuova della grazia e dell’amicizia con Dio e tra di noi.

Una comunità cristiana di persone risorte con Cristo a vita nuova, agisce di conseguenza, assumendo uno stile di vita comunionale, ecclesiale e davvero fraterno tra tutti i membri di essa e al di fuori di essa, come sottolinea il breve brano degli Atti degli Apostoli, oggetto di riflessione e meditazione biblica, inserito nella liturgia della parola come prima lettura di oggi: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.  Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore”.

I frutti della conversione e della Pasqua si manifestano nella comunità con uno stile di carità che oltrepassa l’egoismo e l’interesse personale e si apre a tutti e generosamente ci si dona a tutti, nel servizio della diaconia e della chiesa che si fa serva come il suo Maestro, fattosi Servo per amore: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

La Domenica della misericordia, non solo, quindi, ci fa capire la necessità di riconoscere umilmente i nostri peccati e cambiare vita, ma anche di impegnarsi in un servizio di carità che si attua mediante le opere di misericordia corporale e spirituale, come ci ricorda ripetutamente Papa Francesco: “La sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. (Messaggio per la Quaresima 2015).

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO – GAUDETE

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE
Domenica 17 dicembre 2017

La gioia di essere liberi da ogni forma di schiavitù morale, spirituale e sociale

Commento di padre Antonio Rungi

La terza domenica di Avvento è chiamata della gioia, della letizia, del gaudio cristiano.

Ma dove si trova questa gioia e come effettivamente vene ottenuta e conservata?

Una prima risposta a questa gioia, la troviamo nel brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, nella quale è facile prefigurare la venuta del Messia, come tempo della gioia, tempo della libertà, tempo della vera felicità: poveri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri saranno liberati da tutto ciò che li opprime. E’ l’anno giubilare, l’anno della liberazione e della misericordia. Ogni tempo di Avvento è tempo della liberazione, della purificazione e della conversione e dell’ascolto docile della parola di Dio, che è parola di pace, di perdono e di gioia. Il profeta lo esprime con grande enfasi nel testo di questa domenica: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. La gioia che produce in noi il Natale del Signore deve essere gioia piena per se stessi e per gli altri. Spesso siamo infelici noi e vorremmo che gli altri stessero nelle nostre stesse condizioni. Invece dobbiamo gioire e far gioire. E questo gioire non è altro che sentirsi liberi e vivere nella libertà dei figli di Dio.

Una seconda indicazione la troviamo nel salmo responsoriale che riporta per intero il canto del Magnificat, che l’evangelista Luca ha inserito nel brano del vangelo del racconto della visitazione di Maria alla cugina Elisabetta.

La gioia di Maria è riconoscersi umile creatura davanti a Dio che l’ha chiamata ad un compito così eccelso, da far trasalire l’animo della Vergine in un inno di lode e di ringraziamento al Signore che non ha paragoni in tutta la scrittura, anche se il Magnificat è un canto biblico per eccellenza: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. La gioia che ci può dare questo Natale è quella di rivedere il nostro sistema di vita e di pensiero ed abbassare qualsiasi superbia ed orgoglio nella nostra vita di poveri mortali e poveri peccatori.

Una terza pista di riflessione, la troviamo nel brano della sua prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo Apostolo, nella quale egli ci  raccomanda di essere sempre lieti e questa letizia attingerla dalla preghiera incessante e costante; ad essere, poi, attenti alla voce dello Spirito per non spegnere i carismi e i doni ricevuti a servizio di tutti, in particolare quella della profezia. Chi non fa fruttificare i doni che possiede vive nella tristezza, perché non si sente realizzato.

A tale gioia corrisponde poi una soddisfazione per quello che facciamo, e cioè vagliare ogni cosa ed astenersi dal fare qualsiasi male a se stessi e agli altri. Dobbiamo, in poche parole, ad avere a cuore la nostra santificazione, cioè a vivere nella grazia, in modo che la nostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Duro lavoro spirituale ed interiore che dobbiamo fare assolutamente per preparare la venuta del Signore in questo Natale.

Per portare a termine questa sincera volontà di rinnovarsi e cercare la vera gioia, il Vangelo di questa domenica ci offre, mediante il testo dell’Evangelista Giovanni, il modello di comportamento di Giovanni il Battista.  E nella condotta di una vita eticamente elevata che sta la gioia.

L’esempio trascina e indica il percorso più giusto anche in ordine alla gioia. Visto il bene che Giovanni Battista faceva ed il seguito che aveva, il battesimo che amministrava nelle acque del Giordano, la gente, soprattutto i sacerdoti e i leviti si erano quasi convinti che fosse lui il Messia.

La sua testimonianza fu chiara ad indicare in Gesù il vero Messia: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». In poche parole egli ribadisce «Io non sono il Cristo». Non sono il profeta Elia e neppure il profeta dei profeta, cioè Cristo. Lui si definisce una «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

La gioia del cristiano che deve alzare la voce nei vari deserti di questo mondo sta nell’annunciare Cristo e nel portare Cristo agli altri. Altre gioie che non sia questa non è possibile pensarla o auspicarla per noi, perché l’importante avere Dio nel cuore e vivere costantemente in unione con Lui. Sia questa la nostra preghiera, oggi, che riflettiamo sulla gioia cristiana: “O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini
a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXXII DOMENICA T.O. – 12 NOVEMBRE 2017

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 12 NOVEMBRE 2017

 

ANDIAMO INCONTRO ALLO SPOSO CON FEDE ARDENTE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Vangelo di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci riporta la parabola delle 10 vergini, di cui cinque si rivelano sagge e previgenti e cinque, stolte, incapaci di guardare oltre il momento e progettare l’oltre, cioè il futuro. Sono 10 vergini in attesa dello sposo. Gesù utilizza questa immagine per spiegare ai suoi ascoltatori e uditori che il Regno dei cieli « sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo”.

Prima idea che emerge da testo è che la fede in Dio è un cammino, è un andare verso di Lui, attenderlo, accoglierlo, non nella indifferenza, ma con calore, con la luce che arde, simbolo, come ben sappiamo, della fede, della carità e della speranza. Ebbene, utilizzando l’immagine che oggi, statisticamente, ci afferma che la metà del  numero complessivo, oltre ad attendere lo sposo si prepara anche per il suo futuro. E queste sono le 5 vergini sagge. L’altra metà invece si accontenta del minimo, di quel poco che ha a disposizione per prepararsi all’incontro con lo sposo. E in questa altra metà sono le vergini stolte.

Per cui, una seconda idea, è quella che a tutti viene proposto il cammino di fede e alla fine c’è chi lo accoglie e lo porta a termine e chi, invece, lo inizia e poi lo interrompe. Tutto questo, chiaramente, incide sul discorso della salvezza eterna, in quanto chi vigila, prega e opera si prepara all’incontro con lo sposo, che è Cristo Signore.

Chi, invece, si lascia distrarre dalle altre cose, rischia di essere impreparato quando arriva il Signore ed entra nella sala nuziale per fare partecipare al suo banchetto eterno quelli che sono già pronti. Infatti, “le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

La conclusione del brano del vangelo è un esplicito invito alla vigilanza cristiana, che è molto impegnativa rispetto ad altre tipologie di vigilanza, in quanto si tratta di rispondere in pieno e, in qualsiasi momento, alla chiamata di Dio, svolgendo al meglio il compito che ci è stato assegnato e che non va trascurato, pensando che abbiamo ancora molto tempo davanti e possiamo, perciò, rimandare il discorso a tempi successivi, secondo il nostro modo di pensare e di agire.

Si tratta, in altre parole, di un forte ammonimento ad essere pronti al passaggio alla vita eterna. Tema che affronta l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi, nel quale ci descrive il prima e il dopo della nostra morte corporale come pure ci parla del giudizio universale: “Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti…Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

Sono parole di conforto e di sostegno, di incoraggiamento di fronte al mistero della nostra ed altrui morte, che vanno benissimo in questo mese di novembre, durante il quale noi preghiamo per i fratelli defunti, che ci hanno preceduti nell’eternità. E allora di fronte al grande mistero della morte corporale, bisogna far tesoro di quanto ci suggerisce la prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza. Essere saggi e prudenti rispetto ai grandi ideali ed obiettivi della nostra vita, che vanno perseguiti con coraggio, ardore, fervore e costanza. Infatti, “se ci lasciamo guidare dalla sapienza che viene dall’alto saremo ben presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro”.

Come dire, che ci dobbiamo pienamente abbandonare nelle mani di Dio ed Egli ci farà approdare a porti tranquilli, nel tempo e nell’eternità.

In sintonia con tutta la parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci rivolgiamo a Dio, a conclusione della nostra riflessione sui testi sacri che abbiamo ascoltato, con questa preghiera iniziale della santa messa:  “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”.

E’ l’augurio che coltiviamo tutti nel nostro cuore con la consapevolezza e la coscienza che bisogna davvero vigilare sulla nostra condotta morale e sulla nostra vita per vivere in grazia di Dio, sempre, ed allontanarci da ogni tendenza verso il male e il peccato.

Maria, porta santa del cielo, ci accompagni nel cammino della fede e ci accolga un giorno all’ingresso di quel Regno dei cieli, avendoci forzati per essere tra coloro che sono stati attenti e vigilanti nell’attesa del Signore, non per pochi minuti, giorni, mesi o anni, ma per tutta la nostra vita umana e cristiana.

E al Cristo Redentore del mondo ci rivolgiamo con queste umili parole che è richiesta di perdono e gratitudine per la salvezza donataci con la sua morte e risurrezione:

 

A Te, Gesù, Redentore dell’uomo,

ci rivolgiamo per chiederti perdono.

Tu che dalla croce ci hai insegnato

a perdonare, togli dal nostro cuore

ogni forma di odio,

risentimento ed orgoglio.

Donaci la gioia di rivolgere

il nostro sguardo d’amore

verso coloro

che hanno fatto soffrire

il nostro povero cuore.

Signore, possa, ognuno di noi,

guardare il mondo intero

con la stessa bontà, tenerezza

e misericordia, che ha appreso da Te,

inginocchiandosi ai tuoi piedi.

Da questa scuola d’amore e di oblazione,

che è la tua santissima croce,

ogni uomo riscopra la bellezza

di donare la vita per i propri amici

e soprattutto per i propri nemici.

Signore Gesù, Redentore del mondo,

guida questo nostro mondo

verso la pace e la riconciliazione,

dono mirabile della Tua Passione,

Morte e Risurrezione. Amen

RUNGI2015

SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

 

DOMENICA 11 GIUGNO 2017

 

IL NOSTRO DIO E’ IMMENSO NELL’AMORE

 

ED INFINITO NELLA MISERICORDIA

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il mistero della Santissima Trinità che celebriamo oggi con un’apposita liturgia della parola e dell’Eucaristia, ci sostiene nella profonda convinzione della nostra fede, nel Dio Uno e Trino, che il nostro Dio è grande nell’amore ed immenso nella sua misericordia.

Padre, Figlio e Spirito Santo è la grande rivelazione che Gesù Cristo, nostro Salvatore, fa all’uomo nella sua venuta sulla terra, quale redentore, inviato dal Padre, la cui missione, una volta completata con la sua ascensione al cielo, viene continuata dall’azione dello Spirito Santo che “procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti” (Credo). Questo Dio Uno e Trino, è vicino a noi e vive dentro di noi. Questo Dio che è Uno nella natura, Trino nelle persone, forte ed immenso nell’amore, generoso nel concedere il perdono.

Nella preghiera della colletta di questa festività, noi, infatti, ci rivolgiamo con queste bellissime espressioni di fede: “O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone.

Dal brano della prima lettura di questa festa, ci vengono indicati alcuni attribuiti essenziali di Dio, così come sono descritti nel testo dell’Esodo, che narra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, del passaggio del Mar Rosso e della comunicazione di Dio della sua fondamentale volontà, scritta e fissata nei Dieci Comandamenti, dati a Mosè sul Monte Sinai, dove Egli stipula con l’uomo una prima fondamentale alleanza, quella appunto sinaitica. Infatti leggiamo che “in quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Dio si autorivela, si dichiara per quello che Egli è sostanzialmente: un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Come si vede, è un Dio che prende l’iniziativa per farsi conoscere e per dire all’uomo, che non è solo, ma oltre di Lui che un Essere superiore che lo sostiene nel cammino della vita e della storia e che cammina al suo fianco non con le armi e le frecce in mano, né con la potenza del governo di ogni genere umano e terreno, ma con l’amore, la tenerezza e la bontà di un Padre, che guarda davvero nel cuore di ogni suo figlio, comprendendolo e rassicurandolo nelle sue fragilità.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto da libro di Daniele è un inno di lode e di riconoscenza al nostro Dio, il cui nome è glorioso e santo. Egli che penetra con lo sguardo gli abissi  siede sui cherubini.

Nel brano della seconda lettura di questa festa, Paolo Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci raccomanda di essere gioiosi, di tendere alla perfezione, di farci coraggio a vicenda nella prova,  di avere gli stessi sentimenti e di vivere in  pace con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.

Nel testo di questo brano viene riportato il noto saluto iniziale della celebrazione eucaristica o di apertura di varie liturgia, che ben conosciamo e che ci riporta nel mistero della Santissima Trinità: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Ebbene, davvero facciamo sì che la santissima Trinità inabiti in noi e ci dia tutta quella forza che ci serve per camminare nella vita di tutti i giorni, verso il traguardo finale dell’eternità, dove vedremo Dio faccia a faccia, così come Egli è, e sapremo la verità di tutto quello che abbiamo creduto, amato e sperato nel tempo, non senza dubbi e problemi. In questa fede nella santissima Trinità, siamo cresciuti e siamo stati allattati con il latte spirituale dei nostri genitori e di quanti ci hanno educati ad alzarci al mattino e farci il segno della Croce, per iniziare il nuovo giorno sotto la protezione di Dio e così, man mano per tutta la giornata, nelle varie attività e celebrazione, nei vari spostamenti, passando davanti ad una chiesa o un cimitero o fermandosi in sosta davanti ad una icona della Vergine Santissima, la Madre di Dio e Madre di nostro Signore Gesù Cristo. Quel Dio che, come ci ricorda San Giovanni nel brano del Vangelo di questa festa che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Il mistero della santissima Trinità è un mistero d’amore infinito e di misericordia senza limiti. Egli da cielo sa e conosce ogni nostra esigenze e bisogno e con autorevolezza di Padre ci sostiene nel cammino del pellegrinaggio terreno, indicando nel suo Figlio, morto e risorto, la strada maestra per andare in cielo e lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, consolatore perfetto e dolce ospite della nostra vita di credenti. Sia questa la nostra preghiera in onore della Santissima Trinità: “Padre della vita, che con infinito amore guardi e custodisci coloro che hai creato, ti ringraziamo per tutti i tuoi doni. Ascoltaci quando ti invochiamo, sostienici quando vacilliamo, perdona ogni nostro peccato. Signore Gesù, Salvatore del mondo, che hai preso su di te i pesi e i dolori dell’umanità, ti affidiamo ogni nostra sofferenza. Quando non siamo compresi, consolaci, nell’inquietudine donaci la pace, se siamo considerati ultimi, tu rendici primi. Spirito Santo, consolatore degli afflitti e forza di coloro che sono nella debolezza, ti imploriamo: scendi su di noi. Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita sia un cammino di speranza verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen” (Card Dionigi Tettamanzi).

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

RUNGI2015

II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

 

Domenica 23 aprile 2017

 

La Chiesa della misericordia per praticare la misericordia

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Ci riempiamo spesso la bocca di essere misericordiosi e di praticare la misericordia, forti dell’insegnamento che ci viene dal Signore Risorto che, apparendo agli apostoli, nella sera stessa della sua risurrezione, conferisce loro il mandato del perdono e della riconciliazione, ma in realtà non siamo affatto misericordiosi, né viviamo la misericordia come condizione fondamentale dell’essere cristiani. I fatti lo dimostrano e la vita conflittuale in cui ci troviamo spesso non depongono a favore del perdono. Questa seconda domenica di Pasqua, che san Giovanni Paolo II, ha istituito per annunciare e vivere la misericordia di Dio nella Chiesa e fuori della Chiesa, ci invita a recuperare questo aspetto fondamentale dell’essere e vivere da cristiani nel mondo, soprattutto, oggi, dove la misericordia deve essere effettivamente vissuta per portare al mondo la pace e la riconciliazione di fronte a tanti conflitti, guerre e divisioni.

Nella preghiera iniziale della celebrazione dell’eucaristia di questa Domenica in Albis, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova”.

Prima condizione. La misericordia di Dio va vissuta nella comunità dei credenti. Dobbiamo ripartire dalle nostre comunità, sull’esempio di tutti i battezzati della prima comunità di Gerusalemme che, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli apostoli “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.

Seconda condizione. La misericordia nasce dalla conoscenza della parola di Dio, nella condivisione dei progetti, nella frazione del pane, ovvero dalla partecipazione all’eucaristia e dalla preghiera”. Insegnamento, comunione, ovvero koinonia, eucaristia e preghiera sono i quattro pilastri dell’edificio spirituale su cui si poggia la misericordia all’interno della comunità dei credenti. Questo modo di essere e di vivere dei cristiani, fa miracoli, come ci ricorda il testo della prima lettura di oggi: “un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”.

Terza condizione. La comunione e la condivisione dei beni diventa un fatto spontaneo, senza forzature o pressioni, leggi e norme da dettare per arrivare a questo fine, come purtroppo avviene da sempre in tanti ambiti, anche ecclesiali: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. La legge dell’amore, della carità e della solidarietà che nasce dal cuore, supera tutte le leggi scritte dagli uomini e tutte le norme che si stabiliscono, di volta in volta, per togliere dalle tasche dei poveri, quel poco che hanno, per darlo ai ricchi che continuano ad arricchirsi a danno dei poveri.

Quarta condizione. La misericordia passa attraverso la giustizia ed un’equa distribuzione dei beni. Lo stesso salmo 117 che accompagna la preghiera della comunità, oggi in questa domenica della divina misericordia, ci invia a rendere grazie al Signore, perché è buono e il suo amore dura in eterno. Questo dire grazie è soprattutto quando il Signore ci è vicino nella prova e nella sofferenza, quando la vita ci appare difficile e Lui la rende facile, perché nostra forza e nostra gioia è il Signore. Anche quando, come Lui, siamo scartati ed esclusi, alla fine ritorna a nostra utilità spirituale la via dell’umiltà, del silenzio e dell’esclusione.

Da queste strade si riparte per ricostruire il tempio di Dio che è in noi. Infatti, nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di San Pietro apostolo, il principe degli apostoli rende lode al Signore per la grande misericordia che ha concesso, mediante il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, all’umanità intera. Rigenerati nella vita della grazia, mediante il battesimo, siamo chiamati ad essere uomini e donne della gioia, della speranza, della fede che travalica i confini di ogni limite umano. “Perciò – scrive san Pietro – siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”. Una fede nel Risorto che non può passare assolutamente attraverso la verifica della conoscenza umana e scientifica, della dimostrabilità delle cose reali, ma che si fonda sull’amore e guarda verso gli orizzonti della vita eterna. Nell’abbondono totale alla parola di Dio, nell’affidarci, confidarci e fidarci del Signore dobbiamo superare “la logica tommasea”, che pur comprensibile umanamente e legittimata su un piano scientifico, non trova ragion d’essere di fronte alla Parola del Signore, che è parola vera e certa e che va accolta con la fede.

Convinti che fede e ragione devono camminare insieme, siamo consapevoli che dove non arriva la ragione, la fede è quell’ala indispensabile per volare verso il cielo, per incontrare il Dio vero ed eterno.

Perciò, nel Vangelo della domenica della Divina Misericordia, troviamo il brano dell’evangelista Giovanni che ci racconta dell’apparizione di Gesù agli apostoli nel giorno stesso della risurrezione e otto giorni dopo, mentre stavano nel cenacolo, tutti paurosi ed in attesa di segni nuovi.

Nella prima apparizione, con i segni della sua passione, quando non era presente Tommaso (fatto emblematico), Gesù dà mandato agli apostoli e li invia nel mondo quali messaggeri e ministri del perdono, dicendo loro queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»…«Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

L’Evangelista Giovanni evidenzia che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.  Tutti gli apostoli dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Entra in campo la razionalità umana, la critica, la discussione, il dubbio. Tommaso ha bisogno di verificare e non a caso è passato alla storia e alla cultura come l’apostolo del credere dopo aver costatato di persona. Cosa che di fatto avvenne, “otto giorni dopo, quando i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Messaggio più bello e invito più autentico non poteva venire dalla bocca del Risorto con i segni della Passione: credere e basta, ma credere su una parola, quella del Figlio di Dio che ha dato la sua vita per noi.

Non è una filosofia la sua, non è una nuova scienza matematica o naturale, la sua scienza è la sapienza della croce e della risurrezione, è la scienza dell’amore e del dono.

Credere è affidarsi a questa sapienza. Credere significa aprire il cuore, il mio, il nostro cuore, alla misericordia per chiedere misericordia e perdono e per dare misericordia.

Nella Domenica della Divina Misericordia, inginocchiamoci davanti al Signore Crocifisso e Risorto per chiedere perdono per i nostri peccati e quelli del mondo intero. Peccati che nascono dalla presunzione e dall’orgoglio di mettere il nostro io al posto del vero ed unico Dio.

 

Domenica XXX del Tempo Ordinario. Commento di padre Antonio Rungi

RUNGI2015

Domenica XXX del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico

Domenica 23 ottobre 2016

La preghiera dei falsi giusti e quella sincera dei peccatori

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ritorna sul tema della preghiera, con particolare accentuazione, questa volta, sulla vera dalla falsa preghiera. Se nella parabola di domenica scorsa si evidenziava, da parte di Gesù, la necessità di pregare sempre e di chiedere senza stancarsi, nella parabola di oggi, riguardante il fariseo e il pubblicano, prosecuzione del vangelo di Luca di domenica scorsa, si mette in risalto la preghiera dei salsi giusti, che nel caso specifico è il fariseo, che va a vantarsi davanti al signore della sua condizione di esatto e perfetto in tutto e che ha avanzato, anche fisicamente, nel tempio, quasi ad avvicinarsi e a porsi sullo stesso piano e livello di Dio, se non addirittura di superarlo, in fatto di esattezza e precisione; e, dall’altro lato, un povero pubblicano, riconosciuto da tutti, come al tempo di Gesù, come peccatore pubblico, in quanto riscuoteva le tasse e quindi in qualche modo era corrotto, che stando in fondo al tempio si batteva il petto e chiedeva perdono a Dio dei suoi peccati. Due figure contrapposte: una falsa e menzognera, che si autoesalta e si identifica con la perfezione della moralità e della legalità; l’altra autentica e sincera con se stessa e con Dio, che si riconosce per quello che è, ovvero un peccatore. Due personaggi nella precedente parabola: il giudice disonesto e la vedova che chiede giustizia; due personaggi contrapposti, oggi, il fariseo e il pubblicano per farci capire, dalla bocca stessa di Gesù quale è la strada più giusta da percorrere per arrivare alla verità e alla santità della vita. Non senza un monito finale, la parabola del Vangelo di oggi, si conclude con questa espressione, con le parole di Gesù: “Io vi dico: questi (il pubblicano), a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Umiltà ed autoesaltazione non possono andare d’accordo, non possono camminare insieme. Il cristiano, sull’esempio di Gesù è una persona umile, una persona che si misura con le sue reali possibilità, debolezze e fragilità, non mistificando la verità, non apparendo diverso da quello che è effettivamente, cioè un peccatore che ha bisogno di redenzione e salvezza, che trova in modo pieno ed autentico in Gesù Cristo, uno Redentore e Salvatore.

Gesù, in questa parabola vuole farci capire l’importanza della preghiera sincera, quella che nasce dal cuore ed esprime essenzialmente il bisogno di conversione, pentimenti. Non sta giudicando il comportamento e la categoria sociale e religiosa dei farisei, condannandoli, né vuole esaltare la categoria dei pubblicani, facendola assurgere a modelli di preghiera e di conversione, ma semplicemente vuol dirci che nella vita di ogni persona arriva il momento in cui si effettua una verifica della propria esistenza a tu a tu con Dio. E ciò si fa appunta nella preghiera, quando nell’autenticità del nostro essere comprendiamo i nostri limiti, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo umilmente perdono per ricominciare a fare cose meno sbagliate e sempre più giuste e sante.

Nella preghiera sincera, che nasce dal nostro cuore, non giudichiamo gli altri, assurgendo noi come esseri perfetti. Purtroppo il fariseo, questo lo fa, nella parabola del vangelo, ma anche nella vita di tutti i giorni. L’ipocrisia domina la scena della sua quotidianità, diventa un attore e un uomo che sa spettacolarizzare anche la preghiera, senza parlare del resto. Infatti, egli come si presenta al cospetto del Dio altissimo nel tempio? Con quali parole prega? Si presenta all’in piedi, diremmo con una prosopopea tale da fare paura allo stesso Signore e con parole dai toni preoccupanti e minacciosi: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Questo modo di dire, non è pregare, ma semplicemente imprecare, che qualcuno ci sia al di sopra di lui, come perfetto e superiore, al Quale si rivolge, con un’iniziale presunta preghiera di ringraziamento, perché non è come gli altri. Dall’altro canto, la preghiera sincera e umile del pubblicano, che già ha i suoi seri problemi morali e interiori, per cui si presenta al cospetto di Dio nel tempio, tenendosi lontano, perché indegno di accostarsi e prega con il profondo convincimento, battendosi il petto, in segno di condizione di peccatore, dicendo parole profonde: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Poche parole, ma vere e rispondenti alla verità interiore dell’essere umano peccatore, per sua natura e condizione, perché alla base della natura umana c’è il peccato originale, che, pur tolgo, con il battesimo, nella realtà le conseguenze di essere si avvertono e sentono in molti comportamenti, individuali e collettivi, dell’essere umano. Dobbiamo fare i conti con questa nostra realtà e bisogna lavorare, all’interno, per costruire una spiritualità, non di apparenza, ma di sostanza.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, nel ricordare il suo cammino di conversione, purificazione e di impegno missionario, alla fine si rende conto che sta alla fine della sua vita e consapevole della realtà futura fa la sua bella professione di fede, ma anche di totale abbandono a Gesù Cristo, per quale ha vissuto e per il quale ha versato il sangue fino al martirio e scrivendo all’amico Timoteo, dice, parole cariche di dolcezza e misericordia:  “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”.

Combattere la battaglia della vita, non sempre facile, soprattutto quando sei lasciato solo con te stesso, dopo aver fatto il bene a tutti; ma alla fine trionfa la fede, che è quello che conta; trionfa la verità, la serenità di fronte alla morte e all’eternità. Paolo, davanti al grande mistero della vita, oltre la vita, ha un animo sereno e fiducioso in Dio e guarda le vicende umane, di cui egli e gli altri sono stati protagonisti, con gli occhi del perdono e della tenerezza di un padre.

Ecco perché il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Siracide, ci riporta alla natura di Dio come giudice, che sa valutare con giustizia le cose dell’uomo e della storia. Scrive, infatti, il saggio dell’Antico Testamento che “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Per cui, la preghiera dell’umile e del povero trova più facile ascolto ed accoglienza nel cuore di Dio. Egli si muove a compassione ed apprezza l’operato di chi fa del bene a chi si trova in necessità. E le categorie sociali in difficoltà, menzionate nel testo, sono diverse: il povero, l’oppresso, l’orfano e la vedova.

Oggi che oltre a pregare per noi stessi, poveri peccatori, noi siamo invitati a pregare per i veri poveri del mondo, quelli che muoiono di fame, per mancanza dei beni essenziali, che non hanno nulla, non possono curarsi. Il grido del povero si innalza forte dalla terra ed arriva al cielo e dal cielo ridiscende sulla terra, con la speranza che gli uomini e le donne che hanno una sensibilità possono mettersi in opera, perché questa preghiera si traduca in azione e comportamenti umanitari a sostegno dei poveri e bisognosi di questo mondo. La giornata mondiale missionaria che celebriamo in questa domenica, abbia la finalità che Papa Francesco ha attribuito ad essa nell’anno della misericordia. Essa “ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale”. In tal modo, la preghiera ci aiuta ad aprire lo sguardo di fede sul mondo che ancora ha bisogno di Dio e di conoscere Cristo e il suo vangelo di amore e perdono.  Nello stesso tempo, il Papa ci ricorda che “siamo tutti invitati ad “uscire”, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La nostra non sia una preghiera da farisei, che ostentano iniziative e sensibilità, senza fare in concreto nulla; ma sia una preghiera-azione da pubblicani pentiti e coscienti che c’è un lungo cammino di conversione da fare per rendere giustizia agli oppressi ed assicurare il pane agli affamati.

Sia questa la nostra preghiera sincera, in comunione con tutta la chiesa, missionaria della misericordia: “O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome”. Amen.