Predicazione

P.RUNGI. DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO – 29 LUGLIO 2019

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 29 Luglio 2018

La fiducia in Dio moltiplica all’infinito ogni pane per la vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario, che chiude il mese di luglio, ci offre l’opportunità di riflettere su un tema molto caro alla teologia cattolica, quello dell’eucaristia. Sia la prima lettura che il Vangelo di questa domenica ci aiutano ad entrare in questo mistero della fede, che è mistero di amore e donazione, mistero di fiducia ed abbandono alla provvidenza verso Chi può sempre tutto. Infatti nel brano del secondo libro dei Re che ascoltiamo oggi ci viene riferito di questa moltiplicazione dei 20 pani d’orzo e grano novello, ricevuto dal profeta Eliseo, da un uomo venuto da Baal Salisà, una quantità molto limitata, con la quale riuscì a sfamare un  gran numero di persone, quantificate in 100, che erano al suo seguito. Il testo non ci dice che spezzarono il pane in piccoli pezzi in modo da farli bastare a tutti, come spesso avviene nelle nostre mense o agape fraterne, quando la quantità del cibo è insufficiente, perché gli ospiti sono più numerosi di quelli previsti, ma è detto che Eliseo dispone di darlo da mangiare alla gente. Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare». Il risultato finale di aver avuto fiducia nella provvidenza del cielo è che, il servitore “pose il poco pane davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore”. Il Vangelo bissa il grande intervento del cielo, parlando in questo caso di quello che face Gesù, nel miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci riferisce, in chiara interpretazione eucaristica, l’evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava, anzi il discepolo dell’eucaristia, vista come vicinanza e servizio all’uomo da parte del Figlio di Dio.

La ricchezza e la bellezza di questo testo giovanneo ci far rimanere tutti a bocca aperta, non per mangiare il pane moltiplicato e benedetto da Gesù, bensì il grande amore che il Figlio di Dio manifesta nei confronti dell’umanità affamata di verità, giustizia, pace, amore e bontà. Il testo della moltiplicazione dei pani è collocato nel tempo della vicinanza alla Pasqua, chiaro riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, di cui l’eucaristia e memoriale perenne. Gesù era passato all’altra riva del lago di Tiberiade e una gran folla di persone seguiva Gesù, considerato il fatto che operava miracoli e prodigi e la gente lo seguiva e lo cercava soprattutto per questo. Ebbe, quando Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui, disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Cosa poteva dire Filippo?  Signore «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Ma Giovanni commenta: “Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere”. E quello che stava per compiere è detto subito dopo. Gesù non si ferma di fronte ai limiti delle cose e delle persone, dell’economia del risparmio, ma apre l’orizzonte dell’economia che si fa dono e si moltiplica per sfamare, per dare il necessario per vivere. Un esempio da cui dovremmo prende stimolo e spinta ognuno di noi quando si trova di fronte alle reali necessità di chi ha bisogno di cibo e di altro per sopravvivere. Bisogna, anche notare, che gli apostoli al seguito di Gesù si resero disponibili e trovare una soluzione: “Gli disse allora Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini”. Sistemata la gente, tranquillizzata, chiesto il silenzio e soprattutto iniziata la preghiera, Gesù “prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Il miracolo è compiuto, al punto tale che “quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato”. Gesù è l’unico vero cibo che soddisfa il bisogno dell’anima e del corpo di ogni essere umano in cerca del cose che contano, in cerca del cielo, ove Dio ci attende per il banchetto celeste.

Di fronte a questo miracolo e segno straordinario scatta la risposta della fede in chi ha visto, osservato ed ha partecipato attivamente alla liturgia della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simboli, per i cristiani, da sempre, dell’eucaristia. Cosa professa e dice la gente lì convenuta? «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!».

Si sa che quando una persona dà sicurezza economica, soddisfa lo stomaco della gente, quella persona viene indicata la più giusta per assumere il posto di comando, di governo. Lo era al tempo di Gesù, lo è ancora oggi, quando tutti promettono a parole, che toglieranno la miseria, la fame e la povertà dalla faccia della terra o di quella nazione particolare. Qualcuno tempo fa, aveva ideato uno slogan nei paesi della povertà del terzo mondo: Fame zero. Da allora la fame è aumentata, piuttosto che essere azzerata, al punto tale che la fame e la miseria degli altri ha costituito il motivo della ricchezza di qualcuno di ieri e di oggi. Si sfruttano i poveri per diventare ricchi, si affama la gente per potenziare i propri beni. Altro che vangelo della carità e della giustizia?

Ecco perché Gesù, dopo aver compiuto il miracolo “sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo”. Solo Cristo poteva e di fatto ha scelto questa via. Sarà dei Giudei, ma offrendo la sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Quella scritta del motivo di condanna di Gesù Nazareno, che Pilato dispose di fissare sulla croce di Gesù, oltre il suo capo inclinato, dice tutto sulla vita del Redentore dell’umanità. L’esempio di Gesù è scuola continua per tutti coloro che si professano cristiani e si vantano, solo a parole, di esserlo, e mai di praticarlo. Perciò l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera agli Efesini, rivolge questo monito preciso: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Fare eucaristia, moltiplicare i pani per noi cristiani è vivere nell’unità, nella carità, nella comunione ecclesiale, nella solidarietà vera verso chi non ha nulla e chiede il sostegno per affrontare le dure prove della vita.

In questo tempo di vacanze, in cui spesso la distrazione prevale sull’attenzione e sensibilità verso gli altri, facciamo nostra la preghiera, che, indico come accompagnamento spirituale in questo tempo di riposo e di ripresa:

 

Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli

“venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco”,

dopo un dispendioso lavoro missionario,

pieno di soddisfazioni e di frutti spirituali,

fa che questo tempo di ferie, vacanze e riposo,

sia per tutti i villeggianti e operatori turistici

un periodo di rigenerazione fisica e spirituale,

capace di ridare slancio al cammino umano e spirituale

di ogni essere umano.

 

Ti chiediamo, Signore, di proteggere la creazione

da ogni forma di violenza e di aggressione,

perché questa Terra, che Tu ci hai donato

possa essere, davvero, la casa comune per tutti gli uomini,

senza alzare muri di divisione e di separazione.

 

Il mare, le montagne, i laghi

ed ogni altro luogo dove la gente cerca riposo

in questi mesi estivi,

siano il paesaggio più immediato

per contemplare la bellezza del creato

e spazi di  riflessione

per costruire  un mondo più giusto,

rispettoso dei tempi e delle speranze di ogni uomo.

 

Tu Gesù, Sole che illumini le menti e cuori,

suscita nei nostri pensieri e nelle nostre azioni

il calore dell’amore generoso e fecondo,

capace di irradiare sul mondo

la tenerezza e la dolcezza di un Dio, fatto uomo,

nel grembo purissimo di una Donna.

 

Maria, Madre delle stagioni della nostra vita,

ottienici da Gesù quello ciò che è giusto

e conforme ai suoi divini voleri,

perché anche questo tempo della vita,

dedicato al riposo estivo,

diventi un momento di grazia,

per chiedere grazie e ricevere grazie,

utili al nostro lavoro umano e spirituale,

per continuare ad essere testimoni

della gioia, della speranza e della luce

in un mondo immerso nelle tenebre dell’indifferenza. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIV DOMENICA DEL TO- 8 LUGLIO 2018

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 8 luglio 2018

 

Il cuore mummificato di chi non vuole ascoltare Dio e non convertirsi

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Celebriamo la XIV domenica del tempo ordinario e la prima lettura di oggi ci dà l’impulso per riflettere su cosa il Signore vuole da noi nell’accoglienza della sua parola. Egli, Gesù, conosce bene, come, ci rammenta il Vangelo di oggi, che è difficile farsi capire dai parenti e concittadini, affermando senza mezze misure che un «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Perché Gesù evidenzia questa difficoltà? Si capisce da tutto il contesto del brano di Marco che oggi ascoltiamo. Gesù va nella sua patria, cioè a Nazareth, e i suoi discepoli lo seguono. Arrivato il sabato, come era prassi va nella sinagoga e si mette ad insegnare. Il suo modo di insegnare e le cose che diceva, i prodigi che faceva, lascia sbalordita la gente, la quale si meravigliava di tanta sapienza e facendo notare che egli è un “falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone”. Sono cinque le domande su Gesù che si pongono i suoi concittadini. Evidenziano il contrasto tra ciò che loro sanno di Gesù e chi è effettivamente Gesù di Nazareth.

Quello che faceva Gesù e diceva era per loro motivo di scandalo, in quanto erano abituati a sentire altre prediche dagli addetti alla sinagoga, ai vari rabbini che si alternavano ad illustrare alla gente, senza preparazione, la parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che loro volevano far dire e non esattamente ciò che diceva. Gesù constata la loro pochezza interiore e la poca disponibilità ad accogliere la parola vera che usciva dalla sua bocca, per cui passò altrove ad insegnare, vista la poca predisposizione all’ascolto e al cambiamento dei suoi compaesani. La loro incredulità non permise a Gesù di fare alcun prodigio, in quanto era ed è necessaria la fede per ottenere i miracoli di Dio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

Ritornando al testo della prima lettura, tratto dal profeta Ezechiele, Dio parla al suo popolo mediante quest’uomo di Dio che si rivolge ad esso con estrema lealtà e a chi lo ascolta, facendosi portavoce coerente di quanto il Signore costatava e voleva far risaltare, per invitare a conversione i membri del popolo d’Israele: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”.

Figli testardi, figli ribelli e dal cuore indurito, a questa genia di ribelli, il profeta deve dire queste parole di Dio: “Ascoltino o non ascoltino sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Ezechiele quindi diventa il messaggero di Dio, attraverso cui il Signore comunicherà la sua volontà.

Il testo, chiaramente, anticipa quella che sarà la missione di Cristo sulla terra e quali ostacoli, il Figlio di Dio, incontrerà per convertire il cuore dei suoi correligiosi.

Non ci riuscirà al punto tale che lo condannano a morte, perché non credevano a nessuna delle sue parole e vedeva in Gesù Messia il rischio più gande per continuare a mantenere il potere religioso, politico e militare della Palestina. Qualcuno, però, riuscì ad uscire da questa visione riduttiva della fede e iniziare un cammino di conversione che approdò al discepolato e all’apostolato nel nome di Cristo. E questi fu Paolo Apostolo, che dopo la sua conversione inizia la predicazione e l’evangelizzazione su larga scala. Il successo che otteneva, le comunità che costituiva, il numero sempre maggiore di adesione al cristianesimo, mediante la sua predicazione, potevano mettere a rischio l’autenticità della sua fede e della sua missione. Ecco perché nel brano della seconda lettera ai Corinzi che oggi ascoltiamo come seconda lettura, egli scrive parole forti, nelle quali si coglie la difficoltà, anche umana, da parte dell’Apostolo, oltre che interiore e spirituale di fronteggiare le forze del male, che si scatenarono contro di lui. E allora, scrive testualmente circa la sua persona: “Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.

Una situazione grave, su cui gli esegeti hanno spaziato nel far riferimento ad una persona, o a delle situazioni particolari vissute dall’Apostolo in modo preoccupato. Infatti scrive “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, in questo brano ci presenta un Dio misericordioso, che comprende le debolezze umane e va incontro a lui con cuore di Padre e non di giudice che condanna. La conclusione della riflessione dell’Apostolo, in termini paradossali, è questa: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Come dire, se la debolezza è motivo per aprirsi a Dio, senza sentirsi perfetti, ben venga la presa d’atto della nostra miseria, della nostra povertà e del nostro peccato.

E Paolo, conclude: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. Il messaggio è chiaro e lampante, in quanto nel prendere atto di chi siamo, ovvero peccatori e persone fragili abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che in termini precisi significa ricorrere alla grazia santificante dei sacramenti della vita cristiana, che danno respiro all’anima e, se vissuti, con convinzione e ricevuti con fede, producono l’effetto sperato per convertire noi ed essere strumenti di conversione per gli altri.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, sperando di migliorare spiritualmente la nostra vita: “O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXV DOMENICA T.O. – 24 SETTEMBRE 2017

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017

Comportarsi in modo degno del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

Per un cristiano, la prima preoccupazione che dovrebbe avere nei suoi pensieri e nella sua mente è quella della fedeltà al Vangelo.

Non che gli altri uomini non abbiano obblighi; anzi tutti gli esseri umani hanno regole morali da rispettare e che hanno attinenza con l’essere stesso umano e sociale.

Chiaramente per ogni religione scattano specifici doveri ed obblighi per chi veramente sente la propria fede come elemento importante ed essenziale nella vita.

Perciò l’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario, tratto dalla sua lettera ai Filippesi, conclude con questa raccomandazione: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Ma l’apostolo, in precedenza, aveva sottolineato un aspetto importante del suo essere convertito al vangelo di Cristo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.

L’apostolo considera la vita eterna più importante della vita terrena. Tuttavia, egli precisa che “se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere”.

Come dire, è bello pensare ed aspirare al paradiso, all’eternità, ma è altrettanto bello pensare e vivere una vita con frutti spirituali che portano ad accumulare beni per l’eternità.

E, quindi egli si trova in un conflitto interiore che, da un lato, desidera morire e dall’altro gli fa piacere vivere. Infatti dice con estrema lealtà interiore e sincerità del cuore: “Sono stretto  fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”. Vede, quindi, la sua presenza importante per la comunità cristiana di Filippi, perché necessita della sua guida.

Il vivere e il morire lo sappiamo tutti è nelle mani di Dio. Noi possiamo esprimere dei desideri, degli auspici, ma è il Signore che decide sulla nostra vita e sul momento in cui dobbiamo lasciare questa terra. Se ci siamo ancora è perché Egli vuole così.

E noi cerchiamo di vivere questa vita, che ci ha donato, con il massimo impegno per dare frutti terreni e soprattutto eterni.

In questo contesto del premio, si comprende il bellissimo brano del Vangelo di oggi, che riguarda la chiamata degli operai a lavorare nella vigna di un signore che uscì in diversi momenti del giorno a chiamare le persone a lavorare con lui. Tutti risposero di sì e svolsero al meglio il compito affidato, dal mattino oppure nel tardo pomeriggio, ovvero per molte o poche ore di lavoro. Alla fine della giornata il padrone di casa, che aveva la sua vigna ed aveva assunto part-time o full-time per un giorno i lavoratori, nella sua piena libertà, pagò tutti allo stesso modo. Con i primi assunti fu firmato un accordo, con gli ultimi chiamati, nessuno accordo fu stipulato. Sappiamo come andò a finire quando i primi videro che il padrone diede la stessa somma agli ultimi e li pagò secondo il suo giudizio e la sua libertà di decidere. Infatti nel testo del vangelo, troviamo questa indicazione di comportamento da parte del padrone della vigna, il Quale rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

La conclusione e l’ammonizione finale del Vangelo di oggi ci fa riflettere molto e ci fa uscire dalle nostre presunte sicurezze di salvezza e di privilegiati della prima ora; per cui questa sentenza evangelica impone a tutti noi cristiani della prima ora o credenti che abbiamo ricevuto la fede da piccoli a non illudersi, perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. L’arroganza, la presunzione di essere sempre i primi e di avvalersi di una sorte di eredità scontata o diritto alla primazia, viene messa in crisi dal modo di pensare ed agire di Dio. Purtroppo, in tutte le vicende umane, questa primazia e questa superiorità nei confronti degli altri, che arrivano per ultimi o alla fine, determina molti conflitti e gelosie e quando, anche nella chiesa, si scelgono gli ultimi per farli primi, c’è una ribellione e spesso una gelosia, che sfiora la vendetta o la lenta distruzione di chi è stato scelto per ricoprire ruoli e posti, non chiesti e non desiderati. Il rischio è che i primi rimangono eternamente primi, pur non meritando i primi posti, e gli ultimi rimangono eternamente ultimi, pur meritando i primi posti, perché si blocca il potere sui primi e non si guarda mai agli ultimi, intesi, in questo caso, anche come chi ha più bisogno di tutto ed è in necessità di ogni genere.

Ci serva da lezione spirituale e di vero itinerario di fede e di cammino interiore il bellissimo brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, il profeta dell’umiltà e della disponibilità piena alla parola di Dio: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”.

E poi cambiare davvero vita e convertirsi alla verità e all’onestà: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”.

Chi ha sbagliato “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Questo nostro Dio è grande e buono nell’amore e la sua misericordia è infinità, per cui non possiamo sapere effettivamente i pensieri di Dio, né pensare che le nostre strade coincidano con le sue. Spesso non si incontrano, perché noi chiediamo ed aspettiamo dal Signore, ciò che ci è utile, necessario nella vita terrena, Dio offre a noi ciò che è indispensabile per la vita eterna. Chi pensa secondo il mondo, non potrà mai incontrare il Signore, perché i suoi progetti sono di diversa natura, che è quella divina. Noi siamo fatti di carne e pensiamo secondo la carne e non secondo lo spirito.

La nostra preghiera, in questa domenica, sia la stessa che rivolgiamo a Dio con il Salmo 144, inserito nella liturgia della parola di oggi: “Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”.

Potessimo, ogni attimo della nostra vita comprendere l’inestimabile valore di rendere lode a Dio in ogni momento del nostro vivere, senza presumere di essere noi il dio, al posto del vero ed unico Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato con il volto della misericordia, della bontà, della tenerezza e dell’amore.

Bello, allora rivolgerci a Lui, con questa preghiera, la colletta della domenica XXV, che ci fa pregare con queste espressioni: “O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio,  perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIV DOMENICA TO – 17 SETTEMBRE 2017

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 17 settembre 2017

Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della XXIV domenica del tempo ordinario ci invita al perdono reciproco da attuare in ogni situazione e sempre, senza limiti di numeri, di persone, di spazio e di consistenza del danno ricevuto o dell’offesa avuta. Bisogna perdonare, ma anche chiedere perdono se siamo stati noi ad offendere gli altri, a provocare nel loro animo e cuore il dolore e l’angoscia.
Ecco perché oggi, come inizio della nostra preghiera assembleare, troviamo questa bellissima orazione, attinente al tema della giornata: “O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli, crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa, per ricordare al mondo come tu ci ami”.
L’amore di Cristo è arrivato all’estremo limite delle possibilità umane. Egli ci ha perdonati dalla croce, comprendendo i nostri peccati, perché non sappiamo riconoscere la verità, la giustizia e l’amore ed abbiamo bisogno di un’educazione all’amore che porta per sua natura al perdono. Sappiamo benissimo come è difficile perdonare chi ci ha fatto del male. E tutti, chi più chi meno, sono passati per questa triste esperienza dell’offesa ricevuta e a volte data, dalla quale solo la grazia di Dio e sincero pentimento può sanare definitivamente sa un punto di vista interiore, ma non umano e fisico.
I segni delle sofferenze patite, molte volte segnano il corpo e la mente delle persone, che non riescono ad uscire da un’esperienza di risentimento e di rancore che pure la parola di Dio prende seriamente in considerazione, come nel caso della prima lettura di oggi, tratta dal libro del Siracide: “Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro”. Un cuore non risanato dalla grazia, chiede vendetta e vuole vendetta.
La parola di Dio ci ammonisce con queste espressioni che fanno riflettere a chi ha simili pensieri nella mente: “Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati”.
Cosa fare allora? Il consiglio viene presto dato da uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, che è il Siracide: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”.
Infatti, bisogna considerare un aspetto importante nel discorso del perdono: “chi non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Chi espierà per i suoi peccati?”.
In tutto questo riflettere e meditare sulla propria condizione umana ed esistenziale c’è qualcosa di importante da avere nella mente e nel cuore: “Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”.
Il percorso spirituale e psicologico e tracciato su come arrivare al vero perdono e a non coltivare più risentimenti e rancori. Seguiamo queste indicazioni concrete ed operative della parola del Signore.
D’altra parte, il vangelo di questa domenica ce lo dice apertamente attraverso la voce diretta di Gesù, il quale risponde a questa domanda di Pietro: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Segue a tale proposito, la bellissima parabola che Gesù apporta come esempio per fa capire meglio il discorso a Pietro e agli altri: “Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.
La conclusione di tutto il ragionamento e del discorso qual è?: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.
Bisogna perdonare con il cuore e non solo con la parola, cioè bisogna davvero mettere la parola fine sulle questioni che possono far scattare quei risentimenti e rancori mai sopiti e che spesso riemergono in presenza di quella persona o di fatti similari.
Come si fa a perdonare a chi ti uccide un figlio? Come si fa a perdonare a chi ti ha calunniato, diffamato, facendo passare per vero la menzogna più totale? Come si fa a perdonare chi ti ha tolto l’amore, la famiglia, i sentimenti veri, ti ha fatto soffrire volutamente? Non è facile, ma solo chi entra in un cammino di conversione vera ed autentica che può raggiungere progressivamente questo risultato di pacificazione del proprio cuore e della propria mente, perché il rancore e il risentimento, l’odio uccidono lentamente e non fanno più vivere serenamente. Con il salmista, sappiamo valorizzare la preghiera come strumento per purificare la nostra mente da ogni scoria di risentimenti ed odi, e con il Salmo 102, diciamo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe”.
Se il Signore, nostro Dio e Salvatore, agisce così con noi, perché noi dovremmo continuare ad avere atteggiamenti di odio e risentimento verso qualcuno? Sbagliamo di grosso, quando agiamo così e non ci lasciamo condurre per mano verso la vera libertà interiore, che è quella del perdono.
E facendo tesoro di quello che ci ricorda l’apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Romani, non dimentichiamo che “sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”. E che “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore”.
Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono, questo è l’invito che ci viene rivolto e che vogliamo accogliere, oggi e sempre, superando le barriere dei conflitti di ogni genere.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2017

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
Domenica 4 giugno 2017

 

Vieni Spirito Santo a consolare i nostri cuori affranti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La Pentecoste è, senz’altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società.

Nell’invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l’uomo.

Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”.

La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua.

Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore.

Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.  Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore”.

Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell’unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell’unica chiesa di Cristo.

L’esempio dell’unitarietà e dell’armoniosità del corpo umano, permette all’Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un’ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l’edificazione della Chiesa e per la santità della stessa.

Leggiamo, infatti, che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo”.

E conclude “noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Quanto ci tenesse l’Apostolo all’unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi.

E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l’invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l’inverno, oltre che l’inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione.

Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo?

Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto,  ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni.  Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna”.

Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé.

Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 2 aprile 2017

 

Lazzaro, vieni fuori. E l’amico morto resuscitò.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte

e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

 

Commento di padre Antonio Rungi
La quinta domenica di Quaresima che celebriamo oggi ci prepara immediatamente alla Pasqua. Sono, infatti, pochi i giorni che ci separano dall’annuale ricorrenza liturgica della risurrezione del Signore, che è il punto di riferimento di tutto il cammino spirituale del singolo cristiano, come per l’intera comunità cristiana.

Già domenica prossima entriamo nel vivo delle celebrazioni pasquali con la Domenica delle Palme o di Passione.

Questi ultimi giorni, prima della Settimana Santa, siano vissuti bene da ognuno di noi chiedendo al Signore quanto è espresso nella preghiera della colletta di questa domenica: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”.

Al mistero di Cristo Redentore, al futuro Re e Messia d’Israele si riferisce il testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Ezechiele, che ci invita a riconoscere il Signore che viene, in quanto aprirà le tombe e farà uscire dai sepolcri il suo popolo.

Chiaro riferimento alla risurrezione della carne e al Cristo pasquale che la liturgia dell’AT anticipa con tante figure ed immagini come quella dell’uscita dall’esilio terreno e spirituale in cui il popolo di Dio si era procacciato e da cui non riusciva ad venire fuori senza l’intervento dall’alto.

La terra promessa si vede all’orizzonte e non si tratta solo dalla Palestina e del ritorno in patria, dopo i vari esili storici di Israele, ma soprattutto al ritorno della patria celeste ed eterna, verso la quale noi tutti siamo diretti e di cui dobbiamo preoccuparci seriamente, se consideriamo che siamo di passaggio su questa terra, viviamo in esilio, nell’attesa di raggiungere la nostra casa e patria per l’eternità.

E il Salmo 129 completa questa nostra riflessione sul futuro nostro, che si chiama eternità, ricordando ad ognuno di noi la nostra povertà e miseria, di fonte alla bontà e la misericordia di Dio, che è infinita:  “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore”.

San Paolo Apostolo nel testo della sua Lettera ai Romani, che oggi leggiamo, ci riporta alla triste realtà di una vita vissuta nel materialismo e alla bellezza e ricchezza di una vita vissuta nello spirito. Infatti, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio; mentre coloro che vivono sotto il dominio dello Spirito del Signore, piacciono a Dio e vivono di Dio nel tempo e nell’eternità.

Anche in questo secondo brano della parola di Dio di oggi c’è un forte appello ad alzare gli occhi al cielo, a guardare in alto e saper sognare una vita spiritualmente felice: “se Cristo è in noi, il nostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”, ci ricorda l’Apostolo.

Il Vangelo di oggi con il racconto della risurrezione di Lazzaro, di cui l’evangelista Giovanni ci offre tutti i dettagli, ci anticipa quello che succederà con la risurrezione di Gesù. Egli riporta alla vita fisica, momentaneamente, l’amico Lazzaro, per la cui morte il Signore soffre e piange, per insegnarci a guardare la nostra vita, oltre la vita. Infatti, la morte non è l’ultima parola per l’uomo, ma è la risurrezione anche nel suo corpo mortale.

La malattia che porterà Lazzaro alla morte fisica, non sarà per glorificare la conclusione dell’esistenza terrena di ogni essere umano e vivente, ma sarà per dare gloria a Dio, come leggiamo testualmente: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

E così sarà, in quanto Lazzaro, che già da quattro giorni era nel sepolcro, per la potenza divina di Gesù, risorgerà e riprenderà il suo cammino nel tempo, in attesa poi di chiuderlo per sempre alla fine dei suoi giorni, davvero ultimi quella volta successiva, come era scritto nel libro della vita e soprattutto della fede.

Voglio chiudere questa riflessione della quinta domenica di Quaresima, con la stessa preghiera che Gesù rivolge a Dio Padre, prima di far risuscitare Lazzaro: “Padre, ti rendiamo grazie perché ci ascolti sempre nella gioia e nella sofferenza. Io sappiamo che ci dai sempre ascolto, ma rendi più forte e solida la nostra fede in Te, nella risurrezione della carne e nella vita eterna”.

Questa settimana che ci attende, sia di preparazione alla Settimana Maggiore. Predisponiamo il nostro cuore ad accogliere il Verbum Crucis, la Parola della Croce, che è la vera salvezza del mondo.

Non dimentichiamo chi vive nel dolore, nella malattia e sperimenta la perdita delle persone care, come fu per le sorelle di Lazzaro e per lo stesso Gesù per la morte del suo amico.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

P.RUNGI. TESTO DELLA VIA CRUCIS – QUARESIMA 2017

PASSIONISTE8

VIA CRUCIS PER I GIOVANI E CON I GIOVANI

CASA DEL VOLTO SANTO – PONTI ROSSI – NAPOLI

VENERDI’ 24 MARZO 2017 – ORE 18,30

MEDITAZIONI E PREGHIERE DI PADRE ANTONIO RUNGI PASSIONISTA

QUARESIMA 2017

Canto iniziale

INTRODUZIONE

S.Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

T.Amen.

S.Il Signore sia con voi.

T.E con il tuo spirito.

 

G1-Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi (2,5-11)

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Breve pausa di silenzio e meditazione

C.Preghiamo: Signore, in questo cammino che porta al Calvario insieme a Te, nella nostra preghiera della Via Crucis di questo Venerdì di Quaresima, noi giovani e tutti i fedeli qui presenti ci rivolgiamo a Te per chiederti scusa, perché non siamo stati capaci di concretizzare il tuo insegnamento nella vita di tutti i giorni. I tuoi sentimenti non sono stati i nostri. E di questo ti chiediamo umilmente perdono. Amen.

 

 

S.PRIMA STAZIONE: Gesù è condannato alla morte per crocifissione

G1-Dal Vangelo secondo Giovanni 19, 12-16

Pilato cercava di liberare  [Gesù]; ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare”. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.  Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via, via, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i sommi sacerdoti: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

 

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G2-Quante persone, ogni giorno, nella nostra città, nel Sud vengono condannati ad una morte fisica, morale e spirituale, in assenza di quei servizi essenziali che riguardano la salute del corpo e dello spirito. Diversi vengono condannati a morte e vengono anche uccisi e massacrati dalla droga, dalla violenza comune ed organizzata, dalla malasanità, dalla mancanza dell’essenziale.

 

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G3-Gesù, tu che sei stato ingiustamente condannato a morte, guarda ai tanti condannati a morte del nostro territorio, soprattutto se sono innocenti ed hanno un solo nome comune: minorenni. Amen.

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G4-Mi direte: “Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?”. Quando il Signore ci chiama, non si ferma a ciò che siamo o a ciò che abbiamo fatto. Al contrario, nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di sprigionare. Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti” (Papa Francesco)

S.SECONDA STAZIONE: Gesù è caricato della croce

G1-Dal Vangelo di Giovanni (19,17)

Essi allora presero Gesù ed ed Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, in ebraico Golgota.

 

G2-Quanti croci sono costretti a portare sulle spalle i giovani del nostro territorio: dalla mancanza di opportunità sociali, culturali ed economiche, a quelle non meno gravi della mancanza di un’educazione alla fede di cui le famiglie non se ne fanno più carico. Troppe deleghe a chi non ha la responsabilità diretta dei figli, dei minorenni, degli adolescenti e dei giovani in generale, che non vengono assolte e portate a termine.

 

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G3-Signore, alleggerisci il peso delle croci ai nostri giovani non più preparati alla vita, a saper soffrire e a lottare per i giusti ideali della società. Amen.

 

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G4-Maria non si chiude in casa, non si lascia paralizzare dalla paura o dall’orgoglio. Maria non è il tipo che per stare bene ha bisogno di un buon divano dove starsene comoda e al sicuro. Non è una giovane-divano!  Se serve una mano alla sua anziana cugina, lei non indugia e si mette subito in viaggio. (Papa Francesco)

 

 

S.TERZA STAZIONE: Gesù cade la prima volta sotto la croce

 

G1-Dal libro del profeta Isaia. 53, 4-8

…Egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo.

 

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G2-Sono tante le cadute morali e spirituali dei giovani del nostro territorio, che vanno dalla droga, alla violenza, all’edonismo, all’egoismo, all’indifferenza, al bullismo ed altre forme di decadenza tipiche dei giovani. Ma ci sono anche cadute di stile, di educazione, di vera spiritualità e devozione, al punto tale che la partecipazione alla vita della chiesa è limitata.

 

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G3-Signore, fa comprendere ai nostri giovani quanto sia importante una vita moralmente elevata ed una vita spirituale altrettanto ricca di contenuti della fede, che sostenga il cammino della speranza e della carità. Amen.

 

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“È lungo il percorso per raggiungere la casa di Elisabetta: circa 150 chilometri. Ma la giovane di Nazareth, spinta dallo Spirito Santo, non conosce ostacoli. Sicuramente le giornate di cammino l’hanno aiutata a meditare sull’evento meraviglioso in cui era coinvolta. Così succede anche a noi quando ci mettiamo in pellegrinaggio: lungo la strada ci tornano alla mente i fatti della vita, e possiamo maturarne il senso e approfondire la nostra vocazione, svelata poi nell’incontro con Dio e nel servizio agli altri” (Papa Francesco).

 

S.QUARTA STAZIONE: Gesù incontra la sua SS.Madre

 

G1-Dal Vangelo secondo Luca. 2, 34-35. 51

Simeone parlò a Maria, sua madre:

“Egli è qui per la rovina

e la risurrezione di molti in Israele,

segno di contraddizione

perché siano svelati i pensieri di molti cuori.

E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …

Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

 

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G2-Quanti giovani sono orfani di genitori sia in senso reale che astratto, in quanto non sono presenti nella loro vita, non li seguono, non li curano, non li formano allo spirito del Vangelo. Quante mamme rifiutano la vita, che portano nel grembo o abbandonano i figli in qualche luogo. La nostra città, storicamente, ricorda bene, nel passato ed oggi, questo fenomeno dell’abbandono dei minori. Sono in questi nostri territori, dove solo apparentemente i figli sono i beni veri della famiglia, che si registrano i casi di maggiore sofferenza tra i minori.

 

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G3-Signore, tu che hai incontrato il volto dolente e rassicurante di tua Madre lungo il Calvario, fa che i bambini appena nati, come i giovani possano incontrare il volto sereno e fiducioso delle loro madri e dei loro padri, che sull’esempio di Maria e Giuseppe seguano i figli per tutto il percorso della loro vita. Amen.

 

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Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza (Papa Francesco).

 

S.QUINTA STAZIONE: Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce.

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 21-22

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio.

 

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G2-La solidarietà è tanto sentita tra i giovani del nostro tempo e della nostra terra, ma molte volte si traduce solo in pie intenzioni e progetti che rimangono sulla carta, senza effetti reali nella società. Ci sono tanti giovani che hanno bisogno di altri giovani per uscire dalle varie emergenze della loro vita e del territorio che li assorbe senza farli più vivere.

 

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G3-Signore Gesù, aiuta i giovani a capire l’importanza di tendersi una mano nel fare il bene e nel progredire nel bene ed avere il coraggio, tutti insieme, per cambiare questo mondo con la forza della fede e dell’amore. Amen.

 

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G4-La vera esperienza di Chiesa non è come un flashmob, in cui ci si dà appuntamento, si realizza una performance e poi ognuno va per la sua strada. La Chiesa porta in sé una lunga tradizione, che si tramanda di generazione in generazione, arricchendosi al tempo stesso dell’esperienza di ogni singolo. Anche la vostra storia trova il suo posto all’interno della storia della Chiesa. Anche voi giovani potete fare grandi cose, assumervi delle grosse responsabilità, se riconoscerete l’azione misericordiosa e onnipotente di Dio nella vostra vita. (Papa Francesco).

 

S.SESTA STAZIONE: Gesù è asciugato nel volto dalla Veronica

 

Dal libro del profeta Isaia. 53, 2-3

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per potercene compiacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia.

 

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G2-Noi abbiamo il sacrosanto dovere di asciugare le lacrime di sangue di quanti soffrono a causa nostra, in particolare i nostri genitori, i nostri parenti più stretti, quelli che ci vogliono più bene e soffrono maggiormente per noi, quando camminiamo al di fuori di ogni regola morale e di ogni buona educazione ricevuta.

 

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G3-Signore Gesù, fa comprendere a noi giovani di non far soffrire nessuno a causa nostra, fosse anche il più sconosciuto della terra e quando vediamo qualcuno che piange, come la Veronica, sporchiamoci i panni per alleviare il dolore di chi sta nel pianto e versa lagrime di sangue. Amen.

 

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G4-Vorrei porvi alcune domande: in che modo “salvate” nella vostra memoria gli eventi, le esperienze della vostra vita? Come trattate i fatti e le immagini impressi nei vostri ricordi? Ad alcuni, particolarmente feriti dalle circostanze della vita, verrebbe voglia di “resettare” il proprio passato, di avvalersi del diritto all’oblio. Ma vorrei ricordarvi che non c’è santo senza passato, né peccatore senza futuro. La perla nasce da una ferita dell’ostrica! Gesù, con il suo amore, può guarire i nostri cuori, trasformando le nostre ferite in autentiche perle. Come diceva san Paolo, il Signore può manifestare la sua forza attraverso le nostre debolezze (cfr 2 Cor 12,9). (Papa Francesco).

 

S.SETTIMA STAZIONE: Gesù cade la seconda volta sotto la croce.

 

G1-Dal libro delle Lamentazioni. 3, 1-2. 9. 16

Io sono l’uomo che ha provato la miseria

sotto la sferza della sua ira.

Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare

nelle tenebre e non nella luce…

Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra,

ha ostruito i miei sentieri…

Mi ha spezzato con la sabbia i denti,

mi ha steso nella polvere.

 

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G2-Le promesse non mantenute, ci portano spesso a ricadere sugli stessi sbagli ed errori di sempre. Ma anche quando tocchiamo il fondo, abbiamo il dovere morale per noi stessi e per gli altri di rialzarci subito e continuare con maggiore vigore interiore, forse con minore vigore fisico, il lungo viaggio della vita, che conduce alla vita, se si ama la vita.

 

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G3-Signore, non abbandonarci nella tentazione di sentirci forti ed invincibili, quando in realtà siamo fragili e peccatori incalliti, che non ce la fanno più a rialzarsi per un breve tragitto spirituale di conversione del loro cuore. Amen.

 

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G4-I nostri ricordi però non devono restare tutti ammassati, come nella memoria di un disco rigido. E non è possibile archiviare tutto in una “nuvola” virtuale. Bisogna imparare a far sì che i fatti del passato diventino realtà dinamica, sulla quale riflettere e da cui trarre insegnamento e significato per il nostro presente e futuro. Compito arduo, ma necessario, è quello di scoprire il filo rosso dell’amore di Dio che collega tutta la nostra esistenza. (Papa Francesco).

 

S.OTTAVA STAZIONE: Gesù incontra le pie donne di Gerusalemme

 

G1-Dal Vangelo secondo Luca. 23, 27-31

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di Lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse:

“Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”.

 

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G2-Quante lagrime di coccodrillo spargiamo lungo il percorso della nostra vita di piccoli, adolescenti e giovani. Piangiamo facilmente, come ridiamo facilmente. Non sappiamo più differenziare la vera sofferenza, da quella falsa e ipocrita, che si manifesta in certe circostanze, in cui non siamo personalmente coinvolti. Piangiamo, ma non ci correggiamo, né vogliamo correggere chi sbaglia palesemente.

 

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G3-Signore, donaci l’onestà di piangere per cause giuste e versare non solo lagrime di dolore, ma anche lagrime di gioia, per le tante cose buone che esistono nel nostro mondo e soprattutto nel mondo dei giovani. Amen.

 

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Tanti dicono che voi giovani siete smemorati e superficiali. Non sono affatto d’accordo! Però occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la capacità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. Avere un passato non è la stessa cosa che avere una storia. Nella nostra vita possiamo avere tanti ricordi, ma quanti di essi costruiscono davvero la nostra memoria? Quanti sono significativi per il nostro cuore e aiutano a dare un senso alla nostra esistenza? (Papa Francesco).

 

NONA STAZIONE: Gesù cade la terza volta sotto la croce.

 

G1-Dal libro delle Lamentazioni. 3, 27-32

È bene per l’uomo portare il giogo

fin dalla giovinezza.

Sieda costui solitario e resti in silenzio,

poiché egli glielo ha imposto;

cacci nella polvere la bocca,

forse c’è ancora speranza;

porga a chi lo percuote la sua guancia,

si sazi di umiliazioni.

Poiché il Signore non rigetta mai…

Ma, se affligge, avrà anche pietà

secondo la sua grande misericordia.

 

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G2-La terza caduta di Gesù sotto il pesante legno della croce, in una condizione di debilitazione totale per la violenza subita, rammenta a tutti i giovani la forza d’animo che devono avere anche quando tutto sembra finito e annientato. Con la faccia a terra e prostrati nella polvere, dobbiamo riconoscere che spesso la gioventù è solo un tempo della vita, ma mai un tempo dello Spirito. Egli con i suoi sette doni aiuti ogni giovane, soprattutto se cresimato, ad essere testimone di rinascita per se stesso, per il proprio ambiente, per la propria città.

 

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G3- Signore, ti preghiamo, suscita in tutti i giovani l’amore ardente per la causa della giustizia, della verità e della bontà e nessuno dei giovani possano sperimentare la delusione della vita, molto spesso ingrata verso di loro e verso i propri cari. Amen.

 

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G4-I volti dei giovani, nei “social”, compaiono in tante fotografie che raccontano eventi più o meno reali, ma non sappiamo quanto di tutto questo sia “storia”, esperienza che possa essere narrata, dotata di un fine e di un senso. I programmi in TV sono pieni di cosiddetti “reality show”, ma non sono storie reali, sono solo minuti che scorrono davanti a una telecamera, in cui i personaggi vivono alla giornata, senza un progetto. Non fatevi fuorviare da questa falsa immagine della realtà! Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro! (Papa Francesco).

 

S.DECIMA STAZIONE: Gesù è spogliato delle sue vesti

 

G1-Dal Vangelo secondo Giovanni (19,23-24)

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così.

 

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G2-Quante volte i giovani si spartiscono bottini, frutto di furti, violenze, sopraffazioni, ingiustizie; si spartiscono droga, alcool ed altre sostanze nocive che rovinano la loro vita. Come i soldati ai piedi del crocifisso, gettano la sorte, giocano d’azzardo non solo per raggiungere degli illusori guadagni, ma giocano pesante con la loro vita e con la vita degli altri.

G3-Signore, concedi a noi giovani la sapienza del cuore e l’intelligenza vera, che viene dal cielo e come il Re Salomone, facci dono di ciò che veramente conta in questo mondo e nell’eternità. Amen.

 

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G4-Alla fine di ogni giornata ci possiamo fermare per qualche minuto a ricordare i momenti belli, le sfide, quello che è andato bene e quello che è andato storto. Così, davanti a Dio e a noi stessi, possiamo manifestare i sentimenti di gratitudine, di pentimento e di affidamento, se volete anche annotandoli in un quaderno, una specie di diario spirituale. Questo significa pregare nella vita, con la vita e sulla vita, e sicuramente vi aiuterà a percepire meglio le grandi cose che il Signore fa per ciascuno di voi. Come diceva sant’Agostino, Dio lo possiamo trovare nei vasti campi della nostra memoria (cfr Confessioni, Libro X, 8, 12). (Papa Francesco).

 

 

S.UNDICESIMA STAZIONE: Gesù è inchiodato alla croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 25-27.29-30

Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano  e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce.

 

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G2-Davanti al Cristo crocifisso o si piange e ci si converte o si resta indifferenti o addirittura si può essere provocanti chiedendo a Gesù di dimostrare la sua onnipotenza e la sua Figliolanza con Dio. Questo atteggiamento scettico, agnostico o addirittura ateo rappresenta il sistema di pensiero di molti giovani del nostro tempo e della nostra terra.

 

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G3-Signore Gesù, inchiodato alla Croce e messo a morte per la nostra salvezza, da questo trono regale e cattedra di altissimo valore morale e spirituale, insegna ai nostri giovani a guardare sempre in alto ed avere l’orgoglio di essere dei buoni cristiani, con il vivere con il segno distintivo di ogni discepolo di Gesù Cristo, che è la Croce. Amen.

 

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Maria raccoglie il patrimonio di fede del suo popolo e lo ricompone in un canto tutto suo, il Magnificat, ma che è allo stesso tempo canto della Chiesa intera. E tutta la Chiesa lo canta con lei. Affinché anche voi giovani possiate cantare un Magnificat tutto vostro e fare della vostra vita un dono per l’intera umanità, è fondamentale ricollegarvi con la tradizione storica e la preghiera di coloro che vi hanno preceduto. (Papa Francesco)

 

S.DODICESIMA STAZIONE: Gesù muore in croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 33-34. 37. 39

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì , Eloì , lema sabactà ni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?…Ed egli, dando un forte grido, spirò …Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.

 

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G2-La morte in croce di Gesù, anche lui giovane, appena 33 anni, ci riporta alla morte violenta di tanti giovani assassinati, non solo per azioni criminosi e terroristiche, ma anche morti nel silenzio, nell’indifferenza e nella solitudine di una società che emargina facilmente chi non è bello, perfetto, simpatico, accomodante, conformista, labile di pensiero e quanto di negativo si possa cogliere nella vita di un giovane che non si relazione con altri giovani.

 

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G3-Signore insegna a tutti i giovani di questa nostra città e territorio a guardare in faccia il dolore dell’umanità, senza omertà, senza aver paura di chiamare con i loro nomi i peccati che si commettono nel nome di un perbenismo o di un superficialismo, che trova accoglienza in vasti strati sociali, abituati a salvare la faccia e mai a salvare la vita, soprattutto dei più piccoli, poveri, fragili ed innocenti di questa terra. Amen.

 

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G4-Nella dinamica della vita, le suppliche di oggi diventeranno motivi di ringraziamento di domani. Così, la vostra partecipazione alla Santa Messa e i momenti in cui celebrerete il sacramento della Riconciliazione saranno allo stesso tempo culmine e punto di partenza: le vostre vite si rinnoveranno ogni giorno nel perdono, diventando lode perenne all’Onnipotente. «Fidatevi del ricordo di Dio: […] la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male» (Papa Francesco).

 

S.TREDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto dalla croce

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 42-43. 46

Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce.

 

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G2-Morto Gesù, tutto diventa tristezza e malinconia in coloro che non hanno fede e non aspettano il giorno della vita. Gesù aveva detto chiaramente che sarebbe risorto e chiedeva nei suoi discepoli una risposta di vita e non di morte. Quando viene a mancare una prospettiva di vita e si favorisce una cultura di morte, come nel nostro tempo, a pagarne le più drammatiche conseguenze sono proprio i giovani, i più fragili, quelli che sono aperti alla vita ed invece di trovare la vita, incontrono solo campi di sterminio, senza andare molto lontano nel tempo e nello spazio, ma guardandosi semplicemente intorno per constatare tutto ciò, proprio ai nostri giorni. Noi cerchiamo campi di vita e di speranza.

 

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G3-Signore aiuta i giovani a costruire un mondo migliore, dove non regni la morte, ma si affermi sempre più la cultura della vita, che parta dalla difesa del nascituro, fino al moribondo, giovane o anziano, che attende di emettere l’ultimo respiro per iniziare a vivere per sempre in Dio. Amen

 

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G4-Per costruire un futuro che abbia senso, bisogna conoscere gli avvenimenti passati e prendere posizione di fronte ad essi. Voi giovani avete la forza, gli anziani hanno la memoria e la saggezza. Come Maria con Elisabetta, rivolgete il vostro sguardo agli anziani, ai vostri nonni. Vi diranno cose che appassioneranno la vostra mente e commuoveranno il vostro cuore. (Papa Francesco)

 

QUATTORDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto nel sepolcro.

 

G1-Dal Vangelo secondo Marco. 15, 46-47

Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto.

 

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G2-Il cimitero, la tomba…quanti giovani morti prematuramente per incidenti stradali, per malattie, per droga o perché assassinati da bande di rivali, oppure morti senza aver avuta la possibilità di essere curati e guariti, perché senza risorse economiche in grado di poter assicurare loro il meglio dell’assistenza medica. Basta farsi un giro nei cimiteri delle nostre città e guardare le foto di tanti bambini, giovani ed adulti che appena appena si sono affacciati alla vita. Grande lezione per chi pensa di essere eterno, onnipotente, onnisciente, onnipresente, ritenendosi un Dio che non lo è. La vita che scorre e per tutti ha un termine, aiuta i nostro cammino di pellegrini e di viandanti verso la patria comune, che non è la fossa comune, dove sono stati ammassati i corpi, senza nome, di eccidi e massacri di ieri e di oggi.

 

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G3-Signore Gesù, fa che la storia di questi anni e di quelli a venire possano avere, attraverso i giovani, il volto della speranza e della vita, superando ogni conflitto ideologico, culturale, razziale e religioso che ancora oggi, proprio in questi giorni, semina morte e dolore in tanti parti del mondo. Amen.

 

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G4-Saper fare memoria del passato non significa essere nostalgici o rimanere attaccati a un determinato periodo della storia, ma saper riconoscere le proprie origini, per ritornare sempre all’essenziale e lanciarsi con fedeltà creativa nella costruzione di tempi nuovi. Sarebbe un guaio e non gioverebbe a nessuno coltivare una memoria paralizzante, che fa fare sempre le stesse cose nello stesso modo. È un dono del cielo poter vedere che in molti, con i vostri interrogativi, sogni e domande, vi opponete a quelli che dicono che le cose non possono essere diverse. (Papa Francesco)

 

CONCLUSIONE

 

Padre nostro, Ave Maria e Gloria (secondo le intenzioni del Papa)

 

“Dio, Padre misericordioso,

che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,

e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,

Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo”.

Ti affidiamo in modo particolare

i giovani di ogni lingua, popolo e nazione:

guidali e proteggili lungo gli intricati sentieri del mondo di oggi

e dona loro la grazia di raccogliere frutti abbondanti

dall’esperienza della preghiera personale e comunitaria.

 

Padre Celeste,

rendici testimoni della Tua misericordia.

Insegnaci a portare la fede ai dubbiosi,

la speranza agli scoraggiati,

l’amore agli indifferenti,

il perdono a chi ha fatto del male

e la gioia agli infelici.

Fa’ che la scintilla dell’amore misericordioso

che hai acceso dentro di noi,

seguendo Cristo Crocifisso e Risorto,

diventi un fuoco che trasforma i cuori

e rinnova la faccia della terra. Amen.

 

  1. E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e vi rimanga sempre.
  2. Amen

 

Canto finale.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

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DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

NON FACCIAMOCI  INGANNARE DA FACILI PROFEZIE SULLA FINE DEL MONDO

Commento di padre Antonio Rungi

Alla fine dell’anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica, ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi, soprattutto nel nostro Paese. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.

Il brano del vangelo di questa domenica,  riguarda, infatti, l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Si tratta di un’unità letteraria ben precisa che appartiene al cosiddetto genere apocalittico. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, si avvicina la passione. I Vangeli sinottici  fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da leggere alla luce della Pasqua. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma sull’annuncio di capovolgimento totale. La comunità di Luca già era a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme. L’evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti del suo vangelo, ma lo fa senza voler mettere angoscia o preoccupazioni di sorta. Di fronte alla preoccupazione della fine del mondo, Gesù risponde con parole precise, che aprono la vita in una prospettiva di positiva attesa e non di angoscia mortale: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;  io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.  Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

Pertanto, non lasciamoci attrarre dagli sconvolgimenti esteriori, tipico del linguaggio apocalittico, ma da quelli interiori, necessari, che preannunciano e preparano l’incontro con il Signore. Pur consapevoli che anche oggi, in diverse parti del mondo si vivono situazioni “apocalittiche”,  come nell’Italia Centrale, in seguito al disastroso sima di questi giorni e mesi scorsi, è possibile anche una lettura personalizzata, certamente non evasiva che sposta l’attenzione sulla responsabilità personale. Luca, rispetto agli altri evangelisti, sottolinea che non è giunta la fine, che occorre vivere l’attesa con impegno. Apriamo gli occhi sulle tragedie del nostro tempo, non per essere profeti di sventure, ma coraggiosi profeti di un nuovo ordine basato sulla giustizia e la pace.

Nel breve brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Malachìa, viene prospettata la realtà futura riguardante la venuta del Signore, immaginato come un giorno rovente, come quello che arde in un forno. In quel giorno di purificazione, in quanto, il fuoco serve proprio a bruciare tutto ciò che è male, “tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio”. Diversa sarà la sorte di quanto temono il Signore e lo servono con umiltà. Per loro infatti, “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Nell’attesa di quel giorno, il cristiano non può vivere nell’ozio, aspettandolo senza lavorare o, peggio, vivendo sulle spalle degli altri. L’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di questa domenica, richiama i cristiani di Tessalonica a imboccarsi le maniche e a lavorare,  per guadagnarsi onestamente il cibo e quanto altro utile per le proprie persone e necessità. Infatti, ricorda,  con santo orgoglio, che lui non è rimasto ozioso in mezzo a loro, né ha mangiato gratuitamente il pane di qualcuno, ma ha lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di loro. Una regola valida per sempre, se la si permette di attuare, in mancanza di lavoro, oggi soprattutto per i giovani, ed è questa:  chi non vuole lavorare, neppure mangi. Da buon osservatore delle cose che non vanno anche nel suo tempo, in ascolto delle informative che gli venivano trasmesse dalle comunità, Paolo, annota che alcuni i cristiani di Tessalonica  “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Si sono autoconvinti dell’imminente venuta del Signore e di conseguenza vivono oziosamente, senza neppure guadagnarsi il necessario per vivere. Cosa non gradita a Paolo che li biasima.

Nel tempo e nella storia che il Signore ci ha concesso e continua a concederci, alcune cose, sono certe, per noi cristiani, da tenere presenti in ogni nostro comportamento umano: la perseveranza nella fede e la certezza della seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra. La perseveranza è indispensabile per produrre frutto, nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni.  La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell’uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera. Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.

Sia questa la nostra preghiera oggi, penultima domenica dell’anno liturgico e dell’anno giubilare della misericordia: O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

SOLO POCHI SANNO RINGRAZIARE IL SIGNORE

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa domenica, la XXVIII del tempo ordinario, ci racconta della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù sana mentre attraversa la Samaria e la Galilea. Dei dieci guariti solo uno sente il dovere di ringraziare il Signore per il dono ricevuto. Con questo esempio ci viene ricordata la tendenza generale dei fedeli di ringraziare il Signore solo in parte, mentre la stragrande maggioranza non si ricorda mai di ringraziare Dio per i doni ricevuti. L’ingratitudine è grande! E pur cambiando la società, rimane costante il comportamento di chi, pur avendo ricevuto tanto da Dio, non eleva al cielo il volto per dire semplicemente “Grazie Signore”.

Questo racconto ci fa riflettere su come noi dobbiamo agire nei confronti di Dio, quando Egli si muove, e lo fa sempre, a nostro favore e compassione. Non dimentica e non trascura la sofferenza di nessuno e pur sanando tutti, non tutti sanno dire grazie, ritornare sui propri passi ed elevare a Dio l’inno di ringraziamento e di lode.

Un altro aspetto importante che la parola di Dio ci fa considerare è il tema della lebbra, quella fisica, intesa come malattia emarginante del soggetto, e la lebbra spirituale, quella interiore e che non si vede, e che, purtroppo, infetta più dell’altra e trasmette nel mondo degli uomini il male, come sistema di pensiero e di vita. Non si guarisce da questa lebbra, rappresentata dai nove lebbrosi che non tornano indietro per ringraziare per la guarigione ricevuta. Questa malattia dell’anima, che è il peccato, la corruzione, l’idolatria, il fanatismo, l’egoismo, il male assoluto, non si guarisce neppure se il Signore interviene e dà la guarigione per il momento, che può essere una confessione in una determinata occasione e circostanza della vita, un atto di culto, un pentimento del momento, una preghiera o qualsiasi altra cosa che aiuti, momentaneamente a distanziarsi dal peccato. Per la guarigione totale è necessaria una lunga terapia anti-lebbra spirituale, che è incentrata su medicine dell’anima, che sanano e purificano la mente e il cuore dalle passioni di ogni genere e dai peccati che distruggono il bene più prezioso di una persona credente, quello appunto della sua interiorità e spiritualità. Non senza un perché il testo del vangelo di questa domenica si conclude con una bellissima espressione di stima, apprezzamento ed incoraggiamento di Gesù verso l’unico lebbroso guarito, che torna da Lui: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Chi si libera dal male non è più prostrato nel fisico e n nello spirito, ma si rialza, perché riacquista quella energia interiore che è la grazia e la misericordia di Dio, sulla quale poggiare il successivo, non facile cammino, dopo la caduta, quando il Signore dice, in tanti modi e con tutti gli strumenti, al peccatore pentito e ricostruito nello spirito: vai avanti, con la fede ce la farai e potrai superare tutte le malattie e le lebbre dello spirito, che altrimenti non guarirebbero mai.

Gesù si presenta, quindi, non solo come Colui che guarisce il corpo dai vari malanni, ma Colui che guarisce il cuore dalla più grave malattia della mancanza di amore e di speranza.

Il lebbroso è scartato, è emarginato, deve indicare agli altri, anche nel modo di vestire e di comportarsi del suo stato fisico, per evitare il contagio. E’ un escluso, vive fuori dell’accampamento, deve portare i segni distintivi della sua condizione di malattia ed allertare i cittadini perché non vengano a contagio con lui e si ampli l’epidemia. Si può dire che, con il campanello al collo o in mano, può essere paragonato all’autoambulanza o il 118 dei nostri giorni, oppure il telefono rosso, o al codice rosso come si classificano i malati in fase di gravissima situazione di salute. E’ evidente che chi soffriva di questa malattia emarginante cercava di guarire in tutti i modi, ricorrendo a maghi, a guaritori di ogni genere. Anche nel brano della prima lettura di oggi, troviamo questo bisogno di guarigione in Naaman, il comandante dell’esercito del re di Aram, il quale  “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra”.

Naaman, dopo la guarigione è riconoscente verso il profeta e vuole desbitarsi in qualche modo, già abituato a pagare dottori e ciarlatani che non potevano nulla nei confronti di quella malattia, allora classificata come incurabile, però si prendevano i lauti compensi per le consulenze e le terapie che prescrivevano senza alcun beneficio per il malato. Ecco, perché, “tornò con tutto il seguito da [Elisèo] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Naaman si porta la terra benedetta di quel luogo, dove egli era stato guarito e ne fa uno strumento di purificazione per tutti gli altri.

La fede di questi due malati di lebbra, di cui ci raccontano la prima lettura di oggi e il Vangelo ci aiuta a capire il senso di quanto scrive l’Apostolo Paolo al suo amico Timoteo, nella sua seconda lettera, a questo vescovo di Efeso, comunità cristiana costituita da lui, che ora è in catena per aver annunciato la parola di Cristo. Egli sopporta “ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E la fede nella risurrezione, è il tema centrale di questo brano, che conclude: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore nella celebrazione della santissima eucaristia:O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

SIAMO SERVI INUTILI, DOBBIAMO FARE QUELLO CHE E’ NOSTRO DOVERE FARE

Commento di padre Antonio Rungi

In un mondo, dove molti si sentono indispensabili, utili e insostituibili, oggi risuona il testo del vangelo che ci riporta alla realtà della nostra vita, quella vita che ha un valore per l’eternità e non per il tempo presente, che spesso sopravvaluta il servizio di qualcuno e sottovaluta quello di chi merita davvero di essere preso in considerazione.

Partendo proprio dal brano del Vangelo di Luca, in questa XXVII domenica del tempo ordinario, noi possiamo meglio comprendere il significato del servire la causa del vangelo, con umiltà e senza pretese di sorta. A noi tutti, come cristiani, spetta il compito che ognuno di noi ha scelto di assumere davanti a Dio con responsabilità e coscienza seguendo la propria vocazione e rispondendo alla chiamata di Dio.

Non dobbiamo attenderci, premi, gratificazioni, medaglie al valore o riconoscimenti, in memoria, dopo la nostra morte. Dobbiamo agire per valori superiori, attendendoci riconoscimenti e premi, dove contano davvero la realtà che avremo in possesso per sempre.

Si tratta di sviluppare una visione di fede in prospettiva di eternità. Sono gli stessi apostoli, che si accorgono dell’inconsistenza della loro fede, della fragilità e dell’assenza di contenuto del loro modo di credere, a chiedere a Gesù: “aumenta la nostra fede”. E Gesù replica con un esempio molto calzante alla situazione e che ci aiuta a capire il senso della crescita della fede, non in termini di quantità o di conoscenze teologiche e bibliche in più, ma di qualità, perché la fede non si misura, la fede si vive e si sperimenta nella propria vita e la si testimonianza con una degna condotta di vita.

Cosa chiedono esplicitamente gli al Signore?: «Accresci in noi la fede!».

Gesù, alla domanda degli apostoli, replica in un modo preciso e diretto al raggiungimento dello scopo della richiesta: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

Ed aggiunge come comportarsi in certe situazioni di vita quotidiana: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”.

Domande mirate che fanno riflettere chi ascoltava allora e chi ascolta oggi Gesù, che parla a noi attraverso la Chiesa e i ministri della stessa parola.

La conclusione di questo modo di riflettere ponendo domande e includendo nelle domande la risposta, è quella che conosciamo e Luca ci riporta a conclusione di questo interessantissimo brano del suo vangelo: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Penso che ognuno di noi sappia valutare il suo comportamento in tanti ambiti, ma soprattutto nel campo religioso e morale. Non abbiamo bisogno dei termometri della nostra temperatura morale e spirituale o della quantità della nostra fede. Dicendo io credo di più dell’altro. Sappiamo valutarci da solo. Alla fine delle nostre personali valutazioni possiamo avere chiara la coscienza del nostro bene operare, del nostro parziale operare o del non operare affatto.

I compiti nel campo della fede vanno assolti e svolti in modo egregio, senza centellinare energie nei confronti di Dio e dei fratelli. Tutto deve essere fatto con amore, generosità e dedizione.

Sono queste le condizioni indispensabili per essere a posto con la propria coscienza di fronte a quello che ci tocca fare, perché ne abbiamo il dovere e gli obblighi, oltre che morali anche giuridici e sociali.

Il forte grido di denuncia del profeta Abacuc nella prima lettura di questa domenica vale da insegnamento per noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana, che si presenta con un quadro sconfortante per tutto quello che succede nel mondo di oggi, come succedeva allora: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.

Quante volte sperimentiamo tutto questo negli ambienti e nei luoghi che meno immaginiamo possano esistere queste cose, tali divisioni e violenze?. Purtroppo è così dovunque e in ogni tempo della storia dell’umanità, in quanto l’uomo non cambia mai, non sceglie ciò che è giusto ed è bene, segue spesso la via del male e degli empi.

Anche in questi interrogativi sui drammi dell’umanità, la risposta del Signore è di speranza e di purificazione: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Chi ha fede regge tutti gli urti della delusione, della malattia, della morte, della privazione, di quanto di negativo possa offrire questo nostro tempo e questo nostro mondo e si apre ad una visione di speranza nuova. Il giusto, infatti, vivrà di fede, in quanto una vera giustizia non può prescindere da una vera fede.

Bisogna osare di più come cristiani e credenti, avere più coraggio di dire e testimoniare la fede, come ricorda l’Apostolo Paolo all’amico Timoteo, al quale raccomanda “di ravvivare il dono di Dio, che è in lui mediante l’imposizione delle sue mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Ed aggiunge di non vergognarsi “di dare testimonianza al Signore nostro, né di lui, che è in carcere per il Signore; ma, con la forza di Dio, di soffrire con lui per il Vangelo”. E conclude col raccomandare di prendere “come modello i sani insegnamenti che ha udito da lui con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Di custodire, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che gli è stato affidato”.

Tanti moniti per essere degni del ministero che è chiamato a svolgere nella chiesa di Cristo, quale vescovo della comunità cristiana di Efeso.

Sia questa la nostra preghiera conclusiva della riflessione sulla parola di Dio della XXVII domenica del tempo ordinario che celebriamo oggi: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.