Papa

P.RUNGI. LA PAROLA DI DIO DELLA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

RUNGI-VERDE

XXVII Domenica del tempo ordinario (Anno C)

Domenica 6 ottobre 2019

Missionari della fede, ma con fede e per fede

per la diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII  domenica del tempo ordinario , la prima del mese di ottobre 2019, mese dedicato alle missioni, che quest’anno assume un valore speciale, in quanto si tratta di un mese missionario straordinario, indetto da Papa Francesco, il 22 ottobre 2017, nel centenario della lettera Apostolica Maximum Illud del 30 novembre 1919 di Papa Benedetto XV sul tema delle missioni nel mondo, questa Parola della domenica ci fa riflettere sul tema della fede.

Sono gli apostoli a chiedere al Signore, di fronte alla pochezza e alla fragilità della loro fede, un aumento ed un accrescimento perché possano rispondere meglio alla loro missione e vivere più fedelmente la loro vocazione di discepoli del vangelo, di annunziatori della buona novella.

E come in tutti i discorsi in cui ci sono in gioco valori fondamentali, come in questo caso, quello della base stessa del discorso religioso, cioè la fede, Gesù usa affrontare l’argomento in modo indiretto, e rivolgendosi ai suoi interlocutori dice, confermando quello che avevano evidenziato gli apostoli: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

La potenza della fede fa spostare le cose da un punto all’altro della terra. O in altro passo del vangelo affermare la stessa verità con dire che la fede sposta addirittura le montagne. Tutto questo per confermare che effettivamente che con la fede si può ottenere tutto da Dio. Certo è assurdo pensare che ognuno di noi possa spostare le cose a suo piacimento, come una pianta, una montagna, ma sono esempi e modi di dire che la fede fa i miracoli.

Gesù nel brano del vangelo di questa domenica non si limita solo a ricordare il valore della fede, ma pone l’accento sulla fede come servizio, come diaconia, come relazione e soprattutto come umiltà e riservatezza. Infatti ci riporta alla realtà di tutti i giorni ricordandoci: “Chi di noi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?” La domanda e il quesito posto dal Signore, trova la risposta nella conclusione del brano del vangelo di oggi, che è una lezione di vita ed un forte richiamo a tutti ad abbassare l’orgoglio e la presunzione di essere indispensabili, insostituibili, o addirittura i perfezionisti perché hanno fatto sempre tutto e per di più sempre benissimo.

Gesù ci ricorda ad ognuno, dal primo all’ultimo della scala dei valori sociali, ecclesiali, umani, professionali e di qualsiasi altra condizione che: “Siamo servi inutili, in quanto dopo aver esaminato attentamente le cose che abbiamo realizzato a fatto, constatiamo che era quello esattamente ciò che dovevamo fare, senza enfatizzare ed inorgoglirsi. Aver la consapevolezza del dovere da espletare non ci pone nella condizione di chi esalta se stesso e si auto osanna perché pensa che il mondo e la storia senza di lui o di lei finisce. Al contrario, proprio perché siamo servi inutili non dobbiamo mai alzare la testa umiliando gli altri o pensando che noi siamo le uniche e insostituibili persone che portano avanti il mondo.

Il miglior atteggiamento per ottenere da Dio ciò che chiediamo è l’umiltà, come ci ricorda la prima lettura di questa XXVII domenica del tempo ordinario, tratta dal profeta Abacuc: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi?” Certamente un cuore sensibile ed un attento osservatore come il profeta, rappresenta al Signore quello che egli osserva e constata: “Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. La risposta del Signore non si fece attendere molto e disse al profeta: scrivi tutto quello che vedi, osservi e denunci con coraggio, davanti ad un popolo di indifferenti e di distratti, che pensano solo a se stessi. Il Signore non tarderà ad intervenire a far sentire forte la sua presenza tra la gente e tra i popoli della terra, con quale risultato finale? “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Di fronte a questa coraggiosa denuncia del profeta Abacuc, ma anche davanti alla promessa di Dio che è fedele e realizza ciò che dice, ci viene in sostegno quanto scrive l’Apostolo Paolo all’amico, Timoteo, suo compagno nei viaggi apostolici, costituito vescovo in Efeso: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. E’ un vescovo, un consacrato e come tale deve essere un testimone coraggioso e ricorda a lui e a noi che “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Il cristiano, il pastore del gregge non può avere paura, temere e ritrarsi in trincea perché non sa e non vuole affrontare il buon combattimento della fede. Non bisogna vergognarsi di testimoniare fino ad andare in carcere o subire il martirio per amore di Cristo. Ecco perché l’Apostolo raccomanda a suo amico vescovo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Quanti innocente e quanti uomini di fede sono stati umiliati, incarcerati, calunniati e diffamati solo perché testimoni di Cristo? La storia di ieri e di oggi è sempre la stessa, soprattutto quando sono in gioco i valori religiosi, spesso contrastati e avversati in modo pregiudiziale.

Tuttavia, non bisogna mai demordere, se la fede è forte, sicura ed ancorata alla roccia che è Cristo, come afferma l’Apostolo delle Genti in questi versi conclusivi della sua lettera a Timoteo che oggi ci fa da sostegno e supporto spirituale, in tutte le nostre avversità e in tutte le nostre decisioni da prendere con fede, coraggio e passione per la causa di Dio nel mondo: “Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”.

In questo giorno 6 ottobre in cui ricordo il mio anniversario dell’ordinazione sacerdotale, esattamente 44 anni, fa su consiglio dell’Apostolo Paolo, voglio anche io rinnovare quel bene prezioso che mi è stato donato con il sacramento dell’ordine e servire con coraggio, amore e passione la santa Chiesa, operando sempre per il bene e la salvezza delle anime. E con profonda riconoscenza al Signore elevo al lui, come farò durante la celebrazione dell’eucaristia, questa preghiera della Chiesa: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

AUGURI A PAPA FRANCESCO CON UNA SPECIALE PREGHIERA DI P.RUNGI

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P.RUNGI (TEOLOGO PASSIONISTA). UNA SPECIALE PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’ONOMASTICO DA PONTEFICE
 
Per la festa di san Francesco del 4 ottobre 2019, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta, ha composta una speciale preghiera per Papa Francesco, che festeggia il suo onomastico da Pontefice. “Questa è il settimo anno e la settima volta che Papa Francesco – afferma padre Rungi – ricorda in modo speciale San Francesco d’Assisi, che ha scelto come sua guida e protettore nel servizio apostolico e ministero petrino, essendo stato eletto al soglio pontificio il 13 marzo del 2013. Con tanti problemi che il Papa si trova ogni giorno ad affrontare nella Chiesa e al di fuori di essa, con una speciale attenzione che ha ai problemi ecologici, etici e sociali, una preghiera come questa, che tutti i cattolici vorranno elevare al Signore per il Papa, certamente lo aiuterà e lo sosterrà. D’altra parte è lui stesso che continuamente ci chiede di pregare per la sua persona. E noi lo facciamo con gioia, volentieri, ben sapendo che il Signore ascolta le nostre umili orazioni per il pastore universale della sua chiesa, sparsa su tutta la terra”.
 
Ecco il testo dell’orazione scritta da padre Antonio Rungi
 
Nella festa del nostro Patrono, San Francesco,
ci rivolgiamo a Te, Signore Gesù Cristo,
per intercessione del Poverello d’Assisi,
perché protegga il nostro romano pontefice,
che porta il nome di così grande santo,
amico dei poveri e coraggioso apostolo
della misericordia, del dialogo
e della fraternità universale.
 
Rendi fruttuoso, o Signore,
l’operato e l’insegnamento
del Vescovo di Roma,
perché nel costante
richiamo ai valori cristiani
possa trovare anime ben disposte
a lasciarsi toccare dalla carità
e dalla vera letizia francescana.
 
Nulla turbi il cuore e la missione
di Papa Francesco,
in questo periodo difficile
per le sorti del genere umano
e come il Poverello d’Assisi
ricostruisca con il saggio operare
e il sapiente consigliare
l’umanità in rovina
per l’insensato agire
di governi e nazioni
che non hanno a cuore
il bene di ogni uomo
e di tutto l’uomo.
 
Maria, Madre della gioia
e della letizia di chi si mette in cammino
sorregga il ministero petrino
di Papa Francesco,
per moltissimi anni ancora,
a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
 
San Francesco,
modello di vita per quanti governano,
sia maestro illuminante
e guida costante
per il Santo Padre,
Papa Francesco. Amen.

P.RUNGI. RELAZIONE AL CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

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ITRI – DOMENICA 7 LUGLIO 2019

CHIESA SANTA MARIA MAGGIORE 

CONVEGNO “PIO IX SUL SANTUARIO DELLA CIVITA”

RELAZIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI 

Era il 10 febbraio 1849, verso le 9.00 del mattino, esattamente 170 anni fa, in questa chiesa, quando arrivò da Gaeta Papa Pio IX, accolto dal suono delle campane e dalla banda musicale, accompagnato dal vescovo del tempo, monsignor Luigi Maria Parisio, napoletano, ed accolto da Re Ferdinando II, dalle autorità, dal clero e da numeroso e festante popolo di Itri.

A ricevere la prima benedizione fu lo stesso Ferdinando II, che attese il Papa all’ingresso della Chiesa dell’Annunziata con il secchiello dell’acqua santa in mano.

Poi i vari atti di ossequio, secondo l’usanza del tempo, l’ingresso in Chiesa per la preghiera e la benedizione eucaristica, impartita a tutti i fedeli. Dopo di che il trasferimento al Santuario della Civita.

Noi oggi, qui, siamo per riflettere insieme sul significato, il valore storico, pastorale, teologico di questa vista e si è scelto come titolo di questo convegno “Papa Pio IX sul santuario della Civita”. Giusta affermazione, ma dire santuario della Civita era ed è come dire Itri e arcidiocesi di Gaeta, per la Madonna della Civita è la protettrice di Itri, ma anche di tutta la nostra Chiesa locale.

Non senza un motivo, inizio questo mio intervento con il riportare le parole testuali di Giovanni Paolo II, in visita all’arcidiocesi di Gaeta, 30 anni fa, il Domenica 25 giugno 1989, nella storica ricorrenza dei 140 anni della venuta di Papa Pio IX, oggi Beato, al Santuario della Civita. Non c’è due senza tre e cioè dopo Papa Pio IX e Papa Giovanni Paolo II attendiamo l’arrivo di Papa Francesco prima che si concluda questo anno ricordevole dei 170 anni di Pio IX alla Civita e di 30 anni di Giovanni Paolo II a Gaeta, alla Civita e a Formia.

1.Giovanni Paolo II disse al suo arrivo a Gaeta, nella prima mattinaa:  “Qui trovò rifugio, 140 anni fa, il mio venerato predecessore Pio IX, esule da Roma per le note vicende risorgimentali. In questa città egli emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854.

A ragione, dunque, il vostro Arcivescovo, monsignor Vincenzo Maria Farano nel rivolgermi l’invito a venire tra voi, chiama Gaeta la “città dell’Immacolata”.

2.Dopo un’ora circa al Santuario della Civita, Papa Giovanni Paolo II, con grande semplice di animo disse: “Sono venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine santissima nel suo santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze fisiche e morali. Seguendo le orme del mio predecessore Pio IX, a centoquarant’anni dalla sua visita, ho desiderato salire quassù anch’io, iniziando questa giornata, dedicata pienamente all’arcidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di tutti i cristiani. Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro santuario, anima della vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana, sappiate guardare alla Vergine santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di totale adesione all’opera di grazia del Signore.

3.Successivamente, alle ore 12,00 a Formia allo Stadio del Coni, prima dell’Angelus disse: “Sono lieto di recitare questa preghiera mariana nella cara arcidiocesi di Gaeta, che vanta una profonda fede e devozione verso Maria santissima.

Gaeta, infatti, è chiamata “città dell’Immacolata”. È stata la culla, potremmo dire, del dogma dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, perché qui il mio venerato predecessore, Pio IX, andò confermandosi nella definitiva decisione della proclamazione di quel dogma.

Da Gaeta il 2 febbraio 1849 emanò l’Enciclica Ubi Primum, con la quale chiedeva a tutti gli Arcivescovi e Vescovi della Chiesa di esprimere il proprio parere in merito. So con quanto amore vengono custoditi i ricordi di questo evento…Mi sono recato stamane al santuario della Madonna della Civita, in Itri, ove la santa immagine della Vergine è meta di tanti pellegrinaggi, e ivi ho incontrato gli ammalati. Da secoli folle di fedeli trovano conforto e sempre nuove ispirazioni di vita cristiana davanti alla Vergine, raffigurata nell’atto di offrire Cristo Gesù al mondo.

Tre forti affermazioni del Sommo Pontefice, di valore storico e spirituale, a conferma di quanto già era ormai assodato da tempo che il Santuario della Civita è il tempio mariano più antico al mondo, dedicato all’Immacolata.

 La prima consacrazione del Santuario, infatti, risale al lunedì di Pentecoste nel giugno 1491. Fu monsignor Francesco Patrizi (1461-1494), uomo di molta pietà e scienza, vescovo di Gaeta, a consacrare il luogo di culto, dedicato già da tempo alla Santa ed Immacolata Vergine Maria, dove i fedeli venivano a pregare la Santa Madre di Dio.

Il vescovo appoggiò il desiderio del popolo e dei fedeli di Itri che volevano una chiesa più grande e più bella. A lavoro concluso, con grande solennità, la consacrò in quel memorabile lunedì di Pentecoste del 1491, dedicandola ufficialmente alla “Santa e Immacolata Vergine Maria”.

Monsignor Patrizi, nella bolla vescovile, datata il 20 giugno, sottolinea con entusiasmo l’importanza della Chiesa della Civita, quale luogo di grande pietà e devozione da molti anni.

Tralasciamo la leggenda circa l’arrivo della Madonna al Monte Civita, ci fermiamo sul dato storico, quello che a noi interessa, maggiormente in questa sede.

Partiamo dal quadro, perché da lì nasce tutto il culto e la devozione.

Il quadro di fattura certamente orientale, bizantina, raggiunse probabilmente Gaeta portato da alcuni monaci basiliani che, fuggiti dall’oriente, andavano verso qualche convento del Lazio, nel periodo prima del mille, durante il tempo della lotta iconoclasta.

Il quadro fu lasciato ai monaci del monastero di San Giovanni in Figline, sorto al tempo di san Benedetto, alle falde del Monte Civita, che lo esposero su Monte Civita. Il monastero faceva parte dei possedimenti avuti in donazione dai duchi di Gaeta.

Tutto questo a conferma di quanto era profondo il legame tra Gaeta e Itri circa la devozione alla Madonna della Civita, la quale unisce e non divide i suoi figli, perché Maria porta a Gesù, che è centro di unione e di comunione.

Esiste un documento del 1036 non molto citato e che pure riguarda il sacello della Civita da sistemare ed assegnato ai monachi di Figline.

Un documento storico importante al riguardo, risalente al 1147, ricorda la consistente donazione fatta da un giudice notaio di Itri e da sua moglie, per restaurare la chiesetta della Madonna della Civita, già ivi esistente. Lo stesso documento riporta il nome dell’abate di san Giovanni in Figline, che si chiamava Riccardo e la notizia che la chiesetta era affidata in custodia ad un certo Fra Bartolomeo.

Dopo aver illustrato brevemente la storia del santuario, con Pio IX, saliamo con lui, idealmente al Santuario della Civita e ricostruiamo storicamente e spiritualmente quell’ascesa al Colle della Civita, per ascoltare la voce di Maria.

Partiamo da Gaeta, dal quel 2 febbraio 1849, quando Pio IX, fuggito da Roma per i noti moti rivoluzionari del 1848, in questa città firmò l’Enciclica Ubi primum nella quale egli stesso affermava:

“Abbiamo perciò pensato, Venerabili Fratelli, di scrivervi la presente Lettera per spronare la vostra esimia pietà e il vostro zelo pastorale, e per inculcarvi con ogni premura di volere, secondo il vostro prudente giudizio, indire e tenere pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, onde il clementissimo Padre di ogni lume si degni di illuminarci con la luce del suo divino Spirito, perché in una cosa di tanta importanza possiamo prendere quella deliberazione che più risponda alla maggior gloria del suo Nome, alla lode della beatissima Vergine ed all’utilità della Chiesa militante. Desideriamo inoltre ardentemente che, con la maggiore sollecitudine possibile, vogliate farci conoscere quale sia la devozione che anima il vostro clero e il vostro popolo cristiano verso la Concezione della Vergine Immacolata, e con quale intensità mostri di volere che la questione sia definita dalla Sede Apostolica; ma soprattutto, Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio.

E poiché abbiamo già permesso al clero romano che, invece di quelle contenute nel comune Breviario, possa recitare le speciali ore canoniche in onore della Concezione della beatissima Vergine, recentemente composte e pubblicate, con la presente Lettera concediamo anche a voi, Venerabili Fratelli, se ciò sarà di vostro gradimento, che tutto il clero delle vostre diocesi possa recitare lecitamente e validamente le stesse ore canoniche della Concezione della santissima Vergine in uso presso il clero romano, senza che dobbiate perciò domandare il permesso a Noi o alla sacra Congregazione dei Riti. 

Non dubitiamo affatto, Venerabili Fratelli, che per la vostra particolare pietà verso la santissima Vergine Maria sarete lieti di corrispondere con ogni premura ed ogni zelo a questi Nostri desideri, e che vi affretterete ad inviarci le opportune risposte, che vi abbiamo chiesto.

In considerazione di tanti elementi di carattere storico e spirituale, si può dire che il Papa aveva espresso il desiderio di conoscere questo luogo mariano dedicato all’Immacolata.

Per cui, la visita al Santuario della Civita non fu improvvisata, ma organizzata nei dettagli.

Dopo la sosta ad Itri, di cui ho parlato prima, il Papa, con lo stesso Ferdinando II, il seguito delle autorità e dei dignitari, fatto salire su un cavallo bianco, condotto da un itrano che aveva in mano le briglia, si diresse alla volta del santuario, insieme a numerosi fedeli, cantando le litanie della Madonna.

Il Papa si commuoveva al canto di essere per lo stile musicale itrano, che alcuni anziani hanno conservato.

Arrivò verso mezzogiorno al Santuario. Qui c’erano ad accoglierlo il Cardinale Ferretti, altri vescovi di Sessa Aurunca, di Terracina -Priverno.

La foto ricordo immortala questo momento.

Il percorso fatto da Pio IX è lo stesso di quello di oggi che viene fatto per salire a piedi al santuario e cioè da Raino fino alla cima del monte Civita.

La strada regionale Civita-Farnese già esisteva, ciò che mancava era il tratto finale che dal bivio della Civita-Farnese porta al Santuario, che fu realizzato nel 1858. Arrivato al santuario il Papa si raccolse in preghiera davanti all’immagine, poi celebrò la messa, dopo di ciò fece una breve colazione, un breve riposo pomeridiano e si incamminò sulla via del ritorno ad Itri, nel primo pomeriggio.

Giunto in città sostò presso il monastero delle Benedettine. Un episodio simpatico quando il Papa fu accolto dalle Benedettine ad Itri, all’imbrunire a San Martino, alle falde della collina. Le monache aprirono la clausura ed accolsero il Papa con le candele in mano, come le vergini sagge ed eseguirono il canto del Magnificat.

Ci fu dopo anche un momento di relax nel monastero. Si racconta che ad un certo punto, Re Ferdinando disse una frase: “Mi raccomando facciamo le persone educate” indicando la tavola dei dolci preparati dalle monache.

Le monache di Itri avevano la particolarità di saper preparare i dolci, che erano conosciuti ed apprezzati in tutta la zona. Erano conosciuti come i dolci delle monache di San Martino di Itri. E come tutte le cose anche la visita di Papa Pio IX si concluse in dolcezza…“dulcis in fundo”. 

Dopo la visita di Papa Pio IX al Santuario della Civita si rafforzò in lui l’idea della proclamazione del dogma dell’immacolata, che era in fieri da diversi secoli.

Il primo ad affrontare apertamente la questione fu Sant’Agostino, nel V secolo, il quale, contro i pelagiani, sosteneva che la Madonna è stata preservata da peccato originale per una grazia speciale, concessa a lei quale Madre di Dio. In poche parole è un singolare privilegio in vista dei meriti di Cristo e della Redenzione.

Successivamente fu il Concilio di Basilea (1438-39), che pose fine a continue dispute tra favorevoli e contrari al dogma fu  strenuamente difeso da Giovanni de Contreras, detto il Segovia.

Nel 1483 Sisto IV proibiva sotto pena di scomunica ai sostenitori dell’una sentenza di tacciar di eresia i sostenitori dell’altra.

Il concilio di Trento (17 giugno 1546) confermò le disposizioni di Sisto IV, dichiarando inoltre “non essere nelle intenzioni del concilio di comprendere nel decreto relativo al peccato originale la beata e immacolata Vergine Maria, madre di Dio”.

Altri secoli d’attesa, ma intanto il culto e la devozione alla Madonna Immacolata cresceva in tutta la Chiesa cattolica, né è prova il fatto che nel 1491 già il nostro santuario è dedicato ufficialmente a questo titolo mariano.

La proclamazione del dogma 

Come arrivò a tale decisione dottrinale? Lo spiega lo stesso pontefice nella Bolla “Ineffabilis Deus”, dell’8 dicembre 1854 in cui è proclamato ufficialmente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.

Essendo quindi fermamente convinti nel Signore che fossero maturati i tempi per definire l’Immacolata Concezione della santissima Vergine Maria Madre di Dio, che la Sacra Scrittura, la veneranda Tradizione, il costante sentimento della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi e dei fedeli, gli atti memorabili e le Costituzioni dei Nostri Predecessori mirabilmente illustrano e spiegano; dopo aver soppesato con cura ogni cosa e aver innalzato a Dio incessanti e fervide preghiere; ritenemmo che non si potesse più in alcun modo indugiare a ratificare e a definire, con il Nostro supremo giudizio, l’Immacolata Concezione della Vergine, e così soddisfare le sacrosante richieste del mondo cattolico, appagare la Nostra devozione verso la santissima Vergine e, nello stesso tempo, glorificare sempre più in Lei il suo Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, perché ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio. 

Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Quindi è verità di fede per la dottrina cattolica il privilegio, tutto proprio della Vergine Maria, “di essere stata, fin dal primo istante del suo concepimento, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, preservata immune da ogni macchia del peccato originale”.

Era l’8 dicembre 1854 quando Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata concezione con la bolla Ineffabilis Deus, tradotta in 400 lingue e dialetti.

Quattro anni dopo, nel 1858, l’11 febbraio, la Madonna apparendo a Lourdes a Santa Elisabetta Soubirous, nella grotta di Massabielle, si presentò con questo nome: Io sono l’Immacolata Concezione.

Da allora il culto si diffuse immediatamente in tutto il mondo, fu realizzato il primo obelisco in piazza del Gesù Nuovo a Napoli, dedicato alla Madonna Immacolata e successivamente quello di Piazza di Spagna a Roma. Congreghe, associazioni, istituzioni religiose, pubbliche e private, scuole, cappelle, chiese, parrocchie incominciarono ad intitolarsi all’Immacolata.

Il Concilio Vaticano II

E veniamo ai giorni nostri. Il Concilio Vaticano II ha confermato e meglio esplicitato il dogma dell’Immacolata concezione di Maria, in una delle costituzioni fondamentali della dottrina conciliare, che è la Lumen Gentiumn. 56:  “Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall’angelo dell’annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l’ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Il n.59, che conclude il capitolo VIII, intitolato “Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa”, riporta la formulazione del dogma così come proclamato da Pio IX: “La Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte” (LG 59). 

Penso che un ruolo importante nella definizione e conclusione dell’iter per la proclamazione del dogma dell’Immacolata, ha avuto anche la permanenza di Pio IX a Gaeta in quegli anni difficili per la storia dello Stato Pontificio, ma soprattutto la sua visita al Santuario della Civita.

La Civita era, allora, il primo santuario dedicato alla Madonna Immacolata e fu anche il primo  e l’unico santuario in cui un Papa, oggi Beato, Pio IX, arrivò pellegrino ai piedi della Madre di Dio per chiedere lumi e sostegno spirituale nel proposito che aveva espresso, 8 giorni prima, con l’Enciclica Ubi primum.

Per cui, se giustamente Gaeta è la città dell’Immacolata, a maggior ragione possiamo affermare che l’intera arcidiocesi di Gaeta è consacrata all’Immacolata, in quanto il santuario della sua protettrice, quello della Civita, nel Comune di Itri, è il santuario di Maria, la Madre di Dio, che “fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento”.

Mi piace concludere con quanto disse Paolo VI, oggi santo, a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II, definendo il Cap.VIII Lumen Gentium,“un inno di lode a Maria”. E’ la prima volta – e il dirlo Ci riempie l’animo di profonda commozione – che un Concilio Ecumenico presenta una sintesi così vasta della dottrina cattolica circa il posto che Maria Santissima occupa nel mistero di Cristo e della Chiesa”.

Non a caso il Concilio Vaticano II fu chiuso l’8 dicembre 1965, solennità dell’Immacolata Concezione, un dogma che porta nel suo iter storico il nome di Gaeta, il nome di Itri e soprattutto il nome del Santuario della Civita.

Padre Antonio Rungi, passionista

Vicario episcopale per la vita consacrata dell’Arcidiocesi di Gaeta

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2019

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Domenica 7 aprile 2019

Il perdono che spinge ad operare per non più peccare.

Commento di padre Antonio Rungi
La liturgia di questa quinta domenica di Quaresima si colloca all’interno di un sincero cammino di conversione, rinnovamento e ripresa spirituale e morale. Siamo prossimi alla Pasqua e il Signore ci viene incontro facendoci capire chi realmente siamo e come dobbiamo comportarci con noi stessi e con gli altri. Con noi stessi dobbiamo essere severi e consapevoli delle nostre debolezze e dei nostri peccati, verso gli altri dobbiamo usare misericordia e comprensione, senza legittimare ed appoggiare il male, ma semplicemente capire e perdonare, perché come ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, nessuno può ritenersi giusto e farsi passare per giusto, quando il realtà siamo tutti peccatori e bisogni del perdono di Dio. La donna colta in flagrante adulterio e che viene portata davanti a Gesù, per vedere cosa pensasse in merito ad una legge precisa che Mosè aveva inserito nelle norme di comportamento morale e sociale è un’occasione per fare lezione di perdono e di autocoscienza dei propri errori, propri nei confronti di chi pensava di essere più giusto e più perfetto della donna che aveva peccato di certo. Quelle espressioni di Gesù sono un macigno sulle coscienze di tutti: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Dove sono i santi, dove sono coloro che si pensano migliori e più perfetti degli altri. Non ci sono vanno via, perché tutti siamo peccatori e come tali abbiamo bisogno proprio di Gesù che getta nel mare della sua infinità misericordia tutti i nostri peccati. Quel dito puntato a terra sulla sabbia e che scrive, non si sa cosa abbia scritto, ci aiuta ad entrate nella indecifrabile nostro modo di vivere e di agire, che Gesù cerca di far capire a quanti stanno lì per lì a condannare alla lapidazione una donna peccatrice, come gli uomini fossero dei santi. Alla stregua della donna in peccato lo sono anche chi spinge al peccato e si fa correo dello stesso peccato dell’altro. La donna per essere peccatrice ha dovuto incontrare un uomo altrettanto o se non peggio peccatore come lei. E allora perché condannare solo e soltanto la donna alla lapidazione? A limite entrambi. Invece la cultura di allora e di sempre condanna la donna e mai l’uomo, almeno in ambito sessuale, dove quasi sia legittimato l’abuso, la violenza carnale o il desiderio smodato di piaceri che contrastano con la morale e l’etica cristiana.

La donna peccatrice ci richiama al peccato di ognuno di noi, perché nessuno è senza colpa. Gesù cerca di inculcare il concetto di misericordia e di perdono e non quello della condanna del giudizio o peggio quello di ritenersi più perfetti e santi degli altri. E’ tempo di convertici alla misericordia e al perdono e non al giudizio facile di condanna che circola in tutti gli ambienti, a partire da quell’ambiente religioso e cristiano che dovrebbe dare esempio di santità, ma con ci riesce.

La tristezza e il peso dei nostri peccati potrebbe bloccarci nel cammino verso la santità e la purificazione. Dobbiamo riappropriarci della speranza, della gioia di vivere, nonostante le nostre debolezze del passato o del presente. Ecco perciò che il profeta Isaia parlando ai suoi correligiosi e connazionali, in una situazione di esilio, raccomanda di «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Dio ci è sempre vicino e ci aiuta nel cammino di purificazione e di riscatto della persona dignità e libertà insieme a quello dell’intero popolo di Dio, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi tratto dal profeta Isaia. Il grande uomo di Dio vede un futuro roseo e di speranza per Israele esiliato in Babilonia e il ritorno alla patria è rivisto alla luce di quel primo grande esodo dall’Egitto alla Terra Promessa. Tutta la sofferenza bisogna metterla alle spalle, perché chi ci fa rimpiangere il passato, le cipolle dell’Egitto, è il Diavolo, che ci offusca la mente nel vedere le costanti possibilità per ognuno di uscire dalla miseria del peccato e da ogni schiavitù umana.

Non a caso san Paolo nel bellissimo testo della seconda lettura di questa domenica, tratta la celebre lettera ai Filippesi, scrive parole stupende circa la sua nuova condizione di apostolo di Cristo e non più persecutore della religione nuova, incentrata sull’amore, che Gesù aveva iniziato a diffondere e che aveva trovato forte opposizione in Israele: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Ciò che non è Cristo e non porta a Cristo è davvero qualcosa da buttare vita, nella spazzatura, magari facendo un’opera di selezione di ciò che è più urgente e immediato da buttare via analizzando attentamente la nostra vita. Fare la differenziata anche per la nostra anima; via subito i peccati gravi e mortali e poi all’opera per raggiungere la perfezione, ma facile da perseguire in considerazione delle tante miserie umane. Perciò la santità è un lento difficile cammino che si può raggiungere mettendo ogni sforzo per farlo e farlo bene: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”. E come l’Apostolo delle Genti dobbiamo sapere questo: dimenticando ciò che ci sta alle spalle e protesi verso ciò che ci sta di fronte, corriamo insieme e felici verso la mèta, verso quel premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Quale migliore corsa dobbiamo fare per essere felici qui in terra e soprattutto eternamente in cielo e diciamo con fede: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

RUNGI-VERDE
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
DOMENICA 28 OTTOBRE 2018
Cecità della mente e freddezza del cuore
Commento di padre Antonio Rungi
Il vangelo del cieco Bartimeo, figlio di Timeo, ci indica persone ben precise che hanno un problema grave.
Bartimeo figlio, cieco, e Timeo, padre, che deve affrontare il dramma del figlio disabile.
Al tempo di Gesù non c’erano garanzie sociali ed economiche per i disabili, per cui Bartimeo, per poter sopravvivere deve mendicare lungo la strada. Quello che stava facendo esattamente mentre passava di lì Gesù, che lasciata Gerico era diretto verso altra località, che non è specificata nel testo.
Al seguito di Gesù c’era tanta gente, a conferma della popolarità che si era acquistata il Maestro con la sua missione e con il suo operare a favore degli ultimi e dei sofferenti.
E un sofferente quello che Egli incontra sulla strada, questo Bartimeo, che è cieco e chiede l’elemosina.
Gesù, mosso dalla tenerezza del suo cuore, sentito quello che chiedeva il cieco, opera la guarigione e ridona vista e speranza a questo uomo infermo e disabile.
Nel racconto del brano evangelico di Marco ci sono alcuni importanti passaggi che vale la pena sottolineare nella nostra riflessione domenicale.
Il cieco si rivolge a Gesù con il nome ben conosciuto ed identificativo della discendenza regale e davidica, a conferma della divinità del Cristo: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. E lo dice due volte con insistenza.
E’ la richiesta di una persona in necessità che si rivolge a chi certamente può fare molto o tutto. Quell’abbi pietà di me indica lo stretto rapporto che esisteva tra la malattia e il peccato.
Tutti coloro che erano affetti da malanni erano considerati dei peccatori, puniti da Dio e condannati a tale condizione miserevole, compresa la cecità.
E’ evidente che in questa richiesta di Bartimeo c’è il riconoscimento della propria colpa, dei propri peccati, sapendo che quella era la forma mentale acquisita mediante un insegnamento religioso che vedeva Dio che punisce mediante la malattia ed altre calamità.
Un Dio vendicativo nei confronti del singolo e della comunità. Una visione chiaramente distorta che Gesù viene a correggere, venendo in questo mondo e facendosi servo per amore e venendo incontro alle necessità e povertà materiali e spirituali.
Lo comprendiamo perfettamente alla luce del dialogo che si instaura tra Gesù e Bartimeo, che viene convocato alla presenza del Maestro, mediante il coinvolgimento degli Apostoli, ai quali Gesù dice di chiamarlo, visto che gridava forte e la gente cercava di farlo zittire. E di fatto il cieco si presenta al cospetto di Gesù, faccia a faccia, a tu per tu, ed inizia un dialogo diretto, senza più mediazioni.
Quanto è bello ed importante parlare a tu a tu con Dio nella preghiera. E qui siamo in un contesto di preghiera di impetrazione e di richiesta di grazia. Infatti Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Poche parole, pochi gesti e il cieco, mediante la fede è guarito dalla sua cecità fisica e dalla cecità della mente e del cuore, al punto tale che si mise a seguire Gesù lungo la strada.
In poche parole, diventa discepolo anche lui e lo fa con la gioia del cuore, come aveva fatto prima, nel momento in cui, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e andò da Gesù.
Cosa che dovremmo fare sempre, quando le necessità di qualsiasi genere, soprattutto spirituali ed interiori, ci dovrebbero spingere nella giusta direzione, che è quella della Chiesa, della preghiera, della messa, della confessione e dell’abbandono fiducioso in Dio, del Padre Nostro.
Non sempre lo facciamo anche se la parola di Dio di questa Domenica ci invita a fare questo percorso di totale abbandono in Dio, come ascoltiamo nel brano della seconda lettura di questa XXX domenica del tempo ordinario, presentato come il vero ed eterno sacerdote, al quale rinvolgerci per ottenere grazia e misericordia: “Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”.
Gesù non è il sacerdote debole e fragile come sono tutti i sacerdoti del mondo, scelti da Dio per una missione, ma il sacerdote vero ed eterno, perché Figlio eterno del Padre che nel mistero della morte e risurrezione ci salva con l’unico e definitivo sacrificio della sua vita sull’altare della Croce.
Ci ricorda, infatti, la Lettera agli Ebrei: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”.
La diversità tra i sacerdoti dell’Antico e Nuovo Testamento con Cristo sta nella natura stessa del sacerdozio, che è pienamente ed esclusivamente espresso nella persona di Cristo.
Il servizio sacerdotale e la consacrazione sacerdotale, mediante il sacramento dell’Ordine, fa partecipare la persona ritenuta degna di questo mistero al sacerdozio di Cristo capo, in quanto c’è un sacerdozio comune che tutti i cristiani esercitano in ragione del sacramento del battesimo, mediante il quale siamo stati consacrati in Cristo Re, sacerdote e profeta.
Quindi tutti sacerdoti in base al Battesimo e sacerdoti ministri, cioè scelti per uno specifico servizio nella Chiesa, che sono i presbiteri e i vescovi, nei quali c’è la pienezza del sacerdozio e dell’ordine sacro.
Ministri quindi per servire e non servirsi di Cristo e della Chiesa, per offrire la propria vita e non sacrificare la vita degli altri.
Ministri di misericordia e di perdono e non uomini di potere che in base alla consacrazione sacerdotale pensano di poterla cavare anche nascondo il male e lo scandalo.
Mi piace citare quando ha detto Papa Francesco a noi Passionisti, nell’incontro di lunedì 22 ottobre 2018: “Vi incoraggio ad essere ministri di guarigione spirituale e di riconciliazione, tanto necessarie nel mondo di oggi, segnato da antiche e nuove piaghe…La Chiesa ha bisogno di ministri che parlino con tenerezza, ascoltino senza condannare e accolgano con misericordia”.
E’ tempo di conversione e di rinnovamento per tutti nella Chiesa di Cristo, come ci ricorda la prima lettura di oggi tratta dal profeta Geremia che guarda ad Israele, fuori dalla condizione di esiliata, e in una situazione di gioia, rispetto a quella del pianto e del dolore per la patria lasciata perché deportati: “Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Dio non è vendicativo, Dio è amore, perdono e misericordia. Per Lui ogni essere umano va salvato e redento, anche se ha commesso i più gravi crimini della terra, purché si penta amaramente dei propri errori e rincominci una vita nuova nel Signore, come è stato per Bartimeo, il cieco che ha riavuto la vista da Gesù, ma soprattutto hai riavuto la gioia di vivere seguendo il Cristo, vera luce e speranza di ogni cuore pentito e contrito, aperto alla tenerezza e all’amore di Dio e dei fratelli.
Sia questa la nostra preghiera oggi, in questo giorno dedicato al Signore, fonte della speranza per ogni cristiano: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te. Carissimi, non c’è vero cammino di nessun tipo se non iniziamo a fare almeno i primi passi per incontrare Dio e incontrare gli altri. Chi si ferma, dice un antico e noto proverbio, è perduto. Chi cammina ha speranza di raggiungere primo o poi la meta sperata, soprattutto se riguarda l’eternità. Camminare per santificarsi e santificare.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

RUNGI2015

II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

 

Domenica 23 aprile 2017

 

La Chiesa della misericordia per praticare la misericordia

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Ci riempiamo spesso la bocca di essere misericordiosi e di praticare la misericordia, forti dell’insegnamento che ci viene dal Signore Risorto che, apparendo agli apostoli, nella sera stessa della sua risurrezione, conferisce loro il mandato del perdono e della riconciliazione, ma in realtà non siamo affatto misericordiosi, né viviamo la misericordia come condizione fondamentale dell’essere cristiani. I fatti lo dimostrano e la vita conflittuale in cui ci troviamo spesso non depongono a favore del perdono. Questa seconda domenica di Pasqua, che san Giovanni Paolo II, ha istituito per annunciare e vivere la misericordia di Dio nella Chiesa e fuori della Chiesa, ci invita a recuperare questo aspetto fondamentale dell’essere e vivere da cristiani nel mondo, soprattutto, oggi, dove la misericordia deve essere effettivamente vissuta per portare al mondo la pace e la riconciliazione di fronte a tanti conflitti, guerre e divisioni.

Nella preghiera iniziale della celebrazione dell’eucaristia di questa Domenica in Albis, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova”.

Prima condizione. La misericordia di Dio va vissuta nella comunità dei credenti. Dobbiamo ripartire dalle nostre comunità, sull’esempio di tutti i battezzati della prima comunità di Gerusalemme che, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli apostoli “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.

Seconda condizione. La misericordia nasce dalla conoscenza della parola di Dio, nella condivisione dei progetti, nella frazione del pane, ovvero dalla partecipazione all’eucaristia e dalla preghiera”. Insegnamento, comunione, ovvero koinonia, eucaristia e preghiera sono i quattro pilastri dell’edificio spirituale su cui si poggia la misericordia all’interno della comunità dei credenti. Questo modo di essere e di vivere dei cristiani, fa miracoli, come ci ricorda il testo della prima lettura di oggi: “un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”.

Terza condizione. La comunione e la condivisione dei beni diventa un fatto spontaneo, senza forzature o pressioni, leggi e norme da dettare per arrivare a questo fine, come purtroppo avviene da sempre in tanti ambiti, anche ecclesiali: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. La legge dell’amore, della carità e della solidarietà che nasce dal cuore, supera tutte le leggi scritte dagli uomini e tutte le norme che si stabiliscono, di volta in volta, per togliere dalle tasche dei poveri, quel poco che hanno, per darlo ai ricchi che continuano ad arricchirsi a danno dei poveri.

Quarta condizione. La misericordia passa attraverso la giustizia ed un’equa distribuzione dei beni. Lo stesso salmo 117 che accompagna la preghiera della comunità, oggi in questa domenica della divina misericordia, ci invia a rendere grazie al Signore, perché è buono e il suo amore dura in eterno. Questo dire grazie è soprattutto quando il Signore ci è vicino nella prova e nella sofferenza, quando la vita ci appare difficile e Lui la rende facile, perché nostra forza e nostra gioia è il Signore. Anche quando, come Lui, siamo scartati ed esclusi, alla fine ritorna a nostra utilità spirituale la via dell’umiltà, del silenzio e dell’esclusione.

Da queste strade si riparte per ricostruire il tempio di Dio che è in noi. Infatti, nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di San Pietro apostolo, il principe degli apostoli rende lode al Signore per la grande misericordia che ha concesso, mediante il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, all’umanità intera. Rigenerati nella vita della grazia, mediante il battesimo, siamo chiamati ad essere uomini e donne della gioia, della speranza, della fede che travalica i confini di ogni limite umano. “Perciò – scrive san Pietro – siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”. Una fede nel Risorto che non può passare assolutamente attraverso la verifica della conoscenza umana e scientifica, della dimostrabilità delle cose reali, ma che si fonda sull’amore e guarda verso gli orizzonti della vita eterna. Nell’abbondono totale alla parola di Dio, nell’affidarci, confidarci e fidarci del Signore dobbiamo superare “la logica tommasea”, che pur comprensibile umanamente e legittimata su un piano scientifico, non trova ragion d’essere di fronte alla Parola del Signore, che è parola vera e certa e che va accolta con la fede.

Convinti che fede e ragione devono camminare insieme, siamo consapevoli che dove non arriva la ragione, la fede è quell’ala indispensabile per volare verso il cielo, per incontrare il Dio vero ed eterno.

Perciò, nel Vangelo della domenica della Divina Misericordia, troviamo il brano dell’evangelista Giovanni che ci racconta dell’apparizione di Gesù agli apostoli nel giorno stesso della risurrezione e otto giorni dopo, mentre stavano nel cenacolo, tutti paurosi ed in attesa di segni nuovi.

Nella prima apparizione, con i segni della sua passione, quando non era presente Tommaso (fatto emblematico), Gesù dà mandato agli apostoli e li invia nel mondo quali messaggeri e ministri del perdono, dicendo loro queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»…«Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

L’Evangelista Giovanni evidenzia che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.  Tutti gli apostoli dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Entra in campo la razionalità umana, la critica, la discussione, il dubbio. Tommaso ha bisogno di verificare e non a caso è passato alla storia e alla cultura come l’apostolo del credere dopo aver costatato di persona. Cosa che di fatto avvenne, “otto giorni dopo, quando i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Messaggio più bello e invito più autentico non poteva venire dalla bocca del Risorto con i segni della Passione: credere e basta, ma credere su una parola, quella del Figlio di Dio che ha dato la sua vita per noi.

Non è una filosofia la sua, non è una nuova scienza matematica o naturale, la sua scienza è la sapienza della croce e della risurrezione, è la scienza dell’amore e del dono.

Credere è affidarsi a questa sapienza. Credere significa aprire il cuore, il mio, il nostro cuore, alla misericordia per chiedere misericordia e perdono e per dare misericordia.

Nella Domenica della Divina Misericordia, inginocchiamoci davanti al Signore Crocifisso e Risorto per chiedere perdono per i nostri peccati e quelli del mondo intero. Peccati che nascono dalla presunzione e dall’orgoglio di mettere il nostro io al posto del vero ed unico Dio.

 

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2016 DI P.ANTONIO RUNGI

RUNGI2015

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C)

Domenica 29 maggio 2016

Gesù Eucaristia è il nostro pane di pellegrini

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù, che in questo anno giubilare della misericordia assume un particolare significato per tutti noi che  siamo i pellegrini verso l’eternità. Questo pane ci nutre e ci sostiene nel cammino della vita, in quanto Gesù lo ha utilizzato nell’ultima cena, consumata con gli apostoli, in quel giovedì santo in cui istituiva l’Eucaristia e il sacerdozio cattolico. Questa solenne celebrazione si raccorda idealmente e spiritualmente proprio all’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli.

E proprio perché memoriale della Pasqua di morte e risurrezione di Gesù ci accostiamo alla Santissima Eucaristia con il fervore e l’amore necessario, per ricevere il corpo del Signore con lo stesso atteggiamento interiore con il quale la Madonna accolse nel suo grembo il Figlio di Dio, il Corpo vero di Dio.

E’ la tenerezza del nostro cuore, la dolcezza dei nostri sentimenti, la santità personale che rende grande la Santissima Eucaristia nella nostra vita di cristiani.

Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi così ci rivolgiamo al Signore con queste parole: “Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato”. Siamo qui a rendere grazie al Signore per il dono di stesso fatto a noi, mediante il sacrificio della croce, la sua morte e risurrezione. Lui è il vero agnello immolato, sull’altare della croce, per riscattarci dalla nostra colpa originale e metterci sul cammino della santità eucaristica. C’è infatti una santità eucaristica che noi alimentiamo nella partecipazione alla mensa del Signore e mediante l’adorazione eucaristica, che è un mezzo importantissimo per accrescere la nostra vita di fede, carità e speranza. Ci ricorda, infatti, l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi, l’importanza dell’Eucaristia, sta nel fatto che “ogni volta  che noi mangiamo questo pane e beviamo al calice, noi annunciamo la morte del Signore, finché egli venga”. L’Eucaristia ci fa missionari della misericordia e della speranza cristiana, in un mondo troppo spesso lontano dalla misericordia e per molti versi, senza speranza e prospettive per il domani. Celebrare l’Eucaristia e fare memoria dell’ultima cena, durante la quale Gesù istituì questo sacramento, significa andare alle sorgenti del vero cristianesimo, che non si alimenta di parole e chiacchiere, ma si alimenta della parola che si fa vita per tutti e in particolare per coloro che maggiormente hanno bisogno della salvezza e del perdono di Dio.

Preghiamo nella sequenza di oggi con queste meravigliose espressioni di fede e culto eucaristico: “Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev’essere gettato… Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni  nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi,  che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”.

Il sacramento dell’Eucaristia è anticipato da Gesù stesso con il miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci ricorda il vangelo di oggi, che ci porta nel cuore del mistero eucaristico e della salvezza del genere umano.

Gesù infatti, cosa fece in quella circostanza? Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste”.

Scrive San Giovanni Paolo II, nella celebre enciclica sull’eucaristia, Ecclesia de Eucharistia, che “la Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20); ma nella sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un’intensità unica. Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa, Popolo della Nuova Alleanza, ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza”.

Ed aggiunge Papa Giovanni Paolo II, oggi santo: “Dal mistero pasquale nasce la Chiesa. Proprio per questo l’Eucaristia, che del mistero pasquale è il sacramento per eccellenza, si pone al centro della vita ecclesiale. Lo si vede fin dalle prime immagini della Chiesa, che ci offrono gli Atti degli Apostoli: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2,42).

Nella « frazione del pane » è evocata l’Eucaristia. Dopo duemila anni continuiamo a realizzare quell’immagine primigenia della Chiesa. E mentre lo facciamo nella Celebrazione eucaristica, gli occhi dell’anima sono ricondotti al Triduo pasquale: a ciò che si svolse la sera del Giovedì Santo, durante l’Ultima Cena, e dopo di essa. L’istituzione dell’Eucaristia infatti anticipava sacramentalmente gli eventi che di lì a poco si sarebbero realizzati, a partire dall’agonia del Getsemani. Rivediamo Gesù che esce dal Cenacolo, scende con i discepoli per attraversare il torrente Cedron e giungere all’Orto degli Ulivi. In quell’Orto vi sono ancor oggi alcuni alberi di ulivo molto antichi. Forse furono testimoni di quanto avvenne alla loro ombra quella sera, quando Cristo in preghiera provò un’angoscia mortale « e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra » (Lc 22,44). Il sangue, che aveva poco prima consegnato alla Chiesa come bevanda di salvezza nel Sacramento eucaristico, cominciava ad essere versato; la sua effusione si sarebbe poi compiuta sul Golgota, divenendo lo strumento della nostra redenzione: « Cristo […] venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, […], entrò una volta per sempre nel santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna » (Eb 9,11- 12).

Ci ricorda Papa Francesco nella Bolla di indizione del giubileo della misericordia, al centro del quale c’è una sincera ed autentica riscoperta del dono della Santissima Eucaristia: “Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero”.

Nella santissima Eucaristia, noi potenziamo il nostro sguardo di misericordia nei confronti di quanti sperimentano la privazione, il peccato e la debolezza umana. Nell’Eucaristia, troviamo le ragioni più profonde per perdonare a chi ci ha fatto del male e chiedere perdono se siamo stati noi a offendere le persone. E’ nostro fondamentale dovere ed obbligo morale, in una visione eucaristica della nostra vita, fare tesoro di quanto scrive san Matteo nel suo vangelo, riportando uno dei discorsi più impegnativi di Gesù:  “Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa  contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono”(Matteo 5,23-24). Tutto questo è emblematicamente rappresentato oggi in un gesto liturgico divenuto molto importante ed espressivo di comunione e fraternità ed è quello dello scambio di pace prima di ricevere l’Eucaristia.

In questa solennità del Corpus Domini 2016, valorizziamo tutti i vari aspetti eucaristici della celebrazione della santa messa e della processione che si tiene in questo giorno in tutte le parti del mondo, dove i cattolici celebrano il Corpus Domini, per chiedere perdono e dare perdono, sull’esempio di Cristo che dalla croce ha perdonato i suoi crocifissori. La vera celebrazione dell’Eucaristia sta propria nell’essere in comunione con Dio, con i fratelli e con il mondo intero.

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’EPIFANIA 2016

RUNGI2015

EPIFANIA DEL SIGNORE

MERCOLEDI’ 6 GENNAIO 2016

GESU’ ASTRO DELLA MISERICORDIA DIVINA

La solennità dell’Epifania di quest’anno 2016 assume un particolare significato spirituale ed ecclesiale nel cammino dell’anno giubilare che stiamo facendo in tutta la Chiesa cattolica.

La prima manifestazione globale di Cristo Salvatore dell’umanità, avvenuta a Betlemme quando, da Gesù Bambino, arrivarono i Magi d’Oriente, ha un valore simbolico in quest’anno della misericordia, in quanto Gesù che si manifesta quale redentore ai Magi è lo stesso Cristo che oggi, nella sua Chiesa, manifesta il volto misericordioso del Padre. Egli è l’astro della misericordia, perché in Lui l’umanità intera, senza esclusione di nessuno, trova la sorgente della vera gioia e speranza nell’amore e nella riconciliazione.

Il racconto del Vangelo di Matteo sulla venuta dei Magi a Betlemme, fa risalare figure inquietanti come Re Erode che ha come idea portante del suo operato quella del male. Poi ci sono i tre sapienti che mossi dal desiderio dei sapere e di scrutare le verità della ragione, seguono l’indicazione della stella cometa, che li fa approdare ai piedi della vera luce e astro dell’universo, che è Gesù, ci aiutare a capire quanto sia importante, nella ricerca della verità, far ricorso alla ragione e parimenti alla fede. Tutte e due sono ali e possibilità per raggiungere la verità, possederla ed annunciarla agli altri con l’umiltà di chi è in un continuo pellegrinaggio giubilare, che ci porta ad attraversare la porta santa che è Gesù Cristo. Il bene e il male coesistono nel tempo e nella storia e solo la cernita finale potrà separare per sempre chi è dalla parte del bene e chi, purtroppo è dalla parte del male, chi è cristiano davvero e chi è erodiano che cultura e atteggiamento di vita, finalizzato alla distruzione e all’eliminazione fisica degli altri. Tra Gesù ed Erode non ci può essere incontro. Tra bene e male non c’è una via di mezzo. Ci può essere una possibilità per approfondire nella conoscenza e nella ricerca cosa sia il vero bene e cosa sia il vero male, e questo può essere espresso giustamente dalla figura dei Re Magi che si recano da Gesù ed offrono al vero Re, oro incenso e mirra, i doni di un Natale che dura nel tempo ed è costante richiamo alla misericordia di Dio, al perdono di Dio. La solennità dell’Epifania è proprio la festa del perdono, cioè del dono dato in modo massimo, gratuito e con generosità. A partire da questa solennità così importante nella cristianità, ogni credente faccia tesoro dello stile di vita dei sapienti dell’Oriente ed orienti la sua vita sull’astro della misericordia che è Gesù Cristo, ma è anche Maria, la sua madre tenerissima, che pure i Magi ebbero la gioia di incontrare in quel luogo di luce, di speranza e di pace che era la grotta di Betlemme, dove nacque Gesù il Messia, atteso dalle gente e loro liberatore. In questa prospettiva di fede e di rinascita che viene a portare il Salvatore, si colloca il testo della prima lettura della solennità di oggi, quando il profeta Isaia, sollecita una risposta di impegno e coraggio per tutto il popolo santo alla venuta del Redentore: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te”. L’anno giubilare è questo rialzarsi dei singoli cristiani, ma dell’intera chiesa che necessita di conversione, perdono e riprendere un cammino, spesso dimenticato nel cultura dell’indifferenza in cui si trova ad operare, divenendo essa stessa indifferente verso certi bisogni essenziali della persona umana. La chiesa si deve rivestire di luce, si deve rivestire di Cristo, più che vestire abiti ed abbigliamenti sontuosi che sono solo apparenze e non vanno al cuore del vero e sostanziale messaggio evangelico, che è quello dell’amore, della solidarietà e della fraternità universale, della misericordia. Ce lo ricorda con grande passione apostolica san Paolo nella lettera agli Efesini, quando parlando della venuta di Cristo sulla terra dice che “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.

L’eredità di Cristo è il Paradiso, la gloria del cielo, la felicità eterna. Gesù non ha altre eredità. E’ nato povero, è vissuto da povero ed è morto sulla croce svestito e privato di tutto. Siamo chiamati a formare il corpo lo Cristo, che è la chiesa e sentirci davvero uniti ad essa e in essa, sviluppando quella comunione ecclesiale che è fondamentale per essere dei buoni cristiani. Siamo chiamati ad essere partecipi della stessa promessa che troviamo espressa nel Vangelo e che trova la sua piena espressione in quel Dio che è misericordia per sempre e per tutti. Nessuno è escluso da questa misericordia, da questo progetto universale di perdono, in quanto Cristo è venuto per salvare e non condannare, è venuto a salvare ciò che era perduto è venuto per sostenere il cammino di conversione, penitenza e riconciliazione dei peccatori. Non senza motivo la solennità dell’Epifania ci proietta già nel mistero della Pasqua-Risurrezione ed è chiamata Pasqua-Epifania e in questo giorno si legge, dopo la proclamazione del Vangelo e prima dell’Omelia, l’Annuncio del giorno della Pasqua.

Sia questa la nostra preghiera nel giorno in cui i Re Magi adorarono Gesù e offrirono a Lui i doni, espressione di una regalità, che in quel Bambino, appena nato, è presente con i segni della tenerezza e della misericordia:

 

Prostrati davanti a Te Gesù Bambino,

come i Re Magi venuti dall’Oriente,

noi oggi ti ringraziamo per averci scelti,

prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati  nella carità,

predestinandoci ad essere Figli adottivi di Dio,

mediante la tua opera di redenzione, o Gesù Cristo.

 

Ti ringraziamo di tutto l’amore che porti all’umanità,

della misericordia che effondi su di noi abbondantemente

in questo anno giubilare, indetto da Papa Francesco

e che stiamo vivendo e valorizzando per la nostra

personale conversione e purificazione.

 

Non siamo degni, o Gesù, di così grande amore,

che dalla Grotta di Betlemme

giunge fino al sepolcro vuoto del Calvario

nel giorno solenne della tua Pasqua

di morte e risurrezione.

 

Dona, Signore, ai nostri giorni

la fede necessaria per affrontare

le tempeste dell’esistenza,

per risorgere continuamente in Te,

che sei la grazia e la misericordia per sempre.

 

Manda noi, quali missionari della misericordia,

fino agli estremi confini del mondo,

dove più dura si fa la lotta

per la sopravvivenza umana,

e dove  più forte è il dolore

sul volto  sofferente di ogni uomo.

 

Fa che tutta la nostra vita

sia un sorriso continuo,

per portare la gioia ai tanti bambini

offesi ed umiliati dalla vita,

alle madri che subiscono

umiliazioni di ogni tipo,

alle donne che continuano

a disprezzare la loro vita,

agli uomini che continuano

ad uccidere perché senza Dio

o in nome di un falso Dio.

 

Fa, o Signore, che la luce

del Vangelo del perdono,

che inizia nella Grotta,

alla presenza dei pastori

e dei sapienti del tuo tempo,

possa raggiungere il cuore

e la mente di ogni fratello e sorella della terra,

e trasformare la loro esistenza

in una lode perenne,

a Te, o Gesù, che sei il Volto

più vero ed autentico della misericordia divina ed eterna.

Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 6 DICEMBRE 2015

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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)
DOMENICA 6 DICEMBRE 2015

L’AUTOSTRADA DELLA CONVERSIONE INTERIORE

Commento di padre Antonio Rungi

La seconda domenica di Avvento 2015 ci immette nel duplice clima dell’attesa e del cambiamento della nostra vita, in ragione dell’imminente apertura della porta santa del Giubileo della Misericordia e dell’imminente solennità del santo Natale.

Nella dinamica del cammino spirituale che siamo chiamati a fare, noi cristiani, per questo duplice importante motivo di vita interiore, abbiamo una duplice stella di riferimento in questi giorni: la Madonna e San Giovanni Battista. Entrambi ci introducono nel mistero del Natale e nella celebrazione dell’anno santo. Oggi, nella liturgia della parola, emerge con maggiore autorevolezza la figura del precursore, di cui vengono indicate, nel testo del Vangelo di Luca, le coordinate storiche e motivazionali, per cogliere il Lui, la voce potente che grida nel deserto, perché l’umanità intera si converta e creda fermamente nella venuta e nella missione del Redentore: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa”.

Ma chi era Giovanni Battista e cosa ci dice per questo Natale 2015 e per il cammino giubilare che stiamo iniziando a fare? La risposta la troviamo nel vangelo di oggi, ed è una risposta estremamente impegnativa per tutti, che scuote le nostre coscienze e che chiede un’immediata cambiamento di direzione di marcia. Certo come su tutte le strade di questo mondo a senso unico, come spesso è la nostra vita, che si sviluppa nella sola direzione orizzontale, dobbiamo trovare lo svincolo prossimo e più opportuna per ritornare sui nostri passi o per cambiare completamente direzione nel nostro agire da cristiani. Giovanni è la «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Questa voce dobbiamo ascoltare nel deserto di questa umanità, poco attenta ad ascoltare il Signore che parla, ancora oggi, attraverso i suoi profeti, a partire dalla voce di un altro Giovanni dei nostri tempi che è Papa Francesco. Lui, mediante il dono del Giubileo della Misericordia ci ha voluto richiamato proprio questo fondamentale dovere di ascoltare il Signore in quest’oggi della storia dell’umanità e della storia di una chiesa, ferita per tanti scandali e per tante infedeltà al Signore. Dobbiamo tutti raddrizzare le strade che portano al Signore e farle diventare autostrade dell’amore e della misericordia. Per realizzare questo prioritario scopo del nostro essere cristiani, ci sovviene il contenuto del brano della seconda lettura di questa domenica di Avvento, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési, che scrive parole di grande speranza:  “Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Quest’opera buona è sia il nuovo anno liturgico che abbiamo appena iniziato e soprattutto l’anno giubilare che inizia, dopodomani, 8 dicembre 2015.

Cosa ci deve guidare in questo cammino spirituale è lo stesso apostolo a ricordarcelo: “Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”.

Vivere nell’amore di Cristo, crescere nella carità, aumentare il livello di conoscenza del mistero, essere integri e irreprensibili per la venuta di Cristo, essere ricolmi di giustizia avendo a modello il Giusto e il Santo che è Dio.

Un programma di vita impegnativo, ma comunque accessibile a tutti. Basta la buona volontà, avere le giusta considerazione della fede che abbiamo accettato di vivere e coltivare una speranza che va oltre il tempo dell’attesa e si colloca nell’eternità. Perciò, facendo nostro il programma di vita che il Profeta Baruc stila per la Gerusalemme del suo tempo, noi stiliamo lo stesso programma di vita spirituale e morale per le tante Gerusalemme di mondo moderno, dove il pianto è la costante di ogni momento della sua esistenza. Da questa logica del negativo dobbiamo uscire accogliendo l’invito del Profeta: “Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.

Deporre le armi della malinconia che rattristiamo noi stessi, gli altri e Dio e armarsi delle armi della vera gioia; farsi belli nel cuore e  nell’anima e non solo nel corpo e nel fisico; cercare la giustizia e la pace in ogni cosa e situazione della vita, lottando con tutte le nostre forze, perché questi valori si affermino sempre più nelle città degli uomini. Lottare con le armi della preghiera e del perdono i nemici che non vogliono la pace e non cercano la giustizia; proclamare un anno di riconciliazione e misericordia per tutti gli esseri umani, oggi presenti su questa Terra. E’ questo il programma di un’intera vita che dobbiamo amare e proteggere, perché ci è stata donata da Dio e a Lui la dobbiamo riconsegnare accresciuta nei meriti e nella santità, che il tempo ci ha permesso di poter aumentare mediante il dono della fede, della speranza e della carità.

Pertanto, sia questa la nostra preghiera, alla vigilia del grande giubileo della misericordia: “Dio grande e misericordioso, fa’ che il nostro impegno nel mondo
non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo
ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore”. Amen.