Papa

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’EPIFANIA 2016

RUNGI2015

EPIFANIA DEL SIGNORE

MERCOLEDI’ 6 GENNAIO 2016

GESU’ ASTRO DELLA MISERICORDIA DIVINA

La solennità dell’Epifania di quest’anno 2016 assume un particolare significato spirituale ed ecclesiale nel cammino dell’anno giubilare che stiamo facendo in tutta la Chiesa cattolica.

La prima manifestazione globale di Cristo Salvatore dell’umanità, avvenuta a Betlemme quando, da Gesù Bambino, arrivarono i Magi d’Oriente, ha un valore simbolico in quest’anno della misericordia, in quanto Gesù che si manifesta quale redentore ai Magi è lo stesso Cristo che oggi, nella sua Chiesa, manifesta il volto misericordioso del Padre. Egli è l’astro della misericordia, perché in Lui l’umanità intera, senza esclusione di nessuno, trova la sorgente della vera gioia e speranza nell’amore e nella riconciliazione.

Il racconto del Vangelo di Matteo sulla venuta dei Magi a Betlemme, fa risalare figure inquietanti come Re Erode che ha come idea portante del suo operato quella del male. Poi ci sono i tre sapienti che mossi dal desiderio dei sapere e di scrutare le verità della ragione, seguono l’indicazione della stella cometa, che li fa approdare ai piedi della vera luce e astro dell’universo, che è Gesù, ci aiutare a capire quanto sia importante, nella ricerca della verità, far ricorso alla ragione e parimenti alla fede. Tutte e due sono ali e possibilità per raggiungere la verità, possederla ed annunciarla agli altri con l’umiltà di chi è in un continuo pellegrinaggio giubilare, che ci porta ad attraversare la porta santa che è Gesù Cristo. Il bene e il male coesistono nel tempo e nella storia e solo la cernita finale potrà separare per sempre chi è dalla parte del bene e chi, purtroppo è dalla parte del male, chi è cristiano davvero e chi è erodiano che cultura e atteggiamento di vita, finalizzato alla distruzione e all’eliminazione fisica degli altri. Tra Gesù ed Erode non ci può essere incontro. Tra bene e male non c’è una via di mezzo. Ci può essere una possibilità per approfondire nella conoscenza e nella ricerca cosa sia il vero bene e cosa sia il vero male, e questo può essere espresso giustamente dalla figura dei Re Magi che si recano da Gesù ed offrono al vero Re, oro incenso e mirra, i doni di un Natale che dura nel tempo ed è costante richiamo alla misericordia di Dio, al perdono di Dio. La solennità dell’Epifania è proprio la festa del perdono, cioè del dono dato in modo massimo, gratuito e con generosità. A partire da questa solennità così importante nella cristianità, ogni credente faccia tesoro dello stile di vita dei sapienti dell’Oriente ed orienti la sua vita sull’astro della misericordia che è Gesù Cristo, ma è anche Maria, la sua madre tenerissima, che pure i Magi ebbero la gioia di incontrare in quel luogo di luce, di speranza e di pace che era la grotta di Betlemme, dove nacque Gesù il Messia, atteso dalle gente e loro liberatore. In questa prospettiva di fede e di rinascita che viene a portare il Salvatore, si colloca il testo della prima lettura della solennità di oggi, quando il profeta Isaia, sollecita una risposta di impegno e coraggio per tutto il popolo santo alla venuta del Redentore: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te”. L’anno giubilare è questo rialzarsi dei singoli cristiani, ma dell’intera chiesa che necessita di conversione, perdono e riprendere un cammino, spesso dimenticato nel cultura dell’indifferenza in cui si trova ad operare, divenendo essa stessa indifferente verso certi bisogni essenziali della persona umana. La chiesa si deve rivestire di luce, si deve rivestire di Cristo, più che vestire abiti ed abbigliamenti sontuosi che sono solo apparenze e non vanno al cuore del vero e sostanziale messaggio evangelico, che è quello dell’amore, della solidarietà e della fraternità universale, della misericordia. Ce lo ricorda con grande passione apostolica san Paolo nella lettera agli Efesini, quando parlando della venuta di Cristo sulla terra dice che “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.

L’eredità di Cristo è il Paradiso, la gloria del cielo, la felicità eterna. Gesù non ha altre eredità. E’ nato povero, è vissuto da povero ed è morto sulla croce svestito e privato di tutto. Siamo chiamati a formare il corpo lo Cristo, che è la chiesa e sentirci davvero uniti ad essa e in essa, sviluppando quella comunione ecclesiale che è fondamentale per essere dei buoni cristiani. Siamo chiamati ad essere partecipi della stessa promessa che troviamo espressa nel Vangelo e che trova la sua piena espressione in quel Dio che è misericordia per sempre e per tutti. Nessuno è escluso da questa misericordia, da questo progetto universale di perdono, in quanto Cristo è venuto per salvare e non condannare, è venuto a salvare ciò che era perduto è venuto per sostenere il cammino di conversione, penitenza e riconciliazione dei peccatori. Non senza motivo la solennità dell’Epifania ci proietta già nel mistero della Pasqua-Risurrezione ed è chiamata Pasqua-Epifania e in questo giorno si legge, dopo la proclamazione del Vangelo e prima dell’Omelia, l’Annuncio del giorno della Pasqua.

Sia questa la nostra preghiera nel giorno in cui i Re Magi adorarono Gesù e offrirono a Lui i doni, espressione di una regalità, che in quel Bambino, appena nato, è presente con i segni della tenerezza e della misericordia:

 

Prostrati davanti a Te Gesù Bambino,

come i Re Magi venuti dall’Oriente,

noi oggi ti ringraziamo per averci scelti,

prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati  nella carità,

predestinandoci ad essere Figli adottivi di Dio,

mediante la tua opera di redenzione, o Gesù Cristo.

 

Ti ringraziamo di tutto l’amore che porti all’umanità,

della misericordia che effondi su di noi abbondantemente

in questo anno giubilare, indetto da Papa Francesco

e che stiamo vivendo e valorizzando per la nostra

personale conversione e purificazione.

 

Non siamo degni, o Gesù, di così grande amore,

che dalla Grotta di Betlemme

giunge fino al sepolcro vuoto del Calvario

nel giorno solenne della tua Pasqua

di morte e risurrezione.

 

Dona, Signore, ai nostri giorni

la fede necessaria per affrontare

le tempeste dell’esistenza,

per risorgere continuamente in Te,

che sei la grazia e la misericordia per sempre.

 

Manda noi, quali missionari della misericordia,

fino agli estremi confini del mondo,

dove più dura si fa la lotta

per la sopravvivenza umana,

e dove  più forte è il dolore

sul volto  sofferente di ogni uomo.

 

Fa che tutta la nostra vita

sia un sorriso continuo,

per portare la gioia ai tanti bambini

offesi ed umiliati dalla vita,

alle madri che subiscono

umiliazioni di ogni tipo,

alle donne che continuano

a disprezzare la loro vita,

agli uomini che continuano

ad uccidere perché senza Dio

o in nome di un falso Dio.

 

Fa, o Signore, che la luce

del Vangelo del perdono,

che inizia nella Grotta,

alla presenza dei pastori

e dei sapienti del tuo tempo,

possa raggiungere il cuore

e la mente di ogni fratello e sorella della terra,

e trasformare la loro esistenza

in una lode perenne,

a Te, o Gesù, che sei il Volto

più vero ed autentico della misericordia divina ed eterna.

Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 6 DICEMBRE 2015

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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)
DOMENICA 6 DICEMBRE 2015

L’AUTOSTRADA DELLA CONVERSIONE INTERIORE

Commento di padre Antonio Rungi

La seconda domenica di Avvento 2015 ci immette nel duplice clima dell’attesa e del cambiamento della nostra vita, in ragione dell’imminente apertura della porta santa del Giubileo della Misericordia e dell’imminente solennità del santo Natale.

Nella dinamica del cammino spirituale che siamo chiamati a fare, noi cristiani, per questo duplice importante motivo di vita interiore, abbiamo una duplice stella di riferimento in questi giorni: la Madonna e San Giovanni Battista. Entrambi ci introducono nel mistero del Natale e nella celebrazione dell’anno santo. Oggi, nella liturgia della parola, emerge con maggiore autorevolezza la figura del precursore, di cui vengono indicate, nel testo del Vangelo di Luca, le coordinate storiche e motivazionali, per cogliere il Lui, la voce potente che grida nel deserto, perché l’umanità intera si converta e creda fermamente nella venuta e nella missione del Redentore: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa”.

Ma chi era Giovanni Battista e cosa ci dice per questo Natale 2015 e per il cammino giubilare che stiamo iniziando a fare? La risposta la troviamo nel vangelo di oggi, ed è una risposta estremamente impegnativa per tutti, che scuote le nostre coscienze e che chiede un’immediata cambiamento di direzione di marcia. Certo come su tutte le strade di questo mondo a senso unico, come spesso è la nostra vita, che si sviluppa nella sola direzione orizzontale, dobbiamo trovare lo svincolo prossimo e più opportuna per ritornare sui nostri passi o per cambiare completamente direzione nel nostro agire da cristiani. Giovanni è la «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Questa voce dobbiamo ascoltare nel deserto di questa umanità, poco attenta ad ascoltare il Signore che parla, ancora oggi, attraverso i suoi profeti, a partire dalla voce di un altro Giovanni dei nostri tempi che è Papa Francesco. Lui, mediante il dono del Giubileo della Misericordia ci ha voluto richiamato proprio questo fondamentale dovere di ascoltare il Signore in quest’oggi della storia dell’umanità e della storia di una chiesa, ferita per tanti scandali e per tante infedeltà al Signore. Dobbiamo tutti raddrizzare le strade che portano al Signore e farle diventare autostrade dell’amore e della misericordia. Per realizzare questo prioritario scopo del nostro essere cristiani, ci sovviene il contenuto del brano della seconda lettura di questa domenica di Avvento, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési, che scrive parole di grande speranza:  “Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Quest’opera buona è sia il nuovo anno liturgico che abbiamo appena iniziato e soprattutto l’anno giubilare che inizia, dopodomani, 8 dicembre 2015.

Cosa ci deve guidare in questo cammino spirituale è lo stesso apostolo a ricordarcelo: “Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”.

Vivere nell’amore di Cristo, crescere nella carità, aumentare il livello di conoscenza del mistero, essere integri e irreprensibili per la venuta di Cristo, essere ricolmi di giustizia avendo a modello il Giusto e il Santo che è Dio.

Un programma di vita impegnativo, ma comunque accessibile a tutti. Basta la buona volontà, avere le giusta considerazione della fede che abbiamo accettato di vivere e coltivare una speranza che va oltre il tempo dell’attesa e si colloca nell’eternità. Perciò, facendo nostro il programma di vita che il Profeta Baruc stila per la Gerusalemme del suo tempo, noi stiliamo lo stesso programma di vita spirituale e morale per le tante Gerusalemme di mondo moderno, dove il pianto è la costante di ogni momento della sua esistenza. Da questa logica del negativo dobbiamo uscire accogliendo l’invito del Profeta: “Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.

Deporre le armi della malinconia che rattristiamo noi stessi, gli altri e Dio e armarsi delle armi della vera gioia; farsi belli nel cuore e  nell’anima e non solo nel corpo e nel fisico; cercare la giustizia e la pace in ogni cosa e situazione della vita, lottando con tutte le nostre forze, perché questi valori si affermino sempre più nelle città degli uomini. Lottare con le armi della preghiera e del perdono i nemici che non vogliono la pace e non cercano la giustizia; proclamare un anno di riconciliazione e misericordia per tutti gli esseri umani, oggi presenti su questa Terra. E’ questo il programma di un’intera vita che dobbiamo amare e proteggere, perché ci è stata donata da Dio e a Lui la dobbiamo riconsegnare accresciuta nei meriti e nella santità, che il tempo ci ha permesso di poter aumentare mediante il dono della fede, della speranza e della carità.

Pertanto, sia questa la nostra preghiera, alla vigilia del grande giubileo della misericordia: “Dio grande e misericordioso, fa’ che il nostro impegno nel mondo
non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo
ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore”. Amen.

P.RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

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ITRI (LT). P. RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

Ad un mese dall’apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco e che avrà inizio l’8 dicembre 2015 a Roma, padre Antonio Rungi, religioso passionista, ha composto un decalogo giubilare, nel quale, indicando dieci regole di comportamento, fissa l’attenzione sui contenuti essenziali per una degna celebrazione dell’anno santo.
I dieci comandamenti giubilari sono fissati in questi suggerimenti ed inviti ad agire a livello personale e comunitario.

 

1. Non avrai altro scopo nella vita che quello di servire Dio.

2. Ricordati che sei un peccatore e devi convertiti a Cristo Salvatore.

3. Non offendere nessuno con le parole e le azioni.

4. Ricordati di perdonare a chi ti ha offeso e di chiedere perdono se hai offeso tu.

5. Non pensare solo a te stesso, ma anche ai fratelli che sono in necessità.

6. Ricordati di fare il bene sempre, anche quando non sei ricambiato su questa terra e dai tuoi parenti.

7. Non essere arrogante, presuntuoso e altezzoso, ma sii umile, disponibile e amorevole verso tutti.

8. Ricordati che il Paradiso lo si conquista facendo il bene ed amando Dio e i fratelli.

9. Non essere, ipocrita, falso e infedele, ma sii coerente con te stesso.

10. Ricordati che la verità viene sempre a galla e che in Dio tutto sarà luce e trasparenza assoluta nell’eternità futura.

“Sono convinto -scrive padre Rungi in una Nota personale – che il prossimo giubileo che è prima di tutto per la Chiesa e per i membri tutti della Chiesa è un forte invito alla conversione personale, alla fedeltà alla propria vocazione battesimale, alla pulizia morale e alla trasparenza nei nostri atti e comportamenti. Questo tempo propizio e di grazia deve far riflettere tutti nella Chiesa di Cristo in questo tempo di forti scossoni, ma sempre pronti a rendere ragione della gioia, della speranza, della fede e dell’amore verso Dio e verso i fratelli in ogni situazione, anche dolorosissima, della nostra vita e di quella della comunità dei credenti. Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio e dalla sincera volontà di convertirci e fare sempre il bene, nonostante le piccole debolezze dell’esistenza”.

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XXIX T.O. – 18 OTTOBRE 2015

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

GESU’ SOMMO ED ETERNO SACERDOTE

INCHIODATO SULLA CROCE PER NOI

Commento di padre Antonio Rungi

Il testo del Vangelo di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci immette nel clima del mistero della Passione di Cristo.

Si tratta di un testo chiaro e che riporta parole ben precise pronunciate da Gesù alla presenza dei suoi discepoli che, nei loro discorsi, strada facendo, pensano a distribuirsi i posti più sicuri ed umanamente accattivanti vicino a Gesù, il Maestro. Certo, il Signore vuole tutti i suoi discepoli accanto a se, ma non nella potenza economica e politica di questo mondo. Ci vuole accanto a sé nel momento supremo del suo amore per noi e del suo sacrificio per noi. Ci vuole accanto a lui ai piedi della Croce, insieme a Maria e a Giovanni e forse, con maggiore coraggio, ci vuole accanto a se, come Lui, inchiodati alla croce, inchiodati alle nostre croci.

Ecco il potere regale di Cristo Crocifisso. Ecco il sommo ed eterno sacerdote che è Gesù, che si offre per noi al Padre per riscattarci dai nostri peccati.

Siamo chiamati con Cristo a bere il calice della sofferenza che Egli ha bevuto per la nostra redenzione. Non c’è vero cristiano se non porta la sua croce e segua davvero il Signore.

Purtroppo, non è affatto così. Molti seguono la fede cristiana, senza l’intimo convincimento, cioè che si tratta di ripercorre la strada del Signore, che è anche la strada che porta al Calvario.

Ci sono cristiani che riflettono alla maniera degli apostoli e che si fanno i calcoli, strumentalizzando la stessa fede e la stessa chiesa per finalità umane, economiche, di affermazione, di prestigio.

E ciò non avviene solo tra il clero, i religiosi, i vescovi e a man mano a salire di grado nella scala della gerarchia, ma avviene anche nel laicato cattolico.

Ci sono, infatti, dei laici che invece di servire la Chiesa e Cristo, si servono della Chiesa e di Cristo.

Fanno il discorso utilitaristico e interessato di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, che chiedono a Gesù, senza falsa modestia: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Gelosia, invidia, arrivismo, distribuzione egualitaria del potere che Gesù poteva dare loro, secondo una falsa concezione, che si erano fatti del Maestro. Gesù replica con una domanda forte e inquietante:  «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Segue, poi, da parte di Gesù una lezione di straordinaria importanza per tutti, ed è la lezione sul significato dell’autorità, del potere, che va inteso nel senso di servizio, di sacrificio, di rinuncia, di donazione, di croce. Cosa fece allora Gesù? “Li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Il cuore e il centro dell’insegnamento di Cristo sta in questo servizio, portato fino alle estreme conseguenze di consegnarsi liberamente alla morte e alla morte in croce, come, d’altronde, era stato anticipato dai profeti, a partire da Isaia, con i vari carmi del Servo sofferente di Javhè, che, ovviamente sono indirizzati e mirati sulla figura del futuro vero messia di Israele che è Gesù.

Un messia sofferente, maltratto, umiliato e crocifisso. Non un messia potente da un punto di vista economico e militare, ma l’umile agnello immolato sulla croce in riscatto dei nostri peccati. Leggiamo infatti nella prima lettura di oggi: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

L’immagine di Gesù Crocifisso emerge in modo prepotente e chiara davanti ai nostri occhi, davanti alla nostra vita, spesso immersa nel peccato e in cerca di soddisfazioni mondane. Quel Crocifisso che ci parla e ci indica la strada della conversione, dell’offerta sacrificale della nostra vita per la causa del vangelo.

Egli, Gesù, il Sommo ed eterno sacerdote si porge a noi con gli occhi della misericordia e del perdono, con il volto della sofferenza, ma soprattutto con il volto dell’amore redentivo. In questo Sommo ed eterno sacerdote dobbiamo confidare, abbandonarci e sperare, come ci ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei che ascoltiamo oggi, come testo della parola di Dio, della seconda lettura di questa domenica: “Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.

Accostiamo con fiducia a Gesù Crocifisso e se il suo dolore non suscita in noi neppure una minima contrizione dei nostri peccati, dei nostri errori ed orrori significa che il nostro cuore è molto lontano dalla compassione e dalla misericordia che il Signore ci vuole donare, facendoci riflettere seriamente sul nostro stile di vita che è contrario alla Croce di Cristo.

Ci sia di esempio, in questo cammino di conversione, un grande santo del secolo dei lumi, san Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi ricordiamo il suo passaggio alla gloria del cielo, essendo morto a Roma, nella Casa dei Santi Giovanni e Paolo, al Celio, alle ore 16,45 del 18 ottobre del 1775.

E’ uno dei tanti santi che hanno amato profondamente Gesù Crocifisso, fino al punto tale da esserne infaticabili missionari nell’Italia del secolo che poneva come criterio fondamentale per raggiungere la verità, la sola ragione umane, divenuta il grande tribunale per stabile il vero  dal falso, del bello  dal brutto, il buono dal cattivo.

Gesù, il Crocifisso è questo bene assoluto, perché è un Bene d’infinito amore che si è tradotto con il donare la sua vita interamente per noi.

Egli è davvero il sommo ed eterno sacerdote delle anime nostre, come recitiamo nella preghiera iniziale della santa messa odierna: “Dio della pace e del perdono,  tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione;  concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio”. Amen.

 

P.RUNGI.LA PREGHIERA PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

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IL TESTO DELLA PREGHIERA DELLA DIVINA MISERCORDIA
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA, TEOLOGO MORALE,
IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DELLA BOLLA
DI INDIZIONE DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
A FIRMA DI PAPA FRANCESCO

CRISTO, VOLTO MISERICORDIOSO DEL PADRE

Convertici  a Te, Gesù,
che sei venuto a chiamare i peccatori
e non i giusti che non hanno bisogno di redenzione.

Convertici a Te, in questo anno giubilare,
indetto da Papa Francesco, per aiutare
il cammino di credenti verso la penitenza,
la conversione e il rinnovamento spirituale e morale.

Riconosciamo, Signore, le nostre colpe di oggi
e tutte quelle della vita passata,
vissuta, molte volte, nell’ ipocrisia e nella falsità.

Noi abbiamo bisogno del tuo perdono
e della tua misericordia
per sentire quanto è grande il tuo amore per noi,
e quanto tieni poco conto dei nostri  errori,
e delle nostre deviazioni ,
dalla tua santa legge, o Signore.

Non abbandonarci, Signore, nella tentazione
di poter fare a meno di Te,
illudendo noi stessi che è possibile
essere felici e vivere senza il tuo sorriso
e dell’abbraccio della tua paternità infinita.

Con il tuo aiuto, vogliamo sinceramente
riprendere il cammino che ci porta a Te,
mediante la Penitenza e l’Eucaristia,
sacramenti della nostra continua rinascita spirituale
nel segno della coscienza di quanto poco valiamo
se non siamo ancorati a Te che sei la Via, la Verità e la Vita.

Non sia, Gesù,  il nostro pentimento
solo e soltanto esteriore o apparente,
ma tocchi le profondità del nostro essere
e le corde di quell’armonia d’amore
che solo tuo puoi ridonarci, Signore.

Convertici a Te, con la tua Parola,
che è luce ai nostri passi,
è forza nel nostro cammino
è consolazione nel nostro patire.

Convertici a Te Signore e abbatti in noi
l’orgoglio e la presunzione di essere giusti
come il  fariseo al tempio,
mentre dovremmo batterci sinceramente il petto,
come il pubblicano che non ha avuto
neppure la forza di alzare gli occhi
e lasciarsi illuminare dal tuo volto,
indegno quale era  di avanzare nel tempio,
quale segno di riavvicinamento a Te.

Signore, converti il nostro cuore,
la nostra vita,
la nostra storia.

Purifica tutto e lava le nostre colpe
nel tuo sangue prezioso  versato sulla croce per noi.
Gesù abbi pietà di noi e non abbandonarci più
nelle nostre illusioni, delusioni e tentazioni,
non abbandonarci nel peccato,
ma donaci il tuo abbraccio di Padre
dal volto tenero e misericordioso.
Amen.

GIORNO DELLA MEMORIIA (SHOA’) 27 GENNAIO 2015

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P.RUNGI (TEOLOGO). UNA PREGHIERA SPECIALE PER IL SETTANTESIMO ANNIVESARIO DELLA SHOA’

In occasione del settantesimo anniversario della Shoa’, padre Antonio Rungi, passionista, teologo morale, docente di storia e filosofia nelle scuole statali ha composto una preghiera per questo giorno della memoria  del 27 gennaio 2015. Il sacerdote in questa orazione richiama all’attenzione dei credenti che pregano il dramma dei fratelli della religione ebraica e l’impegno di tutti nel costruire la pace e il rispetto di ogni razza, popolo, cultura e religione. Affida questa preghiera non solo ai credenti, ma anche a quanti guardano con simpatia la religione ebraica. Ecco il testo dell’orazione:

PREGHIERA DELLA SHOA’
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI
27 GENNAIO 2015
SETTANRESIMO ANNIVERSARIO DELLA SHOA’

Signore Gesù Cristo, Messia atteso dai secoli,
unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre,…
ci rivolgiamo a te, in questo giorno della memoria,
durante il quale, con profondo dolore,
ricordiamo le tante vittime dell’olocausto,
consumato ai danni dei nostri fratelli ebrei,
nei lager della Germania di Hitler.

Non permettere più che nel mondo
ci siamo stragi di persone innocenti,
di qualsiasi razza, religione, popolo,
nazione, condizione sociale e personale
o colore degli occhi o della pelle.
Mai più olocausti del genere,
ma solo pace e speranza per il mondo intero.

In questo giorno, in cui sentiamo forte l’appello
a fare memoria di quanti sono stati uccisi
nei lager nazisti e bruciati vivi,
quali veri martiri del ventesimo secolo,
nei forni crematori di Aushwitz,
Ti eleviamo la nostra umile preghiera,
perché Tu possa illuminare le coscienze e i progetti
dei potenti di oggi e di sempre
di quella vera luce che viene dal cielo
e che hai rivelato a Mosé sul Monte Sinai
e Gesù Cristo ha portato a compimento
sul Monte Calvario, ove tuo Figlio
si è sacrificato ed è morto per i peccati dell’umanità.

Noi rinnoviamo la nostra fede
nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
e ci impegniamo a vivere in comunione con tutti
i nostri fratelli e sorelle del mondo intero,
specialmente con i nostri cugini e predecessori
nella fede nell’unico Dio,
che a tutti ha lasciato come quinto comandamento
quello di Non uccidere e di amare e difendere la vita.

Perdona quanti hanno massacrato fratelli e sorelle
in umanità, durante la seconda guerra mondiale.
Mostri, come i tanti dittatori del scolo scorso,
non abbiano più spazio e possibilità di affermarsi,
in questa umanità del terzo millennio dell’era cristiana,
ma vengano abbattuti con la forza della ragione e della fede
prima che compiano crimini di ogni genere.

Mai più Signore, esaltati e prepotenti che uccidono
e distruggono la vita della gente,
azzerando la speranza e la gioia dell’umano genere.
Mai più crimini contro l’umanità. Mai più per l’eternità!

Te lo chiediamo per l’intercessione di Maria, Regina della pace
e consolatrice degli afflitti e dei disperati,
Te lo chiediamo, inoltre, per intercessione di San Massimiliano Kolbe,
vittima sacrificale sull’altare dell’olocausto
della Germania hitleriana.
Te lo chiediamo, infine, per intercessione
di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein,
la monaca carmelitana, convertita al cristianesimo,
che ha visto gli orrori infiniti della Shoà. Amen.

Papa Francesco non si può uccidere in nome di Dio, ma neppure si può offendere e ridicolizzare le religioni.

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Papa Francesco non si può uccidere in nome di Dio, ma neppure si può offendere e ridicolizzare le religioni. Né irriverenti e né irritanti.

di Antonio Rungi

Mi piace iniziare la mia riflessione con quanto ha detto ai giornalisti Papa Francesco, oggi, 15 gennaio 2015, sull’aereo, nel suo viaggio di trasferimento da Colombo a Manila, ovvero dallo Sri Lanka alle Filippine. Una conferenza stampa che ha riguardato, tra gli altri temi, quello del rispetto delle religioni e della libertà di opinione e pensiero. Tra le risposte date dal Papa ai cronisti che viaggiavano con lui, da Colombo a Manila, ha colpito quella sui fatti di Parigi. Riflettendo sul rapporto tra libertà di espressione e libertà di fede, riproposto dal sanguinoso attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, il Papa ha ribadito che accanto al diritto fondamentale alla libertà d’espressione, c’è quello di ogni fede di potersi esprimere senza essere ridicolizzata. “Non si uccide in nome di Dio, dunque, ma nessuna fede si può prendere in giro. C’è un limite rappresentato dalla dignità che ogni fede possiede”. Infatti rispondendo alla domanda di un giornalista francese sulla libertà religiosa e sulla libertà di espressione come diritti umani fondamentali, Papa Francesco ha detto: “Credo che tutti e due siano diritti umani fondamentali, la libertà religiosa e la libertà di espressione. Parliamo chiaro, andiamo a Parigi! Non si può nascondere una verità: ognuno ha il diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente e così vogliamo fare tutti. Secondo: non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio. A noi ciò che succede adesso ci stupisce, ma pensiamo alla nostra storia, quante guerre di religione abbiamo avuto! Pensiamo alla notte di San Bartolomeo! (Il riferimento è alla strage degli ugonotti, uccisi dai cattolici). Come si capisce, anche noi siamo stati peccatori su questo, ma non si può uccidere in nome di Dio, questa è una aberrazione. Si deve fare con libertà senza offendere, ma senza imporre e uccidere.
Sulla libertà di espressione: ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune. Se un deputato non dice quella che pensa sia la vera strada da percorrere, non collabora al bene comune. Avere dunque questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un grande amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno, è normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri. Papa Benedetto in un discorso (la lectio di Ratisbona, nel 2006) aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava a credere che le religioni o le espressioni religiose sono un sorta di sottoculture, tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminista. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla, prende in giro, si prende gioco della religione degli altri. Questi provocano e può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro mia mamma. C’è un limite, ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana, io non posso prenderla in giro. Ho preso questo esempio del limite per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti, come (nell’esempio) della mia mamma».
Il pensiero del Papa è molto chiaro, a noi spetta il compito di approfondirlo ed essere strumenti di pace e non di guerra in questo mondo, definito della babele globale, facendo riferimento alla biblica torre di Babele che crollo sotto il peso della incomunicabilità e della pluralità di lingue e culture che non si integravano e non interagivano tra loro. E’ quello che sta succedendo oggi.
Dopo gli attentati di Parigi di inizio 2015 è in atto una campagna di autopromozione della libertà di pensiero e di stampa che sono gli stessi media, autoreferenziali, a sostenere, senza confrontarsi con il pensiero reale dei paesi e della gente.
Penso che non sia messa in discussione la libertà di pensiero e di stampa oggi nel mondo, al punto tale che ognuno lo può esprimere liberamente attraverso i suoi blog, siti, internet e social network.
La questione di fondo è quella di rispettare ogni persona, ogni cultura, ogni popolo, ogni religione nell’esprime il proprio pensiero, nel pubblicare le proprie idee, nel fare satira o qualsiasi altra cosa che si intende fare per dire (perché dire fa molte volte più male che fare) che non si condivide quella idea, quel personaggio, quella religione, quel modo di operare, pur nel rispetto delle leggi e delle tradizioni degli altri. Dissentire non significa essere irriverenti ed irritanti. Entro nel merito di questa mia riflessione. La nuova generazione che è nata dopo i tragici eventi del terrorismo di Parigi è la cosiddetta generazione di “Charlie”, riferendosi al giornale satirico francese attaccato dai terroristi islamici al punto tale da fare una strage. Questi uomini armati fino ai denti ed armati da persone più potenti di loro hanno confuso anche loro e chi sono stati i mandanti della strage di fare giustizia con le armi, sbagliando di grosso. Il terrorismo va sempre condannato da qualsiasi parte esso venga. Perciò su un piano morale non possiamo mai, assolutamente mai, approvare cose del genere che mirano ad uccidere e sono finalizzate a creare terrore tra persone libere, che hanno diritto di vivere e non di essere uccise. In questo mondo della babele globale bisogna perciò essere attenti a cosa si scrive e come si scrive. Mi riferisco al giornale satirico Charlie Hebdo che dopo i recenti fatti drammatici è uscito continuando sullo stile della satira e dell’offesa contro tutti. E non parliamo soltanto dell’Islam, parliamo d tutte le religioni, di tutte le massime autorità anche religiose del mondo. Non penso che sia libertà di stampa prendere in giro ed offendere persone e religioni. Se molti sono indifferenti al discorso, magari ci godono pure se si prende in giro la fede cristiana, le tradizioni cattoliche, se si bestemmia in pubblico, nei media, se si attacca impunemente il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, i fedeli laici, tutto sembra che vada nella normalità, facendo passare questo come libertà di stampa, pensiero ed altro, per tolleranza. Per carità di Dio, non vogliamo ritornare ai tempi della cosiddetta “Santa Inquisizione” , che tutto era, tranne che santa o del mettere all’indice ogni cosa ed espressione che contrastava la Bibbia, il pensiero e la morale della chiesa cattolica, ma si chiede semplicemente il rispetto della fede altrui, di chi ha altra fede, o non è per nulla credente, è agnostico, ateo o non si è mai posto il problema dell’esistenza di Dio. Rispettare il pensiero, la fede, la religione degli altri è il primo fondamentale passo della libertà. E siccome la Francia ha fatto una rivoluzione ed il Terrore è stato coniato in questo Paese, proprio per conquistare diritti fondamentali quali la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, perché oggi questi valori si vogliono garantire solo ad una o più rivista laicista, dissacrante e irritante come Charlie Hebdo. Non tutti ci sentiamo della pseudo generazione, nata da pochi giorni, di “Charlie”, noi vogliamo continuare ad essere la generazione di “Gesù Cristo”, che parla di pace, di rispetto, di amore, di tolleranza, di perdono, di riconciliazione, di fraternità, giustizia, libertà da duemila anni. I terroristi del tempo di Cristo lo mandarono a morire sulla Croce, proprio perché parlava d’amore, di verità, di giustizia e di pace. Egli non ha ucciso, non ha preso le armi per sterminare bambini, donne e uomini, ma ha parlato e portato la pace, ha sanato le ferite ed ha guarito i malati, ha risuscitato i morti. I terroristi di oggi ammazzano e alla fine si fanno ammazzare, ma portando avanti un progetto di morte, contro ogni logica di un mondo che pensa e vuole vivere in pace, nella giustizia, nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona. Questo mondo lo devono costruire tutte le culture e tutte le religioni.
Noi non ci identifichiamo nella generazione di chi, per una presunta libertà di pensiero, di azione e di stampa, diventa irriverente ed irritante. Noi siamo della generazione della vera libertà di pensiero che esprime le proprie idee ed agisce per il bene e mai per il male e per fare del male. Noi siamo della generazione di chi per amore della verità va incontro anche al martirio, come ci hanno testimoniato e ci testimonia la vita di tanti martiri cristiani. Hanno subito la morte per professare la fede, senza prendere le armi, senza massacrare nessuno, ma lasciandosi trucidare, seviziare per riaffermare la fede in Gesù Cristo. Lezioni di storia e di vita che non dovremmo mai dimenticare, soprattutto oggi in una babele globale qual è la nostra società liquida e senza consistenza di alcun genere.
E allora andiamo alla questione principale del nostro discettare. Cosa significa essere irriverenti ed irritanti? La risposta la troviamo nel numero post-tragedia della Rivista Charlie Hebdo, uscita in diverse lingue, con 5 milioni di copie tutte vendute, per avere una copia-cimelio che tra qualche giorno verrà bruciata come tante riviste che si leggono, fanno notizia e poi si buttano via. Restano nella memoria i tanti morti uccisi in questi giorni a Parigi, tutti indistintamente, ma restano le immagini della morte dei redattori di questo giornale satirico che, per prudenza, opportunità, rispetto verso quelle vittime e in considerazione del clima generale, poteva e doveva essere più prudente nel numero post-tragedia uscito l’altro ieri. Invece oltre che essere irriverenti, perché ce ne è per tutti, in questo modo si diventa irritanti. E si diventa tali quando si pensa che, in nome della satira, si possa fare e dire tutto. In quale cultura si comprende oggi la satira? E’ un genere letterario e comunicativo scomparso a livello globale. Forse in qualche teatro c’è forse qualche comico che usa questo strumento per far passare pensieri ed idee non solo proprie, ma quelle di un gruppo di pensiero o di potere. Penso a tutte le volte che i cattolici vengono attaccati nelle pratiche, nei culti, nelle tradizioni, nelle devozioni, nelle loro verità di fede e nessuno si ribella, ma tutti, i veri cattolici, pregano per la pace e per la fraternità universale e perdonano, come Cristo ha perdonato dalla croce, perché non sanno quello che dicono e fanno. Anche in questo mondo esistono gli integralisti che fanno male con le parole, con gli scritti e con altri mezzi subdoli, ma mai si sognano di imbracciare un’arma ed uccidere. E qui è segno di maturità, di equilibrio. Il pensiero si, la comunicazione pure, ma mai alimentare il terrorismo di nessun tipo, né quello reale, né quello ideologico, né quello psicologico, ma dare spazio alla libertà, al dialogo, a tutte le voci, senza contrastarsi, in quanto la diversità non è mai una perdita, ma un guadagno.
Ecco volendo arrivare alla conclusione di queste mie considerazione sottolinerei questi due aggettivi che ho scelto per argomentare su una questione di grande attualità che è quella della libertà di pensiero e di stampa di cui si è parlato in questi giorni: irriverente e irritante.
Irriverènte (ant. irreverènte) aggettivo [dal latino irrevĕrens –entis o revĕrens -entis, participio presesente di revereri «riverire»]. – Che vien meno alla riverenza dovuta: ragazzacci irriverenti verso le persone anziane. Più spesso riferito agli atti, indicando non solo la mancanza di riverenza, ma talora l’intenzione cosciente di insultare: tenere in chiesa un contegno irriverente; frasi, allusioni, parole, maniere irriverenti. Avverbio: irriverenteménte, in modo irriverente: comportarsi irriverentemente.
Irritante aggettivo [participio presente di irritare 1. a) Che irrita, che stizzisce: tenere un contegno, fare una osservazione, parlare in tono irritante; parole, frasi, maniere irritante; un rumore sordo e irritante. Anche riferito a persona: è irritante con le sue continue insinuazioni, o con quel suo fare sdolcinato e servile. b) letteralmente: Che aizza, che pungola: “Ed irritante il morso Accresce impeto al corso [del cavallo]” (Foscolo). 2. Di qualsiasi agente chimico o meccanico che provoca infiammazione: sostanza, medicamento irritante (anche come sostantivo maschile: evitare gli irritanti); stimoli che hanno azione i. su qualche parte dell’organismo.

Allora, attenendosi soltanto al significato terminologico, vorrei richiamare all’attenzione di chi parla, scrive, disegna, di dire le cose, ma sempre nel rispetto della persona e della fede degli altri. Chi sono io a dover mettere in ridicolo una verità di fede di qualsiasi religione, soprattutto se consolidata nel tempo ed espressione di una cultura? Su questi argomenti ci sono i teologi e gli esperti, ci sono i capi religiosi, i luoghi dove discutere e affrontare i problemi in una visione globale del mondo. Certo il cristianesimo di oggi non è quello stesso, sul un piano comportamentale ed organizzativo, rispetto ai primi secoli, e così è anche per l’Islamismo, l’Ebraismo, il Buddismo. Le religioni si evolvono con il tempo nelle forme espositive, nell’aprirsi al nuovo. Ci vuole tempo e pazienza e non è con la satira, con gli attacchi gratuiti che si fanno progredire le religioni. E se non progrediscono le religioni e le fedi, non progredisce la società, soprattutto in quelle nazioni che si identificano con la religione stessa e lo stato si professa confessionale e non laico. Ecco criterio fondamentale è il rispetto di tutti senza irritare nessun, perché poi, non tutti si tengono le battute, le offese, ma qualcuno reagisce, anche in modo sproporzionato ad attacchi. Alla fine la religione diventa strumentale per essere satirici e per essere terroristi. In fondo, agli uni e agli altri non interessa la vera fede, la vera religione che parla sempre di pace e non di guerra, interessa solo fare opinione, imporre le proprie idee con la forza della penna o con la forza delle armi. Entrambi sono strumenti di morte, soprattutto le seconde, sorte proprie per portare e fare guerra ed uccidere. Ma le prime non sono meno offensive e distruttive, ben sapendo che le parole possono uccidere più delle armi stesse.
Essere irriverenti e soprattutto essere irritanti ed arroganti non porta alla pace mondiale, ma alla babele totale. E nella confusione delle lingue e dei comportamenti alla fine crolla tutto il sistema del mondo globalizzato, in cui viviamo. Bisogna continuare a scrivere e garantire la libertà di pensiero e di stampa, ma nel rispetto di tutti e con l’equilibrio che è dovuto rivolgendosi ad una società multiculturale e interdipendente soprattutto da Internet. Con una semplice espressione, non comunicata in modo corretto, si possono innescare meccanismi distruttivi che passano per la rete e che poi diventano azioni terroristiche nei confronti di questo o quell’altro giornale o rivista. I giornalisti devono essere equilibrati , rispettosi e umili, perché il quarto potere che hanno nelle loro mani, quella della penna, anzi del computer, della rete, deve fare i conti con i nuovi silenziosi e pericolosi poteri che superano i confini reali delle nazioni e che si identificano con gli stati terroristici globali, organizzati su scala mondiale, mediante le nuove forme di comunicazione. Potrei concludere con una costatazione di fatto: mentre a Parigi si fa satira contro le religioni, in altri luoghi si organizzano le stragi.
Non prestiamo il fianco a simili azioni, ma combattiamo il terrorismo con le forze della giustizia, della pace, della lealtà, dell’onestà, del rispetto, della tolleranza, della libertà, della democrazia, dell’umiltà secondo la logica del vangelo della pace e della gioia che è stato annunciato da Cristo e che Papa Francesco sta rilanciando nel mondo con la sua azione pastorale ed apostolica.

P.RUNGI. LA PREGHIERA IN DIFESA DEI BAMBINI

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P.RUNGI (TEOLOGO MORALE). IN UNA PREGHIERA IL GRIDO DI DOLORE DI PAPA FRANCESCO IN DIFESA DEI BAMBINI DELLA TERRA.

Ha fissato in un testo di preghiera il grido di dolore di Papa Francesco elevato davanti al mondo intero, prima della benedizione Urbi et Orbi in occasione della solennità del Santo Natale 2014. Così padre Antonio Rungi, teologo morale, religioso e sacerdote passionista, ha fatto sue le parole e anche l’invito a denunciare con la forza delle idee, della preghiera, della parola e soprattutto con azioni concrete in difesa dell’infanzia di tutto il mondo quanto ha detto Papa Francesco. Nella preghiera che padre Rungi ha composto a conclusione della solennità del Natale, si trovano tutti i passaggi del discorso di Papa Francesco. “Affido questa preghiera a tutta la cristianità in questo tempo di Natale, in occasione anche della ricorrenza liturgica della festa degli Innocenti che si celebra il 28 dicembre e che quest’anno coincide con la festa della Sacra famiglia, domenica prossima. La preghiera fatta con il cuore, fatta ad alta voce, gridata al mondo intero è già una denuncia che rompe il silenzio connivente e coprente di tanti uomini e poteri che dovrebbero davvero difendere l’infanzia sempre e a livello planetario. Dalle parole del Papa ci aspettiamo una politica mondiale a favore dell’infanzia che la protegga davvero da qualsiasi abuso e violenza, delle leggi più mirate a colpire quanti abusano dei bambini in tanti modi subdoli e offensivi della loro dignità di innocenti vite umane”. Ecco il testo dell’orazione composta da padre Rungi.

Gesù, non piangere più

Signore Gesù non piangere più,
asciuga le lagrime di tutti i bambini del mondo.
Non permettere che mani assassine,…

come ai tuoi tempi Gesù Bambino,
si alzino contro i bambini di oggi e di domani,
ma blocca sul nascere i violenti
e gli erodi del nostro tempo.

Signore Gesù non piangere più,
non versare più lagrime
a causa di questa umanità
indifferente ed insensibile
al dolore e alle sofferenze dei bambini,
immersa nella globalizzazione dell’indifferenza.

Tocca il cuore di quanti
sono incapaci di amare,
fanno solo del male
e agiscono come se Tu
non esistessi affatto.

Ferma le mani insanguinate
di chi non fa nascere i bambini,
uccidendoli nel grembo delle loro giovani madri,
ma incoraggia quanti amano e promuovono la vita
dal primo istante fino alla morte naturale.

Fa piangere lagrime di sangue
a chi odia il fratello
e fa guerra contro gli innocenti,
come tu hai sudato sangue
nell’orto del Getsemani
mentre ti accingevi
ad andare incontro al patibolo
costruito per Te da mani assassine.

Signore, mai più Erode,
mai più il silenzio connivente
di chi di fronte al dolore degli innocenti
invece di gridare forte il no alla violenza
tace per convenienza, viltà o negligenza.

Signore, dalla grotta di Betlemme,
dove tu resti Dio in eterno,
irradia sul mondo intero,
fatto di lagrime, sangue e tenebre,
la luce dell’amore, della giustizia e della verità,
la sola luce che può salvare questa umanità. Amen.

Preghiera composta da padre Antonio Rungi
25 dicembre 2014

COMMENTO ALLA FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA DEL LATERANO

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FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA  CATTEDRALE

DI SAN GIOVANNI IN LATERANO

 

DOMENICA 9 NOVEMBRE 2014

 

Una chiesa viva e coraggiosa nel segno dell’unione.

 

Commento di padre Antonio Rungi, passionista

 

In questa seconda domenica del mese di novembre 2014, celebriamo la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, come  ben sappiamo è intitolata a San Giovanni Battista. E’ la chiesa cattedrale del Vescovo di Roma e come tale ha una funzione simbolica molto importante nel panorama delle chiese costruite fin dai primi secoli del cristianesimo, dopo la pubblicazione dell’editto di Milano dell’Imperatore Costantino, che permise ai cristiani di professare pubblicamente il culto e quindi di realizzare e costruire le chiese, ove radunarsi in preghiera e per celebrare l’Eucaristia.

San Giovanni in Laterano è stata la prima chiesa cattedrale di Roma dove i successori degli apostoli, i vescovi, hanno continuato a svolgere il loro ministero.

In San Giovanni Laterano si sono celebrati concili di grande importanza storica e dottrinale.

La chiesa del Laterano, infatti, è la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta la madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.   Consacrata da papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano.

Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici.

Si comprende quindi il significato di questa festa nella festa domenicale. Andiamo oggi alla sorgente di quella fede, uscita dalle catacombe e dal nascondimento e professata pubblicamente.

La liturgia della parola di Dio di questa domenica ci aiuta ad entrare nel ricordo storico, ma soprattutto nella memoria della fede che non è solo storia del passato, ma vita di oggi della Chiesa di Roma e delle chiese di tutto il mondo.

La preghiera inziale della santa messa di questa festa ci immette nel clima teologico e spirituale più giusto per vivere questa giornata di gioia interiore: “O Padre, che prepari il tempio della tua gloria, con pietre vive e scelte, effondi sulla Chiesa il tuo Santo Spirito, perché edifichi il popolo dei credenti  che formerà la Gerusalemme del cielo”.

Nella prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele l’immagine e la visione del tempio santo di Dio, come luogo di grazia è molto chiara. L’acqua nella Sacra Scrittura indica appunto tutto ciò che è dato gratuitamente dal Signore per la nostra santificazione, che passa attraverso la purificazione. L’acqua del Battesimo ne è il primo importante momento di questo cammino di santificazione nella comunità dei credenti, la chiesa quale popolo in cammino verso i pascoli della rigenerazione interiore e spirituale.Scrive Ezechiele circa le acque del tempio: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».

E’ evidente il riferimento alla grazia rigenerante del battesimo e di ogni altra grazia santificante ed attuale che opera nel profondo del cuore e della vita del battezzato per portarlo progressivamente, attraverso le vicende dell’esistenza umana, non senza difficoltà, alluvioni spirituali, inondazioni, tracimazioni, distruzione, alla ricostruzione e alla rigenerazione dopo la tempesta e il diluvio distruttivo.

Nella seconda lettura, un brevissimo brano tratto dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, troviamo i concetti fondamentali della chiesa come edificio di Dio, costruito con pietre vive sul basamento che è Cristo. Infatti, scrive l’apostolo ai cristiani di Corinto, richiamando alla loro attenzione, la propria identità di credenti: “Fratelli, voi siete edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”.

Nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, riscontriamo un duplice atteggiamento di Gesù circa la valenza del tempio.

In primo luogo vediamo come il Signore è particolarmente duro verso coloro che avevano fatto del tempio di Gerusalemme, luogo santo per eccellenza di Israele e simbolo della fede, un luogo di commercio e di sfruttamento dell’immagine di Dio per i loro tornaconti economici. Gesù caccia in malo modo quei furfanti, accusandoli di un grave peccato di simonia. Infatti, ci ricorda l’evangelista Giovanni che “si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”. Qui “trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete”. Descrizione di una situazione incresciosa, inammissibile per il particolare posto. E allora cosa fece? “Fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Da questo comportamento di Gesù, i discepoli fecero delle riflessioni e trassero delle conclusioni, che Giovanni, presente come sempre in tutta la vita del Maestro, descrive con queste parole: “I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Il conseguente atteggiamento dei Giudei presenti al fatto, fu quello di prendere la parola e rivolgersi direttamente a Gesù, per sapere il suo pensiero. La domanda di circostanza fu:  «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Occasione buona per Gesù per richiamare l’attenzione sulla sua morte e risurrezione. Avvenimenti che accadranno di lì a poco. Dice Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Questo bellissimo brano del Vangelo di Giovanni è davvero un testo che apre il nostro cuore alle speranza e alla gioia cristiana. Non son i templi materiali, le chiese e i santuari, fatti di pietre e oggetti preziosi, ma sono le persone che contano davanti a Dio. La morte, la distruzione, tutto ciò che è negativo troverà la ragione per riscattarsi in vita, in positività, perché Cristo Risorto è il vincitore del peccato e della morte.

Queste fondamentali verità sono annunciate dalla Chiesa e da chi è il primo responsabile in terra di essa: il Romano Pontefice. Ed oggi che celebriamo  la Dedicazione della Chiesa di San Giovanni in Laterano, questo evento ci richiama immediatamente  la figura e la missione del Papa nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

In questo momento della nostra storia, il Signore ha posto alla guida della sua chiesa, santa e fatta anche di peccatori, Papa Francesco. Per lui, come ci chiede continuamente lo stesso Pontefice, siamo chiamati a pregare e lo facciamo con passione, amore e sincerità con questa mia umile preghiera composta da me per questa ricorrenza annuale:

 

Cristo, Buon Pastore,

che hai scelto alla guida della tua santa chiesa,

Papa Francesco,

assisti il Vescovo di Roma,

perché possa continuare ad annunciare,

nella fedeltà alla tua parola,

il vangelo della gioia e del perdono.

 

Non permettere, o Gesù, Salvatore del mondo,

che le forze del male prevalgano

nei confronti della tua Chiesa,

ma con l’assistenza dello Spirito,

che è Signore e dà la vita,

possa camminare nel mondo

con la forza della vera fede

e con l’energia dell’amore che tutto perdona,

sotto la guida dei pastori che tu hai scelto per amore.

 

Nessuno dei membri della tua chiesa,

sia motivo di sofferenza per il Romano Pontefice,

sulle cui spalle hai messo la responsabilità

di tutto il popolo santo a te consacrato

nel fonte battesimale.

 

Signore Gesù, umile e mite di cuore,

proteggi Papa Francesco,

dall’indifferenza e dall’arroganza di quanti

non sentono il grido dell’umanità sofferente

e non hanno a cuore le sorti delle genti.

 

Conserva, Signore, il nostro amato pastore di Roma,

nella piena salute del corpo e dello spirito,

perché possa continuare a lungo

la sua missione di guida e padre

per quanti cerca con sincerità la verità.

 

Fa che nulla lo turbi e nessuno dei cardinali,

vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi,

seminaristi, laici impegnati nel servizio pastorale,

e fedeli laici sia motivo di interiore sofferenza

per la poca fede e la scarsa adesione al Vangelo dell’amore,

della pace, della giustizia e della fratellanza universale.

 

Maria, la Regina degli apostoli, renda feconda

l’attività missionaria, spirituale e morale

di Papa Francesco, nostro illuminato maestro nella fede

e guida sicura sulle strade del Vangelo che portano al cielo,

nella consapevolezza che si è chiesa sotto la guida

dell’unico Pastore, che è Cristo Signore. Amen

 

 

P.RUNGI.PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO

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PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO

di padre Antonio Rungi, passionista

 

Cristo, Buon Pastore,

che hai scelto alla guida della tua santa chiesa,

Papa Francesco,

assisti il Vescovo di Roma,

perché possa continuare ad annunciare,

nella fedeltà alla tua parola,

il vangelo della gioia e del perdono.

 

Non permettere, o Gesù, Salvatore del mondo,

che le forze del male prevalgano

nei confronti della tua chiesa,

ma con l’assistenza dello Spirito,

che è Signore e dà la vita,

possa camminare nel mondo

con la forza della vera fede

e con l’energia dell’amore che tutto perdona,

sotto la guida dei pastori che tu hai scelto per amore.

 

Nessuno dei membri della tua chiesa,

sia motivo di sofferenza per il Romano Pontefice,

sulle cui spalle hai messo la responsabilità

di tutto il popolo santo a te consacrato

nel fonte battesimale.

 

Signore Gesù, umile e mite di cuore,

proteggi Papa Francesco,

dall’indifferenza e dall’arroganza di quanti

non sentono il grido dell’umanità sofferente

e non hanno a cuore le sorti delle genti.

 

Conserva, Signore, il nostro amato pastore di Roma,

nella piena salute del corpo e dello spirito,

perché possa continuare a lungo

la sua missione di guida e padre

per quanti cercano con sincerità la verità.

 

Fa che nulla lo turbi e nessuno dei cardinali,

vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi,

seminaristi, laici impegnati nel servizio pastorale,

e fedeli laici sia motivo di interiore sofferenza

per la poca fede e la scarsa adesione al vangelo dell’amore,

della pace, della giustizia e della fratellanza universale.

 

Maria, la Regina degli apostoli, renda feconda

l’attività missionaria, spirituale e morale

di Papa Francesco, nostro illuminato maestro nella fede

e guida sicura sulle strade del vangelo che portano al cielo,

nella consapevolezza che si è chiesa sotto la guida

dell’unico pastore, che è Cristo Signore. Amen

 

Preghiera composta da padre Antonio Rungi

4 novembre 2014