Papa

P.RUNGI.LA PREGHIERA PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

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IL TESTO DELLA PREGHIERA DELLA DIVINA MISERCORDIA
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA, TEOLOGO MORALE,
IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DELLA BOLLA
DI INDIZIONE DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
A FIRMA DI PAPA FRANCESCO

CRISTO, VOLTO MISERICORDIOSO DEL PADRE

Convertici  a Te, Gesù,
che sei venuto a chiamare i peccatori
e non i giusti che non hanno bisogno di redenzione.

Convertici a Te, in questo anno giubilare,
indetto da Papa Francesco, per aiutare
il cammino di credenti verso la penitenza,
la conversione e il rinnovamento spirituale e morale.

Riconosciamo, Signore, le nostre colpe di oggi
e tutte quelle della vita passata,
vissuta, molte volte, nell’ ipocrisia e nella falsità.

Noi abbiamo bisogno del tuo perdono
e della tua misericordia
per sentire quanto è grande il tuo amore per noi,
e quanto tieni poco conto dei nostri  errori,
e delle nostre deviazioni ,
dalla tua santa legge, o Signore.

Non abbandonarci, Signore, nella tentazione
di poter fare a meno di Te,
illudendo noi stessi che è possibile
essere felici e vivere senza il tuo sorriso
e dell’abbraccio della tua paternità infinita.

Con il tuo aiuto, vogliamo sinceramente
riprendere il cammino che ci porta a Te,
mediante la Penitenza e l’Eucaristia,
sacramenti della nostra continua rinascita spirituale
nel segno della coscienza di quanto poco valiamo
se non siamo ancorati a Te che sei la Via, la Verità e la Vita.

Non sia, Gesù,  il nostro pentimento
solo e soltanto esteriore o apparente,
ma tocchi le profondità del nostro essere
e le corde di quell’armonia d’amore
che solo tuo puoi ridonarci, Signore.

Convertici a Te, con la tua Parola,
che è luce ai nostri passi,
è forza nel nostro cammino
è consolazione nel nostro patire.

Convertici a Te Signore e abbatti in noi
l’orgoglio e la presunzione di essere giusti
come il  fariseo al tempio,
mentre dovremmo batterci sinceramente il petto,
come il pubblicano che non ha avuto
neppure la forza di alzare gli occhi
e lasciarsi illuminare dal tuo volto,
indegno quale era  di avanzare nel tempio,
quale segno di riavvicinamento a Te.

Signore, converti il nostro cuore,
la nostra vita,
la nostra storia.

Purifica tutto e lava le nostre colpe
nel tuo sangue prezioso  versato sulla croce per noi.
Gesù abbi pietà di noi e non abbandonarci più
nelle nostre illusioni, delusioni e tentazioni,
non abbandonarci nel peccato,
ma donaci il tuo abbraccio di Padre
dal volto tenero e misericordioso.
Amen.

GIORNO DELLA MEMORIIA (SHOA’) 27 GENNAIO 2015

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P.RUNGI (TEOLOGO). UNA PREGHIERA SPECIALE PER IL SETTANTESIMO ANNIVESARIO DELLA SHOA’

In occasione del settantesimo anniversario della Shoa’, padre Antonio Rungi, passionista, teologo morale, docente di storia e filosofia nelle scuole statali ha composto una preghiera per questo giorno della memoria  del 27 gennaio 2015. Il sacerdote in questa orazione richiama all’attenzione dei credenti che pregano il dramma dei fratelli della religione ebraica e l’impegno di tutti nel costruire la pace e il rispetto di ogni razza, popolo, cultura e religione. Affida questa preghiera non solo ai credenti, ma anche a quanti guardano con simpatia la religione ebraica. Ecco il testo dell’orazione:

PREGHIERA DELLA SHOA’
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI
27 GENNAIO 2015
SETTANRESIMO ANNIVERSARIO DELLA SHOA’

Signore Gesù Cristo, Messia atteso dai secoli,
unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre,…
ci rivolgiamo a te, in questo giorno della memoria,
durante il quale, con profondo dolore,
ricordiamo le tante vittime dell’olocausto,
consumato ai danni dei nostri fratelli ebrei,
nei lager della Germania di Hitler.

Non permettere più che nel mondo
ci siamo stragi di persone innocenti,
di qualsiasi razza, religione, popolo,
nazione, condizione sociale e personale
o colore degli occhi o della pelle.
Mai più olocausti del genere,
ma solo pace e speranza per il mondo intero.

In questo giorno, in cui sentiamo forte l’appello
a fare memoria di quanti sono stati uccisi
nei lager nazisti e bruciati vivi,
quali veri martiri del ventesimo secolo,
nei forni crematori di Aushwitz,
Ti eleviamo la nostra umile preghiera,
perché Tu possa illuminare le coscienze e i progetti
dei potenti di oggi e di sempre
di quella vera luce che viene dal cielo
e che hai rivelato a Mosé sul Monte Sinai
e Gesù Cristo ha portato a compimento
sul Monte Calvario, ove tuo Figlio
si è sacrificato ed è morto per i peccati dell’umanità.

Noi rinnoviamo la nostra fede
nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
e ci impegniamo a vivere in comunione con tutti
i nostri fratelli e sorelle del mondo intero,
specialmente con i nostri cugini e predecessori
nella fede nell’unico Dio,
che a tutti ha lasciato come quinto comandamento
quello di Non uccidere e di amare e difendere la vita.

Perdona quanti hanno massacrato fratelli e sorelle
in umanità, durante la seconda guerra mondiale.
Mostri, come i tanti dittatori del scolo scorso,
non abbiano più spazio e possibilità di affermarsi,
in questa umanità del terzo millennio dell’era cristiana,
ma vengano abbattuti con la forza della ragione e della fede
prima che compiano crimini di ogni genere.

Mai più Signore, esaltati e prepotenti che uccidono
e distruggono la vita della gente,
azzerando la speranza e la gioia dell’umano genere.
Mai più crimini contro l’umanità. Mai più per l’eternità!

Te lo chiediamo per l’intercessione di Maria, Regina della pace
e consolatrice degli afflitti e dei disperati,
Te lo chiediamo, inoltre, per intercessione di San Massimiliano Kolbe,
vittima sacrificale sull’altare dell’olocausto
della Germania hitleriana.
Te lo chiediamo, infine, per intercessione
di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein,
la monaca carmelitana, convertita al cristianesimo,
che ha visto gli orrori infiniti della Shoà. Amen.

Papa Francesco non si può uccidere in nome di Dio, ma neppure si può offendere e ridicolizzare le religioni.

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Papa Francesco non si può uccidere in nome di Dio, ma neppure si può offendere e ridicolizzare le religioni. Né irriverenti e né irritanti.

di Antonio Rungi

Mi piace iniziare la mia riflessione con quanto ha detto ai giornalisti Papa Francesco, oggi, 15 gennaio 2015, sull’aereo, nel suo viaggio di trasferimento da Colombo a Manila, ovvero dallo Sri Lanka alle Filippine. Una conferenza stampa che ha riguardato, tra gli altri temi, quello del rispetto delle religioni e della libertà di opinione e pensiero. Tra le risposte date dal Papa ai cronisti che viaggiavano con lui, da Colombo a Manila, ha colpito quella sui fatti di Parigi. Riflettendo sul rapporto tra libertà di espressione e libertà di fede, riproposto dal sanguinoso attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, il Papa ha ribadito che accanto al diritto fondamentale alla libertà d’espressione, c’è quello di ogni fede di potersi esprimere senza essere ridicolizzata. “Non si uccide in nome di Dio, dunque, ma nessuna fede si può prendere in giro. C’è un limite rappresentato dalla dignità che ogni fede possiede”. Infatti rispondendo alla domanda di un giornalista francese sulla libertà religiosa e sulla libertà di espressione come diritti umani fondamentali, Papa Francesco ha detto: “Credo che tutti e due siano diritti umani fondamentali, la libertà religiosa e la libertà di espressione. Parliamo chiaro, andiamo a Parigi! Non si può nascondere una verità: ognuno ha il diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente e così vogliamo fare tutti. Secondo: non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio. A noi ciò che succede adesso ci stupisce, ma pensiamo alla nostra storia, quante guerre di religione abbiamo avuto! Pensiamo alla notte di San Bartolomeo! (Il riferimento è alla strage degli ugonotti, uccisi dai cattolici). Come si capisce, anche noi siamo stati peccatori su questo, ma non si può uccidere in nome di Dio, questa è una aberrazione. Si deve fare con libertà senza offendere, ma senza imporre e uccidere.
Sulla libertà di espressione: ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune. Se un deputato non dice quella che pensa sia la vera strada da percorrere, non collabora al bene comune. Avere dunque questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un grande amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno, è normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri. Papa Benedetto in un discorso (la lectio di Ratisbona, nel 2006) aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava a credere che le religioni o le espressioni religiose sono un sorta di sottoculture, tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminista. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla, prende in giro, si prende gioco della religione degli altri. Questi provocano e può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro mia mamma. C’è un limite, ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana, io non posso prenderla in giro. Ho preso questo esempio del limite per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti, come (nell’esempio) della mia mamma».
Il pensiero del Papa è molto chiaro, a noi spetta il compito di approfondirlo ed essere strumenti di pace e non di guerra in questo mondo, definito della babele globale, facendo riferimento alla biblica torre di Babele che crollo sotto il peso della incomunicabilità e della pluralità di lingue e culture che non si integravano e non interagivano tra loro. E’ quello che sta succedendo oggi.
Dopo gli attentati di Parigi di inizio 2015 è in atto una campagna di autopromozione della libertà di pensiero e di stampa che sono gli stessi media, autoreferenziali, a sostenere, senza confrontarsi con il pensiero reale dei paesi e della gente.
Penso che non sia messa in discussione la libertà di pensiero e di stampa oggi nel mondo, al punto tale che ognuno lo può esprimere liberamente attraverso i suoi blog, siti, internet e social network.
La questione di fondo è quella di rispettare ogni persona, ogni cultura, ogni popolo, ogni religione nell’esprime il proprio pensiero, nel pubblicare le proprie idee, nel fare satira o qualsiasi altra cosa che si intende fare per dire (perché dire fa molte volte più male che fare) che non si condivide quella idea, quel personaggio, quella religione, quel modo di operare, pur nel rispetto delle leggi e delle tradizioni degli altri. Dissentire non significa essere irriverenti ed irritanti. Entro nel merito di questa mia riflessione. La nuova generazione che è nata dopo i tragici eventi del terrorismo di Parigi è la cosiddetta generazione di “Charlie”, riferendosi al giornale satirico francese attaccato dai terroristi islamici al punto tale da fare una strage. Questi uomini armati fino ai denti ed armati da persone più potenti di loro hanno confuso anche loro e chi sono stati i mandanti della strage di fare giustizia con le armi, sbagliando di grosso. Il terrorismo va sempre condannato da qualsiasi parte esso venga. Perciò su un piano morale non possiamo mai, assolutamente mai, approvare cose del genere che mirano ad uccidere e sono finalizzate a creare terrore tra persone libere, che hanno diritto di vivere e non di essere uccise. In questo mondo della babele globale bisogna perciò essere attenti a cosa si scrive e come si scrive. Mi riferisco al giornale satirico Charlie Hebdo che dopo i recenti fatti drammatici è uscito continuando sullo stile della satira e dell’offesa contro tutti. E non parliamo soltanto dell’Islam, parliamo d tutte le religioni, di tutte le massime autorità anche religiose del mondo. Non penso che sia libertà di stampa prendere in giro ed offendere persone e religioni. Se molti sono indifferenti al discorso, magari ci godono pure se si prende in giro la fede cristiana, le tradizioni cattoliche, se si bestemmia in pubblico, nei media, se si attacca impunemente il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, i fedeli laici, tutto sembra che vada nella normalità, facendo passare questo come libertà di stampa, pensiero ed altro, per tolleranza. Per carità di Dio, non vogliamo ritornare ai tempi della cosiddetta “Santa Inquisizione” , che tutto era, tranne che santa o del mettere all’indice ogni cosa ed espressione che contrastava la Bibbia, il pensiero e la morale della chiesa cattolica, ma si chiede semplicemente il rispetto della fede altrui, di chi ha altra fede, o non è per nulla credente, è agnostico, ateo o non si è mai posto il problema dell’esistenza di Dio. Rispettare il pensiero, la fede, la religione degli altri è il primo fondamentale passo della libertà. E siccome la Francia ha fatto una rivoluzione ed il Terrore è stato coniato in questo Paese, proprio per conquistare diritti fondamentali quali la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, perché oggi questi valori si vogliono garantire solo ad una o più rivista laicista, dissacrante e irritante come Charlie Hebdo. Non tutti ci sentiamo della pseudo generazione, nata da pochi giorni, di “Charlie”, noi vogliamo continuare ad essere la generazione di “Gesù Cristo”, che parla di pace, di rispetto, di amore, di tolleranza, di perdono, di riconciliazione, di fraternità, giustizia, libertà da duemila anni. I terroristi del tempo di Cristo lo mandarono a morire sulla Croce, proprio perché parlava d’amore, di verità, di giustizia e di pace. Egli non ha ucciso, non ha preso le armi per sterminare bambini, donne e uomini, ma ha parlato e portato la pace, ha sanato le ferite ed ha guarito i malati, ha risuscitato i morti. I terroristi di oggi ammazzano e alla fine si fanno ammazzare, ma portando avanti un progetto di morte, contro ogni logica di un mondo che pensa e vuole vivere in pace, nella giustizia, nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona. Questo mondo lo devono costruire tutte le culture e tutte le religioni.
Noi non ci identifichiamo nella generazione di chi, per una presunta libertà di pensiero, di azione e di stampa, diventa irriverente ed irritante. Noi siamo della generazione della vera libertà di pensiero che esprime le proprie idee ed agisce per il bene e mai per il male e per fare del male. Noi siamo della generazione di chi per amore della verità va incontro anche al martirio, come ci hanno testimoniato e ci testimonia la vita di tanti martiri cristiani. Hanno subito la morte per professare la fede, senza prendere le armi, senza massacrare nessuno, ma lasciandosi trucidare, seviziare per riaffermare la fede in Gesù Cristo. Lezioni di storia e di vita che non dovremmo mai dimenticare, soprattutto oggi in una babele globale qual è la nostra società liquida e senza consistenza di alcun genere.
E allora andiamo alla questione principale del nostro discettare. Cosa significa essere irriverenti ed irritanti? La risposta la troviamo nel numero post-tragedia della Rivista Charlie Hebdo, uscita in diverse lingue, con 5 milioni di copie tutte vendute, per avere una copia-cimelio che tra qualche giorno verrà bruciata come tante riviste che si leggono, fanno notizia e poi si buttano via. Restano nella memoria i tanti morti uccisi in questi giorni a Parigi, tutti indistintamente, ma restano le immagini della morte dei redattori di questo giornale satirico che, per prudenza, opportunità, rispetto verso quelle vittime e in considerazione del clima generale, poteva e doveva essere più prudente nel numero post-tragedia uscito l’altro ieri. Invece oltre che essere irriverenti, perché ce ne è per tutti, in questo modo si diventa irritanti. E si diventa tali quando si pensa che, in nome della satira, si possa fare e dire tutto. In quale cultura si comprende oggi la satira? E’ un genere letterario e comunicativo scomparso a livello globale. Forse in qualche teatro c’è forse qualche comico che usa questo strumento per far passare pensieri ed idee non solo proprie, ma quelle di un gruppo di pensiero o di potere. Penso a tutte le volte che i cattolici vengono attaccati nelle pratiche, nei culti, nelle tradizioni, nelle devozioni, nelle loro verità di fede e nessuno si ribella, ma tutti, i veri cattolici, pregano per la pace e per la fraternità universale e perdonano, come Cristo ha perdonato dalla croce, perché non sanno quello che dicono e fanno. Anche in questo mondo esistono gli integralisti che fanno male con le parole, con gli scritti e con altri mezzi subdoli, ma mai si sognano di imbracciare un’arma ed uccidere. E qui è segno di maturità, di equilibrio. Il pensiero si, la comunicazione pure, ma mai alimentare il terrorismo di nessun tipo, né quello reale, né quello ideologico, né quello psicologico, ma dare spazio alla libertà, al dialogo, a tutte le voci, senza contrastarsi, in quanto la diversità non è mai una perdita, ma un guadagno.
Ecco volendo arrivare alla conclusione di queste mie considerazione sottolinerei questi due aggettivi che ho scelto per argomentare su una questione di grande attualità che è quella della libertà di pensiero e di stampa di cui si è parlato in questi giorni: irriverente e irritante.
Irriverènte (ant. irreverènte) aggettivo [dal latino irrevĕrens –entis o revĕrens -entis, participio presesente di revereri «riverire»]. – Che vien meno alla riverenza dovuta: ragazzacci irriverenti verso le persone anziane. Più spesso riferito agli atti, indicando non solo la mancanza di riverenza, ma talora l’intenzione cosciente di insultare: tenere in chiesa un contegno irriverente; frasi, allusioni, parole, maniere irriverenti. Avverbio: irriverenteménte, in modo irriverente: comportarsi irriverentemente.
Irritante aggettivo [participio presente di irritare 1. a) Che irrita, che stizzisce: tenere un contegno, fare una osservazione, parlare in tono irritante; parole, frasi, maniere irritante; un rumore sordo e irritante. Anche riferito a persona: è irritante con le sue continue insinuazioni, o con quel suo fare sdolcinato e servile. b) letteralmente: Che aizza, che pungola: “Ed irritante il morso Accresce impeto al corso [del cavallo]” (Foscolo). 2. Di qualsiasi agente chimico o meccanico che provoca infiammazione: sostanza, medicamento irritante (anche come sostantivo maschile: evitare gli irritanti); stimoli che hanno azione i. su qualche parte dell’organismo.

Allora, attenendosi soltanto al significato terminologico, vorrei richiamare all’attenzione di chi parla, scrive, disegna, di dire le cose, ma sempre nel rispetto della persona e della fede degli altri. Chi sono io a dover mettere in ridicolo una verità di fede di qualsiasi religione, soprattutto se consolidata nel tempo ed espressione di una cultura? Su questi argomenti ci sono i teologi e gli esperti, ci sono i capi religiosi, i luoghi dove discutere e affrontare i problemi in una visione globale del mondo. Certo il cristianesimo di oggi non è quello stesso, sul un piano comportamentale ed organizzativo, rispetto ai primi secoli, e così è anche per l’Islamismo, l’Ebraismo, il Buddismo. Le religioni si evolvono con il tempo nelle forme espositive, nell’aprirsi al nuovo. Ci vuole tempo e pazienza e non è con la satira, con gli attacchi gratuiti che si fanno progredire le religioni. E se non progrediscono le religioni e le fedi, non progredisce la società, soprattutto in quelle nazioni che si identificano con la religione stessa e lo stato si professa confessionale e non laico. Ecco criterio fondamentale è il rispetto di tutti senza irritare nessun, perché poi, non tutti si tengono le battute, le offese, ma qualcuno reagisce, anche in modo sproporzionato ad attacchi. Alla fine la religione diventa strumentale per essere satirici e per essere terroristi. In fondo, agli uni e agli altri non interessa la vera fede, la vera religione che parla sempre di pace e non di guerra, interessa solo fare opinione, imporre le proprie idee con la forza della penna o con la forza delle armi. Entrambi sono strumenti di morte, soprattutto le seconde, sorte proprie per portare e fare guerra ed uccidere. Ma le prime non sono meno offensive e distruttive, ben sapendo che le parole possono uccidere più delle armi stesse.
Essere irriverenti e soprattutto essere irritanti ed arroganti non porta alla pace mondiale, ma alla babele totale. E nella confusione delle lingue e dei comportamenti alla fine crolla tutto il sistema del mondo globalizzato, in cui viviamo. Bisogna continuare a scrivere e garantire la libertà di pensiero e di stampa, ma nel rispetto di tutti e con l’equilibrio che è dovuto rivolgendosi ad una società multiculturale e interdipendente soprattutto da Internet. Con una semplice espressione, non comunicata in modo corretto, si possono innescare meccanismi distruttivi che passano per la rete e che poi diventano azioni terroristiche nei confronti di questo o quell’altro giornale o rivista. I giornalisti devono essere equilibrati , rispettosi e umili, perché il quarto potere che hanno nelle loro mani, quella della penna, anzi del computer, della rete, deve fare i conti con i nuovi silenziosi e pericolosi poteri che superano i confini reali delle nazioni e che si identificano con gli stati terroristici globali, organizzati su scala mondiale, mediante le nuove forme di comunicazione. Potrei concludere con una costatazione di fatto: mentre a Parigi si fa satira contro le religioni, in altri luoghi si organizzano le stragi.
Non prestiamo il fianco a simili azioni, ma combattiamo il terrorismo con le forze della giustizia, della pace, della lealtà, dell’onestà, del rispetto, della tolleranza, della libertà, della democrazia, dell’umiltà secondo la logica del vangelo della pace e della gioia che è stato annunciato da Cristo e che Papa Francesco sta rilanciando nel mondo con la sua azione pastorale ed apostolica.

P.RUNGI. LA PREGHIERA IN DIFESA DEI BAMBINI

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P.RUNGI (TEOLOGO MORALE). IN UNA PREGHIERA IL GRIDO DI DOLORE DI PAPA FRANCESCO IN DIFESA DEI BAMBINI DELLA TERRA.

Ha fissato in un testo di preghiera il grido di dolore di Papa Francesco elevato davanti al mondo intero, prima della benedizione Urbi et Orbi in occasione della solennità del Santo Natale 2014. Così padre Antonio Rungi, teologo morale, religioso e sacerdote passionista, ha fatto sue le parole e anche l’invito a denunciare con la forza delle idee, della preghiera, della parola e soprattutto con azioni concrete in difesa dell’infanzia di tutto il mondo quanto ha detto Papa Francesco. Nella preghiera che padre Rungi ha composto a conclusione della solennità del Natale, si trovano tutti i passaggi del discorso di Papa Francesco. “Affido questa preghiera a tutta la cristianità in questo tempo di Natale, in occasione anche della ricorrenza liturgica della festa degli Innocenti che si celebra il 28 dicembre e che quest’anno coincide con la festa della Sacra famiglia, domenica prossima. La preghiera fatta con il cuore, fatta ad alta voce, gridata al mondo intero è già una denuncia che rompe il silenzio connivente e coprente di tanti uomini e poteri che dovrebbero davvero difendere l’infanzia sempre e a livello planetario. Dalle parole del Papa ci aspettiamo una politica mondiale a favore dell’infanzia che la protegga davvero da qualsiasi abuso e violenza, delle leggi più mirate a colpire quanti abusano dei bambini in tanti modi subdoli e offensivi della loro dignità di innocenti vite umane”. Ecco il testo dell’orazione composta da padre Rungi.

Gesù, non piangere più

Signore Gesù non piangere più,
asciuga le lagrime di tutti i bambini del mondo.
Non permettere che mani assassine,…

come ai tuoi tempi Gesù Bambino,
si alzino contro i bambini di oggi e di domani,
ma blocca sul nascere i violenti
e gli erodi del nostro tempo.

Signore Gesù non piangere più,
non versare più lagrime
a causa di questa umanità
indifferente ed insensibile
al dolore e alle sofferenze dei bambini,
immersa nella globalizzazione dell’indifferenza.

Tocca il cuore di quanti
sono incapaci di amare,
fanno solo del male
e agiscono come se Tu
non esistessi affatto.

Ferma le mani insanguinate
di chi non fa nascere i bambini,
uccidendoli nel grembo delle loro giovani madri,
ma incoraggia quanti amano e promuovono la vita
dal primo istante fino alla morte naturale.

Fa piangere lagrime di sangue
a chi odia il fratello
e fa guerra contro gli innocenti,
come tu hai sudato sangue
nell’orto del Getsemani
mentre ti accingevi
ad andare incontro al patibolo
costruito per Te da mani assassine.

Signore, mai più Erode,
mai più il silenzio connivente
di chi di fronte al dolore degli innocenti
invece di gridare forte il no alla violenza
tace per convenienza, viltà o negligenza.

Signore, dalla grotta di Betlemme,
dove tu resti Dio in eterno,
irradia sul mondo intero,
fatto di lagrime, sangue e tenebre,
la luce dell’amore, della giustizia e della verità,
la sola luce che può salvare questa umanità. Amen.

Preghiera composta da padre Antonio Rungi
25 dicembre 2014

COMMENTO ALLA FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA DEL LATERANO

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FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA  CATTEDRALE

DI SAN GIOVANNI IN LATERANO

 

DOMENICA 9 NOVEMBRE 2014

 

Una chiesa viva e coraggiosa nel segno dell’unione.

 

Commento di padre Antonio Rungi, passionista

 

In questa seconda domenica del mese di novembre 2014, celebriamo la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, come  ben sappiamo è intitolata a San Giovanni Battista. E’ la chiesa cattedrale del Vescovo di Roma e come tale ha una funzione simbolica molto importante nel panorama delle chiese costruite fin dai primi secoli del cristianesimo, dopo la pubblicazione dell’editto di Milano dell’Imperatore Costantino, che permise ai cristiani di professare pubblicamente il culto e quindi di realizzare e costruire le chiese, ove radunarsi in preghiera e per celebrare l’Eucaristia.

San Giovanni in Laterano è stata la prima chiesa cattedrale di Roma dove i successori degli apostoli, i vescovi, hanno continuato a svolgere il loro ministero.

In San Giovanni Laterano si sono celebrati concili di grande importanza storica e dottrinale.

La chiesa del Laterano, infatti, è la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta la madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.   Consacrata da papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano.

Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici.

Si comprende quindi il significato di questa festa nella festa domenicale. Andiamo oggi alla sorgente di quella fede, uscita dalle catacombe e dal nascondimento e professata pubblicamente.

La liturgia della parola di Dio di questa domenica ci aiuta ad entrare nel ricordo storico, ma soprattutto nella memoria della fede che non è solo storia del passato, ma vita di oggi della Chiesa di Roma e delle chiese di tutto il mondo.

La preghiera inziale della santa messa di questa festa ci immette nel clima teologico e spirituale più giusto per vivere questa giornata di gioia interiore: “O Padre, che prepari il tempio della tua gloria, con pietre vive e scelte, effondi sulla Chiesa il tuo Santo Spirito, perché edifichi il popolo dei credenti  che formerà la Gerusalemme del cielo”.

Nella prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele l’immagine e la visione del tempio santo di Dio, come luogo di grazia è molto chiara. L’acqua nella Sacra Scrittura indica appunto tutto ciò che è dato gratuitamente dal Signore per la nostra santificazione, che passa attraverso la purificazione. L’acqua del Battesimo ne è il primo importante momento di questo cammino di santificazione nella comunità dei credenti, la chiesa quale popolo in cammino verso i pascoli della rigenerazione interiore e spirituale.Scrive Ezechiele circa le acque del tempio: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».

E’ evidente il riferimento alla grazia rigenerante del battesimo e di ogni altra grazia santificante ed attuale che opera nel profondo del cuore e della vita del battezzato per portarlo progressivamente, attraverso le vicende dell’esistenza umana, non senza difficoltà, alluvioni spirituali, inondazioni, tracimazioni, distruzione, alla ricostruzione e alla rigenerazione dopo la tempesta e il diluvio distruttivo.

Nella seconda lettura, un brevissimo brano tratto dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, troviamo i concetti fondamentali della chiesa come edificio di Dio, costruito con pietre vive sul basamento che è Cristo. Infatti, scrive l’apostolo ai cristiani di Corinto, richiamando alla loro attenzione, la propria identità di credenti: “Fratelli, voi siete edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”.

Nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, riscontriamo un duplice atteggiamento di Gesù circa la valenza del tempio.

In primo luogo vediamo come il Signore è particolarmente duro verso coloro che avevano fatto del tempio di Gerusalemme, luogo santo per eccellenza di Israele e simbolo della fede, un luogo di commercio e di sfruttamento dell’immagine di Dio per i loro tornaconti economici. Gesù caccia in malo modo quei furfanti, accusandoli di un grave peccato di simonia. Infatti, ci ricorda l’evangelista Giovanni che “si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”. Qui “trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete”. Descrizione di una situazione incresciosa, inammissibile per il particolare posto. E allora cosa fece? “Fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Da questo comportamento di Gesù, i discepoli fecero delle riflessioni e trassero delle conclusioni, che Giovanni, presente come sempre in tutta la vita del Maestro, descrive con queste parole: “I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Il conseguente atteggiamento dei Giudei presenti al fatto, fu quello di prendere la parola e rivolgersi direttamente a Gesù, per sapere il suo pensiero. La domanda di circostanza fu:  «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Occasione buona per Gesù per richiamare l’attenzione sulla sua morte e risurrezione. Avvenimenti che accadranno di lì a poco. Dice Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Questo bellissimo brano del Vangelo di Giovanni è davvero un testo che apre il nostro cuore alle speranza e alla gioia cristiana. Non son i templi materiali, le chiese e i santuari, fatti di pietre e oggetti preziosi, ma sono le persone che contano davanti a Dio. La morte, la distruzione, tutto ciò che è negativo troverà la ragione per riscattarsi in vita, in positività, perché Cristo Risorto è il vincitore del peccato e della morte.

Queste fondamentali verità sono annunciate dalla Chiesa e da chi è il primo responsabile in terra di essa: il Romano Pontefice. Ed oggi che celebriamo  la Dedicazione della Chiesa di San Giovanni in Laterano, questo evento ci richiama immediatamente  la figura e la missione del Papa nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

In questo momento della nostra storia, il Signore ha posto alla guida della sua chiesa, santa e fatta anche di peccatori, Papa Francesco. Per lui, come ci chiede continuamente lo stesso Pontefice, siamo chiamati a pregare e lo facciamo con passione, amore e sincerità con questa mia umile preghiera composta da me per questa ricorrenza annuale:

 

Cristo, Buon Pastore,

che hai scelto alla guida della tua santa chiesa,

Papa Francesco,

assisti il Vescovo di Roma,

perché possa continuare ad annunciare,

nella fedeltà alla tua parola,

il vangelo della gioia e del perdono.

 

Non permettere, o Gesù, Salvatore del mondo,

che le forze del male prevalgano

nei confronti della tua Chiesa,

ma con l’assistenza dello Spirito,

che è Signore e dà la vita,

possa camminare nel mondo

con la forza della vera fede

e con l’energia dell’amore che tutto perdona,

sotto la guida dei pastori che tu hai scelto per amore.

 

Nessuno dei membri della tua chiesa,

sia motivo di sofferenza per il Romano Pontefice,

sulle cui spalle hai messo la responsabilità

di tutto il popolo santo a te consacrato

nel fonte battesimale.

 

Signore Gesù, umile e mite di cuore,

proteggi Papa Francesco,

dall’indifferenza e dall’arroganza di quanti

non sentono il grido dell’umanità sofferente

e non hanno a cuore le sorti delle genti.

 

Conserva, Signore, il nostro amato pastore di Roma,

nella piena salute del corpo e dello spirito,

perché possa continuare a lungo

la sua missione di guida e padre

per quanti cerca con sincerità la verità.

 

Fa che nulla lo turbi e nessuno dei cardinali,

vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi,

seminaristi, laici impegnati nel servizio pastorale,

e fedeli laici sia motivo di interiore sofferenza

per la poca fede e la scarsa adesione al Vangelo dell’amore,

della pace, della giustizia e della fratellanza universale.

 

Maria, la Regina degli apostoli, renda feconda

l’attività missionaria, spirituale e morale

di Papa Francesco, nostro illuminato maestro nella fede

e guida sicura sulle strade del Vangelo che portano al cielo,

nella consapevolezza che si è chiesa sotto la guida

dell’unico Pastore, che è Cristo Signore. Amen

 

 

P.RUNGI.PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO

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PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO

di padre Antonio Rungi, passionista

 

Cristo, Buon Pastore,

che hai scelto alla guida della tua santa chiesa,

Papa Francesco,

assisti il Vescovo di Roma,

perché possa continuare ad annunciare,

nella fedeltà alla tua parola,

il vangelo della gioia e del perdono.

 

Non permettere, o Gesù, Salvatore del mondo,

che le forze del male prevalgano

nei confronti della tua chiesa,

ma con l’assistenza dello Spirito,

che è Signore e dà la vita,

possa camminare nel mondo

con la forza della vera fede

e con l’energia dell’amore che tutto perdona,

sotto la guida dei pastori che tu hai scelto per amore.

 

Nessuno dei membri della tua chiesa,

sia motivo di sofferenza per il Romano Pontefice,

sulle cui spalle hai messo la responsabilità

di tutto il popolo santo a te consacrato

nel fonte battesimale.

 

Signore Gesù, umile e mite di cuore,

proteggi Papa Francesco,

dall’indifferenza e dall’arroganza di quanti

non sentono il grido dell’umanità sofferente

e non hanno a cuore le sorti delle genti.

 

Conserva, Signore, il nostro amato pastore di Roma,

nella piena salute del corpo e dello spirito,

perché possa continuare a lungo

la sua missione di guida e padre

per quanti cercano con sincerità la verità.

 

Fa che nulla lo turbi e nessuno dei cardinali,

vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi,

seminaristi, laici impegnati nel servizio pastorale,

e fedeli laici sia motivo di interiore sofferenza

per la poca fede e la scarsa adesione al vangelo dell’amore,

della pace, della giustizia e della fratellanza universale.

 

Maria, la Regina degli apostoli, renda feconda

l’attività missionaria, spirituale e morale

di Papa Francesco, nostro illuminato maestro nella fede

e guida sicura sulle strade del vangelo che portano al cielo,

nella consapevolezza che si è chiesa sotto la guida

dell’unico pastore, che è Cristo Signore. Amen

 

Preghiera composta da padre Antonio Rungi

4 novembre 2014

 

 

 

PREGHIERA PER OTTENERE LA PACE E LA GIOIA DEL CUORE

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A TUTTI I MIEI AMICI DI INTERNET, CREDENTI E NON, CHIEDO DI RECITARE ALMENO PER TRE GIORNI QUESTA PREGHIERA, FINO A DOMENICA, E SE VOLETE ANCHE OLTRE, PER OTTENERE LA PACE NEL MONDO. STIAMO VIVENDO MOMENTI DIFFICILI PER LE TANTE GUERRE IN ATTO NEL MONDO E PER LA MINACCIA DEL TERRORISMO. CI RIVOLGIAMO TUTTI INSIEME IN UNA CATENA DI COMUNIONE SPIRITUALE A DIO PER OTTENERE LA PACE E LA GIOIA DEL CUORE PER TUTTI SENZA CONFINI DI RELIGIONE E NAZIONI, CULTURE E RAZZE. TUTTI UNITI PER LA PACE.

La mia preghiera della gioia 

Signore, donami una mente

capace di pensare solo il bene,

perché chi pensa bene

agisce altrettanto bene,

e chi opera bene e nel bene

sperimenta la gioia per sempre.

 

Signore, donami un cuore tenero,

che vinca le resistenze dell’odio e del risentimento,

e che sappia guardare la realtà

con l’ardore della passione

con la quale Tu ci hai salvato

nel mistero della Croce.

 

Dio della gioia,

fa che questo mondo afflitto dalla noia,

possa sperimentare la vera felicità

che solo Tu puoi donare

a chi cerca sinceramente la verità.

 

Dio della pace,

allontana da noi l’incubo della guerra,

della violenza e del terrorismo di qualsiasi matrice,

e fa che quanti professano la fede in Dio

non alzino mai la mano come Caino.

 

Dio della serenità,

dona ai nostri giorni

e a tutte le persone del mondo

una vita tranquilla e senza affanni,

durante la quale possiamo sperimentare

il tuo amore paterno

e la tua provvidenza,

senza limiti di spazio e dei tempo.

 

Fai scenda, o Gesù, principe della pace,

sul volto di quanti soffrono,

nel corpo e nello spirito,

il tuo sorriso divino,

fatto di serena disponibilità

alla volontà di Dio.

 

La Vergine, Madre della gioia,

che ha sperimentato la vera felicità,

incontrando il tuo volto gioioso

nel tempo e nell’eternità,

interceda per questa umanità,

perché recuperi il dono della gioia e della pace,

amando questa terra con un cuore materno,

aperto alla felicità che non ha tempo.

Amen.

 

Preghiera composta da padre Antonio Rungi

Santuario della Civita, 25 settembre 2014

 

Commento alla parola di Dio di Domenica 13 luglio 2014

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DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO 

METTERSI IN ASCOLTO DELLA PAROLA 

di Padre Antonio Rungi                                 

Viviamo in un mondo, dove tutti vogliono parlare e solo pochi sanno ascoltare. In realtà dovrebbe essere il contrario. Ascoltare molto e parlare poco, perché le nostre parole spesso sono vuote ed insignificanti o addirittura fanno disastro, offendono, mistificano e creano seri problemi di comunicazione interpersonale. Oggi al centro della liturgia della parola di Dio, di questa XV domenica del tempo ordinario, c’è appunto l’importanza dell’ascolto della parola di Dio, della efficacia della stessa e dei frutti che produce in modo diversificato in chi è disponibile a lasciarsi toccare nel cuore da questa parola.

Partendo dalla prima lettura, tratta dal profeta Isaia, cogliamo in essa tutta l’importanza ed il valore della parola di Dio assimilata alla pioggia che cade dal cielo e che irriga e fa germogliare ogni cosa. Quando più è predisposta e dissodata ed accogliente questa terra, che è il cuore e la mente dell’uomo, più la parola di Dio fa effetto e produce frutti, espressi in opere di bene e di santità.

Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Le varie immagini tratte dalla natura e dall’ambiente di vita quotidiana ci aiutano a capire, secondo quando scrive il profeta Isaia, come bisogna rapportarsi alla Parola di Dio, che esce dalla sua bocca e non vi ritorna senza aver prodotto ciò per cui l’ha inviata. Qui è chiaro il riferimento alla Parola di Dio per eccellenza, che è Gesù Cristo, il Verbo Incarnato che viene in questo mondo e salva l’uomo dalla schiavitù del peccato, per poi ritornare al Padre, dove aver ultimato la sua missione di redentore e salvatore. In questa Parola dobbiamo riscoprire il valore e il significato di ogni altra parola di Dio o dell’uomo. Nella misura in cui ci confrontiamo con Cristo, parola di Dio rivelata a noi, noi possiamo comprendere il linguaggio stesso di Dio, che è il linguaggio dell’amore, della misericordia e del perdono. In qesta parola e mediante Cristo, noi possiamo rivolgerci a Dio e pregare così: “Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno”.
Per questa parola che ci ha preso il cuore e la vita, bisogna sapere soffrire ed accettare ogni cosa nella nostra esistenza terrena, senza mai abbattersi, scoraggiarsi, demotivarsi; ma guardando avanti nel segno di questa parola che è vita, gioia, speranza e risurrezione. Se non avessimo fiducia nella parola del Signore, ogni cosa che facciamo come cristiani perderebbe di senso e prospettiva. E’ proprio questa fiducia nella parola del Signore che ci fa operare, agire, sperare e soffrire per amore e con amore, come Cristo ha fatto per noi. L’apostolo Paolo sottolinea questo aspetto nel brano della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla celebre Lettera ai Romani. Egli scrive con grande speranza nel suo core: “Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.

Nel tempo noi gemiamo, soffriamo, patiamo, ma nel tempo, in questo nostro tempo, nel tempo stesso che il Signore ha consegnato nella consistenza e nella qualità a ciascuno di noi, noi costruiamo quello che sarà il senza tempo, sarà l’eternità, sarà Dio per sempre con noi e per noi. Infatti, “noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. E’ questa visione di beatitudine piena e definitiva che predispone il nostro cuore ad accogliere la parola e in nome di questa parola affrontare ogni prova della vita.

In questa logica di accoglienza si comprende benissimo la bellissima ed espressiva parabola detta da Gesù in persona ai tanti suoi amici fedeli che lo seguivano. E’ la parabola del Seminatore. Gesù siede e spiega. La gente è sulla spiaggia ed ascolta. Quale migliore ambiente per rivivere questa parola, oggi, in tempo di ferie estive, per chi se le può permettere, che fare una catechesi in riva al mare, come Gesù osava fare. Catechesi fatte bene, con la calma, nel silenzio, nel raccoglimento. Erano altri tempi, altre spiagge, altri ascoltatori quelli del tempo di Gesù. Oggi le nostre spiagge sono ben altra cosa che luoghi di ascolto della natura e della voce di Dio e dei fratelli. Sono spiagge che svuotano l’esistenza umana, perché la riempiono di cose materiali e la svuotano di Dio e della sua parola di vita.

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Immaginiamo, anzi organizziamo sulle nostre spiagge la lettura e il rivivere questo brano del vangelo di oggi, proclamando con fede, coraggio, amore e passione a quanti usufruiscono dei beni naturali che sono di tutti, perché il mare, la spiaggia, l’acqua, il cielo e tutto il resto sono di Dio e dell’umanità. E allora riascoltiamo nella sua interezza questa parola così bella ed affascinante, che tocca tanti aspetti della vita umana e della predisposizione dell’uomo a farsi prendere per mano da Dio e lasciarci da Lui accompagnare sui sentieri della vera gioia e pace del cuore.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e no comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Vorrei, che ognuno a conclusione di questo itinerario spirituale compiuto oggi ascoltando le tre letture bibliche ed il salmo responsoriale facesse un bell’esame di coscienza. Tra chi mi collocherei oggi, tra le persone che Gesù esamina e pone come metro di paragone per accogliere in modo più o meno ampio e duraturo la sua parola? Siamo la strada, siamo il terreno sassoso, siamo rovi, siamo il terreno buono? In base alla nostra attuale condizione spirituale possiamo dare la nostra risposta. Anzi nel rileggere la nostra vita e la nostra storia ed esperienza di fede possiamo rispondere con maggiore cognizione di causa e precisione. Forse spesso siamo stati tra coloro che hanno solo ascoltato, ma mai messo in pratica; qualche volta abbiamo ascoltato e messo in pratica. Forse raramente abbiamo ascoltato e messo in pratica dando i massimi frutti, compatibili con la nostra persona e la nostra fragilità. Ecco il camminano della parola chiede a tutti noi, fratelli e sorelle, una vera conversione, un cambiamento di rotta, una cambiamento di mentalità che è possibile nella misura in cui ascoltiamo Gesù, la Chiesa, il Papa, i Vescovi, i nostri pastori e non ascoltiamo noi stessi, pensando che noi e soltanto noi siamo fonte di verità e coerenza massima nelle nostre attività, fossero anche quelle più eccelse in campo spirituale ed ecclesiale. Signore donaci l’umiltà del cuore per capire i nostri sbagli e rettificare la nostra vita sulla tua parola di vita. Continua a seminare nella nostra vita la gioia e la speranza che va oltre i confini del tempo e si colloca nella gioia eterna del santo Paradiso. Amen.

La solennità dei Santi Pietro e Paolo – 29 giugno 2014

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Solennità dei Santi Pietro e Paolo

La chiesa di Pietro e Paolo è la Chiesa di Cristo

di padre Antonio Rungi

In questa domenica di fine giugno 2014, celebriamo la solennità di due giganti della fede che sono gli apostoli Pietro e Paolo. Pietro in primo luogo scelto da Gesù, al quale rispose prontamente, lasciando ogni cosa e seguendo lungo la strada della sua missione terrena. Paolo che venne alla fede in Cristo, in seguito, dopo la conversione e in seguito ad una specifica illuminazione del  Cristo ricevuta sulla via di Damasco. La devozione popolare, fin dai primi tempi del cristianesimo, li ha associati nella venerazione e nella proposizione dei loro modelli di vita cristiana. Entrambi apostoli anche se Paolo non ha conosciuto direttamente Gesù, né faceva parte del gruppo dei Dodici, entrambi soprattutto testimoni e martiri in una Roma che non voleva assolutamente che il cristianesimo prendesse piede e si diffondesse, mentre la predicazione e la celebrazione. Sono gli apostoli delle catacombe che ebbero il coraggio di portare avanti l’opera di evangelizzazione, in un impero pagano, senza timore della morte e del martirio. Riflettere sulla loro testimonianza di vita cristiana è per noi cristiani del XXI secolo un forte richiamo ad essere fedeli ai nostri impegni assunti davanti a Dio con il battesimo, sacramento della nostra fede.

Certo Pietro non fu subito capace di entrare nel mistero di Cristo, soprattutto nell’accettare un Messia umiliato ed offeso con la condanna e la morte in croce, fino al punto di rinnegarlo oppure scoraggiato ritornare sui suoi passi mentre già a Roma il cristianesimo aveva preso piede.

Da parte sua, Paolo che da persecutore dei cristiani, presente al martirio, per lapidazione, di Santo Stefano e poi l’apostolo delle Genti, ci dicono questi due santi apostoli come è difficile essere fedeli fino in fondo alla parola di Dio e come è difficile vivere e sentirsi chiesa, non nella solitudine dei nostri pensieri ed attese, ma con la convinzione che noi siamo un solo grande popolo di Dio in cammino verso la vera felicità, quella che Cristo è venuta a portarci con la sua morte e risurrezione e con la sua parola di verità.

Nonostante i limiti umani, Pietro e Paolo, come tutti gli apostoli di Cristo, quelli che nella vita terrena hanno fecondato con il loro sangue la Chiesa: hanno bevuto il calice del Signore, e sono diventati gli amici di Dio. Oggi ci rivolgiamo a due amici speciali di Dio e di Cristo, per chiedere a loro i dono della fede coraggiosa e dell’amore incondizionato verso il Signore. Lo facciamo con una semplice preghiera che come credenti, oggi, nella celebrazione della santa messa eleviamo al Signore nella comunione ecclesiale: “O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede”.

Oggi è la festa del Papa, successore di San Pietro, è la festa del nostro attuale Pontefice, Papa Francesco, ed è anche la festa del Papa emerito, Benedetto XVI che portiamo, entrambi, con la stessa intensità e venerazione nelle nostre umili preghiere.

La figura di Pietro è tratteggiata nella sua straordinaria bellezza spirituale nel momento della liberazione dalla prigionia, sotto il regime di Erode. Gli Atti degli Apostoli ce ne raccontano il dettaglio di tutta l’operazione di “salvataggio” del capo del collegio apostolico che il Signore pose in essere e realizzò, per non lasciare senza guida spirituale il gruppo, che faceva il suoi primi passi verso l’annuncio missionario, nei luoghi della nascita, della vita, della morte e della risurrezione di Gesù. «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva», esclama Pietro, quando si accorge che la liberazione dalla prigionia è soltanto opera di Dio. In quella prigione, in quelle catene ci sono tutti i segni ed i simboli di chi e di come si possa imprigionare la parola di Dio e non farla avanzare. Erode esprime il male in tutti i sensi, Dio esprime la grazia e la liberazione. Anche noi spesso siamo afflitti da catene e prigioni di ogni genere che non ci fanno camminare nella via della verità, della santità e della moralità. Abbiamo bisogno di essere liberati dal male che sta dentro di noi con la grazia, mediante l’angelo della vita e della risurrezione. Preghiamo il Signore che come mandò i suoi angeli a liberare Pietro dalle catene della prigionia fisica invii i suoi angeli a liberarci dalla prigionia del nostro egoismo e diventare credibili annunciatori del vangelo della gioia e della risurrezione. Ne abbiamo bisogno tutti in questo momento storico della chiesa e dell’umanità, dove tanti sono i maestri, ma pochi sono i testimoni. Tanti sono quelli che dicono, ma pochi sono quelli che fanno ed agiscono per il bene della chiesa e del mondo.

Entriamo in quello spirito di oblazione di cui ci parla l’Apostolo Paolo in una delle lettere e passaggi più belli dei suoi scritti inviati all’amico Timoteo: Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. La  coscienza e la consapevolezza di Paolo che Dio aveva operato in lui grandi cose e che a conclusione della sua vita, può dire di tutto e scrivere di tutto dal profondo del suo cuore, lo fa concentrare su due idee che sono di insegnamento per noi “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ed  aggiunge con riconoscenza e gratitudine: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Questo e Paolo e soprattutto questi sono Pietro e Paolo insieme. Un binomio di santi apostoli che ancora oggi ci insegnano amare Dio e a professare la fede in cui, a renderla visibile al mondo intero con la predicazione del vangelo. In passaggio fondamentale della confessione della fede di Pietro in Gesù Cristo, a Cesarea, comprendiamo tutta la portata grandiosa di un dono che Pietro ha accolto e fatto suo, il dono dello Spirito, che gli fa pronunciare parole di straordinario amore e docilità verso Gesù, suo Maestro e Signore: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Una professione di fede che Gesù inquadra in un contesto spirituale ben preciso, e tale deve rimanere: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parole che risuonano nel mondo da 2014 anni. Tutto passa, solo Dio resta. Sono passati, regni, popoli, culture, nazioni, potentati, la Chiesa, fondata su Cristo, nonostante le tante tempeste e i peccati degli uomini di chiesa e dei cristiani, rimane salda al suo popolo, perché la Chiesa non è dei Papi, dei vescovi, dei preti e neppure dei fedeli laici, è solo e soltanto di Cristo. Sono chi vive in Cristo promuove e difende la chiesa con la santità della vita e non con le sole parole di circostanze o nuovi integralismi che possono trovare accoglienza in una chiesa che è e deve continuare ad essere madre, sull’esempio di Pietro e Paolo, apostoli della fede e della comunione ecclesiale.

 

Un Dio che è solo Amore. Commento alla liturgia della SS.Trinità.

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DOMENICA DELLA SS.TRINITA’ – 15 GIUGNO 2014

 UN DIO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AMORE 

di padre Antonio Rungi 

Oggi che celebriamo la festa della SS.Trinità ci viene da domandare come è Dio in se stesso, dal momento che Gesù ce lo ha rivelato come Uno e Trino, come Padre, Figlio e Spirito Santo. Come è in se stesso Dio è facile capirlo dalle parole stesse di Gesù e dalla vita del Cristo, Figlio di Dio, venuto sulla terra per salvare l’umanità dal peccato e dalla perdizione eterna. E’ un Dio amore e solo amore. L’attributo, anzi la natura stessa di Dio è quella dell’amore. Capire questo e approfondirlo a livello personale in una giornata di festa come è quella odierna, la domenica della SS.Trinità, significa fare esperienza di amore. Perché uno dei doveri fondamentali di un cristiano è quello di conoscere, amare e servire Dio. Non c’è amore senza conoscenza e non c’è conoscenza senza amore. E di conseguenza l’amore e la conoscenza ti porta a servire l’amore conosciuto. Chi ama si fa servo e Dio che ama, perché è amore, si è fatto nostro servo ed ha donato la sua vita per noi, solo ed esclusivamente per amore. Ricordiamo, infatti, nel breve brano del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, che  «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». La chiave di lettura di questo grande ed insondabile mistero della nostra fede, sta proprio nel comprendere l’amore di Dio e immergersi in questo amore, con una vita fatta di amore. La santissima Trinità è modello di amore per ogni gruppo ed istituzione ecclesiale e sociale, a partire dalla chiesa, la famiglia di Dio, per poi arrivare alla famiglia naturale, alle famiglie religiose e di consacrati, alla famiglia umana più in generale. Tutti siamo chiamati a vivere nell’amore trinitario e ad esprimere questo amore nella vita di tutti i giorni. Mi preme citare per intero il numero uno dell’Enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus caritas est, in cui il Papa emerito, fa una sintesi del mistero di Dio amore che ha il suo risvolto sulle persone e sul mondo di oggi. Scrive, infatti, Papa Benedetto: 1. « Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ». Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro. In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri”. Sono parole che interpretano in modo coerente anche quella che era la convinzione presso il saggio israelita e che noi troviamo espresso anche nel brano della prima lettura di oggi, tratta dall’Esodo e che nella sua brevità e nei suoi contenuti scarni è tutto un progetto di vita spirituale, di sana dottrina teologica e di forte accento catechetico, che ci dice chi sia Dio e come agisce nei confronti degli uomini: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Dio è ricco di amore. Chi ama, perdona, non si altera, ma tutto sopporta ed accetta. Questo amore grande è misericordioso, che accetta tutto fino a subire il patibolo della Croce, è proprio Gesù, il Figlio di Dio venuto sulla terra per portare amore e pace tra gli uomini. Ce lo ricorda, l’apostolo Paolo nel breve brano della seconda lettura di oggi, incentrato sul tema dell’amore, che porta la gioia e dona la vera vita alle persone. Senza amore si muove, si spegne il cuore dell’uomo, con l’amore, ovvero con Dio, tutta la vita rivive e rifiorisce, perché è vita di gioia: “Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Se, nonostante i tanti anni di vita cristiana, finora vissuti, non ancora abbiamo capito chi è Dio e come va inteso e vissuto nella vita di tutti i giorni il mistero della SS.Trinità, significa che abbiamo avuto poca dimestichezza spirituale ed interiore di questo mistero di amore e donazione. Unità e Trinità di Dio sono il cardine della vita spirituale di ogni cristiano, perché è nella Trinità che tutto si realizza e si porta a compimento, in quanto Dio è il principio e il termine di ogni cosa. Sia questa la nostra preghiera comunitaria oggi, mentre in varie parti d’Italia e del Mondo, la festa della SS.Trinità è celebrata con particolare gioia, ma anche con grande senso di penitenza, rinnovamento e conversione della propria vita al Signore: “Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo”. Amen.