CEI

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XX DOMENICA DEL T.O. 18 AGOSTO 2019

RUNGI-VERDE

Domenica XX del Tempo ordinario

Domenica 18 agosto 2019

Incendiarsi dell’amore di Cristo

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio questa XX domenica del tempo ordinario, sembra essere in netto contrasto con il messaggio d’amore, di unione e di pace che Cristo è venuto a portare sulla terra con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione e soprattutto mediante l’invio dello Spirito Santo su ciascuno di noi.

Soprattutto il testo del vangelo di Luca, che ci mette ansia e preoccupazione ad una superficiale e letterale lettura di esso, quando in realtà esso dice ben altro, utilizzando il paradosso che spesso incontriamo nei discorsi di Gesù. Sappiamo che il paradosso va contro l’opinione o contro il modo di pensare comune, e quindi sorprende perché strano, inaspettato. E qui Luca riporta un altro discorso del Maestro e si concentra nel presentare tre argomenti ben precisi: il fuoco che scende dal cielo, l’immersione battesimale, la divisione nelle famiglie e tra le persone, specialmente quelle legate da vincoli di sangue o di affinità.

Andiamo per ordine nella comprensione di quanto è detto nel testo del Vangelo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”

Per chi non è avvezzo al linguaggio del vangelo, potrebbe vedere Gesù come uno che porta distruzione ed è un piromane per vocazione.

In realtà il fuoco nei vangeli indica lo Spirito Santo. E in questa prima forte affermazione di Gesù cogliamo chiaramente il messaggio dell’accoglienza del dono della fede, della carità e della speranza, in poche parole il dono della salvezza eterna. Accendere questo fuoco significa essere evangelizzatori e promotori della causa di Dio nel mondo.

L’altra forte asserzione che fa Gesù in questo brano lucano è che Egli ha un battesimo nel quale sarà battezzato, e come è angosciato finché non sia compiuto! Gesù di certo non ha bisogno del Battesimo, anche se poi si assoggetta al battesimo di penitenza, praticato da Giovanni Battista nel Giordano, durante il quale c’è la voce dal cielo che  lo rivela ai presenti, in un’altra epifania, qual è veramente il Figlio di Dio, l’amato del Padre, il suo compiacimento totale.

Siamo sempre nello spazio del linguaggio simbolico: il battesimo per Gesù non è un rito, ma è un reale bagno di sangue e di morte. Egli è certamente angosciato di fronte a tale prospettiva, ma è in ansia che si compia presto, che sia cosa fatta per sempre. Non che desideri la morte e la sofferenza, nessuna volontà “dolorista” da parte sua, ma volontà che si acceleri il cammino verso il compimento pieno della volontà di Dio, che è anche la sua volontà. Ma in questa affermazione forte ed angosciante per Lui e per chi lo ascolta, c’è il preciso richiamo alla sua imminente passione e morte in croce. Gesù sta salendo a Gerusalemme con i suoi discepoli e le sue discepole, tenendo ben presente che la meta di quel viaggio è la città santa che uccide i profeti e li rigetta. Dunque, il luogo del suo esodo da questo mondo al Padre attraverso la morte in croce.

Si tratta, quindi, di un vero e proprio annuncio della sua passione e morte, quando sarà immerso nella prova, nella sofferenza e nella morte di croce. Questo evento lo attende, ed egli deve entrare nell’acqua della sofferenza ed esservi immerso come in un battesimo. Non a caso nell’orto del Getsemani suda sangue ed acqua e tutta la sua passione e morte in croce è un lago di sangue ed uno spargimento di sangue continuo fino all’ultima goccia. Al punto tale che Cristo può dire tutto è compiuto. Il suo battesimo l’ha consumato nel dono di se stesso e della sua vita all’umanità.  Gesù è il solo “giusto” – come il centurione proclama sotto la croce dopo la sua morte  – e se il giusto rimane tale non solo è di imbarazzo, ma va tolto di mezzo.

Vi è infine un terzo pensiero di Gesù, che è agganciato ai primi due. Un pensiero che riguarda i discepoli, dunque anche noi oggi.

Con Gesù pensiamo che tutto andrà meglio? Assolutamente no. Sappiamo benissimo e la storia ce lo insegna che più si afferma il Vangelo, più divampa il fuoco dello Spirito, peggio si sta! In quanto il Vangelo è motivo di frattura e di divisione in tutti gli ambienti a partire da quelle famiglie che si dicono cristiane e che nel nome del vangelo dovrebbero andare d’accordo ed invece sono divise e all’intero di esse circola odio e separazioni.  Così pure nella Chiesa, nella società, nel mondo in generale. Ci si divide sempre sul bene da farsi e ci si unisce nel male nel portare ad esecuzione.

E chi è contro il Vangelo divide e non unisce. Lo aveva già preannunziato il vecchio Simeone nel momento della presentazione di Gesù al tempio: Egli è qui come segno di contraddizione di contrapposizione. Gesù è esattamente questo: fa chiarezza tra bene e male, tra guerra e pace, tra odio ed amore. Egli segna i veri confini perché non ci siano commistioni e confusioni di alcun genere. Non è che Egli desiderasse la divisione tra gli umani e nella sua comunità, non che amasse vedere le contrapposizioni alla pace, ma sapeva benissimo come vanno le cose in questo mondo.  Ricordiamo che sono i falsi profeti a dire e a cantare sempre che “tutto va bene!”, mentre invece bisogna essere realisti sinceri e veritieri. Più il Vangelo è vissuto da uomini e donne, più appaiono la divisione e la contraddizione, anche all’interno della stessa famiglia, della stessa comunità. Fino al manifestarsi dell’assurdo, soprattutto ai nostri giorni: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre… Un dato certo ed assodato, dalla storia della salvezza che Gesù è e resta “Principe di pace”, e la sua vittoria è assicurata, ma al Regno si accede attraverso molte tribolazioni, prove, divisioni. Così è accaduto per lui, Gesù; così deve accadere per noi suoi discepoli, se gli siamo fedeli e non abbiamo paura del fuoco ardente del Vangelo e dello Spirito di Gesù.

Questa terza ed ultima affermazione pesante, ma in realtà riflettente tante reali situazioni personali, familiari e sociali, è quella che Gesù pone come chiave di lettura del mondo secondo Dio e secondo gli uomini. Il mondo secondo Dio è mondo di pace, il mondo secondo gli uomini è un mondo di guerre, divisioni e cattiverie di ogni genere. Questo vangelo ci invita a lottare contro tali mentalità e far emergere il vangelo della pace in ogni situazione personale, familiare, sociale e soprattutto ecclesiale.

Il testo del vangelo va interpretato alla luce dei due brani biblici della prima e seconda lettura dei oggi, insieme al salmo responsoriale.

Nella figura del profeta Geremia, come ci viene illustrato nella prima lettura, tratta dal medesimo autore in cui cìoè il tentativo di uccidere Geremia, “perché egli scoraggiava i guerrieri che erano rimasti nella città e scoraggiava tutto il popolo”. Poi il ripensamento da padre del re Sedecìa, dietro suggerimento di Ebed-Mèlec che uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia». Così fu salvato Geremia da una morte certa, per la sensibilità di un etiope. Insegnamento per tutti noi che dobbiamo sempre intervenire nel salvare la vita e mai nel sopprimerla, fosse anche il primo dei nostri nemici e anche il più agguerrito di essi.

Nella seconda lettura di questa domenica, tratta della Lettera agli Ebrei ci viene ricordato l’importanza della testimonianza di quanti hanno fissato con sincerità lo sguardo del loro cammino e pellegrinaggio terreno su Gesù Cristo, “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. Il modello del nostro essere ed agire da cristiani è proprio Cristo Crocifisso, il Quale “di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”. Davanti all’esempio di Cristo “che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” non dobbiamo scoraggiarci e perderci d’animo, in quanto non ancora sperimentato la vera sofferenza e abbandono come l’ha sperimentato il nostro salvatore.

Chiediamo al Signore che accenda in noi il fuoco del suo amore, della sua carità fino al sacrificio supremo della nostra vita per la salvezza degli altri e preghiamo con queste parole della colletta di questa domenica: “O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome”.

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2019

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Domenica 7 aprile 2019

Il perdono che spinge ad operare per non più peccare.

Commento di padre Antonio Rungi
La liturgia di questa quinta domenica di Quaresima si colloca all’interno di un sincero cammino di conversione, rinnovamento e ripresa spirituale e morale. Siamo prossimi alla Pasqua e il Signore ci viene incontro facendoci capire chi realmente siamo e come dobbiamo comportarci con noi stessi e con gli altri. Con noi stessi dobbiamo essere severi e consapevoli delle nostre debolezze e dei nostri peccati, verso gli altri dobbiamo usare misericordia e comprensione, senza legittimare ed appoggiare il male, ma semplicemente capire e perdonare, perché come ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, nessuno può ritenersi giusto e farsi passare per giusto, quando il realtà siamo tutti peccatori e bisogni del perdono di Dio. La donna colta in flagrante adulterio e che viene portata davanti a Gesù, per vedere cosa pensasse in merito ad una legge precisa che Mosè aveva inserito nelle norme di comportamento morale e sociale è un’occasione per fare lezione di perdono e di autocoscienza dei propri errori, propri nei confronti di chi pensava di essere più giusto e più perfetto della donna che aveva peccato di certo. Quelle espressioni di Gesù sono un macigno sulle coscienze di tutti: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Dove sono i santi, dove sono coloro che si pensano migliori e più perfetti degli altri. Non ci sono vanno via, perché tutti siamo peccatori e come tali abbiamo bisogno proprio di Gesù che getta nel mare della sua infinità misericordia tutti i nostri peccati. Quel dito puntato a terra sulla sabbia e che scrive, non si sa cosa abbia scritto, ci aiuta ad entrate nella indecifrabile nostro modo di vivere e di agire, che Gesù cerca di far capire a quanti stanno lì per lì a condannare alla lapidazione una donna peccatrice, come gli uomini fossero dei santi. Alla stregua della donna in peccato lo sono anche chi spinge al peccato e si fa correo dello stesso peccato dell’altro. La donna per essere peccatrice ha dovuto incontrare un uomo altrettanto o se non peggio peccatore come lei. E allora perché condannare solo e soltanto la donna alla lapidazione? A limite entrambi. Invece la cultura di allora e di sempre condanna la donna e mai l’uomo, almeno in ambito sessuale, dove quasi sia legittimato l’abuso, la violenza carnale o il desiderio smodato di piaceri che contrastano con la morale e l’etica cristiana.

La donna peccatrice ci richiama al peccato di ognuno di noi, perché nessuno è senza colpa. Gesù cerca di inculcare il concetto di misericordia e di perdono e non quello della condanna del giudizio o peggio quello di ritenersi più perfetti e santi degli altri. E’ tempo di convertici alla misericordia e al perdono e non al giudizio facile di condanna che circola in tutti gli ambienti, a partire da quell’ambiente religioso e cristiano che dovrebbe dare esempio di santità, ma con ci riesce.

La tristezza e il peso dei nostri peccati potrebbe bloccarci nel cammino verso la santità e la purificazione. Dobbiamo riappropriarci della speranza, della gioia di vivere, nonostante le nostre debolezze del passato o del presente. Ecco perciò che il profeta Isaia parlando ai suoi correligiosi e connazionali, in una situazione di esilio, raccomanda di «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Dio ci è sempre vicino e ci aiuta nel cammino di purificazione e di riscatto della persona dignità e libertà insieme a quello dell’intero popolo di Dio, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi tratto dal profeta Isaia. Il grande uomo di Dio vede un futuro roseo e di speranza per Israele esiliato in Babilonia e il ritorno alla patria è rivisto alla luce di quel primo grande esodo dall’Egitto alla Terra Promessa. Tutta la sofferenza bisogna metterla alle spalle, perché chi ci fa rimpiangere il passato, le cipolle dell’Egitto, è il Diavolo, che ci offusca la mente nel vedere le costanti possibilità per ognuno di uscire dalla miseria del peccato e da ogni schiavitù umana.

Non a caso san Paolo nel bellissimo testo della seconda lettura di questa domenica, tratta la celebre lettera ai Filippesi, scrive parole stupende circa la sua nuova condizione di apostolo di Cristo e non più persecutore della religione nuova, incentrata sull’amore, che Gesù aveva iniziato a diffondere e che aveva trovato forte opposizione in Israele: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Ciò che non è Cristo e non porta a Cristo è davvero qualcosa da buttare vita, nella spazzatura, magari facendo un’opera di selezione di ciò che è più urgente e immediato da buttare via analizzando attentamente la nostra vita. Fare la differenziata anche per la nostra anima; via subito i peccati gravi e mortali e poi all’opera per raggiungere la perfezione, ma facile da perseguire in considerazione delle tante miserie umane. Perciò la santità è un lento difficile cammino che si può raggiungere mettendo ogni sforzo per farlo e farlo bene: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”. E come l’Apostolo delle Genti dobbiamo sapere questo: dimenticando ciò che ci sta alle spalle e protesi verso ciò che ci sta di fronte, corriamo insieme e felici verso la mèta, verso quel premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Quale migliore corsa dobbiamo fare per essere felici qui in terra e soprattutto eternamente in cielo e diciamo con fede: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Amen.

Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

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Pagani (Sa). Domani mattina i funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca

di Antonio Rungi

Si svolgeranno domani mattina, mercoledì 27 marzo, alle ore 10.00, nella Basilica Pontifica di Sant’Alfonso dei Liguori, in Pagani (Sa), i solenni funerali di monsignor Antonio Napoletano, vescovo emerito di Sessa Aurunca e religioso redentorista. A presiedere il rito sarà l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, presidente della Conferenza episcopale campana. Parteciperanno tutti i vescovi della Campania.

La salma del Vescovo da Teggiano arriverà a Pagani, alle ore 11,30 di oggi martedì 26 marzo, e nella Congrega del Collegio  sarà allestita la camera ardente.

A dare la notizia della morte varie diocesi. In primo luogo, quella di Sessa Aurunca, di cui era stato vescovo. Infatti, in una nota S.E. Mons. Orazio Francesco Piazza, Vescovo di Sessa Aurunca, i presbiteri, diaconi, religiosi, religiose e seminaristi oltre che profondamente addolorati per la perdita del vescovo emerito “si uniscono nella preghiera alla famiglia redentorista e alla famiglia Napoletano per l’operato di un pastore mite, instancabile e premuroso”.

Stesso motivo di dolore anche per la numerosa comunità diocesana di Teggiano-Policastro, dove monsignor Napoletano era impegnato, vicino al vescovo della Diocesi, monsignor Antonio De Luca, suo confratello redentorista, nella quale dal 2013 si era ritirato, dando un contributo notevole nell’attività missionaria della Chiesa locale, tipica dei Redentoristi.

In merito al grave lutto, anche «Il Vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Giuseppe Giudice, in comunione con il Presbiterio e la Chiesa diocesana affida a Gesù Buon Pastore l’anima eletta di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Antonio Napoletano e chiede a tutti la preghiera per il Servo buono e fedele che con generosità, emulo di Sant’Alfonso Maria de Liguori, ha amato e servito la Chiesa negli anni del suo lungo ministero».

Nel ricordare la sua figura, il suo segretario personale, per tutto il periodo del suo episcopato a Sessa Aurunca, unica diocesi di cui è stato pastore, don Giampiero Franzi scrive: “Sulle orme di Gesù buon pastore e redentore, per annunciare a tutti il suo vangelo”. Così può essere sintetizzato il programma e il cammino sacerdotale ed episcopale vissuto da monsignor Antonio Napoletano, prima come missionario redentorista e poi come vescovo della diocesi di Sessa Aurunca. Abituato a lavorare in silenzio e umiltà; uomo prudente, dal cuore sensibile e sincero, dalla profondità dei pensieri, Padre Antonio è stato tutto appassionato per la persona viva di Cristo e per la realtà concreta della sua Chiesa. Nella sua azione magisteriale, pastorale e amministrativa, si è lasciato guidare dalla Parola di Dio, dal Concilio Vaticano II e dal Catechismo della chiesa cattolica. Mons. Napoletano, servitore integerrimo, uomo di forte spessore intellettuale e di attenta riflessione, nel solco luminoso dei predecessori, ha costantemente avuto a cuore la centralità del mistero di Cristo nella vita della chiesa, la formazione permanente e la fraternità del clero e la comunione del popolo di Dio (con particolare attenzione agli ammalati e bisognosi). Il patrimonio del suo pensiero e del suo cuore traspare dalle sue parole e dai suoi molti scritti. Interessanti le sue numerose lettere pastorali, pubblicazioni, articoli su Avvenire, su Riviste specializzate. La specificità del suo compito e del suo stile di vita è stata “l’educazione alla vita buona del vangelo”: la fede cioè deve diventare un patrimonio interiorizzato della coscienza e trasformare la vita. Con costanza, sobrietà e zelo, certo che il cattolicesimo non può essere confinato nella ripetitiva e asettica applicazione di precetti e regole, ha educato e invogliato tutti a non rimanere prigionieri del passato per diventare cristiani più credenti e testimoni più credibili. Granitica guida spirituale, ha dato fiducia, ha incoraggiato, ha ascoltato e a ha sostenuto chiunque aveva desiderio e volontà di compiere il bene e cooperare alla costruzione del Regno”.

Monsignor Antonio era nato Nocera Inferiore l’8 Giugno 1937, era entrato giovanissimo tra i Padri Redentoristi. Completati gli studi filosofici e teologici fu ordinato presbitero il 19 marzo 1961.

Nella Congregazione dei Redentoristi ha ricoperto vari incarichi, tra cui quello di Superiore Provinciale, di Docente, di Rettore del Santuario di San Gerardo Majella, a Martedomini.

Conosciuto e stimato per il suo impegno culturale, educativo e missionario fu letto alla sede vescovile di Sessa Aurunca il 19 novembre 1994, da Giovanni Paolo II,  e fu ordinato vescovo il 6 gennaio 1995.

Ha guidato la diocesi di Sessa Aurunca per circa un ventennio, lasciandola per raggiunti limiti di età nel 2013.

Monsignor Napoletano non mancava mai di citare un motto polacco, molto caro a Giovanni Paolo II, che dice “Chi vive tra i giovani, diventa giovane”, e la chiesa di Sessa  Aurunca era per lui una chiesa fatta da giovani.

“Monsignor Napoletano, era un missionario nello spirito –ricorda padre Antonio Rungi, direttore dell’Ufficio Comunicazione della Diocesi di Sessa Aurunca e Direttore della Pastorale del Turismo, sport e spettacolo della stessa diocesi – ma soprattutto nell’azione pastorale, forte dell’esempio del fondatore dei Redentoristi, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, per il quale organizzò un importante convegno in occasione del terzo centenario della nascita, nel 1996 del grande santo napoletano e vescovo di Sant’Agata dei Goti, al quale era profondamente legato come suo maestro e guida spirituale e pastorale nel suo lungo servizio alla Chiesa e alla Congregazione del Santissimo Redentore.

P.RUNGI. LA RIFLESSIONE PER LA QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 10 FEBBRAIO 2019

RUNGI-VERDE

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Domenica 10 febbraio 2019

Ecco, Signore, manda me per annunciare il tuo Vangelo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa quinta domenica del tempo ordinario ci aiuta a discernere bene la nostra vocazione cristiana e la nostra vocazione missionaria.

Tutti, in base al Battesimo, siamo inviati ad essere portatori della buona notizia del Vangelo, secondo il proprio stato di vita, dal semplice fedele laico, che vive nel mondo e a contatto con le cose del mondo, ai sacerdoti e religiosi, ai vescovi.

Tutti oggi veniamo interpellati dalla parola di Dio in merito all’impegno di essere profeti in mezzo al popolo, portando la gioia e la speranza nel cuore di ogni persona.

Nella prima lettura di oggi, il profeta Isaia racconta e descrive la sua chiamata ad essere profeta delle nazioni.

In una visione, di cui ce ne descrive i particolari, ci indica il contenuto stesso della sua chiamata ad essere profeta. “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali».

Al canto solenne del Santo fatto dai Serafini, “vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”.

A questo punto il profeta si sente perduto e non si scorge degno ed adeguato alla missione alla quale è chiamato: “un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito”.

Continua la visione e Isaia descrive ciò che accadde subito dopo: “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato».

La purificazione del cuore e delle labbra del profeta è ormai completata e lui può svolgere, ora, il suo compito e la sua missione.

Infatti, Isaia “udii la voce del Signore che gli diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». Non c’era disponibilità ad assumere questo difficile compito. Allora il profeta rispose: «Eccomi, manda me!».

Inizia così l’avventura profetica di Isaia a servizio della parola di Dio e annunciatore della volontà di Dio in mezzo ad un popolo dalle labbra impure.

Alla prima lettura di questa domenica gli fa eco il Vangelo di Luca che parla della missione della sequela di Cristo. In questo brano si racconta della pesca miracolosa e della successiva chiamata di Pietro e degli Apostoli a seguire Gesù. Sono citati, infatti, questi due eventi importanti riguardanti Gesù e i suoi discepoli per riportare all’attenzione di chi legge ed ascolta la potenza dell’amore di Cristo sulle persone disponibili e docili a seguirlo.

Un gruppetto di pescatori delusi da una notte intera di inutile fatica di una pesca infruttuosa, con l’intervento di Gesù si rimette in moto e riparte proprio da lì, dove si era fermato. Gesù, infatti, chiede a Pietro di fare tre cose: di scostarsi dalla riva e di buttare nuovamente le reti in mare; di non avere paura, promettendogli che sarà, da ora in poi, un pescatore di uomini e non più di pesci. E così, convito da Gesù. Pietro si affida totalmente a Lui: “Va bene, Maestro, sulla tua parola getterò le reti”.

Che cosa spinge Pietro a fidarsi di Gesù ciecamente? Una cosa è certa: nella persona di Gesù ha visto l’amore.

Pietro si è sentito amato, in quel momento di delusione e di sofferenza sente che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Credendo alla parola del Signore, credendo all’amore di Dio, Pietro e il resto del gruppo dei pescatori che lavoravano con lui riceve una copiosa pesca, quale dono alla risposta affermativa data.

Simone davanti al tale prodigio si sente stordito, inadeguato. Lui esperto pescatore, deve alzare le mani davanti al Signore, che rende copioso ogni altro genere di pesca. Ecco perché si rivolge a Gesù e pronuncia parole di grande umiltà: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Gesù, di fronte allo stupore di Pietro e al riconoscimento della sua pochezza umana e spirituale, lo incoraggia a non pensare più al suo passato e ai suoi peccati, ma a guardare avanti con fiducia e speranza al suo futuro, che inizia proprio da lì.

“Non temere, gli dice, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.  Per cui, Pietro e gli altri, abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe avuto senso restare, si mettono a seguire il Maestro verso un altro mare, senza neppure domandarsi dove li condurrà. Vanno dietro a lui. Vanno dove li porta il cuore.

Il grande e coraggioso gesto di abbandonare ogni cosa per seguire il richiamo di Dio ci fa da sprone ad abbandonare ogni cosa che ci porta lontano da Dio per farci ritornare a Lui con tutto il cuore e soprattutto con un cuore davvero pentito.

Anche l’apostolo Paolo segue la scia del Maestro, dopo la sua conversione, sulla via di Damasco. Anche per lui avviene un cambiamento radicale che lo porta a proclamare il Vangelo ai cristiani di Corinto, a quali raccomanda di restare saldi in esso e dal quale sono salvati, se lo mantengono integro nei contenuti e nella forma.

Il nucleo essenziale di questo vangelo che annuncia Paolo è lo stesso che egli ha ricevuto, e cioè “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”.

Di fronte a queste sublimi verità di fede, ma anche di storia della prima comunità cristiana di Gerusalemme, Paolo si sente come “il più piccolo tra gli apostoli”, anzi non si ritiene neppure degno “di essere chiamato apostolo perché ha perseguitato la Chiesa di Dio”. La coscienza del proprio passato lo tormenta, ma poi aggiunge che “per grazia di Dio, ora è quello che è, cioè completamente diverso dal passato, tanto è vero che la grazia di Dio in lui non è stata vana”. L’apostolo riconosce questo speciale intervento di Dio a suo favore per portarlo sulla retta via della santità e dell’ annuncio missionario della salvezza, a punto tale che afferma che egli ha fatto molto di più, come apostolo, non in senso stretto, rispetto ad altri che lo erano a pieno titolo. Evidenzia Paolo un santo orgoglio missionario ed apostolico che non si può negare a lui, essendo un fatto evidente e ben conosciuto presso i cristiani di allora.

Isaia, i 12 Apostoli, Paolo di Tarso sono una triade di riferimento biblico a fare dell’attività apostolica e missionaria l’impegno prioritario di ogni cristiano. Perciò a ben ragione possiamo elevare al Signore questa umile preghiera di inizio messa: “Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Amen.

P.RUNGI – COMMENTO ALLA XXVII DOMENICA DEL T.O.- 7 OTTOBRE 2018

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 7 ottobre 2018

L’essere per la comunione e per un amore puro e innocente

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario ci fa riflettere sulla dignità della coppia umana e del matrimonio, come espressione di autentico amore, tra uomo e donna, secondo quanto stabilito dal Creatore, nell’atto della creazione.

Il libro della Genesi, che leggiamo come prima lettura oggi, ci riporta a questo momento della creazione della donna, successiva a quello dell’uomo, in quanto Dio stesso, che aveva già creato l’uomo si accorse che non era giusto che l’uomo fosse solo; per cui decise, per amore, di dargli un aiuto che gli corrispondesse. E così fece.

Il racconto biblico è molto significativo ed ogni parola e gesto ha una sua valenza di amore e di attenzione per la donna e verso la coppia, che così si costituisce nella pienezza di un amore vicendevole e di complementarietà. “

“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.

A questo punto l’uomo prende consapevolezza e coscienza che si trova di fronte ad un essere uguale a lui, anche se con una struttura biologica e fisica diversa. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta».

Due individualità singole, anche se uguali nella dignità e nel valore creazionale, non fanno coppia, né costituiscono di per sé la base di un amore reciproco. Bisogna quindi lavorare in quella prospettiva. Il superamento della solitudine individuale porta le due soggettività a prendere la decisione di fare coppia, in poche parole di mettersi insieme e fare famiglia.

Tanto è vero che il matrimonio naturale nasce da questo bisogno di superare l’individualità per formare una famiglia e costituire in comunione di vita due persone, due esseri umani con la stessa dignità e lo stesso peso rispetto alla vita e alla società: “Per questo l’uomo – leggiamo nel brano- lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Questa espressione finale “un’unica carne” significa esattamente un unico progetto di vita per la vita e per l’amore.

Un progetto che si deve costruire e realizzare giorno per giorno, in quanto nulla è dato per scontato tra gli esseri viventi ed umani, al punto tale che le decisioni assunte, vanno vissute nella quotidianità, superando i limiti e le difficoltà, insite nella relazione di coppia, soprattutto ai nostri giorni.

Ecco perché nel Vangelo di oggi, di fronte a delle richieste di alcuni farisei che lo vogliono mettere alla prova Gesù, circa la questione del divorzio, il Maestro replica con quanto è scritto nella legge mosaica, ma, nello stesso tempo, potenzia il discorso sulla dignità del matrimonio affermando i due principi basilari del matrimonio stesso: unità e indissolubilità, ovvero fedeltà e coerenza per tutta la vita.

Quindi è chiaro che non è lecito ripudiare la moglie o il marito, anche se Mosè aveva permesso di sottoscrivere l’atto di ripudio per la durezza del cuore di chi aveva deciso liberamente di vivere da sposato.

Ma il volere di Dio è diverso. Infatti nella Genesi è scritto esattamente che l’uomo una volta che decide di mettere su famiglia deve camminare per questa strada, in quanto l’uomo non ha potere ed autorità di dividere quello che Dio ha unito.

Chiaro riferimento alla sacralità del matrimonio cristiano che è unico ed indissolubile.

Discorso molto dedicato ai nostri giorni, che deve confrontarsi con la pluralità delle culture, delle fedi, del modo di intendere e vivere la scelta coniugale nella società e nella chiesa di ieri, di oggi e di sempre.

Possono cambiare alcune forme esteriori, ma la sostanza del discorso e dell’argomentazione di Gesù rimane inalterata.

Infatti è Gesù stesso che ribadisce ai discepoli il suo pensiero e il suo insegnamento in merito.

Leggiamo nel brano del Vangelo che una volta rientrati a casa, i discepoli interrogarono di nuovo Gesù su questo argomento del matrimonio, del divorzio, dell’infedeltà coniugale. Ed Egli disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

In poche parole, rompere il vincolo o patto coniugale è frantumare la famiglia, che è la base della società e della stessa comunità cristiana. Si ribadisce il totale rifiuto del divorzio nella prospettiva cattolica, anche se, oggi, si va verso un’accoglienza pastorale dei divorziati come cammino spirituale necessariamente da farsi, perché la Chiesa, come scrive Papa Francesco, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno.

Per essere accogliente, anche nella pastorale familiare, la Chiesa deve assumere come modello di comportamento quello dei bambini, citati nella parte finale del Vangelo di oggi.

Gesù a chi rifiuta una visione di chiesa dell’innocenza e della semplicità ribadisce che lo stile vero di una chiesa vera è quella rappresentata iconograficamente dai bambini: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

E allora quale deve essere lo stile di ogni cristiano? E’ abbracciare la semplicità, l’innocenza, la purezza, è benedire e sanare.

Concetti che troviamo espressi nel secondo brano della parola di Dio di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Gesù Redentore e Salvatore, coronato di gloria e che è vicino ad ogni uomo della terra. Quel Gesù che non si vergogna di chiamarci fratelli, anche se degli esseri umani sono stati a condannarlo ad una morte infamante.

Dalla croce e con la croce, Gesù ha riportato nel solco dell’amore, del perdono e della fratellanza universale tutto il genere umano. Egli è davvero l’unico punto di convergenza e di unificazione di tutte le genti e di tutti i rapporti umani, a partire da quelli familiari.

Sia questa la nostra comune preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XIII DOMENICA TO- 1 LUGLIO 2018

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 1 luglio 2018
 
Noi siamo per vivere in eterno con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo
 
Commento di padre Antonio Rungi
 
Oggi la parola di Dio ci porta a riflettere sulla vita e sulla morte, sullo scorrere del tempo e sull’eternità, sulla nostra condizione umana, ma anche sul nostro destino oltre il tempo, che è l’immortalità.
Il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro della Sapienza, ci racconta chi realmente siamo, come eravamo e perché siamo diventati quello che siamo.
Prima cosa da sapere con assoluta certezza che “Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi”.
Dio ci ha creato per un’eternità e non per un tempo limitato, in quanto Dio ha creato le cose perché vivano, perché esistano e non muoiono.
Il regno dei morti è sulla terra, quello del cielo è eterno. Infatti, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto ad immagine della sua natura.
Cosa sia successo, dopo questo atto creatore destinato solo alla vita, lo capiamo, nella parte finale del brano del Libro della Sapienza che ci accompagna oggi nel riflettere sulla vita e sulla morte: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”.
E non si riferisce alla sola morte corporale, definita da San Francesco “Sorella”, ma a quella spirituale, la seconda morte, quella della vita della grazia e dell’interiorità dell’uomo. Di questa morte ne fanno esperienza coloro che le appartengono, cioè coloro che vivono nella anemia spirituale ed interiore, vivono nel peccato e non lavorano per la loro risurrezione interiore.
E per la salute fisica e spirituale sono tutti i miracoli compiuti da Gesù. Egli vuole portare consolazione e benessere esteriore ed interiore a quanti credono e sperano il Lui.
Nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Marco, è raccontata, infatti, la risurrezione della figlia del capo della Sinagoga, Gairo, “il quale, come vide Gesù, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Gesù, nel frattempo, nel suo itinerare tra la gente per portare salute, conforto ed aiuto, tra cui la guarigione di una donna affetta, da anni da emorragia, “quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo”. Gesù chiede a quel padre che si rivolge a Lui per salvargli la figlia, di avere solo fede. E questo lo dice per indicare quale strada dobbiamo percorrere per arrivare ad ottenere ciò che chiediamo al Signore. Ci vuole una fede sincera, forte e speranzosa nell’aiuto divino, altrimenti non si ottiene nulla. Ed infatti, la figlia di Gairo viene guarita per la fede incrollabile del padre di questa bambina.
Con quali gesti Gesù guarisce? Sono descritti in questo brano del vangelo, che è tra i più belli di quelli che leggiamo, anche perché riguarda una bambina. Infatti, Gesù giunse alla casa del capo della sinagoga e vide gente che piangeva e urlava forte, come capita in ogni situazione di morte, specie quelle inattese e che riguardano bambini e persone innocenti e buone.
Gesù, quindi entra nella casa di Gairo e dice loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».
Gesù infatti non sta falsificando la realtà, ma sa benissimo che in suo potere riportare in vita i morti.
La gente quindi prende in giro Gesù, lo deridono. E lui non si arrabbia, né li maltratta, ma con grande gentilezza, vista la loro incredulità, li invita ad uscire fuori dalla casa della bambina morta. Non li vuole spettatori passivi di un evento, ma protagonisti nel credere.
Via tutti gli estranei, quelli che spesso, anche in certe morti dei nostri giorni e della nostra società, sono lì solo per salvare la faccia o fare la sceneggiata o per dovere di cronaca. Gesù prende “con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina”. La famiglia della bambina e la famiglia di Gesù, gli Apostoli. Cosa fa allora? “Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni”. Il miracolo è compiuto, la gente che derideva, era scettica e non credeva, fu presa da grande stupore. Alla fine dispose anche il da farsi subito: “raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare”. Segretezza e servizio di sostentamento fisico, dopo la dura prova affrontata la bambina.
Ben diversa è la guarigione dell’emorroissa, come viene definita questa donna. Di cui ci racconta il Vangelo di oggi: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Da evidenziare in questo contesto il numero dodici, riportato due volte per i 12 anni di malattia della donna guarita e per i 12 anni della bambina riportata in vita. C’è tutto un simbolismo biblico in quel numero 12 che va capito e approfondito alla luce della storia della salvezza e della parola di Dio rivelata.
E come riflessione conclusiva sui testi biblici della prima lettura e del vangelo di Marco, ci viene in aiuto l’Apostolo delle Genti, San Paolo con il brano della sua seconda lettera ai Corinzi inserito nei testi biblici di oggi, il quale ci rammenta che “come siamo ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che cii abbiamo insegnato, così dobbiamo essere larghi anche nel fare il bene. Il modello di comportamento a cui ispirarci è Gesù. Infatti, noi conosciamo perfettamente chi è Cristo: “da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”.
Concretamente cosa significa questo? Come dobbiamo agire nella vita di tutti i giorni, considerando tante reali situazioni e necessità? Un criterio operativo e morale viene detto con chiarezza in questo testo paolino: “Non si tratta di mettere in difficoltà alcuni per sollevare gli altri, ma che ci sia uguaglianza”. In poche parola la solidarietà, l’aiuto, la collaborazione tra i cristiani deve essere un fatto scontato. Infatti la nostra abbondanza, se c’è, deve supplire all’ indigenza di chi non ha nulla, perché anche la loro abbondanza, quando c’è, supplisca poi alla nostra indigenza, in caso di necessità. Quindi uguale trattamento e uguale preoccupazione tra i credenti in Cristo. Quali devono sapere che «colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno». La nostra felicità non dipende dal possedere e dall’avere sempre di più, ma dall’essere sempre migliori in tutto.
Sia questa la nostra preghiera, in comunione con tutta la Chiesa: “O Padre, che nel mistero del tuo Figlio povero e crocifisso hai voluto arricchirci di ogni bene, fa’ che non temiamo la povertà e la croce, per portare ai nostri fratelli il lieto annunzio della vita nuova”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2018

CORPUS DOMINI 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

Domenica 3 GIUGNO 2018

Gesù, donaci anime eucaristiche, capaci di offrire come Te la loro vita.

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci impegna in un modo del tutto singolare nel meditare su questo grande mistero della fede: Gesù come Egli stesso ci ha detto, nell’ultima cena, è presente in mezzo a noi con il sacramento dell’eucaristia, per accompagnarci nel cammino della vita terrena, con questo sacramento, che, come tutti i sacramenti, ci dona la grazia santificante. Qui la grazia è ricevuta direttamente mediante l’assunzione del corpo di Cristo con l’ostia consacrata e il bere il vino consacrato, perché in questi due segni scelti da Gesù Egli è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Il testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo ci racconta il momento dell’istituzione dell’eucaristia nel giovedì santo, in quell’ultima cena di Gesù fatta con gli Apostoli, prima di essere condannato a morte. “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Pane e vino segni della sua presenza speciale e sacramentale in mezzo a noi. Il Pane che fa riferimento al suo corpo donato e il vino al suo sangue versato, fino all’ultima goccia, sulla croce per salvare l’umanità. E sul sangue offerto a Dio è incentrato il testo della prima lettura di oggi, tratto dall’Esodo, in cui è scritto che Mosé “si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».  Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Chiaramente questo sangue è prefigurazione del sangue di Cristo versato sulla croce per noi, anzi nel mette in risalto, anticipatamente, il valore redentivo e la risposta che i credente deve dare a Dio, quale segno di riconoscenza e gratitudine verso di Lui.

Agganciandosi proprio a questo testo, l’autore della Lettera agli Ebrei, sviluppando la sua riflessione biblica e teologica sul valore del sangue nell’Antico Testamento, si concentra sull’infinito valore del sangue di Cristo versato sulla croce per la redenzione dell’umanità. Leggiamo, infatti, “se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Gesù quindi superare la vecchia alleanza e la porta a compimento con la sua morte e risurrezione, soprattutto versando il suo sangue, quale elemento identificativo della vera oblatività e vittimalità del Figlio di Dio. “Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna”.

Nella liturgia solenne del Corpus Domini, oltre al valore della santa messa, da cui parte tutto il culto eucaristico al di fuori di essa, è messa in risalto la Chiesa, che nell’eucaristia si ricostruisce e si rigenera continuamente. Nella sequenza che caratterizza questo giorno speciale, nella sua parte iniziale che, di norma non si legge in chiesa, ma che è importantissima peri contenuti teologici e biblici, oltre che spirituali e dogmatici inclusi possiamo meglio entrare nel grande mistero della santissimo sacramento, incentrato sulla transustanziazione, sulla comunione, sull’unione, sulla purificazione del cuore e sulla conversione: “Sion, loda il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici. Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno. Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona”.

Sta in questo bellissimo testo della sequenza la sintesi del grande mistero della presenza reale di Gesù Sacramentato nell’ostia consacrata. A Gesù eleviamo la nostra umile preghiera, in questo giorno solennissimo del Corpus Domini, con queste parole che sgorgano dal nostro cuore, particolarmente sensibile alla santissima eucaristia: “O Gesù Eucaristia, qui presente sacramentalmente in corpo, sangue, anima e divinità, nell’ostia consacrata, Ti adoriamo profondamente con tutto il cuore e la mente e crediamo fermamente che Tu, o Gesù, sei il Dio vivente, che si dona a noi nel santissimo sacramento da Te istituito nell’ultima cena, per essere nostro alimento nel cammino dell’umana esistenza. O Gesù amabilissimo, tutto nascosto nei veli eucaristici, insegnaci a praticare la santa umiltà per farci cibo e bevanda per il bene dell’umanità. Fa che diventiamo, anche noi, pane spezzato e sangue versato per amare e perdonare, per offrire e soffrire, per vivere e morire ogni giorno sulla croce eucaristica. O Gesù, fonte di gioia e sostegno all’anima nostra, noi Ti adoriamo con tutto il nostro essere e ci prostriamo umilmente ai tuoi piedi. Come i tuoi fragili discepoli riconosciamo le nostre debolezze e Ti chiediamo quell’ energia potente per la nostra anima gemente e sofferente che promana dal santissimo sacramento. Rinnova in noi, o Gesù, la profonda gioia di essere con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo senza mai abbandonarci nella tentazione, ma donandoci costantemente il Tuo amore misericordioso. Gesù, fonte di gioia e alimento quotidiano della nostra vita spirituale, donaci sempre Te stesso nel santissimo sacramento dell’altare, mediante il servizio sacerdotale, di persone sante a Te consacrate, che siano anime eucaristiche, fino a sacrificare la loro vita per il proprio ovile. Amen.

 

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI PASQUA DEL BUON PASTORE. IL COMMENTO

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IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 22 arile 2018

 

Pastori, mercenari e lupi rapaci
Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa.

Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale.

Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che diano la vita per i fedeli, vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si stanchino mai di cercarla, se è uscita dall’ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.

 

Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”.

Gesù, quindi, si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza.

Gesù prende, tuttavia, le distanze dalla figura del mercenario, “che non è pastore e al quale le pecore non appartengono” e fa le cose per scopi economici; se costretto, addirittura abbandona il gregge e scappa via da esso, quando vede i lupi avvicinarsi. Il mercenario, infatti, se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

E’ un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, dal guadagno, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge e tutto fa per amore.

 

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non si cura il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e dopo di loro a tutti i successori di Pietro e degli Apostoli, cioè il Papa e i vescovi.

 

Chi è questo lupo? Certamente l’immagine usata da Gesù, tratta dalla pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura.

Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo, della Pasqua di Cristo, del Vangelo della vita e della gioia e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.

 

Gesù, invece, si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole, c’è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.

 

Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore di Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l’umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono dal suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un’anima sola, sotto la guida dell’unico pastore, che è Cristo.

 

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell’ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

 

Solo in Cristo c’è la vera e certa salvezza dell’uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

 

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l’unzione battesimale, crismale e sacerdotale:

Gesù, Buon Pastore

prenditi cura di ognuno di noi,

noi che ci siamo persi e smarriti,

rincorrendo falsi idoli.

 

Gesù insegnaci a prenderci cura

di quanti sono in necessità

ed hanno bisogno

di un’attenzione speciale.

 

Tu, Pastore Buono ,

che hai dato la vita per il tuo gregge,

imprimi nel nostro cuore

e nella nostra mente

il coraggio di affrontare ogni prova

dell’esistenza terrena.

 

Allontana da noi, Signore,

tutti i lupi rapaci

che sono nemici della Tua Croce

e aggrediscono il tuo amato gregge,

con il solo intento di disperderlo

e di dividerlo per sempre.

 

Signore fa che i ministri

della tua santa Chiesa,

siano modelli di vita,

nel loro agire di pastori

attenti e premurosi

verso ogni persona

affidata alle loro cure spirituali.

 

Manda nella tua messe,

sempre più bisognosa di operai,

persone capaci di donarsi senza limiti

e che sappiano affrontare

ogni nemico del tuo Regno,

che lavora silenziosamente

per far smarrire le pecorelle,

per separare il pastore dal suo gregge

e il gregge dal suo unico e vero pastore,

che sei Tu, o Gesù,

morto e risorto per noi.

 

Nessun mercenario,

o Buon Pastore,

trovi posto e accoglienza,

nel gregge che Tu hai costituito

e che guidi verso i pascoli eterni

del santo Paradiso,

dove speriamo di giungere,

al termine dei nostri giorni,

accolti dalla tenerezza materna

della Beata Vergine,

Buon Pastora del Tuo Regno.

Amen

 

P.RUNGI. SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO- 11 FEBBRAIO 2018- COMMENTO

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 11 febbraio 2018

 

Signore, se vuoi, tu puoi guarirmi dalla lebbra dello spirito

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica VI del tempo ordinario ci parla della condizione del lebbroso nell’Antico Testamento e della guarigione di un lebbroso da parte di Gesù, nel brano del Vangelo, tratto dall’evangelista Marco.

Nella prima lettura, assunta dal Libro del Levitico vengono dettate le norme di come gestire la malattia della lebbra da parte di chi ne era affetto. E ciò al fine di non contaminare la comunità, ben sapendo che la lebbra si trasmette ed è infettiva per sua natura.

Norme severissime, di esclusione totale dalla vita di relazione di quella persona che era affetta da questo problema.

Primo atto è quello di andare da un sacerdote in caso di lebbra accertata o sospetta. Secondo atto, è l’assunzione di un modo di vestire diverso dal vestire comune. Infatti il lebbroso o sospetto di lebbra “porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore”.

Infine, terza disposizione è quella di farsi individuare nel suo camminare, gridando: “Impuro! Impuro!”.

 

Tutto questo per evitare qualsiasi infezione e diffusione del contagio stesso. Potremmo definirle norme di prevenzione sanitaria e vero e proprio isolamento del lebbroso, una quarantena di allontanamento dagli altri in attesa di guarigione.

Questa condizione persisterà durerà in lui il male. Sarà considerato impuro finquando dura la malattia e di conseguenza, se ne starà solo ed abiterà fuori dell’accampamento.

Cose da un punto di vista sanitario accettabili in quei tempi, ma dietro a tutto questo assillo di carattere medico c’erano altri risvolti di carattere morale e religioso.

Il lebbroso è il simbolo del peccato e come tale è colui che deve essere emarginato e scartato.

La logica dello scarto del malato prende avvio, a livello religioso, proprio nei testi biblici dell’Antico Testamento che poco o niente considera la dignità della persona umana e soprattutto dell’ammalato.

La conseguenza era quella di isolare il soggetto dal resto della comunità e farlo vivere fuori dell’accampamento in segno di una esclusione della vita sociale codificata e ratificata.

Tutto diverso è l’atteggiamento di Gesù nei confronti del lebbroso che si presenta a lui e gli chiede di essere guarito.

Gesù lo accoglie, dialoga con lui, lo guarisce e gli raccomanda alcune cose da fare. In sequenza notiamo le varie azioni che Gesù compie per arrivare alla guarigione del lebbroso: ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e lo sanò.

A guarigione avvenuta Gesù lo ammonì severamente, lo mandò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Gesù ricorda al lebbroso guarito di fare ciò che era prescritto nel Levitico, cioè di andare dal sacerdote per ringraziare e offrire la sua offerta.

Invece cosa successe, per la gioia della guarigione ottenuta, il lebbroso guarito “si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.

Gesù viene fatto conoscere per la sua straordinaria potenza divina che guarisce ogni forma di malattia e in questo caso quella della lebbra che era molto diffusa e perciò stessa emarginante della persona che ne soffriva.

E’ interessante notare come Gesù prenda a cuore la richiesta del lebbroso che con fiducia e speranza si rivolge al Lui e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

E Gesù volle in quella circostanza guarire la persona, come aveva fatto tante altre volte, che si era trovato di fronte a delle richieste di guarigione che nascevano dal cuore, erano espressione di una profonda fede e fiducia in Lui.

 

Quanto c’è da imparare ed apprendere da questo lebbroso che manifesta tutta la sua fiducia nel Signore e si abbandona totalmente alla sua santissima volontà,

Quel “se vuoi” indica che il Signore può e fa tutto quello che è necessario per il bene dell’uomo e come espressione della sua libera volontà e decisione di intervenire o meno in certe situazioni di sofferenza, come quella del caso del lebbroso.

Noi sempre abbiamo bisogno di Dio in tutte le necessità e Lui ci concede quello che è davvero utile per il nostro bene.

 

Di questo è convinto fortemente l’Apostolo Paolo che nel brano della prima lettera ai Corinzi ci ricorda oggi: sia che mangiamo sia che beviamo sia che facciamo qualsiasi altra cosa, tutto deve essere fatto per la gloria di Dio. Di conseguenza chi agisce avendo davanti a sé Dio, non sarà motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio”.

 

L’apostolo si riconosce anche dei meriti personali e a tal riguardo scrive: “io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. Ed infine un esplicito invito: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”.

In sintesi la Parola di Dio di questa sesta domenica ci sollecita un cammino di purificazione che passa attraverso la conversione del cuore e della vita. Un cuore più aperto a Dio ed una vita più aperta al sorriso, alla gioia, alla speranza e alla fedeltà alla parola data a Dio.

 

Sia questa la nostra umile preghiera in questo giorno dedicato al Signore della pace, della gioia, della purificazione e del risanamento spirituale: “Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l’immagine del Cristo sanguinante sulla croce, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 14 GENNAIO 2018 – II TO

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 14 Gennaio 2018

La parola di Dio: un’indicazione di marcia precisa per la nostra vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario del nuovo anno solare ci riporta all’importa della stessa parola che oggi noi proclamiamo nella liturgia eucaristica, che ascoltiamo e che se accolta può indicarci la strada maestra nel cammino della nostra terrena, nella continua ricerca dei beni del cielo.

La prima bellissima lettura, tratta dal primo Libro di Samuele, ci racconta la chiamato di questo umile servo di Dio che arriva progressivamente a riconoscere la voce di Dio nel corso di una notte agitata e tormentata, durante la quale si sente più volte chiamare, pensando che fosse il suo maestro Eli a convocarlo alla sua presenza nel cuore della notte. Il maestro che ha capito perfettamente la chi ha origine questa speciale chiamata, indirizza il discepoli Samuele a continuare a riposare, fino al momento in cui, per la terza volta, nuovamente chiamato nel sonno gli dice: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto.  Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

In questo testo è facile comprendere che Dio ci parla continuamente e noi non siamo sempre in grado di decifrare la sua parola, abbiamo bisogno di tempo per discernere questa chiamata, soprattutto se è una chiamata speciale, a compito particolari a servizio di Dio stesso. Dalla parola detta da Dio ne scaturisce l’ascolto da parte di chi la ode. Ascoltare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi parla, per comprenderne il linguaggio, il contenuto di quello che dice e l’azione che dalla stessa parola ne scaturisce. Ogni parola di Dio produce l’effetto desiderato se viene ascoltata e messa in pratica. E, infatti, nel brano di oggi è detto che Samuele, una volta cresciuto, non fece cadere nel vuoto nessuna delle parole ascoltate dalla voce di Dio. La maturità umana, cognitiva e soprattutto la maturazione del cuore porta necessariamente a mettersi in sintonia con la Parola di Dio, che è parola di vita, è parola che orienta al bene la nostra vita.

La chiamata di Dio in generale e quella specifica alla missione, all’apostato, alla vita consacrata, è messa in risalto nel testo del Vangelo di oggi che parla della chiamata dei primi discepoli di Gesù. Una chiamata che passa attraverso un orientatore vocazionale, potremmo, in questo caso, definire Giovanni. E infatti è proprio lui ad indicare in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Da questo orientamento vocazionale e missionario scaturisce l’impegno di seguire Gesù da parte di Andrea e poi Pietro, che andarono a vedere dove e come viveva Gesù e alla fine rimasero con Lui, si posero alla sua sequela. La conclusione di questo doppio incontra prima di Andrea e poi di Simone (Pietro), sta nella parte finale del brano del Vangelo di Giovanni che ascolteremo in questa domenica. “Fissando lo sguardo su di lui, (cioè su Pietro) Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Dalla chiamata alla missione. Il cambiamento del nome indicava una nuova vocazione e un nuovo cammino, non più da soli, ma con Cristo e in perfetta comunione e sintonia con Lui. Questa scelta di Pietro ad essere il punto di coesione della nascente compagnia di Gesù, cioè dei dodici Apostoli ci fa capire che l’unità della Chiesa si costruisce e si consolida intorno alla figura di Pietro, che Gesù stesso ha scelto come capo della sua Chiesa. E i successori di Pietro sono i Romani Pontefici con i quali è necessario ed indispensabile essere in comunione per stare nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica.

Un’unità che si costruisce mediante anche la conformità e l’osservanza della legge divina e della morale cristiana. Lo dice espressamente l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, nel quale si ribadiscono alcuni comportamenti fondamentali che i cristiani devono avere chiari nella mente e nell’agire personale e sociale: “Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. Ed aggiunge: “State lontani dall’impurità!”, perché “chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo”. E ricorda a tutti che il nostro corpo; “è tempio dello Spirito Santo”, che abbiamo ricevuto da Dio; per cui noi non apparteniamo a noi stessi, ma siamo di Cristo. Infatti siamo “stati comprati a caro prezzo”, con la passione, morte in croce risurrezione del Signore. Nostro unico dovere è quello di glorificare Dio anche nel nostro corpo. Si tratta di una chiamata alla purezza, alla santità della vita, all’innocenza, al pudore, al rispetto di quello che realmente siamo: tempio del Spirito Santo, un luogo di culto e di vera religiosità siamo tutti noi e come tali dobbiamo rispettarci, in quanto lo Spirito Santo lo abbiamo ricevuto nel giorno del Battesimo e della Cresima. Viviamo pertanto come persone che rispettano se stesse, per l’alta dignità che portano in se, essendo figli adottivi di Dio, per opera di Gesù Cristo, che ha versato il suo sangue sulla croce per noi, in riscatto dei nostri peccati.

Con il salmista, vogliamo rivolgere al Signore questa nostra preghiera di riconoscenza, lode e ringraziamento, nonché per chiedere al Padre dell’immensa carità, quanto è necessario per noi e per gli altri: Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo». «Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai”. Amen.