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P.RUNGI – COMMENTO ALLA XXVII DOMENICA DEL T.O.- 7 OTTOBRE 2018

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 7 ottobre 2018

L’essere per la comunione e per un amore puro e innocente

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario ci fa riflettere sulla dignità della coppia umana e del matrimonio, come espressione di autentico amore, tra uomo e donna, secondo quanto stabilito dal Creatore, nell’atto della creazione.

Il libro della Genesi, che leggiamo come prima lettura oggi, ci riporta a questo momento della creazione della donna, successiva a quello dell’uomo, in quanto Dio stesso, che aveva già creato l’uomo si accorse che non era giusto che l’uomo fosse solo; per cui decise, per amore, di dargli un aiuto che gli corrispondesse. E così fece.

Il racconto biblico è molto significativo ed ogni parola e gesto ha una sua valenza di amore e di attenzione per la donna e verso la coppia, che così si costituisce nella pienezza di un amore vicendevole e di complementarietà. “

“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.

A questo punto l’uomo prende consapevolezza e coscienza che si trova di fronte ad un essere uguale a lui, anche se con una struttura biologica e fisica diversa. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta».

Due individualità singole, anche se uguali nella dignità e nel valore creazionale, non fanno coppia, né costituiscono di per sé la base di un amore reciproco. Bisogna quindi lavorare in quella prospettiva. Il superamento della solitudine individuale porta le due soggettività a prendere la decisione di fare coppia, in poche parole di mettersi insieme e fare famiglia.

Tanto è vero che il matrimonio naturale nasce da questo bisogno di superare l’individualità per formare una famiglia e costituire in comunione di vita due persone, due esseri umani con la stessa dignità e lo stesso peso rispetto alla vita e alla società: “Per questo l’uomo – leggiamo nel brano- lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Questa espressione finale “un’unica carne” significa esattamente un unico progetto di vita per la vita e per l’amore.

Un progetto che si deve costruire e realizzare giorno per giorno, in quanto nulla è dato per scontato tra gli esseri viventi ed umani, al punto tale che le decisioni assunte, vanno vissute nella quotidianità, superando i limiti e le difficoltà, insite nella relazione di coppia, soprattutto ai nostri giorni.

Ecco perché nel Vangelo di oggi, di fronte a delle richieste di alcuni farisei che lo vogliono mettere alla prova Gesù, circa la questione del divorzio, il Maestro replica con quanto è scritto nella legge mosaica, ma, nello stesso tempo, potenzia il discorso sulla dignità del matrimonio affermando i due principi basilari del matrimonio stesso: unità e indissolubilità, ovvero fedeltà e coerenza per tutta la vita.

Quindi è chiaro che non è lecito ripudiare la moglie o il marito, anche se Mosè aveva permesso di sottoscrivere l’atto di ripudio per la durezza del cuore di chi aveva deciso liberamente di vivere da sposato.

Ma il volere di Dio è diverso. Infatti nella Genesi è scritto esattamente che l’uomo una volta che decide di mettere su famiglia deve camminare per questa strada, in quanto l’uomo non ha potere ed autorità di dividere quello che Dio ha unito.

Chiaro riferimento alla sacralità del matrimonio cristiano che è unico ed indissolubile.

Discorso molto dedicato ai nostri giorni, che deve confrontarsi con la pluralità delle culture, delle fedi, del modo di intendere e vivere la scelta coniugale nella società e nella chiesa di ieri, di oggi e di sempre.

Possono cambiare alcune forme esteriori, ma la sostanza del discorso e dell’argomentazione di Gesù rimane inalterata.

Infatti è Gesù stesso che ribadisce ai discepoli il suo pensiero e il suo insegnamento in merito.

Leggiamo nel brano del Vangelo che una volta rientrati a casa, i discepoli interrogarono di nuovo Gesù su questo argomento del matrimonio, del divorzio, dell’infedeltà coniugale. Ed Egli disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

In poche parole, rompere il vincolo o patto coniugale è frantumare la famiglia, che è la base della società e della stessa comunità cristiana. Si ribadisce il totale rifiuto del divorzio nella prospettiva cattolica, anche se, oggi, si va verso un’accoglienza pastorale dei divorziati come cammino spirituale necessariamente da farsi, perché la Chiesa, come scrive Papa Francesco, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno.

Per essere accogliente, anche nella pastorale familiare, la Chiesa deve assumere come modello di comportamento quello dei bambini, citati nella parte finale del Vangelo di oggi.

Gesù a chi rifiuta una visione di chiesa dell’innocenza e della semplicità ribadisce che lo stile vero di una chiesa vera è quella rappresentata iconograficamente dai bambini: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

E allora quale deve essere lo stile di ogni cristiano? E’ abbracciare la semplicità, l’innocenza, la purezza, è benedire e sanare.

Concetti che troviamo espressi nel secondo brano della parola di Dio di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Gesù Redentore e Salvatore, coronato di gloria e che è vicino ad ogni uomo della terra. Quel Gesù che non si vergogna di chiamarci fratelli, anche se degli esseri umani sono stati a condannarlo ad una morte infamante.

Dalla croce e con la croce, Gesù ha riportato nel solco dell’amore, del perdono e della fratellanza universale tutto il genere umano. Egli è davvero l’unico punto di convergenza e di unificazione di tutte le genti e di tutti i rapporti umani, a partire da quelli familiari.

Sia questa la nostra comune preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito”. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 23 SETTEMBRE 2018

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 23 settembre 2018

La classifica che conta davanti a Dio. In serie A del Paradiso si arriva con l’umiltà.

Commento di padre Antonio Rungi

In questa XXV domenica del tempo ordinario, la nostra riflessione parte dal testo del Vangelo, che è quello di più immediata comprensione ed attualizzazione nella vita dei singoli, come della comunità ecclesiale, sociale ed umana.

L’idea di fondo che Gesù vuol far passare ai discepoli è quella del servizio e non quella del potere, quella dell’ultimo posto e non quella del primo posto, in quanto nella classifica divina ciò che conta non è il primo in ordine di importanza, ma il primo in ordine di santità, di amore e disponibilità verso gli altri.

Gesù sviluppa questa sua riflessione e rivolge questo monito ed esortazione ai suoi dodici apostoli durante il viaggio di attraversamento della Galilea.

Egli come sempre conversa con i suoi discepoli e li prepara a quello che sta per succedere da lì a poco, a conclusione della sua missione terrena, indicando il termine ultimo di questo cammino, che è il Calvario, la croce e la morte.

Diceva infatti, loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Ma i discepoli, intenti in altri ragionamenti e calcoli terreni, come tutti gli esseri umani, non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

La lezione della croce non era stata recepita dai distratti discepoli, al punto tale che non chiesero spiegazioni.

Gesù conoscendo le sue pecorelle, quando giunse a Cafàrnao e fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».

Beh, era ovvio che non potevano rispondere e quindi tacevano, in quanto non stavano affatto ad ascoltare la parola del Maestro e il suo insegnamento circa la croce e la risurrezione che si avvicinava sempre di più per Lui.

L’evangelista Marco, infatti, come ottimo osservatore e cronista, riporta l’argomento del discorrere degli apostoli: “Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.

Mentre Gesù parla di sofferenza, loro parlano di potere, di chi doveva occupare il posto più prestigioso vicino a Gesù, chi doveva essere considerato e classificato come primo.

Ebbene, Gesù si siede e chiama a se il gruppo al quale fa questo discorso: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Per far capire il discorso dell’umiltà, Gesù usa uno stratagemma che colpisce sempre: prese “un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Accogliere Cristo è vivere nell’umiltà, nella semplicità, nel servizio, nella disponibilità piena al progetto di Dio, che è  Croce, ma soprattutto risurrezione e vita.

La logica di Dio è la logica del dono e non del potere e del primeggiare sugli altri, per far valere la propria autorità, ma mettersi al servizio ed essere la chiesa che si inginocchia davanti alle sofferenze dei fratelli e lenisce le piaghe e le ferite del corpo e dello spirito.

Il modello di ispirazione per ogni azione rispondente al disegno di Dio è Cristo, il Servo sofferente, il Crocifisso.

Anche in questa domenica si parla appunto della sofferenza di Gesù, come ci è riportato nel brano della prima lettura di oggi, ricavato dal Libro della Sapienza: [Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”.

Queste insidie le tesero contro Gesù i sommi sacerdoti, il sinedrio e quanti non accettavano il Maestro per quello che diceva e faceva. Da qui la condanna a morte. La prova di questa struttura mentale votata alla distruzione e all’annientamento dell’avversario religioso e politico, la troviamo nelle parole che seguono: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

Esattamente quello che ha vissuto Gesù durante il processo, la condanna a morte, il viaggio al Calvario, la morte in croce. Ma lui ha vinto tutto questo odio con l’amore che promana dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

L’odio porta alla divisione, alla separazione, alla guerra e al conflitto di interesse di qualsiasi genere.

San Giacomo Apostolo ci mette in guardia da tutto quello che divide e separa nella vita di ogni cristiano, rammentando che “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. E l’apostolo va all’origine di questi disastri spirituali, interrogandosi e interrogandoci: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?”.

La risposta è lapidaria: “Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni”.

In poche parole succedono tutte queste cose, perché siamo una frana umanamente e spiritualmente, per cui facciamo disastri ad ogni livello.

Per superare tutti questi umani limiti è necessario essere umili e guardare al Crocifisso, chiave di lettura per parlare di pace, giustizia e fratellanza.

Facciamo questo sforzo di confrontarci con il Maestro Crocifisso e Risorto e non con il potere umano, politico ed economico che, secondo un paganesimo sempre più diffuso in tutti gli ambienti, compresi quelli religiosi, è causa di guerra, divisioni e gelosie, calunnie e diffamazioni che portano all’infelicità di chi accusa e dell’accusato.

Sia questa la nostra umile preghiera in questa domenica: “O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”.

Diventiamo davvero grandi davanti a Dio, conquistiamo il primo posto nella classifica di Dio, mettendoci a servizio e donando la vita. In serie A, quella del Paradiso, si arriva con l’umiltà e il sorriso.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XIII DOMENICA TO- 1 LUGLIO 2018

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 1 luglio 2018
 
Noi siamo per vivere in eterno con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo
 
Commento di padre Antonio Rungi
 
Oggi la parola di Dio ci porta a riflettere sulla vita e sulla morte, sullo scorrere del tempo e sull’eternità, sulla nostra condizione umana, ma anche sul nostro destino oltre il tempo, che è l’immortalità.
Il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro della Sapienza, ci racconta chi realmente siamo, come eravamo e perché siamo diventati quello che siamo.
Prima cosa da sapere con assoluta certezza che “Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi”.
Dio ci ha creato per un’eternità e non per un tempo limitato, in quanto Dio ha creato le cose perché vivano, perché esistano e non muoiono.
Il regno dei morti è sulla terra, quello del cielo è eterno. Infatti, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto ad immagine della sua natura.
Cosa sia successo, dopo questo atto creatore destinato solo alla vita, lo capiamo, nella parte finale del brano del Libro della Sapienza che ci accompagna oggi nel riflettere sulla vita e sulla morte: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”.
E non si riferisce alla sola morte corporale, definita da San Francesco “Sorella”, ma a quella spirituale, la seconda morte, quella della vita della grazia e dell’interiorità dell’uomo. Di questa morte ne fanno esperienza coloro che le appartengono, cioè coloro che vivono nella anemia spirituale ed interiore, vivono nel peccato e non lavorano per la loro risurrezione interiore.
E per la salute fisica e spirituale sono tutti i miracoli compiuti da Gesù. Egli vuole portare consolazione e benessere esteriore ed interiore a quanti credono e sperano il Lui.
Nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Marco, è raccontata, infatti, la risurrezione della figlia del capo della Sinagoga, Gairo, “il quale, come vide Gesù, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Gesù, nel frattempo, nel suo itinerare tra la gente per portare salute, conforto ed aiuto, tra cui la guarigione di una donna affetta, da anni da emorragia, “quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo”. Gesù chiede a quel padre che si rivolge a Lui per salvargli la figlia, di avere solo fede. E questo lo dice per indicare quale strada dobbiamo percorrere per arrivare ad ottenere ciò che chiediamo al Signore. Ci vuole una fede sincera, forte e speranzosa nell’aiuto divino, altrimenti non si ottiene nulla. Ed infatti, la figlia di Gairo viene guarita per la fede incrollabile del padre di questa bambina.
Con quali gesti Gesù guarisce? Sono descritti in questo brano del vangelo, che è tra i più belli di quelli che leggiamo, anche perché riguarda una bambina. Infatti, Gesù giunse alla casa del capo della sinagoga e vide gente che piangeva e urlava forte, come capita in ogni situazione di morte, specie quelle inattese e che riguardano bambini e persone innocenti e buone.
Gesù, quindi entra nella casa di Gairo e dice loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».
Gesù infatti non sta falsificando la realtà, ma sa benissimo che in suo potere riportare in vita i morti.
La gente quindi prende in giro Gesù, lo deridono. E lui non si arrabbia, né li maltratta, ma con grande gentilezza, vista la loro incredulità, li invita ad uscire fuori dalla casa della bambina morta. Non li vuole spettatori passivi di un evento, ma protagonisti nel credere.
Via tutti gli estranei, quelli che spesso, anche in certe morti dei nostri giorni e della nostra società, sono lì solo per salvare la faccia o fare la sceneggiata o per dovere di cronaca. Gesù prende “con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina”. La famiglia della bambina e la famiglia di Gesù, gli Apostoli. Cosa fa allora? “Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni”. Il miracolo è compiuto, la gente che derideva, era scettica e non credeva, fu presa da grande stupore. Alla fine dispose anche il da farsi subito: “raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare”. Segretezza e servizio di sostentamento fisico, dopo la dura prova affrontata la bambina.
Ben diversa è la guarigione dell’emorroissa, come viene definita questa donna. Di cui ci racconta il Vangelo di oggi: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Da evidenziare in questo contesto il numero dodici, riportato due volte per i 12 anni di malattia della donna guarita e per i 12 anni della bambina riportata in vita. C’è tutto un simbolismo biblico in quel numero 12 che va capito e approfondito alla luce della storia della salvezza e della parola di Dio rivelata.
E come riflessione conclusiva sui testi biblici della prima lettura e del vangelo di Marco, ci viene in aiuto l’Apostolo delle Genti, San Paolo con il brano della sua seconda lettera ai Corinzi inserito nei testi biblici di oggi, il quale ci rammenta che “come siamo ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che cii abbiamo insegnato, così dobbiamo essere larghi anche nel fare il bene. Il modello di comportamento a cui ispirarci è Gesù. Infatti, noi conosciamo perfettamente chi è Cristo: “da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”.
Concretamente cosa significa questo? Come dobbiamo agire nella vita di tutti i giorni, considerando tante reali situazioni e necessità? Un criterio operativo e morale viene detto con chiarezza in questo testo paolino: “Non si tratta di mettere in difficoltà alcuni per sollevare gli altri, ma che ci sia uguaglianza”. In poche parola la solidarietà, l’aiuto, la collaborazione tra i cristiani deve essere un fatto scontato. Infatti la nostra abbondanza, se c’è, deve supplire all’ indigenza di chi non ha nulla, perché anche la loro abbondanza, quando c’è, supplisca poi alla nostra indigenza, in caso di necessità. Quindi uguale trattamento e uguale preoccupazione tra i credenti in Cristo. Quali devono sapere che «colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno». La nostra felicità non dipende dal possedere e dall’avere sempre di più, ma dall’essere sempre migliori in tutto.
Sia questa la nostra preghiera, in comunione con tutta la Chiesa: “O Padre, che nel mistero del tuo Figlio povero e crocifisso hai voluto arricchirci di ogni bene, fa’ che non temiamo la povertà e la croce, per portare ai nostri fratelli il lieto annunzio della vita nuova”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXV DOMENICA T.O. – 24 SETTEMBRE 2017

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017

Comportarsi in modo degno del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

Per un cristiano, la prima preoccupazione che dovrebbe avere nei suoi pensieri e nella sua mente è quella della fedeltà al Vangelo.

Non che gli altri uomini non abbiano obblighi; anzi tutti gli esseri umani hanno regole morali da rispettare e che hanno attinenza con l’essere stesso umano e sociale.

Chiaramente per ogni religione scattano specifici doveri ed obblighi per chi veramente sente la propria fede come elemento importante ed essenziale nella vita.

Perciò l’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario, tratto dalla sua lettera ai Filippesi, conclude con questa raccomandazione: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Ma l’apostolo, in precedenza, aveva sottolineato un aspetto importante del suo essere convertito al vangelo di Cristo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.

L’apostolo considera la vita eterna più importante della vita terrena. Tuttavia, egli precisa che “se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere”.

Come dire, è bello pensare ed aspirare al paradiso, all’eternità, ma è altrettanto bello pensare e vivere una vita con frutti spirituali che portano ad accumulare beni per l’eternità.

E, quindi egli si trova in un conflitto interiore che, da un lato, desidera morire e dall’altro gli fa piacere vivere. Infatti dice con estrema lealtà interiore e sincerità del cuore: “Sono stretto  fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”. Vede, quindi, la sua presenza importante per la comunità cristiana di Filippi, perché necessita della sua guida.

Il vivere e il morire lo sappiamo tutti è nelle mani di Dio. Noi possiamo esprimere dei desideri, degli auspici, ma è il Signore che decide sulla nostra vita e sul momento in cui dobbiamo lasciare questa terra. Se ci siamo ancora è perché Egli vuole così.

E noi cerchiamo di vivere questa vita, che ci ha donato, con il massimo impegno per dare frutti terreni e soprattutto eterni.

In questo contesto del premio, si comprende il bellissimo brano del Vangelo di oggi, che riguarda la chiamata degli operai a lavorare nella vigna di un signore che uscì in diversi momenti del giorno a chiamare le persone a lavorare con lui. Tutti risposero di sì e svolsero al meglio il compito affidato, dal mattino oppure nel tardo pomeriggio, ovvero per molte o poche ore di lavoro. Alla fine della giornata il padrone di casa, che aveva la sua vigna ed aveva assunto part-time o full-time per un giorno i lavoratori, nella sua piena libertà, pagò tutti allo stesso modo. Con i primi assunti fu firmato un accordo, con gli ultimi chiamati, nessuno accordo fu stipulato. Sappiamo come andò a finire quando i primi videro che il padrone diede la stessa somma agli ultimi e li pagò secondo il suo giudizio e la sua libertà di decidere. Infatti nel testo del vangelo, troviamo questa indicazione di comportamento da parte del padrone della vigna, il Quale rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

La conclusione e l’ammonizione finale del Vangelo di oggi ci fa riflettere molto e ci fa uscire dalle nostre presunte sicurezze di salvezza e di privilegiati della prima ora; per cui questa sentenza evangelica impone a tutti noi cristiani della prima ora o credenti che abbiamo ricevuto la fede da piccoli a non illudersi, perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. L’arroganza, la presunzione di essere sempre i primi e di avvalersi di una sorte di eredità scontata o diritto alla primazia, viene messa in crisi dal modo di pensare ed agire di Dio. Purtroppo, in tutte le vicende umane, questa primazia e questa superiorità nei confronti degli altri, che arrivano per ultimi o alla fine, determina molti conflitti e gelosie e quando, anche nella chiesa, si scelgono gli ultimi per farli primi, c’è una ribellione e spesso una gelosia, che sfiora la vendetta o la lenta distruzione di chi è stato scelto per ricoprire ruoli e posti, non chiesti e non desiderati. Il rischio è che i primi rimangono eternamente primi, pur non meritando i primi posti, e gli ultimi rimangono eternamente ultimi, pur meritando i primi posti, perché si blocca il potere sui primi e non si guarda mai agli ultimi, intesi, in questo caso, anche come chi ha più bisogno di tutto ed è in necessità di ogni genere.

Ci serva da lezione spirituale e di vero itinerario di fede e di cammino interiore il bellissimo brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, il profeta dell’umiltà e della disponibilità piena alla parola di Dio: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”.

E poi cambiare davvero vita e convertirsi alla verità e all’onestà: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”.

Chi ha sbagliato “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Questo nostro Dio è grande e buono nell’amore e la sua misericordia è infinità, per cui non possiamo sapere effettivamente i pensieri di Dio, né pensare che le nostre strade coincidano con le sue. Spesso non si incontrano, perché noi chiediamo ed aspettiamo dal Signore, ciò che ci è utile, necessario nella vita terrena, Dio offre a noi ciò che è indispensabile per la vita eterna. Chi pensa secondo il mondo, non potrà mai incontrare il Signore, perché i suoi progetti sono di diversa natura, che è quella divina. Noi siamo fatti di carne e pensiamo secondo la carne e non secondo lo spirito.

La nostra preghiera, in questa domenica, sia la stessa che rivolgiamo a Dio con il Salmo 144, inserito nella liturgia della parola di oggi: “Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”.

Potessimo, ogni attimo della nostra vita comprendere l’inestimabile valore di rendere lode a Dio in ogni momento del nostro vivere, senza presumere di essere noi il dio, al posto del vero ed unico Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato con il volto della misericordia, della bontà, della tenerezza e dell’amore.

Bello, allora rivolgerci a Lui, con questa preghiera, la colletta della domenica XXV, che ci fa pregare con queste espressioni: “O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio,  perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Amen.

 

Maria Goretti, santa emigrante e degli emigranti – Festa 6 luglio 2017

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MARIA GORETTI, SANTA EMIGRANTE E DEGLI EMIGRANTI

 

di Antonio Rungi

 

La Chiesa cattolica, il 6 luglio, ricorda una santa, di appena 12 anni, morta martire all’inizio del secolo XX nella palude pontina: il suo nome è Maria Goretti, la santa emigrata dalle Marche e morta alle Ferriere di Conca, nei pressi di Nettuno (Rm) il 6 luglio 1902.

Come tante famiglie contadine di fine Ottocento e di inizio Novecento, in mancanza di lavoro emigravano per l’Italia, da poco costituita nel Regno Unito. E come tutti i processi di aggregazione politica, sociale, economica, sono sempre le aree e zone più povere e deboli a soffrirne. E le Marche non offrivano lavoro, per cui i capi-famiglia avevano l’obbligo di girovagare per l’Italia o espatriare per mantenere la famiglia. Non fu la prima grande emigrazione interna, ma certamente quella di Fine Ottocento – Inizio Novecento è una delle più consistenti.  Oggi, Maria Goretti, si presenta a noi, come la bambina santa emigrante e degli emigranti che è l’icona di tanti bambini e ragazzi emigranti che muoiono martiri nei nostri mari. Non fu la stessa cosa per lei, ma rappresenta in pieno questa emergenza di bambini non accompagnati o accompagni che non arrivano alle porte della speranza.

Dodici anni di vita non sono tanti, eppure, per Maria Goretti, assumono un valore infinito nel tempo e nello spirito, perché con il suo espresso volere ha saputo vivere fino in fondo la sua vocazione battesimale, che è la chiamata alla santità, passando attraverso i sacramenti della confessione e della comunione.

Una santità, fatta di sofferenze, sacrifici, rinunce, ma anche di profonde gioie di una fede accolta, vissuta e testimoniata in pochissimi anni di vita, di cui alcuni in peregrinatio per le campagne italiane, tra Paliano (Fr) e Nettuno (Rm) con la sua famiglia, in cerca di un dignitoso lavoro.

La santità non la si inventa dall’oggi al domani, ma la si costruire nel tempo. E la santità di Maria Goretti si è struttura nel tempo, in famiglia, in parrocchia e nelle località dove è iniziata la sua avventura spirituale (il 16 ottobre del 1890 a Corinaldo, Ancona, dove nasceva) e poi si è conclusa tragicamente in quel 6 luglio 1902, nell’ospedale di Nettuno, dopo essere stata pugnalata più volte dal suo aggressore (il giovane Alessandro Serenelli), che perdonò dal profondo del suo cuore.  Era il 5 luglio 1902 quando si verificò la vile aggressione, nel pieno dell’estate rovente delle paludi pontine, dove la malaria la faceva da padrone e dove sopravvivere era una lotta quotidiana. Quando la piccola Maria, giunse con la famiglia alle Ferriere, aveva già quasi nove anni e possedeva un bagaglio di educazione e conoscenze religiose sufficienti per farle capire la sostanziale differenza tra il bene e il male e il dovere cristiano di scegliere sempre il bene, evitando il male.

La fanciulla era in grado di formulare i suoi buoni propositi. Poi la grazia di Dio fece il resto. Ecco perché seppe dire no a chi voleva non solo intaccare la purezza del suo corpo, ma soprattutto la bellezza e la purezza del suo cuore e della sua anima.

“Così, una piccola contadina”, come l’ha definita, san Giovanni Paolo II, sul luogo del martirio, il 29 settembre 1991, “diviene per noi un modello: modello di vita cristiana, modello di autentica santità. Ed aggiunge: “Questa fanciulla che, in tempi ben più duri degli attuali, conobbe le difficoltà di un’esistenza precaria, povera, segnata dalla spossante fatica del lavoro nei campi, ma saldamente ancorata alle nobili tradizioni familiari e ai fondamentali valori umani e cristiani. Seguendone l’esempio, restate anche voi fedeli a tali valori: il rispetto per la vita, la mutua solidarietà, la disponibilità all’ospitalità e all’accoglienza dell’immigrato, l’amore per la legge divina, il sacro timor di Dio. Questo è il patrimonio prezioso che avete ereditato dai vostri antenati, anch’essi emigrati, qui, come la famiglia Goretti, da altre Regioni d’Italia”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 2 LUGLIO 2017

 

La croce di Cristo, amore per l’umanità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa XIII domenica del tempo ordinario è un insieme di appelli alla fede, alla speranza e alla carità, vissuta nel nome del Signore e testimonianza con una degna condotta di vita.

A partire dalla prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, ci immergiamo nella sensibilità umana, nel tema dell’accoglienza e della riconoscenza. Il profeta Eliseo passava spesso per Sunem e come capita in tutti i luoghi del mondo, dove ci sono i poveri, così ci sono i ricchi. Ed Eliseo venne accolta da una donna facoltosa, sposata, ma senza figli. Non si trattava di una generosità occasionale o un atto di elemosina, gettato lì, tanto per mettersi a posto la coscienza. Al contrario questa donna, aveva perfettamente visto in Eliseo un santo e lo confida apertamente al marito. Addirittura, proprio perché si ripeteva sistematicamente questa visita e questa, la coppia decise di destinare una stanza della loro abitazione, al piano superiore, perché il profeta, nel suo peregrinare nell’annunciare la parola di Dio, oltre che al cibo, potesse usufruire anche del doveroso riposo. Tutto si realizza nella massima disponibilità della coppia e della loro generosità. Potremmo dire che anche i cuori dei ricchi sanno donare e non solo possedere ed avere per se stessi. E qui ci troviamo in un caso di generosità ed accoglienza totale. Chi riceve tanto, non può tenere per se quanto riceve. E il profeta Eliseo, si pone legittimamente la domanda, chiedendo lume e suggerimenti al suo inserviente: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo lo informò di una carenza enorme per una donna: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo fece chiamare la donna. Ed ella appena giunta si fermò sulla porta. Allora il profeta Eliseo le disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”. Penso che dono più bello per una donna, sterile e con il marito avanti negli anni, non poteva ricevere. Immagino il cuore, gli occhi e la mente di quella donna sposata a quella promessa. La piena fiducia nella parola del profeta e sapere con certezza che era una parola vera e che si sarebbe verificata. Quante donne attendono il dono di un figlio e quante ci provano ad averlo in tanti modi, con le tecniche di oggi e non vi riescono? Il figlio è un dono e un diritto. L’importante che si sia accoglienti verso la vita, in tutte le età e in tutte le condizioni sociali. Questo testo biblico ci fa apprezzare il dono della generosità e della maternità e paternità, non solo biologica, ma anche spirituale. Sul tema della riconoscenza e della gratitudine verso Dio è incentrato il salmo 88, il salmo responsoriale di questa domenica, nel qual diciamo: canteremo per sempre l’amore del Signore. Canteremo senza fine le grazie del Signore,  con la nostra bocca annunzieremo la sua fedeltà nei secoli, perché il Signore ha detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli”.

Nel brano del seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera ai Romani di San Paolo Apostolo, ci viene ricordato il grande dono della fede, ricevuto nel battesimo e il significato teologico che questo sacramento ha nella vita di ogni cristiano. Infatti, ci ricorda, includendo lui stesso, che “quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”. Immersi quindi nella morte e risurrezione di Cristo. Morti al peccato e viventi nella grazia santificante, che ci rigenera continuamente a vita nuova, in attesa della vita senza fine e della risurrezione finale. Per cui, “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.

Il vangelo di oggi, tratto da Matteo, è una delle pagine più belle scritte con la vita e con le parole dette da Gesù a noi. E’ un appello a mettere al centro della vita, ciò che veramente conta ed ha valore infinito ed eterno. E quello che conta veramente in questa nostra esistenza terrena non è nulla di materiale, ma tutto quello che è espressione di amore verso il Signore.

Neanche gli affetti più naturali, importanti indispensabili, colme quelli verso un genitore o verso un figlio, contano di più. Ecco perché questa parola del Signore, non ammette compromessi e chiede radicalità nell’accoglienza e nella vita vissuta, fino alla fine: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

Quante volte pensiamo in questa ottica umana e poi restiamo profondamente delusi, perché spesso non amano i figli i genitori e i genitori i figli. L’amore umano è sempre soggetto a fragilità, a debolezze e a stanchezze. L’amore del Signore e per il Signore è in eterno. E Gesù ce lo ricorda con parole pesanti nel vangelo di oggi: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

L’amore di Dio che si concretizza con l’amore fatto di gesti semplici, anche di un bicchiere d’acqua, a chi ne ha bisogno. L’amore riempie, disseta, rigenera, ridà vita e speranza. E se l’amore è donato nel nome del Signore acquista un valore di eternità, che solo Dio potrà ricompensare nel modo adeguato.

I santi della carità, rimangono di esempio in questo nostro mondo in cui tanto si parla di carità e poco la si vive e la si attua nella vita quotidiana. Sia questa la nostra preghiera, che eleviamo al Signore in questo giorno di luce e di speranza per tutti: “O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità”. Amen.

 

AIROLA (BN) SETTANTANNI DI SACERDOZIO DI PADRE VINCENZO CORREALE, PASSIONISTA

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Airola (Bn). Padre Vincenzo Correale, 70 anni di sacerdozio. Messa di ringraziamento presieduta dal Vescovo Battaglia.

di padre Antonio Rungi

Venne ordinato il 19 marzo 1947 a Paliano (Fr) e nei giorni scorsi ha compiuto 70 anni di vita sacerdotale, mentre anagraficamente ne conta 94. Si tratta di padre Vincenzo Correale, sacerdote passionista, tra i più longevi della Congregazione fondata da San Paolo della Croce, e che dal settembre 2016 è di residenza nella Comunità passionista di Airola, dove era già stato negli anni 60. I passionisti della Regione dell’Addolorata (Lazio Sud e Campania), la comunità passionista di Airola, guidata da padre Pasquale Gravante, ricorderanno questo evento speciale per padre Vincenzo e per tutti i confratelli con la solenne concelebrazione eucaristica, che sarà presieduta da monsignor Domenico Battaglia, novello vescovo di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata dei Goti, con la presenza delle autorità religiose passioniste, in primo luogo il Superiore Regionale, padre Antonio Siciliano, di sacerdoti diocesani di varie località dove padre Vincenzo è stato ed ha svolto il suo ministero di missionario e parroco . La santa messa giubilare di ringraziamento verrà celebrata nella chiesa dei Padri Passionisti di Airola, intitolata all’Arcangelo Gabriele, domenica 2 aprile 2017, alle ore 18.00.

“Negli anni sessanta -afferma padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei Passionisti del Lazio Sud e Campania – padre Vincenzo Correale, che era di comunità in Airola, mio paese natio – svolgeva un’ampia azione di promozione vocazionale tra i passionisti, insieme a tanti altri sacerdoti suo confratelli. Fu lui, insieme ad altri giovani di Airola ad accompagnarci alla scuola apostolica di Calvi Risorta (oggi chiusa, con il relativo convento), che allora accoglieva centinaia di aspiranti alla vita religiosa e passionista. Grande missionario apprezzatissimo – afferma padre Rungi – è stato ed è uno dei sacerdoti impegnati pastoralmente più lungo nelle parrocchie e nelle missioni popolari. Un esempio per noi passionisti di una certa età e soprattutto per i giovani passionisti, pochi per la verità, che si apprestano a percorrere la strada di Paolo della Croce, di cui padre Vincenzo è un grande devoto ed imitatore nell’opera di evangelizzazione”.

Padre Vincenzo di Gesù e Maria (al secolo Vincenzo Correale), è nato il 9 marzo 1923 a Mercato San Severino (Sa) nell’Arcidiocesi di Salerno, da Agostino e da Adelaide Rega. Da piccolo entrò nel cammino vocazionale dei passionisti, emettendo la professione religiosa il 22 settembre 1940 a Pontecorvo (Fr). Completati gli studi teologici e filosofici, durante il periodo della seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote nel 1947. Inizia così una lunga ed intensa attività di missionario e predicatore e successivamente di parroco in alcune comunità del Lazio Sud e Campania, tra cui Falvaterra (Fr).

La maggior parte della sua vita sacerdotale e di parroco l’ha vissuta a Napoli, nella Chiesa di San Tarcisio e a Calvi Risorta nella Chiesa parrocchiale di San Nicola di Zuni.

Nella Congregazione dei passionisti ha ricoperto più volte l’ufficio di superiore locale e altri uffici. Conosciuto ed apprezzato da tutti per la cultura, il senso pastorale, la generosità nel servizio e il coraggio dimostrato in tante situazioni è un esempio di buon pastore che ha avuto a cuore tutte le pecorelle dell’ovile, affidate alle sue cure pastorali, andando in cerca di quelle smarrite. Un esempio per tutti: fu lui a costruire la nuova chiesa di San Tarcisio a Napoli, ricavando il tempio da un capannone di un’ex fabbrica della zona, con le opere annesse, essendo l’antica chiesa, a forma circolare, insufficiente rispetto alle esigenze della parrocchia, cresciuta numericamente e pastoralmente, soprattutto nel periodo affidata alla cura pastorale ai padri Passionisti di Santa Maria ai Monti. Parrocchia, poi, lasciata, nel 2002, per mancanza di vocazioni.

Altro importante e consistente impegno nella ricostruzione della Chiesa parrocchiale di San Nicola in Zuni di Calvi Risorta (Ce), ultimo suo impegno pastorale, lasciato per raggiunti limiti di età e per la precaria salute, con il progressivo calo della vista. All’anziano sacerdote gli auguri sinceri di tutti i confratelli e di tutti i fedeli che hanno avuto il dono di conoscerlo ed incontrarlo, oltre che di usufruire della sua saggia ed oculata esperienza di pastore delle anime, sull’esempio di San Paolo della Croce.

Domenica XXX del Tempo Ordinario. Commento di padre Antonio Rungi

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Domenica XXX del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico

Domenica 23 ottobre 2016

La preghiera dei falsi giusti e quella sincera dei peccatori

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ritorna sul tema della preghiera, con particolare accentuazione, questa volta, sulla vera dalla falsa preghiera. Se nella parabola di domenica scorsa si evidenziava, da parte di Gesù, la necessità di pregare sempre e di chiedere senza stancarsi, nella parabola di oggi, riguardante il fariseo e il pubblicano, prosecuzione del vangelo di Luca di domenica scorsa, si mette in risalto la preghiera dei salsi giusti, che nel caso specifico è il fariseo, che va a vantarsi davanti al signore della sua condizione di esatto e perfetto in tutto e che ha avanzato, anche fisicamente, nel tempio, quasi ad avvicinarsi e a porsi sullo stesso piano e livello di Dio, se non addirittura di superarlo, in fatto di esattezza e precisione; e, dall’altro lato, un povero pubblicano, riconosciuto da tutti, come al tempo di Gesù, come peccatore pubblico, in quanto riscuoteva le tasse e quindi in qualche modo era corrotto, che stando in fondo al tempio si batteva il petto e chiedeva perdono a Dio dei suoi peccati. Due figure contrapposte: una falsa e menzognera, che si autoesalta e si identifica con la perfezione della moralità e della legalità; l’altra autentica e sincera con se stessa e con Dio, che si riconosce per quello che è, ovvero un peccatore. Due personaggi nella precedente parabola: il giudice disonesto e la vedova che chiede giustizia; due personaggi contrapposti, oggi, il fariseo e il pubblicano per farci capire, dalla bocca stessa di Gesù quale è la strada più giusta da percorrere per arrivare alla verità e alla santità della vita. Non senza un monito finale, la parabola del Vangelo di oggi, si conclude con questa espressione, con le parole di Gesù: “Io vi dico: questi (il pubblicano), a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Umiltà ed autoesaltazione non possono andare d’accordo, non possono camminare insieme. Il cristiano, sull’esempio di Gesù è una persona umile, una persona che si misura con le sue reali possibilità, debolezze e fragilità, non mistificando la verità, non apparendo diverso da quello che è effettivamente, cioè un peccatore che ha bisogno di redenzione e salvezza, che trova in modo pieno ed autentico in Gesù Cristo, uno Redentore e Salvatore.

Gesù, in questa parabola vuole farci capire l’importanza della preghiera sincera, quella che nasce dal cuore ed esprime essenzialmente il bisogno di conversione, pentimenti. Non sta giudicando il comportamento e la categoria sociale e religiosa dei farisei, condannandoli, né vuole esaltare la categoria dei pubblicani, facendola assurgere a modelli di preghiera e di conversione, ma semplicemente vuol dirci che nella vita di ogni persona arriva il momento in cui si effettua una verifica della propria esistenza a tu a tu con Dio. E ciò si fa appunta nella preghiera, quando nell’autenticità del nostro essere comprendiamo i nostri limiti, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo umilmente perdono per ricominciare a fare cose meno sbagliate e sempre più giuste e sante.

Nella preghiera sincera, che nasce dal nostro cuore, non giudichiamo gli altri, assurgendo noi come esseri perfetti. Purtroppo il fariseo, questo lo fa, nella parabola del vangelo, ma anche nella vita di tutti i giorni. L’ipocrisia domina la scena della sua quotidianità, diventa un attore e un uomo che sa spettacolarizzare anche la preghiera, senza parlare del resto. Infatti, egli come si presenta al cospetto del Dio altissimo nel tempio? Con quali parole prega? Si presenta all’in piedi, diremmo con una prosopopea tale da fare paura allo stesso Signore e con parole dai toni preoccupanti e minacciosi: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Questo modo di dire, non è pregare, ma semplicemente imprecare, che qualcuno ci sia al di sopra di lui, come perfetto e superiore, al Quale si rivolge, con un’iniziale presunta preghiera di ringraziamento, perché non è come gli altri. Dall’altro canto, la preghiera sincera e umile del pubblicano, che già ha i suoi seri problemi morali e interiori, per cui si presenta al cospetto di Dio nel tempio, tenendosi lontano, perché indegno di accostarsi e prega con il profondo convincimento, battendosi il petto, in segno di condizione di peccatore, dicendo parole profonde: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Poche parole, ma vere e rispondenti alla verità interiore dell’essere umano peccatore, per sua natura e condizione, perché alla base della natura umana c’è il peccato originale, che, pur tolgo, con il battesimo, nella realtà le conseguenze di essere si avvertono e sentono in molti comportamenti, individuali e collettivi, dell’essere umano. Dobbiamo fare i conti con questa nostra realtà e bisogna lavorare, all’interno, per costruire una spiritualità, non di apparenza, ma di sostanza.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, nel ricordare il suo cammino di conversione, purificazione e di impegno missionario, alla fine si rende conto che sta alla fine della sua vita e consapevole della realtà futura fa la sua bella professione di fede, ma anche di totale abbandono a Gesù Cristo, per quale ha vissuto e per il quale ha versato il sangue fino al martirio e scrivendo all’amico Timoteo, dice, parole cariche di dolcezza e misericordia:  “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”.

Combattere la battaglia della vita, non sempre facile, soprattutto quando sei lasciato solo con te stesso, dopo aver fatto il bene a tutti; ma alla fine trionfa la fede, che è quello che conta; trionfa la verità, la serenità di fronte alla morte e all’eternità. Paolo, davanti al grande mistero della vita, oltre la vita, ha un animo sereno e fiducioso in Dio e guarda le vicende umane, di cui egli e gli altri sono stati protagonisti, con gli occhi del perdono e della tenerezza di un padre.

Ecco perché il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Siracide, ci riporta alla natura di Dio come giudice, che sa valutare con giustizia le cose dell’uomo e della storia. Scrive, infatti, il saggio dell’Antico Testamento che “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Per cui, la preghiera dell’umile e del povero trova più facile ascolto ed accoglienza nel cuore di Dio. Egli si muove a compassione ed apprezza l’operato di chi fa del bene a chi si trova in necessità. E le categorie sociali in difficoltà, menzionate nel testo, sono diverse: il povero, l’oppresso, l’orfano e la vedova.

Oggi che oltre a pregare per noi stessi, poveri peccatori, noi siamo invitati a pregare per i veri poveri del mondo, quelli che muoiono di fame, per mancanza dei beni essenziali, che non hanno nulla, non possono curarsi. Il grido del povero si innalza forte dalla terra ed arriva al cielo e dal cielo ridiscende sulla terra, con la speranza che gli uomini e le donne che hanno una sensibilità possono mettersi in opera, perché questa preghiera si traduca in azione e comportamenti umanitari a sostegno dei poveri e bisognosi di questo mondo. La giornata mondiale missionaria che celebriamo in questa domenica, abbia la finalità che Papa Francesco ha attribuito ad essa nell’anno della misericordia. Essa “ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale”. In tal modo, la preghiera ci aiuta ad aprire lo sguardo di fede sul mondo che ancora ha bisogno di Dio e di conoscere Cristo e il suo vangelo di amore e perdono.  Nello stesso tempo, il Papa ci ricorda che “siamo tutti invitati ad “uscire”, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La nostra non sia una preghiera da farisei, che ostentano iniziative e sensibilità, senza fare in concreto nulla; ma sia una preghiera-azione da pubblicani pentiti e coscienti che c’è un lungo cammino di conversione da fare per rendere giustizia agli oppressi ed assicurare il pane agli affamati.

Sia questa la nostra preghiera sincera, in comunione con tutta la chiesa, missionaria della misericordia: “O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome”. Amen.

AIROLA. DUE MESI FA MORIVA MIA SORELLA CIRA. TI PORTO NEL CUORE.

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A DUE MESI DI DISTANZA DALLA MORTE DI MIA SORELLA CIRA, IL MIO DOVEROSO RICORDO  NELLO SCRITTO E NELLA PREGHIERA, PER NON DIMENTICARE UNA  PERSONA STRAORDINARIA PER QUELLO CHE E’ STATA ED HA FATTO IN AIROLA O DOVUNQUE E’ STATA. DUE MESI FA, CIRCA 2.000 PERSONE SONO PASSATE DAVANTI AL SUO FERETRO, ESPOSTO NELLA CHIESA DI SAN PASQUALE BAYLON IN AIROLA, PER UN BREVE SALUTO, PER UNA PREGHIERA E PER UN SINCERO PIANTO DI SOFFERENZA PER LA GRAVE PERDITA. TUTTI HANNO VOLUTO SALUTARE LA MAESTRA CIRA, PERCHE’ E’ STATA UNA DELLE MAESTRE PIU’ QUOTATE DI AIROLA, NELLE SCUOLE ELEMENTARI, NELLE QUALI HA INIZIATO A LAVORARE DAL 1967 FINO AL 2013. TUTTA LA CONOSCEVANO COME LA SIGNORINA CIRA, PERCHE’ AVEVA SCELTO DI VIVERE DA CONSACRATA LAICA, SEGUENDO LE ORE DI SAN FRANCESCO E SANTA CHIARA, E IL SIGNORE L’HA CHIAMATA A SE’ PROPRIO ALL’ALBA DELLA FESTA DI SANTA CHIARA, L11 AGOSTO 2016, ALLE ORE 5,00 DEL MATTINO, QUANDO HA SPIRATO SERENAMENTE TRA LE MIE BRACCIA DI SACERDOTE PASSIONISTA, PADRE ANTONIO RUNGI, ACCOMPAGNATA, NEL SUO TRANSITO VERSO L’ETERNITA’ DAL FRATELLO POMPEO, DALLE NIPOTI, DALLE DUE RAGAZZE UCRAINE, GIULIA E NATASHA CHE HA OSPITATO NELLA SUA CASA PER TANTI ANNI, A NATALE E IN ESTATE. DAI RISPETTIVI MARITI E FIDANZATI DELLE TRE SU QUATTRO NIPOTI CHE LE SONO STATE VICINO NEI GIORNI DI OSPEDALE  A CASERTA E NEI TRE GIORNI CHE ERA RITORNATA NELLA SUA CASA PATERNA DI VIA MONTEOLIVETO, DOVE E’ MORTA SERENAMENTE E SANTAMENTE. I FUNERALI DEL GIORNO SUCCESSIIVO, IL 12 AGOSTO, E’ STATO UN MOMENTO INTENSO DI PREGHIERA, DI EMOZIONI, DI GIOIA, DI DOLORE  CON CIRCA 30 SACERDOTI CONCELEBRANTI, PER LA GRAVISSIMA PERDITA, MA ANCHE PER LA CERTEZZA ASSOLUTA CHE UN ANGELO ERA VOLATO IN PARADISO E INIZIAVA DA LI’ A PREGARE PER TUTTI E SPECIALMENTE PER I SUOI CARI, PER I QUALI, IN PARTICOLARE, HA DATO LA VITA, HA RINUNCIATO A TUTTO, SI E’ SACRIFICATA OLTRE OGNI MISURA, BEN FELICE DI DARE NEL NOME DEL SIGNORE TUTTO QUELLO CHE POSSEDEVA. UN ESEMPIO DI VITA CHE NON SI PUO’ ASSOLUTAMENTE DIMENTICARE PER LA COSTANZA NELLA PREGHIERA, NELLE DEVOZIONI POPOLARI, NELLO STILE SEMPLICE, POVERO ED ESSENZIALE DI COME HA VISSUTO LA SUA BELLISSIMA ESISTENZA, PERCHE’ SEGNATA NON DAL TEMPO, MA DALL’ETERNITA’. TUTTO VEDEVA IN QUELLA DIREZIONE E TUTTO FACEVA PER CONQUISTARSI NON TROFEI O POLTRONE SU QUESTA TERRA, MA UN POSTO PRIVILEGIATO IN CIELO, NEL PARADISO, DOVE L’AVEVANO PRECEDUTO, MAMMA TOMMASINA (15 SETTEMBRE 1993) E PAPA’ GIOVANNI (29 GENNAIO 2001). ORA DAL CIELO PREGA PER NOI E VIGILA SU DI NOI, COME FACEVA OGNI GIORNO SENZA DIMENTICARE NESSUNO E RICORDANDOSI DI TUTTI, SPECIALMENTE DI CHI STAVA NEL DOLORE E NELLA SOFFERENZA. QUESTA GIORNATA L’HO DEDICATA A TE, SORELLA CARA E AMATISSIMA, E PER TUTTI I MESI E GLI ANNI FUTURI L’11 DI OGNI MESE  E SOPRATTUTTO L’11 AGOSTO NON SARA’ PIU’ LA FESTA DI SANTA CHIARA, MA DI “SANTA” CIRA, PERCHE’ SEI UNA SANTA, COME TUTTI I SANTI CHE HANNO RAGGIUNTO LA GLORIA DEL PARADISO, ANCHE SE NON SONO STATI ELEVATI AGLI ONORI DEGLI ALTARI, TANTE PERSONE, A PARTIRE DA ME, TUO FRATELLO SACERDOTE, SI AFFIDA A TE OGNI GIORNO. MA INSIEME A ME SONO TANTE LE PERSONE CHE SI RIVOLGONO A TE PER CHIEDERE AIUTO E FARE DA TRAMITE CON GESU’. SENTIAMO LA TUA VICINANZA, PERCHE’ LA TUA PRESENZA SPIRITUALE NON POTRA’ MAI CANCELLARE IL TEMPO CHE PASSA.. PER ME SARA’ SEMPRE UN TEMPO PER RICORDARE E RICORDARE UNA SORELLA UNICA CHE SONO LA NOSTRA FAMIGLIA, UNA CITTADINA ESEMPLARE CHE SOLO LA NOSTRA CITTA’ POTEVA RICEVERE IN DONO E VALORIZZARLA PER QUELLO CHE E’ STATA E SARA’ NEL RICORDO RICONOSCENTE DI TUTTI.

TUO FRATELLO P.ANTONIO RUNGI

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

SOLO POCHI SANNO RINGRAZIARE IL SIGNORE

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa domenica, la XXVIII del tempo ordinario, ci racconta della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù sana mentre attraversa la Samaria e la Galilea. Dei dieci guariti solo uno sente il dovere di ringraziare il Signore per il dono ricevuto. Con questo esempio ci viene ricordata la tendenza generale dei fedeli di ringraziare il Signore solo in parte, mentre la stragrande maggioranza non si ricorda mai di ringraziare Dio per i doni ricevuti. L’ingratitudine è grande! E pur cambiando la società, rimane costante il comportamento di chi, pur avendo ricevuto tanto da Dio, non eleva al cielo il volto per dire semplicemente “Grazie Signore”.

Questo racconto ci fa riflettere su come noi dobbiamo agire nei confronti di Dio, quando Egli si muove, e lo fa sempre, a nostro favore e compassione. Non dimentica e non trascura la sofferenza di nessuno e pur sanando tutti, non tutti sanno dire grazie, ritornare sui propri passi ed elevare a Dio l’inno di ringraziamento e di lode.

Un altro aspetto importante che la parola di Dio ci fa considerare è il tema della lebbra, quella fisica, intesa come malattia emarginante del soggetto, e la lebbra spirituale, quella interiore e che non si vede, e che, purtroppo, infetta più dell’altra e trasmette nel mondo degli uomini il male, come sistema di pensiero e di vita. Non si guarisce da questa lebbra, rappresentata dai nove lebbrosi che non tornano indietro per ringraziare per la guarigione ricevuta. Questa malattia dell’anima, che è il peccato, la corruzione, l’idolatria, il fanatismo, l’egoismo, il male assoluto, non si guarisce neppure se il Signore interviene e dà la guarigione per il momento, che può essere una confessione in una determinata occasione e circostanza della vita, un atto di culto, un pentimento del momento, una preghiera o qualsiasi altra cosa che aiuti, momentaneamente a distanziarsi dal peccato. Per la guarigione totale è necessaria una lunga terapia anti-lebbra spirituale, che è incentrata su medicine dell’anima, che sanano e purificano la mente e il cuore dalle passioni di ogni genere e dai peccati che distruggono il bene più prezioso di una persona credente, quello appunto della sua interiorità e spiritualità. Non senza un perché il testo del vangelo di questa domenica si conclude con una bellissima espressione di stima, apprezzamento ed incoraggiamento di Gesù verso l’unico lebbroso guarito, che torna da Lui: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Chi si libera dal male non è più prostrato nel fisico e n nello spirito, ma si rialza, perché riacquista quella energia interiore che è la grazia e la misericordia di Dio, sulla quale poggiare il successivo, non facile cammino, dopo la caduta, quando il Signore dice, in tanti modi e con tutti gli strumenti, al peccatore pentito e ricostruito nello spirito: vai avanti, con la fede ce la farai e potrai superare tutte le malattie e le lebbre dello spirito, che altrimenti non guarirebbero mai.

Gesù si presenta, quindi, non solo come Colui che guarisce il corpo dai vari malanni, ma Colui che guarisce il cuore dalla più grave malattia della mancanza di amore e di speranza.

Il lebbroso è scartato, è emarginato, deve indicare agli altri, anche nel modo di vestire e di comportarsi del suo stato fisico, per evitare il contagio. E’ un escluso, vive fuori dell’accampamento, deve portare i segni distintivi della sua condizione di malattia ed allertare i cittadini perché non vengano a contagio con lui e si ampli l’epidemia. Si può dire che, con il campanello al collo o in mano, può essere paragonato all’autoambulanza o il 118 dei nostri giorni, oppure il telefono rosso, o al codice rosso come si classificano i malati in fase di gravissima situazione di salute. E’ evidente che chi soffriva di questa malattia emarginante cercava di guarire in tutti i modi, ricorrendo a maghi, a guaritori di ogni genere. Anche nel brano della prima lettura di oggi, troviamo questo bisogno di guarigione in Naaman, il comandante dell’esercito del re di Aram, il quale  “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra”.

Naaman, dopo la guarigione è riconoscente verso il profeta e vuole desbitarsi in qualche modo, già abituato a pagare dottori e ciarlatani che non potevano nulla nei confronti di quella malattia, allora classificata come incurabile, però si prendevano i lauti compensi per le consulenze e le terapie che prescrivevano senza alcun beneficio per il malato. Ecco, perché, “tornò con tutto il seguito da [Elisèo] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Naaman si porta la terra benedetta di quel luogo, dove egli era stato guarito e ne fa uno strumento di purificazione per tutti gli altri.

La fede di questi due malati di lebbra, di cui ci raccontano la prima lettura di oggi e il Vangelo ci aiuta a capire il senso di quanto scrive l’Apostolo Paolo al suo amico Timoteo, nella sua seconda lettera, a questo vescovo di Efeso, comunità cristiana costituita da lui, che ora è in catena per aver annunciato la parola di Cristo. Egli sopporta “ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E la fede nella risurrezione, è il tema centrale di questo brano, che conclude: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore nella celebrazione della santissima eucaristia:O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.