Preghiera

AIROLA (BN). E’ MORTO IL NOTO PASSIONISTA PADRE VINCENZO CORREALE. AVEVA 97 ANNI.

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Airola (Bn). E’ morto Padre Vincenzo Correale, sacerdote e missionario passionista

di padre Antonio Rungi

Alla veneranda età di 97 anni, ieri 6 febbraio 2020 è morto padre Vincenzo Correale, sacerdote passionista. Dopo una lunga malattia, riduttiva della sua autonomia, è morto in una struttura Rsa di Bonea (Bn).

Oggi, venerdì 7 febbraio, alle ore 10, la salma giungerà al convento dei padri passionisti di Airola, nell’antico monastero di Monteoliveto, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e nel quale tre anni fa aveva celebrato i suoi 70 anni di vita sacerdotale.

I funerali del noto religioso si svolgeranno, domani, sabato 8 febbraio alle ore 10,30 nel Convento dei Passionisti di Airola.

Padre Vincenzo di Gesù e Maria (al secolo Vincenzo Correale), conosciuto come padre Romualdo, era nato il 9 marzo 1923 a Mercato San Severino (Sa) nell’Arcidiocesi di Salerno, da Agostino e da Adelaide Rega. Da piccolo entrò nel cammino vocazionale dei passionisti, in seguito ad una missione dei passionisti, predicata nel suo paese.

Svolto il regolare iter della scuola apostolica e del noviziato emetteva la professione religiosa il 22 settembre 1940 a Pontecorvo (Fr).

Completati gli studi teologici e filosofici, durante il periodo della seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote nel 1947 a Paliano.

Iniziava così una lunga ed intensa attività di missionario e predicatore e successivamente di parroco in alcune comunità del Lazio Sud e Campania, tra cui Falvaterra (Fr).

Nella Congregazione dei passionisti ha ricoperto più volte l’ufficio di superiore locale e altri uffici.

Conosciuto ed apprezzato da tutti per la cultura, il senso pastorale, la generosità nel servizio e il coraggio dimostrato in tante situazioni è stato un esempio di buon pastore che ha avuto a cuore tutte le pecorelle dell’ovile, affidate alle sue cure pastorali, andando in cerca di quelle smarrite.

Un esempio per tutti: fu lui a costruire la nuova chiesa di San Tarcisio a Napoli, ricavando il tempio da un capannone di un’ex fabbrica della zona, con le opere annesse, essendo l’antica chiesa, a forma circolare, insufficiente rispetto alle esigenze della parrocchia, cresciuta numericamente e pastoralmente, soprattutto nel periodo affidata alla cura pastorale ai padri Passionisti di Santa Maria ai Monti.

Altro importante e consistente impegno nella ricostruzione della Chiesa parrocchiale di San Nicola in Zuni di Calvi Risorta (Ce), ultimo suo impegno pastorale, lasciato per raggiunti limiti di età e per la precaria salute, con il progressivo calo della vista.

Padre Vincenzo ha vissuto e svolto il suo ministero sacerdotale in vari conventi dell’ ex-provincia religiosa dell’Addolorata: Airola, Calvi Risorta, Falvaterra, Napoli, Paliano e ha predicato diverse missioni.

“Profondamente rattristato per la morte di carissimo padre Vincenzo, molto vicino alla mia famiglia, rammento che negli anni sessanta – ricorda padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei Passionisti del Lazio Sud e Campania dal 2003 al 2007 – era di comunità in Airola, mio paese natio. Qui svolgeva un’ampia azione di promozione vocazionale, insieme a padre Serafino Fava e padre Bernardino Cerroni, tra i giovani ed i ragazzi di Airola. Fu lui ad accompagnarci a diversi di noi, ragazzi di Airola, il 4 ottobre 1964, alla scuola apostolica di Calvi Risorta per iniziare quel cammino di formazione alla vita passionista e sacerdotale che alcuni di noi stanno ancora vivendo. Calvi Risorta, allora accoglieva centinaia di aspiranti alla vita religiosa e passionista. Da alcuni anni è stata chiusa per mancanza di vocazioni. Padre Vincenzo è stato un missionario apprezzatissimo – continua padre Rungi – ed uno dei sacerdoti passionisti impegnati pastoralmente più lungo nelle parrocchie.

Napoli e Calvi Risorta con i tanti fedeli delle rispettive parrocchie li ha portati sempre nel cuore e da buon pastore, con la gentilezza e la signorilità del carattere, sapeva accogliere ed aiutare tutti.

Carattere forte, tenace ed austero, sentiva forte la vocazione passionista per se stesso e per gli altri, desiderava ardentemente vivere il carisma di San Paolo della Croce con lo stile contemplativo, missionario, pastorale e penitenziale. Un passionista di altri tempi che tutti hanno voluto bene, anche i passionisti degli ultimi tempi. Da lui c’era tanto da imparare ed apprendere sempre”. Riposi in pace.

EPIFANIA 2020 – LA RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI

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EPIFANIA DEL SIGNORE

Lunedì 6 gennaio 2020


Gesù Bambino, manifestazione dell’amore di Dio a tutta l’umanità

Commento di padre Antonio Rungi

Sappiamo benissimo cosa significhi Epifania, ma non sempre ne comprendiamo la portata spirituale che essa racchiude per ogni cristiano. Essa è la manifestazione di un Dio Bambino che si fa piccolo per amore e donarci amore.

Gesù Bambino è, infatti, questa piena e totale manifestazione di Dio amore a tutta l’umanità.

La venuta dei Re Magi dal lontano Oriente fino alla grotta di Betlemme non è una fantasia e un aneddoto dei vangeli sinottici per farci credere per forza che un Salvatore che è venuto in mezzo a noi 2020 anni fa, ma è il racconto storico e soteriologico, cioè relativo alla salvezza del genere umano, che viene fissato nei testi sacri, per quanti hanno fede e come i Re Magi desiderano incontrare la vera luce per la mente di ogni persona onesta intellettualmente.

Il racconto dettagliato di questo avvenimento ci aiuta a comprende meglio il senso biblico dell’Epifania.

“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Gesù è indicato dagli stessi scienziati come una stella nell’universo che orienta e guida il loro cammino, proprio partendo dal lontano Oriente.

Ed essi si fecero guidare da questa “Stella”. Ma per avere la certezza si consultarono con il re del posto, il sanguinario Re Erode.

Cosa successe a questa notizia vera giunta al Re e a Gerusalemme? Il re Erode restò turbato e con lui tutta la città”. Dal turbamento all’intervento immediato per arginare l’usurpatore.

E cosa fa? Erode riunisce tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, e si informò da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”.

La cosa era nota presso gli israeliti, in quanto i profeti ne avevano parlato da tempo. Essi allora gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta” che nel caso specifico è Michea.

La paura del perdere il potere, fa scattare l’ingegno e lo stratagemma per venire a sapere la verità.

“Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Falso e menzognero come tutti quelli che sono attaccati al potere ed hanno paura di perderlo.

Erode era esattamente questo e rappresenta in quella circostanza tutti gli esseri umani attaccati alla poltrona e per garantirsi questa condizione usano bugie e falsità per di restare ai loro posti.

Lui non voleva affatto andare ad adorare il suo rivale e contendente al trono di Israele, la sua idea la manifesterà di lì a poco, quando farà uccidere tutti i bambini al di sotto di due anni, compiendo una delle stragi più terribili dell’umanità, quella dei bambini innocenti.

I magi lo ascoltarono e partirono. “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino”, esattamente a Betlemme in questa povera grotta dove era nato il Redentor.

Chissà quale impressione ebbero a vedere questo bambino: delusione, rabbia, sconcerto? Niente di tutto questo. I testi del vangelo ci raccontano che “al vedere la stella, provarono una gioia grandissima”. D’altra parte, chi incontra Gesù assapora la vera gioia in questa vita e per sempre.

Per cui, una volta “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

Il gesto di adorazione indica tutto quello che capirono immediatamente quei tre saggi giunti da lontano per andare ad onorare un bambino appena nato e per di più in una stalla.

Ma la bellezza e l’eccezionalità di questo evento fece capire ai Re Magi da che parte dovevano stare e quale strada nuova iniziare a percorrere. Infatti, “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

La via della ragione e del potere fa spazio alla via della fede e del servizio umile e disinteressato alla verità.

Bellissima questa testimonianza dei Re Magi che ancora oggi catturano la nostra fantasia, ma soprattutto il nostro intelletto e in nostro cuore, davanti all’immagine di un Dio che si fa bambino e si abbassa alla nostra condizione di esseri umani, degni di ogni attenzione ed amore da parte di un Dio che è amore e si manifesta con amore e per amore.

Per comprendere a pieno questo grande mistero della fede ci viene in aiuto la lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini, seconda lettura di questa solennità, nella quale leggiamo che questo mistero “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni”, ma “ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito”

Qual è questo mistero? “Che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. In poche parole, è il mistero della salvezza del genere umano che Cristo viene a portare a compimento con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. L’Epifania è Pasqua in fieri, in divenire, anzi è l’inizio del cammino pasquale che Cristo completerà sul Golgota, con la sua morte, risurrezione ed ascensione al cielo.

Di fronte a questo mistero quale deve essere il nostro atteggiamento?

E’ quello che il profeta Isaia ci dice di attuare ogni giorno della nostra vita, soprattutto nei momenti di paura, angoscia, solitudine, malattia ed ogni forma di oppressione della coscienza che può metterci in crisi davanti a Dio: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”.

La festa della luce per tutti inizia da quella grotta fredda, oscura, umida di Betlemme, che cambia aspetto e prospettiva con la venuta sulla terra del Redentore.

La festa è quindi alzare la testa e gli occhi per guardare in alto e intorno: “tutti si sono radunati intorno ad un Bambino appena nato e vengono da Lui, perché Lui è l’atteso Messia e Salvatore. Vengono da vicino, come i pastori, e da lontano come i Re Magi. Tutti vengono per ringraziare Dio per tutto l’amore che ha manifestato a noi.

Oro, incenso e mirra, doni di noi mortali al Re immortale ed eterno non sono altro che la conferma di questa regalità e signoria di Dio sul creato e su tutte le creature, che Lui ha redento con il suo sangue prezioso, versato sulla croce per noi.

Pasqua Epifania, come viene detta la solennità odierna riporta al centro della nostra fede Gesù Bambino, Figlio di Dio, Verbo incarnato che salirà il Calvario e completare l’opera della salvezza del genere umano. Grazie Gesù Bambino, grazie Gesù Crocifisso, grazie Gesù Risorto e asceso al cielo, da dove discendesti per farti carne nel grembo verginale di Maria Santissima, tua e nostra celeste madre d’amore.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

Alzati e va, la tua fede ti ha salvato

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci offre l’occasione di riflettere in modo più circostanziato sul tema della fede.

Siamo nella scia dei testi del Vangelo di Luca di queste ultime domeniche, che ripropongono con cadenza settimanale il discorso sul credere e della potenza della fede, come è nel caso del Vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione di dieci lebbrosi, di cui solo uno torna indietro, dopo essere stato guarito per ringraziare il Signore.

E questo brano chiude proprio con l’invito di Gesù, al lebbroso guarito, quello che ha cambiato totalmente vita, di alzarsi e andare, perché la forte e convinta fede in Gesù lo aveva guarito, ma soprattutto lo aveva salvato.

Infatti, questo brano del Vangelo di Luca pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore.

La prima annotazione che Luca fa su Gesù è che Egli in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme. Nel suo andare verso Gerusalemme Egli non lascia nulla di non visitato, di non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.

Continuando nella lettura del Vangelo ci viene detto che Gesù entra in un villaggio, che non ha nome e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati.

Tali lebbrosi Gli chiedono la guarigione. Egli accoglie subito la loro preghiera, che è un grido straziante del loro cuore e li invita ad andare a Gerusalemme e a presentarsi ai sacerdoti nel tempio. E mentre essi andavano, furono purificati. Li invita quindi a raggiungere il cuore della Città santa, il tempio, i sacerdoti. Li invita al ritorno alla casa del Padre.

E non appena ha inizio questo storico viaggio verso Gerusalemme, i dieci lebbrosi vengono risanati, vengono purificati.

A questo punto succede una cosa che Gesù fa osservare. Uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù e per giunta fa osservare che quello che è tornato indietro è un samaritano, uno che non apparteneva al popolo eletto. A conferma che la salvezza che egli è venuto a portare è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.

Il racconto del brano del vangelo si chiude con due verbi che esprimono cammino di conversione e di rinnovamento interiore: alzarsi ed andare, ovvero risorgere. Solo la fede può farsi risorgere da una condizione di malattia dell’anima e solo la fede spinge a camminare nella vita, nonostante le difficoltà e le croci di ogni genere.

Ce lo ricorda la prima lettura di questa domenica tratta dal secondo libro dei Re, nella quale è raccontata la guarigione di Naaman il Siro, anche lui affetto da lebbra. Una volta purificato tornò dal profeta Eliseo professando la sua fede con queste parole: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.

Di conseguenza abbandonò ogni forma di idolatria, e si mise a servire il vero ed unico Dio, rivelato a Mosè sul monte Sinai.

Anche qui riscontriamo una forte intenzione di cambiare stile di vita religiosa e quindi di attuare una vera conversione spirituale, che tende verso la manifestazione del culto divino autentico, come quello del popolo d’Israele.

La capacità di testimoniare la fede in Cristo, che ci viene dalla docilità allo Spirito Santo ci viene richiamata, poi, dall’apostolo Paolo nel breve brano della sua seconda lettera all’amico e vescovo Timoteo. In essa Paolo, maestro e compagno di viaggi, non turistici, ma apostolici e missionari,  ricorda a Timoteo che per Gesù Cristo si deve fare ogni cosa, avere il coraggio dell’annuncio, affrontare le prove della vita, subire anche le catene e lo stesso martirio, come egli stesso, sta sperimentando in quel momento.

I limiti umani, la restrizione della libertà personale, come avviene per un detenuto, nella cui condizione si trova Paolo in quel momento, essendo stato imprigionato, a causa del Vangelo, non deve incatenare la Parola di Dio, che viaggia e cammina anche tra le sbarre di un carcere o di un luogo di detenzione forzata. Infatti, lui sopporta ogni cosa “per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E poi va nel cuore delle verità di fede essenziali per la dottrina cristiana: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo”. In opposizione a questo dialogo di intesa e d’amore con il Salvatore, c’è il rinnegamento, l’infedeltà che portano evidentemente la persona religiosa ad allontanarsi da Dio e a vivere senza Dio, come se Dio non esistesse.

Questo comportamento non ci aiuterà ad essere nella grazia e nell’amicizia con Cristo e quindi di sperare nella salvezza eterna.

Si tratta di un forte monito per ricordare a ciascuno di noi che la fede va vissuta, testimonianza con coraggio fino alla morte.

Naaman, il lebbroso del vangelo che torna indietro a ringraziare, Timoteo sono personaggi citati nella parola di Dio di questa Domenica, insieme al profeta Eliseo e all’Apostolo Paolo che vanno nell’unica direzione possibile, quella che dà salvezza e sicurezza, e cioè la direzione di Cristo.

Possiamo, a conclusione di queste riflessioni e considerazioni, elevare la nostra mente a Dio con la preghiera della colletta di questa domenica: “O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

AUGURI A PAPA FRANCESCO CON UNA SPECIALE PREGHIERA DI P.RUNGI

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P.RUNGI (TEOLOGO PASSIONISTA). UNA SPECIALE PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’ONOMASTICO DA PONTEFICE
 
Per la festa di san Francesco del 4 ottobre 2019, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta, ha composta una speciale preghiera per Papa Francesco, che festeggia il suo onomastico da Pontefice. “Questa è il settimo anno e la settima volta che Papa Francesco – afferma padre Rungi – ricorda in modo speciale San Francesco d’Assisi, che ha scelto come sua guida e protettore nel servizio apostolico e ministero petrino, essendo stato eletto al soglio pontificio il 13 marzo del 2013. Con tanti problemi che il Papa si trova ogni giorno ad affrontare nella Chiesa e al di fuori di essa, con una speciale attenzione che ha ai problemi ecologici, etici e sociali, una preghiera come questa, che tutti i cattolici vorranno elevare al Signore per il Papa, certamente lo aiuterà e lo sosterrà. D’altra parte è lui stesso che continuamente ci chiede di pregare per la sua persona. E noi lo facciamo con gioia, volentieri, ben sapendo che il Signore ascolta le nostre umili orazioni per il pastore universale della sua chiesa, sparsa su tutta la terra”.
 
Ecco il testo dell’orazione scritta da padre Antonio Rungi
 
Nella festa del nostro Patrono, San Francesco,
ci rivolgiamo a Te, Signore Gesù Cristo,
per intercessione del Poverello d’Assisi,
perché protegga il nostro romano pontefice,
che porta il nome di così grande santo,
amico dei poveri e coraggioso apostolo
della misericordia, del dialogo
e della fraternità universale.
 
Rendi fruttuoso, o Signore,
l’operato e l’insegnamento
del Vescovo di Roma,
perché nel costante
richiamo ai valori cristiani
possa trovare anime ben disposte
a lasciarsi toccare dalla carità
e dalla vera letizia francescana.
 
Nulla turbi il cuore e la missione
di Papa Francesco,
in questo periodo difficile
per le sorti del genere umano
e come il Poverello d’Assisi
ricostruisca con il saggio operare
e il sapiente consigliare
l’umanità in rovina
per l’insensato agire
di governi e nazioni
che non hanno a cuore
il bene di ogni uomo
e di tutto l’uomo.
 
Maria, Madre della gioia
e della letizia di chi si mette in cammino
sorregga il ministero petrino
di Papa Francesco,
per moltissimi anni ancora,
a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
 
San Francesco,
modello di vita per quanti governano,
sia maestro illuminante
e guida costante
per il Santo Padre,
Papa Francesco. Amen.

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 31 MARZO 2019

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QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

DOMENICA 31 MARZO 2019

CON L’ UMILTA’ DEL CUORE CHIEDIAMO PERDONO E RICOMINCIAMO

Commento di padre Antonio Rungi

Con la quarta domenica di Quaresima, detta della letizia entriamo nel vivo del cammino di conversione verso l’annuale Pasqua di morte e risurrezione di Cristo, ma anche della nostra risurrezione spirituale in Cristo, mediante la gioia di ritornare al Lui con tutto il cuore, pentiti, come il figliol prodigo del Vangelo di questa domenica. Si tratta di un cammino spirituale ed interiore al quale nessuno di noi può sottrarsi. Ci obbliga il nostro essere battezzati e il nostro essere consacrati alla passione, morte e risurrezione di Cristo.

Questo cammino, spero, che ognuno di voi l’abbia intrapreso da tempo. Siccome i avvicina la Pasqua 2019, se questo cammino di ritorno non è neppure iniziato, sia questo il momento favorevole per farlo, in quanto Dio ci attende a braccia aperte, fin quando non ritorniamo a Lui, come ci ricorda sant’Agostino, in una delle sue più celebri aforismi: O Signore, il mio cuore è inquieto, finché non riposa in Te”. Facciamo riposare questo nostro travagliato, agitato ed afflitto cuore nella bontà e nella tenerezza di Dio, che si fa misericordia e si fa dono per tutti noi, peccatori sinceramente pentiti e riconoscenti a Dio. Prendiamo ad esempio il pentimento del figlio prodigo che ritorna al Padre e chiede di essere nuovamente accolto nel suo cuore e nella sua casa, cioè nella sua misericordia e nella sua chiesa.

Il figliol prodigo che va via dalla casa del Padre è il peccatore che esce dalla comunione con Dio e rompe ogni legame con il Signore, in attesa del ripensamento e del ritorno.

Dio non si stanca di aspettare, fino all’ultimo istante questo ritorno al piena comunione con lui nella grazia nell’amicizia.

E lui ci attende non solo sull’uscio della chiesa, per dargli il perdono qui su questa terra, mediante il sacramento della confessione; ma lo attende sull’ingresso del paradiso, per donargli la felicità senza fine. E’ tempo di ritorno e non possiamo più attendere per convertirci tutti a Dio,

Sta a noi entrare in questo cammino di ritorno a Dio da celebrare continuamente con una forte comunione di grazia e in grazia con Lui.

Il modo per farlo è mettersi nella condizione di quel che realmente siamo: peccatori e perciò bisognosi di perdono e di misericordia di Dio.

Non illudiamo noi stessi e gli altri: siamo tutti peccatori e perciò stesso abbiamo bisogno del suo perdono.

Quel Padre attende con pazienza, ma spera sempre che il ritorno inizi davvero e lo fa scrutando l’orizzonte della storia e del mondo, scrutando l’orizzonte del nostro cuore, spesso privo di quel rosso di sera, che fa ben sperare per l’alba e l’inizio di un nuovo giorno pieno di sole e di grazia del Signore.

Facciamo nostre le parole del figlio pentito: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre”.

Ci vogliamo rialzare dalla nostra debolezza interiore, frutto di una mancato assorbimento dei nutrienti essenziali alla vita dello spirito, che sono la preghiera, la penitenza e la carità sincera.

Non bisogna crogiolarsi nei peccati; anzi bisogna riemergere da essi prima che sia troppo tardi, prima che si abbia toccato il fondo del disastro morale più grave.

Non dobbiamo attendere i tempi del figliol prodigo per rinsavire dalle nostre condotte non buone e immorali, oltre che malvagie. Sia ricorrente questa preghiera del cuore, che ci sprona alla conversione: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.

E non diciamo mai, e poi mai: io sono senza peccato. Che peccato faccio o posso fare? Non dimentichiamo che nessuno di noi è senza peccato e come tali non possiamo giudicare gli altri o scagliare la pietra della condanna che uccide anche i sinceramente pentiti.

Nel cammino verso la Pasqua, ci incoraggi quanto scrive Giosuè nel suo Libro, in merito al popolo eletto: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». La celebrazione della Pasqua a

Gàlgala al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico fu motivo per andare avanti nel cammino dell’esodo. Infatti, il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan”. Dio premia sempre la buona volontà di ogni uomo della terra. D’altra parte nel brano della seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, ci vengono ricordati alcuni concetti teologici di base: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Siamo, dunque, ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Noi siamo i portavoce  di Dio, i trombettieri dell’Altissimo, i maestri di musica divina che fanno cantare perfettamente i coristi di quanti credono in Dio. Facciamo sì che questa gioia di vivere e testimoniare il vangelo arrivi attraverso di noi ai nostri fratelli vicini e lontani.

 

P.RUNGI. DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO – 29 LUGLIO 2019

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 29 Luglio 2018

La fiducia in Dio moltiplica all’infinito ogni pane per la vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario, che chiude il mese di luglio, ci offre l’opportunità di riflettere su un tema molto caro alla teologia cattolica, quello dell’eucaristia. Sia la prima lettura che il Vangelo di questa domenica ci aiutano ad entrare in questo mistero della fede, che è mistero di amore e donazione, mistero di fiducia ed abbandono alla provvidenza verso Chi può sempre tutto. Infatti nel brano del secondo libro dei Re che ascoltiamo oggi ci viene riferito di questa moltiplicazione dei 20 pani d’orzo e grano novello, ricevuto dal profeta Eliseo, da un uomo venuto da Baal Salisà, una quantità molto limitata, con la quale riuscì a sfamare un  gran numero di persone, quantificate in 100, che erano al suo seguito. Il testo non ci dice che spezzarono il pane in piccoli pezzi in modo da farli bastare a tutti, come spesso avviene nelle nostre mense o agape fraterne, quando la quantità del cibo è insufficiente, perché gli ospiti sono più numerosi di quelli previsti, ma è detto che Eliseo dispone di darlo da mangiare alla gente. Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare». Il risultato finale di aver avuto fiducia nella provvidenza del cielo è che, il servitore “pose il poco pane davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore”. Il Vangelo bissa il grande intervento del cielo, parlando in questo caso di quello che face Gesù, nel miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci riferisce, in chiara interpretazione eucaristica, l’evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava, anzi il discepolo dell’eucaristia, vista come vicinanza e servizio all’uomo da parte del Figlio di Dio.

La ricchezza e la bellezza di questo testo giovanneo ci far rimanere tutti a bocca aperta, non per mangiare il pane moltiplicato e benedetto da Gesù, bensì il grande amore che il Figlio di Dio manifesta nei confronti dell’umanità affamata di verità, giustizia, pace, amore e bontà. Il testo della moltiplicazione dei pani è collocato nel tempo della vicinanza alla Pasqua, chiaro riferimento alla morte e risurrezione di Cristo, di cui l’eucaristia e memoriale perenne. Gesù era passato all’altra riva del lago di Tiberiade e una gran folla di persone seguiva Gesù, considerato il fatto che operava miracoli e prodigi e la gente lo seguiva e lo cercava soprattutto per questo. Ebbe, quando Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui, disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Cosa poteva dire Filippo?  Signore «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Ma Giovanni commenta: “Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere”. E quello che stava per compiere è detto subito dopo. Gesù non si ferma di fronte ai limiti delle cose e delle persone, dell’economia del risparmio, ma apre l’orizzonte dell’economia che si fa dono e si moltiplica per sfamare, per dare il necessario per vivere. Un esempio da cui dovremmo prende stimolo e spinta ognuno di noi quando si trova di fronte alle reali necessità di chi ha bisogno di cibo e di altro per sopravvivere. Bisogna, anche notare, che gli apostoli al seguito di Gesù si resero disponibili e trovare una soluzione: “Gli disse allora Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini”. Sistemata la gente, tranquillizzata, chiesto il silenzio e soprattutto iniziata la preghiera, Gesù “prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Il miracolo è compiuto, al punto tale che “quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato”. Gesù è l’unico vero cibo che soddisfa il bisogno dell’anima e del corpo di ogni essere umano in cerca del cose che contano, in cerca del cielo, ove Dio ci attende per il banchetto celeste.

Di fronte a questo miracolo e segno straordinario scatta la risposta della fede in chi ha visto, osservato ed ha partecipato attivamente alla liturgia della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simboli, per i cristiani, da sempre, dell’eucaristia. Cosa professa e dice la gente lì convenuta? «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!».

Si sa che quando una persona dà sicurezza economica, soddisfa lo stomaco della gente, quella persona viene indicata la più giusta per assumere il posto di comando, di governo. Lo era al tempo di Gesù, lo è ancora oggi, quando tutti promettono a parole, che toglieranno la miseria, la fame e la povertà dalla faccia della terra o di quella nazione particolare. Qualcuno tempo fa, aveva ideato uno slogan nei paesi della povertà del terzo mondo: Fame zero. Da allora la fame è aumentata, piuttosto che essere azzerata, al punto tale che la fame e la miseria degli altri ha costituito il motivo della ricchezza di qualcuno di ieri e di oggi. Si sfruttano i poveri per diventare ricchi, si affama la gente per potenziare i propri beni. Altro che vangelo della carità e della giustizia?

Ecco perché Gesù, dopo aver compiuto il miracolo “sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo”. Solo Cristo poteva e di fatto ha scelto questa via. Sarà dei Giudei, ma offrendo la sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Quella scritta del motivo di condanna di Gesù Nazareno, che Pilato dispose di fissare sulla croce di Gesù, oltre il suo capo inclinato, dice tutto sulla vita del Redentore dell’umanità. L’esempio di Gesù è scuola continua per tutti coloro che si professano cristiani e si vantano, solo a parole, di esserlo, e mai di praticarlo. Perciò l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera agli Efesini, rivolge questo monito preciso: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Fare eucaristia, moltiplicare i pani per noi cristiani è vivere nell’unità, nella carità, nella comunione ecclesiale, nella solidarietà vera verso chi non ha nulla e chiede il sostegno per affrontare le dure prove della vita.

In questo tempo di vacanze, in cui spesso la distrazione prevale sull’attenzione e sensibilità verso gli altri, facciamo nostra la preghiera, che, indico come accompagnamento spirituale in questo tempo di riposo e di ripresa:

 

Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli

“venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco”,

dopo un dispendioso lavoro missionario,

pieno di soddisfazioni e di frutti spirituali,

fa che questo tempo di ferie, vacanze e riposo,

sia per tutti i villeggianti e operatori turistici

un periodo di rigenerazione fisica e spirituale,

capace di ridare slancio al cammino umano e spirituale

di ogni essere umano.

 

Ti chiediamo, Signore, di proteggere la creazione

da ogni forma di violenza e di aggressione,

perché questa Terra, che Tu ci hai donato

possa essere, davvero, la casa comune per tutti gli uomini,

senza alzare muri di divisione e di separazione.

 

Il mare, le montagne, i laghi

ed ogni altro luogo dove la gente cerca riposo

in questi mesi estivi,

siano il paesaggio più immediato

per contemplare la bellezza del creato

e spazi di  riflessione

per costruire  un mondo più giusto,

rispettoso dei tempi e delle speranze di ogni uomo.

 

Tu Gesù, Sole che illumini le menti e cuori,

suscita nei nostri pensieri e nelle nostre azioni

il calore dell’amore generoso e fecondo,

capace di irradiare sul mondo

la tenerezza e la dolcezza di un Dio, fatto uomo,

nel grembo purissimo di una Donna.

 

Maria, Madre delle stagioni della nostra vita,

ottienici da Gesù quello ciò che è giusto

e conforme ai suoi divini voleri,

perché anche questo tempo della vita,

dedicato al riposo estivo,

diventi un momento di grazia,

per chiedere grazie e ricevere grazie,

utili al nostro lavoro umano e spirituale,

per continuare ad essere testimoni

della gioia, della speranza e della luce

in un mondo immerso nelle tenebre dell’indifferenza. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIV DOMENICA DEL TO- 8 LUGLIO 2018

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 8 luglio 2018

 

Il cuore mummificato di chi non vuole ascoltare Dio e non convertirsi

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Celebriamo la XIV domenica del tempo ordinario e la prima lettura di oggi ci dà l’impulso per riflettere su cosa il Signore vuole da noi nell’accoglienza della sua parola. Egli, Gesù, conosce bene, come, ci rammenta il Vangelo di oggi, che è difficile farsi capire dai parenti e concittadini, affermando senza mezze misure che un «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Perché Gesù evidenzia questa difficoltà? Si capisce da tutto il contesto del brano di Marco che oggi ascoltiamo. Gesù va nella sua patria, cioè a Nazareth, e i suoi discepoli lo seguono. Arrivato il sabato, come era prassi va nella sinagoga e si mette ad insegnare. Il suo modo di insegnare e le cose che diceva, i prodigi che faceva, lascia sbalordita la gente, la quale si meravigliava di tanta sapienza e facendo notare che egli è un “falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone”. Sono cinque le domande su Gesù che si pongono i suoi concittadini. Evidenziano il contrasto tra ciò che loro sanno di Gesù e chi è effettivamente Gesù di Nazareth.

Quello che faceva Gesù e diceva era per loro motivo di scandalo, in quanto erano abituati a sentire altre prediche dagli addetti alla sinagoga, ai vari rabbini che si alternavano ad illustrare alla gente, senza preparazione, la parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che loro volevano far dire e non esattamente ciò che diceva. Gesù constata la loro pochezza interiore e la poca disponibilità ad accogliere la parola vera che usciva dalla sua bocca, per cui passò altrove ad insegnare, vista la poca predisposizione all’ascolto e al cambiamento dei suoi compaesani. La loro incredulità non permise a Gesù di fare alcun prodigio, in quanto era ed è necessaria la fede per ottenere i miracoli di Dio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

Ritornando al testo della prima lettura, tratto dal profeta Ezechiele, Dio parla al suo popolo mediante quest’uomo di Dio che si rivolge ad esso con estrema lealtà e a chi lo ascolta, facendosi portavoce coerente di quanto il Signore costatava e voleva far risaltare, per invitare a conversione i membri del popolo d’Israele: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”.

Figli testardi, figli ribelli e dal cuore indurito, a questa genia di ribelli, il profeta deve dire queste parole di Dio: “Ascoltino o non ascoltino sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.

Ezechiele quindi diventa il messaggero di Dio, attraverso cui il Signore comunicherà la sua volontà.

Il testo, chiaramente, anticipa quella che sarà la missione di Cristo sulla terra e quali ostacoli, il Figlio di Dio, incontrerà per convertire il cuore dei suoi correligiosi.

Non ci riuscirà al punto tale che lo condannano a morte, perché non credevano a nessuna delle sue parole e vedeva in Gesù Messia il rischio più gande per continuare a mantenere il potere religioso, politico e militare della Palestina. Qualcuno, però, riuscì ad uscire da questa visione riduttiva della fede e iniziare un cammino di conversione che approdò al discepolato e all’apostolato nel nome di Cristo. E questi fu Paolo Apostolo, che dopo la sua conversione inizia la predicazione e l’evangelizzazione su larga scala. Il successo che otteneva, le comunità che costituiva, il numero sempre maggiore di adesione al cristianesimo, mediante la sua predicazione, potevano mettere a rischio l’autenticità della sua fede e della sua missione. Ecco perché nel brano della seconda lettera ai Corinzi che oggi ascoltiamo come seconda lettura, egli scrive parole forti, nelle quali si coglie la difficoltà, anche umana, da parte dell’Apostolo, oltre che interiore e spirituale di fronteggiare le forze del male, che si scatenarono contro di lui. E allora, scrive testualmente circa la sua persona: “Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.

Una situazione grave, su cui gli esegeti hanno spaziato nel far riferimento ad una persona, o a delle situazioni particolari vissute dall’Apostolo in modo preoccupato. Infatti scrive “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, in questo brano ci presenta un Dio misericordioso, che comprende le debolezze umane e va incontro a lui con cuore di Padre e non di giudice che condanna. La conclusione della riflessione dell’Apostolo, in termini paradossali, è questa: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Come dire, se la debolezza è motivo per aprirsi a Dio, senza sentirsi perfetti, ben venga la presa d’atto della nostra miseria, della nostra povertà e del nostro peccato.

E Paolo, conclude: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. Il messaggio è chiaro e lampante, in quanto nel prendere atto di chi siamo, ovvero peccatori e persone fragili abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che in termini precisi significa ricorrere alla grazia santificante dei sacramenti della vita cristiana, che danno respiro all’anima e, se vissuti, con convinzione e ricevuti con fede, producono l’effetto sperato per convertire noi ed essere strumenti di conversione per gli altri.

Sia questa la nostra preghiera che rivolgiamo a Dio, sperando di migliorare spiritualmente la nostra vita: “O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna”. Amen.

LA PREGHIERA A SAN PAOLO DELLA CROCE SCRITTA DAL TEOLOGO RUNGI

preghiera a san paolo della croce-def

Preghiera a San Paolo della Croce
Composta da padre Antonio Rungi

O ardente apostolo di Gesù Crocifisso,
ci rivolgiamo a te, o San Paolo della Croce, 
fondatore dei Passionisti,
perché dall’Amore Crocifisso,
per il Quale hai vissuto tutta la tua vita,
otteniamo pace, misericordia e perdono.

Dal cielo, dove contempli in eterno
il tuo Amore messo in Croce,
volgi lo sguardo alla tua famiglia religiosa,
perché possa continuare a vivere
il carisma della Passione,
con l’entusiasmo e la gioia di sempre
e di offrire la propria vita alla causa del vangelo.

Padre Santo
assisti quanti sono in cerca della verità,
della giustizia e della pace del cuore,
che possono raggiungere, nell’umiltà,
ai piedi della Croce di Gesù.

Benedici quanti operano
a servizio dei tanti crocifissi,
abbandonati nelle diverse nazioni del mondo,
senza alcun diritto riconosciuto
e offesi nella loro dignità di persone umane,
sempre più bisognose del buon samaritano.

A piedi della croce
e alla scuola di Maria Santissima Addolorata,
facci comprendere, o San Paolo,
cosa significa davvero amare Dio e i fratelli,
salendo con Gesù il Calvario della sofferenza,
dell’amore e della donazione.

Noi vogliamo essere, come te, Paolo della Croce,
figli della Passione, che portano nel cuore e sul petto,
i segni della morte e risurrezione del Signore,
capaci di trasformare questo mondo,
annunciando all’uomo dei nostri giorni
l’opera più stupenda dell’amore Dio,
che è la Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Amen.

*********************************************
A 150 anni dalla Canonizzazione
di San Paolo della Croce
1867—29 giugno—2017

P.RUNGI. LA MIA PREGHIERA DEL PERDONO

Preghiera di padre Antonio Rungi-1

Preghiera di padre Antonio Rungi

 Perdonami o Dio

Perdonami, o Dio

per tutto il male

che ho compiuto nella mia vita.

 Solo tardivamente,

ho compreso il valore inestimabile della tua grazia,

vero benessere per ogni anima.

 

Perdonami o Cristo,

Tu che sei salito sul patibolo

della croce

e da questo trono regale e maestoso

hai perdonato ai tuoi crocifissori,

Fa, o Signore,

che io Ti possa imitare

nel perdonare a chi mi ha fatto

del male.

 

Perdonami, o Spirito del Signore

del più grave peccato,

quello contro lo Spirito Santo

perché possa aver fiducia piena

in quel Dio che è pazienza

e tenerezza anche verso il peccatore

più difficile.

 

 

Fa o Spirito Santo,

che il fuoco dell’amore e carità

possa ardere

nel cuore di ogni uomo

e bruciare odi, risentimenti e rancori

che albergano in ogni persona.

 

Santissima Trinità,

Dio dell’amore misericordioso,

fa che perdoniamo sempre,

anche quando ci costa tantissimo

stringere la mano ed abbracciare

un nostro fratello in umanità,

che ci ha ferito con colpi mortali.

 

Maria,

Madre del Perdono divino,

interceda presso il Suo Figlio,

perché nulla ci separi

dall’amore di Dio

e tutto concorra

ad amare Colui

che è nostro Redentore

e Salvatore.

Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2017

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
Domenica 4 giugno 2017

 

Vieni Spirito Santo a consolare i nostri cuori affranti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La Pentecoste è, senz’altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società.

Nell’invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l’uomo.

Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”.

La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua.

Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore.

Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.  Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore”.

Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell’unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell’unica chiesa di Cristo.

L’esempio dell’unitarietà e dell’armoniosità del corpo umano, permette all’Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un’ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l’edificazione della Chiesa e per la santità della stessa.

Leggiamo, infatti, che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo”.

E conclude “noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Quanto ci tenesse l’Apostolo all’unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi.

E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l’invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l’inverno, oltre che l’inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione.

Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo?

Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto,  ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni.  Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna”.

Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé.

Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.