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P.RUNGI COMMENTO E PREGHIERA PER LA PASQUA 2020

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Domenica di Risurrezione

Domenica 12 Aprile 2010 

IL MATTINO DI UNA NUOVA PASQUA 

Commento di padre Antonio Rungi

Tutta la liturgia della parola di Dio di questa domenica di Pasqua è improntata al tema della risurrezione e della rinascita di chi ha fede nel Figlio di Dio, morto e risorto. E’ un inno di lode al Signore è la vera alleluja che ogni cristiano canta da profondo del proprio cuore, nella speranza di vedere finiti i segnali di morte nel nostro tempo e nella nostra storia.

Partendo dal vangelo di Giovanni, questo brano ci descrive la risurrezione di Cristo e ci rammenta che Maria si alzò presto per andare al sepolcro di Gesù, per fare quell’atto di devozione, di culto e di attenzione verso di lui, come fanno tutti coloro che hanno a cuore quanti sono morti e non li dimenticano appena sepolti.

 

A Maria e agli apostoli era possibile allora raggiungere liberamente il sepolcro. Oggi per quanti lasciano questo mondo, in tempo di epidemia da coronavirus, oltre a non aver sepoltura, vengono cremati e le ceneri distribuire ai parenti, nel migliore dei casi.

 

In questo periodo di grande sofferenza, la Pasqua per noi cristiani è davvero una boccata di ossigeno e di speranza, per non disperare, per non rattristarci più di quanto già lo siamo.

 

Bisogna alzarsi e rialzarsi come Maria che di buon Mattino va da Gesù Cristo. Appena giunta al sepolcro prende atto che la pietra era stata tolta dal sepolcro. E primo gesto che compie, non va a denunciare la scomparsa di un morto, il trafugamento del corpo di Gesù, ma corre dai discepoli del Signore e quindi anche da Maria, la Madre di Gesù, che era stata accolta nella casa di Giovanni, e riferisce in particolare a Pietro e a Giovanni quello che aveva visto: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

 

Che si fa normalmente in questi casi, istintivamente? Si va a vedere, si corre insieme e si ritorna su posto, andando alla ricerca, cercando di capire cosa è successo. Esattamente quello che fanno i due discepoli e Maria.

Il racconto del Vangelo è dettagliato, anche perché p stato vissuto in prima persona da chi l’ha scritto il resoconto di quanto accaduto e cioè Giovanni l’Evangelista, il discepolo che Gesù amava, come egli di definisce non citando mai se stesso in prima persona, ma parlando in terza persona. Infatti, Pietro subito uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Anche loro hanno fretta e corrono insieme, verso il luogo dove Gesù era stato sepolto.

 

Nella corsa, il giovane in genere vince sempre e Giovanni mette in evidenza questo fatto, non per precisare la sua velocità, ma la sua primazia rispetto all’amore di Cristo. Giunto Giovanni per primo al sepolcro si affacciò all’ingresso e si chinò per terra. Avendo costatato che i teli erano era posati là, non entrò ed attese che arrivasse Pietro.

 

D’altra parte era consapevole il giovane discepolo che Gesù aveva affidato a Pietro la missione di pascere il suo gregge.

 

Giovanni rispetta il ruolo di Pietro e attende che entri lui per primo nel sepolcro, essendo di gran lunga molto più anziano di lui e quindi più esperto e preparato al compito che lo attendeva, quello di registrare l’assenza del corpo di Gesù e interrogarsi sul da farsi.

 

Una volta entrato nel sepolcro Pietro osservò che i teli era posati vicino al luogo della sepoltura, mentre il sudario – che era stato sul suo capo di Gesù era stato arrotolato e messo in un luogo a parte. Cosa insolita. Troppi elementi che deponevano non verso un trafugamento della salma, ma verso quella idea che aveva accompagnato il gruppo dei discepoli, stando vicino al Maestro, che spesso aveva parlato loro di risurrezione dopo tre giorni di sepolcro. A quel punto entrò anche Giovanni, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

L’atto di fede nella risurrezione del Signore è espresso in quel preciso momento, visto che fino allora non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Quel verbo “doveva”, vale la pena sottolinearlo, in quanto Gesù, Figlio di Dio, non poteva restare nella morte oltre quel tempo previsto, fin dall’eternità, in vista della risurrezione, che come la morte di Gesù era nel piano salvifico di Dio.

Il grande mistero della nostra fede, la Pasqua di Cristo è tutto sintetizzato in questo: doveva risorgere, non poteva stare per sempre nel sepolcro, Lui che era il Figlio di Dio, la via, la verità e la vita è il vincitore della morte e l’alba della risurrezione per tutti.

 

Alla luce di questo mistero, comprendiamo esattamente la nostra vita e come va letta nella prospettiva della Pasqua di Gesù che è poi la nostra Pasqua.

 

San Paolo Apostolo proprio nel considerare il valore teologico e morale della Pasqua per ogni cristiano ci ammonisce: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.

 

E come i primi apostoli che faticarono non poco a capire che Gesù era risorto e quindi se ne fanno gli annunciatori, anche noi dobbiamo sentire il dovere di annunciare agli altri la risurrezione, la rinascita, la risurrezione, nostra, dell’Italia e del mondo intero in questo difficile momento che stiamo vivendo.

Augurio più bello non può esserci, se è lo stesso apostolo a dirci esattamente cosa significhi per noi la Pasqua, soprattutto in questo tempo di pandemia, che non pochi problemi sta ponendo anche alle nostre fragili certezze.

 

Affidiamo al Signore tutte le nostre intenzioni di preghiera per la Pasqua 2020, espressa nella mia orazione, ricordando a me a tutti che la Pasqua è una festa della vita, della gioia e della rinascita.

Risuoni nel nostro cuore e nella nostra vita l’inno pasquale dell’ lleluja e il canto di Maria che ha incontrato Gesù appena risorto dai morti. E ci racconta che hai visto La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, nostra speranza, è risorto e ci ha preceduto nella Pasqua eterna.

La nostra fede nella risurrezione è certa, perché Cristo è davvero risorto. Egli è Re vittorioso che ha pietà di noi”.

Pertanto, eleviamo al Risorto questa preghiera che è di speranza e di luce per tutta l’umanità:

Preghiera per la Pasqua 2020

 

Risorgi Gesù nell’oggi di questa nostra umanità, afflitta da questo terribile virus mortale, che ha limitato la nostra vita, ma non ha condizionato la nostra fede e la nostra speranza in Te.

 

Ridonaci la gioia di fare Pasqua, nello stesso modo con il quale l’hai celebrata Tu, con tutti discepoli nell’ultima cena, intorno alla mensa del pane e del vino dell’amore che si fa diaconia, con il dono totale della vita.

 

Nella nostra sofferenza di questi terribili giorni, senza il contatto con l’eucaristia, la penitenza e la vicinanza dei fratelli, abbiamo compreso l’importanza dell’essere con Te sempre, mediante i segni sacramentali da Te istituiti nell’ultima cena per darci la certezza che Tu ci sei vicino in ogni momento della nostra vita.

 

Gesù Risorto dai morti, apri i sepolcri dei nostri cuori, dove abitano la morte, la tristezza e l’assenza di ogni legittima attesa.

 

Sbalza via dalle nostre povere vite tutto ciò che ci chiude in una visione dell’esistenza nella sola prospettiva terrena.

 

Non saremo cuori ed anime risorti se non facciamo tesoro di questa grande lezione della storia, dei limiti delle nostre conoscenze tecniche e scientifiche e della nostra pochezza e limitatezza con le quali dobbiamo sapere convivere oltre il tempo del coronavirus.

Padre Antonio Rungi

 

LA VIA CRUCIS DI PADRE ANTONIO RUNGI PER DEBELLARE L’EPIDEMIA DA CORONAVIRUS

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VIA CRUCIS PER CONTRASTARE L’EPIDEMIA DA CORONAVIRUS 

TESTI – PREGHIERE DI INTERCESSIONE E INVOCAZIONE

DI PADRE ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

INTRODUZIONE

Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati (Gal 6,14)

<<Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo>>.

La Via della croce, è una via difficile da percorrere. Una via che richiede il coraggio di salire con Cristo al Calvario, accettando, con fede, tutto quello che tale cammino ci chiede di fare.  Con questa pia pratica dei venerdì di tutto l’anno e specialmente di quello del tempo di Quaresima, noi cristiani intendiamo metterci alla sequela di Cristo crocifisso che ci ha invitato, se lo vogliamo seguire, a prendere la croce ogni giorno e mettersi sulla strada che Egli ha percorso dal Pretorio di Pilato fino al Calvario e alla deposizione del suo corpo nel sepolcro di Giuseppe di Arimatea.

Preghiamo: Signore insegnaci a seguirti sulla via della Croce per essere tuoi veri discepoli, senza porre ostacoli di nessun genere al cammino che ci porta a vivere totalmente in Te. Aiutaci in questo difficile momento che stiamo attraversando con la nuova epidemia mondiale causata dal coronavirus. Soccorici e guariscici. Amen 

PRIMA STAZIONE

GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 10-15)

<<[Pilato] sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato [Gesù] per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”.  Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Ma Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Allora essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso>>.

L’unico vero innocente di tutta la storia dell’umanità, per un assurdo gioco di potere, di odio e di avversità, viene condannato ingiustamente alla morte più terribile ed ignominiosa di tutti i tempi. Quell’innocente è il Figlio di Dio, venuto sulla terra, per portare la gioia, l’amore e la giustizia, fondata sulla verità e sulla universale capacità umana di superare ogni steccato ed ogni limite della propria mente e della propria visione dell’esistenza.

  1. Ripetiamo insieme
  2. Signore aiutaci a proteggere la vita

-Quando non abbiamo i mezzi necessari per fronteggiare un’epidemia globale . R.

-Quando muoiono gli anziani colpiti da questo terribile male. R.

-Quando ci chiudiamo in noi stessi e non aiutiamo chi sta in difficoltà. R.

-Quando non si assistono i malati, i moribondi e gli anziani della nuova epidemia virale. R.

-Quando siamo indifferenti verso i nostri fratelli toccati da questa emergenza sanitaria. R.

-Quando offendiamo e banalizziamo la sofferenza degli altri. R.

Preghiamo: Signore, Tu l’innocente, noi i rei e i peccatori. Tu in croce e noi liberi di continuare a fare il male e a rincorrere verità e giustizia per tutti noi, incapaci di uscire dal buio e dalle tenebre dell’errore. Amen.

SECONDA STAZIONE

GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE

 Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,16-20)

<<Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo>>.

Gesù, quale primo atto dell’esecuzione a morte, che i tuoi carnefici avevano decretato, è stato quello di caricarti della croce, il legno, sul quale, da lì a poche ore saresti stato crocifisso. Ti hanno caricato di questo pesante strumento di morte e Tu in silenzio hai iniziato il cammino verso la meta finale del Calvario. Esempio per tutti noi che, pur coinvolti a portare le nostre piccole o grandi croci quotidiane, spesso ci lamentiamo, protestiamo e scarichiamo sugli altri i nostri pesi e le nostre responsabilità.

 Preghiamo insieme e diciamo

  1. Signore donaci forza e coraggio.

-Nella sofferenza per l’epidemia da coronavirus. R.

-Nelle delusioni della scienza e medicina. R.

-Nella paura di aumento di casi e diffusione del contagio . R.

-Nelle difficili relazioni umane e sociali messe in atto. R.

-Nelle problematiche ecclesiali di questi giorni. R.

-Nelle lotte politiche ed economiche per questa epidemia . R.

Preghiamo: Gesù, donaci la forza di saper accettare le nostre croci e di guardare con grande rispetto ed attenzione alle croci dei nostri fratelli, che, molto frequentemente, sono più dure e pesanti delle nostre. Amen.

TERZA STAZIONE

GESU’ CADE LA PRIMA VOLTA SOTTO LA CROCE

Dal libro del profeta Isaia (Is 53, 4-5)

<<Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità>>.

E’ nella costituzione di ogni essere umano che sotto la fatica, la stanchezza e il dolore si possa cadere nel viaggio della vita. Tu Gesù, per la prima volta, cadi lungo la strada che dalla città santa, ti porterà al Calvario, il luogo del cranio, fuori dalle mura, dove sarai crocifisso perché così deciso dalle autorità politiche e religiose del tempo. La tua prima caduta rammenta a noi, esseri mortali, le nostre prime volte in tante cose che hanno segnato la nostra storia personale nel peccato, dalle quali ci siamo ripresi nella speranza di non dovere più cadere. Non è stato così, più volte siamo caduti, come è successo a Te, e più volte ci siamo rialzati con la tua grazia.

  1. Preghiamo insieme e diciamo
  2. Convertici o Signore

-Quando non vogliamo accettare le difficoltà della vita. R.

-Quando siamo freddi e distaccati dai problemi degli altri. R.

-Quando giudichiamo e condanniamo facilmente gli altri. R.

-Quando non accogliamo chi è nella malattia da Covid-19. R.

-Quando ci rifiutiamo di aprire il nostro cuore ai bisogno dei sofferenti. R.

Preghiamo: Gesù donaci la grazia di non peccare più e di pentirci dal profondo del nostro cuore dei nostri piccoli o grandi errori, ripetuti senza la minima consapevolezza che ogni peccato da noi commesso è un’offesa a Te, a noi stessi e alla Chiesa. Amen.

QUARTA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LA SUA SANTISSIMA MADRE

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 34-35. 51)

<<Simeone parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore>>.

Come in tutti i momenti più sofferti della vita chi ti trovi vicino? Proprio colei che ti ha dato la vita. Così è per noi e così è stato per Te Gesù. Lungo la strada del Calvario Ti sei incontrato con la Tua Madre. Non avete proferito parole, vi siete capiti con uno sguardo, lo sguardo dell’amore e del perdono. Possano le mamme di questo mondo curare l’amore verso i figli e seguirli soprattutto nei momenti più duri della loro vita.

  1. Preghiamo insieme e diciamo
  2. Sii nostro rifugio o Signore

-Nella vita familiare dove possiamo recuperare amore e speranza. R.

-Nelle famiglie dove possiamo aumentare la preghiera e l’aiuto reciproco. R.

-Nelle situazioni di dolore e malattia da virus di ogni tipo. R.

-Nelle difficoltà dei genitori anziani ed ammalati dell’Italia e di altre nazioni. R.

-Nella mancanza di tranquillità psicologica per questa emergenza sanitaria. R.

Preghiamo: Gesù nell’incontro con la tua Santissima Madre, lungo la via del Calvario, ci aiuti a comprendere quanti sia importante camminare insieme, nell’unità della famiglia naturale e nella famiglia ecclesiale, sulle strade della vita, non sempre facili da percorrere, soprattutto se sono in salita ed hanno una meta ben precisa: quella della risurrezione e della vita. Amen

QUINTA STAZIONE

GESU’ E’ AIUTATO DAL CIRENEO A PORTARE LA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15, 21)

<<Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce>>.

Costringere qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà è sempre una violenza, soprattutto quando si tratta di portare la croce degli altri e assumere responsabilità non proprie. Questo uomo di Cirene, passato alla storia della cristianità, ci aiuta a capire il dramma di tante persone costrette a fare cose ignobili per la prepotenza di chi comanda e che schiaccia la libertà e sopprime ogni diritto della persona. Gesù non chiede di essere aiutato, in questo caso, e certamente quando si è visto sollevare, almeno per un po’, dal peso della fatica della croce, ha guardato con occhio di amore e comprensione Simone di Cirene, che da quello sguardo di gratitudine di Gesù ha ricevuto la giusta consolazione.

 Preghiamo insieme e diciamo

  1. Sei tu la nostra speranza Signore.

-Nelle lotta contro questa nuova epidemia. R.

-Nei conflitti tra le diverse opinioni scientifiche. R.

-Nella mancanza di unità di intenti e di interventi sanitari. R.

-Nella privazione della libertà di uscire e muoverci con facilità. R.

-Nelle situazioni di carenza delle strutture sanitarie. R.

Preghiamo: Gesù, lungo la via del Calvario hai incontrato una persona che ti ha aiutato, forse contro la sua stessa volontà, a portare, per un tratto, la tua croce. Donaci la forza di prendere sulle nostre spalle le croci di quanti sono nelle molteplici situazioni di dolore di questo nostro mondo. Vogliamo essere, anche noi, per tutto il tempo necessario, a sollevare le sofferenze degli altri, i Cirenei del XXI secolo, che con Cristo salgono il Calvario di questa umanità. Amen.

 SESTA STAZIONE

GESU’ E’ ASCIUGATO IN VOLTO DALLA VERONICA

Dal libro del profeta Isaia (Is 53, 2-3)

<<Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia>>.

Gesù, lungo la via della tua croce, hai ricevuto un gesto bellissimo, tipico della sensibilità femminile. Dopo l’aiuto dell’uomo, è arrivata la tenerezza di una donna che ti asciuga il volto, mentre sali il Calvario, tra sofferenze indicibili, al punto tale che lasci il segno di questo tuo volto insanguinato su quel panno bianco, su quella tovaglia nitida, reliquia della tua passione e morte in croce. Veronica sarà il nome di ogni donna che asciuga le lacrime e il sangue versato dalle persone che amano e sanno perdonare.

  1. Preghiamo insieme e diciamo
  2. Liberaci Signore.

-Da quanti seminano morte e dolore in ogni angolo del mondo. R.

-Da quanti operano in campo scientifico e medico per interesse. R.

-Da quanti non si impegnano per trovare soluzione ai problemi dell’umanità. R.

-Da quanti alimentano conflitti istituzionali ed internazionali. R.

-Da quanti rovinano il Creato e la Natura con le loro azioni immorali. R.

Preghiamo: Grazie Gesù che ci dai l’opportunità, mentre vai a Calvario, di apprezzare il gesto di questa straordinaria donna coraggiosa che va incontro a Te per donarti un temporaneo sollievo e per pulire il tuo volto e i tuoi occhi perché Tu veda meglio le debolezze e le cattiverie del genere umano e sappi apprezzare l’operato di quanti, nel tuo nome, si fanno Veroniche lungo le strade tortuose di questo mondo. Amen.

SETTIMA STAZIONE

GESU’ CADE LA SECONDA VOLTA SOTTO LA CROCE

Dal libro delle Lamentazioni (Lam 3, 1-2. 9. 16)

<<Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce… Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri… Mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere>>.

Cadere e ricadere è la realtà della vita di ogni essere umano. E’ la debolezza della natura umana. E questo non solo riguarda la sfera biologica e fisica, ma soprattutto quella interiore e morale. In questa seconda caduta di Gesù, di cui, come della prima, non parlano i testi sacri, troviamo un preciso richiamo a prendere coscienza delle nostre mancate promesse fatte a Dio. Non sappiamo calcolare bene ciò che realmente possiamo fare da soli: nulla. Con l’aiuto di Dio e con la sua grazia possiamo fare molto, basta che non abbandoniamo la strada della fede che abbiamo intrapreso e che ci invita a fissare il nostro sguardo sul Cristo pellegrino tra i vari monti del dolore di questo mondo.

 1.Diciamo insieme

  1. Signore allontana da noi ogni tentazione

-Quando si sviluppa in noi la sete di potere e di successo. R.

– Quando cresce la bramosia del denaro e della speculazione in casi di necessità. R.

– Quando siamo presi dalla frenesia del superattivismo. R.

– Quando non sappiamo riflettere sui drammi dell’umanità come in questo caso. R.

– Quando ci autoesaltiamo, senza considerare la pochezza del progresso illimitato. R.

Preghiamo: Signore converti il nostro cuore all’amore. Facci comprendere che vivere nella tua santa grazia, lontani da ogni caduta di ordine morale e spirituale, ci aiuta nel cammino della santità, il cui centro è la tua e nostra Pasqua. Amen.

OTTAVA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LE PIE DONNE DI GERUSALEMME

 Dal Vangelo secondo Luca (Lc. 23, 28-30)

<<Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”>>.

La strada del Calvario, percorsa da Gesù, è disseminata da tanti personaggi, tra cui un consistente gruppo di donne pie che, chiaramente vicine a Gesù, piangono nel vederlo soffrire e in quella estrema condizione di dolore. Gesù apprezza questo loro gesto di empatia e di vicinanza al suo dolore, ma coglie l’occasione per invitare quelle donne, per lo più tutte mamme, a riflettere sulla condizione dei propri figli, in considerazione del fatto che saranno trattati più duramente da chi ha in mano il potere. L’invito a versare lacrime di dolore sul frutto del loro grembo, i figli, è chiaro riferimento alle sofferenze che intere generazioni, nel nome di Cristo dovranno soffrire, a partire dai primi martiri.

  1. Diciamo insieme
  2. Signore dacci una mano

-Quando dobbiamo lavare davvero le nostre mani. R.

-Quando vogliamo pregare solo in un certo modo e secondo i nostri comodi. R.

-Quando ci rivoltiamo contro il cielo per questa nuova epidemia. R.

-Quando le nuove generazioni si allontano da Dio per mali di ogni tipo. R.

-Quando non sappiamo ritrovare la strada della speranza nel dolore e nel pianto. R.

Preghiamo: Signore dona conforto e speranza a tutte le madri di questa valle di lacrime, nella quale è più frequente l’esperienza della sofferenza e meno quella della gioia. Sii vicino alle madri che sperano in un mondo migliore per i loro giovani figli. Amen.

NONA STAZIONE

GESU’ CADE LA TERZA VOLTA SOTTO LA CROCE

Dal libro delle Lamentazioni (Lam. 3, 27-32)

<<È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia>>.

Non c’è due senza tre, dice un antico motto sapienziale, per dire che è possibile cadere non una, ma più volte, nonostante le nostre promesse. La stessa cosa accade a Gesù, nel suo viaggio al Calvario. Anche se non è citato nel vangelo questa triplice caduta sotto il legno della croce, il fatto che sia stata inserita nel rito tradizionale della Via Crucis, limitandosi al numero tre, sta ad indicare la perfezione nel dolore di Cristo che tocca il vertice cadendo a terra, sulla quale sono passati i suoi piedi santissimi, ridando a quella terra e a quella via di Gerusalemme la giusta valorizzazione per raggiungere la meta finale del Regno.

  1. Diciamo insieme
  2. Dacci Signore la forza di rialzarci dalle nostre cadute morali e spirituali

-Quando la nostra religiosità è superficiale e immatura. R.

-Quando non sentiamo nel cuore l’invito alla conversione. R.

-Quando non amiamo gli altri con tuo stesso cuore di Padre. R.

-Quando spegniamo ogni barlume di speranza in noi e negli altri. R.

– Quando la tua parola ci scivola addosso e non diamo frutti spirituali. R.

– Quando non prestiamo ascolto alle norme morali e sociali finalizzate al bene. R.

Preghiamo: Donaci o Gesù la forza di combattere i dubbi che attanagliano la nostra mente e non ci fanno credere fermamente in Te. Aumenta la nostra fede con la forza della preghiera e dell’ascolto di Te, che sei la Parola di Dio vivente. Amen.

DECIMA STAZIONE

GESU’ È SPOGLIATO DELLE SUE VESTI

 Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 24)

<<I soldati si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere>>.

Nudi siamo venuti al mondo e nudi ce ne andiamo da questo mondo. Gesù viene denudato, prima di essere crocifisso, e spogliato della tunica, di un solo pezzo, per insegnare a noi il distacco da ogni cosa di questa terra. Nulla ci porteremo nell’eternità e tutto lasceremo in eredità. La miseria umana, l’attaccamento alle cose materiali fanno sì che i soldati si giochino a sorte la tunica di Gesù per entrarne in possesso, non come bene spirituale, ma come bene materiale da usare o da spendere sul mercato dell’usato. Gesù spogliato di tutto e alcuni ricchi di tutto, al punto tale che la ricchezza non fa più vivere e addirittura ci mette nella condizione di essere seriamente preoccupati per le cose che possediamo e per la fine che faranno una volta che non siamo più a conteggiare o aumentare quello che già è in nostro possesso e nella nostra disponibilità.

  1. Preghiamo insieme e diciamo
  2. Donaci, Signore, un totale distacco dalle cose della terra

-Quando coltiviamo soltanto i nostri interessi terreni. R.

-Quando nascondiamo la verità per paura e per viltà.

-Quando non operiamo per il bene della comunità. R.

-Quando non prestiamo la nostra opera in casi come quelli che stiamo vivendo. R.

-Quando ci chiudiamo nel nostro orticello per paura di contrarre malattie. R.

-Quando non usiamo saggiamente dell’intelligenza per risolvere i problemi. R.

Preghiamo: Signore fa che nulla anteponiamo al tuo amore e alla tua amicizia. I beni della terra non ci distraggano dal possesso pieno e duraturo dei beni del cielo, quelli che ci danno la vera gioia e la felicità autentica. Amen.

UNDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ INCHIODATO SULLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc.15, 25-27)

<<Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra>>.

Essere inchiodato sulla croce, per Gesù è stato un dolore inimmaginabile per il procedimento adottato, con la perforazione delle mani e dei piedi, utilizzando chiodi di spessore consistente per reggere il corpo una volta elevato dalla terra e conficcata la croce nel terreno. Un dolore doppiamente avvertito per l’aspetto umano e spirituale, davanti alla tanta ingratitudine del genere umano. Lui che era passato beneficando tutti e sanando ogni sorta di malattia, si trova bloccato mani e piedi al patibolo più infamante della storia dell’umanità. Eppure Gesù permette questo strazio, ben sapendo che sarà limitato il tempo per l’uomo in cui, impunemente, può violare il suo corpo, inchiodato sulla croce, in attesa della risurrezione.

Diciamo insieme

Donaci, Signore la santa rassegnazione.

-Di fronte alle offese alla religione. R

-Di fronte alle persecuzioni alla Chiesa. R.

-Di fronte ai carnefici di ieri e di oggi. R.

-Di fronte al martirio silenzioso di tanti nostri fratelli cristiani. R.

-Di fronte alle dure prove della malattia e dell’abbandono di questi giorni. R.

Preghiamo: Signore dall’albero della croce volgi il tuo sguardo misericordioso sulle sofferenze di quanti sono costretti all’immobilismo totale a causa di malattie rare, non ben curate o ereditate o che sono rimasti inabili in incidenti di ogni genere. Dona a tutti Gesù il conforto nelle loro invalidità fisiche e mentali. Amen.

DODICESIMA STAZIONE

GESU’ MUORE IN CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 33-34. 37. 39)

<<Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lema sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Ed egli, dando un forte grido, spirò …Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”>>.

Gesù muore in croce nel supremo atto di amore verso di noi. Tre ore di agonia, durante le quali pronuncia parole di infinita attenzione e preoccupazione verso di noi. Dal perdono chiesto al Padre per noi, alla promessa del paradiso al ladrone pentito, all’affidamento dell’umanità alla custodia della sua Mamma e all’accoglienza di Lei nella casa del discepolo prediletto, al grido di aiuto e di dolore rivolto al Padre in un momento di abbandono, al desiderio di essere dissetato nel corpo e nello spirito, al compimento dell’opera della redenzione, al momento della sua morte in croce. Ore in cui l’amore di Cristo Crocifisso rivela tutta la potenza costruttrice di un’umanità nuova, che sa accogliere la croce, la sa portare con dignità, la sa innalzare con orgoglio e la sa valorizzare per il bene e per la vittoria finale.

 Diciamo insieme

Perdona Signore i nostri errori

-Per tua morte in croce. R.

-Per il tuo infinito amore. R.

-Per la tua gloriosa risurrezione

-Per l’intercessione della tua Madre Addolorata. R.

-Per la bontà di quanti ti hanno seguito sulla via del Calvario. R.

-Per la generosità di quanti ogni giorno si donano agli altri negli ospedali e nelle case di cura e sollievo della sofferenza. R.

Preghiamo: O Gesù volgo il mio povero sguardo a Te che sei morto in croce, divenuta con Te il segno più evidente di un amore immenso e condiviso. Fa che dall’albero della croce sorgano tempi di vita e risurrezione per tutti gli uomini di questo mondo, in cui la croce non continui ad essere simbolo di morte e di violenza, a causa di un cuore senza amore. Amen.

TREDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO DALLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 42-43. 46)

<<Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce>>.

La legge della natura prevede che dopo la morte, passato il tempo necessario, il corpo riceva degna sepoltura. Per procedere a questo rito, Gesù viene calato dalla croce dalle persone più care della sua vita. Tra di esse c’è la sua Mamma, le pie donne, Giuseppe d’Arimatea e Giovanni, l’unico che era presente sul Calvario, alla morte del Signore. Con gesti di amore e di attenzione, con il dolore nel cuore, con la delicatezza di anime elette, Gesù scende lentamente dalla croce e viene deposto sulle ginocchia della sua Mamma. Nella sua nascita, come nella sua morte è la sua Mamma ad accoglierlo, prima nel grembo purissimo e, dopo la morte, tra le braccia e sulle ginocchia, simbolo della Terra riconciliata con il cielo, anche attraverso il Sì generoso di Maria, la Madre del Redentore e la Madre della Chiesa.

  1. Diciamo insieme
  2. Madre santissima conforta i tuoi figli

-Nella morte di tanti nostri fratelli per questa ondata di epidemia. R.

-Nelle tragedie e catastrofi come quella che stiamo attraversando. R.

-Nella diffusione dei virus infettivi del corpo e dello spirito. R.

-Nella falsificazione della verità e manipolazione dei fatti. R.

-Nelle ingiustizie subite nella società e nella comunità cristiana. R.

-Nella perdita delle persone care, del lavoro e di legittime aspirazioni. R.

Preghiamo: O Gesù, tra le braccia e sulle ginocchia della tua amatissima Madre sei l’immagine della pietà che genera amore e conforto, nonostante la conclusione cruenta del tuo tempo cronologico tra di noi. Dal grembo di Maria Santissima fa sorgere, soprattutto oggi, un’umanità capace di andare oltre il tempo, la morte e il dolore, per aprirsi alla certezza dell’eternità, della vita, oltre la vita, e della gioia oltre i confini del soffrire. Amen.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO NEL SEPOLCRO

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 46-47)

<<Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto>>.

Gesù è deposto nel sepolcro, ma l’alba della risurrezione già risuona nel cuore di Maria e di tutti i veri credenti in Cristo. La morte non è l’ultima parola di Gesù e dopo di lui neanche per ogni essere umano che viene in questo mondo. L’ultima parola è la risurrezione e la vita. Quel sepolcro nuovo, preparato da Giuseppe e messo a disposizione di Gesù è già pieno di luce. Bisogna solo attendere un po’, appena tre giorni, e la pietra rotolata via per potenza divina, dirà al mondo che Cristo non è morto, ma è risorto e in Lui anche noi risorgeremo a vita nuova.

 1.Ripetiamo insieme:

  1. Credo

-Signore noi crediamo che Tu sei il nostro unico Redentore. R.

-Signore noi crediamo che Tu ci ami e ci perdoni anche nelle nostre debolezze. R.

-Signore noi crediamo che Tu non ci abbandoni e non ci lasci soli in questo difficile momento che stiamo vivendo. R.

-Signore noi crediamo che tu sei la via, la verità e la vita. R.

-Signore noi che tu ci salverai quanto prima da questa epidemia mortale. R.

Preghiamo: Gesù vederti morto e deposto in una tomba, per quanto nuova ed accogliente, lascia dentro i nostri sguardi un po’ di tristezza, velata, ma vera. Sai, non sempre siamo in grado di pensare alla vita oltre la morte, soprattutto di fronte alla perdita di persone care. Donaci la grazia di essere forti di fronte alla perdita dei propri cari e di pensare alla risurrezione finale. Amen.

CONCLUSIONE

Secondo le intenzioni del Sommo Pontefice: Pater, Ave e Gloria.

Preghiera finale

Signore Gesù, guarda noi e l’umanità intera afflitta dall’epidemia di coronavirus, che già sta seminando sofferenza e morte in ogni angolo della terra.

Ti chiediamo, umilmente, difendici da questo morbo terribile che sta colpendo particolarmente le persone già debilitate nel fisico e nello spirito.

Non permettere che in Italia e nel resto del mondo, questa nuova epidemia si trasformi in una strage di persone di ogni età, soprattutto di anziani, ma libera dalla sofferenza e dal male tutti coloro che vengono a contatto con il nuovo male o vengono contagiati.

Fa che l’efficacia delle cure preventive, disposte dalle autorità mediche e governative, possano frenare l’avanzata del coronavirus in Italia e nel mondo.

Affidiamo alla tua bontà di Padre questa nostra umile preghiera, mediante l’intercessione della Beata Vergine Maria, salute degli infermi, di San Rocco e di tutti i santi nostri protettori.

Fa che non soffriamo ulteriormente per questa nuova epidemia che sta mettendo ansia e preoccupazione nel cuore dei tuoi figli, così deboli, fragili e paurosi di fronte ai tanti mali e sofferenze di questo nostro tempo e di questo nostro secolo. Amen.

  1. Il Signore sia con voi.
  2. E con il tuo spirito.
  1. Vi benedica Dio onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo.
  2. Amen
  1. Benediciamo il Signore.
  2. Rendiamo grazie a Dio.

 

AIROLA (BN). E’ MORTO IL NOTO PASSIONISTA PADRE VINCENZO CORREALE. AVEVA 97 ANNI.

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Airola (Bn). E’ morto Padre Vincenzo Correale, sacerdote e missionario passionista

di padre Antonio Rungi

Alla veneranda età di 97 anni, ieri 6 febbraio 2020 è morto padre Vincenzo Correale, sacerdote passionista. Dopo una lunga malattia, riduttiva della sua autonomia, è morto in una struttura Rsa di Bonea (Bn).

Oggi, venerdì 7 febbraio, alle ore 10, la salma giungerà al convento dei padri passionisti di Airola, nell’antico monastero di Monteoliveto, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e nel quale tre anni fa aveva celebrato i suoi 70 anni di vita sacerdotale.

I funerali del noto religioso si svolgeranno, domani, sabato 8 febbraio alle ore 10,30 nel Convento dei Passionisti di Airola.

Padre Vincenzo di Gesù e Maria (al secolo Vincenzo Correale), conosciuto come padre Romualdo, era nato il 9 marzo 1923 a Mercato San Severino (Sa) nell’Arcidiocesi di Salerno, da Agostino e da Adelaide Rega. Da piccolo entrò nel cammino vocazionale dei passionisti, in seguito ad una missione dei passionisti, predicata nel suo paese.

Svolto il regolare iter della scuola apostolica e del noviziato emetteva la professione religiosa il 22 settembre 1940 a Pontecorvo (Fr).

Completati gli studi teologici e filosofici, durante il periodo della seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote nel 1947 a Paliano.

Iniziava così una lunga ed intensa attività di missionario e predicatore e successivamente di parroco in alcune comunità del Lazio Sud e Campania, tra cui Falvaterra (Fr).

Nella Congregazione dei passionisti ha ricoperto più volte l’ufficio di superiore locale e altri uffici.

Conosciuto ed apprezzato da tutti per la cultura, il senso pastorale, la generosità nel servizio e il coraggio dimostrato in tante situazioni è stato un esempio di buon pastore che ha avuto a cuore tutte le pecorelle dell’ovile, affidate alle sue cure pastorali, andando in cerca di quelle smarrite.

Un esempio per tutti: fu lui a costruire la nuova chiesa di San Tarcisio a Napoli, ricavando il tempio da un capannone di un’ex fabbrica della zona, con le opere annesse, essendo l’antica chiesa, a forma circolare, insufficiente rispetto alle esigenze della parrocchia, cresciuta numericamente e pastoralmente, soprattutto nel periodo affidata alla cura pastorale ai padri Passionisti di Santa Maria ai Monti.

Altro importante e consistente impegno nella ricostruzione della Chiesa parrocchiale di San Nicola in Zuni di Calvi Risorta (Ce), ultimo suo impegno pastorale, lasciato per raggiunti limiti di età e per la precaria salute, con il progressivo calo della vista.

Padre Vincenzo ha vissuto e svolto il suo ministero sacerdotale in vari conventi dell’ ex-provincia religiosa dell’Addolorata: Airola, Calvi Risorta, Falvaterra, Napoli, Paliano e ha predicato diverse missioni.

“Profondamente rattristato per la morte di carissimo padre Vincenzo, molto vicino alla mia famiglia, rammento che negli anni sessanta – ricorda padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei Passionisti del Lazio Sud e Campania dal 2003 al 2007 – era di comunità in Airola, mio paese natio. Qui svolgeva un’ampia azione di promozione vocazionale, insieme a padre Serafino Fava e padre Bernardino Cerroni, tra i giovani ed i ragazzi di Airola. Fu lui ad accompagnarci a diversi di noi, ragazzi di Airola, il 4 ottobre 1964, alla scuola apostolica di Calvi Risorta per iniziare quel cammino di formazione alla vita passionista e sacerdotale che alcuni di noi stanno ancora vivendo. Calvi Risorta, allora accoglieva centinaia di aspiranti alla vita religiosa e passionista. Da alcuni anni è stata chiusa per mancanza di vocazioni. Padre Vincenzo è stato un missionario apprezzatissimo – continua padre Rungi – ed uno dei sacerdoti passionisti impegnati pastoralmente più lungo nelle parrocchie.

Napoli e Calvi Risorta con i tanti fedeli delle rispettive parrocchie li ha portati sempre nel cuore e da buon pastore, con la gentilezza e la signorilità del carattere, sapeva accogliere ed aiutare tutti.

Carattere forte, tenace ed austero, sentiva forte la vocazione passionista per se stesso e per gli altri, desiderava ardentemente vivere il carisma di San Paolo della Croce con lo stile contemplativo, missionario, pastorale e penitenziale. Un passionista di altri tempi che tutti hanno voluto bene, anche i passionisti degli ultimi tempi. Da lui c’era tanto da imparare ed apprendere sempre”. Riposi in pace.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXXII DOMENICA CON PREGHIERA FINALE

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Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno C)

Domenica 10 Novembre 2019

 

Tu Signore della vita, insegnaci a vivere in questa vita

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci invita a continuare a riflettere sulla vita eterna.

Nel mese di novembre dedicato ai morti, questo continuo richiamo all’immortalità dell’anima, giova alla nostra salute spirituale, per meglio orientare la nostra esistenza nella prospettiva eterna.

Il Vangelo di Luca, infatti, riporta il dialogo o la discussione tra Gesù ed alcuni Sadducei che non credevano alla risurrezione.

Legittimo chiedersi chi erano costoro che ponevano a Gesù una domanda così seria ed impegnativa, che richiedeva una risposta precisa, ben fondata sui testi biblici e che poteva essere dimostrata come verità di fede essenziale.

Ebbene i sadducei era gruppo ebraico, costituito dalla classe sacerdotale dei sadociti. Sostenuti dai ricchi e dai nobili e invisi al popolo, si differenziavano dai farisei, oltre che nel campo politico, anche in quello religioso, riconoscendo il valore soltanto della legge scritta e respingendo perciò la tradizione orale.

Confrontandosi con alcuni di loro Gesù, nel testo del Vangelo ascoltato oggi, cerca di far capire la verità di fede della risurrezione finale, citando Mosé, a proposito del roveto ardente. E Gesù ribadisce la rivelazione accentuando questa verità riguardante la natura stessa di Dio, il Quale non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui.

Per arrivare alla soluzione cristologica della questione posta dai sadducei a Gesù, il brano del Vangelo parte dal caso di una donna che aveva avuto sette mariti, tutti fratelli, in quanto a uno alla volta erano morti tutti, senza aver generato figli. Infatti si rivolgono a Gesù con questa citazione biblica: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Nella logica umana e materialistica potremmo dire, in una visione giuridica temporale, che i sette fratelli morti, a mano a mano, erano stati mariti della stessa donna, per cui alla risurrezione finale questa donna sarebbe stata moglie di tutti e sette. Capziosa e cattiva la domanda, non aperta ad una visione vera del concetto di eternità, nella nuova fede cristiana, che Gesù diffondeva con la sua parola, il suo insegnamento e la sua dottrina. La mentalità umana e terrestre dei sadducei contrastava con la visione di vita nuova e vita senza legami affettivi, fisici o giuridici che Gesù cercava di far capire a quanti chiedevano delucidazioni sul mistero della risurrezione finale. Ebbe Gesù rispose facendo un confronto tra tempo presente e vita futura, dicendo parole che illuminano la mente ed il cuore di ogni credente, se è aperto alla parola di Dio e alle verità rivelate dallo stesso Cristo: «I figli di questo mondo –precisa Gesù -prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

Sono proclamate verità di fede inconfutabili: nel regno di Dio non ci sono vincoli affettivi, corporali o giuridici tra gli esseri umani, in quanto tutti siamo fratelli e sorelle in Cristo e noi appartiamo esclusivamente a lui; si ha la certezza della risurrezione finale, in quanto non si muore una seconda volta, perché siamo uguali agli angeli; per cui essendo figli di Dio da sempre e per sempre, noi vivremo con lui e in Lui in eterno.

E’ evidente che il discorso fatto da Gesù riguarda coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, cioè coloro che hanno fede.

Per chi non ha fede, avviene la stessissima cosa, in quanto nell’eternità non ci sono proprietà di persone e cose o vincoli tali che ognuno può rivendicare il diritto di appartenenza o di familiarità. Con la morte si azzerano i vincoli, perché si è come angeli e come tali siamo solo creature di Dio e a Lui solo apparteniamo per l’eternità.

Nella prima lettura ugualmente ci viene presentato il tema dell’immoralità, con il caso dei sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. E’ da notare che anche qui ricorre il numero sette. In questo testo del secondo libro dei Maccabei si parla di fratelli; mentre nel Vangelo si parla di sette mariti. In gioco per la salvezza eterna è comunque l’intera struttura della famiglia, madre e figli, nel testo dell’Antico Testamento; moglie e mariti, senza prole e discendenza, nel vangelo di oggi.

 

Ritornando al racconto di questi sette fratelli, ci viene descritto, in dettaglio quello che successe: “Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».

[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.

Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».

La riaffermazione della risurrezione è qui è anticipata rispetto al mistero della risurrezione di Cristo, proprio da questi giovani coraggiosi che non hanno avuto paura di affrontare la morte e quindi il martirio, in quanto convinti dell’esistenza di una vita senza fine. Esempio per tanti cristiani che lottano ogni giorno per vivere cristianamente in un mondo culturalmente paganeggiante.

In questa lotta contro il male e il maligno, che si insinua in tante forme ed espressioni di pseudo vita, ci viene in aiuto la seconda lettura di questa domenica, tratta dalla seconda lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi: Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene”. Fare il bene premia per la vita eterna, pregare incessantemente  “perché la parola del Signore corra e sia glorificata”,  in modo che “veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno”. Infatti, solo chi ha il coraggio di affrontare la vita con la forza dei martiri, esce vincitore dalla lotta quotidiana contro le forze del male. Con l’ amore di Dio e la pazienza di Cristo saremo i veri vincitori in questo mondo e nell’eternità.

A conclusione di questa riflessione ci venga in aiuto la preghiera al Dio della vita che ho composto e affido alla bontà di chi mi leggerà.

 

Signore della vita, non permettere

che nessun uomo su questa terra,

sperimenti la mancanza

della fede nella vita eterna.

 

Allontana da ogni essere umano

l’alienazione morale e spirituale,

che non orienta l’uomo verso l’eternità.

 

Nessuna sofferenza, prova e difficoltà

della vita presente

possa limitare il nostro cammino

verso la Terra promessa.

 

Tu Signore,

unica sicura speranza,

sostieni il cammino

verso la patria beata

di ogni essere umano.

 

Buon Pastore,

che sei andato alla ricerca

della pecorella smarrita,

nei tanti labirinti di un’esistenza effimera,

abbi cura di quanti non hanno fede

nel Dio della risurrezione e della vita.

 

Signore, risorto dai morti,

liberaci dalla tentazione,

di non credere nella Tua risurrezione

e nella vita senza più tramonto. Amen.

(Padre Antonio Rungi)

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

Alzati e va, la tua fede ti ha salvato

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci offre l’occasione di riflettere in modo più circostanziato sul tema della fede.

Siamo nella scia dei testi del Vangelo di Luca di queste ultime domeniche, che ripropongono con cadenza settimanale il discorso sul credere e della potenza della fede, come è nel caso del Vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione di dieci lebbrosi, di cui solo uno torna indietro, dopo essere stato guarito per ringraziare il Signore.

E questo brano chiude proprio con l’invito di Gesù, al lebbroso guarito, quello che ha cambiato totalmente vita, di alzarsi e andare, perché la forte e convinta fede in Gesù lo aveva guarito, ma soprattutto lo aveva salvato.

Infatti, questo brano del Vangelo di Luca pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore.

La prima annotazione che Luca fa su Gesù è che Egli in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme. Nel suo andare verso Gerusalemme Egli non lascia nulla di non visitato, di non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.

Continuando nella lettura del Vangelo ci viene detto che Gesù entra in un villaggio, che non ha nome e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati.

Tali lebbrosi Gli chiedono la guarigione. Egli accoglie subito la loro preghiera, che è un grido straziante del loro cuore e li invita ad andare a Gerusalemme e a presentarsi ai sacerdoti nel tempio. E mentre essi andavano, furono purificati. Li invita quindi a raggiungere il cuore della Città santa, il tempio, i sacerdoti. Li invita al ritorno alla casa del Padre.

E non appena ha inizio questo storico viaggio verso Gerusalemme, i dieci lebbrosi vengono risanati, vengono purificati.

A questo punto succede una cosa che Gesù fa osservare. Uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù e per giunta fa osservare che quello che è tornato indietro è un samaritano, uno che non apparteneva al popolo eletto. A conferma che la salvezza che egli è venuto a portare è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.

Il racconto del brano del vangelo si chiude con due verbi che esprimono cammino di conversione e di rinnovamento interiore: alzarsi ed andare, ovvero risorgere. Solo la fede può farsi risorgere da una condizione di malattia dell’anima e solo la fede spinge a camminare nella vita, nonostante le difficoltà e le croci di ogni genere.

Ce lo ricorda la prima lettura di questa domenica tratta dal secondo libro dei Re, nella quale è raccontata la guarigione di Naaman il Siro, anche lui affetto da lebbra. Una volta purificato tornò dal profeta Eliseo professando la sua fede con queste parole: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.

Di conseguenza abbandonò ogni forma di idolatria, e si mise a servire il vero ed unico Dio, rivelato a Mosè sul monte Sinai.

Anche qui riscontriamo una forte intenzione di cambiare stile di vita religiosa e quindi di attuare una vera conversione spirituale, che tende verso la manifestazione del culto divino autentico, come quello del popolo d’Israele.

La capacità di testimoniare la fede in Cristo, che ci viene dalla docilità allo Spirito Santo ci viene richiamata, poi, dall’apostolo Paolo nel breve brano della sua seconda lettera all’amico e vescovo Timoteo. In essa Paolo, maestro e compagno di viaggi, non turistici, ma apostolici e missionari,  ricorda a Timoteo che per Gesù Cristo si deve fare ogni cosa, avere il coraggio dell’annuncio, affrontare le prove della vita, subire anche le catene e lo stesso martirio, come egli stesso, sta sperimentando in quel momento.

I limiti umani, la restrizione della libertà personale, come avviene per un detenuto, nella cui condizione si trova Paolo in quel momento, essendo stato imprigionato, a causa del Vangelo, non deve incatenare la Parola di Dio, che viaggia e cammina anche tra le sbarre di un carcere o di un luogo di detenzione forzata. Infatti, lui sopporta ogni cosa “per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E poi va nel cuore delle verità di fede essenziali per la dottrina cristiana: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo”. In opposizione a questo dialogo di intesa e d’amore con il Salvatore, c’è il rinnegamento, l’infedeltà che portano evidentemente la persona religiosa ad allontanarsi da Dio e a vivere senza Dio, come se Dio non esistesse.

Questo comportamento non ci aiuterà ad essere nella grazia e nell’amicizia con Cristo e quindi di sperare nella salvezza eterna.

Si tratta di un forte monito per ricordare a ciascuno di noi che la fede va vissuta, testimonianza con coraggio fino alla morte.

Naaman, il lebbroso del vangelo che torna indietro a ringraziare, Timoteo sono personaggi citati nella parola di Dio di questa Domenica, insieme al profeta Eliseo e all’Apostolo Paolo che vanno nell’unica direzione possibile, quella che dà salvezza e sicurezza, e cioè la direzione di Cristo.

Possiamo, a conclusione di queste riflessioni e considerazioni, elevare la nostra mente a Dio con la preghiera della colletta di questa domenica: “O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

AUGURI A PAPA FRANCESCO CON UNA SPECIALE PREGHIERA DI P.RUNGI

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P.RUNGI (TEOLOGO PASSIONISTA). UNA SPECIALE PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’ONOMASTICO DA PONTEFICE
 
Per la festa di san Francesco del 4 ottobre 2019, padre Antonio Rungi, teologo passionista, delegato arcivescovile per la vita consacrata della Diocesi di Gaeta, ha composta una speciale preghiera per Papa Francesco, che festeggia il suo onomastico da Pontefice. “Questa è il settimo anno e la settima volta che Papa Francesco – afferma padre Rungi – ricorda in modo speciale San Francesco d’Assisi, che ha scelto come sua guida e protettore nel servizio apostolico e ministero petrino, essendo stato eletto al soglio pontificio il 13 marzo del 2013. Con tanti problemi che il Papa si trova ogni giorno ad affrontare nella Chiesa e al di fuori di essa, con una speciale attenzione che ha ai problemi ecologici, etici e sociali, una preghiera come questa, che tutti i cattolici vorranno elevare al Signore per il Papa, certamente lo aiuterà e lo sosterrà. D’altra parte è lui stesso che continuamente ci chiede di pregare per la sua persona. E noi lo facciamo con gioia, volentieri, ben sapendo che il Signore ascolta le nostre umili orazioni per il pastore universale della sua chiesa, sparsa su tutta la terra”.
 
Ecco il testo dell’orazione scritta da padre Antonio Rungi
 
Nella festa del nostro Patrono, San Francesco,
ci rivolgiamo a Te, Signore Gesù Cristo,
per intercessione del Poverello d’Assisi,
perché protegga il nostro romano pontefice,
che porta il nome di così grande santo,
amico dei poveri e coraggioso apostolo
della misericordia, del dialogo
e della fraternità universale.
 
Rendi fruttuoso, o Signore,
l’operato e l’insegnamento
del Vescovo di Roma,
perché nel costante
richiamo ai valori cristiani
possa trovare anime ben disposte
a lasciarsi toccare dalla carità
e dalla vera letizia francescana.
 
Nulla turbi il cuore e la missione
di Papa Francesco,
in questo periodo difficile
per le sorti del genere umano
e come il Poverello d’Assisi
ricostruisca con il saggio operare
e il sapiente consigliare
l’umanità in rovina
per l’insensato agire
di governi e nazioni
che non hanno a cuore
il bene di ogni uomo
e di tutto l’uomo.
 
Maria, Madre della gioia
e della letizia di chi si mette in cammino
sorregga il ministero petrino
di Papa Francesco,
per moltissimi anni ancora,
a gloria di Dio e per la salvezza delle anime.
 
San Francesco,
modello di vita per quanti governano,
sia maestro illuminante
e guida costante
per il Santo Padre,
Papa Francesco. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XX DOMENICA DEL T.O. 18 AGOSTO 2019

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Domenica XX del Tempo ordinario

Domenica 18 agosto 2019

Incendiarsi dell’amore di Cristo

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio questa XX domenica del tempo ordinario, sembra essere in netto contrasto con il messaggio d’amore, di unione e di pace che Cristo è venuto a portare sulla terra con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione e soprattutto mediante l’invio dello Spirito Santo su ciascuno di noi.

Soprattutto il testo del vangelo di Luca, che ci mette ansia e preoccupazione ad una superficiale e letterale lettura di esso, quando in realtà esso dice ben altro, utilizzando il paradosso che spesso incontriamo nei discorsi di Gesù. Sappiamo che il paradosso va contro l’opinione o contro il modo di pensare comune, e quindi sorprende perché strano, inaspettato. E qui Luca riporta un altro discorso del Maestro e si concentra nel presentare tre argomenti ben precisi: il fuoco che scende dal cielo, l’immersione battesimale, la divisione nelle famiglie e tra le persone, specialmente quelle legate da vincoli di sangue o di affinità.

Andiamo per ordine nella comprensione di quanto è detto nel testo del Vangelo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”

Per chi non è avvezzo al linguaggio del vangelo, potrebbe vedere Gesù come uno che porta distruzione ed è un piromane per vocazione.

In realtà il fuoco nei vangeli indica lo Spirito Santo. E in questa prima forte affermazione di Gesù cogliamo chiaramente il messaggio dell’accoglienza del dono della fede, della carità e della speranza, in poche parole il dono della salvezza eterna. Accendere questo fuoco significa essere evangelizzatori e promotori della causa di Dio nel mondo.

L’altra forte asserzione che fa Gesù in questo brano lucano è che Egli ha un battesimo nel quale sarà battezzato, e come è angosciato finché non sia compiuto! Gesù di certo non ha bisogno del Battesimo, anche se poi si assoggetta al battesimo di penitenza, praticato da Giovanni Battista nel Giordano, durante il quale c’è la voce dal cielo che  lo rivela ai presenti, in un’altra epifania, qual è veramente il Figlio di Dio, l’amato del Padre, il suo compiacimento totale.

Siamo sempre nello spazio del linguaggio simbolico: il battesimo per Gesù non è un rito, ma è un reale bagno di sangue e di morte. Egli è certamente angosciato di fronte a tale prospettiva, ma è in ansia che si compia presto, che sia cosa fatta per sempre. Non che desideri la morte e la sofferenza, nessuna volontà “dolorista” da parte sua, ma volontà che si acceleri il cammino verso il compimento pieno della volontà di Dio, che è anche la sua volontà. Ma in questa affermazione forte ed angosciante per Lui e per chi lo ascolta, c’è il preciso richiamo alla sua imminente passione e morte in croce. Gesù sta salendo a Gerusalemme con i suoi discepoli e le sue discepole, tenendo ben presente che la meta di quel viaggio è la città santa che uccide i profeti e li rigetta. Dunque, il luogo del suo esodo da questo mondo al Padre attraverso la morte in croce.

Si tratta, quindi, di un vero e proprio annuncio della sua passione e morte, quando sarà immerso nella prova, nella sofferenza e nella morte di croce. Questo evento lo attende, ed egli deve entrare nell’acqua della sofferenza ed esservi immerso come in un battesimo. Non a caso nell’orto del Getsemani suda sangue ed acqua e tutta la sua passione e morte in croce è un lago di sangue ed uno spargimento di sangue continuo fino all’ultima goccia. Al punto tale che Cristo può dire tutto è compiuto. Il suo battesimo l’ha consumato nel dono di se stesso e della sua vita all’umanità.  Gesù è il solo “giusto” – come il centurione proclama sotto la croce dopo la sua morte  – e se il giusto rimane tale non solo è di imbarazzo, ma va tolto di mezzo.

Vi è infine un terzo pensiero di Gesù, che è agganciato ai primi due. Un pensiero che riguarda i discepoli, dunque anche noi oggi.

Con Gesù pensiamo che tutto andrà meglio? Assolutamente no. Sappiamo benissimo e la storia ce lo insegna che più si afferma il Vangelo, più divampa il fuoco dello Spirito, peggio si sta! In quanto il Vangelo è motivo di frattura e di divisione in tutti gli ambienti a partire da quelle famiglie che si dicono cristiane e che nel nome del vangelo dovrebbero andare d’accordo ed invece sono divise e all’intero di esse circola odio e separazioni.  Così pure nella Chiesa, nella società, nel mondo in generale. Ci si divide sempre sul bene da farsi e ci si unisce nel male nel portare ad esecuzione.

E chi è contro il Vangelo divide e non unisce. Lo aveva già preannunziato il vecchio Simeone nel momento della presentazione di Gesù al tempio: Egli è qui come segno di contraddizione di contrapposizione. Gesù è esattamente questo: fa chiarezza tra bene e male, tra guerra e pace, tra odio ed amore. Egli segna i veri confini perché non ci siano commistioni e confusioni di alcun genere. Non è che Egli desiderasse la divisione tra gli umani e nella sua comunità, non che amasse vedere le contrapposizioni alla pace, ma sapeva benissimo come vanno le cose in questo mondo.  Ricordiamo che sono i falsi profeti a dire e a cantare sempre che “tutto va bene!”, mentre invece bisogna essere realisti sinceri e veritieri. Più il Vangelo è vissuto da uomini e donne, più appaiono la divisione e la contraddizione, anche all’interno della stessa famiglia, della stessa comunità. Fino al manifestarsi dell’assurdo, soprattutto ai nostri giorni: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre… Un dato certo ed assodato, dalla storia della salvezza che Gesù è e resta “Principe di pace”, e la sua vittoria è assicurata, ma al Regno si accede attraverso molte tribolazioni, prove, divisioni. Così è accaduto per lui, Gesù; così deve accadere per noi suoi discepoli, se gli siamo fedeli e non abbiamo paura del fuoco ardente del Vangelo e dello Spirito di Gesù.

Questa terza ed ultima affermazione pesante, ma in realtà riflettente tante reali situazioni personali, familiari e sociali, è quella che Gesù pone come chiave di lettura del mondo secondo Dio e secondo gli uomini. Il mondo secondo Dio è mondo di pace, il mondo secondo gli uomini è un mondo di guerre, divisioni e cattiverie di ogni genere. Questo vangelo ci invita a lottare contro tali mentalità e far emergere il vangelo della pace in ogni situazione personale, familiare, sociale e soprattutto ecclesiale.

Il testo del vangelo va interpretato alla luce dei due brani biblici della prima e seconda lettura dei oggi, insieme al salmo responsoriale.

Nella figura del profeta Geremia, come ci viene illustrato nella prima lettura, tratta dal medesimo autore in cui cìoè il tentativo di uccidere Geremia, “perché egli scoraggiava i guerrieri che erano rimasti nella città e scoraggiava tutto il popolo”. Poi il ripensamento da padre del re Sedecìa, dietro suggerimento di Ebed-Mèlec che uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia». Così fu salvato Geremia da una morte certa, per la sensibilità di un etiope. Insegnamento per tutti noi che dobbiamo sempre intervenire nel salvare la vita e mai nel sopprimerla, fosse anche il primo dei nostri nemici e anche il più agguerrito di essi.

Nella seconda lettura di questa domenica, tratta della Lettera agli Ebrei ci viene ricordato l’importanza della testimonianza di quanti hanno fissato con sincerità lo sguardo del loro cammino e pellegrinaggio terreno su Gesù Cristo, “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. Il modello del nostro essere ed agire da cristiani è proprio Cristo Crocifisso, il Quale “di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”. Davanti all’esempio di Cristo “che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” non dobbiamo scoraggiarci e perderci d’animo, in quanto non ancora sperimentato la vera sofferenza e abbandono come l’ha sperimentato il nostro salvatore.

Chiediamo al Signore che accenda in noi il fuoco del suo amore, della sua carità fino al sacrificio supremo della nostra vita per la salvezza degli altri e preghiamo con queste parole della colletta di questa domenica: “O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome”.

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 31 MARZO 2019

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QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

DOMENICA 31 MARZO 2019

CON L’ UMILTA’ DEL CUORE CHIEDIAMO PERDONO E RICOMINCIAMO

Commento di padre Antonio Rungi

Con la quarta domenica di Quaresima, detta della letizia entriamo nel vivo del cammino di conversione verso l’annuale Pasqua di morte e risurrezione di Cristo, ma anche della nostra risurrezione spirituale in Cristo, mediante la gioia di ritornare al Lui con tutto il cuore, pentiti, come il figliol prodigo del Vangelo di questa domenica. Si tratta di un cammino spirituale ed interiore al quale nessuno di noi può sottrarsi. Ci obbliga il nostro essere battezzati e il nostro essere consacrati alla passione, morte e risurrezione di Cristo.

Questo cammino, spero, che ognuno di voi l’abbia intrapreso da tempo. Siccome i avvicina la Pasqua 2019, se questo cammino di ritorno non è neppure iniziato, sia questo il momento favorevole per farlo, in quanto Dio ci attende a braccia aperte, fin quando non ritorniamo a Lui, come ci ricorda sant’Agostino, in una delle sue più celebri aforismi: O Signore, il mio cuore è inquieto, finché non riposa in Te”. Facciamo riposare questo nostro travagliato, agitato ed afflitto cuore nella bontà e nella tenerezza di Dio, che si fa misericordia e si fa dono per tutti noi, peccatori sinceramente pentiti e riconoscenti a Dio. Prendiamo ad esempio il pentimento del figlio prodigo che ritorna al Padre e chiede di essere nuovamente accolto nel suo cuore e nella sua casa, cioè nella sua misericordia e nella sua chiesa.

Il figliol prodigo che va via dalla casa del Padre è il peccatore che esce dalla comunione con Dio e rompe ogni legame con il Signore, in attesa del ripensamento e del ritorno.

Dio non si stanca di aspettare, fino all’ultimo istante questo ritorno al piena comunione con lui nella grazia nell’amicizia.

E lui ci attende non solo sull’uscio della chiesa, per dargli il perdono qui su questa terra, mediante il sacramento della confessione; ma lo attende sull’ingresso del paradiso, per donargli la felicità senza fine. E’ tempo di ritorno e non possiamo più attendere per convertirci tutti a Dio,

Sta a noi entrare in questo cammino di ritorno a Dio da celebrare continuamente con una forte comunione di grazia e in grazia con Lui.

Il modo per farlo è mettersi nella condizione di quel che realmente siamo: peccatori e perciò bisognosi di perdono e di misericordia di Dio.

Non illudiamo noi stessi e gli altri: siamo tutti peccatori e perciò stesso abbiamo bisogno del suo perdono.

Quel Padre attende con pazienza, ma spera sempre che il ritorno inizi davvero e lo fa scrutando l’orizzonte della storia e del mondo, scrutando l’orizzonte del nostro cuore, spesso privo di quel rosso di sera, che fa ben sperare per l’alba e l’inizio di un nuovo giorno pieno di sole e di grazia del Signore.

Facciamo nostre le parole del figlio pentito: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre”.

Ci vogliamo rialzare dalla nostra debolezza interiore, frutto di una mancato assorbimento dei nutrienti essenziali alla vita dello spirito, che sono la preghiera, la penitenza e la carità sincera.

Non bisogna crogiolarsi nei peccati; anzi bisogna riemergere da essi prima che sia troppo tardi, prima che si abbia toccato il fondo del disastro morale più grave.

Non dobbiamo attendere i tempi del figliol prodigo per rinsavire dalle nostre condotte non buone e immorali, oltre che malvagie. Sia ricorrente questa preghiera del cuore, che ci sprona alla conversione: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.

E non diciamo mai, e poi mai: io sono senza peccato. Che peccato faccio o posso fare? Non dimentichiamo che nessuno di noi è senza peccato e come tali non possiamo giudicare gli altri o scagliare la pietra della condanna che uccide anche i sinceramente pentiti.

Nel cammino verso la Pasqua, ci incoraggi quanto scrive Giosuè nel suo Libro, in merito al popolo eletto: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». La celebrazione della Pasqua a

Gàlgala al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico fu motivo per andare avanti nel cammino dell’esodo. Infatti, il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan”. Dio premia sempre la buona volontà di ogni uomo della terra. D’altra parte nel brano della seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, ci vengono ricordati alcuni concetti teologici di base: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Siamo, dunque, ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Noi siamo i portavoce  di Dio, i trombettieri dell’Altissimo, i maestri di musica divina che fanno cantare perfettamente i coristi di quanti credono in Dio. Facciamo sì che questa gioia di vivere e testimoniare il vangelo arrivi attraverso di noi ai nostri fratelli vicini e lontani.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XI -TO- 17 GIUGNO 2018

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 17 giugno 2018
Crescere in sapienza e santità in vista dell’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XI domenica del tempo ordinario ci presenta la necessità e l’urgenza per noi cristiani, sia individualmente che ecclesialmente, di camminare sulla vita della santità e di una fede adulta e matura, sentendo la responsabilità di chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Noi siamo figli di Dio e come tali dobbiamo agire e comportarci, in base al battesimo che abbiamo ricevuto e ci ha inserito nel Regno di Dio, come figli credenti e speranti.

D’altra parte, il Regno di Dio a cui fanno riferimento i testi biblici di oggi, nella prima lettura e soprattutto il vangelo, sappiamo che si trova la sua fase incoativa, nel tempo presente, in attesa della piena manifestazione nel secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra.

Noi viviamo tra il già e il non ancora. Il già costituito dalla prima venuta di Cristo con la salvezza portata a termine nella sua Pasqua di morte e risurrezione, e il non ancora, che arriverà con il giudizio universale, quando tutto verrà ricapitolato per sempre in Cristo, Re dell’Universo.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua seconda lettera ai Corinzi richiama alla nostra attenzione queste certe verità di fede: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”.

E nel Vangelo di questa domenica è Gesù stesso ci presenta, con due delle sue parabole, l’identità e la caratteristica del suo Regno, quello che Lui è venuto a instaurare sulla terra.

Egli stesso si pone la domanda: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?

Ebbene Gesù utilizza due immagini per presentare il volto vero del suo regno: quella del seme gettato nel terreno e che cresce spontaneamente di giorno e di notte, con o senza la vigilanza dell’uomo, e quella del granello di senape, che da piccolo diventa grande, al punto tale, essendo albero consistente, gli uccelli si riparano sopra di esso.

Due immagini tratte, come sempre da Gesù, dalla vita di ogni giorno, familiari ai suoi ascoltatori che, in base a tali riferimenti di vita agricola, naturale e campestre comprendevano esattamente quello che voleva dire.

Le applicazioni alla vita nostra vita cristiana di questo modo di parlare di Gesù sono tante e possibili in vari campi, ma è opportuno sottolineare due aspetti della parola di Gesù in questi esempi: la crescita del regno per opera di Dio, con la disponibilità certamente dell’uomo di accoglierlo, dentro di se; e la sicurezza che tale regno offre, esclusivamente a livello spirituale e in prospettiva di eternità, nel momento in cui si entra a far parte di esso.

L’immagine degli uccelli che possono fare il loro nido sui vari rami di questo albero della grazia e della santità ci indica il percorso che tutti noi cristiani siamo chiamati a fare accogliendo la parola di Dio e mettendola in pratica e raggiungendo la salvezza per vie diverse.

Ecco perché Gesù rivolgendosi alla gente usava “molte parabole dello stesso genere, per annunciare loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

La parola va annunciata, spiegata e una volta compresa va messa in pratica, altrimenti è un seme gettato in una terra infertile che non produce, non cresce e non fa crescere.

Nel suo modo di rapportarsi in termini comunicativi alla gente che lo ascoltava, Gesù valorizza il suo patrimonio di conoscenza del testo sacro che possedeva ampiamente e che si riferiva all’Antico Testamento.

Lo si comprende anche dall’inserimento della prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella liturgia della parola di questa XI Domenica, nel quale si parla di ciò che farà il Signore rispetto al piccolo gregge del suo popolo, utilizzando, in questo caso, anche la pianta del cedro, per far crescere e potenziare il regno di Dio tra gli uomini. Egli, il Signore farà tutto questo e lo farà nella logica divina dell’amore e del dono, contro ogni forma di superbia e arroganza dell’uomo, in quanto “io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”.

Nell’accogliere la parola di Dio con semplicità, consapevolezza delle nostre umane fragilità, ma anche con il proposito di mettere in pratica la parola ascoltata e commentata, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”. Amen.

 

P.RUNGI. QUARTA DOMENICA DI PASQUA DEL BUON PASTORE. IL COMMENTO

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IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Domenica 22 arile 2018

 

Pastori, mercenari e lupi rapaci
Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa.

Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale.

Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che diano la vita per i fedeli, vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si stanchino mai di cercarla, se è uscita dall’ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.

 

Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”.

Gesù, quindi, si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza.

Gesù prende, tuttavia, le distanze dalla figura del mercenario, “che non è pastore e al quale le pecore non appartengono” e fa le cose per scopi economici; se costretto, addirittura abbandona il gregge e scappa via da esso, quando vede i lupi avvicinarsi. Il mercenario, infatti, se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

E’ un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, dal guadagno, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge e tutto fa per amore.

 

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non si cura il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e dopo di loro a tutti i successori di Pietro e degli Apostoli, cioè il Papa e i vescovi.

 

Chi è questo lupo? Certamente l’immagine usata da Gesù, tratta dalla pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura.

Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo, della Pasqua di Cristo, del Vangelo della vita e della gioia e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.

 

Gesù, invece, si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole, c’è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.

 

Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore di Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l’umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono dal suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un’anima sola, sotto la guida dell’unico pastore, che è Cristo.

 

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell’ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

 

Solo in Cristo c’è la vera e certa salvezza dell’uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

 

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l’unzione battesimale, crismale e sacerdotale:

Gesù, Buon Pastore

prenditi cura di ognuno di noi,

noi che ci siamo persi e smarriti,

rincorrendo falsi idoli.

 

Gesù insegnaci a prenderci cura

di quanti sono in necessità

ed hanno bisogno

di un’attenzione speciale.

 

Tu, Pastore Buono ,

che hai dato la vita per il tuo gregge,

imprimi nel nostro cuore

e nella nostra mente

il coraggio di affrontare ogni prova

dell’esistenza terrena.

 

Allontana da noi, Signore,

tutti i lupi rapaci

che sono nemici della Tua Croce

e aggrediscono il tuo amato gregge,

con il solo intento di disperderlo

e di dividerlo per sempre.

 

Signore fa che i ministri

della tua santa Chiesa,

siano modelli di vita,

nel loro agire di pastori

attenti e premurosi

verso ogni persona

affidata alle loro cure spirituali.

 

Manda nella tua messe,

sempre più bisognosa di operai,

persone capaci di donarsi senza limiti

e che sappiano affrontare

ogni nemico del tuo Regno,

che lavora silenziosamente

per far smarrire le pecorelle,

per separare il pastore dal suo gregge

e il gregge dal suo unico e vero pastore,

che sei Tu, o Gesù,

morto e risorto per noi.

 

Nessun mercenario,

o Buon Pastore,

trovi posto e accoglienza,

nel gregge che Tu hai costituito

e che guidi verso i pascoli eterni

del santo Paradiso,

dove speriamo di giungere,

al termine dei nostri giorni,

accolti dalla tenerezza materna

della Beata Vergine,

Buon Pastora del Tuo Regno.

Amen