PADRE RUNGI

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA TERZA DOMENICA DI PASQUA

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)
Domenica 15 aprile 2018
Gesù il catechista dei suoi discepoli
Commento di padre Antonio Rungi
La terza domenica di Pasqua ci presenta una nuova apparizione di Gesù agli apostoli. Si tratta dell’apparizione successiva a quella identificativa del Maestro, operata dai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù nello spezzare il pace. Chiaro riferimento alla celebrazione eucaristica che era ed è il segno distintivo di comunità cristiana all’inizio dell’attività apostolica della Chiesa, che nasce dalla Pasqua di Cristo.
L’evangelista Luca ci descrive esattamente come avvenne questo nuovo incontro tra gli sperduti discepoli e Gesù. Loro non aveva ancora compreso nulla di quanto era successo, dopo la morte di Gesù. Non erano pronti a capire il mistero della risurrezione. E Gesù si erge a formatore dei suoi apostoli, ricordando loro quanto già aveva detto in precedenza prima di morire sulla croce.
La coscientizzazione della risurrezione di Gesù non ancora c’era stata nella mente e nel cuore degli apostoli, al punto tale che non riconoscono Gesù quando appare loro, hanno paura, pensano di trovarsi di fronte ad un fantasma. Ma Gesù disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi”. A questo punto di convincono tutti che e Gesù. Egli per consolidare questo loro atto di fede e di riconoscimento della sua persona come Risorto, Gesù chiede qualcosa da mangiare. I discepoli gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Pane e pesce, i due segni distintivi della celebrazione della Pasqua dei primi cristiani. Segni che sono arrivati a noi con un significato preciso e attinente al mistero dell’eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore.
Poi Gesù cerca di far recuperare la memoria delle cose dette agli apostoli prima che salisse al Calvario: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Solo dopo questo affettuoso e tenero richiamo al loro passato di apostoli vicino a loro maestra, “si aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
Dopo la Pentecoste, gli Apostoli fecero esattamente quello che il Signore aveva detto loro, come ci attestano gli Atti, scritti dallo stesso san Luca, in cui sono riportati i primi impegni missionari del gruppo dei Dodici. Ne ascoltiamo una breve relazione nel brano di oggi, prima lettura, di questa terza domenica di Pasqua. E’ Pietro, il capo del collegio apostolico a prendere la parola e ad evangelizzare. Segno evidente che l’autorevolezza di Pietro rimane certa nella chiesa e di conseguenza tutti i suoi successori che sono i Romani Pontefici. Nel Vangelo è Gesù stesso che istruisce gli Apostoli, negli Atti e Pietro che trasmette alla gente che lo ascolta il nucleo essenziale e principale dell’annuncio della buona novella, consistente nella morte e risurrezione di Gesù. Da questo mistero deve nascere un impegno per tutti coloro che sono già cristiani o che lo desiderano diventare: bisogna convertirsi e cambiare vita per ottenere la remissione dei propri peccati. Chiaro appello alla conversione dei singoli e della comunità dei credenti.
Una conversione che passa attraverso il cambiamento di mentalità e di stile di vita, come è esplicitato nel breve brano della lettera di San Giovanni, seconda lettura di oggi, nel quale ci viene raccomandato di non peccare. Purtroppo, sappiamo che non è così, in quanto tutti pecchiamo. E allora bisogna disperarsi? Assolutamente no. Ci viene ricordato che “se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.
La morte e risurrezione di Gesù è avvenuta per la remissione dei nostri peccati, per riprendere un dialogo con il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che è amore e misericordia. A questo Dio dobbiamo manifestare il nostro amore, con un modo semplice: osservando i suoi comandamenti. Siccome l’amore è conoscenza, è relazione, chi dice di conoscere Dio e poi non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”.
Lo stretto rapporto tra conoscenza, amore e corrispondenza nella vita è delineato con parole molto semplici ed efficaci.
Non abbiamo altre scusanti, quando diciamo di amare Dio, di avere fede, di essere cristiani, cattolici, se poi non osserviamo con esattezza la legge di Dio, da quella impresa nella creazione e nella natura umana, a quella rivelata nel corso delle varie teofanie che hanno interessato il popolo di Dio e poi la Chiesa, nata dal costato squarciato del Cristo morto sulla Croce e poi risorto e asceso al cielo. Con tutta la Chiesa sparsa nel mondo e che oggi, giorno del Signore, celebra la Pasqua settimanale, vogliamo pregare con questa orazione della colletta: O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore.

TUTTI SIAMO CHIAMATI ALLA SANTITA’. L’ESORTAZIONE APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO

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NUOVA ESORTAZIONE APOSTOLICA
DI PAPA FRANCESCO
SULLA CHIAMATA ALLA SANTITÀ
NEL MONDO CONTEMPORANEO

Sintesi e presentazione di padre Antonio Rungi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), in latino “Gaudete et exultate”(GeE), è la nuova Esortazione Apostolica di Papa Francesco, dedicata alla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo.
Un documento magisteriale composto da cinque capitoli, 177 numeri e 125 note esplicative, in cui è sintetizzato il pensiero di Papa Francesco sul cammino della santità, possibile sempre, anche ai nostri giorni, mediante altre vie ed esperienze, ma che necessita di essere riscoperto e messo al centro della vita di ogni cristiano.

Il Signore “ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”.
Questa chiamata universale alla santità, come già aveva sottolineato il Concilio Vaticano II, “in realtà, fin dalle prime pagine della Bibbia è presente, in diversi modi”. Infatti “il Signore la proponeva ad Abramo: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1), come si leggiamo nel n.1 dell’Esortazione.

Questo nuovo testo, come sottolinea il Papa al n.2, non è “un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione”, ma ha “l’ umile obiettivo di far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità”, nella chiesa e nel mondo contemporaneo “cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4).

In sequenza capitolare sono trattati temi di carattere generale e argomenti specifici.

La chiamata alla santità è affrontata nel capitolo primo (dal n. 3 al n.34), con argomenti più particolareggiati, quali “i santi ci incoraggiano e ci accompagnano” (nn.3-5); “i santi della porta accanto” (nn.6-9), espressione tipica del linguaggio di oggi; “il Signore chiama” (nn.10-13), “anche per te” (nn.14-18); “la tua missione in Cristo” (nn.19-24); “l’attività di Cristo” (nn. 25-31); “più vivi e più umani” (nn.32-34).

Due sottili nemici della santità sono descritti nel capitolo secondo (dal n.35 al n.62), e sono identificati, primo nello gnosticismo attuale (n.36), “con una mente senza Dio e senza carne” (nn.37-39); “con una dottrina senza mistero” (nn.40-43); “i limiti della ragione” (nn.43-46); nel “Pelagianesimo attuale” (nn.47-48), caratterizzato da “una volontà senza umiltà” (nn.49-51); “un insegnamento della Chiesa spesso dimenticato” (nn.52-56); “i nuovi pelagiani” (nn.57-59); “il riassunto della Legge” (nn.60-62).

Alla luce del Maestro, è il titolo del terzo capitolo che va dal n.63 al n.109, nel quale, dopo l’introduzione (n.63), e “al controcorrente”(n.64), sono prese in esame le Beatitudini, a partire dalla prima di esse “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (nn.67-70); a seguire “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”(nn.71-74); poi “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” (nn.75-76); poi “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (nn.77-79); continua con “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (nn.80-82); poi con “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (nn. 83-86); sempre sul tema, troviamo “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (nn.87-89); e per concludere l’analisi delle beatitudini, “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (nn.90-94).

Il capitolo continua con indicare “la grande regola di comportamento”, citata da Matteo (25,31-46) riguardante il giudizio universale con il richiamo alle opere di misericordia corporale (n.95); poi il richiamo all’impegno “per fedeltà al Maestro” (nn.96-99).
Sempre in questo ampio capitolo, sono citate “le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo” (nn.100-103); ed è sottolineato “il culto che Lui (il Signore) più gradisce” (nn.104-109).

Alcune caratteristiche della santità del mondo attuale, sono messe in rilievo da Papa Francesco nel capitolo quarto dell’Esortazione che va dal n.110 al n.157.
In questo lungo capitolo, dopo l’introduzione (nn.110-111), sono indicate le vie possibili per raggiungere la santità oggi, come la “sopportazione, pazienza e mitezza” (nn.112-121); la “gioia e il senso dell’umorismo” (nn.122-128); l’“audacia e fervore” (nn.129-139); il vivere “in comunità” (nn.140-146); e stare “in preghiera costante” (nn.147-157).

Combattimento, vigilanza e discernimento sono gli argomenti trattati nel quinto ed ultimo capitolo dell’Esortazione “Gaudete ed exultate”, che Papa Francesco presenta con il suo tipico linguaggio immediato e facilmente recepibile.
Dopo la presentazione del capitolo (nn.158-159), entra nel merito del discorso sul Diavolo che è “Qualcosa di più di un mito” (nn.160-161), da cui bisogna difendersi.
Per cui bisogna essere “svegli e fiduciosi” (162-163), combattendo “la corruzione spirituale” (nn.164-165); facendo “il discernimento” (n.166), che è “un bisogno urgente (n.167-168) del nostro tempo; il tutto “sempre alla luce del Signore” (n.169).
Tale discernimento è “un dono soprannaturale” (nn.170-171), che va effettuato nella preghiera, perché in essa “Parla il Signore” (nn.172-174), con indicare una strada precisa quella de “la logica del dono e della croce (nn.174-177).

E in questo percorso di santità adatta ai nostri giorni e possibile a tutti una figura eminente guiderà i passi verso le alture più elevate di questo itinerario di ascesi cristiana, e questa è Maria “perché lei ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Ella è colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, colei che conservava tutto nel suo cuore e che si è lasciata attraversare dalla spada. È la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica” (GeE, 176).

Come dire, a conclusione di tutto la riflessione fatta da Papa Francesco in questo documento sulla “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, che non c’è vero santo nella Chiesa cattolica, che non sia stato, che è e che sarà imitatore della Beata Vergine Maria, non a caso invocata Regina degli Angeli e dei Santi.

Questa esortazione di Papa Francesco aiuterà tutti, Vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli laici a comprendere meglio, alla luce del Battesimo che tutti siamo chiamati ad essere santi e tutti, nel tempo, con la grazia di Dio, con lo sforzo quotidiano del nostro vivere le Beatitudini e di attuare le opere di misericordia corporale e spirituale dobbiamo raggiungere la santità, come l’hanno raggiunta i nostri fratelli e sorelle che godono della visione beatifica di Dio, ben sapendo che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (Ap 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. E tra di loro può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine (cfr 2 Tm 1,5). Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore” (GeE, 3).

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

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II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO B)
Domenica 8 aprile 2018

Perdono, riconciliazione e carità: questa è la Domenica

della Divina Misericordia

Commento di padre Antonio Rungi

Come è noto, San Giovanni Paolo II, Papa, ha dedicato la Domenica in Albis, ottava di Pasqua, alla Divina Misericordia.

Ed oggi noi celebriamo questa speciale Domenica per ricordare a noi che il Dio in cui noi crediamo è un Dio che ci perdona, perché ci ama profondamente e non vuole che nessuno dei suoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’Inferno.

In questa domenica, quindi, siamo chiamati a verificare lo stato di grazia in cui ci troviamo. Se viviamo nell’amicizia con Dio o continuiamo a vivere nel peccato, senza sentire il bisogno di chiedere perdono e di riconciliarci con Dio e con i fratelli.

Sappiamo pure che questa speciale Domenica, dedicata alla Divina Misericordia è stata il frutto di una rivelazione di Gesù a Santa Faustina Kowalska, polacca, da cui ha avuto poi origine la pratica della pietà popolare della coroncina della Divina Misericordia, che si è diffusa in tutto il mondo ed è pregata da milioni di cattolici in tutto il mondo ogni giorno alle ore 15.00, ora in cui Gesù Cristo è morto sulla croce per noi.

In questa Domenica vogliamo domandarci il perché di questo titolo assegnato al giorno del Signore, nell’ottava della Pasqua.

La risposta la troviamo nei testi biblici e soprattutto nel brano del Vangelo di San Giovanni in cui è descritta la prima apparizione di Gesù agli Apostoli nel Cenacolo, in assenza dell’Apostolo Tommaso.

Leggiamo, infatti, che “la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il mandato missionario ed apostolico al gruppo degli Undici è esplicitato nella sostanza e nella forma da Gesù stesso.

Si tratta di un mandato per la riconciliazione e per la remissione dei peccati. Da qui la titolazione della Domenica in Albis, come la Domenica della Divina Misericordia, in quanto è Dio che ci perdona i peccati, mediante il ministero che Gesù ha affidato agli Apostoli e alla sua chiesa e che la Chiesa continua secondo il dettame di Gesù.

Il Vangelo di questa Domenica non si limita solo a ricordare la prima apparizione di Gesù, ma anche quella successiva, a distanza di otto giorni, quando è presente anche Tommaso e il Gruppo degli Undici è al completo.

Sappiamo Tommaso, di fronte all’informazione che i suoi colleghi avevano dato a Lui circa la prima apparizione di Gesù, aveva avuto dubbi e sollevato riserve. Alla fine, tutto si chiarisce, a livello di fede e di adesione a Cristo, quando “otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Alla base di ogni discorso su Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti, in particolare quelli del Battesimo, della Comunione e della Confessione, che sono centrali nella celebrazione della Pasqua del Signore, c’è la fede e se manca la vede non si comprende nulla di ciò che è grazia e peccato, santificazione o dannazione, misericordia o odio.

Questo è il giorno fatto dal Signore, in cui siamo invitati a rallegrarci e a gioire, perché il suo amore è grande e la sua misericordia è infinita.

Ce lo ricorda il testo del Salmo 117, inserito nella liturgia di questa domenica in Albis come Salmo responsoriale: Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore:«Il suo amore è per sempre».

Un amore che per noi cristiani si manifesta, in quel tipico atteggiamento di fede, che è risposta a Dio nella carità e nella verità, come ci ricorda l’Apostolo Giovanni, nel brano della sua prima lettera di questa Domenica, collocata come seconda lettura della liturgia della parola:  “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”.

Ci identifichiamo e riconosciamo reciprocamente come figli di Dio “quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”.

L’amore porta ad allontanarsi dal male, identificato con la mondanità, con il mondo del peccato. Infatti, “chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità”.

La misericordia di Dio sta in questo atto infinito dell’amore di Dio che ha sacrificato il suo Figlio sulla Croce e poi è risorto per ridare a noi la vita nuova della grazia e dell’amicizia con Dio e tra di noi.

Una comunità cristiana di persone risorte con Cristo a vita nuova, agisce di conseguenza, assumendo uno stile di vita comunionale, ecclesiale e davvero fraterno tra tutti i membri di essa e al di fuori di essa, come sottolinea il breve brano degli Atti degli Apostoli, oggetto di riflessione e meditazione biblica, inserito nella liturgia della parola come prima lettura di oggi: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.  Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore”.

I frutti della conversione e della Pasqua si manifestano nella comunità con uno stile di carità che oltrepassa l’egoismo e l’interesse personale e si apre a tutti e generosamente ci si dona a tutti, nel servizio della diaconia e della chiesa che si fa serva come il suo Maestro, fattosi Servo per amore: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

La Domenica della misericordia, non solo, quindi, ci fa capire la necessità di riconoscere umilmente i nostri peccati e cambiare vita, ma anche di impegnarsi in un servizio di carità che si attua mediante le opere di misericordia corporale e spirituale, come ci ricorda ripetutamente Papa Francesco: “La sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. (Messaggio per la Quaresima 2015).

P.RUNGI. COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PAROLA DI PASQUA 2018

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DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Domenica 1 Aprile 2018

 

Pasqua: un passaggio a vari livelli, dall’Esodo ebraico alla risurrezione finale.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Pasqua si sa, significa passaggio ed indica storicamente e biblicamente il passaggio da parte del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, alla Terra Promessa, la Palestina, meditante un lungo viaggio di 40 anni di gioie e travagli, per giungere alla meta indicata e scelta per la sua stabilità geografica e territoriale.

Per un cristiano, la Pasqua è la celebrazione della risurrezione del Signore, che passa dalla morte alla vita, dalla croce, alla gioia.

Per tutti la Pasqua è la festa della rinascita e della vita, di tutto ciò che ci indica la strada di un risveglio dopo il sonno dell’inverno e dopo il gelo dei giorni tristi del freddo.

La festa della Primavera, che è la Pasqua, ci pone di fronte a questo triplice passaggio di carattere biblico, teologico e naturale. E tutti questi tre passaggi sono indicati nella liturgia, a partire dalla veglia pasquale che si celebra in tutte le chiese nel sabato santo, a tarda ora, per preparare la festa della Domenica che è poi una Domenica speciale in quanto ricorda la risurrezione dai morti di nostro Signore Gesù Cristo.

Il significato di questo triplice esodo, uscita e passaggio lo troviamo sintetizzato nei testi biblici che fanno da supporto alla liturgia di questo giorno importantissimo e centrale nella religione cristiana.

Nella prima lettura della liturgia del giorno di Pasqua, tratta dagli Atti degli Apostoli è Pietro che sale in cattedra e da buon maestro, dopo l’esperienza della passione di Cristo, fortificato nella fede, si rivolge alla gente che lo stava per ascoltare con queste parole: “Dio ha risuscitato Gesù Cristo al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti”. Ed aggiunge: Egli ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». Sono questi i pilastri della fede nella risurrezione di Cristo: annunciare, testimoniare e perdonare.

Cristo va accolto nella fede partendo proprio da quel sepolcro vuoto. Una volta accolto va testimoniato con una vita degna di essere risorti con Lui a vita nuova. Ed infine questa risurrezione personale parte dalla consapevolezza che alla base del mistero del Cristo Morto e Risorto, c’è la misericordia di Dio nei confronti dell’umanità e da questa misericordia ripartire per portare amore e gioia, pace e riconciliazione in ogni luogo.

In fondo, è quello che scrive l’Apostolo Paolo nel breve brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla sua Lettera ai Colossesi: essere risorti con Cristo, significa centrarsi sull’eternità, sulle cose che contano davvero, che hanno un valore eterno. Le cose di lassù non sono altre che la ricerca della vera gioia che viene da Dio e che parte dal cielo e ritorno al cielo. Le cose di quaggiù, quel del mondo della materia, che non ha cuore e vita, non possono dare vita e gioia per l’eternità. Magari possono soddisfare il cuore avaro di qualcuno, ma non certamente trasformare quel cuore freddo e gelido, in un cuore che palpita d’amore verso Dio e attaccamento alla vita. Infatti “quando Cristo, nostra vita, sarà manifestato, allora anche noi fare parte con lui nella gloria”. La dimensione eterna della risurrezione di Cristo e della nostra risurrezione finale è detta con chiarezza dal grande teologo dell’eterno, che è Paolo di Tarso.

Nel Vangelo di Giovanni è espressa con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti la risurrezione di Gesù. Dalle donne che vanno a sepolcro e non trovono il corpo di Gesù, all’allarme lanciato di fronte a quel corpo non più trovato, all’arrivo del primo gruppo degli apostoli fino alla professione della fede in Cristo Risorto che appare e conferma quello che aveva detto prima della sua passione e morte in croce. Il discernimento interiore per arrivare all’ammissione di questo dono e mistero avviene in pochi attimi e Pietro, anche questa volta, al centro della verità che va affermata e che riguarda appunto la risurrezione di Cristo, che è primizia della nuova creazione e della risurrezione finale di tutti gli uomini.

Questo triplice passaggio a cui accennavo all’inizio della riflessione per questo giorno santissimo di Pasqua, è chiarito nella preghiera della colletta di Pasqua: “O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto”.

Nel testo della sequenza che è la sintesi della teologia pasquale, espressa in canto e preghiera, noi eleviamo “alla vittima pasquale, il sacrificio di lode”, perché l’Agnello, mite ed umile, che è Cristo Signore, ha redento il suo gregge. Lui il vero Innocente di sempre e per sempre ha riconciliato noi peccatori col Padre.

Ecco il grande mistero della nostra Pasqua e il significato più vero della Pasqua di Cristo.

Nella lotta tra morte e vita, è prevalsa la vita, la vita di Cristo, in quanto il Signore della vita era morto; ma ora, vivo trionfa. Cristo, nostra speranza, è risorto e ci precede in tutte le Galilee di questo mondo, per annunciare a tutti, che Egli è davvero risorto e in Lui possiamo, sperare, amare e perdonarci, possiamo guardare alla vita con il sorriso di Dio e con la gioia pasquale, che è rinascita e risurrezione per tutti, anche quando il dolore e la prova sembra bloccare il nostro passo sul calvario ai piedi della croce e del Crocifisso.

LA VIA CRUCIS COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI PER IL VENERDI’ SANTO 2018

DODICESIMA STAZIONE

VIA CRUCIS – VENERDI’ SANTO 2018

TESTI E PREGHIERE

DI PADRE ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

INTRODUZIONE

Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati (Gal 6,14)

<<Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo>>.

La Via della croce, è una via difficile da percorrere. Una via che richiede il coraggio di salire con Cristo al Calvario, accettando, con fede, tutto quello che tale cammino ci chiede di fare.

Nel silenzio, nella sofferenza, nel totale abbandono alla volontà di Dio, che ci chiede di essere vicini al suo Figlio, Gesù Cristo, almeno nel momento culminante della sua vita, sforziamoci di accogliere questo invito e condividere con Cristo il momento della croce e della sua donazione per tutti noi.

 

Preghiamo: Signore insegnaci a seguirti sulla via della Croce per essere tuoi veri discepoli, senza porre ostacoli di nessun genere al cammino che ci porta a vivere totalmente in Te. Amen

PRIMA STAZIONE

GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 10-15)

<<[Pilato] sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato [Gesù] per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”.  Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Ma Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Allora essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso>>.

 

L’unico vero innocente di tutta la storia dell’umanità, per un assurdo gioco di potere, di odio e di avversità, viene condannato ingiustamente alla morte più terribile ed ignominiosa di tutti i tempi.

Quell’innocente è il Figlio di Dio, venuto sulla terra, per portare la gioia, l’amore e la giustizia, fondata sulla verità e sulla universale capacità umana di superare ogni steccato ed ogni limite della propria mente e della propria visione dell’esistenza.

Ricordiamo in questa stazione tutti gli innocenti condannati a morte o alle varie pene e carcerazioni nel corso dei secoli, a partire dai piccoli Santi Innocenti.

Preghiamo: Signore, Tu l’innocente, noi i rei e i peccatori. Tu in croce e noi liberi di continuare a fare il male e a rincorrere verità e giustizia per tutti noi, incapaci di uscire dal buio e dalle tenebre dell’errore. Amen.

SECONDA STAZIONE

GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,16-20)

<<Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo>>.

Gesù, il primo atto dell’esecuzione a morte, che i tuoi carnefici avevano decretato, è stato quello di caricarti della croce, il legno, sul quale, da lì a poche ore saresti stato crocifisso. Ti hanno caricato di questo pesante strumento di morte e Tu in silenzio hai iniziato il cammino verso la meta finale del Calvario. Esempio per tutti noi che, pur coinvolti a portare le nostre piccole o grandi croci quotidiane, spesso ci lamentiamo, protestiamo e scarichiamo sugli altri i nostri pesi e le nostre responsabilità.

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che non hanno pazienza e forza per portare la fatica della vita e il peso del soffrire e del patire umano.

 

Preghiamo: Gesù, donaci la forza di saper accettare le nostre croci e di guardare con grande rispetto ed attenzione alle croci dei nostri fratelli, che, molto frequentemente, sono più dure e pesanti delle nostre. Amen.

 

TERZA STAZIONE

GESU’ CADE LA PRIMA VOLTA SOTTO LA CROCE

Dal libro del profeta Isaia  (Is 53, 4-5)

<<Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità>>.

 

E’ nella costituzione di ogni essere umano che sotto la fatica, la stanchezza e il dolore si possa cadere nel viaggio della vita. Tu Gesù, per la prima volta, cadi lungo la strada che dalla città santa, ti porterà al Calvario, il luogo del cranio, fuori dalle mura, dove sarai crocifisso perché così deciso dalle autorità politiche e religiose del tempo. La tua prima caduta rammenta a noi, esseri mortali, le nostre prime volte in tante cose che hanno segnato la nostra storia personale nel peccato, dalle quali ci siamo ripresi nella speranza di non dovere più cadere. Non è stato così, più volte siamo caduti, come è successo a Te, e più volte ci siamo rialzati con la tua grazia.

Ricordiamo in questa stazione tutti i nostri fratelli nella fede che sentono il peso dei propri errori e dei propri peccati, soprattutto contro la vita nascente e la difesa della dignità della persona umana.

 

Preghiamo: Gesù donaci la grazia di non peccare più e di pentirci dal profondo del nostro cuore dei nostri piccoli o grandi errori, ripetuti senza la minima consapevolezza che ogni peccato da noi commesso è un’offesa a Te, a noi stessi e alla Chiesa. Amen.

 

 

QUARTA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LA SUA SANTISSIMA MADRE

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 34-35. 51)

<<Simeone parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore>>.

Come in tutti i momenti più sofferti della vita chi ti trovi vicino? Proprio colei che ti ha dato la vita. Così è per noi e così è stato per Te Gesù. Lungo la strada del Calvario Ti sei incontrato con la Tua Madre. Non avete proferito parole, vi siete capiti con uno sguardo, lo sguardo dell’amore e del perdono. Possano le mamme di questo mondo curare l’amore verso i figli e seguirli soprattutto nei momenti più duri della loro vita.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le mamme che si sacrificano quotidianamente per i loro figli, specialmente verso quelle creature con seri problemi di salute.

 

Preghiamo: Gesù nell’incontro con la tua Santissima Madre, lungo la via del Calvario, ci aiuti a comprendere quanti sia importante camminare insieme, nell’unità della famiglia naturale e nella famiglia ecclesiale, sulle strade della vita, non sempre facili da percorrere, soprattutto se sono in salita ed hanno una meta ben precisa: quella della risurrezione e della vita. Amen

 

QUINTA STAZIONE

GESU’ E’ AIUTATO DAL CIRENEO A PORTARE LA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15, 21)

<<Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce>>.

Costringere qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà è sempre una violenza, soprattutto quando si tratta di portare la croce degli altri e assumere responsabilità non proprie. Questo uomo di Cirene, passato alla storia della cristianità, ci aiuta a capire il dramma di tante persone costrette a fare cose ignobili per la prepotenza di chi comanda e che schiaccia la libertà e sopprime ogni diritto della persona. Gesù non chiede di essere aiutato, in questo caso, e certamente quando si è visto sollevare, almeno per un pò, dal peso della fatica della croce, ha guardato con occhio di amore e comprensione Simone di Cirene, che da quello sguardo di gratitudine di Gesù ha ricevuto la giusta consolazione.

 

Ricordiamo in questa stazione quanti in questo nostro tempo sono schiacciati dai potenti della terra, che negano loro ogni diritto naturale e civile e che spesso sono violati nelle cose più sacre e nei valori più essenziali.

 

Preghiamo: Gesù, lungo la via del Calvario hai incontrato una persona che ti ha aiutato, forse contro la sua stessa volontà, a portare, per un tratto, la tua croce. Donaci la forza di prendere sulle nostre spalle le croci di quanti sono nelle molteplici situazioni di dolore di questo nostro mondo. Vogliamo essere, anche noi, per tutto il tempo necessario, a sollevare le sofferenze degli altri, i Cirenei del XXI secolo, che con Cristo salgono il Calvario di questa umanità. Amen.

 

 

SESTA STAZIONE

GESU’ E’ ASCIUGATO IN VOLTO DALLA VERONICA

 

Dal libro del profeta Isaia (Is 53, 2-3)

 

<<Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia>>.

 

Gesù, lungo la via della tua croce, hai ricevuto un gesto bellissimo, tipico della sensibilità femminile. Dopo l’aiuto dell’uomo, è arrivata la tenerezza di una donna che ti asciuga il volto, mentre sali il Calvario, tra sofferenze indicibili, al punto tale che lasci il segno di questo tuo volto insanguinato su quel panno bianco, su quella tovaglia nitida, reliquia della tua passione e morte in croce. Veronica sarà il nome di ogni donna che asciuga le lacrime e il sangue versato dalle persone che amano e sanno perdonare.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le donne del mondo, soprattutto quelle che sono offese nella loro dignità, sono state umiliate e violentate. Ricordiamo tutte le donne che hanno una sensibilità umana ed una tenerezza speciale verso chi soffre ed è abbandonato.

 

Preghiamo: Grazie Gesù che ci dai l’opportunità, mentre vai a Calvario, di apprezzare il gesto di questa straordinaria donna coraggiosa che va incontro a Te per donarti un temporaneo sollievo e per pulire il tuo volto e i tuoi occhi perché Tu veda meglio le debolezze e le cattiverie del genere umano e sappi apprezzare l’operato di quanti, nel tuo nome, si fanno Veroniche lungo le strade tortuose di questo mondo. Amen.

SETTIMA STAZIONE

GESU’ CADE LA SECONDA VOLTA SOTTO LA CROCE

 

Dal libro delle Lamentazioni (Lam 3, 1-2. 9. 16)

 

<<Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce… Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri… Mi ha spezzato con la sabbia i denti,

mi ha steso nella polvere>>.

 

Cadere e ricadere è la realtà della vita di ogni essere umano. E’ la debolezza della natura umana. E questo non solo riguarda la sfera biologica e fisica, ma soprattutto quella interiore e morale. In questa seconda caduta di Gesù, di cui, come della prima, non parlano i testi sacri, troviamo un preciso richiamo a prendere coscienza delle nostre mancate promesse fatte a Dio. Non sappiamo calcolare bene ciò che realmente possiamo fare da soli: nulla. Con l’aiuto di Dio e con la sua grazia possiamo fare molto, basta che non abbandoniamo la strada della fede che abbiamo intrapreso e che ci invita a fissare il nostro sguardo sul Cristo pellegrino tra i vari monti del dolore di questo mondo.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che persistono in una situazione di peccato e che danno evidente scandalo con il loro modo di comportarsi.

 

Preghiamo: Signore converti il nostro cuore all’amore. Facci comprendere che vivere nella tua santa grazia, lontani da ogni caduta di ordine morale e spirituale, ci aiuta nel cammino della santità, il cui centro è la tua e nostra Pasqua. Amen.

 

OTTAVA STAZIONE

GESU’ INCONTRA LE PIE DONNE DI GERUSALEMME

Dal Vangelo secondo Luca  (Lc. 23, 28-30)

 

<<Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”>>.

 

La strada del Calvario, percorsa da Gesù, è disseminata da tanti personaggi, tra cui un consistente gruppo di donne pie che, chiaramente vicine a Gesù, piangono nel vederlo soffrire e in quella estrema condizione di dolore. Gesù apprezza questo loro gesto di empatia e di vicinanza al suo dolore, ma coglie l’occasione per invitare quelle donne, per lo più tutte mamme, a riflettere sulla condizione dei propri figli, in considerazione del fatto che saranno trattati più duramente da chi ha in mano il potere. L’invito a versare lacrime di dolore sul frutto del loro grembo, i figli, è chiaro riferimento alle sofferenze che intere generazioni, nel nome di Cristo dovranno soffrire, a partire dai primi martiri.

 

Ricordiamo in questa stazione tutte le mamme del mondo in pena per i loro figli, per motivi di salute, di mancanza di lavoro, di conforto e di sostegno di ogni genere.

 

Preghiamo: Signore dona conforto e speranza a tutte le madri di questa valle di lacrime, nella quale è più frequente l’esperienza della sofferenza e meno quella della gioia. Sii vicino alle madri che sperano in un mondo migliore per i loro giovani figli. Amen.

NONA STAZIONE

GESU’ CADE LA TERZA VOLTA SOTTO LA CROCE

 

Dal libro delle Lamentazioni (Lam. 3, 27-32)

 

<<È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia>>.

 

Non c’è due senza tre, dice un antico motto sapienziale, per dire che è possibile cadere non una, ma più volte, nonostante le nostre promesse. La stessa cosa accade a Gesù, nel suo viaggio al Calvario. Anche se non è citato nel vangelo questa triplice caduta sotto il legno della croce, il fatto che sia stata inserita nel rito tradizionale della Via Crucis, limitandosi al numero tre, sta ad indicare la perfezione nel dolore di Cristo che tocca il vertice cadendo a terra, sulla quale sono passati i suoi piedi santissimi, ridando a quella terra e a quella via di Gerusalemme la giusta valorizzazione per raggiungere la meta finale del Regno.

 

Ricordiamo in questa stazione quanti si sono allontanati definitivamente dalla fede e non praticano più la religione cattolica. Senta, ognuno, di loro il bisogno di ritornare alla casa del Padre e di rialzarsi.

 

Preghiamo: Donaci o Gesù la forza di combattere i dubbi che attanagliano la nostra mente e non ci fanno credere fermamente in Te. Aumenta la nostra fede con la forza della preghiera e dell’ascolto di Te, che sei la Parola di Dio vivente. Amen.

DECIMA STAZIONE

GESU’ E’ SPOGLIATO DELLE  SUE VESTI

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 24)

<<I soldati si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere>>.

 

Nudi siamo venuti al mondo e nudi ce ne andiamo da questo mondo. Gesù viene denudato, prima di essere crocifisso, e spogliato della tunica, di un solo pezzo, per insegnare a noi il distacco da ogni cosa di questa terra. Nulla ci porteremo nell’eternità e tutto lasceremo in eredità. La miseria umana, l’attaccamento alle cose materiali fanno sì che i soldati si giochino a sorte la tunica di Gesù per entrarne in possesso, non come bene spirituale, ma come bene materiale da usare o da spendere sul mercato dell’usato. Gesù spogliato di tutto e alcuni ricchi di tutto, al punto tale che la ricchezza non fa più vivere e addirittura ci mette nella condizione di essere seriamente preoccupati per le cose che possediamo e per la fine che faranno una volta che non siamo più a conteggiare o aumentare quello che già è in nostro possesso e nella nostra disponibilità.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti coloro che sono avidi di denaro e che curano la cultura dell’avere, piuttosto che quella dell’essere. Possano ritornare sulla retta strada del distacco dal possesso terreno.

 

Preghiamo: Signore fa che nulla anteponiamo al tuo amore e alla tua amicizia. I beni della terra non ci distraggano dal possesso pieno e duraturo dei beni del cielo, quelli che ci danno la vera gioia e la felicità autentica. Amen.

UNDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ INCHIODATO SULLA CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc.15, 25-27)

 

<<Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra>>.

 

Essere inchiodato sulla croce, per Gesù è stato un dolore inimmaginabile per il procedimento adottato, con la perforazione delle mani e dei piedi, utilizzando chiodi di spessore consistente per reggere il corpo una volta elevato dalla terra e conficcata la croce nel terreno. Un dolore doppiamente avvertito per l’aspetto umano e spirituale, davanti alla tanta ingratitudine del genere umano. Lui che era passato beneficando tutti e sanando ogni sorta di malattia, si trova bloccato mani e piedi al patibolo più infamante della storia dell’umanità. Eppure Gesù permette questo strazio, ben sapendo che sarà limitato il tempo per l’uomo in cui, impunemente, può violare il suo corpo, inchiodato sulla croce, in attesa della risurrezione.

 

Riordiamo in questa stazione tutti i crocifissi della storia dell’umanità, soprattutto quelli di religione cristiana, che sull’esempio del divino Maestro sono morti martiri per la fede.

 

Preghiamo: Signore dall’albero della croce volgi il tuo sguardo misericordioso sulle sofferenze di quanti sono costretti all’immobilismo totale a causa di malattie rare, non ben curate o ereditate o che sono rimasti inabili in incidenti di ogni genere. Dona a tutti Gesù il conforto nelle loro invalidità fisiche e mentali. Amen.

DODICESIMA STAZIONE

GESU’ MUORE IN CROCE

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 33-34. 37. 39)

 

<<Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì , Eloì , lema sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Ed egli, dando un forte grido, spirò …Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”>>.

 

Gesù muore in croce nel supremo atto di amore verso di noi. Tre ore di agonia, durante le quali pronuncia parole di infinita attenzione e preoccupazione verso di noi. Dal perdono chiesto al Padre per noi, alla promessa del paradiso al ladrone pentito, all’affidamento dell’umanità alla custodia della sua Mamma e all’accoglienza di Lei nella casa del discepolo prediletto, al grido di aiuto e di dolore rivolto al Padre in un momento di abbandono, al desiderio di essere dissetato nel corpo e nello spirito, al compimento dell’opera della redenzione, al momento della sua morte in croce. Ore in cui l’amore di Cristo Crocifisso rivela tutta la potenza costruttrice di un’umanità nuova, che sa accogliere la croce, la sa portare con dignità, la sa innalzare con orgoglio e la sa valorizzare per il bene e per la vittoria finale.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti i moribondi e tutti coloro che sono passati a miglior vita dopo un breve o lungo calvario di pene e sofferenze indicibili.

 

Preghiamo: O Gesù volgo il mio povero sguardo a Te che sei morto in croce, divenuta con Te il segno più evidente di un amore immenso e condiviso. Fa che dall’albero della croce sorgano tempi di vita e risurrezione per tutti gli uomini di questo mondo, in cui la croce non continui ad essere simbolo di morte e di violenza, a causa di un cuore senza amore. Amen.

 

TREDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO DALLA CROCE

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 42-43. 46)

 

<<Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce>>.

 

La legge della natura prevede che dopo la morte, passato il tempo necessario, il corpo riceva degna sepoltura. Per procedere a questo rito, Gesù viene calato dalla croce dalle persone più care della sua vita. Tra di esse c’è la sua Mamma, le pie donne, Giuseppe d’Arimatea e Giovanni, l’unico che era presente sul Calvario, alla morte del Signore. Con gesti di amore e di attenzione, con il dolore nel cuore, con la delicatezza di anime elette, Gesù scende lentamente dalla croce e viene deposto sulle ginocchia della sua Mamma. Nella sua nascita, come nella sua morte è la sua Mamma ad accoglierlo, prima nel grembo purissimo e, dopo la morte, tra le braccia e sulle ginocchia, simbolo della Terra riconciliata con il cielo, anche attraverso il Sì generoso di Maria, la Madre del Redentore e la Madre della Chiesa.

 

Ricordiamo in questa stazione le sofferenze delle mamme e dei papà per la perdita di un loro giovane figlio, per cause naturali o per altri motivi.

 

Preghiamo: O Gesù, tra le braccia e sulle ginocchia della tua amatissima Madre sei l’immagine della pietà che genera amore e conforto, nonostante la conclusione cruenta del tuo tempo cronologico tra di noi. Dal grembo di Maria Santissima fa sorgere, soprattutto oggi, un’umanità capace di andare oltre il tempo, la morte e il dolore, per aprirsi alla certezza dell’eternità, della vita, oltre la vita, e della gioia oltre i confini del soffrire. Amen.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

GESU’ E’ DEPOSTO NEL SEPOLCRO

Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 15, 46-47)

 

<<Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto>>.

 

Gesù è deposto nel sepolcro, ma l’alba della risurrezione già risuona nel cuore di Maria e di tutti i veri credenti in Cristo. La morte non è l’ultima parola di Gesù e dopo di lui neanche per ogni essere umano che viene in questo mondo. L’ultima parola è la risurrezione e la vita. Quel sepolcro nuovo, preparato da Giuseppe e messo a disposizione di Gesù è già pieno di luce. Bisogna solo attendere un po’, appena tre giorni, e la pietra rotolata via per potenza divina, dirà al mondo che Cristo non è morto, ma è risorto e in Lui anche noi risorgeremo a vita nuova.

 

Ricordiamo in questa stazione tutti i fratelli defunti, le anime sante del purgatorio e in particolare tutti i nostri parenti e familiari che sono morti e che attendono di raggiungere il Paradiso, nell’attesa della risurrezione finale, nel giudizio universale.

 

Preghiamo: Gesù vederti morto e deposto in una tomba, per quanto nuova ed accogliente, lascia dentro i nostri sguardi un po’ di tristezza, velata, ma vera. Sai, non sempre siamo in grado di pensare alla vita oltre la morte, soprattutto di fronte alla perdita di persone care. Donaci la grazia di essere forti di fronte alla perdita dei propri cari e di pensare alla risurrezione finale. Amen.

 

 

 

CONCLUSIONE

 

 

Secondo le intenzioni del Sommo Pontefice: Pater, Ave e Gloria.

 

Dagli scritti di San Paolo della Croce.

 

<<Fortunata l’anima che rivestita di Gesù Crocifisso e tutta permeata dalle sue pene santissime, se ne sta tutta immersa e inabissata nell’immenso amore della divina carità ed ivi, attratta da ogni cosa creata, si riposa nel seno dell’amato Bene>>.

 

 

Preghiamo: O Padre che hai dato come modello agli uomini Gesù Cristo nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, concedi a noi, che abbiamo percorso la Via Crucis, in ricordo della Passione di Cristo, di avere sempre presente questa suprema prova di amore, per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

  1. Il Signore sia con voi.
  2. E con il tuo spirito.

 

  1. Vi benedica Dio onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo.
  2. Amen

 

  1. Benediciamo il Signore.
  2. Rendiamo grazie a Dio.

P.RUNGI – COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 18 MARZO 2018

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 18 marzo 2018

 

Vogliamo vedere Gesù per seguirlo sulla via della croce

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il desiderio di ogni essere umano e soprattutto credente è quello di vedere Dio, di contemplarlo fin da questo mondo. Questo grande desiderio di vedere Gesù, il Figlio di Dio, è espresso da alcuni Greci, nel testo del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni. Greci che erano saliti per il culto durante la festa. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

 

La curiosità è grande, di fronte anche alle persone umane conosciute e famose, come Gesù. Cosa successe dietro questo bisogno di carattere umano, e non certamente spirituale, è detto nel brano. Allora “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”.

I due apostoli si fanno, così intermediari tra la gente e Gesù. Gesù invece di dare ordine che questo avvenisse subito, fa un discorso agli apostoli impegnativo, in cui annuncia loro l’imminente sua passione e morte in Croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

 

La similitudine del seme di grano che muore e dà il frutto sperato, è una chiara lezione, a quanti vogliono conoscere e vedere Gesù, di fare esperienza autentica di abbassamento, di annichilamento e di umiltà. Infatti, Gesù dà un ottimo insegnamento a chi lo sta ascoltando in quel momento, e cioè di come rapportarsi alla vita e alla sua persona: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

 

Ed aggiunge in merito al tipo di sequela che è richiesta per mettersi sulle sue tracce: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”.

Ma Gesù rivela anche il suo stato d’animo in quel momento difficile della propria vita ed evidenzia con grande sensibilità umana e spirituale: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Gesù riafferma la sua missione salvifica e ripresenta il motivo della venuta tra gli uomini, quello appunto della Redenzione del genere umano. A conferma di quanto Egli sta affermando nell’assoluta verità di Figlio di Dio “venne una voce dal cielo, che diceva: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

 

Una nuova teofania di Gesù Figlio di Dio. Certamente qualcuno dei presenti è distratto da altri pensieri, che non erano quelli di Cristo e né tantomeno attinenti ad un atto di fede- Qualcuno dei presenti “diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Alla fine interviene Gesù stesso per fare chiarezza ed indicare la giusta interpretazione della voce ascoltata: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. Parla chiaramente della lotta tra il bene e il male, tra Dio e Satana. Il principe di questo mondo non era e non è altro che il Demonio.

In questa lotta c’è Dio che vince con il segno della Croce, con la morte in Croce del suo Figlio. Infatti Gesù dice: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Gesù diventa dalla croce il polo di attrazione per tutti, verso il bene e la salvezza umana ed eterna.

Satana sarà sconfitto con la croce e la risurrezione di Cristo. Questo grande mistero della fede è spiegato attraverso il sintetico testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla Lettera agli Ebrei.

Infatti, il testo ci riporta ai giorni della Passione e Morte in Croce di nostro Signore, il quale nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Gesù è ascoltato dal Padre, perché come Figlio di Dio, “imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

 

Nell’offrire la sua vita, nella totale obbedienza al Padre, Egli riconcilia l’umanità con il Creatore. Sulla Croce viene stipulata la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Cristo per la salvezza del mondo.

Alleanza temporanea e preparatoria alla venuta del Salvatore, di cui ci parla il testo del profeta Geremia, dell’Antico Testamento, nella prima lettura di questa quinta domenica di Quaresima.

“Ecco, verranno giorni nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri”. Si tratterà si un’alleanza fondata sull’amore, sul perdono, sul cuore, sulla generosità di Dio verso di noi e sul dono della vita del Figlio di Dio per l’umanità: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un perché tutti conosceranno l’amore di Dio che ci ha salvato, dal più piccolo al più grande. Un amore che avrà un nome certo: perdono, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.

 

Questa è la Pasqua che Cristo viene a celebrare, ed è la Pasqua in cui il vedere Gesù è soprattutto accarezzare il suo cuore mite ed umile che ama e perdona, perché si fa piccolo seme, che muore, per risorgere e ridare a noi la grazia e la vita oltre la vita.

 

Con il cuore pieno di gioia e di gratitudine a Dio ci rivolgiamo a Lui con queste parole di speranza: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.

E a Gesù sulla Croce chiediamo di insegnarci ad amare e a perdonare, con questa umile preghiera rivolta a Lui:

Signore, insegnaci ad amare come tu ci hai amati fino a dare la tua vita per noi sul patibolo della croce.

 

Signore, insegnaci ad amare come tu hai fatto nel corso della tua vita terrena, andando incontro alle sofferenze dei tanti fratelli e sorelle che si rivolgevano a Te, nella certezza di essere esauditi nel momento del bisogno o della normalità.

Signore, insegnaci ad amare fino a perdonare senza limiti i nostri nemici, a quanti ci hanno fatto del male, pensando di fare del bene e giustificandosi dietro false verità.

Signore, insegnaci a guardare in faccia la vita, senza timore di patire, soffrire e morire, perché la croce, portata nel tuo nome, il soffrire seguendoti sulla via del calvario, e il morire donando la propria vita per gli altri, rende gioiosa la nostra esistenza e ci predispone ad incontrare Te che sei l’Amore eterno, in perfetta comunione con il Padre e lo Spirito Santo, Amen.

P.RUNGI.COMMENTO ALLA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA- 11 MARZO 2018

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO B)
Domenica 11 marzo 2018

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente.

Commento di padre Antonio Rungi

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente. E’ questo in sintesi il messaggio che ci arriva dalla parola di Dio della quarta domenica di Quaresima, chiamata “Laetare”, cioè della gioia, della letizia.

Dove troviamo, noi cristiani questa gioia vera, sempre ed in termini assoluti? Leggendo i testi della Sacra Scrittura di questa domenica, questa gioia la possiamo sperimentare, prima di tutto, nella misericordia di Dio nei confronti dell’umanità.

La prima lettura di oggi, tratta dal libro delle Cronache ci riporta al tempo dell’esilio babilonese del popolo d’Israele e del suo susseguente tempo della liberazione e del ritorno in patria. Le cause di questa triste esperienza, sono individuate nel fatto che “tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme”.

Per richiamare il popolo sulla retta via ed un comportamento consono alla legge di Dio, “il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”.

Cosa successe? Invece di accogliere i messaggeri di Dio e di cambiare vita, essi si beffarono di loro, “disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

Le conseguenze furono disastrose per Israele. Infatti “[i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi”. La gente scampata alla spada fu portata in esilio in Babilonia.

La liberazione da questa schiavitù avvenne per opera di Dio che suscitò il Re persiano, Ciro, i quale emanò questo editto: «Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”». La gioia del ritorno in patria viene così a realizzarsi per intervento divino ed Israele ritorna, anche questa volta, a casa.

L’altro motivo di gioia ci è ricordato dall’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, ed è la grazia della fede che ci è stata donata e che dobbiamo alimentare. Non tutti sanno apprezzare questo dono e questa gioia che ci portiamo nel profondo del nostro cuore e del nostro essere salvati in Cristo. Per grazia infatti siamo stati salvati “mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.

Il terzo motivo della nostra gioia cristiana è messo alla nostra attenzione e valutazione spirituale dal brano del Vangelo di Giovanni di questa quarta domenica di Quaresima ed è il Cristo Crocifisso, il Cristo innalzato sulla Croce per noi, richiamando alla nostra mente ciò che avvenne nell’Esodo, quando Mosè innalzò il serpente nel deserto e gli israeliti in cammino verso la Terra promessa furono salvati. Infatti, il morso dei serpenti velenosi, che si annidavano tra le pietraie, era stata una delle tante insidie durante la marcia di Israele nel deserto del Sinai. Il racconto del libro dei Numeri (21,4-9) ha come sbocco l’“innalzamento” di un serpente di bronzo da parte di Mosè, quasi come una sorta di antidoto e di ex voto. Il racconto biblico sottolinea che la liberazione dalla morte per avvelenamento avveniva solo se si “guardava” il serpente innalzato, cioè se si aveva uno sguardo di fede nei confronti di quel “simbolo di salvezza”, come lo definisce il libro della Sapienza. Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, di cui ci occupiamo oggi, nel brano giovanneo, stabilisce un parallelo tra quel segno di salvezza e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè sé stesso crocifisso.

La nostra gioia piena sta nel fatto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Qui c’è la certezza non del pena, ma della salvezza per tutti, a patto che, ogni persona che si incammina sulla via del Cristo, poi agisca di conseguenza, accogliendo la luce ed allontanandosi dalle tenebre, facendo il bene e distaccandosi da ogni struttura di peccato: “Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Una verità assoluta emerge da tutta la parola di Dio di questo giorno di festa e di gioia che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

La fede in Dio ci spinge ad agire per il bene e alla fine il bene viene fuori in ogni circostanza, se accolgono Cristo, vera luce del mondo, vera luce della mente e del cuore di ogni buono che buono, che non conosce la malvagità. Mi piace concludere questa riflessione con una bellissima preghiera del prossimo Santo, Papa Paolo VI, che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita:

Signore, ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, e ancora di più che facendomi cristiano, mi hai generato e destinato alla pienezza della vita.

Tutto è dono, tutto è grazia. Come è bello il panorama attraverso il quale passiamo; troppo bello, tanto che ci lasciamo attrarre e incantare, mentre deve apparire segno e invito.

Questa vita mortale, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, è un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria.

Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, tu ce lo hai rivelato, sta l’Amore.

Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA III DI QUARESIMA – 4 MARZO 2018

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III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

 

Domenica 4 marzo 2018

 

Il tempio di Gerusalemme, un centro commerciale ai tempi di Gesù

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa terza domenica di Quaresima ci parla del tempio di Gerusalemme, divenuto un vero e proprio mercato, in cui, si faceva di tutto e di più:  si vendeva buoi, pecore e colombe e, c’erano i cambiamonete, seduti in una zona a loro riservata.

Si parla anche del tempio di Cristo, cioè della morte e risurrezione di Gesù Cristo, alla quale fa accenno lo stesso Gesù nel testo di questa domenica, tratto da San Giovanni: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Dal tempio di pietra, al tempio del suo corpo glorioso, dopo la risurrezione, il cammino della Pasqua è segnato ed indicato.

E Gesù era arrivato a Gerusalemme per celebrare l’annuale ricorrenza della Pasqua, come tutti gli israeliti. Il Vangelo fa proprio accenno a questo evento: “Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”.

Andando per ordine, in base a quello che abbiamo letto nel brano giovanneo, vediamo che emergono alcuni comportamenti di Gesù, che sono, come sempre, di insegnamento.

La sua reazione contro coloro che avevano trasformato la casa di Dio, il tempio di Gerusalemme, in un mercato, in una spelonca di latri.

Di fronte a questo scempio di sacralità e di religiosità, Gesù “fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Da che cosa fu motivato questo comportamento irruento di Gesù è detto nel testo, con chiarezza nel brano. Nella mente di Gesù e nel suo cuore c’era tale zelo per la casa di Dio, il tempio, che non voleva assolutamente che si offendesse il luogo sacro per eccellenza che la sua amata Israele e Gerusalemme.

In altri termini, Cristo indica un percorso di conversione per tutti, specie per quanti strumentalizzano la religione per fini economici, di affari o di altro genere.

Non a caso, nella prima lettura di oggi, tratta dal libro dell’Esodo sono riportati alla nostra attenzione e meditazione i fondamentali doveri religiosi e sociali, codificati nei Dieci comandamenti dati da Dio a Mose sul monte Sinai.

I primi tre precetti riguardano proprio i doveri religiosi e il rispetto che si deve a Dio e come lo si deve onorare: Il sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dei di fronte a me, non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.

La propria esperienza di fede parte da questi principi sacrosanti, per poi arrivare al culmine del cammino di questa fede, che è Cristo, il Figlio di Dio, che è morto sulla croce per noi ed ha stipulato la nuova ed eterna alleanza con il sangue, morendo sulla croce per tutti noi.

Ce lo ricorda, San Paolo Apostolo, nella sua prima lettera di ai Corìnzi, con la quale ci invita a meditare che “mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio”.

La centralità della sua azione missionaria e della sua predicazione sta nel Cristo Crocifisso, considerato una stoltezza, quanto in realtà è la vera e profonda sapienza per coloro che hanno fede ed hanno compreso il vero senso della venuta del messia in mezzo a noi, che è quella di portare pace, riconciliazione e amore.

Non c’è vera fede e vera religione se non mediante una vita intessuta di esse. La vita si colora di religiosità quando si mettono in pratica gli insegnamenti ricevuti da Dio e mantenuti integri nei testi sacri, base di partenza per ogni cammino di fede cristiana cattolica.

Con il Salmo 18, inserito nella liturgia della parola di questa III Domenica di Quaresima, prendiamo sempre più coscienza del valore della legge morale, i cui fondamenti sono nei Dieci Comandamenti e nei due precetti strettamente collegati tra loro: amore di Dio e l’amore del prossimo.

Non si può di amare Dio se poi non si ama il fratello. E dopo i tre fondamentali comandamenti rivolti a Dio ci sono i rimanenti sette riguardanti il prossimo: onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà; non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo, non desidererai la casa del tuo prossimo, non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Tutta questa normativa, non che può essere di aiuto e sostegno ad ogni credente e ad ogni persona di buona volontà. Lo ribadiamo con la preghiera del salmista “la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.  I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.

Possano la nostra mente e il nostro cuore essere sempre illuminati dalla legge del Signore e non offuscati dalle tenebre dell’errore, del maligno e dell’egoismo, che semina morte dentro e fuori di noi e fa stragi, reali e virtuali, come frequentemente veniamo a conoscenza, attraverso i media moderni.

 

Padre Rungi commenta la parola di Dio della II Domenica di Quaresima 2018

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)
Domenica 25 febbraio 2018

Contemplativi del monte Tabor

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo quaresimale ci invita a salire con Cristo sul monte Tabor per contemplare la sua gloria. Siamo invitati a fare la stessa esperienza di fede dei tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, frequentemente insieme a Gesù nei momenti più forti e significativi della sua vita.

Anche noi possiamo, anzi dobbiamo sperimentare la stessa gioia di vedere Cristo trasfigurato nella sua gloria che parla a noi attraverso i testi sacri e i profeti e viene a confermarci che Egli è il Figlio unigenito del Padre, l’amato che va ascoltato, seguito ed imitato.

E il cammino di Cristo come di ogni discepolo vero del divino maestro si fa duro e sofferto, in quanto si tratta di scendere dal monte della gloria e della gioia per calarsi nella valle di lagrime e da qui salire un’altra montagna, quella del Calvario, dove Cristo si offre al Padre per la nostra salvezza.

Ecco perché Gesù raccomanda ai tre discepoli che hanno toccato con le loro mani il cielo di Dio, il santo paradiso, di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo la risurrezione di Cristo dai morti.

Il segreto viene mantenuto dai tre. Rispettano la parola data al maestro e il patto sancito, tacitamente, tra loro e Gesù, ma rimangono nel forte dubbio circa l’ultima comunicazione fatta loro dal Maestro, al punto tale che si chiedevano cosa volesse significare risorgere dai morti.

Espressioni mai sentite dire, tantomeno verificate nella storia dell’umanità. Mai nessuno era risorto dai morti e tutti erano certi di morire una volta per sempre.

Il tema della risurrezione dai morti ritorna al centro dell’insegnamento di Gesù proprio in prossimità della sua morte in croce.

Il dubbio si azzererà nel giorno di Pasqua, quando Pietro, Giovanni e Giacomo seppero della risurrezione di Cristo e i primi due corsero al sepolcro per andare a verificare l’attendibilità della notizia portata dalle donne.

Inizia, così, anche per i tre, il cammino di avvicinamento a Cristo, morto e risorto, la cui anticipazione è data nella trasfigurazione.

La prima lettura di oggi è strettamente collegata al Vangelo. Qui entra in gioco  Dio Padre, nella figura di Abramo e Dio Figlio, nella figura di Isacco.

Il testo del libro della Genesi ci porta sul monte Moria, dove Abramo in obbedienza alla voce di Dio, sta per offrire, prima uccidendolo con un coltello e poi bruciandolo vivo sull’altare, già preparato per l’olocausto, il suo unico figlio Isacco. Cosa successe su quel monte del dolore e della morte, divenuto poi, per intervento di Dio, il monte della vita e della gioia, è descritto nel brano che ascolteremo, come lettura iniziale della parola di Dio di questa domenica:

<<L’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

 

Isacco non venne più sacrificato, Gesù invece viene sacrificato sul monte Calvario e il suo sacrificio sancisce il patto della nuova ed eterna alleanza nel suo sangue. Tuttavia, con Abramo inizia quella storia di amore, di promesse mantenute da Dio e disattese spesso dall’uomo. Dio lo colmerà di benedizioni il patriarca e renderà molto numerosa la sua discendenza, al punto tale che come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare, non si potrà più quantificare e contare, tanto che è numerosa. Infatti, “la discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella sua discendenza tutte le nazioni della terra, perché Abramo aveva obbedito alla voce del Signore».

 

L’obbedienza della fede, porta a moltiplicare le stelle lucenti di una nuova umanità, fondata sull’amore, sul dono, sul sacrificio e sull’olocausto, ma soprattutto sulla parola del Signore che porta a conclusione tutto ciò che annuncia.

 

L’apostolo Paolo nel brano della sua lettura di oggi, tratto dalla Lettera ai Romani si pone alcuni fondamentali interrogativi, ai quali risponde ponendo a sua volta alcune domande alle quali dare una risposta coerente.

E allora, si chiede: ”Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?

 

La risposta la troviamo a conclusione del brano, in cui c’è questa affermazione teologica e cristologica: “Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi”.

 

Morte e risurrezione di Cristo è il centro della vita di ogni discepolo di Gesù. Da questa Pasqua 2018, dobbiamo ripartire per capire il verso senso di essere cristiani oggi. Percorrendo la strada che dal Tabor scende a valle e poi risale per fermarsi al Calvario noi capiamo e svolgiamo il vero itinerario di fede incontrando Cristo e camminando accanto a lui. E poi dal Calvario ripartire per un’altra e più importante missione di pace e d’amore universale, che Cristo lancia dal sepolcro vuoto, ma che anticipa nella trasfigurazione.

 

La nostra umile preghiera sia sostenuta da una profonda fiducia nella parola di Dio che si è fatta carne: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”.

 

E con il salmista diciamo: Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

 

Noi siamo convinti alla luce della parola di Dio di questa seconda domenica, che pone alla nostra attenzione la trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, che la nostra trasfigurazione in Cristo, avviene mediante lo spezzare le catene del male e del peccato che si annidano in noi e nella società. Noi siamo i contemplativi del Monte Tabor, per poi essere gli impegnati nella valle per trasformare il mondo in una comunità riconciliata nell’amore e con l’amore in Cristo e per Cristo, il Figlio amato dal Padre.

 

L’OMELIA DI PADRE ANTONIO RUNGI PER LA I DOMENICA DI QUARESIMA 2018

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

Domenica 18 febbraio 2018


Quaresima: acqua, deserto e penitenza.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa prima domenica di Quaresima 2018 è incentrata nel presentarci il significato della Quaresima, attingendo da due testi biblici, il primo dal Libro della Genesi, relativo al diluvio universale, il secondo dal Vangelo di Marco, riguardante il periodo di isolamento di Cristo nel deserto. Acqua, deserto e penitenza sono le tre parole che ci accompagnano in questo inizio di Quaresima.

 

Nel brano della Genesi ci viene raccontato il primo diluvio universale che fu di selezione e purificazione per tutta la terra, segno del Battesimo, in cui l’acqua è l’elemento di purificazione versato sulla nostra terra per lavarci dal peccato originale e purificarci per una vita nuova nella grazia santificante. Dopo il diluvio Dio stabilisce una precisa alleanza con l’uomo: “non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra. La pace è entrata nella storia dell’umanità e Dio si fa garante da parte sua di questa pace, a condizione che l’uomo rispetti le leggi di Dio che danno pace e sicurezza. Dio, infatti, disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. Il segno visibile di questa alleanza sarà l’arcobaleno della pace universale, tra il il Creatore, il Creato e le Creature: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

San Pietro Apostolo rifacendosi proprio al testo della Genesi del diluvio e del post-diluvio con l’alleanza tra Dio e Noè, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera, parla del significato dell’acqua, del battesimo e della redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione, in cui tutti noi cristiani siamo immersi mediante il battesimo. Leggiamo, infatti, “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo”.

Il significato più vero della Quaresima che abbiamo iniziato a celebrare, mercoledì scorso, con il rito dell’imposizione delle ceneri, è questo tempo di grazia per rivivere il nostro battesimo in profondità. E sull’esempio di Cristo che si ritirò nel deserto, per 40 giorni, a pregare, a digiunare a ritagliarsi un tempo tutto per sé prima di iniziare il ministero pubblico, anche noi siamo chiamati a valorizzare la Quaresima come tempo di riflessione, preghiera e progettazione per il nostro prossimo futuro, che è la celebrazione della nostra Pasqua del cuore e nel cuore.

Possiamo assumere come personali impegni per la Quaresima queste cose possibili da farsi per ogni buon cristiano: il rito della Via Crucis; i ritiri spirituali, la Lectio divina quotidiana, la meditazione personale quotidiana, il silenzio e il raccoglimento constanti, il deserto, come spazio di riflessione e purificazione, la penitenza personale, quale volontà di conversione, la carità vissuta.

La sintesi e la progettualità di questa Quaresima 2018 sta nell’orazione iniziale della messa di oggi; “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

E come completamento del nostro bisogno di pregare con maggiore intensità e convinzione, aggiungiamo questa preghiera della Quaresima:

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivente, che Ti sei ritirato nel deserto, per quaranta giorni, a pregare e a fare penitenza, in vista dell’annuncio del tuo Regno e dell’invito alla conversione della gente, fa che questo tempo di Quaresima che Tu ci doni, porti nel nostro cuore il rinnovamento spirituale di cui abbiamo tutti quanti bisogno.

Allontana da noi ogni male e donaci la forza di superare ogni tentazione che l’antico e sempre nuovo accusatore provoca in noi per allontanarci dal tuo amore.

Dona a noi, in questi santi giorni di preghiera, conversione e carità sincera, di essere coerenti con il santo vangelo della misericordia e dell’amore, senza offendere la dignità di nessuno, ma tutti protesi verso il bene assoluto, che sei Tu.

Sostienici nella nostra sincera volontà di pentirci da tutti i nostri peccati della vita presente e dei tempi passati, perché nulla possa ostacolare il nostro cuore e la nostra mente nello sperimentare la vera gioia del pentimento, della riconciliazione con Dio e con i fratelli.

Fa di questo tempo di penitenza il momento favorevole, per vivere la solidarietà fraterna come segno distintivo di ogni buon cristiano, incamminato sulla via della santità.

Nulla e nessuno turbi il nostro cuore ed i nostri propositi di bene che intendiamo mantenere non solo in questo tempo, ma per tutta la nostra esistenza terrena.

Maria, la Madre della vera e perpetua Quaresima, con il suo esempio ed il suo insegnamento di silenzio, ascolto e penitenza, ci indichi la strada per incontrare Gesù nel cammino verso il doloroso Calvario e il Cristo Risorto nella gioia della Santa Pasqua. Amen.