P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 OTTOBRE 2015

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 25 Ottobre 2015 

CRISTO GUARISCE LE NOSTRE MIOPIE E CECITA’ SPIRITUALI.

La fede di un incontro che si trasforma in amore e guarigione. 

COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI 

La parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ci presenta, nel testo di Vangelo di Marco, Gesù che opera il miracolo della guarigione di Bartimeo, figlio di Timeo, che era diventato cieco.

Il racconto della guarigione è davvero molto significativo e come è prassi in Marco, la descrizione è precisa e coinvolgente. Gesù, infatti, partendo da Gerico, lungo la strada incontra questa persona che grida forte, al punto tale che molti lo rimproverano perché tacesse, il quale prega con grande fiducia e speranza in Gesù con queste parole “Figlio di Davide, abbi pietà di me”.

E’ il primo accorato appello, la prima fondamentale preghiera che una persona disperata, non autosufficiente, rivolge a Gesù, dal momento che vive in una situazione di miseria e chiede l’elemosina per vivere.

Vediamo in Bartimeo tante persone che vivono, oggi, questa sua stessa esperienza di mancanza d vista e del necessario. E fa davvero tenerezza pensare a chi non ha possibilità di guardare il mondo con gli occhi fisici che il Signore ci ha donato e che sono la nostra finestra aperta sul mondo. Quel mondo non sempre che ci fa vedere cose buone, al punto tale che forse è meglio preferibile chiudere gli occhi, non vedere piuttosto che vedere tante storture che esistono in ogni luogo.

Il primo accorato appello a Gesù da parte di Baertimeo trova una immediata risposta da parte del Signore. In questo caso Gesù non  fa attendere il richiedente, anzi si dirige verso di lui e gli chiede apertamente, in un dialogo a tu a tu: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Cosa poteva chiedere un cieco in quella condizione, se non il dono della vista? E, infatti, Bartimeo, si rivolge a Gesù con la piena fiducia in Lui e gli dice: Maestro ridonami la vista.

E’ evidente che aveva perso la vista e che dal testo si evince che non è un cieco nato, ma divenuto tale.

Lui ha sperimentato la gioia di vedere, ha assaporato la bellezza del mondo con gli occhi che ogni persona possiede per realizzare la visione delle cose.

La perdita della vista lo ha messo in una condizione di disagio e disabilità tale, che l’unico modo per vivere è quello di mendicare.

Gesù di fronte a questo cieco, pieno di fiducia e speranza in lui opera il miracolo istantaneamente, al punto tale che Bartimeo subito vide di nuovo.

Il testo del vangelo si presta ad una interpretazione quanto mai adeguata al discorso della fede, espressa dalla vista e alla cecità spirituale, espressione di una fede venuta meno, per tante ragioni al mondo.

Ci fa capire la debolezza dell’uomo, privo della luce della fede e che pensa di poter risolvere tutti i suoi problemi con la scienza, la tecnica e con la ragione. Oggi, in particolare, nella illusione collettiva di poter vivere senza Dio, si pensa che la vita abbia senso e sia più vera, felice ed autentica escludendo Dio dalla propria esistenza.

Il Vangelo di oggi ci illumina, invece, sul cammino necessario che ognuno deve compiere per raggiungere questa sicurezza interiore che è l’incontro con Gesù Maestro, sia mediante la parola che Egli ci dona e sia mediante pane spezzato al quale ci accostiamo nel santissimo sacramento dell’altare.

La fede di un incontro che si trasforma in amore. E’ molto triste sapere che tante persone prive di fede, non sanno comprendere che chi ha questa fede è davvero  la persona più felice di questa terra. La fede che è luce e lampada nel cammino della vita terrena non può essere messa sotto terra, cioè essere accantonata, solo perché questa fede è esigente, chiede la risposta e la sequela del Maestro, fino alla prova estrema del calvario.

Il cieco guarito, non scappa via, non si dimentica di Gesù, dopo aver riavuto il bene più prezioso della vista, anzi lo segue e diventa suo discepolo. Si pone alla sua scuola, alla sua sequela perché il cammino vero che egli deve fare, è appena all’inizio.

Il Signore gli ha concesso il dono della guarigione, perché ha visto in lui una fede sincera, che non si esaurisce in quell’atto, ma si protrae per tutta la sua vita.

La fede gridata, proclamata con coraggio, come ha fatto il cieco, potrebbe dare fastidio a qualcuno, potrebbe indispettire chi questa fede la contrasta in tutti i modi.

I cristiani di oggi non devono aver paura di gridare al mondo la loro fede e lo devono fare senza scendere a compromessi o tentennamenti, come hanno fatto i martiri di ieri e di oggi. Lo devono fare e basta, perché la fede è il centro stesso dell’essere cristiani.

Ecco perché Marco, in questo racconto del miracolo della guarigione del cieco evidenza lo scambio di parole tra il disabile, Gesù e gli apostoli. Le azioni sono espresse con precisi comportamenti assunti dai personaggi sulla scena. Infatti,  Gesù di fronte all’insistenza di quell’uomo, si fermò e disse: «Chiamatelo!». Gli apostolo lo “chiamarono”,  dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Nonostante non ci vedesse, gettato via il mantello, si alza e va incontro a Gesù.

Il cammino della fede, del reincontro con Gesù sta in questo preciso atto decisionale di ognuno: bisogna buttare via le false sicurezze umane, espresse in quel mantello del cieco; bisogna alzarsi, riprendere vigore e forza spirituale e poi  correre spediti verso colui che può guarire il nostro cuore e la nostra mente, che è Gesù.

Il miracolo del cieco ci fa capire esattamente come comportarci con il Signore e quale risposta possiamo e dobbiamo attenderci da Lui, se in Lui confidiamo.

Gesù, infatti, ci viene presentato come il sommo ed eterno sacerdote, al quale rivolgerci per ottenere pace, misericordia e perdono, come leggiamo nel brano della Lettera agli Ebrei della seconda lettura di questa domenica: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».

Gesù è l’eterno sacerdote che si offre continuamente per noi sull’altare della croce, per ridarci la libertà dei figli di Dio. La santa messa, memoria perpetua della passione, morte e risurrezione del Signore ci immerge in questo sacerdozio di Cristo e ce ne fa gustare tutti i soprannaturali benefici, al di là della nostra pochezza e debolezza, oltre i limiti delle nostre miopie e cecità spirituali.

E sul tema delle cecità ed infermità materiali e spirituali si basa la prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Geremia, nella quale traspare evidente la misericordia di Dio e la speciale cura che il Signore ha del suo popolo e di quanti al suo interno sperimentano la sofferenza, il dolore e la prova.

In una prospettiva estremamente positiva è vista la presenza di Dio nella storia del popolo eletto, dopo l’esperienza dell’esilio: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele”.

Noi siamo i pellegrini della speranza. L’esilio, la lontananza da Dio, prodotta in noi dal peccato, deve trasformarsi in vicinanza a Dio ed ai fratelli nella misericordia e nell’accoglienza.

Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati,  che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te”.

Noi siamo chiamati tutti a fare questo cammino di avvicinamento a Cristo, unico salvatore del mondo, per assaporare la gioia dell’incontro con Lui nei sacramenti del perdono e della comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.  

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 OTTOBRE 2015ultima modifica: 2015-10-20T23:46:03+02:00da pace2005
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