LA SCALA

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XXIX T.O. – 18 OTTOBRE 2015

RUNGI2015

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

GESU’ SOMMO ED ETERNO SACERDOTE

INCHIODATO SULLA CROCE PER NOI

Commento di padre Antonio Rungi

Il testo del Vangelo di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci immette nel clima del mistero della Passione di Cristo.

Si tratta di un testo chiaro e che riporta parole ben precise pronunciate da Gesù alla presenza dei suoi discepoli che, nei loro discorsi, strada facendo, pensano a distribuirsi i posti più sicuri ed umanamente accattivanti vicino a Gesù, il Maestro. Certo, il Signore vuole tutti i suoi discepoli accanto a se, ma non nella potenza economica e politica di questo mondo. Ci vuole accanto a sé nel momento supremo del suo amore per noi e del suo sacrificio per noi. Ci vuole accanto a lui ai piedi della Croce, insieme a Maria e a Giovanni e forse, con maggiore coraggio, ci vuole accanto a se, come Lui, inchiodati alla croce, inchiodati alle nostre croci.

Ecco il potere regale di Cristo Crocifisso. Ecco il sommo ed eterno sacerdote che è Gesù, che si offre per noi al Padre per riscattarci dai nostri peccati.

Siamo chiamati con Cristo a bere il calice della sofferenza che Egli ha bevuto per la nostra redenzione. Non c’è vero cristiano se non porta la sua croce e segua davvero il Signore.

Purtroppo, non è affatto così. Molti seguono la fede cristiana, senza l’intimo convincimento, cioè che si tratta di ripercorre la strada del Signore, che è anche la strada che porta al Calvario.

Ci sono cristiani che riflettono alla maniera degli apostoli e che si fanno i calcoli, strumentalizzando la stessa fede e la stessa chiesa per finalità umane, economiche, di affermazione, di prestigio.

E ciò non avviene solo tra il clero, i religiosi, i vescovi e a man mano a salire di grado nella scala della gerarchia, ma avviene anche nel laicato cattolico.

Ci sono, infatti, dei laici che invece di servire la Chiesa e Cristo, si servono della Chiesa e di Cristo.

Fanno il discorso utilitaristico e interessato di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, che chiedono a Gesù, senza falsa modestia: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Gelosia, invidia, arrivismo, distribuzione egualitaria del potere che Gesù poteva dare loro, secondo una falsa concezione, che si erano fatti del Maestro. Gesù replica con una domanda forte e inquietante:  «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Segue, poi, da parte di Gesù una lezione di straordinaria importanza per tutti, ed è la lezione sul significato dell’autorità, del potere, che va inteso nel senso di servizio, di sacrificio, di rinuncia, di donazione, di croce. Cosa fece allora Gesù? “Li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Il cuore e il centro dell’insegnamento di Cristo sta in questo servizio, portato fino alle estreme conseguenze di consegnarsi liberamente alla morte e alla morte in croce, come, d’altronde, era stato anticipato dai profeti, a partire da Isaia, con i vari carmi del Servo sofferente di Javhè, che, ovviamente sono indirizzati e mirati sulla figura del futuro vero messia di Israele che è Gesù.

Un messia sofferente, maltratto, umiliato e crocifisso. Non un messia potente da un punto di vista economico e militare, ma l’umile agnello immolato sulla croce in riscatto dei nostri peccati. Leggiamo infatti nella prima lettura di oggi: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

L’immagine di Gesù Crocifisso emerge in modo prepotente e chiara davanti ai nostri occhi, davanti alla nostra vita, spesso immersa nel peccato e in cerca di soddisfazioni mondane. Quel Crocifisso che ci parla e ci indica la strada della conversione, dell’offerta sacrificale della nostra vita per la causa del vangelo.

Egli, Gesù, il Sommo ed eterno sacerdote si porge a noi con gli occhi della misericordia e del perdono, con il volto della sofferenza, ma soprattutto con il volto dell’amore redentivo. In questo Sommo ed eterno sacerdote dobbiamo confidare, abbandonarci e sperare, come ci ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei che ascoltiamo oggi, come testo della parola di Dio, della seconda lettura di questa domenica: “Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.

Accostiamo con fiducia a Gesù Crocifisso e se il suo dolore non suscita in noi neppure una minima contrizione dei nostri peccati, dei nostri errori ed orrori significa che il nostro cuore è molto lontano dalla compassione e dalla misericordia che il Signore ci vuole donare, facendoci riflettere seriamente sul nostro stile di vita che è contrario alla Croce di Cristo.

Ci sia di esempio, in questo cammino di conversione, un grande santo del secolo dei lumi, san Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi ricordiamo il suo passaggio alla gloria del cielo, essendo morto a Roma, nella Casa dei Santi Giovanni e Paolo, al Celio, alle ore 16,45 del 18 ottobre del 1775.

E’ uno dei tanti santi che hanno amato profondamente Gesù Crocifisso, fino al punto tale da esserne infaticabili missionari nell’Italia del secolo che poneva come criterio fondamentale per raggiungere la verità, la sola ragione umane, divenuta il grande tribunale per stabile il vero  dal falso, del bello  dal brutto, il buono dal cattivo.

Gesù, il Crocifisso è questo bene assoluto, perché è un Bene d’infinito amore che si è tradotto con il donare la sua vita interamente per noi.

Egli è davvero il sommo ed eterno sacerdote delle anime nostre, come recitiamo nella preghiera iniziale della santa messa odierna: “Dio della pace e del perdono,  tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione;  concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio”. Amen.

 

Mondragone (Ce). Seminario di studi su Victorine Le Dieu

DSC07165.JPG150120132147.jpgDSC07159.JPG150120132139.jpgSi svolgerà giovedì 16 maggio 2013, per l’intera giornata, un seminario di studi sulla figura e l’opera della serva di Dio Victorine Le Dieu, Fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, che a Mondragone hanno una rinomata ed affermata struttura finalizzata all’accoglienza e all’ospitalità. E, infatti, presso la Stella Maris di Mondragone a pochi metri dal mare che giovedì prossimo si svolgerà questo importante convegno nell’anno della fede, voluto espressamente dalle suore della comunità e dall’assistente spirituale, padre Antonio Rungi, che sarà il moderatore del seminario di Studi. Importanti personalità del mondo ecclesiastico nazionale e locale prenderanno parte al seminario di studi. L’aspetto storico del tempo in cui visse ed operò Victorine Le Dieu verrà trattato, nella mattinata del 16 maggio 2013, dal passionista, Giuseppe Comparelli, uno studioso ed esperto dell’Ottocento. L’aspetto teologico e carismatico della figura della Serva di Dio Victorine Le Dieu verrà trattato, nella mattinata di giovedì prossimo, dall’arcivescovo di Potenza, mons. Agostino Superbo, già assistente nazionale dell’Azione Cattolica e Vice-presidente per l’Italia Meridionale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). La presenza delle suore a Mondragone, le loro attività svolte e che continuano a svolgere veranno presentate da due comunicazioni nel pomeriggio, curate rispettivamente dal frate francescano, padre Berardo Buonanno, autore di numerose pubblicazioni di carattere storico e religioso su Mondragone e dal vicario foraneo, don Roberto Guttoriello. La giornata verrà aperta dal saluto del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Sessa Aurunca, don Paolo Marotta e sarà conclusa con la celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo di Sessa Aurunca, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore della Stella Maris. Il seminario di studio è aperto a tutti, specialmente ai fedeli laici e a quanti vogliono sviluppare un approfondimento della loro fede sull’esempio della Serva di Dio, Victorine Le Dieu, avviata verso la beatificazione. Il seminario di studi promosso dalla comunità delle Suore di Gesù Redentore ha un significato particolare, in quanto l’Istituto fondato da Victorine Le Dieu celebra quest’anno i suoi 150 anni di riconoscimento dell’opera, approvata il 15 gennaio 1863 da Pio IX. L’Istituto che fina dalla sua nascita e nel corso degli anni si è incentrato soprattutto nel curare le ferite del corpo e dello spirito, specialmente dei bambini e dei sofferenti, oggi è presente in varie parti d’Italia e del mondo, continuando con rinnovato vigore l’opera della fondatrice. Al seminario di studio è attesa anche la nuova madre generale delle Suore di Gesù Redentore, Marilena Russo, con i vertici della Congregazione, che ha la sua sede generale a Fonte Nuova in Roma. Lì sono conservati le spoglie mortali di Victorine Le Dieu, considerata da tutti nella chiesa del suo tempo e del nostro tempo una donna straordinaria oer generosità e sacrifio per servire la causa degli ultimi e dei sofferenti nella Francia post-rivoluzionaria e nell’Europa del periodo napoleonico e post-napoleonico. Dalla Francia all’Italia il suo cammino di carità, di fede e speranza mai si interruppe, forte come era della grazia e della potenza che le venivano da Cristo, unico Redentore del mondo, sotto la cui protezione aveva messo la sua opera e la sua missione nella Chiesa.

Il Seminario di studi parlerà di questa singolare donna francese in un anno speciale come quello della fede che la cristianità sta vivendo a cavallo di due pontificati: quello del Papa emerito, Benedetto XVI, che ha indetto questo anno in occasione dei 50 anni dell’inizio del Concilio Vaticano II e continuato con particolare fervore da nuovo pontefice, Papa Francesco, che ha ripreso le catechesi sull’anno della fede in occasione delle udienze generali del mercoledì, sempre più affollate da credenti e non in una Piazza san Pietro che incomincia ad essere stretta e limitata per accogliere tutti i pellegrini che giungono a Roma per vedere il Papa e celebrare l’anno della fede, nella sede di Pietro.

Pagani (Sa). Festa delle Suore della Carità del Preziosissimo Sangue

tommasomariafusco.jpgCon un solenne triduo di preparazione spirituale, predicato da padre Antonio Rungi, passionista, che si tiene dal 3 al 5 gennaio 2013 nella casa madre di Pagani (Sa), in Via San Francesco, dove riposano le spoglie mortali del Beato, le Suore della Carità del Preziosissimo Sangue, ricordano il loro Fondatore, Tommaso Maria Fusco, prossimo alla canonizzazione, in  questo anno della fede. Era, infatti il 6 gennaio del 1873, solennità dell’Epifania, 140 anni fa, quando profondamente colpito dalla disgrazia di un’orfana, vittima della strada, dopo attenta preparazione nella preghiera di discernimento, don Tommaso Maria fondò la Congregazione delle «Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue». L’Opera ebbe inizio nella Chiesa della Madonna del Carmine, in Pagani, alla presenza del Vescovo Raffaele Ammirante il quale, con la consegna dell’abito alle prime tre Suore, benedisse il primo Orfanotrofio per sette orfanelle povere del paese. Sulla nascente famiglia religiosa e sull’Orfanotrofio, dietro sua richiesta, non tardò a scendere anche la benedizione del Papa. Ora le Suore fondate dal Fusco sono presenti in varie parti d’Italia e all’estero, portando avanti l’opera iniziata dal fondatore, con particolare attenzione ai bambini e all’infanzia abbandonata o in difficoltà. La straordinaria figura di questo sacerdote diocesano, viene commemorata in questi giorni, con una specifica preparazione spirituale alla festa dell’Istituto che si ricorda il 6 gennaio. Le comunità religiose delle Suore della Carità del Preziosissimo Sangue di Pagani e delle altre località della regione Campania si ritroveranno in queste sere per la celebrazione dei vespri, della santa messa con riflessione e con altri momenti di incontri tra le suore e i fedeli laici, soprattutto giovani, che fanno riferimento ai cenacoli di preghiera istituiti a Pagani e negli altri Comuni del territorio. Particolarmente seguito è quello che si tiene presso l’antica abitazione del Beato, ora trasformata in casa religiosa, cenacolo di preghiera e di apostolato con i bambini, secondo il carisma dello stesso Tommaso Maria Fusco, di cui il Beato Giovanni Paolo II, disse, nel giorno della beatificazione, avvenuta in San Pietro, il 7 ottobre del 2001: “La singolare vitalità della fede, attestata dal Vangelo nel brano di Luca, emerge anche nella vita e nell’attività di don Tommaso Maria Fusco, fondatore dell’Istituto delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue. In virtù della fede egli seppe vivere, nel mondo, la realtà del Regno di Dio in modo del tutto speciale. Tra le sue giaculatorie, una ve n’era a lui particolarmente cara: “Credo in te, mio Dio; aumenta la mia fede”. E’ proprio questa la domanda che gli Apostoli rivolgono a Gesù nel Vangelo (cfr Lc 17,6). Il beato Tommaso Maria aveva infatti capito che la fede è prima di tutto un dono, una grazia. Nessuno può conquistarla o guadagnarla da solo. Si può soltanto chiederla, implorarla dall’Alto. Perciò, illuminati dal prezioso insegnamento del nuovo Beato, non stanchiamoci mai di invocare il dono della fede, perché “il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 1,4)” (Omelia di Giovanni Paolo II, Beatificazione di T.M. Fusco, 7 ottobre, 2001).Le Suore della carità del preziosissimo Sangue, forti dell’insegnamento del loro fondatore, avvertono in questo anno della fede la necessità di presentare lo spirito di fede, animato da una profonda carità e da una sicura speranza di Tommaso Maria Fusco, in questo tempo in cui, come chiesa, tutti i cristiano sono chiamati a rivitalizzare il dono e la grazia della fede, ricevuta nel Battesimo, come fu impegno fondamentale di Tommaso Maria Fusco da semplice battezzato, poi cresimato e soprattutto da pastore delle anime, come sacerdote zelante e mosso da un grande spirito di servizio e di amore verso Dio, la Chiesa e le anime affidate alla sua cura pastorale. Fin dall’inizio del ministero curò la formazione dei fanciulli, per i quali in casa sua, aprì una Scuola mattinale, e ripristinò la Cappella serotina, per i giovani e gli adulti presso la chiesa parrocchiale di San Felice e Corpo di Cristo con lo scopo di promuovere la loro formazione umana e cristiana. Essa fu un autentico luogo di conversioni e di preghiera, come lo era stata nell’esperienza di Sant’Alfonso, venerato e onorato a Pagani per il suo apostolato. Nel 1857 fu ammesso alla Congregazione dei Missionari Nocerini, sotto il titolo di San Vincenzo de’ Paoli, con la immissione in una itineranza missionaria estesa specialmente alle regioni dell’Italia meridionale. Nel 1860 fu nominato cappellano del Santuario della Madonna del Carmine, detta delle Galline, in Pagani, dove incrementò le associazioni cattoliche maschili e femminili, e vi eresse l’altare del Crocifisso e la Pia Unione per il culto al Preziosissimo Sangue. Don Tommaso Maria continuò a dedicarsi al ministero sacerdotale con predicazione di esercizi spirituali e di missioni popolari; e su questa itineranza apostolica nacquero le numerose fondazioni di case e orfanotrofi che segnarono la sua eroica carità, ancora più intensa specialmente nell’ultimo ventennio della sua vita (1870-1891). Agli impegni di Fondatore e Missionario Apostolico associò anche quelli di Parroco (1874-1887) presso la Chiesa Matrice di San Felice e Corpo di Cristo, in Pagani, di confessore straordinario delle monache di clausura in Pagani e Nocera, e, negli ultimi anni di vita, di padre spirituale della Congrega laicale nel Santuario della Madonna del Carmine. Ben presto don Tommaso Maria, divenuto oggetto d’invidia per il bene operato col suo ministero e per la vita di sacerdote esemplare, affronterà umiliazioni, persecuzioni fino all’infamante calunnia nel 1880, da un confratello nel sacerdozio. Ma egli sostenuto dal Signore, portò con amore quella croce che il suo Vescovo Ammirante, al momento della fondazione, gli aveva preconizzato: «Hai scelto il titolo del Preziosissimo Sangue? Ebbene, preparati a bere il calice amaro». Nei momenti della durissima prova sostenuta in silenzio, ripeteva: «L’operare e il patire per Dio sia sempre la vostra gloria e delle opere e patimenti che sostenete sia Dio la vostra consolazione in terra e la vostra mercede in cielo. La pazienza è come la salvaguardia e il sostegno di tutte le virtù». Consumato da una patologia epatica, don Tommaso Maria chiuse piamente la sua esistenza terrena il 24 febbraio 1891, pregando col vecchio Simeone:  «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». (Lc 2, 29-32).e di Gesù. Aveva appena 59 anni quando celebrò il suo transito per l’eternità. Era nato, infatti, 1 dicembre 1831 a Pagani, in diocesi di Nocera- Sarno, settimo di otto figli, del farmacista dott. Antonio, e della nobildonna Stella Giordano, genitori di integra condotta morale e religiosa che seppero formarlo alla pietà cristiana e alla carità verso i poveri. Fu battezzato lo stesso giorno della nascita nella Parrocchia di San Felice e Corpo di Cristo. Ben presto rimase orfano della madre, vittima dell’epidemia colerica nel 1837 e, pochi anni dopo, nel 1841, perdette anche il padre. D’allora si occupò della sua formazione don Giuseppe, lo zio paterno, il quale gli fu maestro negli studi primari. Fin dal 1839, anno della canonizzazione di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il piccolo Tommaso aveva sognato la chiesa e l’altare e finalmente nel 1847 entrò nel Seminario diocesano di Nocera, dal quale nel 1849 uscirà consacrato sacerdote il fratello Raffaele. Il 1° aprile 1851 Tommaso Maria ricevette il Sacramento della Cresima e il 22 dicembre 1855, dopo la formazione seminaristica, fu ordinato sacerdote dal Vescovo Agnello Giuseppe D’Auria. In questi anni di esperienze dolorose, per la perdita di persone care alle quali si aggiungeva quella dello zio (1847) e del giovane fratello Raffaele (1852), si sviluppa in Tommaso Maria una devozione già cara a tutta la famiglia Fusco: quella al Cristo paziente e alla sua SS. Madre Addolorata, come viene ricordato dai biografi: «Era devotissimo del Crocifisso e tale rimase sempre».

 

Trentasettesimo anniversario di sacerdozio di P.Antonio Rungi

Grazie Gesùmessapadreantonio.jpg

 

Ti rendo grazie Signore,

per tutti questi anni

che mi hai chiamato a seguirti

e a serviti nella vita religiosa e sacerdotale.

Hai pensato alla mia persona fin dall’eternità

Ed un giorno mi hai fatto intendere chiara la tua voce

Che mi diceva “Seguimi”.

Forte dell’entusiasmo e convinto che eri Tu Gesù, ho lasciato

I miei genitori, mia sorella, mio fratello, i miei parenti, i miei amici

I miei compagni di scuola, avendo appena 13 anni.

Da allora ho camminato sulle tue vie, quelle che Tu, Signore,

mi hai indicato di volta in volta, per arrivare al grande appuntamento della mia storia personale, a quel 6 ottobre 1975, a Napoli, quando il Vescovo imponendo sulla mia testa le sue mani mi consacrò sacerdote.

I pianti di sofferenza dei miei parenti alla mia partenza per un paese lontano, quando lasciai casa per farmi passionista e sacerdote, in quel giorno si trasformarono in lacrime di gioia, in lacrime di infinita gratitudine.

In questi 37 anni di vita sacerdotale è stato un susseguirsi di soli infiniti ed immensi doni che Tu, Signore, hai concesso a questa mia umile e povera persona.

Ho cercato di essere fedele alla tua chiamata sempre, nonostante le umane debolezze che sono insite in ogni persona umana e che la tua grazia e la tua benevolenza e vicinanza mi hanno aiutato a superare di volta in volta, facendomi scorgere quando sei buono e grande nell’amore.

Le anime che hai affidato alla mia cura pastorale e sacerdotale le ho considerato un dono immenso da rispettare, aiutare, amare, proteggere dalle forze del male. Ognuna di essa sta nel mio cuore e nelle mie preghiere, perché sono figli tuoi e frutto del Tuo Sangue prezioso versato per noi sulla croce.

Cosa dirti Gesù, attraverso la mia mamma celeste, la Vergine Maria, Regina di tutti i sacerdoti? Proteggimi e guidami nel difficile compito di essere un tuo discepolo secondo il tuo amabilissimo cuore e secondo i tuoi insegnamenti.

Che sia un pastore che vada a cercare la pecorella smarrita, e la riporti all’ovile della tua chiesa e alla vita della chiesa.

Che mi preoccupi di tanti che sono nel dolore e nella sofferenza, soprattutto in questi giorni tristi e difficili per l’umanità.

Che sia vicino ai bambini, perché possano sperimentale attraverso la mia umile persona quanto sei grande e quanto sei davvero dalla parte dei più piccoli, ben sapendo che scandalizzare anche uno solo di essi, significa non essere perdonato da Te in eterno.

Che sia vicino ai tanti giovani che ho avuto la gioia di incontrare nella mia vita di sacerdote e di insegnante, nel cuore dei quali vorrei che ci fosse anche un posto certo per Te.

Che mi preoccupi per quanti sono tristi, angosciati, soli e delusi dalla vita, dai propri cari, dagli affetti più naturali e che spesso si rivoltano contro di Te, perché non sanno quello che dicono e fanno, perchè grande è la sofferenza nel loro animo. 

Che sia tutto per tutti, senza fare preferenze a nessuno.

Che sappia amare ogni persona con la semplicità e la rettitudine del Tuo cuore.

Che sia sempre riconoscente a chi mi ha guidato sapientemente alla meta sacerdotale, in particolare i miei due speciali angeli del cielo, che sono mamma e papà, ma anche quanti nella formazione in convento hanno avuto un cuore di padre e mi hanno fatto amare la vita sacerdotale e missionaria, ieri come oggi.

Dirti grazie è il minimo indispensabile in questo giorno anniversario dei miei 37 anni di vita sacerdotale, che mi auguro possano essere ancora tantissimi altri per servire la Tua causa, Gesù, in questo anno della fede, che tutti richiama a credere fermamente in Te, sommo ed eterno sacerdote della nuova ed eterna alleanza di Dio con l’umanità. Amen.

 

Padre Antonio Rungi

Sacerdote passionista

6 ottobre 2012

Riflessioni estive. Ho visto il Paradiso

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HO VISTO IL PARADISO/3

 

di padre Antonio Rungi

 

CIELI NUOVI E TERRA NUOVA

 

La nostra fede nell’eternità e una fede che guarda oltre gli orizzonti del tempo presente, immaginando un mondo diverso quando si concluderà per sempre la storia di questo universo. E mentre gli uomini gioiscono per i successi che perseguono in campo tecnologico, nella conquista dello spazio, fino a raggiungere con navicelle Marte, in cerca di un segnale di possibili vite oltre quella terrena, la nostra fede ci ricorda costantemente che tutto passerà e nel giudizio finale, nel secondo e definitivo avvento di Cristo tutto sarà trasformato. Il cielo di oggi saranno altri cieli e la terra di oggi sarà una terra nuova e diversa. La trasformazione, il cambiamento, la trasfigurazione del tempo nell’eternità. Ecco i cieli nuovi e la terra nuova dove segnerà per sempre la giustizia e la pace. 

“Alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il Giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato: Allora la Chiesa. . . avrà il suo compimento. . . nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. (CCC, 1042). 

Certo, il linguaggio biblico usato per dire esattamente cosa avverrà ci aiuta a capire meglio quello che noi non vedremo, ma che forse vedranno quelli che Dio ha deciso che saranno presenti su questa terra al momento deciso della storia della creazione. 

“Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: “i nuovi cieli e una terra nuova” (2Pt 3,13) [Cf Ap 21,1 ]. Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). (CCC,1043). 

Pensare a questo evento, alle ultime cose, la escatologia, è pensare al bello, al definitivo, a tutto ciò che non sarà più come prima. E’ pensare al Paradiso. Infatti, “in questo nuovo universo, [Cf Ap 21,5 ] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli “tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” ( Ap 21,4) [Cf  Ap 21,27 ]. 

L’assenza di ogni dolore, sofferenza, della morte, di tutto ciò che limita la felicità dell’uomo terrestre di oggi è sicuramente un motivo di guardare al futuro eterno nel segno della speranza, della riconciliazione, della pace, dell’unità del genere umana, senza più divisioni e guerre. “Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è “come sacramento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la “Città santa” di Dio (Ap 21,2), “la Sposa dell’Agnello” (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [Cf  Ap 21,27 ] dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione”. (CCC,1045). 

Non diversa sarà la sorte dell’intera creazione, che avrà un’altra configurazione. Infatti, per “quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo: La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione. . . Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” ( Rm 8,19-23). (CCC,1046). 

Ed aggiunge circa il mondo che noi oggi osserviamo con i nostri occhi: “Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, “affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti”, partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1]. 

Molti sono tentati dalla paura che tutto questo possa avvenire quanto prima e che passerà la scena di questo mondo nell’immediato. Incidono su queste concezioni millenaristiche o apocalittiche molte delle idee di oggi e molte delle situazioni che viviamo quotidianamente con tanti drammi, difficoltà, terremoti, cataclismi, tragedie. La paura della fine del mondo è nell’idea di molti e qualcuno gioca anche in questa direzione per spingere l’uomo a permettersi ogni cosa, lecita ed illecita, considerato che tutto passa e passa in fretta. Però sappiamo con assoluta verità che noi  “ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. (CCC,1048). Ed aggiunge il Magistero della Chiesa che ci richiama costantemente sulle verità di fede, ma anche sulla corrispondenza etica alla fede che “tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. (CCC, 1049).  “Infatti. . . tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. Dio allora sarà “tutto in tutti” ( 1Cor 15,28), nella vita eterna: La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna [ San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: PG 33, 1049, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del giovedì della diciassettesima settimana. [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28.] 

Di quello che abbiamo fatto, di quello che abbiamo seminato, nell’eternità ritroveremo i frutti per la nostra vita futura. Saranno frutti abbondanti e purificati nella forma e nella sostanza e che ci assicureranno il vero cibo quello eterno e che non si esaurirà mai, perché saremmo nella pace di Dio, saremo nel Paradiso.

 

 

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HO VISTO IL PARADISO/2

 

di padre Antonio Rungi

 

IL CIELO

 

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si parla del Cielo, come ultimo destino dell’uomo, come la vera e definitiva patria per tutti noi. Leggiamo, infatti, in questo documento dottrinale di grande importanza per tutti i cattolici, soprattutto in questo anno della fede, che ci apprestiamo a celebrare: “Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1Gv 3,2), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4] (CCC, 1023). In poche parole noi saremo con le nostre sole anime, in attesa della risurrezione finale, nel cielo, quel cielo non fisico, ma spirituale, quel luogo eterno in cui dimoreremo per sempre con Dio e con quanti hanno raggiunto il cielo o il paradiso. Le definizioni dogmatiche al riguardo ci possono aiutare a capire cosa sia il cielo e come e cosa è il paradiso per un credente, dopo la morte corporale. “Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo. . . e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate. . ., anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale – e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo – sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. -Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

Bellissima ed espressiva la terminologia usata dal Catechismo per parlarci del cielo. “Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva” (CCC,2024). Il cielo oltre ad arrivarci è importante viverci. E vivere in cielo non significa solo avere lo sguardo proiettato verso l’eternità e svolgere la propria vita con la massima gioia, ma vivere in cielo è possedere per sempre Dio, la nostra vera felicità. “Vivere in cielo è “essere con Cristo” [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono “in lui”, ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ] (CCC,1025). La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A]. Come si vive in cielo, è il Magistero della Chiesa, interpretando la parola di Dio, ce ne dà l’esatta dimensione. “Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha “aperto” il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui” (CCC,1026). Capire che cosa sia il cielo e come si vive in esso, dalla prospettiva umana e terrena è impresa non facile. E’ un mistero, che si svelerà completamente alla nostra persona dopo la morte. “Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). (CCC, 1027).Certamente per la nostra limitatezza umana, per la nostra pochezza umana, non possiamo vedere Dio così come Egli è, nell’eternità. Possiamo solo rappresentarlo ai nostri occhi e alla nostra mente, attraverso la riflessione, la preghiera, l’immaginazione, ciò che ci Dio la Sacra Scrittura su di Lui. Ma come Egli effettivamente sia non è dato sapere ad alcun mortale. Infatti “a motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la “la visione beatifica”: Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, . . . godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B]. (CCC, 1018).E allora cosa si farà per sempre nel cielo. Come si gode della visione eterna di Dio? “Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui “regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23) (CCC, 1029). Come dire in termini umani, più accessibili a noi: lì saremo beati davvero, non avremo altri problemi se non quello di non avere problemi, in quanto tutto è risolto per sempre e nella massima armonia, esattezza e perfezione.

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HO VISTO IL PARADISO/1

di padre Antonio Rungi

Da poco ero rientrato nel mio convento passionista di Itri (Lt) da un impegno di predicazione a Caivano, in provincia di Napoli, dove ogni anno il 6 agosto, in occasione della Festa della Trasfigurazione, si celebra la festa del Volto Santo, e stavo sul terrazzo a contemplare il cielo stellato che si apriva sulla mia testa nella sua maestosità e infinitezza. Erano verso le 23 del 6 agosto del 2012, quando ho visto, quasi fisicamente, aprirsi davanti ai miei occhi l’infinito e gioioso mondo di Dio, quel Paradiso a cui tutti, noi credenti, aspiriamo di arrivare con il nostro impegno nel tempo.

Durante la mia predica a Caivano avevo parlato di questo, del Monte Tabor, della Trasfigurazione del Signore davanti ai suoi tre apostoli scelti da lui per far loro “vedere” come è davvero il Volto di Dio, il Volto luminoso che Gesù, Figlio dell’Eterno Padre, ci ha rivelato con la sua venuta tra noi mortali. Ero preso ancora dalle parole che lo Spirito Santo aveva suggerito alla mia povera mente ed intelligenza di dire in quel momento. Mi sorprendo sempre di più e resto affascinato e molte volte interdetto come io, povero mortale, possa parlare il linguaggio di Dio, della fede, della religione cristiana cattolica con tanta facilità e semplicità, con tanta incidenza nel cuore degli ascoltatori, al punto tale che davvero sono stra-convinto che è lo Spirito santo che parla in voi. Non vi preoccupate di dire le cose, soprattutto davanti ai tribunali del mondo e ai vari tribunali delle ragioni sufficienti che vogliono dimostro tutto e subito ogni cosa, che è lo Spirito Santo a dire attraverso la vostra voce ciò che è necessario proclamare come parola di Dio e della Chiesa.

Sì la predica sulla Trasfigurazione e sulla festa del Volto santo aveva lasciato il segno nelle diverse centinaia di persone presenti nella Chiesa di San Pietro Apostolo in Caivano, tanto da congratularsi con me, dopo la messa. Come sempre un po’ restio alle congratulazioni ed apprezzamenti su quanto dico in nome di Dio e della Chiesa nelle mie prediche, mi fece riflettere una valutazione di una persona anziana, che da anni come me si ritrova all’appuntamento con la festa del Volto Santo, ogni anno il 6 agosto: “Questa sera siete stato eccezionale, come sempre, ma c’era una spinta in più”. Sicuramente era la verità. Le persone quando vengono in chiesa con il desiderio di sentire e lasciarsi toccare dalla parola di Dio riesco a capire ed andare oltre lo stesso nostro modo di comunicare. Evidentemente avevano capito bene, c’era in me una spinta di spiritualità maggiore che io facilmente ho potuto giustificare e inquadrare nel tutto. Come ministro della parola e dell’eucaristia è di norma che quando parliamo dall’altare e siamo coerenti alla parola di Dio e al magistero è Cristo stesso che parla e la Chiesa che insegna. Ma io venivo da una forte esperienza di predicazione di esercizi spirituali, di due turni, tra fine luglio ed inizio agosto, tenuti alle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato, congregazione religiosa femminile, fondata dalla Beata Maria Cristina Brando, la cui causa di canonizzazione volge al termine, durante i quali avevo parlato dell’educazione permanente di ogni anima consacrata e della conformazione  a Cristo.

Ero quindi pieno spiritualmente di tante considerazioni, meditazione e contemplazioni condivise con le religiose, molte delle quali giovanissime e di origine filippina, indonesiana, colombiana, brasiliana, con una buona presenza di religiose più mature di origine italiana, che avevano messo nel mio cuore una spinta di spiritualità in più rispetto al normale modo di predicare. Quindi l’omelia, di quasi 20 minuti, aveva affascinato tutti i presenti, nonostante un caldo asfissiante in quella chiesa, che solo pochi ventagli di signore e signorine, mossi con prudenza per non dare fastidio all’oratore, facevano muovere un po’ di aria, che giungeva sull’altare calda, come torrido era il clima di quel 6 agosto 2012.

Avevo parlato del Paradiso e come, secondo la parola di Dio, gli insegnamenti di Gesù, si può raggiungere il cielo, avevo parlato della pazienza e della sopportazione, della capacità di non far del male agli altri, visto che una volta fatto la piaga resta, nonostante il pentimento e il perdono.

Avevo raccontato un aneddoto che circolava in rete, come un vero tam tam e che ha il suo fascino e il suo insegnamento, e che per una riflessione personale riporto qui in questo contesto di approfondimento di concetti teologici e spirituali molto più consistenti.

“C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno sul muro del giardino ogni volta che avrebbe perso la pazienza e avrebbe litigato con qualcuno. Il primo giorno ne piantò 37 nel muro. Le settimane successive, imparò a controllarsi, ed il numero di chiodi piantati diminuì giorno dopo giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare chiodi. Infine, arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo sul muro. Allora andò da suo padre e gli disse che quel giorno non aveva piantato nessun chiodo. Suo padre gli disse allora di togliere un chiodo dal muro per ogni giorno in cui non avesse mai perso la pazienza. I giorni passarono e infine il giovane poté dire a suo padre che aveva levato tutti i chiodi dal muro. Il padre condusse il figlio davanti al muro e gli disse: “Figlio mio, ti sei comportato bene, ma guarda tutti i buchi che ci sono sul muro. Non sarà mai come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di cattivo, gli lasci una ferita come questa. Puoi piantare un coltello in un uomo e poi tirarglielo via, ma gli resterà sempre una ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita resterà. E una ferita verbale fa male tanto quanto una fisica” (Anonimo, Il sacchetto dei chiodi).

Lezioni di vita che proiettano la nostra esistenza oltre il tempo, in quella eternità beata alla quale tutti siamo diretti e sulla quale tutti dovremmo riflettere più frequentemente. Eternità è sinonimo di Paradiso. Da qui il bisogno di alzare gli occhi al cielo in una notte stellata di agosto e guardare ilo cielo e con gli occhi della fede, vedere Dio, vedere il Paradiso. Sì perché Dio si fa vedere con quegli occhi puri e semplici della fede semplice, che sa meravigliarsi di fronte all’immensità del cielo, alla profondità del mare e alla bellezza del creato. E allora alzi gli occhi al cielo in una notte stellata e ti rivolgi a Lui per dirgli semplicemente “Grazie”. Grazie perché esisti davvero, grazie perché hai creato ogni cosa bene e bella, grazie perché ci hai dato la vita, grazie perché ci hai dato il soffrire, grazie perché solo Tu, o Dio, Creatore e Padre, meriti il nostro infinito ed immenso grazie, sempre, perché ci ami e ami davvero!

Le meditazioni per il corso di esercizi spirituali

esercizispirituali2012.pdf

In allegato il file pdf delle meditazioni dettate alle Suore Vittime Espitarici di Gesù Sacramentato di Casoria (Napoli), fondate dalla Beata Maria Cristina Brando, durante i due turni di esercizi spirituali, tenuti a Roma dal 23 al 27 luglio e dal 30 luglio al 3 agosto 2012, presso la struttura di Villa M.C.Brando in Via Cassia Roma.

ATTENDERE UN PO’ PER VISUALIZZARE IL FILE CHE E’ MOLTO PESANTE. SI APRE DOPO UN PO’ DI TEMPO, MA SI APRE DI CERTO IN QUANTO E’ IN FORMATO PDF.

P.Antonio Rungi cp

Airola (Bn). Verso la conclusione il processo diocesano della Serva di Dio Maria Concetta Pantusa

415243_10150656456131838_860048713_o.jpgDa molti devoti, da studiosi e biografi, da vari spiritualisti è considerata la “Santa Rita del Sud” con qualche variazione sul tema della santità, ma sostanzialmente con gli stessi contenuti di spiritualità e di vita: nubile, poi sposa, poi madre, poi vedova, infine consacrata laica, ma con il desiderio nel cuore di consacrarsi totalmente al Signore nel secondo ordine francescano, chiedendo di entrare nel monastero delle Clarisse di Airola, che allora non accoglieva le persone vedove. Vi entrò l’unica sua figlia, suor Maria Carmela, morta ultranovantenne, tre anni fa, frutto del suo matrimonio con Vito De Marco, poi morto durante la prima guerra mondiale.
Si tratta della Serva di Dio Concetta Pantusa,  madre di famiglia, di cui è in corso il processo di beatificazione, conosciuta presso il popolo cristiano del Sannio e della Calabria, come “Suor Concetta, la monaca santa del Volto Santo di Airola”.
La sua spiritualità, come quella di Santa Rita da Cascia, è una spiritualità della Passione di Cristo. Fu, infatti, guidata nel suo itinerario di fede, speranza e carità dai religiosi passionisti che ad Airola, nel vicino convento di Monteoliveto, sulla collina del piccolo centro della Valle Caudina, erano e sono presenti con una comunità stabile dal 1882 e dai Frati Francescani con il convento di San Paquale presenti in città dal 1600.
Punti di riferimento per la sua formazione spirituale furono San Francesco d’Assisi, Santa Chiara, San Pasquale Baylon, Sant’Antonio da Padova sul versante della famiglia religiosa dei Francescani; mentre sul versante di quella passionista sua grande devozione fu l’amore filiale a San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, a San Gabriele dell’Addolorata, a Santa Gemma Galgani e particolarmente a Santa Maria Goretti, che venerava con speciale affetto, in quanto ad Airola, fin dal momento della canonizzazione della martire delle Ferriere, nel 1950, si sviluppò una sentita devozione, che ancora oggi persiste al tempo della distruzione di tutto il sacro negli ambiente cristiani dei decenni passati. Qui Maria Concetta Pantusa visse, per oltre 20 anni, l’ultimo significativo tratto della sua vita.
Nata a Celico il 3 febbraio 1894, Maria Concetta Pantusa da fanciulla soffrì molto per il duro trattamento del padre,  il quale la condusse con sé in Brasile dove si recò in cerca di lavoro. In Brasile sposò un giovane italiano di origini pugliesi, un certo Vito De Marco.  Dalla loro unione coniugale il 28 ottobre 1915 nacque l’unica figlia Maria Carmela, poi diventata monaca clarissa. 
Ritornarono in Italia nel 1916, prendendo domicilio a Polignano a Mare (Bn). Il marito morì durante la prima guerra mondiale, lasciandola vedova con una bambina da accudire in un tempo di estrema miseria e povertà. Dopo molte traversie, l’ 8 maggio 1930, insieme con l’unica figlia e con Suor Speranza Elena Pettinato si trasferì in Airola (Benevento). Mentre la figlia entrava nel monastero delle Clarisse, lei che pure aveva fatto richiesta d entrarvi, non fu accettata per i limiti della regola del secondo ordine francescano. Di conseguenza restò nel secolo e con suor Speranza iniziò una vita di consacrata laica. Qui si dedicò all’educazione dei piccoli, alla carità, al servizio degli poveri, alla preghiera, vivendo un’intensa vita interiore nella sua piccola abitazione di via Monteoliveto in Airola, guidata da saggi direttori spirituali. Incominciarono le prime significative esperienze di visioni ed estasi, che sapeva tenere gelosamente nascoste per sé, per evitare qualsiasi fraintendimento, strumentalizzazione e soprattutto per allontanare lo spettro della superbia e dell’orgoglio, che si possono manifestare quando i segni del cielo sono evidenti in un’anima santa. La lotta contro il Demonio è testimoniata nel suo diario spirituale.
Il Signore, infatti, riversò in lei molti doni: la profezia, il miracolo, la visione, l’estasi, le stimmate e i dolori della Passione.
Nell’umile stanzetta dove viveva, il 17 febbraio 1947, per tre ore, dalle 13 alle 16, da un’immagine del volto di Gesù della S. Sidone di Torino, vide uscire dal sangue; il sangue sgorgava come da una sorgente e rimase in ebollizione per tre ore. Questo fenomeno si ripeté il 28 febbraio e, per la terza volta, il 4 marzo. Da quel giorno i fatti miracolosi si susseguirono con continuità. Maria Concetta Pantusa morì il venerdì di Passione il 27 marzo 1953, all’età di 59 anni.
Sull’eroicità delle virtù teologali e morali e su specifici altri fatti attinenti la santità della Serva di Dio sta operando con grande senso di equilibrio e di giudizio, da cinque anni, il Tribunale ecclesiastico diocesano di Cerreto-Telese-Sant’Agata  per la causa dei santi.
Il processo per la causa di beatificazione è stato, infatti, aperto ufficialmente il 10 febbraio 2007, alla presenza del Vescovo diocesano di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, monsignor Michele De Rosa, nella Chiesa della SS.Annunziata di Airola (Bn), alla presenza di oltre mille fedeli arrivati ad Airola, da ogni parte d’Italia, dalla terra nativa della Serva di Dio, la Calabria e dalle Puglie. Tale iniziativa  è  sostenuta dalla Pia Unione del Volto Santo di Airola, il cui responsabile è il francescano, padre Vittorio Balzarano.
Il processo diocesano sta in via di ultimazione, dopo che la sezione del tribunale ecclesiastico ha ascoltato tutti i testimoni ed esperite tutte le pratiche canoniche previste dall’iter per la beatificazione.

Antonio Rungi 

Mondragone (Ce). Estate in preghiera con le Suore della Stella Maris

Foto-0343.jpg“E…state in preghiera” è questo il motto scelto dalle Suore di Gesù Redentore, istituto Stella Maris di Mondragone, per caratterizzare il loro impegno di accoglienza degli ospiti e villeggianti nella loro casa di ospitalità estiva ed invernale. La formula preghiera, spiaggia, mare e sano divertimento è quella ormai collaudata da anni e che alla Stella Maris riscuote ogni anno il successo necessario. Infatti gli ospiti e i villeggianti condividono con la comunità religiosa, composta da sei suore, i momenti della preghiera e della ricreazione, mentre è lasciato libero il tempo per il mare e la spiaggia. La giornata tipo per trascorre il periodo estivo curando lo spirito ed il corpo è così strutturata: Lodi del Mattino (in spiaggia o in cappellina); S.Messa quotidiana alle ore 7,30 nella cappella dell’Istituto; Ora media ed Angelus alle 11,45 nella cappellina. Ore 17.00 Vespro (in spiaggia o in cappella). Ore 19.00: Adorazione eucaristica in cappella. Ore 21.00 Santo Rosario in spiaggia sotto i gazebi allestiti nello spazio antistante la Stella Maris. Ore 22.00 Compieta nel giardino dell’Istituto. Chi vuole alimentarsi spiritualmente durante la giornata trova qui l’ambiente ideale, in quanto la casa religiosa, dopo aver svolto per oltre 60 anni il compito di convitto per i minori e colonia estiva, dal 2007 è stata trasformata e finalizzata a Casa di Ospitalità, di preghiera, di accoglienza, valorizzata in modo pieno e completo durante i tre mesi estivi luglio-settembre. Tutto esaurito anche per la stagione estiva 2012 e ad utilizzare la struttura non sono solo persone anziane, ma famiglie, giovani e gruppi, che hanno la possibilità di autogestirsi. Chiaramente sono gruppi di ispirazione cristiana o facenti parte delle comunità parrocchiali o di altre istituzioni religiose, che fanno capo alle Suore della Stella Maris di Mondragone in quanto più disponibili ad un’accoglienza a 360 gradi, che comprende la spiritualità, il sano divertimento e la fraternità. Già con la prima domenica di luglio, l’attività estiva è andata a regime, in quanto la struttura in questi giorni ospita circa 30 persone e già i villeggianti valorizzano i servizi religiosi e spirituali che le Suore della Stella Maris assicurano contestaulmente a tutti gli altri servizi per una qualificata e positiva vacanza al mare. In particolare, le Suore daranno significativa rilevanza ai momenti di raccoglimento che si vivranno a contatto con la natura, all’alba e al tramonto. Sono infatti previste le Lodi al Mattino, il Vespro ed il Rosario all’imbrunire e la Compieta a conclusione della giornata. Nessuna costrizione per gli ospiti, ma solo una proposta di spiritualità estiva che molti gradiscono e, proprio in ragione di questo, optano per chiedere di trascorrere le vacanze alla Stella Maris. La stuttura, d’altronde, è situata al 10 metri dal mare e per l’Istituto è riservato un ampio spazio sulla spiaggia, dove vengono allestiti i gazebi che servono anche come punti di riferimento per la preghiera del mattino e della sera. “Notiamo un crescente bisogno di preghiera  e di Dio nei nostri villeggianti -afferma la responsabile della Stella Maris, Suor Maria Paola – segno evidente della riscoperta della fede o del potenziamento della stessa anche nel periodo estivo. Questa estate 2012, la vogliamo impegnare per preparare adeguatamente i nostri ospiti ad accogliere l’anno della fede indetto da Papa Benedetto XVI nelle migliori condizioni spirituali possibile. Anche il periodo estivo e il cammino spirituale di questi giorni di vacanze appena iniziati possono dare un valido contributo a quanti sono cristiani ed hanno a cuore la loro salute spirituale e anche quella fisica e corporale. Noi auguriamo ai nostri ospiti di trascorrere giornate serenamente ricche da un punto di vista interiore, perché il resto è assciurato da un servizio di accoglienza che nel rispetto delle norme, garantisce il giusto clima per una vera e completa vacanza estiva in riva al mare, ma con il cuore costantemente rivolto al Dio creatore e a Gesù Cristo Redentore”.

 

Papa Benedetto XVI. No alla cultura della menzogna e della calunnia. Condanna senza appello dei calunniatori e dei menzognieri

1338392246141_stendardo_sul_duomo_OK.jpgCon il battesimo siamo “uniti a Dio in una nuova esistenza, apparteniamo a Dio, siamo immersi in Dio stesso”. Lo ha ricordato Benedetto XVI aprendo ieri sera, 11 giugno 2012, nella basilica romana di San Giovanni in Laterano, l’annuale Convegno ecclesiale pastorale della diocesi di Roma, che ha per tema “Andate e fate discepoli, battezzando e insegnando (Mt 28, 19-20). Riscopriamo la bellezza del Battesimo”. “Prima conseguenza del battesimo”, ha sottolineato il Papa in una catechesi tenuta interamente a braccio, è “la centralità di Dio nella nostra vita”, ovvero Dio “non è una stella lontana, ma l’ambiente della mia vita”. In secondo luogo “divenire cristiani non è qualcosa che segue dalla mia decisione. Certo, anche la mia decisione è necessaria”, ma è Dio che “mi prende in mano e realizza la mia vita in questa nuova dimensione”. “Essere fatti cristiani da Dio – ha precisato – implica questo mistero della Croce: solo morendo al mio egoismo, uscendo da me stesso posso dirmi cristiano”. Terza conseguenza del battesimo, ha annotato il Pontefice, è l’unione “ai fratelli e alle sorelle”, poiché “essere battezzati non è mai un atto solitario”. Il rito sacramentale, ha evidenziato, “si compone da due elementi, la materia – acqua – e la parola”. “Il cristianesimo non è qualcosa di puramente spirituale”, ha aggiunto, ma “una realtà cosmica”, “la materia fa parte della nostra fede”. Ha aggiunto Papa Benedetto: “Rinunce, promesse e invocazioni” compongono la liturgia battesimale. “Non sono solo parole, ma cammino di vita. In esse – ha puntualizzato papa Ratzinger – si realizza una decisione, è presente tutto il nostro cammino battesimale”. “Il sacramento del battesimo non è un atto di un’ora, ma un cammino di tutta la nostra vita”, “siamo sempre in cammino battesimale e catecumenale”. Benedetto XVI ha quindi riflettuto sulla “dottrina delle due vie”, che si esprime con il triplice rinunzio e il triplice credo. Un tempo “le seduzioni del male” venivano chiamate “la pompa del diavolo”. Erano “soprattutto i grandi spettacoli cruenti, dove la crudeltà diventa divertimento”. Ma oltre a questi s’intendeva “un tipo di cultura nel quale non conta la verità ma l’apparenza, l’effetto, la sensazione, e sotto il pretesto della verità in realtà si distruggono uomini”. “Conosciamo anche oggi – ha puntualizzato il Papa – un tipo di cultura dove non conta la verità, anche se apparentemente si vuole far apparire tutta la verità. Contano solo la sensazione e lo spirito di calunnia e distruzione. Una cultura che non cerca il bene, in cui il moralismo è una maschera in realtà per confondere, per creare distruzione e confusione”. “Contro questa cultura dove la menzogna si presenta sotto la veste della verità e della diffamazione, contro questa cultura che cerca solo il benessere materiale e nega Dio diciamo no”.
Ha sottolineato inoltre che vi è poi la rinunzia al peccato, e se oggi si contrappone la libertà all’osservanza dei comandamenti, “in realtà questa’apparente libertà diventa subito schiavitù”. Terza, la rinunzia a Satana, perché “c’è un sì a Dio e un no al potere del maligno”. Benedetto XVI ha presentato il simbolo dell’acqua mostrandone i due significati. “Da una parte fa pensare al mare, soprattutto al mar Rosso”, e qui si presenta come morte “per arrivare a una nuova vita”. Il battesimo “è morte a una certa esistenza e rinascita a una nuova vita”. Contrapposta alla morte è la vita, e l’acqua richiama la fonte, “origine di tutta la vita”. Infine, a chi s’interroga se sia giusto battezzare i bambini, o sia meglio “fare prima il cammino catecumenale”, “queste domande – ha risposto il Papa – mostrano che non vediamo più nella vita cristiana la vita nuova, la vera vita, ma una scelta tra le altre, anche un peso che non si dovrebbe imporre senza avere il consenso del soggetto”. Ma “la vita stessa ci viene data necessariamente senza consenso previo”. La domanda, quindi, sarebbe: è giusto dare la vita senza che il nascituro abbia la possibilità di decidere? “È possibile e giusto – ha da ultimo risposto papa Ratzinger – soltanto se con la vita possiamo dare anche la garanzia che questa vita è buona e protetta da Dio, è un vero dono”.

La Festa annuale di Sant’Antonio di Padova 2012

DSC03439.JPGLo scorso anno per la prima volta nella mia vita visitai i luoghi della nascita, dell’infanzia e della gioventù di Sant’Antonio di Padova. A Lisbona e poi a Coimbra tutto parla di lui, come in Italia e in ogni parte del mondo Sant’Antonio rappresenta il santo dei santi, il santo dei miracoli, il santo più conosciuto ed invocato, il santo più amato e taumaturgo. Un santo unico, un santo eccezionale, un santo straordinario, un santo dotto, asceta, mistico, profetico, evangelizzatore, biblista, un santo in cui Dio ha racchiuso tanti doni per il bene della chiesa e dell’umanità, di quell’umanità assetata di verità e di vera solidarietà. Ecco perché Antonio è anche il santo dei poveri, della carità, della misericordia, della gioia, della sapienza che nasce da Dio es si alimenta nel cuore di chi cerca Dio. ANTONIO da Padova,santo,DSC03438.JPG nacque intorno al 1195 a Lisbona, deve l’appellativo col quale è universalmente conosciuto alla città italiana che l’ospitò negli ultimi anni della sua vita e che ora ne custodisce le reliquie. Di famiglia della piccola nobiltà militare, fu battezzato nella cattedrale lisboeta, vicino alla quale sorgeva la casa paterna, col nome di Fernando, che volle cambiare in Antonio indossando l’abito francescano. Fanciullo frequentò la scuola della cattedrale e in età giovanile (circa 1210) entrò fra i canonici regolari di S. Agostino, dimorando circa due anni nel monastero di S. Vincenzo presso le mura di Lisbona. A sua richiesta fu trasferito al celebre monastero di Santa Croce in Coimbra, uno dei migliori centri culturali del Portogallo. Vi rimase nove anni attendendo a quella formazione spirituale e scientifica, specialmente biblica e teologica, che rivelò in seguito dalla cattedra, dal pulpito e negli scritti. Probabilmente in questo tempo fu ordinato sacerdote. Il giovane Fernando, cresciuto nel clima della riconquista della penisola iberica dalla dominazione araba, nella venerazione delle reliquie dei cinque protomartiri francescani, uccisi per la fede nel Marocco il 16 genn. 1220, che l’infante don Pedro aveva fatto trasportare a Coimbra nello stesso anno, maturò il progetto di convertire i musulmani al cristianesimo. Poco dopo Fernando entrava nell’Ordine minoritico accolto dai frati del piccolo convento conimbricense di Sant’Antonio dos Olivais, donde, nell’autunno del 1220, partì missionario per il Marocco. Ivi giunto si ammalò e, trascorso l’inverno, s’imbarcò per tornare in Portogallo, ma i venti contrari spinsero la nave sulle coste della Sicilia: A. non sarebbe più tornato in patria. Il 30 maggio 1221 era ad Assisi al capitolo generale del suo Ordine; s. Francesco, estenuato dal viaggio in Oriente, parlò ai convenuti. A., sconosciuto a tutti, vide partire i suoi confratelli con i loro superiori per le diverse destinazioni; pregò il provinciale di Romagna, frate Graziano, di prenderlo con sé e fu esaudito. Destinato all’eremo di Montepaolo (Forlì), in una caverna adattata a cella condusse aspra vita di asceta, rigorosamente sottratto dal mondo e poco noto agli stessi confratelli, che lo avevano compagno solo negli esercizi di vita comune. Obbligato per obbedienza a parlare durante un’ordinazione sacra tenuta a Forlì, improvvisò un discorso che ai convenuti parve mirabile per chiarezza d’esposizione e profondità di sapere. Fu quello il principio di una incessante attività che A. condusse fino alla morte, predicando al popolo e, primo dei francescani, insegnando teologia ai giovani frati dell’Ordine con approvazione dello stesso Francesco. Esplicò il magistero a Bologna, predicò nell’Italia settentrionale, prima accolto ostilmente dagli eretici catari, in seguito ascoltato con attenzione da tutti.

A Rimini – forse nella quaresima del 1222 – convertì Bonillo, uno dei capi dell’eresia. Passato nella Francia meridionale, continuò l’opera di evangelizzazione di s. Domenico tra gli Albigesi della Provenza e Linguadoca. Predicò in molte città e borgate, tra le quali Bourges, Saint-Junien, Brive, Arles e Limoges, tenendo conferenze al clero e disputando pubblicamente con gli eretici. Ad Arles partecipò al capitolo dei francescani della provincia di Provenza. Insegnò a Tolosa, Montpellier, Puy-en-Velay, fu custode di Limoges, dove nell’anno 1226 ottenne una nuova casa per i frati.

Convocato il capitolo generale da frate Elia per il 30 maggio 1227 – Francesco era morto il 3 ottobre dell’anno precedente – A. con ogni probabilità vi prese parte in qualità di custode di Limoges. Certamente era in Italia dopo la Pasqua del 1227. Eletto ministro provinciale dell’Italia superiore, continuò a predicare e scrisse i Sermones dominicales.Va comunque notato che dal 1227 al 1230 i dati biografici sono pressoché nulli: noi non sappiamo quale posizione abbia assunto – e se l’abbia assunta – A. nella questione gravissima per l’Ordine della divisione tra zelanti e mitigati, né ci risulta con precisione in quali circostanze abbia predicato per il papa. Nel marzo 1228, era a Roma, forse per affari del suo Ordine presso la curia papale. Invitato da Gregorio IX, predicò alla sua presenza e dei cardinali; il papa lo definì “Arca del Testamento e scrigno delle Sacre Scritture”. Pare che abbia predicato a Firenze durante l’avvento di quell’anno e la quaresima del successivo, per incarico del ministro generale dei francescani Giovanni Parenti, passando poi ad evangelizzare le Marche.

Sul finire dell’anno 1229 era a Padova. Durante l’inverno 1229-30 scrisse i Sermones in solemnitatibus Sanctorum,assecondando le preghiere di Rolando dei Conti, cardinale d’Ostia (poi Alessandro IV). Nel capitolo generale del 1230 fu sollevato dal governo della provincia e si dedicò più intensamente all’apostolato della parola. Dalle controversie con gli eretici passò all’opera di pacificazione delle fazioni patavine e ad una energica azione contro l’usura. La predicazione quaresimale di Padova del 1231 fu un trionfo per A.; le fonti biografiche ci parlano d’innumerevoli folle che accorrevano ad ascoltarlo; i reggitori del Comune di Padova, persuasi dalla parola di A., modificarono lo statuto in favore dei debitori non fraudolenti. Si adoperò per liberare dalla prigione di Ezzelino III da Romano il conte Rizzardo di San Bonifacio e altri capi guelfi, caduti nelle mani del condottiero dei ghibellini un anno prima, ma – nonostante quanto affermato da leggenda – la missione non sortì alcun esito.

Continuò l’apostolato nelle campagne fino alla mietitura, indi si ritirò a Camposampiero, non lontano da Padova, presso l’amico conte Tiso, che vicino alle mura del suo castello aveva eretto un piccolo romitorio per i francescani. A. si fece costruire una celletta su un grosso noce e passò in contemplazione gli ultimi giorni della sua vita. Attaccato violentemente dall’idropisia, sentendosi prossimo alla fine, si avviò alla volta di Padova, desiderando morirvi. All’Arcella, nei dintorni della città, si aggravò e i suoi compagni lo trasportarono nella casa dei frati cappellani delle monache clarisse. Ivi morì, dopo aver ricevuto i Sacramenti, il 13 giugno 1231. Undici mesi dopo, il 30 maggio 1232, il pontefice Gregorio IX lo proclamò santo nella città di Spoleto.

Il suo culto si diffuse assai rapidamente, grazie alla fama di taumaturgo, e dal sec. XVI è diventato universale. Nell’Ordine francescano A. ebbe sempre l’ufficio liturgico dei dottori della Chiesa, che Pio XII, con il breve Exulta Lusitania del 16 genn. 1946, confermò ed estese alla Chiesa universale. Subito dopo la canonizzazione di A. incominciarono in Padova i lavori per il tempio dedicato al nuovo santo, durati circa due secoli. Alla fabbrica e agli ornamenti contribuirono generazioni di artisti, non pochi di grande valore. Nel 1263 vi furono traslate le sue reliquie alla presenza del francescano s. Bonaventura da Bagnoregio, allora ministro generale dell’Ordine.

Opere e pensiero.Fuori di discussione è l’autenticità dei Sermones dominicales per annum, Sermones in laudem Beatissimae Mariae Virginis e Sermones in solemnitatibus Sanctorum,attestata dalla Legenda prima o Assidua e dalla concorde attribuzione ad A. di 13 manoscritti dei secc. XIII-XIV. A questi soli ci richiamiamo per l’esame del suo pensiero. Invece gli è fortemente contestata la paternità della Expositio in Psalmos,che per più di un secolo fu conosciuta sotto il suo nome.

L’opera fu pubblicata a Bologna nel 1757 da A. Azzoguidi, che la trasse da un ms. mutilo, tuttora conservato in quella città, falsamente creduto autografo di A. dall’editore e da altri. Scoperte del nostro secolo hanno posto in luce diversi codd. della Expositio, parte dei quali anonimi, altri col nome del francese Jean Algrin d’Abbeville (Ioannes de Abbatisvilla), nessuno con quello di Antonio. Di conseguenza, non pochi critici danno per certa l’Expositio all’Abbeville, contemporaneo di A., più anziano di lui e sicuro autore di opere sulla Bibbia. Tuttavia non mancano studiosi che o dubitano della legittima paternità di Jean d’Abbeville sull’opera o stanno decisamente per Antonio. I saggi sui rapporti stilistici e dottrinali della Expositio con scritti genuini dei due autori non convincono. Inoltre bisognerà tener conto di possibili dipendenze intercorse fra A. e l’Abbeville o da fonti comuni. Senza nessun fondamento sono state attribuite ad A. molte altre opere non sue. A. mirava a prestare ai predicatori, specialmente francescani, un materiale di studio che servisse al loro apostolato durante tutto l’anno liturgico.

Il sermone antoniano mentre rivela una adesione completa agli schemi tradizionali fissati per l’oratoria sacra, thema, prothema,detto da A. “thema concordans”, lascia intravedere, talvolta, con il gusto per lunghe, tipiche digressioni etimologiche, una caratteristica propensione a ricavare significati morali – che sono quelli più scopertamente ambiti dall’oratoria antoniana – dai nomi di animali, o da fatti naturali, con dipendenza diretta, parrebbe da Solino, oltre che dalle fonti tradizionali costituite dal De bestiis et aliis rebus attribuita a Ugo di S. Vittore e dalle Etymologiae isidoriane. Le fonti di A. sono essenzialmente patristiche: cita con frequenza Agostino, che deve essergli stato il più familiare durante gli anni della sua formazione scientifica. Agostiniane sonole sue posizioni sulla grazia e già si avverte in luila preferenza per certe dottrine teologiche relative a Cristo e alla Vergine, che la scuola francescana svilupperà. Ma in lui le trattazioni morali hanno assoluta prevalenza su quelle speculative. Ciò deriva dal fine delle opere di A. e dall’atteggiamento fondamentale della prima predicazione francescana: morale per altro fondata sulla meditata conoscenza delle Scritture. A. analizza con molta acutezza i vizi capitali, riprova duramente l’usura, la rapina, il furto e la simonia, Tratta con mirabile chiarezza del sacramento della penitenza. La sua ascetica si parte dalla purificazione del peccato ottenuta con la confessione e si affina con l’esercizio della virtù: povertà, castità, obbedienza, umiltà, alle quali la giustizia è corona. È sempre necessaria, durante l’ascesi, la preghiera costante. Centri di devozione sono l’Umanità di Cristo, l’Eucarestia, la Passione di Gesù, la Vergine. Vertice della vita ascetica e principio della mistica è la perfetta carità, geminata nell’amore di Dio e del prossimo. La buona conoscenza che A. ebbe dei grandi mistici occidentali, Agostino, Gregorio e Bernardo, gli ha consentito di trattare con sicurezza quasi tutti i problemi della mistica; l’esperienza personale, poi, ha conferito un tono di originalità alle note su tale argomento sparse in numerosi sermoni. Al contrario di quanto si era pensato fino ai decisivi studi del nostro tempo, A. non rivela tracce della difficile e astratta elaborazione dello pseudo Dionigi Areopagita, nonostante sia stato in rapporti di amicizia col qualificato commentatore di questo, Tommaso Gallo, abate di Vercelli. A. divide il cammino spirituale nei tre gradi ormai classici, degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti.

Pare che A., oltre alla contemplazione passiva, ammetta anche l’attiva, poiché parla di mezzi umani per conquistarla. Ma è difficile interpretare sempre giustamente i sensi che egli attribuisce alla parola contemplatio,cioè stabilire se parli di considerazione del riflesso di Dio nelle sue opere, di meditazione semplice, o infine di vera contemplazione; e se la mentis elevatio siidentifichi per lui con la contemplazione acquisita, o sia invece il grado più basso, rispetto alla mentis alienatio,di quella infusa. Nel pensiero di A. la contemplazione passiva non dipende dall’arbitrio del contemplante, ma dalla disposizione del Creatore, cioè è dono gratuito; è atto transeunte, non abito permanente. Secondo l’opinione più comune, egli ammette la vocazione remota alla contemplazione di tutti gli uomini da parte di Dio.

Altri aspetti della sua mistica anticipano le teorie di s. Giovanni della Croce sulla notte mistica dei sensi. A. asserisce che l’oggetto primario della contemplazione è l’Unità e Trinità di Dio, secondario, ma spesso primario in ordine di tempo – e quasi esercizio per ascendere all’antecedente – l’Umanità del Cristo mediatore. Complessivamente, A. incarna l’ideale di contemplazione e azione degli Ordini mendicanti del suo secolo e quello di maestro e predicatore popolare. Spinto da necessità altrui a scrivere, egli si rivelò provvisto per questo compito di una vasta cultura nelle scienze sacre, che filtrò accuratamente, evitando discussioni di scuola, e adattò in stile personale, ma sempre comprensibile a chi doveva usare i suoi sermoni. Nell’oratoria sacra egli ha realizzato il felice innesto della prima predicazione francescana, semplice, cordiale, rivolta ad inculcare al popolo precetti morali, con quella dotta, retorica, regolata da precetti d’arte dei maestri in teologia del suo tempo. Della prima mantenne il calore affettuoso e l’amore agli insegnamenti pratici, dalla seconda mutuò la tessitura dello schema, la ricca argomentazione d’autorità e la forza apologetica contro gli eretici.

Le opere di A. ebbero numerose edizioni: Sermones dominicales,Parigi 1520, Venezia 1574; Sermones in solemnitatibus, Avignone 1648, ibid. 1734, Padova 1883; Sermones in laudem et honorem B. V. M.,Padova 1885; Sermo de Assumptione B. V. M., ibid. 1902; Opera omnia, Parigi 1641, con le seguenti ristampe: Lione 1653, Ratisbona 1739, Parigi 1889 in Medii Aevi Bibl. patristica,series I, coll. 449-1286.

Mancano nell’Opera omnia i Serm. in laud. et hon. B. V. M.;invece ci sono molte opere spurie. Le dette ediz. sono largamente superate dall’unica veramente attendibile: S. A. Patavini thaumaturgi incliti Sermones dominicales et in solemnitatibus,quos… edidit notisque et illustrationibus locupletavit A. M. Locatelli, 3 voll., Padova 1895-1913, condotta sul ms. esistente nel tesoro della basilica del Santo (Padova), certamente del tempo di A., e con postille che si ritengono di sua mano. Fu continuata da G. Munaron, G. Perin, e M. Scremini.

Iconografia. Per quanto riguarda la vastissima iconografia di A., unico dato costante per la sua identificazione è che egli veste sempre l’abito francescano. Gli attributi invece subirono notevoli variazioni. I più antichi ritratti lo rappresentano col libro in mano (Berlinghieri, Gall. dell’Accademia, Firenze). Dal 1394 con la fiamma (Agnolo Gaddi, chiesa di S. Croce di Firenze) o la fiamma e il libro (Taddeo Gaddi, Pinacoteca di Perugia). Alla fiamma qualche volta pittori del centro Italia sostituiscono il cuore (Fiorenzo di Lorenzo, Pinacoteca di Perugia). Prima della metà del sec. XV A. compare con il giglio in mano (Ignoto, Libro di entrata e uscita dal 1434-35, Padova). Il Liber Miraculorum racconta che A. tenne l’Infante fra le braccia, questa visione sarà motivo di numerose opere di artisti spagnoli del sec. XVI o che hanno lavorato in Spagna (V. Carducci, Ribera, Murillo) e di barocchi tedeschi (Zeiller, Knoller). In altri il Bambino è presentato dalla Madre ad A. (Rubens, Van Dyck, Dolci). Il giglio e il Bambino, o soli o insieme, sono ormai i simboli che distinguono la figura di Antonio. Oltre che in figura isolata o con altri santi, non pochi artisti hanno dipinto o scolpito cicli di fatti della vita di A., ispirandosi di preferenza al Liber Miraculorum.

Si ricordino anche le due vetrate trecentesche della cappella di S. Antonio nella basilica inferiore di S. Francesco in Assisi. Nel sec. XV si hanno gli affreschi di Lorenzo da Viterbo e scuola in S. Francesco di Montefalco, e di Benvenuto di Giovanni nel duomo di Siena. Di eccezionale valore artistico sono i quattro bassorilievi in bronzo di Donatello dell’altare della basilica del Santo in Padova, i primi del ciclo dei miracoli, che poi fu continuato da Bartolomeo Bellano, Tullio e Antonio Lombardo, Sansovino e altri. Ancora in Padova, nella Scuola del Santo, si ispirano ai miracoli gli affreschi di Tiziano e aiuti; e a Bologna, nella basilica di S. Petronio, quelli di G. Pennacchi.

 Fonti e Bibl.: Legenda prima o Assidua,scritta in Italia da un ignoto frate minore poco dopo il 30 maggio 1232. Tardive aggiunte a questa Legenda si hanno nei mss. di Lucerna (circa 1303), Padova, Parigi e Ancona. Edita da Fortunato di s. Bonaventura, Vita et miracula s. A. Olyssiponensis,Coimbra 1830, poi in Portugalliae monumenta historica, Scriptores,I, pp.116-130, Olisipone 1856 e poi da A. M. Iosa, Bologna 1883; Hilaire de Paris, Montreuil-sur-Mer et Genève 189o; L. de Kerval, S. A. d. P., Vitae duae,Parigi 19o4, è l’ediz. migliore per il testo, le aggiunte predette e gli studi critici: il vol. contiene anche la Legenda Benignitas;F. Conconi, Leggende di A. d. P.,Padova 1930, e seconda ediz. ibid. 1931, i voll. contengono anche la Legenda Benignitas,la Legenda Rigaldina e testimonianze minori del sec. XIII; R. Cessi, Leggende antoniane,Milano 1936. La Assidua è stata tradotta in italiano da A. Coiazzi, Torino 1931 e A. F. Pavanello, Padova 1946. Legenda secunda o Anonyma,attribuita al francescano Giuliano da Spira, scritta circa il 1235; edd. in Acta Sanctorum, Iunii,II,Antverviae 1742, pp. 705-718 e in Conconi, opere citate. Dialogus de gestis ss. Fratrum Minorum,pubblicato parzialmente da L. Lemmens, Roma 1902, e integralmente da F. Delorme, Quaracchi 1923, che l’attribuì a fr. Tommaso da Pavia. L’opera fu scritta fra il 1244 e il 1247. Legenda Raymundina,scritta da fr. Pietro Raimondi da San Romano di Tolosa a Padova nel 1293 e pubblicata da A. M. Iosa, Bologna 1883. Legenda florentina,scoperta e pubblicata da L. Lemmens in Römische Quartalschrift für Altertumskunde und für Kirchengeschichte,XVI(1902), pp. 410-414, ed E. Palandri in Studi Francescani,IV (1932), pp. 454-496; di età incerta, collocabile tra il 1250 e primi del ‘3oo, Legenda Rigaldina,dal nome dell’autore fr. Giovanni Rigaldi, che la compose fra il 1293 e il 1303. È la fonte più importante dopo l’Assidua,della quale è complemento necessario. F. d’Araules [Delormel la pubblicò col titolo La vie de st. A. d. P. par Jean Rigauld, Bordeaux-Brive 1899. La rese in italiano T. Mengoni da Soci, Quaracchi 19o2. Legenda Benignitas,frammentaria dei primi del sec. XIV, edita nei voll. citati del de Kerval e Conconi. Liber Miraculorum,composto dopo il 1367; edd. in Acta Sanctorum, vol. cit., pp. 216-232 e in Analecta Franciscana,III, Quaracchi 1897, pp. 121-158.

Fra le testimonianze minori, singolare importanza hanno quelle di Rolandino di Padova, che conobbe A., e di lui parla nella Cronica de factis et circa facta Marchie Trivixane, lib. 2, c. 19; lib. 3, c. 5 (in Rerum Italic. Script., 2 ediz., VIII, 1, a cura di A. Bonardi, pp. 40, 43 s.).

Innumerevoli le ricostruzioni biografiche su A.; per primo orientamento sicuro il lettore può ricorrere a R. Pratesi, A. d. P.,in Encicl. cattolica,I, Città del Vaticano 1949, coll. 1548-1554, e L. Arnaldich, S. A., doctor evangélico,Barcelona 1958. Inoltre: E. de Azevedo, Vita del taumaturgo portoghese s. A. d. P.,Iª ediz., Venezia 1788, 7 ediz., ibid. 1930; C. das Neves, O grande thaumaturgo de Portugal s. A. de Lisboa,2 voll., Porto 1895; A. Lépitre, S. A. de Padoue,Paris 1901, trad. ital., Roma 1905; V. Facchinetti, A. d. P., il santo, l’apostolo, il taumaturgo,Milano 1925; F. Conconi, S. A. d. P.,Padova 1932; S. Clasen, Antonius, Diener des Evangeliums und der Kirche,München-Gladbach 1959 (che non ha pretese scientifiche).

Di particolare interesse per lo studioso le discussioni sulle fonti e sulla vita di A. delle seguenti opere: J. Pou y Martí, De fontibus vitae s. A. Patav.,in Antonianum,VI(1931), pp. 225-52; A. Callebaut, S. A. d. P., recherches sur ses premières années,in Archivum Francisc. Hist.,XXIV(1931), pp. 449-94.

Sui miracoli si veda: L. de Kerval, L’évolution et le développement du merveilleux dans les légendes de st. A. d. P.,in Opuscules de critique historique,XIV, Paris 19o6, pp. 221-88; H. Felder, Die Antoniuswunder nach den älteren Quellen untersucht,Paderborn 1933.

Per l’iconografia lo studio più completo è di B. Kleinschmidt, A. von P. in Leben und Kunst, Kult und Volkstum, Düsseldorf 1931; G. Fiocco, L’altare grande di Donatello al Santo,in Il Santo,I(1961), pp. 21-36; A. Sartori, Docum. riguardanti Donatello e il suo altare di Padova, ibid.,pp.37-99.

Studi critici sulle opere e sul pensiero: G. Cantini, De fontibus sermonum s. A. qui in editione Locatelli continentur,in Antonianum,VI(1931), pp. 327-8o; A. Callebaut, Les sermons sur les Psawnes, imprimés sous le nom de st. A., restitués au card. J. d’Abbeville,in Archivum Francisc. Hist.,XXV (1932), pp. 161-74; D. Scaramuzzi, Nota di Cronaca,in Studi Francescani,IV(1932), pp. 603-11; J. Heerinckx, S. A. Patav. auctor mysticus,in Antonianum,VII(1932), pp. 39-76, 167-200; Id., Les sources de la théologie mystique de st. A. d.P., in Revue d’ascétique et mystique, XIII(1932), pp. 225-56; Id., La mistica di s. A. d.P., in Studi Francescani,V(1933), pp. 39-6o; M. a Pobladura, Relationes operum quae occasione VII centenarii antoniani edita sunt,in Collectanea Franciscana,III(1933), pp. 254-320; G. Cantini, La tecnica e l’indole del sermone medievale ed i sermoni di s. A.d. P., in Studi Francescani,VI(1934), pp. 60-80, 195-224; S. A. Dottore della Chiesa (Atti delle settimane antoniane tenute a Roma e a Padova nel 1946), Roma 1948 (il vol. comprende sedici conferenze di grande valore); S. Doimi, Carattere letterario e finalità delle opere di s. A.,in Acta congressus scholastici internationalis,Roma 1951, pp. 203-232.

Una serie di articoli riguardanti specialmente il cod. antoniano sono stati pubblicati da G. Piccoli in Miscellanea Francescana nei seguenti anni: LII (1952), pp. 461-513; LIII (1953), pp. 80-87, 213-218, 454-465.

(Tratto dall’Enciclopedia Treccani)