Airola

RECENSIONE DEL LIBRO DI SAMUELE CIAMBRIELLO “CASTE E CASTIGHI”.

IMG_1693[1]IMG_1694[1]IMG_1692[1]

Napoli. Caste e castighi. Il dito nell’occhio. L’ultimo lavoro di Samuele Ciambriello 

di Antonio Rungi 

“Caste e castighi. Il dito nell’occhio. Linguaggio, indignazione, speranze”. E’ questo il titolo con il quale l’autore, Samuele Ciambriello, ha voluto firmare l’ultimo lavoro della sua molteplice produzione scritta, soprattutto di questi anni. Si tratta di una raccolta di varie riflessioni, a seconda delle ricorrenze, dei fatti e degli avvenimenti locali, nazionali ed internazionali, con le quali  Ciambriello esprime il suo pensiero e la sua posizione, soprattutto in campo politico.  Temi molto cari all’autore, quali: carcere e giustizia; riforma della democrazia e della politica; sport. “Tutti i temi – scrive Ciambriello nell’introduzione – compreso quello sportivo, sono al centro di una tensione, di uno stimolo, di una coscienza critica che più che redimere vuol portare un piccolo contributo al superamento dell’ignoranza, dell’indifferenza. I temi trattati sono tutti verbi e sostantivi che attengono al nostro umano”. Ed aggiunge, mettendo in risalto la finalità dell’opera ed il contenuto stesso dei suoi scritti: “In questa mia raccolta ho condensato aforisticamente una serie di piccole riflessioni sparse suo mio quotidiano on line Linkabile.it e sui social network”.

In sintesi l’opera è un’attenta analisi delle problematiche che hanno attraversato la vita del Ciambriello nel corso della sua molteplicità di ruoli, funzioni ed attività svolte. “Mostro in questo libro tascabile – facendo quasi una confessione pubblica – le mie diverse anime, o i miei diversi percorsi professionali e di vita”, iniziando dall’attività di giornalista, di testimone dei “fatti e misfatti delle caste”, di narratore di storie di vita e di esperienze fatte che non possono restare esclusivo patrimonio culturale, spirituale ed umano dell’autore, ma che egli ritiene opportuno condividere con i suoi lettori ed amici. E’ uno scrivere o meglio parlare ad alta voce su temi cari all’autore, ma altrettanto cari a moltissime persone. Certo non tutto quello che ha scritto è condivisibile, ma lancia, a chi ha davvero “interesse” di riflettere sul mondo di oggi, la sfida di sapere leggere questo nostro tempo e farlo con la dovuta preparazione, con la coscienza retta, con la libertà di pensiero e parola che spesso manca anche nelle menti più eccelse del nostro, omologate su schemi e modi di pensare della classe dominante nei vari campi della cultura, del sapere, della politica, della stessa chiesa e della società.

E’, in poche parole un libro da leggere, perché stimola la critica e la riflessione personale, di cui oggi si ha necessità, visto il sistema di pensiero labile e di una società fluida che di certo e di definitivo non ha nulla. Tutto è opinabile, tutto è messo in discussione, tutto è suscettibile di rettifica, integrazione o negazione. Da qui la necessità, come scrive lo stesso Ciambriello, ricorrendo ad un aforisma di Giovanna Axia, di leggere il libro e di farlo con cortesia, “sapendo che la cortesia è la capacità di far stare bene gli altri”.

Il giudizio più appropriato dell’opera, lo possiamo rinvenire nella prefazione al libro, scritta dal Rettore dell’Università Federico II di Napoli, Gaetano Manfredi, che fissa, in questo significativo passaggio della presentazione della raccolta, la sua idea portante: “Rimbalzando tra sport, politica e cronaca, Samuele Ciambriello svolge un ruolo vitale per la nostra società, esprimendo posizioni anche fuori del coro, senza filtri, veraci e nette, senza l’esigenza di piacere a tutti, con la convinzione di fare la cosa giusta, lasciando solo parlare un’unica coscienza libera, la propria. Il colore ed il dinamismo del testo ammiccano anche al disaccordo. L’autore non è interessato ai giudizi sul merito delle sue idee e sorriderebbe ugualmente divertito vedendo il lettore liberare tra i denti malcelate parole di dissenso o soffocate esclamazioni di consenso”.

D’altra parte, la sua attenzione principale si ferma sulle caste, che diventano veri e propri castighi per la società. Caste di ogni genere e a tutti i livelli, di cui sottolinea che esse “hanno bisogno delle scorciatoie, della logica del tutto e subito, che gli viene richiesto. Un pò di velocità e un po’ di congelamento sembrano le armi più affilate delle corporazioni”.

E quali sono queste caste e corporazioni? L’autore le indica con precisione. “La casta –scrive nella prefazione – non è fatta solo dai politici, ma anche dai grandi ordini professionali, dai dirigenti pubblici e privati, dai magistrati, avvocati, giornalisti, pubblicitari, dal mondo delle curie ecclesiastiche, dai baroni delle Università…”.

Ed una amara costatazione: “La società civile e la chiesa annaspano nel buio, si trovano nel tunnel, spesso in una prigione senza finestre o ore d’aria”. Scrive a proposito della famiglia nella chiesa, apprezzando l’operato di Papa Francesco: “Basta con dogane pastorali e burocrati gestori del sacro che decidono chi è degno di varcare la soglia della Chiesa. La Chiesa non è un castello con un ponte levatoio. In fondo, dove non c’è misericordia e accoglienza non c’è Cristo” (pag. 56).

La raccolta delle varie riflessioni interessa il tempo cronologico che va dal 4 agosto al 20 dicembre 2014. In tutto 109 mini riflessioni o semplici considerazioni che richiedono un’attenta lettura, una preparazione adeguata in campo politico e diciamo anche la passione a leggere ed interpretare fatti ed eventi alla luce della nuove tecnologie della comunicazione di massa ed in particolare della rete telematica.

Vi invito a leggere questo libro e non solo per cortesia, ma per il bisogno di sapere. Scriveva il grande filoso e maestro Socrate, quando l’uomo smette di ricercare e sapere, smette di essere uomo. Il bisogno di sapere non per curiosità, ma per aumentare il livello di cultura e di informazione può essere soddisfatto leggendo questo ultimo lavoro di Samuele Ciambriello, anche se il sapere è limitato ad un periodo di tempo e spazio vitale ben preciso, seconda metà del 2014, ed è limitata ad una sola interpretazione, quella dell’autore, che ha sperimentato sulla sua persone le problematiche che affronta e che, almeno, nella loro valutazione non obbliga mentalmente o moralmente nessuno a condividerle. La libertà di pensiero, parola, espressione, opinione e di stampa è e sarà sempre un patrimonio delle persone davvero libere e davvero preparate. E Samuele Ciambriello rientra tra queste persone. Basta leggere il suo curriculum vitae e la sua storia per capire che ci troviamo di fronte ad una persona che della cultura ha fatto il tema centrale del suo percorso formativo, prima, durante e dopo il suo impegno politico diretto, nel suo partito di riferimento. Giornalista, Samuele Ciambriello è stato presidente del Corecom Campania e componente del Comitato Nazionale Tv e minori. E’ docente di “Teoria e tecnica della comunicazione” all’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” e di “Teoria e tecniche dell’elaborazione scritta dei testi” presso l’Università Link Campus. Nel 2012 ha pubblicato, per i tipi dell’editore Guida, il saggio “Dentro la comunicazione: concetti, modelli e persone”. E’ autore della novella “Dalla Valle Caudina al Vaticano”, pubblicata all’interno della Raccolta “in cò del ponte presso a Benevento” (2014).

E dell’Editore Guida di Napoli è la presente raccolta “Caste e castighi. Il dito nell’occhio. Linguaggio, indignazione, speranze”, pp.202, Napoli, Aprile 2015, costo Euro 8,00, codice 978-88-6866-093-2

 

AIROLA (BN). I FUNERALI DI ZIO MARCUCCIO.

logo

Airola (Bn) L’estremo saluto a Zio Marcuccio Ciaramella

Un legame profondo con i passionisti, di cui è stato collaboratore laico per oltre 30 anni. E i passionisti della provincia dell’Addolorata, in modo speciale i Passionisti del Convento di Monteoliveto hanno voluto dare l’estremo saluto al carissimo amico durante il solenne funerale che si è svolto nella chiesa di San Michele a Serpentara, oggi, 7 gennaio 2015. Marco Ciaramella, 94 anni, era morto il giorno 5 gennaio alla vigilia dell’Epifania, sulla tarda serata, addormentandosi serenamente nel Signore, come serena è stata la sua vita, vissuta con la sua metà, Antonietta Ricciardi, sua coetanea, che l’ha assistito fino alla fine.  Ex-carabiniere, Zi Marcuccio è stato per Airola, soprattutto per la zona di Santa Caterina un punto di riferimento storico, spirituale e di onestà. Vissuto vicino alla Serva di Dio Concetta Pantusa, ha respirato il clima della spiritualità passionista, francescana e delle clarisse. Le tre chiese di riferimento per la sua vita spirituale e cristiana erano il Convento di Monteoloveto, le Clarisse e San Pasquale. Conclusa la sua esperienza nell’Arma Benemerita, Zi Marcuccio si era dedicato alla sua antica passione di agricoltore, dedicando il suo volontariato, prima alla Casa di rieducazione femminile, affidata al Suore di Gesù Redentore,  ai passionisti del Convento di Monteoliveto, condividendo con i padri non solo le attività quotidiane, ma anche la vita e la preghiera del monastero, contemporaneamente svolgeva il suo volontariato presso le Suore Pallottine, avendo una cugina tra di loro, Suor Lourdes, anche lei prsennte insieme ad altre suore ai funerali. E i passionisti riconoscenti sono arrivati numerosi per partecipare alla santa messa esequiale. E’ arrivato dal santuario della Civita in Itri, padre Antonio Rungi, passionista, ex-superiore provinciale, originario di Airola, che con Zi Marcuccio e Zi Antonietta ha vissuto i suoi primi anni di vita, prima di entrare tra i passionisti, confinando con la casa di sua proprietà, ma anche negli anni successivi. Ogni venuta ad Airola era d’obbligo per padre Rungi la visita a  Zi Marcuccio, soprattutto, quando in seguito ad un incidente, rimase  a letto. Sono arrivati gli altri padri: Ludovico Izzo, ex-superiore provinciale e ex-superiore di Monteoliveto; padre Amedeo De Francesco, ex-parroco di San Michele a Serpentara e ex-vicario della comunità di Airola; padre Antonio Graniero, ex-vicario della comunità passionista di Monteoliveto. Della comunità passionista attuale di Monteoliveto erano presenti il superiore-parroco, padre Paquale Gravante, padre Onorio Volpicelli; padre Francesco Minucci. In rappresentanza della provincia religiosa dei passionisti della Campania e del Basso Lazio è giunto da Napoli, padre Mario Caccavale, attuale preposito provinciale, che ha presieduto il rito ed ha tenuto l’omelia sui testi biblici della celebrazione, mettendo in risalto il significato della morte dei fedeli alla luce della morte e risurrezione di Cristo. Concelebranti principali, padre Ludovico Izzo e padre Pasquale Gravante, parroco che a conclusione della messa ha tratteggiato un sintetico profilo umano e cristiano di Zi Marcuccio. Il rito iniziato alle ore 10.00 si è concluso alle ore 11.00 e la liturgia è stata animata dai canti del Coro San Gabriele dell’Addolorata di Monteoliveto. Presenti al rito i parenti più stretti del caro defunto, i nipoti, e una rappresentanza dell’Associazione nazionale dei Carabinieri – Sezione Airola, il cui presidente ha letto alla fine della messa la preghiera del Carabiniere, alla Virgo Fidelis; presenti anche amici ed estimatori di Zi Marcuccio e diversi fedeli della Parrocchia di San Michele a Serpentara, nonostante la giornata lavorativa.

“Con zi Marcuccio – ha detto padre Antonio Rungi – va via un altro pezzo di storia di questa mia città. La rettitudine morale, la serietà, l’affabilità, il rispetto altrui, la speciale devozione a Santa Maria Goretti, la venerazione verso i sacerdoti, soprattutto di noi passionisti, con i quali ha vissuto praticamente buona parte della sua vita, come collaboratore laico sono esempi di uomini di altri tempi, di grande elevatura umana e morale, di grande sensibilità. Pur non avendo avuto il dono dei figli era per tutti un padre e un nonno affettuoso, premuroso e generoso. Incontrarlo era una gioia per tutti, per il suo stile affabile, amabile e rispettoso di tutti. Una persona dal cuore grande e dalla sensibilità fuori dal comune. Sono vicino personalmente alla moglie Zia Antonietta, ai parenti e familiari più stretti, assicurando la mia preghiera di suffragio per Zi Marcuccio e di vicinanza spirituale per quanti soffrono di questa grave perdita per loro stessi e per gli altri”.

AIROLA (BN). DOMANI CONCLUSIONE DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA NELLA CHIESA DELLA CONCEZIONE

DSC00898 DSC00899

AIROLA (BN). DOMANI LA CHIUSURA DEL NOVENARIO IN ONORE DELL’IMMACOLATA NELLA CHIESA DELLA CONCEZIONE

Si chiude domani con un doppio appuntamento religioso, il solenne novenario in onore della Madonna Immacolata, che, quest’anno,  per la prima volta, è stato predicato, dal 29 novembre all’8 dicembre 2014, dal noto missionario passionista, padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei passionisti della Campania, teologo morale, docente nei licei e giornalista. Un doppio appuntamento liturgico domani, solennità dell’Immacolata: alle ore 8,30 solenne concelebrazione eucaristica, presieduta da padre Antonio Rungi e concelebrata da don Liberato Maglione, parroco dell’Annunziata ed assistente spirituale della Congrega della Concezione, insieme a padre Pasquale Gravante, parroco di San Michele Arcangelo e Superiore dei Passionisti di Monteoliveto. Padre Rungi concluderà la predicazione che lo ha visto impegnato per 10 giorni nella sua città natia, tenendo le riflessioni alla  sera, durante la messa serale delle ore 18.30. Quest’anno c’è stata un’ampia partecipazione dei fedeli alla novena, nonostante il tempo inclemente, tra cui diversi giovani della città. La partecipazione più consistente è stata in occasione della messa presieduta dal Vescovo, monsignor Michele De Rosa, giovedì 3 dicembre 2014 e negli ultimo tre giorni della novena, durante i quali, come tutte le sere è stato padre Rungi a dettare la meditazione per i presenti che hanno seguito con vivo interesse e partecipazione alla celebrazione. Diversi gli iscritti della Congrega della Concezione, che sono 220 al momento, che hanno preso parte alla novena, animata dai canti delle scholae cantorum delle parrocchie di Airola e dei Convento dei Passionisti. A conferma che è ancora viva e sentita la devozione alla Madonna Immacolata che è stata ricordata e onorata, in questi 10 giorni, anche nelle altre chiese di Airola. Altro momento importantissimo della giornata di festa di domani, 8 dicembre 2014, è la processione che si svolgerà alle ore 15.00 circa, con la statua della Madonna Immacolata, per la zona del Borgo di Airola e che sarà guidata dal parroco don Liberato Maglione. Un’ora circa di peregrinatio della venerata immagine della Madonna Immacolata, che sarà portata in processione nei luoghi vicini alla Chiesa della Concezione, che, oggi, a distanza di 300 anni circa, costituisce il cardine della devozione mariana all’Immacolata nella cittadina della Valle Caudina. Merito soprattutto della Congrega della Concezione che ha conservato, in sintonia con i parroci dell’Annunziata, che si sono succeduti nel tempo, questo speciale culto alla Madre di Dio, esentata per singolare privilegio dal peccato originale, per cui Maria è stata proclamata, con un dogma di fede specifico, Immacolata. A conclusione della processione, sarà don Liberato a presiedere la messa di ringraziamento per il dono di questi giorni di spiritualità mariana che ha vissuto la cittadina di Airola, sotto la guida di padre Antonio Rungi, passionista, sacerdote nato in questa città e poi chiamato a seguire san Paolo della Croce, tra i passionisti, in varie parti d’Italia, come missionario e superiore provinciale. Ed è stato proprio padre Rungi “a volere ringraziare, nella persona del priore della Congrega, Pasquale Meccariello, tutto il sodalizio religioso e quanti si adoperano ogni anno per la buona riuscita della festa della Madonna Immacolata nella Chiesa della Concezione”.

 

Questa sera dalle 21,30 alle 22,30, la Veglia di preghiera in preparazione alla solennità dell’Immacolata, nella Chiesa della Concezione, guidata da padre Antonio Rungi, che ha concluso la veglia con la benedizione eucaristica.

 

AIROLA (BN). TRE SECOLI DI STORIA DELLA CONGREGA DELL’IMMACOLATA

DSC00833 DSC00834 DSC00835 DSC00836 DSC00837 DSC00838 DSC00839 DSC00840 DSC00841 DSC00842 DSC00843 DSC00844 DSC00845 DSC00846

AIROLA (BN). TRE SECOLI DI STORIA DELLA CONGREGA DELL’IMMACOLATA 

Sono circa trecento anni che la Congrega della Concezione, nella storica ed artistica chiesa del Borgo di Airola (Bn), opera ininterrottamente per diffondere il culto verso la Madonna Immacolata. Nata all”inizio del 1700, la Congrega ebbe il riconoscimento ufficiale nel 1737.  A ricordare questo storico avvenimento, nel contesto del novenario in preparazione alla festa della Madonna Immacolata ad Airola (Bn), predicato da padre Antonio Rungi, passionista, mercoledì sera, 3 dicembre 2014, è stato sua eccellenza monsignor Michele De Rosa, Vescovo di Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti che ha presieduto la solenne eucaristia delle ore 18,30, nella Chiesa della Concezione, davanti a molti fedeli accorsi per condividere il momento di preghiera con il pastore della diocesi che ha avuto alla sua guida Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il cantore di Maria che ha fissato in alcuni scritti la sua speciale devozione alla Vergne Santissima.

Presenti al rito padre Antonio Rungi, don Liberato Maglione e don Domenico, segretario del  Vescovo. Tra le autorità presenti il sindaco della città Michele Napoletano, l’assessore al bilancio, Angelo De Sisti, l’ex-comandante della Polizia Municipale, Pompeo Rungi, i confratelli della Congrega, con il priore, Pasquale Meccariello. Il Vescovo nella sua sentita e puntuale omelia ha parlato della devozione alla Madonna, richiamandosi ad un dei documenti fondamentali del Concilio Vaticano II, la Lumen Gentium, sottolineando che la vera devozione consiste nell’imitare le virtù di Maria.

La messa è stata animata dalla corale parrocchiale della Chiesa dell’Annunziata, in grande uniforme, che ha eseguito dei bellissimi canti liturgici e mariani.

Una celebrazione nel suo complesso molto sentita e partecipata, come d’altra parte tutto il novenario che, in quest’anno, ha avuto un particolare seguito, per la presenza del noto predicatore e missionario della Congregazione della Passione di Gesù Cristo (Passionisti), padre Antonio Rungi, originario di Airola, già superiore provinciale, come ha voluto ricordare all’inizio della messa, nel saluto rivolto al Vescovo, don Liberato Maglione, presente ogni sera al novenario nella Chiesa della Concezione. Una chiesa importante sia per l l’antichità del tempio mariano e sia per la artistica tela, sulla quale è stata fissata una delle più belle icone della Madonna Immacolata e che risale al XVII secolo. Quadro donato dalla famiglia Caracciolo alla nascente chiesa dedicata alla Madonna.

Singolare fatto è, che tale Congrega della Concezione fu operativa oltre un secolo prima della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione avvenuto nel 1854 per opera di Pio IX.

La novena di predicazione sta proseguendo in questi giorni e sta accompagnando spiritualmente i fedeli alla festa dell’Immacolata dell’8 dicembre. L’intero ciclo di predicazione, tenuto da padre Rungi, si concluderà lunedì prossimo, solennità dell’Immacolata con la messa officiata da padre Antonio Rungi, alle ore 8,30, concelebrata da don Liberato e da padre Pasquale Gravante, parroco di S.Michele e superiore dei passionisti del convento di Monteoliveto.

Nel pomeriggio poi la processione e in serata  un momento di festa insieme per ricordare la Madonna e per accendere le luci di Maria Immacolata in vista del Natale 2014. Un Natale, che, nonostante la crisi economica, già si respira nell’aria, anche con gli addobbi per strada e nei negozi della città e con l’illuminazione della Piazza della Concezione, illuminata a festa con le luci natalizie, che danno vita al Borgo antico di Airola, “la cittadella di Maria”, come l’ha definito padre Antonio Rungi all’inizio del novenario in onore dell’Immacolata.

 

 

 

 

 

 

 

AIROLA (BN). NOVENA DELL’IMMACOLATA PREDICATA DA PADRE RUNGI

DSC00817 DSC00818 DSC00819 DSC00820 DSC00821 DSC00822 DSC00823 DSC00824 DSC00825 DSC00826

AIROLA (BN). IN PIENO SVOLGIMENTO LA NOVENA DELLA MADONNA IMMACOLATA PREDICATA DA PADRE ANTONIO RUNGI 

E’ iniziata sabato 29 novembre e terminerà domenica 7 dicembre 2014 la solenne novena in preparazione alla festa della Madonna Immacolata nella Chiesa della Concezione al Borgo, in Airola (BN). Quest’anno a tenere la predicazione è padre Antonio Rungi, passionista, noto missionario e teologo morale, che è originario di Airola ed è la prima volta che predica in questa chiesa di proprietà della Congrega della Concezione. Padre Rungi negli anni passati e recenti a più volte ha predicato il settenario dell’Addolorata e il novenario di santa Maria Goretti. Tema della predicazione che accompagnerà i fedeli alla festa dell’Immacolata 2014 è “Le beatitudini di Maria”.
Nel primo giorno, padre Rungi, assistito dal Don Liberato Maglione, parroco dell’Annunziata, ha parlato della prima beatitudine del vangelo: “Beati i poveri in spirito”. Domenica 30 novembre, prima domenica di Avvento, davanti a tantissimi fedeli che riempivano la chiesa, padre Antonio ha parlato della fede di Maria, riportandosi al momento della visitazione, quando in una sintetica espressione pronunciata da santa Elisabetta e rivolta a Maria afferma, ella “Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore”.
Su questa espressione, padre Rungi ha sviluppato la sua meditazione agganciandola ai testi della sacra scrittura della prima domenica di Avvento, specialmente alla prima lettura tratta dal profeta Isaia. La novena proseguirà regolarmente nei prossimi giorni. Giovedì. 3 dicembre sarà il Vescovo di Cerreto-Telese- sant’Agata dei Goti, monsignor Michele De Rosa, a presiedere la solenne liturgia eucaristica vespertina, prevista, come tutte le sere alle ore 18.30. I tanti devoti della Madonna si ritrovano insieme anche per la preghiera del Santo Rosario, preludio alla celebrazione eucaristica, alle ore 18.00. La messa è animata dalla scola cantorum della parrocchia dell’Annunziata, nella cui giurisdizione territoriale rientra la Chiesa della Concezione. Questa chiesa è stata costruita nel secolo XVI e la Congrega è stata istituita nel 1737 e da allora ha operato ininterrottamente. Attualmente sono 220 gli iscritti e partecipanti al sodalizio religioso, il cui attuale priore è Pasquale Meccariello, che insieme al direttivo promuove varie iniziative per la chiesa della Concezione, on ultimo la recente ristrutturazione della Chiesa, un luogo di culto mariano molto caro agli airolani e particolarmente agli abitanti del Borgo.
La presenza di padre Rungi quale predicatore della novena è stata accolta nella comunità con grande gioia ed entusiasmo, segno evidente di fortissimo legame spirituale che lega il missionario passionista, già superiore provinciale dei passionisti della Campania e del Lazio Sud, alla comunità cristiana di Airola. Nei prossimi giorni la novena proseguirà come al solito con il rosario meditato alle ore 18.00 e le confessioni e a seguire la celebrazione della divina Eucaristia alle ore 18,30, che sarà presieduta dal padre Antonio Rungi.

Airola (Bn). E’ morta Suor Agnese Liguori, monaca clarissa

suoragnese

Airola (Bn). E’ morta Suor Agnese Liguori, monaca clarissa

di Antonio Rungi

E’ di ieri, lunedì 13 ottobre 2014, la notizia della morte di Suor Agnese Liguori, monaca Clarissa del Monastero “Regina Coeli” di Airola che molti airolani hanno avuto la gioia di conoscere personalmente, in quanto le Monache Clarisse sono molto presenti nella vita della città, pur vivendo nel monastero, in assoluta clausura.

Suor Agnese era nata a Santa Maria a Vico 91 anni fa. Il primo segnale di vocazione l’avverte a 5 anni, quando è guidata da una sua parente, anche lei monaca clarissa, a conoscere il carisma di Francesco d’Assisi e di Santa Chiara. Entra tra le monache clarisse di Airola a 19 anni, dopo gli anni propedeutici e di discernimento. Settantadue anni di vita religiosa e claustrale, tutti vissuti in questo storico monastero del Sannio, unico in tutto il Meridione d’Italia, dopo quello di Santa Chiara a Napoli. Pochissime le uscite dal monastero per motivi di salute, per qualche intervento chirurgico e per il civile dovere delle votazioni.

Madre badessa per diversi anni ha guidato la comunità monastica con equilibrio, saggezza e stile materno. In poche parole una santa religiosa che prese a cuore seriamente la chiamata del Signore. Una donna di preghiera e di alta spiritualità, con un carattere estremamente affabile. Sempre affettuosa, dolcissima, buona e tenera come una mamma, Suor Agnese è una delle tante suore che hanno fatto della vita di preghiera, di carità il centro della loro esistenza di persone consacrate nel secondo ordine francescano. Un esempio per consacrati e laici.

I funerali solenni si svolgeranno, martedì 14 ottobre 2014 alle ore 15,30 nel monastero delle clarisse di Airola, dove ha vissuto per 72 e dove è santamente spirata nella mattinata del 13 ottobre, dopo aver ricevuto i sacramenti, l’unzione degli infermi e aver fatta per l’ultima volta la Comunione sacramentale.

A presiedere i solenni funerali  ci sarà il vescovo di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, monsignor Michele De Rosa, con la partecipazione del Ministro Provinciale dei Frati Minori della Provincia Sannito-Irpina, fra Sabino Iannuzzi, di altri religiosi francescani e passionisti, che hanno seguito l’itinerario spirituale di Suor Agnese. Saranno  tantissimi i  fedeli di Airola che parteciperanno ai funerali di Suor Agnese, avendola conosciuta e avendo apprezzato la vita di questa santa monaca clarissa, che ha lasciato un segno speciale nel cuore dei piccoli, dei giovani e dei grandi.  Riposi in pace.

Commento alla parola di Dio di domenica 6 luglio 2014

padrerungi1
DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO

Andare, prendere e imparare da Cristo

padre Antonio Rungi

Dopo un lungo periodo di feste e ricorrenze speciali, oggi, si ritorna alla liturgia delle domeniche del tempo ordinario. Celebriamo, infatti, oggi, la XIV domenica del tempo ordinario. Al centro della liturgia della parola di Dio di oggi il tema dell’umiltà e della semplicità della vita che tutti dobbiam…o attingere dal nostro modello che è Cristo. Nel Vangelo di oggi sentiamo parole di grande sostegno e conforto morale e spirituale da parte di Gesù stesso, che ci dice, quale maestro di vita che testimonia e non parla soltanto, queste bellissime e toccanti espressioni di amore e di vicinanza all’uomo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Tre verbi che vorrei sottolineare in questa omelia: venite a me; prendete il mio gioco ed imparate da me.
Andare da Cristo. Ci sono tanti modi e tanti motivi per andare da Cristo o fuggire da Lui. Noi vogliamo andare dal Signore, perché Egli è la nostra forza, la nostra guida, il nostro ristoro. L’andare verso esprime un cammino di vita interiore che tutti i cristiani devono saper compiere con gioia e sincerità, sapendo che vanno incontro alla Bontà ed alla Felicità per eccellenza che è Cristo. Chi, infatti, incontra veramente Cristo e fa esperienza di vita intima con Lui incontra la gioia e la felicità. Chi invece non lo incontra va via e non ne sente neppure il bisogno e la nostalgia. Dovremmo ripetere ogni volta nel nostro cuore quelle bellissime parole di Agosto d’Ippona, una volta convertito a Cristo: il mio cuore Signore è sempre inquieto finquando non riposa in Te. Tutto vero per chi sa di sperimentare la gioia nel Signore quando vive in Lui, con Lui e per Lui.
L’altro verbo è prendere il gioco della sofferenza, il peso della croce. Essere felici di portare la croce ed accettare la prova. Sembra un assurdo ed un paradosso. Gesù ci insegna come questo gioco diventa davvero leggero se è portato per amore e per un forte ideale che motiva anche la rinuncia e il sacrificio. Lui questo gioco pesante se lo ha caricato sulle spalle ed è andato alla croce, al calvario, alla morte, nonostante il dolore, facendo tutto perché ha amato noi fino a dare la vita per no. Questo gioco che a volte può interessare anche la nostra esistenza terrena, non venga mai rigettato o scaricato sulle spalle degli altri. Ognuno sappia portare il proprio gioco del dolore con dignità, chiedendo a Gesù la forza per andare avanti, quando la salita si fa più pesante e le forze vengono meno nel lavoro spirituale di perfezionamento nella carità.
Terzo verbo è imparare. Questo nostro maestro di vita è molto esigente, perché chi dà amore e chiede amore è esigente per sua natura. L’amore non è qualcosa di precario e provvisorio, ma di definitivo e di totale coinvolgimento della persone. Gesù che ci chiede di imparare da Lui che è mite ed umile di cuore, vuol dire che il nostro cuore difficilmente sarà umile e mite. Lui mite agnello immolato sulla croce per noi, si è fatto simile all’uomo assumendo la natura umana e umiliando se stesso fino al sacrificio della croce ci indica la strada per essere veramente miti ed umili. Dove e come possiamo giustificare davanti a questo Re mite ed umile di cuore, la nostra superbia, la nostra freddezza e indifferenza? Non c’è giustificazione di sorta per coloro che non sanno essere umili e non sono miti. Dio che è amore è tenerezza e dolcezza infinita, anche se rimane giusto giudice che valuta le cose di questo mondo con sapienza ed equilibrio che solo in Dio possiamo ritrovare in massimo grado. Ecco perché la Chiesa oggi ci fa pregare in sintonia di intenti e di cuore con questa preghiera iniziale della santa messa odierna: O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. E sul tema della gioia e della speranza per la venuta del Messia è incentrata la prima lettura di oggi, tratta dal libro di uno dei primo grandi profeti dell’Antico Testamento che è Zaccaria. Testo che incontriamo nella liturgia dell’Avvento e che qui viene riproposto con forti richiami alla mitezza, dolcezza e povertà del divino Maestro: «Esulta grandemente, figlia di Sion,giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle azioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
Da parte sua San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima lettera ai Romani ci parla della vita secondo lo spirito. Solo chi si lascia guidare dallo spirito diventa persona umile e saggia nella vita. Chi si lascia guidare dallo spirito del mondo e della carne, pensa ed agisce solo per realizzare aspettative terrene, dimenticandosi del cielo e di come si va in cielo. Costui diventa l’uomo del solo voler sapere e conoscere, ma mai l’uomo del sapere volare in alto e andare verso la vera patria, quella comune a quanti credono e a quanti non credono, perché il destino eterno dell’uomo è uguale per tutti, anche se può cambiare la destinazione finale. Perciò risuona con forza questa parola di vita che proclamiamo oggi nella liturgia domenicale: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.
Lo spirito è vita, la carne è morte. Questa chiara opposizione tra bene e male, tra corpo ed anima, tra spirito e materia, San Paolo Apostolo la vuole sottolineare con forza, perché ci chiede una risposta coraggiosa per ilo Signore. Un cristiano non può vivere immerso nelle cose materiali, è un pagano di fatto, se da retta solo a ciò che soddisfa la carne, le sue terribili passioni, che se non controllate e contraste riducono l’uomo spiritualmente in cenere, distruggono il Lui ciò che è più bello e nobile della sua vita, quella intimità con Dio, quella purezza del cuore e della vita. E questo riferimento capita a proposito oggi, quando la Chiesa ricorda una piccola grande santa martire dei nostri tempi, Maria Goretti. Questa piccola grande donna capì perfettamente dove era la vera gioia, anche a soli 12 anni, respingendo con coraggio ed forza colui che brutalmente e per depravazione morale voleva offendere la sua dignità di bambina di Dio. Ecco l’esempio dei santi, come quello di Maria Goretti ci immettano in quel clima di spiritualità permanente, mediante la quale possiamo pregare con le stesse parole di Gesù che oggi ascolteremo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Amen.

La solennità dei Santi Pietro e Paolo – 29 giugno 2014

papa-francesco-e-indulgenza-plenaria-gmg-vaticanese

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

La chiesa di Pietro e Paolo è la Chiesa di Cristo

di padre Antonio Rungi

In questa domenica di fine giugno 2014, celebriamo la solennità di due giganti della fede che sono gli apostoli Pietro e Paolo. Pietro in primo luogo scelto da Gesù, al quale rispose prontamente, lasciando ogni cosa e seguendo lungo la strada della sua missione terrena. Paolo che venne alla fede in Cristo, in seguito, dopo la conversione e in seguito ad una specifica illuminazione del  Cristo ricevuta sulla via di Damasco. La devozione popolare, fin dai primi tempi del cristianesimo, li ha associati nella venerazione e nella proposizione dei loro modelli di vita cristiana. Entrambi apostoli anche se Paolo non ha conosciuto direttamente Gesù, né faceva parte del gruppo dei Dodici, entrambi soprattutto testimoni e martiri in una Roma che non voleva assolutamente che il cristianesimo prendesse piede e si diffondesse, mentre la predicazione e la celebrazione. Sono gli apostoli delle catacombe che ebbero il coraggio di portare avanti l’opera di evangelizzazione, in un impero pagano, senza timore della morte e del martirio. Riflettere sulla loro testimonianza di vita cristiana è per noi cristiani del XXI secolo un forte richiamo ad essere fedeli ai nostri impegni assunti davanti a Dio con il battesimo, sacramento della nostra fede.

Certo Pietro non fu subito capace di entrare nel mistero di Cristo, soprattutto nell’accettare un Messia umiliato ed offeso con la condanna e la morte in croce, fino al punto di rinnegarlo oppure scoraggiato ritornare sui suoi passi mentre già a Roma il cristianesimo aveva preso piede.

Da parte sua, Paolo che da persecutore dei cristiani, presente al martirio, per lapidazione, di Santo Stefano e poi l’apostolo delle Genti, ci dicono questi due santi apostoli come è difficile essere fedeli fino in fondo alla parola di Dio e come è difficile vivere e sentirsi chiesa, non nella solitudine dei nostri pensieri ed attese, ma con la convinzione che noi siamo un solo grande popolo di Dio in cammino verso la vera felicità, quella che Cristo è venuta a portarci con la sua morte e risurrezione e con la sua parola di verità.

Nonostante i limiti umani, Pietro e Paolo, come tutti gli apostoli di Cristo, quelli che nella vita terrena hanno fecondato con il loro sangue la Chiesa: hanno bevuto il calice del Signore, e sono diventati gli amici di Dio. Oggi ci rivolgiamo a due amici speciali di Dio e di Cristo, per chiedere a loro i dono della fede coraggiosa e dell’amore incondizionato verso il Signore. Lo facciamo con una semplice preghiera che come credenti, oggi, nella celebrazione della santa messa eleviamo al Signore nella comunione ecclesiale: “O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede”.

Oggi è la festa del Papa, successore di San Pietro, è la festa del nostro attuale Pontefice, Papa Francesco, ed è anche la festa del Papa emerito, Benedetto XVI che portiamo, entrambi, con la stessa intensità e venerazione nelle nostre umili preghiere.

La figura di Pietro è tratteggiata nella sua straordinaria bellezza spirituale nel momento della liberazione dalla prigionia, sotto il regime di Erode. Gli Atti degli Apostoli ce ne raccontano il dettaglio di tutta l’operazione di “salvataggio” del capo del collegio apostolico che il Signore pose in essere e realizzò, per non lasciare senza guida spirituale il gruppo, che faceva il suoi primi passi verso l’annuncio missionario, nei luoghi della nascita, della vita, della morte e della risurrezione di Gesù. «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva», esclama Pietro, quando si accorge che la liberazione dalla prigionia è soltanto opera di Dio. In quella prigione, in quelle catene ci sono tutti i segni ed i simboli di chi e di come si possa imprigionare la parola di Dio e non farla avanzare. Erode esprime il male in tutti i sensi, Dio esprime la grazia e la liberazione. Anche noi spesso siamo afflitti da catene e prigioni di ogni genere che non ci fanno camminare nella via della verità, della santità e della moralità. Abbiamo bisogno di essere liberati dal male che sta dentro di noi con la grazia, mediante l’angelo della vita e della risurrezione. Preghiamo il Signore che come mandò i suoi angeli a liberare Pietro dalle catene della prigionia fisica invii i suoi angeli a liberarci dalla prigionia del nostro egoismo e diventare credibili annunciatori del vangelo della gioia e della risurrezione. Ne abbiamo bisogno tutti in questo momento storico della chiesa e dell’umanità, dove tanti sono i maestri, ma pochi sono i testimoni. Tanti sono quelli che dicono, ma pochi sono quelli che fanno ed agiscono per il bene della chiesa e del mondo.

Entriamo in quello spirito di oblazione di cui ci parla l’Apostolo Paolo in una delle lettere e passaggi più belli dei suoi scritti inviati all’amico Timoteo: Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. La  coscienza e la consapevolezza di Paolo che Dio aveva operato in lui grandi cose e che a conclusione della sua vita, può dire di tutto e scrivere di tutto dal profondo del suo cuore, lo fa concentrare su due idee che sono di insegnamento per noi “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ed  aggiunge con riconoscenza e gratitudine: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Questo e Paolo e soprattutto questi sono Pietro e Paolo insieme. Un binomio di santi apostoli che ancora oggi ci insegnano amare Dio e a professare la fede in cui, a renderla visibile al mondo intero con la predicazione del vangelo. In passaggio fondamentale della confessione della fede di Pietro in Gesù Cristo, a Cesarea, comprendiamo tutta la portata grandiosa di un dono che Pietro ha accolto e fatto suo, il dono dello Spirito, che gli fa pronunciare parole di straordinario amore e docilità verso Gesù, suo Maestro e Signore: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Una professione di fede che Gesù inquadra in un contesto spirituale ben preciso, e tale deve rimanere: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parole che risuonano nel mondo da 2014 anni. Tutto passa, solo Dio resta. Sono passati, regni, popoli, culture, nazioni, potentati, la Chiesa, fondata su Cristo, nonostante le tante tempeste e i peccati degli uomini di chiesa e dei cristiani, rimane salda al suo popolo, perché la Chiesa non è dei Papi, dei vescovi, dei preti e neppure dei fedeli laici, è solo e soltanto di Cristo. Sono chi vive in Cristo promuove e difende la chiesa con la santità della vita e non con le sole parole di circostanze o nuovi integralismi che possono trovare accoglienza in una chiesa che è e deve continuare ad essere madre, sull’esempio di Pietro e Paolo, apostoli della fede e della comunione ecclesiale.

 

Commento alla liturgia del Corpus Domini 2014

padrerungi1

Solennità del Corpo e Sangue del Signore

Dacci sempre il tuo corpo e il tuo Sangue, Gesù

padre Antonio Rungi

In questa domenica in cui celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Gesù il mio primo pensiero va a quanti questo corpo e questo sangue, sacramento della presenza reale e divina di Gesù, non possono riceverlo e per tanti sacerdoti che non possono e non hanno potuto celebrarlo nel corso dei millenni, da quel giovedì santo, durante l’ultima cena, in cui Gesù istituiva l’eucaristia e il sacerdozio per essere più vicino a noi con le specie del pace e del vino. Penso a quanti non lo possono ricevere e soffrono per questo e penso, in secondo luogo, a quanti lo possono ricevere e non sentono il bisogno di farlo, dai più piccoli ai più grandi, dai bambini della prima comunione che anche quest’anno 2014, nei giorni scorsi ed oggi in particolare si accosteranno per la prima volta al Santissimo Sacramento dell’Altare. Penso agli ammalati in ospedale o nelle case in cui difficilmente arriva il ministro dell’eucaristia o il ministro straordinario della comunione per portare a quanti soffrono il viatico della gioia del cuore, che è Cristo Signore. Penso a quanti si sono fatti santi mettendo al centro della loro vita la messa, l’eucaristia e l’adorazione eucaristica, la partecipazione al culto eucaristico dentro e fuori la celebrazione della messa. I santi religiosi, sacerdoti, vescovi e papi, i tantissimi fedeli laici che hanno alimentato la loro esistenza alla fonte inesauribile della grazia eucaristica. Ecco, oggi festeggiare il Corpus Domini, non è solo replicare le abitudini quotidiane o settimanali della partecipazione alla messa e alla santa comunione, molte volte senza fervore e senza zelo, ma è essenzialmente immergersi in questo mistero della fede, mediante il quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. L’eucaristia ci immerge in questo mistero del già e del non ancora. La certezza della vita e della risurrezione e la speranza della salvezza eterna e definitiva. Noi nell’eucaristia anticipiamo tutto questo. Ecco perché è chiamata in tanti modi: sacrificio, mensa, banchetto nuziale, cena, frazione del pace, comunione ed altri termini teologici, elaborati dalla riflessione dei santi e del magistero che si sono concentrati sull’eucaristia e sulla messa, memoriale della pasqua del Signore.

La liturgia della parola che oggi ascoltiamo e sulla quale siamo invitati a meditare e riflettere per vivere questa giornata di gioia con lo spirito giusto e con il cuore libero da ogni altra preoccupazione che non sia quello di dare lode a Dio, ci aiuta proprio in questo cammino eucaristico che ci spinge quasi naturalmente verso la santità, che è la meta più alta alla quale possiamo aspirare. Lo facciamo con la preghiera della sequenza che oggi tutta l’assemblea convocata per la santa messa, recita prima della proclamazione del vangelo:Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev’essere gettato. Con i simboli è annunziato,  in Isacco dato a morte, nell’agnello della Pasqua, nella manna data ai padri. Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi.

In questa speciale preghiera eucaristica vogliamo soffermarci su questa espressione: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni. E’ l’essenza stessa dell’eucaristia. In essa Gesù si fa nostro cibo e nostra bevanda per nutrirci e difenderci dagli assalti del male e del peccato.

Come nella vita fisica,  senza il necessario, adeguato e specifico nutrimento si abbassano le difese immunitarie, così nella vita spirituale senza l’eucaristia si abbassano i livelli di spiritualità e moralità e la vita di un vero cristiano si riduce a vita materiale, spesso vissuta anche rettamente, ma non certamente contrassegnata da questo rapporto continuo e sacramentale con Cristo che proprio l’eucaristia ci offre.

Con Cristo in noi, tutto possiamo realizzare dei nostri sogni più veri e delle nostre aspettative più certe. Nell’eucaristia, infatti, la nostra vita si trasforma continuamente in Cristo, vive e rivive la vita di Cristo non solo nel momento in cui riceve il corpo del Signore, ma perché quel corpo donato e quel sangue versato sulla Croce per noi ci redime continuamente da ogni colpa, ci rivitalizza sempre.

Perciò i cristiani, i martiri dei primi secoli pur di celebrare l’eucaristia, non temevano di andare a morire per questo valore. Le catacombe erano i luoghi speciali di preghiera, ma soprattutto i luoghi per fare memoria del Signore, facendo tesoro quel comando che Cristo aveva dato loro nell’ultima cena: Fate questo ogni memoria di me.San Paolo  Apostolo nel brano della prima lettera ai Corinzi, ci rammenta, infatti, cosa in effetti produce in noi l’eucaristia: “ Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. E’ la dimensione ecclesiale dell’eucaristia. E sappiamo bene come il magistero della chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, specialmente con San Giovanni Paolo II, abbia voluto accentuare la dimensione ecclesiale dell’eucaristia, in quanto non c’è chiesa senza eucaristia e non c’è eucaristia se non nella chiesa, cioè nella comunione. Possiamo comprendere questa dimensione alla luce del discorso di Gesù sul pane della vita, come ci viene testualmente riportato dall’evangelista Giovanni, nel brano di oggi: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Ed aggiunge: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda>>. Pane per la vita del mondo è questa l’eucaristia. E questa la solennità del Corpus Domini che ci accingiamo a vivere con un cuore rinnovato dall’amore e dall’ardore eucaristico. Facciamo accendere dentro di noi questa fiamma che possa guidare i nostri gesti quotidiani, quando l’eucaristia dalla celebrazione, passa ad essere solo e soltanto diaconia e servizio. Non c’è chiesa eucaristica se non si fa serva per amore sull’esempio del proprio Maestro e Signore. Ecco che con grande gioia nel cuore possiamo oggi pregare così con tutta la chiesa sparsa nel mondo e che si ritrova particolarmente in questo giorno intorno alla sorgente della sua carità e del suo amore per l’umanità: “Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno”. Amen.

10465669_10203987833847383_216498857_o

NAPOLI. LA PROFESSIONE DI QUATTRO MONACHE PASSIONISTE

di Antonio Rungi

In un clima di grande emozione, domenica corsa, solennità della Santissima Trinità, 15 GIUGNO 2014, nel monastero delle Monache passioniste di Napoli e all’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove è ricoverata da quattro mesi Suor Brigida, quattro monache passioniste, claustrali, tutte indonesiane, hanno rinnovato per un anno la professione dei cinque voti religiosi: la memoria passionis, la clausura, la castità, la povertà e l’obbedienza. Ad accogliere il proposito del loro voler continuare nella vita di consacrate alla Passione di Cristo è stata Madre Giuliana, responsabile della federazione dei quattro monasteri associati: Ovada, Alvignanello, Napoli e Maumere. La funzione più commovente e coinvolgente è stata quella della professione religiosa di Suor Brigida nella sua stanzetta all’Ospedale Cardarelli. Alla presenza di padre Antonio Rungi, che aveva presieduto il rito nel monastero ed aveva tenuto il ritiro spirituale nel giorno di sabato, 14 giugno, attorniata dalle sue tre consorelle che avevano emesso la professione dei voti, in precedenza, nella chiesa del monastero della Passioniste di San Giacomo dei Capri in Napoli,  Suor Brigida, 28 anni, ha avuto la gioia di avere gli altri ammalati vicino a sé, dello stesso reparto di urologia, che hanno assistito alla pronuncia della formula della professione religiosa, mentre scoccavano le 12 esatte della solennità della Santissima Trinità. Insieme a Suor Brigida hanno professato Suor Agnese, Suor Firmina e Suor Olga. Dopo circa 50 anni, sono le prime quatto religiose passioniste a rinnovare  la professione religiosa nel monastero delle Passioniste di Napoli. Un avvenimento che è stato salutato come un segno di speranza e di rinascita di questo storico monastero delle passioniste, unico in tutta l’Italia Meridionale. Attualmente le monache sono 14, di cu 10 indonesiane e 4 italiane. Queste ultime sorelle sono la memoria storica di questo monastero che nei primi anni di fondazione, dal 1928 in poi, e nei decenni successivi ha ospitato fino a 40 suore tutte italiane. Le quattro nuove religiose sono parte integrante del monastero di Napoli, giunte dall’Indonesia, lo scorso anno, dall’avviato monastero delle passioniste in quella terra e che da decenni, a Maumere, è una fonte di nuove vocazioni alla vita monastica e claustrale, secondo il carisma di san Paolo della Croce. In Italia le monache passioniste indonesiane sono circa 80, distribuite nei vari monasteri del nostro Paese. La gioia più grande per le quattro religiose passioniste è di vedere ritornare, quanto prima, nel monastero la loro consorella, Suor Brigida, che attende fiduciosa l guarigione e il ritorno tra l comunità monastica di San Giacomo de Capri, che si trova a pochi metri proprio dal Cardarelli, divenuto il suo monastero della sofferenza. Alla cerimonia delle ore 10.00 presieduta da padre Antonio Rungi, ex-superiore provinciale dei passionisti di Napoli ed ex-assistente spirituale delle suore, oggi confessore straordinario del monastero, ha partecipato il vice parroco della vicina parrocchia della Madonna della Rotonda, don Edoardo, diversi fedeli della zona di San Giacomo dei Capri, dove è ubicato il monastero delle claustrali passioniste, un punto di riferimento spirituale e di religiosità in tutta la zona ospedaliera, considerato che il monastero sorge a pochi metri dall’Ospedale Pascale e dal Cardarelli. Le monache spesso anche con la loro sofferenza si fanno missionarie del Crocifisso nei letti d’ospedale, dove negli anni, tante religiose, giovani e meno giovani hanno assaporato la gioia di salire il Calvario con Gesù Crocifisso.