P.RUNGI. COMMENTO ALLLA SOLENNITA’ DI CRISTO RE- 26 NOVEMBRE 2017

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Domenica 26 Novembre 2017

La regalità di Cristo e la nostra partecipazione alla sua missione redentiva

Commento di padre Antonio Rungi

Si chiude con questa domenica XXXIV, dedicata alla solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo, un altro anno liturgico, durante il quale abbiamo ripercorso le tappe fondamentali della vita di Gesù Cristo, di Maria, della Chiesa e dei santi, celebrando ogni giorno la santa eucaristia e partecipando alla messa domenicale o alle varie solennità con desiderio profondo di crescere in santità.

Quest’anno 2017 è stato poi particolarmente significativo da un punto spirituale, in quanto abbiamo celebrato il primo centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima. Per cui da maggio fino a ottobre 2017, la chiesa si è concentrata soprattutto nel ricordo di questo  avvenimento che ha segnato la storia non solo della cristianità, ma dell’umanità. Oggi quel cammino spirituale fatto alla sequela di Cristo e alla scuola di Maria Santissima e di tutti i santi si conclude da un punto di vista temporale, relativamente all’anno liturgico che finisce qui; ma continua, comunque e sempre, perché non si interrompe il dialogo d’amore con nostro Signore, attraverso le prossime celebrazioni delle varie ricorrenze liturgiche, Oggi siamo qui a ringraziare il Signore per quanto ci ha concesso in questo anno di spiritualità, vissuta soprattutto in ascolto della parola di Dio e come i discepoli di Emmaus con il cuore che ha battuto e batte forte per questo amore verso il Signore e verso i nostri fratelli nella fede e in umanità.

La liturgia di questa solennità ci aiuta a capire il senso della regalità di Cristo e della nostra personale partecipazione a questa regalità, mediante la consacrazione battesimale. Con Cristo, per Cristo e in Cristo noi siamo re, sacerdoti e profeti, mediante il dono del battesimo che, mediante l’unzione con il sacro crisma, ne abbiamo ereditato il patrimonio interiore, che necessita di essere accolto e annunciato e testimoniato con coraggio nel mondo, guidati dallo Spirito Santo.

La regalità di Cristo oggi ci viene presentata nel momento in cui Egli verrà, nel suo secondo avvento, verrà a giudicare la terra. L’evangelista Matteo ci descrive questo momento con tali espressioni che dovrebbero farci preoccupare, ma anche aprire il nostro cuore alla speranza.

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra”.

Quando la convocazione sarà stata ultimata e tutti saranno presenti, Gesù siederà sul suo trono Gesù e quale Re vero ed eterno, rivolgerà “a quelli che saranno alla sua destra”, i buoni, i bravi, quanti hanno lavorato per la salvezza della propria anima e per la salvezza degli altri: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.

Il motivo di questa ammissione ed entrata ne Regno è motivata da Gesù stesso, che si identifica con le varie categorie di soggetti, presentate nel riportare alla nostra attenzione le opere di misericordia corporali e spirituali. Infatti, il Signore premierà quanti lo hanno riconosciuto nel volto dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, della persona ignuda, malata o carcerata e per esse si sono attivati per ridare dignità e speranza a costo di rinunciare alle proprie comodità ed esigenze per dare agli altri. In opposizione e in contrasto con chi ha operato nella carità, ci saranno quelli che hanno agito male e collocati alla sinistra di Dio. Gesù come un Re che giudica con amore e misericordia, ma anche con giustizia, anche coloro che non hanno mosso neppure per un attimo e per fatto un passo per vivere la carità e servire i poveri più poveri di questa terra. Cosa succederà a questi che non hanno riconosciuto Gesù nel volto del bisognoso? Saranno allontanati per sempre dal suo sguardo di Padre e andranno nel fuoco eterno: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Di fronte a questo vangelo, per molti aspetti drammatici, c’è davvero da interrogarsi sul nostro stile di vivere da cristiani oggi, di fronte alle tante povertà e miserie umane, alle quali dobbiamo rispondere con il nostro impegno personale e fare ciò che ci spetta fare ogni volta che un povero bussa alla porta del nostro cuore.

E’ chiaro dai testi biblici di questa solennità che Dio ci giudicherà in base all’amore e alla carità, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dal libro del profeta Ezechiele che ci presenta la figura del buon pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita per ridare ad essa un futuro di vita e non di morte: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”. Gesù è questo buon pastore che è venuto in mezzo a noi e ci ha salvato con la sua morte e risurrezione.

Egli è giudice dei vivi e dei morti come ricorda la prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, brano della seconda lettura di questa solennità: “È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”.

La prospettiva della fine del mondo si apre a noi nel segno dell’amore e della riconciliazione, nel segno della vittoria della vita sulla morte e tutto sarà vera ed eterna vita in Gesù Cristo, nel suo Regno futuro.

Di fronte a queste verità di fede, noi cristiani, pellegrini nel tempo, abbiamo il sacrosanto dovere di metterci a servizio di questo Regno e soprattutto di questo Re mite ed umile, che entra in Gerusalemme, prima di andare incontro alla sua passione, cavalcando un asino e che poi si erge nella sua maestà e nella sua autorevolezza di Figlio di Dio quando viene innalzato da terra sulla croce e in quel momento, morendo per tutti noi e, poi, risorgendo dai morti ha manifestato al mondo la sua regalità.

La regalità di Gesù è la Croce e la risurrezione nella quale noi poniamo interamente la nostra speranza. Per cui, sia questa la nostra preghiera a conclusione dell’anno liturgico in questo giorno di festa per tutti: “O Padre, che hai posto il tuo Figlio come unico re e pastore di tutti gli uomini, per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede, che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – XXXIII DOMENICA T.O.

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

 

Talentuosi per il Regno dei cieli

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Signore ci ha fatto dono di tante cose, di tanti carismi, facoltà e possibilità di fare ed operare per il bene, non solo su questa terra, ma in vista del Regno dei cieli. Questi doni che il Vangelo di oggi, con la parabola dei talenti, ci fa capire che possediamo tutti, in misura diversa, vanno fatti fruttificare. Bisogna capirne il senso. Possiamo essere talentuosi per questo mondo, raccogliendo consensi e favori in ogni luogo (e tutti cercano questi consensi e in tutti gli ambienti); e possiamo, anzi dobbiamo essere talentuosi per il Regno dei cieli, qui ed ora.

Per cui i doni ricevuti vanno investiti e fatto produrre per il nostro e altrui bene. Non possiamo restare con le mani in mano, aspettando che i doni ricevuti producano da soli. Bisogna attivarsi, mettersi in moto, ingegnarsi in qualche modo, perché quello che abbiamo ricevuto, in quantità e qualità diversa, produca, se non il di più, almeno il pari di quello  che abbiamo ricevuto. Non possiamo fare come il soggetto del vangelo di oggi che ricevette un solo talento e per paura di non perderlo, perché non voleva rischiare, cioè non si voleva impegnare, ha scelto di metterlo in sottoterra (nella sua cassaforte naturale, come si usava una volta, mettere i soldi sotto il mattone)  e conservarlo per il rendiconto finale al padrone che ne avrebbe chiesto la restituzione.

In questa persona cogliamo tutto quella che è la negatività in tanti di noi che non si vogliono impegnare in nulla e tantomeno nelle cose di Dio. Eterni paurosi, timorosi ed indecisi che sono in attesa non so di quale segnale diverso per farli lavorare sodo per la santificazione di se stessi e per il bene degli altri.

Esemplari, invece, sono i comportamenti di coloro che hanno ricevuto doni di consistenza diversa: chi cinque talenti; chi due talenti. Ognuno di costoro si è messo all’opera e ha fatto raddoppiare ciò che avevano ricevuto, in quanto aveva lavorato spiritualmente e, se vogliamo metterla su altri aspetti, anche su un piano umano ed economico. Cosa lodevole quando ci si impegna e ci si industria per ricevere onestamente un utile dal lavoro fatto, con la conseguenza che il  premio di produzione, per il Regno dei cieli, è assicurato con l’ingresso nella gioia eterna del Paradiso.

La resa dei conti arriva per tutti, nel momento in cui meno ce lo aspettiamo, quando il Signore ci chiamerà da questo mondo all’eternità e allora succederà quello che Egli stesso ci ha insegnato, ammonito e richiamato alla nostra attenzione con la parabola dei talenti di questa XXXIII Domenica del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico che sta per concludersi.

“Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Vorrei sottolineare quel “dopo molto tempo”, dal momento in cui ci sono stati consegnati i talenti e sono quelli della vita umana, della vita spirituale, della grazia, dei carismi e doni ricevuti.

Infatti il Signore non ci chiede subito il resoconto di quello che ci ha donato. Al contrario ci dà il tempo necessario, fossero pure pochi giorni della nostra vita, per capire cosa è giusto fare e come ci dobbiamo comportare per ereditare la vita eterna.

Questo lungo tempo che il Signore ci ha donato, sta continuando. A che cosa sta servendo?  Per far fruttificare quello che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, oppure no? La fede, la carità, la speranza rientrano in quella crescita spirituale del nostro modo di vivere ed operare?

Sarà davvero terribile, al termine di nostri giorni e della nostra vita, quando ci presenteremo davanti al tribunale di Dio per rendere conto di quello che abbiamo fatto e realizzato: quanti fecero il bene per una sentenza di assoluzione piena; quanti fecero il male per una sentenza di condanna e speriamo che non sia quella definitiva del fuoco eterno dell’infermo, dove ci “sarà pianto e stridore di denti per sempre”, come conclude il testo del vangelo di questa domenica.

E quanto ci viene detto non è terrorismo psicologico, né tantomeno una forma di ricatto a fare per forza un cammino di santità che non vogliamo fare. Anzi è un esplicito invito a tirare dritto per la nostra strada, quella intrapresa con la venuta alla vita umana e alla vita della grazia con la fede e con la scelta della religione che abbiamo deciso di fare nostra, dopo che i nostri genitori ne avevano compreso tutta la ricchezza e la bellezza, la sua produttività a livello personale, familiare, ecclesiale e sociale.

Ecco perché ci hanno portato al fonte battesimale, poi alla confessione, alla prima comunione, alla cresima e a man mano ci hanno accompagnati nella crescita della vita cristiana. E se non sono stati i nostri genitori, sono entrati in scena, nel nostro itinerario di vita cristiana, altre persone sagge e sante che ci hanno preso per mano ed hanno fatto fruttificare quei talenti che avevamo ricevuti e che, come il servo della parabola di oggi. Anche noi, forse, avevamo messo sotto terra quei doni per poi consegnarli al padrone che ce l’avrebbe richiesti a tempo dovuto; senza da parte nostra di un pizzico di crescita, neppure di un ramoscello di quel seme che era stato impiantato nella nostra vita.

Il tempo che abbiamo davanti a noi è poco, è molto solo il Signore lo conosce. Certo è che Egli ci chiederà conto di tutto, ma con amore, tenerezza e dolcezza, oltre che con un cuore di Padre che è grande nell’amore ed è misericordioso. Si può fra fruttificare anche minimamente un dono ricevuto tempo fa, anzi all’inizio della nostra vita, fosse pure prima di chiudere gli occhi. E ciò è possibile sono con un atto di amore e di pentimento, con un sicuro investimento nell’abbandonarsi alla misericordia e alla bontà di Dio almeno nell’ultima ora della nostra vita. Non disperiamo mai, fino all’ultimo istante.

Non a caso, nella prima lettura di oggi, tratta dal libro dei Proverbi ci viene presentata il “modello biblico” della donna perfetta. Non è la donna perfetta esteticamente di allora e soprattutto di oggi, con fisico rispondente ai canoni della bellezza commerciale; ma la donna, nella quale “confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”.

Una donna che prega, lavora, ama la famiglia ed è caritatevole, sono le qualità primarie per una donna che non pensa al suo fascino esteriore, ma a quello interiore dell’anima. Perciò, ammonisce il testo sacro: “Illusorio è il fascino e fugace la bellezza”; mentre  “la donna che teme Dio è da lodare”.

La conclusione ovvia di fronte a questo bene vero ed assoluto, a questo dono di Dio,  è una donna fatta con queste caratteristiche e che possiede questi talenti. Verso di lei, bisogna essere “riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città”.

Donne cristiane di tutto il mondo unitevi in questo vero recupero di dignità, di pari opportunità con l’uomo, di femminilità vera e non solo di facciata e di apparenza.

In questi giorni, stiamo sentendo tante cose disgustevoli sul modo di sfruttare le donne in tanti campi e soprattutto nello spettacolo. Non cedere a nessun ricatto mai, e soprattutto quando sono in gioco valori grandi ed immensi come la bellezza e la purezza dei sentimenti che non sono commerciabili né spendibili se non per un vero grande amore verso Dio e verso i fratelli, a partire dalla famiglia.

Pensiamo al nostro vero futuro, tutti insieme, uomini e donne, cogliendo il messaggio che viene dal testo della seconda lettura di questa liturgia della parola, tratto dalla prima lettera di san Paolo Apostolo ai Tessalonicesi.

Sappiamo bene “che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire”.

L’Apostolo fa riferimento alla fine dei tempi, al secondo avvento di Dio sulla terra, ma indirettamente si riferisce anche al momento della conclusione della nostra vita terrena.

Per cui, siccome tutto può accadere all’improvviso, non dobbiamo stare nelle tenebre del peccato, “cosicché quel giorno possa sorprenderci come un ladro”, ma dobbiamo vive nella luce della grazia di Dio, in quanto noi siamo “figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre”. Di conseguenza non possiamo addormentarci sulle cose che hanno un valore di eternità, ma dobbiamo essere vigili e sobri nell’attesa della venuta del Signore. Non possiamo comportarci allo stesso modo di coloro che non hanno fede e non hanno speranza. Sia, pertanto, questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio, dal profondo del nostro cuore: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXXII DOMENICA T.O. – 12 NOVEMBRE 2017

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 12 NOVEMBRE 2017

 

ANDIAMO INCONTRO ALLO SPOSO CON FEDE ARDENTE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Vangelo di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci riporta la parabola delle 10 vergini, di cui cinque si rivelano sagge e previgenti e cinque, stolte, incapaci di guardare oltre il momento e progettare l’oltre, cioè il futuro. Sono 10 vergini in attesa dello sposo. Gesù utilizza questa immagine per spiegare ai suoi ascoltatori e uditori che il Regno dei cieli « sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo”.

Prima idea che emerge da testo è che la fede in Dio è un cammino, è un andare verso di Lui, attenderlo, accoglierlo, non nella indifferenza, ma con calore, con la luce che arde, simbolo, come ben sappiamo, della fede, della carità e della speranza. Ebbene, utilizzando l’immagine che oggi, statisticamente, ci afferma che la metà del  numero complessivo, oltre ad attendere lo sposo si prepara anche per il suo futuro. E queste sono le 5 vergini sagge. L’altra metà invece si accontenta del minimo, di quel poco che ha a disposizione per prepararsi all’incontro con lo sposo. E in questa altra metà sono le vergini stolte.

Per cui, una seconda idea, è quella che a tutti viene proposto il cammino di fede e alla fine c’è chi lo accoglie e lo porta a termine e chi, invece, lo inizia e poi lo interrompe. Tutto questo, chiaramente, incide sul discorso della salvezza eterna, in quanto chi vigila, prega e opera si prepara all’incontro con lo sposo, che è Cristo Signore.

Chi, invece, si lascia distrarre dalle altre cose, rischia di essere impreparato quando arriva il Signore ed entra nella sala nuziale per fare partecipare al suo banchetto eterno quelli che sono già pronti. Infatti, “le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

La conclusione del brano del vangelo è un esplicito invito alla vigilanza cristiana, che è molto impegnativa rispetto ad altre tipologie di vigilanza, in quanto si tratta di rispondere in pieno e, in qualsiasi momento, alla chiamata di Dio, svolgendo al meglio il compito che ci è stato assegnato e che non va trascurato, pensando che abbiamo ancora molto tempo davanti e possiamo, perciò, rimandare il discorso a tempi successivi, secondo il nostro modo di pensare e di agire.

Si tratta, in altre parole, di un forte ammonimento ad essere pronti al passaggio alla vita eterna. Tema che affronta l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi, nel quale ci descrive il prima e il dopo della nostra morte corporale come pure ci parla del giudizio universale: “Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti…Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

Sono parole di conforto e di sostegno, di incoraggiamento di fronte al mistero della nostra ed altrui morte, che vanno benissimo in questo mese di novembre, durante il quale noi preghiamo per i fratelli defunti, che ci hanno preceduti nell’eternità. E allora di fronte al grande mistero della morte corporale, bisogna far tesoro di quanto ci suggerisce la prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza. Essere saggi e prudenti rispetto ai grandi ideali ed obiettivi della nostra vita, che vanno perseguiti con coraggio, ardore, fervore e costanza. Infatti, “se ci lasciamo guidare dalla sapienza che viene dall’alto saremo ben presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro”.

Come dire, che ci dobbiamo pienamente abbandonare nelle mani di Dio ed Egli ci farà approdare a porti tranquilli, nel tempo e nell’eternità.

In sintonia con tutta la parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci rivolgiamo a Dio, a conclusione della nostra riflessione sui testi sacri che abbiamo ascoltato, con questa preghiera iniziale della santa messa:  “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”.

E’ l’augurio che coltiviamo tutti nel nostro cuore con la consapevolezza e la coscienza che bisogna davvero vigilare sulla nostra condotta morale e sulla nostra vita per vivere in grazia di Dio, sempre, ed allontanarci da ogni tendenza verso il male e il peccato.

Maria, porta santa del cielo, ci accompagni nel cammino della fede e ci accolga un giorno all’ingresso di quel Regno dei cieli, avendoci forzati per essere tra coloro che sono stati attenti e vigilanti nell’attesa del Signore, non per pochi minuti, giorni, mesi o anni, ma per tutta la nostra vita umana e cristiana.

E al Cristo Redentore del mondo ci rivolgiamo con queste umili parole che è richiesta di perdono e gratitudine per la salvezza donataci con la sua morte e risurrezione:

 

A Te, Gesù, Redentore dell’uomo,

ci rivolgiamo per chiederti perdono.

Tu che dalla croce ci hai insegnato

a perdonare, togli dal nostro cuore

ogni forma di odio,

risentimento ed orgoglio.

Donaci la gioia di rivolgere

il nostro sguardo d’amore

verso coloro

che hanno fatto soffrire

il nostro povero cuore.

Signore, possa, ognuno di noi,

guardare il mondo intero

con la stessa bontà, tenerezza

e misericordia, che ha appreso da Te,

inginocchiandosi ai tuoi piedi.

Da questa scuola d’amore e di oblazione,

che è la tua santissima croce,

ogni uomo riscopra la bellezza

di donare la vita per i propri amici

e soprattutto per i propri nemici.

Signore Gesù, Redentore del mondo,

guida questo nostro mondo

verso la pace e la riconciliazione,

dono mirabile della Tua Passione,

Morte e Risurrezione. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 5 NOVEMBRE 2017

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 5 novembre 2017
L’ostentazione che distrugge il cuore e i fondamenti della religione

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXXI domenica del tempo ordinario ci offre alcuni testi di importanza capitale per comprendere come, chi ha responsabilità religiose, sacerdotali, pastorali e di guida, debba comportarsi nei confronti degli altri, del popolo, dei fedeli, della gente comune e semplice in modo coerente con il vangelo.

Il forte rimprovero ai sacerdoti dell’Antico Testamento e ai sacerdoti del suo tempo da parte di Gesù, può riguardare anche tutti i sacerdoti in cura di anime, che hanno la responsabilità di pastori, e che devono essere buoni, generosi, attenti e coerenti con la loro missione. Chi è stato chiamato a questo servizio e ha detto il suo <<sì>> a Dio, ha una responsabilità grande di fronte a chi attende l’insegnamento piuttosto con lo stile di vita che con la sola parola.

Si è credibili in tutti gli ambienti e soprattutto in quelli religiosi ed ecclesiali quando la santità della vita parla da se stessa, senza fare i grandi discorsi e sermoni, per caricare i fedeli di altri pesi, che chi li mette sulle spalle degli altri, non ne conosce neppure la consistenza, la difficoltà e la impossibilità a portarli.

Denuncia coraggiosa, quindi, da parte Gesù nei confronti dei farisei e degli scrivi, verso i quali dimostra una grande riserva morale e concettuale. Non si tratta di pregiudizi, ma di costatazione di fatti: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

Sappiamo benissimo, cosa significasse in quel tempo tutto questo e cosa significhi oggi la stessa affermazione che Gesù ripete a noi oggi nel testo del Vangelo di Matteo. Ci sono persone che hanno il potere decisionale, i quali costringono a fare tante cose, pesantissime da tutti i punti di vista, agli altri e loro si godono la vita, si ritagliano eccezioni, permessi ed autorizzazioni, si confezionano privilegi che altri non hanno assolutamente. Basta guardarsi intorno, in tutti gli ambienti, compresi quelli ecclesiastici, cioè nei nostri ambienti, per rendersi conto di quanto cammino di purificazione dobbiamo fare tutti, papa, vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici in questo campo di moltiplicare leggi e norme per gli altri e osservarne poche o nessuno da parte di chi le inserisce nel sistema giuridico di ogni tipo. Cose che continuamente ci ricorda Papa Francesco.

Le nome morali che riguardano la coscienza individuale e al proprio stato di vita e che ci aprono la porta della vera salvezza, vanno osservate e vanno tenute in debita considerazione da chi crede e opera in ragione della fede.

Non bisogna imitare persone che dicono e non fanno, che non danno buona testimonianza nella vita. Infatti “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente”. Va rifiutato in toto questo comportamento. Per i veri discepoli di Gesù, la prospettiva è diversa e il comportamento è di altro genere e stile: “Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Bisogna rifuggire l’autoesaltazione e bisogna stare molto attenti e vigilanti alle esaltazioni occasionali delle persone, che mentre ti portano alle stelle, poi ti buttano nella stalla. Dalle stelle, come dice un antico proverbio, alla stalla. Ed è così per tutti, in quanto l’arroganza, la presunzione, la superbia, l’orgoglio e quanto di negativo ci possa essere nel comportamento umano, regge poco e con il tempo si logora e non ha nessun valore ed incidenza nel comportamento proprio ed altrui.

Seguiamo la vita dell’umiltà e saremo beati in questa vita e nell’eternità. D’altra parte non si può non considerare quanto viene detto nella prima lettura di oggi, tratta dal profeta Malachìa: “Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione”.

La motivazione di questa minaccia sta scritta nei versi successivi che devono far riflettere tutti coloro che non si comportano bene, in qualsiasi ambiente: “Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi”.

La conseguenza di questo comportamento lo troviamo scritto dal profeta con queste parole: “vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento”.

L’invito all’unità, all’uguaglianza, alla giustizia, alla fede unica di tutti e per tutti è detto con grande precisione, anche se ci proviamo di fronte ad una serie di interrogativi, ai quali ognuno deve dare la sua risposta convinta: “Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?”

Chiedersi del male del mondo, fatto dall’uomo con perfidia e con un preciso studio a tavolino è il minimo indispensabile per avviare a soluzione alcuni drammi che stiamo vivendo anche noi credenti e cristiani del XXI secolo.

Ci aiuti, in questo itinerario di recupero e ripristino della moralità personale e sociale, quanto ci suggerisce di fare l’Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di oggi: “Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti”.

Paolo ci chiede un doppio impegno e lavoro: quello fisico per guadagnarsi da vivere e per non essere di peso a nessuno e quello apostolico, che è finalizzato alla propagazione del Vangelo della salvezza e della vita per tutti. Le fatiche in tutti i campi vanno condivise e distribuite in ragione delle proprie forze e dei propri carismi. Per cui, nel ringraziare il Signore per tutto quello che ci dona, ci rivolgiamo a Lui con queste parole: O Dio, creatore e Padre di tutti, donaci la luce del tuo Spirito, perché nessuno di noi ardisca usurpare la tua gloria, ma, riconoscendo in ogni uomo la dignità dei tuoi figli, non solo a parole, ma con le opere, ci dimostriamo discepoli dell’unico Maestro che si è fatto uomo per amore, Gesù Cristo nostro Signore.

 

P. RUNGI. COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE 2017 – CON LA NUOVA PREGHIERA

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COMMEMORAZIONE DEI FEDEI DEFUTI

 

2 NOVEMBRE 2017

 

Il significato della morte per ogni cristiano: l’essere per l’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il 2 novembre di ogni anno, in occasione della commemorazione dei fedeli defunti, noi ci domandiamo, più convintamente, sul significato della morte per noi credenti. Di fronte alle scene, anche di morti violenti, alle quali assistiamo quotidianamente attraverso i media, al punto tale che ci stiamo abituando anche alla morte nella pluralità del modo di concludersi dei nostri giorni, noi rinnoviamo il nostro perché ed aumentano le nostre domande, specie quando ci troviamo davanti alla tomba dei propri cari, più cari di ogni altro, e ne avvertiamo la mancanza, la privazione e la nostalgia. Nasciamo, cresciamo e moriamo, per vivere una vita più piena e duratura che va oltre il tempo, la natura, la creatura, tutto ciò che essere per un tempo limitato, rispetto ad un essere per l’eternità. La spiegazione più piena della nostra morte, come cristiani, è quella che troviamo nella morte in croce del Figlio di Dio, nostro Signore Gesù Cristo, che ha donato la vita per l’umanità per riscattarci da una morte più terribile che è quella eterna e definitiva. Con la sua morte e soprattutto con la sua risurrezione dai morti comprendiamo il morire di ogni cristiano che alla luce della fede, sa benissimo, come ci ricorda la teologia, la dogmatica, la dottrina e la liturgia dei novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso) che il morire non è la conclusiva di una vita, ma l’inizio di una nuova vita, che avrà la piena e completa risurrezione nel giudizio universale e nel secondo Avvento di Dio sulla terra quando verrà a giudicare i vivi e i morti ed anche i nostri corpi mortali risorgeranno trasformati in una vita senza fine. Intanto, siamo convinti che l’anima immortale, con la morte del corpo, potrà aver la visione immediata di Dio, nella gloria del Paradiso se ha operato bene nella sua vita terrena, altrimenti dovrà purificarsi nel Purgatorio e se, malauguratamente avesse commesso peccati gravissimi, senza mai pentirsi, il destino eterno dell’Inferno non può che preoccupare seriamente. La consapevolezza che esista una vita oltre la morte è un dato di fede e per certi versi anche di scienza e di ragione, in quanto a ben riflettere la vita dell’uomo non può, per la bellezza che racchiude, concludersi nella tomba, in un loculo del cimitero oppure in una cassetta compatta in cui si raccolgono le ceneri dopo la cremazione. Viene in nostro aiuto quanto in questo giorno, mediante l’ascolto della parola di Dio dei tre formulari delle sante messe che celebrano in sacerdoti, è ascoltato meditato e riflettuto sul significato più vero ed autentico del morire di un cristiano vero, che ha fede e crede nella vita eterna. Dal Libro di Giobbe, inserito come testo biblico della prima lettura, della prima messa di questo giorno, leggiamo e facciamo nostro questo messaggio di speranza e di apertura all’eternità “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Mentre, dal Vangelo di Giovanni di questa prima messa, è detto con chiarezza assoluta la missione portata a compimento da Gesù, nella sua morte e risurrezione: “E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Il profeta Isaia, nella prima lettura della seconda messa, dice cose stupende su quello che ci attende dopo la morte, anche se il testo biblico si riferisce, ad altre situazioni che ha vissuto il popolo santo di Dio: “Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.

Replica l’apostolo Paolo, nel brando della sua lettera ai Romani (II Messa di oggi), con parole di incoraggiamento ed aperte alla speranza che diventa certezza di tempi davvero migliori, in quella prospettiva dell’eternità che guida saggiamente l’Apostolo delle genti quando scrive in merito alla vita eterna: “Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”. La vita eterna, come ben cogliamo dal testo del Vangelo di Matteo certamente ha due strade, quella della salvezza e quella della perdizione. Non è a senso unico, in quanto per imboccare la strada giusta, bisogna vivere nella carità ed essere dalla parte di chi è in necessità. Si va in paradiso donando la per amore e mettendosi a servizio degli ultimi e dei bisognosi: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”…. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Quando non si vede il volto di Cristo nel volto del fratello che è in necessità, non c’è possibilità di godere della felicità eterna. Chi è chiuso nel suo e non sa scorgere la presenza di Dio in situazioni di necessità come può far parte di un’eternità beata?

Allora vogliamo, prendere in seria considerazione quello che ci detta il profeta Isaia nella prima lettura della terza messa di oggi: “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace…In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro”.

Chi di oggi davanti alla tomba dei nostri cari o di altri fedeli defunti o di qualsiasi morto non comprende queste cose e le medita per capire quale strada intraprendere per non morire dentro, per non morire per sempre, per essere aperti alla vita eterna? Io penso che tutti oggi, anche soffrendo e piangendo, per la morte dei nostri fratelli, guardiamo a loro come esempi di vita e se proprio non sono stati esemplari pregheremo per loro, affinché il Signore buono e gande nell’amore, ricco di misericordia porti con se le anime sante del Purgatorio che aspettano di rispecchiarsi nel suo volto di luce di amore infinito.

E come conclusione della nostra meditazione su questo giorno di speranza e di vita, oltre la morte, noi vogliamo rivolgerci a Dio con questa mia umile preghiera che affido a voi in questo giorno e nei prossimi giorni:

<<Signore, le ore, i giorni, i mesi, gli anni passano in fretta e noi ci dileguiamo, senza lasciare tracce di noi stessi, se non quelle di avere amato Te e il mondo intero.

Questa bellissima vita, che tu ci hai donato e continui ad alimentare con il tuo amore di Padre, ci sorprende nel tanto bene, ma anche nella tanta sofferenza.

Il coraggio di andare oltre i limiti del nostro umano soffrire, sei Tu, o Dio, che ce lo doni, ben sapendo che l’agonia durerà, come per Te, solo poche ore sul tracciato del nostro cammino.

Pensare alla vita, oltre la vita, in questo tempo, in cui, davanti a noi si spalancano i cancelli dei nostri cimiteri per la visita annuale ai nostri parenti defunti, dà gioia e conforto nonostante che la paura della morte abiti in noi, anche se non ci distoglie dalla gioia della risurrezione e della futura gloria del cielo.

Grazie Signore della vita, della mia vita, della nostra vita, della vita di tutti, della vita del mondo, della vita di ogni cosa che respira e trova la sorgente del vivere nella tua Sapienza divina.

Grazie dei giorni in cui assaporiamo la gioia dello stare qui, insieme ai nostri fratelli, che camminano con noi nel tempo presente.

Grazie dei giorni, in cui il dolore e la croce, ci pone di fronte ai nostri limiti umani, fisici e temporali, che possiamo fronteggiare con il totale abbandono alla tua santissima volontà.

Grazie del giorno che sta volgendo al termine e grazie del nuovo giorno che ci attende da vivere con Te, in Te e per Te. Grazie per tutti i giorni della nostra breve esistenza.

Grazie per quell’ ultimo giorno che attendiamo e di cui non sappiamo il momento esatto, in cui Tu verrai a chiamarci per portarci con te nell’eternità beata. Amen>>.

P.RUNGI. PREGHIERA PER LE MAMME

BLOG SANTA FAMIGLIA (13)

PREGHIERA PER LE MAMME

COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI

O Signore, Dio della vita,

ti affidiamo le madri di tutta la terra,

giovani, meno giovani o avanti negli anni,

piene di saggezza e di bontà

verso i loro figli che Tu gli ha donato.

 

Volgi il tuo sguardo amorevole,

O Dio, creatore dell’universo,

alla vita nascente, accolta con amore

nel grembo di ogni madre della terra,

anche di fronte alle violenze

di cui sono oggetto continuamente

le donne del nostro tempo.

 

Proteggi le madri che, ogni giorno, lottano con coraggio

per educare, ai veri valori cristiani, umani e sociali

i loro figli naturali o adottivi,

e dare a loro un futuro vivibile.

 

Assisti le madri, o Signore,

che sperimentano, in tutte le parti della terra,

la malattia, l’emarginazione e l’esclusione

per una cultura di discriminazione nei loro confronti.

 

Benedici, O Signore, tutte le mamme

che nel silenzio, nel lavoro, nel servizio alla famiglia

curano la vita e sono missionarie dell’amore di Dio.

 

Ogni madre della terra,

O Gesù, Figlio dell’Onnipotente,

possa sperimentare, in ogni istante della sua esistenza,

l’essere dono per i figli e la famiglia,

con la stessa ricchezza e dolcezza del cuore

di Maria, Madre Tua e Madre di tutti noi. Amen.

P.RUNGI. NUOVA PREGHIERA PER I DEFUNTI – ANNO 2017

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PREGHIERA DEFUNTI 2017

La nostra preghiera per i Defunti

Composta da padre Antonio Rungi

 

Signore Gesù Cristo,

Tu che hai detto che chi crede in Te

non morirà in eterno,

assicura la vita eterna

a tutti i nostri parenti

che hanno lasciato questa terra

per raggiungerTi in cielo

 

Tu che hai asciugato le lacrime

di tante persone che avevano perso i loro cari

consola quanti sono nel pianto e nel dolore

per la perdita recente e drammatica

dei loro parenti, amici e conoscenti.

 

Tu che hai pianto, davanti alla tomba

del tuo carissimo amico Lazzaro

e lo hai riportato in vita,

per un supplemento di tempo su questa terra,

comprendi il nostro lamento e la nostra sofferenza

per le tante morti inattese e innocenti,

di persone indispensabili

della nostra umana felicità.

 

Tu vittima innocente e sacrificale

per salvare l’umanità,

che al ladrone pentito

inchiodato sulla croce, vicino a Te

hai assicurato subito il Paradiso,

concedi la gioia della vita eterna

a tutti i nostri fratelli volati in cielo

e porta con Te nella pace del Tuo Regno

le anime più abbandonate e dimenticate

che si stanno purificando.

 

Maria, Madre dei viventi,

che ben conosce la sofferenza,

conforti coloro che sono nel dolore

e sia la porta ampliata del cielo,

perché tutti i defunti possano entrare

per sempre nella santa e celeste Gerusalemme. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 29 OTTOBRE 2017

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 29 ottobre 2017

Un’etica che va oltre i dieci comandamenti e che cura l’amore a Dio e ai fratelli

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario, che celebriamo a qualche giorno della solennità di Tutti i Santi e della Commemorazione dei fedeli defunti ci spinge ad andare oltre l’osservanza dei dieci comandamenti, indicando altri percorsi di moralità che un credente e specialmente un cristiano deve seguire per giungere alla saggezza e alla sapienza della vita. Nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro dell’Esodo, il libro del racconto della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e dell’arrivo alla terra promessa del popolo d’Israele, vengono raccomandate di osservare alle normi, quali non molestare e maltrattare i forestieri, non maltrattare la vedova e l’orfano, non prestare il denaro a scopo di usura, specie di chi sta nel bisogno e in necessità, di restituire subito le cose che si sono avute in prestito. In poche parole bisogna avere una coscienza onesta, retta, sensibile e senza mentalità di sfruttare o abusare degli altri. Le motivazioni delle rispettive regole di comportamento sono illustrare, dopo il comando espresso. Il testo biblico ricorda che il popolo d’Israele è stato forestiero e quindi deve trattare bene i forestieri; ricorda pure che si è puniti da Dio se uno maltratta la vedova e l’orfano; che non bisogna agire da usurai se si fa un prestito, ma darlo senza interesse specie se è indigente la persona; che la cosa ricevuta in prestito va restituita al legittimo proprietà, soprattutto se è qualcosa di importante e indispensabile per lui, come può essere un mantello per coprirsi durante la notte e non soffrire il freddo. Sembrano cose di poco conto, ma che in realtà ci fanno capire come rischiamo di abusare in tutto e con tutti nei nostri comportamenti, se non abbiamo una coscienza morale o non avvertiamo il dovere di osservare le leggi che il Signore ha dato. Sono argomenti di grande attualità come l’accoglienza ai forestieri, l’assistenza sociale ed economica alle vedove e agli orfani, la questione dell’usura sempre più diffusa in tutti gli ambiente, fino a coinvolgere istituzioni riconosciute, come le banche e i agenzie di credito. La parola di Dio, quindi, ci invita ad esaminarci attentamente e fare un bell’esame di coscienza su come ci regoliamo su questioni generali o di attualità. L’invito è esplicito alla conversione, se non agiamo secondo le regole che il Signore ci ha dato e che dobbiamo mettere in pratica. L’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di questa domenica, riportando i risultati ottenuti tra i tessalonicesi in seguito alla predicazione del Vangelo, mette in evidenza come si sono convertiti i cristiani di Tessalonica, mediante la presenza di ed Acaia Paolo e degli altri, e come questi hanno portato il vangelo in Macedonia ed Acaia, dove i pagani si era convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene”. Una testimonianza importante circa la diffusione del Vangelo nell’Asia Minore e nelle zone di cultura pagana, dove la predicazione di Paolo e suoi discepoli giunge in modo sistematico. E’ evidente che la predicazione si basa su Vangelo della carità e dell’amore misericordioso di Dio, come ci richiama il breve testo del Vangelo di Matteo di questa domenica, in cui troviamo all’opera i farisei per interrogare Gesù sul comandamento più importante ed indispensabile secondo la sua visione della fede. Ebbene uno dei farei, dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova, ponendo questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Gesù non fa altro che riportare all’attenzione di grandi sapienti del suo tempo quello che era già scritto e risaputo, ma per niente vissuto e attuato nel comportamento proprio di coloro che erano a conoscenza delle norme dell’Antico Testamento, ma non le osservava. Gesù giustamente ribadisce la centralità dell’amore di Dio e del prossimo nella vita di ogni persona che crede e sottolinea anche il modo di amare Dio e il prossimo. Il primo in modo totalizzante, con tutto se stessi, e il secondo nel modo conformante, cioè nel modo uguale a come si ha cura della propria persona. Una strategia di Gesù per mettere in crisi il loro presunto ed arrogante pensiero di sapere tutto della legge, ma di non vivere nulla di quella legge in profondità, ma solo alla superficie e per essere lodati dalla gente. Gesù ribadisce che Dio si ama dentro e con tutto il cuore, con sincerità e senza misurare e quantificare questo amore; mentre i fratelli si devono amare con la stessa cura ed attenzione che prestiamo a noi stessi, usando come criterio di misura lo stesso stile e modo di pensare a noi. In ragione di tutte queste considerazioni possiamo ben elevare la nostra mente a Dio e pregarlo con le parole che nascono dal cuore e diventano liturgia di lode e di culto: O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te sole amare i fratelli, secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita”.

LA PREGHIERA A SAN PAOLO DELLA CROCE SCRITTA DAL TEOLOGO RUNGI

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Preghiera a San Paolo della Croce
Composta da padre Antonio Rungi

O ardente apostolo di Gesù Crocifisso,
ci rivolgiamo a te, o San Paolo della Croce, 
fondatore dei Passionisti,
perché dall’Amore Crocifisso,
per il Quale hai vissuto tutta la tua vita,
otteniamo pace, misericordia e perdono.

Dal cielo, dove contempli in eterno
il tuo Amore messo in Croce,
volgi lo sguardo alla tua famiglia religiosa,
perché possa continuare a vivere
il carisma della Passione,
con l’entusiasmo e la gioia di sempre
e di offrire la propria vita alla causa del vangelo.

Padre Santo
assisti quanti sono in cerca della verità,
della giustizia e della pace del cuore,
che possono raggiungere, nell’umiltà,
ai piedi della Croce di Gesù.

Benedici quanti operano
a servizio dei tanti crocifissi,
abbandonati nelle diverse nazioni del mondo,
senza alcun diritto riconosciuto
e offesi nella loro dignità di persone umane,
sempre più bisognose del buon samaritano.

A piedi della croce
e alla scuola di Maria Santissima Addolorata,
facci comprendere, o San Paolo,
cosa significa davvero amare Dio e i fratelli,
salendo con Gesù il Calvario della sofferenza,
dell’amore e della donazione.

Noi vogliamo essere, come te, Paolo della Croce,
figli della Passione, che portano nel cuore e sul petto,
i segni della morte e risurrezione del Signore,
capaci di trasformare questo mondo,
annunciando all’uomo dei nostri giorni
l’opera più stupenda dell’amore Dio,
che è la Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Amen.

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A 150 anni dalla Canonizzazione
di San Paolo della Croce
1867—29 giugno—2017

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA T.O- 15 OTTOBRE 2017

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 15 ottobre 2017

Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti inviati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità. Possiamo ben dire che tutti siamo inviarti alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte. La parabola del Vangelo di Matteo di questa domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa. Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante. Grazia che ha origine nel battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei  sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica. Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta. Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì. Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione. Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità. La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni. Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”. Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità. Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani. Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”. Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica:  “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna  o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.