P.RUNGI. COMMENTO ALLA XVI DOMENICA T.O. – 23 LUGLIO 2017

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Domenica 23 luglio 2017

 

Noi vogliamo essere il grano buono che fruttifica per l’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Nella prima lettura di questa XVI domenica del tempo ordinario, tratta dal Libro della Sapienza, troviamo la ragion d’essere di metterci davanti a Dio con la consapevolezza dei nostri peccati e della necessità di un’autentica conversione del nostro cuore e della nostra vita a Colui che è amore e misericordia infinita.

Il Signore, infatti, comprende le nostre debolezze e dopo il peccato concede il perdono.

Aver fiducia nella misericordia di Dio non deve costituire un alibi per continuare a peccare e mai cambiare strada. Anzi, non dobbiamo abusare di tale misericordia, in quanto il Demonio ci spinge ad agire in modo immorale, perché “tanto il Signore comunque perdona”.

Quanti cristiani vivono in tale atteggiamento sbagliato e anche nei confronti del sacramento della confessione non hanno un rispetto e quindi banalizzano il momento in cui vanno a confessare la reiterazione dei propri peccati, senza progredire minimamente nella vita etica.

E’ bene ricordare che la misericordia di Dio è infinita, ma ha anche un limite di fronte a chi non vuole cambiare vita e convertirsi.

Leggiamo, infatti, nel brano citato: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere”.

Chiaramente si tratta di un potere spirituale e che ha attinenza con la vita interiore e religiosa di ogni credente.

Chi si lascia toccare da questo potere si trasforma in persona davvero credente. “Il mio potere non è di questo mondo” precisava Gesù durante il processo che lo portò alla condanna a morte, pur essendo l’unico vero innocente tra tutti gli esseri viventi, essendo il Figlio di Dio.

E nel Salmo 85 proposto nella liturgia della parola di oggi, come salmo responsoriale, vengono ribaditi gli attributi fondamentali di Dio che sono la bontà, la misericordia, la disponibilità all’ascolto, ricco di amore e fedeltà.

All’opposto di questo Dio, grande e vicino all’uomo, troviamo la sua creatura che è facile all’ira, non sa perdonare ed ascoltare ed è tutta piena di sé, presuntuosa ed arrogante in ogni atteggiamento della sua vita.

Per superare le nostre fragilità umane e le nostre debolezze, l’Apostolo Paolo, nel sintetico brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Romani, ci incoraggia a guardare avanti nel segno di un cambiamento radicale e rinnovamento vero della nostra vita: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio”.

Lo Spirito di Dio è su di noi e sa ogni cosa di noi, conosce tutto ciò di cui abbiamo bisogno a livello interiore, e prima di tutto abbiamo bisogno della grazia santificante che ci rigeneri continuamente nella vita spirituale, quella che conta molto di più rispetto ad una vita solo di esteriorità e di apparenze su cui è strutturato, in particolare, il modo di vivere di molta gente del nostro tempo, come i farisei del tempo di Gesù. Quante falsità e menzogne nella vita di tante persone che hanno bisogno di essere purificate dal fuoco di una vera conversione interiore e non dalla solo risistemazione esteriore.

La parabola della zizzania che ci viene presentata oggi, nel brano del Vangelo di Matteo, ci aiuta a fare vera pulizia spirituale personale, ma anche ecclesiale, nei rapporti con le persone.

Penso che nella vita, ognuno di noi si è trovato di fronte a persone sagge, sante e buone e di fronte a persone che seminano odio, rancore, divisione nelle famiglie, nelle comunità di credenti, nella società, in qualsiasi posto dove c’è da affermare la propria persona a danno degli altri, calunniando, diffamando, approfittando della bontà e generosità altrui, facendo passare per vere, autentiche menzogne e bufale di ogni genere.

Oggi soprattutto, che siamo esposti ad un mondo in  perenne comunicazione globale, si rischia di entrare in quel vortice dei buoni e cattivi, secondo il modello di una cultura del pensiero debole, che non premia i santi e i buoni, ma protegge di delinquenti e i cattivi.

Grano buono e zizzania stanno insieme in ogni parte della terra, di questa terra, di questo tempo, ma alla fine arriverà il giudizio di Dio e si farà vera e definitiva pulizia. Consideriamo quello che Gesù stesso dice, spiegando ai discepoli, dopo aver congedato la gente,  nella parabola del grano e della zizzania: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”.

Gesù semina il grano buono, il Diavolo, che esiste ed agisce nella vita delle persone che fanno il male e dividono i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli, i cristiani da altri cristiani, gli esseri umani da altri esseri umani, ecc… sono dipendenti dal Demonio ed agiscono per il suo conto e sono il male assoluto per tutti.

Guardiamoci intorno e vediamo chi sono i seminatori di odio! Forse stanno in mezzo a noi, nelle nostre famiglie divise, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei luoghi di carrierismi vari, nelle comunità di credenti dove non c’è l’amore di Dio al centro dei loro interessi, ma gli interessi di ogni genere di chi vi fa parte e vi entra non per costruire, ma per divedere e distruggere. Il Diavolo è tutto questo.

Gesù è amore, unione, pace e serenità in tutti gli ambienti e i luoghi di questa terra. Chi sta dalla parte di Cristo vive felice. Chi sta dalla parte del Maligno è un’anima persa, difficilmente recuperabile, se si è venduta l’anima al Diavolo, cioè al male.

Sia questa la nostra preghiera oggi: “Ci sostenga sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova,  che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 16 LUGLIO 2017

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

DOMENICA 16 LUGLIO 2017

Seminare per raccogliere frutti spirituali

Commento di padre Antonio Rungi

Al centro della parola di Dio di questa XV domenica del tempo ordinario è la parabola del Seminatore, chiaro riferimento a nostro Signore Gesù Cristo, vero ed unico seminatore della parola di Dio nel cuore dei fedeli. Egli stesso è la parola di Dio per eccellenza, il Verbo fatto carne, nel grembo purissimo di Maria Vergine. Ed oggi che la Chiesa ricorda anche la festa della Madonna del Monte Carmelo, questo stretto rapporto tra Gesù e Maria è messo in evidenza proprio attraverso la semina e l’accoglienza della parola di Dio.
Di questa parabola raccontata da Gesù in riva al mare, a tanta folla che si era riunita per ascoltare, Gesù stesso né da la spiegazione dettagliata nella seconda parte del brano del Vangelo, che ascolteremo, in questa domenica e che è tratto dall’evangelista Matteo. Il seminatore semina dovunque e i risultati della semina fatta variano da luogo a luogo, da ambiente ad ambiente e da persona a persona. Gesù, infatti, nella parte introduttiva della parabola, sottolinea l’azione del seminatore e nella parte conclusiva la risposta data dal suo seminare: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Chiaramente di fronte a questa abbondante semina della parola di Dio a cui fa riferimento il testo, i discepoli chiedono a Gesù delucidazioni, volendo sapere, come mai la parola non dà frutti allo stesso modo. Ed ecco la spiegazione di ordine spirituale: “Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Si comprendono, così, le ragioni perché la parola di Dio non dà frutto adeguato nelle persone, perché si è concentrati su altre problematiche e si presta poco attenzione ad essa, per farla crescere e maturare, per poi portare a decisioni importanti della nostra vita. Chiaramente, ci si domanda: cosa fare per non far vanificare la semina che la Chiesa effettuata in ogni angolo della terra? La risposta è molto immediata e diretta: bisogna rendere il cuore e la mente disponibile all’ascolto e a lasciarsi interpellare dalla parola stessa.
Da questo punto di vista, possiamo assumere come immagine per la produttività della parola, quello che leggiamo nel brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, che utilizza il fenomeno naturale della pioggia per far comprendere la capacità di trasformare le persone, se la parola trova un terreno disponibile e non refrattario: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Effettivamente è così. Se noi ci lasciamo permeare nel profondo del nostro essere dalla parola di Dio, tutto diventa più semplice, in quanto essa riesce a produrre i frutti spirituali necessari alla nostra personale santificazione, nonostante le sofferenze e le croci.
D’altra parte, il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 64, viene a ribadire i concetti espressi nella prima lettura, con una impostazione a carattere orante, come è tipico di ogni salmo, che sono vere e proprie preghiere: “Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze… Così prepari la terra: ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli”.
E’ tutta la creazione che viene continuamente rigenerata mediante la parola di Dio che spinge ad agire nel cuore dell’uomo, come ci ricorda l’apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera ai Romani: “Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.
Protesi verso l’eternità ed in attesa del giudizio universale e della risurrezione finale, questo è la storia di ogni credente che si lascia guidare dalla parola di Dio, che è parola di verità e di speranza in un mondo davvero bello e infinitamente vitale e luminoso per sempre.
Pertanto, a conclusione della nostra riflessione sulla parola di Dio di questa domenica chiediamo al Signore ciò che è veramente necessario per la nostra salvezza: “Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno”.

Maria Goretti, santa emigrante e degli emigranti – Festa 6 luglio 2017

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MARIA GORETTI, SANTA EMIGRANTE E DEGLI EMIGRANTI

 

di Antonio Rungi

 

La Chiesa cattolica, il 6 luglio, ricorda una santa, di appena 12 anni, morta martire all’inizio del secolo XX nella palude pontina: il suo nome è Maria Goretti, la santa emigrata dalle Marche e morta alle Ferriere di Conca, nei pressi di Nettuno (Rm) il 6 luglio 1902.

Come tante famiglie contadine di fine Ottocento e di inizio Novecento, in mancanza di lavoro emigravano per l’Italia, da poco costituita nel Regno Unito. E come tutti i processi di aggregazione politica, sociale, economica, sono sempre le aree e zone più povere e deboli a soffrirne. E le Marche non offrivano lavoro, per cui i capi-famiglia avevano l’obbligo di girovagare per l’Italia o espatriare per mantenere la famiglia. Non fu la prima grande emigrazione interna, ma certamente quella di Fine Ottocento – Inizio Novecento è una delle più consistenti.  Oggi, Maria Goretti, si presenta a noi, come la bambina santa emigrante e degli emigranti che è l’icona di tanti bambini e ragazzi emigranti che muoiono martiri nei nostri mari. Non fu la stessa cosa per lei, ma rappresenta in pieno questa emergenza di bambini non accompagnati o accompagni che non arrivano alle porte della speranza.

Dodici anni di vita non sono tanti, eppure, per Maria Goretti, assumono un valore infinito nel tempo e nello spirito, perché con il suo espresso volere ha saputo vivere fino in fondo la sua vocazione battesimale, che è la chiamata alla santità, passando attraverso i sacramenti della confessione e della comunione.

Una santità, fatta di sofferenze, sacrifici, rinunce, ma anche di profonde gioie di una fede accolta, vissuta e testimoniata in pochissimi anni di vita, di cui alcuni in peregrinatio per le campagne italiane, tra Paliano (Fr) e Nettuno (Rm) con la sua famiglia, in cerca di un dignitoso lavoro.

La santità non la si inventa dall’oggi al domani, ma la si costruire nel tempo. E la santità di Maria Goretti si è struttura nel tempo, in famiglia, in parrocchia e nelle località dove è iniziata la sua avventura spirituale (il 16 ottobre del 1890 a Corinaldo, Ancona, dove nasceva) e poi si è conclusa tragicamente in quel 6 luglio 1902, nell’ospedale di Nettuno, dopo essere stata pugnalata più volte dal suo aggressore (il giovane Alessandro Serenelli), che perdonò dal profondo del suo cuore.  Era il 5 luglio 1902 quando si verificò la vile aggressione, nel pieno dell’estate rovente delle paludi pontine, dove la malaria la faceva da padrone e dove sopravvivere era una lotta quotidiana. Quando la piccola Maria, giunse con la famiglia alle Ferriere, aveva già quasi nove anni e possedeva un bagaglio di educazione e conoscenze religiose sufficienti per farle capire la sostanziale differenza tra il bene e il male e il dovere cristiano di scegliere sempre il bene, evitando il male.

La fanciulla era in grado di formulare i suoi buoni propositi. Poi la grazia di Dio fece il resto. Ecco perché seppe dire no a chi voleva non solo intaccare la purezza del suo corpo, ma soprattutto la bellezza e la purezza del suo cuore e della sua anima.

“Così, una piccola contadina”, come l’ha definita, san Giovanni Paolo II, sul luogo del martirio, il 29 settembre 1991, “diviene per noi un modello: modello di vita cristiana, modello di autentica santità. Ed aggiunge: “Questa fanciulla che, in tempi ben più duri degli attuali, conobbe le difficoltà di un’esistenza precaria, povera, segnata dalla spossante fatica del lavoro nei campi, ma saldamente ancorata alle nobili tradizioni familiari e ai fondamentali valori umani e cristiani. Seguendone l’esempio, restate anche voi fedeli a tali valori: il rispetto per la vita, la mutua solidarietà, la disponibilità all’ospitalità e all’accoglienza dell’immigrato, l’amore per la legge divina, il sacro timor di Dio. Questo è il patrimonio prezioso che avete ereditato dai vostri antenati, anch’essi emigrati, qui, come la famiglia Goretti, da altre Regioni d’Italia”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO XIV DEL T.O. – 9 LUGLIO 2017

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 9 LUGLIO 2017

Mitezza ed umiltà di cuore come Cristo Signore

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XIV domenica del tempo ordinario, in piena estate 2017, ci fa riflettere su alcuni aspetti importanti della vita di nostro Signore Gesù Cristo, modello di comportamento per ogni suo vero discepolo.

E’ soprattutto, nella prima lettura e nel Vangelo, che i testi sacri si concentrano sulla mitezza, sull’umiltà del futuro messia e del messia già presente nella storia dell’umanità con la venuta di Gesù, Figlio di Dio, sulla Terra.

Chiaro invito a tutti noi cristiani a riscoprire alcuni valori o virtù importanti che abbiamo dimenticato, quale la semplicità, la bontà, la tenerezza ed altri comportamenti virtuosi, oggi poco considerati da un punto di vista spirituale, eppure essenziali per camminare sulla strada della santità.

Partendo dal brano del profeta Zaccaria, che troviamo nella prima lettura, questo ci presenta la venuta del messia come un’era o tempo di pace, di riconciliazione generale e come prospettiva di risanamento globale di Gerusalemme.

Leggiamo, infatti, nel brano queste testuali parole: “Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».

Tutte immagini e riferimenti alla situazione in cui si trovava Israele al tempo del profeta, in cui non c’era pace, c’era la guerra e non si vivevano giorni tranquilli. Perciò, questo inno alla gioia e alla speranza viene innalzato dal profeta a nome di tutta Gerusalemme in prospettiva di questo re umile, che cavalca un’asina, ma che avrò il potere di dominare da fiume a fiume, da mare a mare: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!>>.

Questa gioia che ci viene chiesta di vivere anche a noi, ogni volta che ci mettiamo in uno stato di attesa della venuta del Signore, che a noi giunge in molteplici modi, soprattutto, attraverso le vie scelte proprio da Lui per essere con noi, quale il sacramento dell’eucaristia, al quale ci accostiamo, penso con grande dignità ed umiltà, durante almeno la celebrazione della messa domenicale o festiva.

Il salmo 144, che costituisce il salmo responsoriale di questa domenica, ci aiuta nella preghiera di lode in questo giorno del Signore, la Domenica, durante il quale si moltiplica il nostro grazie, a Colui che è la nostra gioia, vita e speranza: O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre. Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre… Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza”.

A questo nostro Dio, noi ci rivolgiamo, convinti più che mai che da Lui riceviamo misericordia e perdono per le nostre debolezze e per i nostri piccoli o grandi errori della vita: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature…. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”.

La dimensione più vera dell’esistenza cristiana in prospettiva di spiritualità vera è messa in evidenza nel brano della seconda lettura di questa domenica, tratto dall’epistolario di San Paolo Apostolo e precisamente dalla Lettera ai Romani, che è una delle più importanti scritte dall’apostolo delle Genti: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”.

E conclude con queste parole: “Fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.

Carne e spirito sono in evidente opposizione nella vita cristiana. Chi segue una vita carnale, vive nel peccato e nelle passioni più disordinate e quindi è lontano da Dio; chi vive secondo lo spirito agisce volando sempre più in alto nel cammino della santità e della moralizzazione personale; per cui chi segue lo spirito, segue la vita e segue Dio.

A noi la scelta di seguire la strada dello spirito, che  libera e santifica o quella della carne che rende schiavi e purtroppo porta alla perdizione. E su questi valori non ci sono vie di mezzo, né si può tentare una conciliazione tra le opposizioni. Spirito e carne rimarranno sempre l’uno contro l’altra.

Di conseguenza è necessario mettersi sulla via tracciata dal divino Maestro, per vivere secondo lo spirito e far liberare in noi le potenzialità dell’anima, riflesso della bellezza e della tenerezza di Dio, come ci ricorda il significativo brano del vangelo di oggi, incentrato sull’imitazione di Cristo: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”.

Da questa scuola della tenerezza, dobbiamo uscire con la consapevolezza di alcune importanti cose da sapere per la nostra vita: Dio si rivela ai piccoli e ai semplici e non ai potenti e prepotenti; Dio ci è vicino nella fatica quotidiana per la lotta per la sopravvivenza e non ci abbandona mai; Dio ci invita a seguirlo anche a costo di grosse rinunce, in quanto rinunciare a cose importanti della nostra vita per amore di Dio, rende leggero ogni giogo ed ogni croce e prova.

Sia questa la nostra umile e fiduciosa preghiera, che rivolgiamo al Signore nella domenica dell’umiltà e della semplicità del cuore: “ O Dio, che ti riveli ai piccoli
e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio,  per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. Amen

OGGI SONO 150 ANNI CHE SAN PAOLO DELLA CROCE FU PROCLAMATO SANTO

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ROMA. 150 ANNI DALLA CANONIZZAZIONE DI SAN PAOLO DELLA CROCE IL 29 GIUGNO 2017

 

di Antonio Rungi

 

I passionisti di tutto il mondo, oggi, 29 giugno 2017, ricordano il fausto evento dei 150 anni della canonizzazione di San Paolo della Croce, loro Padre e Fondatore.

Tante le iniziative poste in essere da tutto l’istituto per ricordare degnamente questo evento, a partire da Roma, ai Santi Giovanni e Paolo, dove il 18 ottobre 1775, san Paolo della Croce chiudeva la sua avventura spirituale per volare in cielo. Qui, infatti, nella casa generalizia si svolgeranno i momenti più importanti, alla presenza del superiore generale, padre Joachim Rego.

Messa solenne di ringraziamento nel giorno commemorativo, durante il quale la Chiesa a Roma e nel mondo celebra la solennità dei santi Pietro e Paolo. Domenica, 2 luglio, la solenne inaugurazione della cappella del Fondatore,  nella Casa generalizia, ristrutturata e sistemata per renderla più fruibile come luogo di preghiera e di celebrazione della santissima eucaristia. In fase di completamento è un percorso a piedi per le strade di Roma “Sulle orme di San Paolo della Croce”, che permetterà ai pellegrini passionisti e ad altri di apprezzare i luoghi dove Paolo fu presente ed esercitò il ministero in questa città, dall’ospedale san Gallicano, alla Chiesa della Navicella, alla Madonna Salus Populi Romani e alla Basilica Celimontana.

Tutte le singole comunità passioniste, attualmente 400 nel mondo, in 60 nazioni e in tutti i continenti, ricorderanno questo giubileo speciale, con messe di ringraziamenti, convegni, eventi culturali e sociali, facendo tesoro, soprattutto, di quanto ha scritto il Superiore generale a tutta la famiglia passionista nel mondo: “Sarà una straordinaria opportunità per riscoprire e dare grande cura al dono fatto da Dio a tutta la Chiesa nella persona e nella spiritualità di San Paolo della Croce e nell’aver fatto dono, attraverso di lui, della Congregazione della Passione alla Chiesa”.

San Paolo della Croce venne proclamato santo con la Bolla di canonizzazione promulgata dal Papa Pio IX il 7 giugno 1867.

Con questo atto ufficiale, la Chiesa riconosceva  le virtù eroiche di san Paolo della Croce e il 29 giugno 1867, il Santo Padre lo canonizzava nella Basilica di San Pietro: era uno dei venticinque nuovi santi e sante canonizzati in quel giorno.

“S. Paolo della Croce –scriveva il Servo di Dio Padre Teodoro Foley, in occasione del centenario della canonizzazione, il 29 giugno 1967 – si santificò non come individuo, ma come fondatore e perciò l’aiuto divino, datogli dall’inizio della sua vocazione fino alle ultime ore della sua vita, ebbe lo scopo di renderlo il prototipo di coloro che lo avrebbero seguito.  La santificazione personale di S. Paolo della Croce, quindi, esaltata nella sua canonizzazione, fu voluta da Dio per dare alla congregazione un modello perenne di santità, affinché i suoi figli, imitandolo, rendessero testimonianza in mezzo al mondo del mistero della morte e della resurrezione del Signore e, in tal modo, annunziassero il vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo è il motivo per cui la canonizzazione di S. Paolo della Croce ha importanza speciale per noi, suoi discepoli di oggi”.

 

Padre Rego,  oggi a 150 anni dalla canonizzazione di San Paolo,  rivolgendosi a tutti i passionisti del mondo, scrive: “Fratelli miei e sorelle, vi esorto caldamente a non lasciare che questo evento del 150° anniversario della canonizzazione di San Paolo della Croce, passi inosservato. Anzi, al contrario, incoraggio una più profonda riscoperta della straordinaria personalità di San Paolo della Croce e della sua spiritualità sulle profondità dell’amore di Dio che sgorgano dalla Passione di Gesù”.

In questo giorno di festa arriva la triste notizia della morte della madre del nostro Superiore generale, a Sidney in Australia. Siamo vicino con la preghiera al nostro padre Joachim Rego.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 2 LUGLIO 2017

 

La croce di Cristo, amore per l’umanità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa XIII domenica del tempo ordinario è un insieme di appelli alla fede, alla speranza e alla carità, vissuta nel nome del Signore e testimonianza con una degna condotta di vita.

A partire dalla prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, ci immergiamo nella sensibilità umana, nel tema dell’accoglienza e della riconoscenza. Il profeta Eliseo passava spesso per Sunem e come capita in tutti i luoghi del mondo, dove ci sono i poveri, così ci sono i ricchi. Ed Eliseo venne accolta da una donna facoltosa, sposata, ma senza figli. Non si trattava di una generosità occasionale o un atto di elemosina, gettato lì, tanto per mettersi a posto la coscienza. Al contrario questa donna, aveva perfettamente visto in Eliseo un santo e lo confida apertamente al marito. Addirittura, proprio perché si ripeteva sistematicamente questa visita e questa, la coppia decise di destinare una stanza della loro abitazione, al piano superiore, perché il profeta, nel suo peregrinare nell’annunciare la parola di Dio, oltre che al cibo, potesse usufruire anche del doveroso riposo. Tutto si realizza nella massima disponibilità della coppia e della loro generosità. Potremmo dire che anche i cuori dei ricchi sanno donare e non solo possedere ed avere per se stessi. E qui ci troviamo in un caso di generosità ed accoglienza totale. Chi riceve tanto, non può tenere per se quanto riceve. E il profeta Eliseo, si pone legittimamente la domanda, chiedendo lume e suggerimenti al suo inserviente: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo lo informò di una carenza enorme per una donna: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo fece chiamare la donna. Ed ella appena giunta si fermò sulla porta. Allora il profeta Eliseo le disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”. Penso che dono più bello per una donna, sterile e con il marito avanti negli anni, non poteva ricevere. Immagino il cuore, gli occhi e la mente di quella donna sposata a quella promessa. La piena fiducia nella parola del profeta e sapere con certezza che era una parola vera e che si sarebbe verificata. Quante donne attendono il dono di un figlio e quante ci provano ad averlo in tanti modi, con le tecniche di oggi e non vi riescono? Il figlio è un dono e un diritto. L’importante che si sia accoglienti verso la vita, in tutte le età e in tutte le condizioni sociali. Questo testo biblico ci fa apprezzare il dono della generosità e della maternità e paternità, non solo biologica, ma anche spirituale. Sul tema della riconoscenza e della gratitudine verso Dio è incentrato il salmo 88, il salmo responsoriale di questa domenica, nel qual diciamo: canteremo per sempre l’amore del Signore. Canteremo senza fine le grazie del Signore,  con la nostra bocca annunzieremo la sua fedeltà nei secoli, perché il Signore ha detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli”.

Nel brano del seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera ai Romani di San Paolo Apostolo, ci viene ricordato il grande dono della fede, ricevuto nel battesimo e il significato teologico che questo sacramento ha nella vita di ogni cristiano. Infatti, ci ricorda, includendo lui stesso, che “quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”. Immersi quindi nella morte e risurrezione di Cristo. Morti al peccato e viventi nella grazia santificante, che ci rigenera continuamente a vita nuova, in attesa della vita senza fine e della risurrezione finale. Per cui, “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.

Il vangelo di oggi, tratto da Matteo, è una delle pagine più belle scritte con la vita e con le parole dette da Gesù a noi. E’ un appello a mettere al centro della vita, ciò che veramente conta ed ha valore infinito ed eterno. E quello che conta veramente in questa nostra esistenza terrena non è nulla di materiale, ma tutto quello che è espressione di amore verso il Signore.

Neanche gli affetti più naturali, importanti indispensabili, colme quelli verso un genitore o verso un figlio, contano di più. Ecco perché questa parola del Signore, non ammette compromessi e chiede radicalità nell’accoglienza e nella vita vissuta, fino alla fine: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

Quante volte pensiamo in questa ottica umana e poi restiamo profondamente delusi, perché spesso non amano i figli i genitori e i genitori i figli. L’amore umano è sempre soggetto a fragilità, a debolezze e a stanchezze. L’amore del Signore e per il Signore è in eterno. E Gesù ce lo ricorda con parole pesanti nel vangelo di oggi: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

L’amore di Dio che si concretizza con l’amore fatto di gesti semplici, anche di un bicchiere d’acqua, a chi ne ha bisogno. L’amore riempie, disseta, rigenera, ridà vita e speranza. E se l’amore è donato nel nome del Signore acquista un valore di eternità, che solo Dio potrà ricompensare nel modo adeguato.

I santi della carità, rimangono di esempio in questo nostro mondo in cui tanto si parla di carità e poco la si vive e la si attua nella vita quotidiana. Sia questa la nostra preghiera, che eleviamo al Signore in questo giorno di luce e di speranza per tutti: “O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità”. Amen.

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 GIUGNO 2017 – XII T.O.

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 25 giugno 2017
Una fede coraggiosa che sappia affrontare tutte le sfide e le prove della vita

Commento di padre Antonio Rungi

Dopo le varie feste e solennità che abbiamo celebrato nelle domeniche precedenti, fino al Corpus Domini, con questa domenica XII del tempo ordinario, riprendiamo le nostre riflessioni sui testi biblici che ci offre la parola di Dio di questa Domenica. Sono testi davvero significativi che attendono di essere compresi e annunciati, meditante una degna condotta di vita cristiana.

La prima lettura tratta dal libro del profeta Geremìa, ci presenta un profeta di fronte al comportamento dei calunniatori nei suoi riguardi, per screditarlo, per rendere meno credibile la sua parola, di messaggero di Dio, ma non ci riescono, non raggiungono il loro scopo, in quanto il profeta, nonostante le calunnie, le denunce, gli inganni messi in atto, Egli sente vicino il Signore che lo protegge e lo fa prevalere contro i suoi avversari e nemici. Alla fine la scena si ribalta. Non è il profeta sotto inchiesta per false denunce e calunnie, ma proprio coloro che avevano operato in questa direzione immorale. Come dire, che chi si affida a Dio, prima o poi vincerà la sua battaglia di rettitudine e moralità, nonostante le debolezze personali e connaturali all’essere umano.

Questa pagina del profeta Geremia sembra essere la fotografia del mondo di oggi, basata sulla falsità, sulla menzogna, sulla diffamazione e calunnia di chi invece cerca di fare il suo dovere, di essere coerente con i principi morali e rispondere alla personale chiamata alla santità. Questo avviene in tutti gli ambienti, soprattutto oggi sui social, nella politica, nella comunicazione, nell’economia, nel campo giudiziario, ma avviene sempre più frequentemente nei confronti della chiesa e all’interno della Chiesa. Tanti santi sono stati diffamati e calunniati per invidia e gelosia all’interno degli ambienti, dove vivevano ed operano, sono stati avversati, ostacolati, bloccati, emarginati dal potere gerarchico, che non sempre ha la capacità di intercettare i segni dei tempi e capire i veri profeti di quel periodo. Basta far riferimento ad alcuni Santi a noi noti, come San Pio da Pietrelcina, San Tommaso Fusco, e sacerdoti come don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, riportati al centro della considerazione della Chiesa ufficiale con la recente visita di Papa Francesco nei luoghi delle loro memorie e delle loro opere.

Il brano del profeta Geremia aiuti tutti coloro che si trovano di fronte a prove dolorosissime, provocate dai loro calunniatori e detrattori, a superarle. Con l’aiuto di Dio la verità verrà sempre alla luce, nei suoi molteplici aspetti, non sempre positivi, per come si è giunti ad  essa.

Nel salmo 68, che è inserito come salmo responsoriale per questa domenica, viene ribadito il concetto di accettazione della sopportazione, dell’insulto, dell’esclusione sociale, nel seguire la legge del Signore che pone in evidente contrasto con quanto è capace di elaborare l’uomo che offende e denigra i propri fratelli. Anche qui ci si affida al Signore che non può lasciare da solo chi confida in Lui.

Nel testo della lettera ai Romani, che costituisce il brano della seconda lettura di questa domenica, san Paolo Apostolo, scrivendo ai cristiani di Roma e della capitale dell’impero, nuovo centro del cristianesimo nascente e ormai diffuso oltre lo spazio geografico della Palestina, parla di peccato e grazia, del primo Adamo, prefigura di Cristo. Il primo si raccorda al peccato originale, il secondo, Gesù Cristo è il salvatore e redentore e si raccorda alla grazi. Questo modo di procedere dell’apostolo per analizzare il termine del peccato, va chiaramente contro una visione della legge, che è parametro di confronto del peccato stesso, in quanto “fino alla Legge c’era il peccato nel mondo”. Con la legge sinaitica entra in campo la misericordia di Dio. Scrive, infatti, che “la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”. E conclude nel segno della misericordia e della grazia: “Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti”.

Nel contesto generale della parola di Dio di questa domenica, si colloca perfettamente quello che è scritto nel testo del Vangelo di Matteo e che sarà alla nostra attenzione durante la celebrazione della santa messa.  Non dobbiamo aver paura della verità. Anche nelle proprie debolezze e nelle tue fragilità, il Signore guarda al nostro cuore  e non alle nostre credenziali sociali o di altra natura. Gli altri non sono né migliori, né peggiori di noi. Tutto viene chiarito davanti al cospetto di Dio. Dobbiamo aver il coraggio dell’annuncio, della denuncia del male e della corruzione. Non possiamo adattarci alle situazioni di ingiustizia presenti nel mondo. Non dobbiamo aver paura di coloro che ci ammazzano nel corpo (e lo fanno spesso, soprattutto ai nostri giorni), ma di coloro che uccidono la speranza, la gioia, la vita, la libertà in ogni essere umano. In poche parole, dobbiamo aver paura di colui o di coloro che sono strumenti nelle mani di Satana per distruggere in noi ciò che veramente conta, e cioè l’immagine di Dio in noi.

Noi non siamo soli in questa lotta. Dio è dalla nostra parte ed è il Vincitore. Avere il coraggio della propria fede ed essere testimoni credenti e credibili ci fa comprendere meglio chi siamo realmente, come preghiamo in questa domenica con la colletta di introduzione alla santa messa: “O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta”. Amen.

 

CORPUS DOMINI 2017 – LA RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

Domenica 18 giugno 2017

La santissima eucaristia, il pane degli angeli e pane dei pellegrini

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù, il Corpus Domini, il Corpo del Signore, il Corpo di Cristo. Celebrare il corpo del Redentore è celebrare il mistero che lo contiene e lo esprime ed è la santissima eucaristia. Noi cattolici, crediamo, infatti, quello che la Chiesa da sempre ha creduto e vissuto, celebrando ogni giorno la santa eucaristia, nelle catacombe, come nelle grandi basiliche o nelle piccole chiese di campagna o di periferia. Dovunque c’è un altare e che un sacerdote, dove c’è almeno una delle due specie eucaristiche, il pane o il vino o come è prassi entrambi, il ministro consacrato, pronunciando le stesse parole che Gesù disse nell’ultima cena, sul pane e sul vino, si rinnova lo stesso sacrificio di Cristo sulla Croce, la sua morte e la sua risurrezione. La messa, memoriale della Pasqua di Cristo attualizza l’evento salvifico ed è luogo teologico privilegiato per fare vera comunione con Cristo, con il suo corpo donato e il suo sangue versato. E, l’Eucaristia, il sacramento del corpo e sangue del Signore che ci sostiene nel pellegrinaggio della vita, come persone e come comunità. E’ quel pane degli angeli disceso dal cielo e dato a noi come pane dei viandanti, per il nostro cammino nel tempo, in preparazione dell’eternità si colori di gioia e speranza e trovi in questo sostegno interiore la forza della grazia per superare ogni ostacolo e barriera che si incontra lungo il tragitto della vita, non sempre facile e semplice da affrontare e vivere. Nella preghiera iniziale della santa messa di questa solennità, noi ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene:
fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi,  tuoi convitati alla mensa del regno.
Entrando nei testi biblici che ci riportano alle sorgenti della santissima eucaristia, il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Deuteronòmio, ci riporta al racconto della storia del passaggio di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, alla libertà della Terra Promessa, la Palestina. Mosè, il condottiere, sale in cattedra e illustra la storia come è andata e quale senso bisognava dare a quanto il Signore aveva fatto per loro. Parole che toccano il cuore di ogni animo veramente religioso e che ci aprono la strada alla vera comprensione del mistero del santissimo sacramento dell’altare, partendo dalla prima storica pasqua di liberazione sociale e ambientale. E’ un invito a non dimentica e a fare memoria:  «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… Egli ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile…. che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri». Mosè chiede al popolo di non dimenticare. Gesù nell’ultima cena dopo aver distribuito il pane e il vino ai dodici apostoli, chiede di rinnovare e fare le stesse cose in memoria di Lui. E’ la nuova Pasqua che si configura in quella cena, che viene consacrata attraverso i segni del pane e del vino, memoriale della morte e risurrezione del Signore. Dalla prima Pasqua, quella degli Ebrei, alla nuova e definitiva Pasqua di Cristo, celebrata nella sua morte e risurrezione in riscatto dei nostri peccati e quelli del mondo intero. Nel Salmo responsoriale di questa solennità, tratto dal salmo 147, c’ un forte appello, a rendere lode al Signore, perché ha rinforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme, ha benedetto i suoi figli, ha messo  pace nei suoi confini e la sazia con fiore di frumento. Per il suo popolo santo manda sulla terra il suo messaggio e sua parola corre veloce, stabilizza con la legge dell’amore Israele, dando ad essa un posto di rilievo tra le nazioni. conoscere loro i suoi giudizi. Israele, come la nuova Gerusalemme, la Chiesa è nel cuore di Dio e di Cristo.

Da parte sua san Paolo Apostolo, riflettendo sul mistero eucaristico, scrivendo ai cristiani di Corinto, nel brano della seconda lettura di oggi, ci viene a confermare l’essenza stessa della comunione o della celebrazione eucaristica nella sua completezza nelle specie e nella liturgia che pure veniva attentamente seguita e attuata nella comunità cristiana di Corinto. E chiede a mo’ di interrogativo teologico e morale: Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” Duplice interrogativo posto in riferimento all’utilizzo del pane e del vino per la celebrazione dell’eucaristia. Un duplice interrogativo che trova risposta nel versetto seguente, che fa da sintesi di pensiero e di azione liturgico. Egli, infatti, scrive: “poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. E’ evidente che il pane eucaristica costituisce la chiesa in unità e chi partecipa alla mensa eucaristica fa la comunione con Cristo e vive in comunione con i fratelli, nella fede  e nell’umanità.

Agganciandoci, al Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, noi possiamo ben capire, perché Gesù dichiari apertamente che Egli è “il pane vivo, disceso dal cielo”. Aggiungendo il valore e il peso spirituale per chi si ciba di Lui: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Di fronte ad un’affermazione così importante, di questa nuova teofania della divinità di Cristo e della sua figliolanza con Dio, “i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro”, ponendosi la domanda: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». E Gesù risponde subito, dando le motivazioni personali, bibliche e teologiche in merito al quesito posto, replicando: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.  Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

E’ il celebre discorso di Gesù sul pane della vita, che è Egli stesso e al quale dobbiamo accedere sistematicamente, in stato di grazia, per camminare verso l’eternità e prepararci con la nostra risposta di amore eucaristico, che è amore di lode e di ringraziamento, ma anche di amore e oblazione, la nostra vita futura, che non è su questa terra, ma si colloca nel cielo.

La sequenza del Corpus Domini, inserita nella liturgia della messa di oggi, ci riporta fondamentalmente al senso più vero dell’eucaristia come, pane dei pellegrini, pane che prepara ad una vita oltre la vita, anzi che la fa anticipare e gustare  giù su questa terra, se viviamo davvero come anime eucaristiche e adoriamo il santissimo sacramento con lo stesso animo che  lo hanno adorato i santi devoti del sacramento dell’altare: “Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”. Amen

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SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

 

DOMENICA 11 GIUGNO 2017

 

IL NOSTRO DIO E’ IMMENSO NELL’AMORE

 

ED INFINITO NELLA MISERICORDIA

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il mistero della Santissima Trinità che celebriamo oggi con un’apposita liturgia della parola e dell’Eucaristia, ci sostiene nella profonda convinzione della nostra fede, nel Dio Uno e Trino, che il nostro Dio è grande nell’amore ed immenso nella sua misericordia.

Padre, Figlio e Spirito Santo è la grande rivelazione che Gesù Cristo, nostro Salvatore, fa all’uomo nella sua venuta sulla terra, quale redentore, inviato dal Padre, la cui missione, una volta completata con la sua ascensione al cielo, viene continuata dall’azione dello Spirito Santo che “procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti” (Credo). Questo Dio Uno e Trino, è vicino a noi e vive dentro di noi. Questo Dio che è Uno nella natura, Trino nelle persone, forte ed immenso nell’amore, generoso nel concedere il perdono.

Nella preghiera della colletta di questa festività, noi, infatti, ci rivolgiamo con queste bellissime espressioni di fede: “O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone.

Dal brano della prima lettura di questa festa, ci vengono indicati alcuni attribuiti essenziali di Dio, così come sono descritti nel testo dell’Esodo, che narra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, del passaggio del Mar Rosso e della comunicazione di Dio della sua fondamentale volontà, scritta e fissata nei Dieci Comandamenti, dati a Mosè sul Monte Sinai, dove Egli stipula con l’uomo una prima fondamentale alleanza, quella appunto sinaitica. Infatti leggiamo che “in quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Dio si autorivela, si dichiara per quello che Egli è sostanzialmente: un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Come si vede, è un Dio che prende l’iniziativa per farsi conoscere e per dire all’uomo, che non è solo, ma oltre di Lui che un Essere superiore che lo sostiene nel cammino della vita e della storia e che cammina al suo fianco non con le armi e le frecce in mano, né con la potenza del governo di ogni genere umano e terreno, ma con l’amore, la tenerezza e la bontà di un Padre, che guarda davvero nel cuore di ogni suo figlio, comprendendolo e rassicurandolo nelle sue fragilità.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto da libro di Daniele è un inno di lode e di riconoscenza al nostro Dio, il cui nome è glorioso e santo. Egli che penetra con lo sguardo gli abissi  siede sui cherubini.

Nel brano della seconda lettura di questa festa, Paolo Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci raccomanda di essere gioiosi, di tendere alla perfezione, di farci coraggio a vicenda nella prova,  di avere gli stessi sentimenti e di vivere in  pace con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.

Nel testo di questo brano viene riportato il noto saluto iniziale della celebrazione eucaristica o di apertura di varie liturgia, che ben conosciamo e che ci riporta nel mistero della Santissima Trinità: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Ebbene, davvero facciamo sì che la santissima Trinità inabiti in noi e ci dia tutta quella forza che ci serve per camminare nella vita di tutti i giorni, verso il traguardo finale dell’eternità, dove vedremo Dio faccia a faccia, così come Egli è, e sapremo la verità di tutto quello che abbiamo creduto, amato e sperato nel tempo, non senza dubbi e problemi. In questa fede nella santissima Trinità, siamo cresciuti e siamo stati allattati con il latte spirituale dei nostri genitori e di quanti ci hanno educati ad alzarci al mattino e farci il segno della Croce, per iniziare il nuovo giorno sotto la protezione di Dio e così, man mano per tutta la giornata, nelle varie attività e celebrazione, nei vari spostamenti, passando davanti ad una chiesa o un cimitero o fermandosi in sosta davanti ad una icona della Vergine Santissima, la Madre di Dio e Madre di nostro Signore Gesù Cristo. Quel Dio che, come ci ricorda San Giovanni nel brano del Vangelo di questa festa che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Il mistero della santissima Trinità è un mistero d’amore infinito e di misericordia senza limiti. Egli da cielo sa e conosce ogni nostra esigenze e bisogno e con autorevolezza di Padre ci sostiene nel cammino del pellegrinaggio terreno, indicando nel suo Figlio, morto e risorto, la strada maestra per andare in cielo e lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, consolatore perfetto e dolce ospite della nostra vita di credenti. Sia questa la nostra preghiera in onore della Santissima Trinità: “Padre della vita, che con infinito amore guardi e custodisci coloro che hai creato, ti ringraziamo per tutti i tuoi doni. Ascoltaci quando ti invochiamo, sostienici quando vacilliamo, perdona ogni nostro peccato. Signore Gesù, Salvatore del mondo, che hai preso su di te i pesi e i dolori dell’umanità, ti affidiamo ogni nostra sofferenza. Quando non siamo compresi, consolaci, nell’inquietudine donaci la pace, se siamo considerati ultimi, tu rendici primi. Spirito Santo, consolatore degli afflitti e forza di coloro che sono nella debolezza, ti imploriamo: scendi su di noi. Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita sia un cammino di speranza verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen” (Card Dionigi Tettamanzi).

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2017

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
Domenica 4 giugno 2017

 

Vieni Spirito Santo a consolare i nostri cuori affranti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La Pentecoste è, senz’altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società.

Nell’invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l’uomo.

Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”.

La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua.

Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore.

Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.  Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore”.

Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell’unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell’unica chiesa di Cristo.

L’esempio dell’unitarietà e dell’armoniosità del corpo umano, permette all’Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un’ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l’edificazione della Chiesa e per la santità della stessa.

Leggiamo, infatti, che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo”.

E conclude “noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Quanto ci tenesse l’Apostolo all’unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi.

E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l’invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l’inverno, oltre che l’inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione.

Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo?

Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto,  ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni.  Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna”.

Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé.

Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.