P.RUNGI.COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA XVII TEMPO ORDINARIO – 24 LUGLIO 2016

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DOMENICA   XVII  DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 LUGLIO 2016

LA PREGHIERA, RESPIRO DELL’ANIMA CHE CERCA DIO

Commento di padre Antonio Rungi

 

La preghiera per un cristiano, ma per tutti i credenti veri di qualsiasi religione, è un mezzo indispensabile per cercare Dio e raggiungerlo nella contemplazione dei divini misteri.

La preghiera è davvero il respiro di ogni anima che anela alla comunione con Dio su questa terra e alla salvezza definitiva nell’eternità.

Il maestro di preghiera per eccellenza è proprio Gesù.

Nel Vangelo di oggi, cogliamo questa richiesta importante del gruppo degli apostoli che si rivolgono al loro Maestro, dicendo: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.

Bello questo confronto con il precursore, per farci ricordare che anche Giovanni Battista era un uomo di preghiera ed un maestro di preghiera. Gli apostoli come i discepoli del Battista, non chiedono di imparare filosofia, letteratura, medicina, arte, economia, scienze, ma solo e soltanto la teologia spirituale, cioè la preghiera e l’ascesi.

Le scuole cristiane di preghiera nascono proprio con loro: con il Precursore e soprattutto con Gesù, che, oltre ad essere il vero Maestro di come pregare, è anche il Colui che dà i contenuti alla vera preghiera rivolta a Dio.

Da qui la nascita del Padre nostro, la preghiera di Cristo e del cristiano per eccellenza, che fa parte della nostra quotidiana esperienza di comunicare con Dio, attraverso queste bellissime espressioni di fede, di fiducia, di perdono, di pace che tale preghiera racchiude in se.

Questa orazione dovrebbe accompagnare i nostri passi dalla mattina alla sera, raccordandoci con il cuore e la mente con Colui che è davvero il nostro Padre, al Quale dobbiamo l’onore e la lode, per il Quale dobbiamo lavorare in terra, perché venga il suo regno di amore, di giustizia e di pace, con il Quale dobbiamo andare d’accordo, facendo la sua volontà. Al Quale Dio, nostro Padre, dobbiamo innalzare le nostre legittime richieste di dare il pane e il cibo quotidiano a tutti gli esseri umani, senza togliere a nessuno ciò che è necessario alla vita e alla salute. Nel Quale dobbiamo immergerci per chiedere perdono dei nostri peccati e trovare la forza per perdonare a quanti ci hanno fatto del male, rimettendo a loro i debiti, come noi riceviamo da Dio la remissione dei nostri debiti.

A questo Dio, che Gesù ci ha rivelato, come Padre Misericordioso, dobbiamo essere grati e riconoscenti, al Quale chiediamo di non abbandonarci nelle nostre miserie umane, nei nostri errori, peccati e fragilità, e Gli chiediamo di sostenerci nella lotta contro le tentazioni, il male e il demonio, perché possiamo essere davvero degni di essere suoi figli e vivere nella vera libertà di figli di Dio.

Una preghiera, la nostra, che avrà sempre una risposta dal cielo, che spesso con coincide con le nostre attese ed aspettative. Una preghiera che si fa “croce e dolore”, si fa “calvario e sepolcro”, si fa morte e risurrezione.

Ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto da San Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Chiedere con insistenza per muovere a compassione e tenerezza il cuore di Dio, già tenero e buono nella sua stessa natura ed essenza.

Sicuramente Dio, nella preghiera, vuole continuare con noi un dialogo più esplicito, più aperto, fatto di domanda e risposta, rispetto ad una preghiera silenziosa, senza richieste e senza attese.

Noi abbiamo bisogno di Dio e del suo aiuto, del suo intervento e dobbiamo avere l’umiltà grande di chiedere continuamente ed insistentemente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lo spirito e per il corpo, per noi stessi e per gli altri, per quanti condividono la nostra fede e per tutti gli esseri  umani, perché Dio è Padre di tutti e vuole la conversione di tutti.

Un tema, quella della conversione e del perdono che troviamo esplicitato nel bellissimo brano della prima lettura di oggi, tratto dalla Genesi, in cui patriarca Abramo si fa intermediario tra Dio e il popolo peccatore, gravemente immerso in uno stato di immoralità e di peccato.

Città, come Sodoma e Gomorra, simboli della decadenza morale nell’ambito sessuale e della corruzione, vivono in una condizione di peccato molto grave. E’ Dio stesso che vuole scende dal cielo per verificare la condizione di normalità almeno in un gruppo di persone, per salvare tutti. Alla fine, come leggiamo dal testo della Genesi e dal dialogo che intercorre tra Dio ed Abramo, dalla possibilità di trovare almeno 50 persone giuste, si arriva forse a trovarne uno solo.

Anche in quel caso, Dio perdona tutti per la giustizia di uno solo.

Chiaro riferimento al mistero della salvezza che si compie in Cristo, unico Salvatore del mondo. Solo Dio è il Santo, noi siamo tutti peccatori ed abbiamo bisogno della sua misericordia e del suo perdono.

Per farci capire tutto questo, il Signore, in ogni momento della storia dell’umanità, invia profeti, santi, testimoni, maestri della fede che ci conducono per mano a comprendere l’importanza di stare dalla parte di Dio e non dalla parte del male.

Quest’anno giubilare della misericordia che stiamo celebrando e che Papa Francesco ha indetto, ha un suo preciso scopo: chiedere misericordia a Dio ed essere noi misericordiosi come il Padre.

Non è facile fare come commino di conversione, ma dobbiamo riuscirci a tutti i costi, con noi stessi e dobbiamo aiutare gli altri a farlo.

A tal proposito, ci aiuti quanto scrive l’Apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ascoltiamo nella liturgia della Parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario:  “Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

La nostra salvezza, la nostra riconciliazione, il nostro Paradiso passa attraverso la Croce di Cristo, passa attraverso il Crocifisso.

Capire questo grande mistero della fede del Figlio di Dio che offre la sua vita sulla croce e versa il suo sangue per noi, è il primo passo per pentirsi e inginocchiarsi ai piedi del Crocifisso e dire: Signore perdonami, Signore salvami. Signore portami con te nella pace sconfinata ed eterna del tuo Regno.

Sia questa, allora, la nostra umile preghiera conclusiva con la quale vogliamo sigillare la nostra riflessione in questi giorni di tanto dolore e sofferenza per un’umanità, con tanti morti e vittime del terrore e della follia umana in ogni parte del mondo, questa umanità che ha perso il senso della vita e l’orientamento verso il vero bene: “Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza,
come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore”. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 17 LUGLIO 2016

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 17 luglio 2016
Accoglienza, generosità e riconoscenza

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa sedicesima domenica del tempo ordinario si apre con la bellissima testimonianza del patriarca Abramo che accoglie con generosità, affetto e bontà alcuni ospiti nella sua casa. In questo testo della Genesi, i tre uomini che si presentarono ad Abramo mentre viaggiavano, potrebbero essere legittamente interpretati come la Santissima Trinità o tre Angeli messaggeri di Dio.

Abramo oltre ad essere esempio di fede, è anche, in questo caso, modello di accoglienza ed amore verso gli altri.

Un esempio a cui dobbiamo ispirarci, soprattutto, oggi, noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana, in cui il tema dell’accoglienza di ogni persona è molto predicata e poco praticata.

C’è il rischio della globalizzazione dell’indifferenza, rispetto ai fratelli che sono nel bisogno e nella necessità. Fossero extracomunitari, immigrati, poveri del nostro territorio, ammalati, affamati o qualsiasi altra persona che chiede aiuto e soprattutto chiede di aprire il nostro cuore alle loro reali necessità. A rileggere il brano della prima lettura di questa domenica ci aiuta a capire come dobbiamo comportarsi sempre, di fronte ai reali bisogni di una persona. Certo, qui, nel testo biblico, è ben altra situazione che viene richiamata alla nostra attenzione ed è la presenza e la vicinanza di Dio nella vita del patriarca e nella vita della sua legittima moglie Sara. Una presenza vitale e che si trasforma in dono di vita, di fronte alla sterilità fisica di Sara, che, dopo questo fatto, riceverà il dono del figlio Isacco. Infatti, a conclusione del lauto pranzo fatto dai tre uomini accolti da Abramo in moodo davvero unico, chiesero ad Abramo: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». E’ sempre vero che la generosità del cuore premio sempre. E chi dona con gioia, ricevere sempre cento volte di più quello che dona. Bisogna far tesoro dell’insegnamento di Abramo, che si presenta in questo brano del Libro della Genesi, come l’uomo che ha bisogno di Dio e che una volta che sente di averlo incontrato, dona tutto se stesso per Lui. Da parte sua il Signore che si ferma presso la tenda di Abramo, accolto in un modo così singolare, affettuoso e generoso, non si tiene per sé quello che ha ricevuto, moltiplica all’infinito che che l’uomo gli dona, al punta tale che a quest’uomo dona la cosa più importante che è il dono della paternità, della maternità e della discendenza. Sarà da sterile, diventa feconda a Abramo, da non padre, diventa vero padre con tutti i crismi della legittimità. Non più un padre abusivo o illegittimo o biologico, ma un padre vero e pieno nelle sue funzioni di responsabile della vita del suo figlio, che nascerà e che si chiamerà Isacco. Non più il figlio della schiava, ma il figlio di un matrimonio vero e di una famiglia vera.

Di ospitalità generosa, gioiosa e sincera si parla anche nel Vangelo di oggi, in cui al centro del racconto c’è la visita di Gesù ai suoi amici, Lazzaro, Marta e Maria. Tre fratelli che accolgono Gesù nella loro casa. Tre uomini si presentano ad Abramo, tre persone accolgono Gesù  nella loro abitazione. Il brano del Vangelo di questa domenica è tra quelli più conosciuti ed usati, nell’applicazione concreta di come operare da cristiani o, se possibile, saper conciliare le tante esigenze di essere cristiani, non solo operando, ma soprattutto ascoltando la parola di Dio, con l’essere suoi discepoli nella preghiera, per poi essere operativi, fortificati dal dono della comunione intima e spirituale con il Signore. Marta e Maria sono un duplice modo di vivere da cristiani. Il primo, in modo operativo e concreto; il secondo, in modo contemplativo e ascetico. L’uno e l’altro aspetto della vita di un discepolo si possono integrare e compensare arricchendosi reciprocamente e vicendevolmente. Marta si lamenta con Gesù che vede la sorella, Maria, che sta ai suoi piedi, senza far nulla, mentre c’è molto da fare in casa, soprattutto quando ci sono ospiti così importanti. Quante volte queste cose capitano anche nelle nostre case e nelle nostre famiglie. E l’ospite che viene, invece di essere motivo di gioia e di festa, diventa solo motivo di preoccupazione ed ansia per accoglierlo in modo speciale o eccezionale. Quando il tutto dovrebbe essere fatto con la massima naturalezza e forse dando più importanza non tanto alle cose da preparare, ma al cuore che deve accogliere e la disponibilità delle persone a relazionarsi con l’ospite. Gesù, in fondo, questo fa notare a Marta nel breve dialogo che intercorre tra loro due. Da una parte Marta che si lamenta di Maria e Gesù che fa notare a Marta che quello non è l’atteggiamento migliore per accogliere un ospite. La distrazione che produce l’attivismo eccessivo, allontanano il cuore delle persone da Dio, dalla sua parola. Marta a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Gesù a Marta: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La scelta di Cristo è la parte migliore per ogni cristiano. Le altre cose saranno pure importanti, ma non premiano e danno gioia e serenità come l’essere in ascolto di Dio che parla, mettersi ai piedi di Cristo e comprendere ciò che vuole il Signore da noi. Mettersi, come ci ricorda l’apostolo Paolo, oggi, nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ben conosciamo e che ci è di insegnamento: “Sono lieto –egli scrive-  nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”.

Essere lieti di sopportare ogni prova nella vita per amore di Cristo. Quante sofferenze l’umanità è chiamata ad accettare. Tante dolorosissime prove della vita, come i fatti di cronaca di questi giorni ci richiamano alla mente. Solo una grande fede può accettare certe prove dolorosissime di vedere figli morti ed uccisi, tragedie di ogni tipo. Solo una vera visione della vita che è aperta all’eternità può aiutare a sopportare i tanti dolori e le tante sofferenze che, se, ben inquadrate nel discorso di fede sono la manifestazione attuale di essa nei segni e nei fatti della storia di oggi e di sempre, dove al centro c’è l’uomo che soffre e muore. Nell’immigrato, nel bambino, nell’emarginato, nel povero, in qualsiasi persona debole ed indifesa c’è Lui il Signore, come continuamente tentano a farci capire le tante voci profetiche dei nostri tempi, in primo luogo, Papa Francesco.

Sia questa la nostra preghiera, fratelli e sorelle: “Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 10 LUGLIO 2016

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 Domenica 10 Luglio 2016

L’obbedienza della fede che approda all’amore e al servizio degli ultimi.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quindicesima domenica del tempo ordinaria ci invita a riflette sul valore della parola di Dio nella nostra vita. Come essa sia la base di partenza per ogni esperienza di fede che possiamo fare nell’ambito della nostra religione. Il primo testo della liturgia di questa domenica, tratto dal Deuteronomio, ci presenta, infatti, Mosè che invita il popolo santo di Dio a mettersi in sintonia con la parola rivelata, con la parola comunicata attraverso le tavole della legge, nelle quali è espressa con chiarezza la volontà di Dio e alla quale dobbiamo adeguare il nostro modo di pensare e di agire. Mosè parlò al popolo dicendo:  «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

Ascolto, adesione e attuazione sono i tre passaggi essenziali per mettersi in sintonia con la voce di Dio, con la sua esplicita volontà di santificarci. Sentire questa parola di Dio vicino a noi è fare esperienza di ascolto e comunione, di disponibilità interiore a lasciarci toccare da essa e a rispondere in modo consapevole alla sua chiamata. In altre parole, un vero credente parte sempre dalla Parola di Dio per capire la sua volontà e non bisogna avere una grande cultura per capire ciò che vuole il Signore da Dio. Bisogna avere un cuore docile e disponibile a farci toccare da questa parola, a volte tagliente e che ti costringe a fare delle scelte coraggiose e precise. In questa logica di apertura e di accoglienza della parola, comprendiamo il valore del Salmo responsoriale, inserito nella liturgia di oggi e che è il Salmo 18: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi”.

La parola definitiva che Dio ha comunicato e dato all’umanità è il suo Figlio, Gesù Cristo. Nella lettera ai Colossesi che oggi leggiamo, viene messo in evidenza proprio la centralità di Cristo come parola vivente, parola che salva, parola incarnata nella storia dell’umanità, parola che si fa croce e dalla croce e con la croce capovolge i sistemi di pensiero di chi nella parola della croce, nel Verbum crucis, trova lo strumento della salvezza. Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Nella croce di Gesù l’umanità è stata riconciliata e pacificata, per cui questa umanità redenta dalla croce di Cristo e dal sangue versato ora può dire, se vuole, una parola di verità, una parola di autenticità, una parola di amore e santità. Una parola che passa attraverso l’azione e la vita, attraverso la carità. Una fede senza le opere è morta ed è insignificante. Una fede che si traduce in concreti gesti d’amore è vera e credibile e chi crede operando, esprime una fede autentica e rispondente ai requisiti minimi per dire di essere nel giusto. La parabola del buon samaritano di questa domenica, che ascolteremo nel Vangelo di Luca, è di grande insegnamento per tutti noi. Noi che spesso ci riteniamo più giuste e retti, più perfetti degli altri e che nelle tante competenze, conoscenze e abilità che abbiamo, non facciamo mai entrare la carità, né tantomeno le sette opere di misericordia corporale. Ebbene dall’insegnamento del samaritano attento alle gravi ferite del malcapitato e che si prodiga per sanarle, traiamo le ragioni vere di una fede che si fa amore e attenzione, che fascia e cura, che si dona e si offre. Una fede che ha una sola connotazione nel farsi carico delle sofferenze degli altri. Ecco perché in questa parabola è Gesù stesso che si presenta come il Buon Samaritano di tutta l’umanità. Nel suo cuore ci sono tutti gli uomini e tutte le sofferenze dell’umanità. Egli tali sofferenza se le è caricato sulle sue spalle e le ha lavato con il suo preziosissimo sangue di purificazione e rigenerazione spirituale. Impariamo da Gesù come comportarsi difronte alle tante sofferenze dei nostri fratelli. E se siamo noi nella sofferenza, non dimentichiamo mai che solo che sa soffrire sa anche capire ed aiutare. Perciò, come il maestro della legge che interroga Gesù, su cosa deve fare per ereditare la vita eterna, anche noi domandiamo oggi: cosa devo fare per salvarmi? Sto operando nella logica dell’amore e del servizio o sto semplicemente curando i miei interessi materiali, dimenticandomi degli altri o fingendo di non vedere il dolore del fratello abbandonano lungo le strade di questa umanità? I cattivi esempi li abbiamo anche noi, come Gesù fece notare nella parabola, parlando del sacerdote e del levita che andarono oltre e non aiutarono il fratello, massacrato dai briganti. Mi sembra di rivedere in questa parola che racconta la violenza, l’indifferenza il mondo di oggi, che, nella stragrande maggioranza non si importa dei problemi degli altri, a partire dalla fame del mondo, dalle ingiustizie, dalla corruzione, dalla delinquenza, dal terrorismo, per finire alle guerre. E sull’altro versante chi pure ha un cuore buono e sensibile e cura le ferite di chi è ammalato e si prodiga in tutti i modi per potere lenire il dolore altrui, spesso intimo, invisibile, non decifrabile e non osservabile ad occhi pochi attenti agli altri, poco empatici e sensibili in umanità. Cosa allora dobbiamo fare? Tanto per iniziare: amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza, con tutta la mente e in questo precetto dell’amore che fonda ogni altro amore umano, amare i fratelli e le sorelle come noi stessi. C’è un imperativo categorico dal quale nessun cristiano vero può esimersi e che Gesù richiama all’attenzione di noi, a conclusione della parabola del Buon samaritano: va e anche tu fa lo stesso, cioè mettiti a servizio del dolore dell’umanità. Sia questa la nostra preghiera, fratelli e sorelle, in questa domenica:  “Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo”. Amen.

LA RIFLESSIONE DI PADRE RUNGI PER DOMENICA 3 LUGLIO 2016 – XIV T.O.

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Le carezze di un Dio Padre e Madre

Commento di padre Antonio Rungi

E’ significativo in questa XIV domenica del tempo ordinario, aprire la nostra riflessione ed iniziare la nostra omelia con il testo del profeta Isaia, che leggiamo nella prima lettura di questa domenica di inizio luglio 2016: un altro mese dedicato alla misericordia, in quanto è il mese del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Infatti, il mese di luglio si è aperto con questa ricorrenza liturgica che ci porta tutti ai piedi della Croce di Gesù, dove si sperimenta davvero l’amore misericordioso di Dio, in quanto Cristo è il vero ed unico volto della misericordia del Padre.  Di un Dio che è Padre e di un Dio che è Madre, amorevole ed accogliente, che spalanca le sue braccia a tutti gli uomini, e tutti consola con la sua parola e con la sua grazia. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

La consolazione di cui parla Isaia, riferendosi a Gerusalemme, a Israele, è una consolazione del cuore, della mente, di tutto ciò che è espressione di autentica comunione con il Signore. Tale consolazione allontana da noi la guerra, l’odio, il risentimento  e porta la pace, la gioia, la misericordia di Dio nel cuore di chi è disposto a dialogare con Lui nell’amore e nella compassione.

Nessuna vera madre al mondo abbandona i suoi figli alle sorti più tristi della vita, ma si attiva in tutti i modi, perché essi vengano salvaguardati e difesi da ogni male e protetti da qualsiasi pericolo.

Dio è infinitamente più grande del cuore di ogni mamma, ecco perché il profeta Isaia, afferma, riportando le parole del Signore: “Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati”.

Le carezze di Dio, sono le carezze di un vero Padre e di una vera Madre. A volte possono anche lasciare il segno di una prova che va accettata, nella logica della croce e della passione del Figlio Suo.

Quante carezze di Dio, che non sappiamo leggere e discernere nel modo più giusto?

Quante volte queste carezze che fanno male, in un primo momento, si rivelano davvero salutari, per lo spirito e per il corpo, a distanza di tempo? Soprattutto quando rileggendo la nostra vita e la nostra esistenza alla luce del mistero dell’amore misericordioso di Dio, comprendiamo meglio il bene e il male.

Questo amore che decifriamo nei brani della liturgia della Parola di Dio di questa domenica, che è la prima vera domenica estiva, nel senso  delle condizioni  meteorologiche, temporali e sociali in cui ci troviamo a riflettere su di essa.

San Paolo Apostolo nel brano della sua lettera ai Galati è molto esplicito e chiaro nell’esprimere la sua idea, il suo pensiero e la sua sincera aspettativa rispetto al mistero di Cristo: “Quanto a me –egli scrive – non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.

Il vanto di ogni cristiano è la croce di Gesù. Non è la vergogna, ma la vera gloria ed esaltazione, in quanto su quella croce è salito il Salvatore del mondo, di cui noi siamo discepoli.

Il cristiano senza la croce di Gesù non è un vero cristiano. Sarà una brava persona, ma non sarà il vero seguace del Divino Maestro, che insegna all’umanità l’amore e il perdono dalla cattedra della Croce.

Non è la cattedra di una università teologica, filosofica, scientifica, è la cattedra dell’amore di Dio che parla a noi mediante il sangue di Cristo, sparso sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati.

Tutti dobbiamo essere stimmatizzati nel cuore, anche se la storia della santità cristiana ci dice che alcune persone hanno ricevuto anche nel corpo le stimmate di Gesù. Penso ad un Francesco d’Assisi, a San Pio da Pietrelcina, a Santa Gemma Galgani e a tanti altri santi che sono stati segnati dalla passione di Gesù anche nel loro fragile corpo.

Il Maestro ci ha insegnato ciò che è essenziale all’essere suo discepolo. A questa scuola di pensiero, unica ed irripetibile nella storia dell’umanità, in quanto si identifica con il Creatore e il Redentore, dobbiamo metterci a servizio, come ci ricorda il brano del Vangelo di oggi, nel quale è raccontata la scelta di altri 72 discepoli, oltre al gruppo ristretto dei Dodici, perché lo precedessero nei luoghi dove Egli stava per recarsi.

Un discepolo che deve preparare al strada al Maestro, deve fare da apripista. In poche parole tutti precursori, come Giovanni Battista, del vero Messia, di Colui che deve fare ingresso nono solo in luoghi e territori, ma soprattutto nel territorio sconfinato e incomprensibile dell’animo umano, dove, spesso, regna incontrastato satana.

La missione dei 72 nuovi discepoli è molto chiara. E’ Gesù stesso a definirla nei contenuti e nella metodologia: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

Ecco se mettiamo in pratica, anche noi, noi discepoli di Cristo del XXI secolo dell’era cristiana, terzo millennio di questa bellissima avventura della fede nella storia umana, i risultati arriveranno, come arrivarono per quei 72, i quali, dopo aver espletato il loro compito missionario, con semplicità, senza alcun mezzo, da poveri con i poveri, tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Gioia e orgoglio, non vanno d’accordo per un uomo di Dio, per un missionario, per un apostolo, consacrato o laico, ma sono in netta opposizione.

E Gesù di fronte alla risonanza, alquanto orgogliosa, dei 72 che relazionarono a Lui, su come era andata la campagna missionaria, dice parole che devono far vibrare i polsi a quanti si assumono ruoli e compiti nella Chiesa, rispondendo ad una precisa chiamata di Dio: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli!”.

La vera gioia non sta nel successo apostolico o missionario, nel fare carriera, nel diventare qualcuno, a volte a danno degli altri e calunniando il prossimo, nell’assurgere a posti sempre più importanti e stimati dagli uomini, ma sta in cielo. Lì è la sede vera e definitiva, quella autentica, della vera gioia per un credente, per un discepolo di Gesù.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore con fede e profonda convinzione interiore. “O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita
la tua parola di amore e di pace”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Domenica 26 Giugno 2016

Seguire Cristo incondizionatamente

Commento di padre Antonio Rungi

Come è difficile seguire gli altri, mettersi sulla scia di chi ci precede e vuole condurci verso mete importanti. Seguire Gesù è molto più difficile di quanto si creda e si afferma, in quanto la sua sequela non ammette condizionamenti, richiede una totale risposta di amore e di impegni, non attende, ma deve trovare risposta subito. Il vangelo di questa XIII domenica del tempo ordinario ci pone, noi cristiani, e soprattutto coloro che hanno ricevuto una speciale chiamata e vocazione dal Signore di fronte a scelte coraggiose, decise e senza tentennamenti. Rileggere il brano del Vangelo, oggi, alla luce della precarietà e della labilità delle nostre tante decisioni, ci fa convincere, sempre di più, che le scelte fatte, all’inizio di un cammino della nostra specifica vocazione stato di vita, hanno subito cambiamenti continui e, a volte, sono state del tutto abbandonate e non vissute. Quanti matrimoni falliti, quante vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa interrotte, quanti impegni pastorali assunti nella comunità, come servizio ed amore verso il Signore e la Chiesa, e poi lasciati cadere alla prima difficoltà o contrasto. Gesù vuole da noi, invece, coraggio e nessun tentennamento. Lui è andato spedito per la strada, anche se la sua strada ha richiesto di salire il calvario e morire sulla croce per l’umanità L’esempio è Lui e noi dobbiamo ispirarci a Lui in tutte le nostre scelte. Non possiamo dire come i chiamati del vangelo di oggi: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre»; oppure “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Apparentemente sono legittime richieste quelle che sono evidenziate nel testo del Vangelo, ma in realtà esse nascondono l’incapacità dell’uomo di rispomdere all’amore subito e con totale dedizione alla volontà di Dio. Questo nostro limite umano è comprensibile se valutiamo la nostra esistenza nell’orizzonte del tempo e delle cose che ci legano ad esso; ma se abbiamo gli occhi e la mente orientati all’eterno, sappiamo essere capaci di scelte totali e radicali per amore di Cristo e della Chiesa.

Un esempio di questa generosità nel servizio della parola, ci viene proposo nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Primo Libro dei Re, dove è narrata la vocazione di Eliseo, che si pone alla sequela del suo grande maestro e profeta, Elia. Infatti, Eliseo, che era un contadino, lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio”.

In questo esempio di sequela possiamo dedurre, la necessità per tutti noi, che siamo battezzati ed abbiamo ricevuto l’investitura e il mantello della profezia, ciò che dobbiamo fare quando siamo chiamati a servire Cristo, la Chiesa e i fratelli che sono in necessità. Non dobbiamo cercare prestigi personali e situazioni di comodo per noi, magari strumentalizzando la chiesa e la religione, ma dobbiamo dare il nostro apporto e il nostro contributo, di qualsiasi genere, dai servizi più umili a quelli più eccelsi, nella costruzione del Regno di Dio in mezzo a noi. Ognuno può e deve dare una mano per costruire il mosaico dell’amore universale nel nome del Signore e del Cristo Redentore.

Di questo è particolarmente convinto l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima e stimolante lettera ai cristiani della Galazia: “Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”. Redenti dal sangue prezioso di Gesù, noi cristiani siamo persone libere nella sostanza e nella realtà. La nostra libertà, non è capacità di fare il bene o il male o ciò che ci piace, la nostra libertà è Cristo. In Lui noi abbiamo acquisito questo valore importantissimo per ogni persona umana, in quanto siamo stati liberati dal peccato. Perciò l’Apostolo ci esorta a non ritornare nella condizione di prima, di uomini peccatori. E per realizzare questo nostro sogno spirituale, è bene vivere secondo lo spirito e non secondo la carne, in quanto come ci ricorda San Paolo: “la carne  ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”. Ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito, non saremo più sotto la Legge, cioè sotto il peccato. In definitiva se camminiamo secondo lo Spirito e non saremo portati a soddisfare il desiderio della carne. E poi vivremo in pace, in armonia, senza conflitti e gelosie, senza divisioni o contrasti che portano persone, gruppi, popoli e nazionali a lottarsi su tutti i fronti, per prevalere sugli altri e schiacciare la libertà degli altri. Tutta la morale cristiana, tutto il Vangelo trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!. Quanto è vera questa terribile e attuale affermazione di Paolo detta ai cristiani della Galazia. Oggi in tante situazioni, anche all’interno della chiesa si sperimenta la lotta senza confini contro tutto e contro tutti; mentre dovrebbe regnare suprema la legge dell’amore e della misericordia. Sia questa la nostra umile preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli”. Amen

ITRI (LT). FESTA DI SANTA MARIA GORETTI 2016

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COMUNICATO STAMPA

ITRI (LT). FESTA DI SANTA MARIA GORETTI DAI PASSIONISTI. IL PROGRAMMA DELLE CELEBRAZIONI

La comunità passionista di Itri-Civita, composta da padre Emiddio Petringa (Superiore-Rettore), da padre Antonio Rungi (Vice-Superiore e predicatore), padre Cherubino De Feo (Decano della comunità e confessore), padre Mario Corvino (Cappellano, Vice-parroco a Formia), padre Francesco Vaccelli (Confessore), ha organizzato la festa religiosa e liturgica in onore di Santa Maria Goretti.

“La festa di Santa Maria Goretti di quest’anno giubilare della misericordia  –scrive padre Antonio Rungi, nella presentazione del programma – assume un significato particolare per tutti i devoti della giovane martire delle Ferriere, morta ad appena 12 anni, per aver resistito alle forze del male, con fede e coraggio, che solo Dio può donare ad una persona, soprattutto, come lei, ragazzina, piena di amore di Dio e dei fratelli.  Santa Maria Goretti, infatti, rappresenta una delle sante dei nostri tempi, definite della misericordia, in quanto effettivamente ha perdonato di cuore, in punta di morte, il suo aggressore ed assassino, chiedendo al Signore di portarlo con sé in Paradiso.  Esempio di perdono e di misericordia verso coloro che ci fanno del male, chiediamo a questa nostra santa e “Bambina di Dio”, di saper perdonare non una sola volta nella vita, ma come dice il Vangelo, 70 volte 7, cioè sempre”.

Il programma dell’intera festa, prevede i seguenti momenti esclusivamente liturgici e religiosi.

 

DOMENICA 3 LUGLIO 2016,  ORE 8.OO e Ore 18.00: Santa Messa solenne e inizio Triduo predicato e  intronizzazione della statua di Santa Maria Goretti, concessa, per la festa, dal parroco, don Guerino Piccione. Presiede padre Antonio Rungi.

 

LUNEDI 4 LUGLIO—MARTEDI’ 5 LUGLIO 2016, Ore 7,30 Santa Messa con preghiera alla Santa. Ore 17.30: Santo Rosario meditato con pensieri spirituali attinti dalla vita della santa. Ore 18.00: Santa Messa con omelia sulla Santa  e Preghiera finale.

 

MERCOLEDI’ 6 LUGLIO 2016: FESTA LITURGICA DI SANTA MARIA GORETTI

ORE 8.00 e ORE 18.00 MESSA SOLENNE CON PANEGIRICO.

 

Le celebrazioni verranno presiedute e concelebrate dai padri della comunità passionista di Itri-Civita e dai sacerdoti della città di Itri (don Guerino e don Maurizio). “Occasione –ha precisato padre Rungi – la festa in onore di Santa Maria Goretti, per prepararci spiritualmente ad accogliere il nuovo arcivescovo di Gaeta, monsignor Luigi Vari, che farà ingresso in Diocesi il 9 luglio prossimo. Momento anche per pregare e ringraziare monsignor Fabio Bernardo D’Onorio, arcivescovo emerito di Gaeta, che conclude il suo ministero episcopale nella chiesa gaetana”.

 

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO – 12 GIUGNO 2016

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DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO

12 GIUGNO 2016

IL PERDONO E LA CONVERSIONE, NASCONO DALL’AMORE

COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI

 

Il tema del peccato, della conversione, della misericordia, oggi è al centro della Parola di Dio di questa XI Domenica del tempo ordinario.

I tre testi biblici, sono, infatti improntati al tema del peccato e del pentimento, alla conversione del cuore e al cambiamento radicale della vita, nella misura in cui ci lasciamo toccare dalla grazia di Dio e ci immergiamo in una vita più prettamente spirituale e meno materiale, più eticamente rispondente al Vangelo, che alle nostre personali idee e convinzioni o progetti di vita.

 

Un esempio di questo cambiamento radicale del modo di pensare ed agire è riportato nel testo della prima lettura di oggi, nel quale è citato il gravissimo peccato del Re Davide, che è il mandante dell’assassinio del marito di Bersabea, Uria l’Ittita, che Davide voleva a tutti i costi fare sua la moglie di Uria.

Si leggono in queste vicende del passato, anche riportate dai testi sacri, la cronaca dei nostri giorni con violenze di ogni genere, con omicidi efferati di ogni tipo.

Grande è il peccato di chi uccide il fratello per interessi personali o per altri motivi che hanno attinenza con le leggi, con le guerre, con il terrorismo e con la violenza. Ogni omicidio grida vendetta al cospetto di Dio.

Davide sa di aver fatto una cosa gravissima al cospetto di Dio e si pente. Certo Uria, marito di Bersabea, non tornerà più in vita, come non tornano in vita chi muore per violenza o naturalmente.

 

La morte chiude ogni vicenda umana ed apre l’orizzonte dell’eternità, per il bene o per il male, per la gioia o per la sofferenza.

Chiediamoci oggi perché facciamo il male a noi stessi e agli altri, in tanti modi, più o meno palesi o subdoli.

Forse al solo fine di godere della sofferenza degli altri o di impossessarsi dei beni degli altri, della vita degli altri, dei pensieri degli altri, delle donne degli altri, delle cose degli altri? Non dimentichiamo due importanti comandamenti: Non desiderare la donna d’altri. Non desiderare la roba d’altri.

 

Un discernimento va fatto seriamente nella nostra vita di cristiani dal momento che non siamo affatto esenti da certi comportamenti immorali e violenti.

Quante guerre di religione abbiamo combattuto anche noi e quante guerre ci facciamo tra di noi? Mors tua, vita mea, sembra essere la legge che domina nelle coscienze di tutti, cristiani, atei e fedeli di altre religioni del mondo, quando tutti dovrebbero predicare la pace, l’amore e il perdono. “Perché dunque disprezziamo la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi?”.

 

La consapevolezza dei nostri errori passa attraverso la coscientizzazione del male fatto. E se non ne siamo in grado di capirne la portata, qualcuno altro pure ce lo deve far capire: «Ho peccato contro il Signore!», dice Davide.

Da qui si parte per ottenere il perdono di Dio, come avvenne al Re Davide, tramite Natan. Infatti, il profeta Natal  comunica a Davide che «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai».

Il testo del Vangelo di oggi, è tra i più belli e significativi nell’orizzonte della misericordia di Dio.

Parla della donna peccatrice che Gesù perdona, nel cui cuore e nei cui sentimenti, Gesù  vede un riflesso d’amore. Infatti chi ama molto, sa perdonare molto. Amore e perdono camminano insieme.

Il Vangelo ci racconta di questo fatto, avvenuto nella casa di un fariseo, dove Gesù era entrato per pranzare.

In poche parole, entra in una casa di osservanti esteriori della legge di Dio, autoesaltati e che si ritenevano giusti nei confronti del resto del popolo.  Gesù, anche in questa circostanza non discrimina nessuno. Mentre lo fanno proprio coloro che erano presente al pranza. Cosa fanno osservare a Gesù? Che in quella agape c’è una donna ben conosciuta in città, tanto da essere identificata con una peccatrice pubblica.

Cosa successe in quella casa? Il tutto è raccontato dall’evangelista Luca, con dovizia di particolari. “In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. Ciò che venne dopo questo atto di culto, amore, affidamento al Signore, lo si legge nei versetti che si susseguono e che fanno parte del brano dedicato alla peccatrice pentita e coraggiosa a prendere il cammino alla sequela di Cristo. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

 

La conversione del cuore nasce dalla fede vera e solo chi ha una grande fede avverte il peso del peccato, delle sue debolezze e la necessità di cambiare strada.

Aver la consapevolezza del male e del bene, ci fa sperimentare la gioia di stare in comunione con Dio, quando siamo nella sua grazia e nella sua misericordia, come ci ricorda il Salmo responsoriale di questa domenica

“Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato.

Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto

e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,

non ho coperto la mia colpa.

Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»

e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,

mi circondi di canti di liberazione.

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!

Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!”

 

I giusti sperimentano la vera gioia che viene dal cielo. Cosa che abbiamo notato in tanti personaggi della Bibbia, i quali con grande umiltà, ma anche con profondo convincimento interiore, hanno saputo discernere il bene dal male e trarne le conseguenze.

Infatti, una volta imboccata la strada della verità, della giustizia, della pace e dei valori biblici e cristiani hanno vissuto nella serenità.

D’altra parte, l’apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Gàlati che ascoltiamo come seconda lettura di questa domenica, ci ricorda “che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo… poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno”.

Chi vive in Cristo è una persona nuova, la sua legge fondamentale è l’amore, la donazione e l’oblazione. Infatti, scrive San Paolo, io “sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano”.

Concludendo la nostra meditazione sulla parola di Dio di questa domenica, eleviamo al Signore la nostra umile preghiera con le espressioni che la liturgia pone all’attenzione dell’assemblea domenicale, convocata per la celebrazione della Pasqua settimanale: “Dio, che non ti stanchi mai di usarci misericordia, donaci un cuore penitente e fedele che sappia corrispondere al tuo amore di Padre, perché diffondiamo lungo le strade del mondo il messaggio evangelico di riconciliazione e di pace”. Amen.

COMMENTO ALLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2016

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Domenica 5 giugno 2016

 

Cristo ci riporta alla vita nella sua misericordia infinita.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa decima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a due miracoli. Uno, narrato nel brano della prima lettura, in cui Dio, attraverso la preghiera di Elia, guarisce un bambino e lo ridona alla sua madre, preoccupata per la sorte del suo figlio; l’altro, narrato dall’evangelista Luca, riguardante la risurrezione del figlio di una vedova di Nain, di cui non si sa il nome né del bambino e né della madre. Due miracoli che attestano la potenza di Dio sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Drammatico il racconto del primo miracolo, ma anche aperto alla speranza e alla fiducia in Dio. Il protagonista è sempre il Signore, ma l’intermediario tra Dio e la madre del bambino, che praticamente era morto, è il profeta Elia. Potremmo cogliere dal testo biblico, quasi un interesse privato in atto di ufficio, visto che il profeta chiede al Signore la guarigione del piccolo, perché deve essere ospitato da questa vedova di Sarepta. Invece non è affatto così. L’uomo di Dio si rivolge a Lui, perché mosso dalla sofferenza di quella donna, già senza marito ed ora senza figlio. Possiamo vedere la compassione del profeta verso questa vedova che, in un momento così difficile, trova nell’uomo di Dio il motivo di riprendere a sperare e a vivere con il figlio, praticamente morto. Bellissimo, intenso e pieno di significati spirituali, umani e religiosi il brano tratto dal primo libro dei Re, in cui è riportata questa prima risurrezione nell’Antico testamento: “In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

E’ interessante notare come dopo la guarigione del figlio, la vedova di Sarepta riprende il discorso della fede in Dio e della piena fiducia nel Signore. Certo, di fronte alla morte di un figlio, qualsiasi vera madre terrena resta interdetta di fronte ad un dramma del genere e, come spesso capita, anche ai nostri giorni, molte mamme e padri che forse non hanno una fede solida, in queste circostanze si allontanano da Dio e dalla Chiesa, perché pensano che il Signore non sia stato vicino a loro. Come è difficile capire la logica della croce e della morte, Solo chi si immerge nella spiritualità della croce e della passione di Cristo, può capire il grande mistero del dolore e della morte, non solo delle persone anziane e delle madri, ma soprattutto della morte dei giovani e dei figli. D’altra parte chi sale sul patibolo della croce è Gesù, giovanissimo. E Maria, ai piedi di croce, sta a lì a soffrire e vedere morire il suo figlio, il Figlio di Dio, l’innocente in senso assoluto e pieno. Ecco il grande mistero del dolore e della morte, che non è mai fine a se stesso, ma è aperto alla vita e alla risurrezione. Uno scenario completamente diverso quello che si presenta agli occhi di Gesù a Nain. Si tratta di un funerale di un bambino e nel corteo che porta il corpo senza vita del fanciullo al cimitero c’è la madre del bambino morto, anche lei una vedova. La scena straziante muove a compassione Gesù che fa fermare il corteo e si dirige verso la bara, nella quale è deposto il ragazzo appena morto. San Luca, concentra la sua attenzione propria sulla mamma del fanciullo e descrive il comportamento di Gesù in quella circostanza drammatica, che lascia poco spazio alla speranza. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Due importanti elementi vanno sottolineati. Gesù si rivolge a quella madre straziata dal dolore della perdita del figlio con questo monito: “Non piangere”. La presenza di Gesù è motivo di allontanare la morte e il dolore più atroce nel cuore di quella madre. E’ come per lei, così per tutti nella vita. Nei momenti più dolorosi della nostra esistenza c’è questa voce amica di Gesù che ci dice: Non piangere, ci sono io. E dove ci sono Io c’è la vita e non la morte, c’è la gioia e non il dolore. La risurrezione prevale sulla morte, la bara vuota del risorto, rispetto al sepolcro pieno di morti di ogni genere, di quelli morti naturalmente e per cause naturali e di quelli morti per violenza come nel caso di Gesù e di tanti martiri innocenti e di persone uccise a tradimento, nelle guerre, nella nostra società violenta. Quel dolore di mamma si rinnova oggi nel cuore di tante madri che vedono morire i figli o figli che restano senza madri e padri, come stiamo vedendo in questi terribili giorni di violenza in Italia, nel mondo, nella questione dei profughi che muoiono nel mar mediterraneo e tanti altri fatti di sangue. Nessuno di questi bambini morti per violenza ritorna in vita, lasciando nel nostro cuore di persone sensibili uno smarrimento ed uno sconforto, che solo la fede nella risurrezione finale può attenuare.

Dalla risurrezione dalla morte corporale alla risurrezione dalla morte spirituale, il parallelismo è immediato e spontaneo. Questo parallelismo della doppia risurrezione, quella fisica e quella spirituale, si comprende alla luce del brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati, nel quale l’Apostolo delle genti racconta della sua conversione, della sua risurrezione interiore: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore”.

Come per Paolo, così per tutti, se ci rendiamo disponibili alla grazia di Dio ed abbiamo fede in Lui, tutto cambia in meglio nella nostra vita. Nulla può renderci tristi, farci soffrire e piangere, neppure la morte dei propri cari più cari, ma tutto diventa luce e speranza, guardando con passione a colui che è la vera risurrezione: Gesù Cristo, nostra vita e nostra gioia infinita. Sia questa la nostra umile, ma sentita preghiera che rivolgiamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con la speranza che splende sul volto del Cristo;  fa’ che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio,  perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione. Amen.

 

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI 2016 DI P.ANTONIO RUNGI

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C)

Domenica 29 maggio 2016

Gesù Eucaristia è il nostro pane di pellegrini

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù, che in questo anno giubilare della misericordia assume un particolare significato per tutti noi che  siamo i pellegrini verso l’eternità. Questo pane ci nutre e ci sostiene nel cammino della vita, in quanto Gesù lo ha utilizzato nell’ultima cena, consumata con gli apostoli, in quel giovedì santo in cui istituiva l’Eucaristia e il sacerdozio cattolico. Questa solenne celebrazione si raccorda idealmente e spiritualmente proprio all’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli.

E proprio perché memoriale della Pasqua di morte e risurrezione di Gesù ci accostiamo alla Santissima Eucaristia con il fervore e l’amore necessario, per ricevere il corpo del Signore con lo stesso atteggiamento interiore con il quale la Madonna accolse nel suo grembo il Figlio di Dio, il Corpo vero di Dio.

E’ la tenerezza del nostro cuore, la dolcezza dei nostri sentimenti, la santità personale che rende grande la Santissima Eucaristia nella nostra vita di cristiani.

Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi così ci rivolgiamo al Signore con queste parole: “Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato”. Siamo qui a rendere grazie al Signore per il dono di stesso fatto a noi, mediante il sacrificio della croce, la sua morte e risurrezione. Lui è il vero agnello immolato, sull’altare della croce, per riscattarci dalla nostra colpa originale e metterci sul cammino della santità eucaristica. C’è infatti una santità eucaristica che noi alimentiamo nella partecipazione alla mensa del Signore e mediante l’adorazione eucaristica, che è un mezzo importantissimo per accrescere la nostra vita di fede, carità e speranza. Ci ricorda, infatti, l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi, l’importanza dell’Eucaristia, sta nel fatto che “ogni volta  che noi mangiamo questo pane e beviamo al calice, noi annunciamo la morte del Signore, finché egli venga”. L’Eucaristia ci fa missionari della misericordia e della speranza cristiana, in un mondo troppo spesso lontano dalla misericordia e per molti versi, senza speranza e prospettive per il domani. Celebrare l’Eucaristia e fare memoria dell’ultima cena, durante la quale Gesù istituì questo sacramento, significa andare alle sorgenti del vero cristianesimo, che non si alimenta di parole e chiacchiere, ma si alimenta della parola che si fa vita per tutti e in particolare per coloro che maggiormente hanno bisogno della salvezza e del perdono di Dio.

Preghiamo nella sequenza di oggi con queste meravigliose espressioni di fede e culto eucaristico: “Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev’essere gettato… Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni  nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi,  che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”.

Il sacramento dell’Eucaristia è anticipato da Gesù stesso con il miracolo della moltiplicazione dei pani, di cui ci ricorda il vangelo di oggi, che ci porta nel cuore del mistero eucaristico e della salvezza del genere umano.

Gesù infatti, cosa fece in quella circostanza? Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste”.

Scrive San Giovanni Paolo II, nella celebre enciclica sull’eucaristia, Ecclesia de Eucharistia, che “la Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20); ma nella sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un’intensità unica. Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa, Popolo della Nuova Alleanza, ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza”.

Ed aggiunge Papa Giovanni Paolo II, oggi santo: “Dal mistero pasquale nasce la Chiesa. Proprio per questo l’Eucaristia, che del mistero pasquale è il sacramento per eccellenza, si pone al centro della vita ecclesiale. Lo si vede fin dalle prime immagini della Chiesa, che ci offrono gli Atti degli Apostoli: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2,42).

Nella « frazione del pane » è evocata l’Eucaristia. Dopo duemila anni continuiamo a realizzare quell’immagine primigenia della Chiesa. E mentre lo facciamo nella Celebrazione eucaristica, gli occhi dell’anima sono ricondotti al Triduo pasquale: a ciò che si svolse la sera del Giovedì Santo, durante l’Ultima Cena, e dopo di essa. L’istituzione dell’Eucaristia infatti anticipava sacramentalmente gli eventi che di lì a poco si sarebbero realizzati, a partire dall’agonia del Getsemani. Rivediamo Gesù che esce dal Cenacolo, scende con i discepoli per attraversare il torrente Cedron e giungere all’Orto degli Ulivi. In quell’Orto vi sono ancor oggi alcuni alberi di ulivo molto antichi. Forse furono testimoni di quanto avvenne alla loro ombra quella sera, quando Cristo in preghiera provò un’angoscia mortale « e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra » (Lc 22,44). Il sangue, che aveva poco prima consegnato alla Chiesa come bevanda di salvezza nel Sacramento eucaristico, cominciava ad essere versato; la sua effusione si sarebbe poi compiuta sul Golgota, divenendo lo strumento della nostra redenzione: « Cristo [...] venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, [...], entrò una volta per sempre nel santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna » (Eb 9,11- 12).

Ci ricorda Papa Francesco nella Bolla di indizione del giubileo della misericordia, al centro del quale c’è una sincera ed autentica riscoperta del dono della Santissima Eucaristia: “Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero”.

Nella santissima Eucaristia, noi potenziamo il nostro sguardo di misericordia nei confronti di quanti sperimentano la privazione, il peccato e la debolezza umana. Nell’Eucaristia, troviamo le ragioni più profonde per perdonare a chi ci ha fatto del male e chiedere perdono se siamo stati noi a offendere le persone. E’ nostro fondamentale dovere ed obbligo morale, in una visione eucaristica della nostra vita, fare tesoro di quanto scrive san Matteo nel suo vangelo, riportando uno dei discorsi più impegnativi di Gesù:  “Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa  contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono”(Matteo 5,23-24). Tutto questo è emblematicamente rappresentato oggi in un gesto liturgico divenuto molto importante ed espressivo di comunione e fraternità ed è quello dello scambio di pace prima di ricevere l’Eucaristia.

In questa solennità del Corpus Domini 2016, valorizziamo tutti i vari aspetti eucaristici della celebrazione della santa messa e della processione che si tiene in questo giorno in tutte le parti del mondo, dove i cattolici celebrano il Corpus Domini, per chiedere perdono e dare perdono, sull’esempio di Cristo che dalla croce ha perdonato i suoi crocifissori. La vera celebrazione dell’Eucaristia sta propria nell’essere in comunione con Dio, con i fratelli e con il mondo intero.

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELLA SANTISSIMA TRINITA’

RUNGI2015

SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO C)

 

Domenica 22 maggio 2016

UN DIO, UNO E TRINO, GRANDE NELL’AMORE E NEL PERDONO

Commento di padre Antonio Rungi

 

Celebriamo oggi la solennità della Santissima Trinità, inizio e termine di ogni cammino spirituale, terreno e celeste.

Nel mistero Trinitario, di Padre, Figlio e Spirito Santo comprendiamo la natura stessa divina e l’essenza stessa di Dio che è amore, comunione, relazione, collaborazione, donazione, servizio, carità, perdono infinito.

Nell’anno giubilare della misericordia, mi piace evidenziare l’aspetto più bello di questo nostro Dio, nel quale abbiamo fede, ci sforziamo di vivere in comunione con Lui e nel quale abbiamo riposto ogni nostra speranza. Questo aspetto è la misericordia.

Misericordiosi come il Padre, ma altrettanto misericordiosi come il Cristo e come lo Spirito Santo.

La Santissima Trinità vive con noi, mai perdendo contatto con ciascun essere vivente, soprattutto ogni essere redento, nella Pasqua di Cristo e santificato con l’azione dello Spirito Consolatore.

Prima della Pasqua Gesù comunica la natura stessa di Dio e la struttura interna della Trinità. Egli, infatti, dice, parlando dell’effusione dello Spirito Santo “quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La verità di Dio e la verità sull’uomo, trovano la completa rivelazione in questo mistero d’amore e di comunione nella Trinità.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica è dottrinalmente affermato circa il mistero della SS.Trinità:  “Gesù ha rivelato che Dio è « Padre » in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27). Per questo gli Apostoli confessano Gesù come « il Verbo » che « in principio [...] era presso Dio e il Verbo era Dio » (Gv 1,1), come colui che « è immagine del Dio invisibile » (Col 1,15) e « irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb 1,3). Sulla loro scia, seguendo la Tradizione apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è « consostanziale al Padre »,  cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato « il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre ». Inoltre, il Padre e il Figlio sono rivelati dallo Spirito. Infatti “prima della sua pasqua, Gesù annunzia l’invio di un « altro Paraclito » (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva « parlato per mezzo dei profeti», dimorerà presso i discepoli e sarà in loro,  per insegnare loro ogni cosa  e guidarli « alla verità tutta intera » (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

Nella sua stessa natura e nelle interne relazioni trinitarie, la santissima Trinità è, comprensibile solo nella prospettiva dell’Amore e nell’Amore.

La Trinità in se stessa, da un punto di vista teologico, sta essenzialmente in questa parola “Amore”, che comprende tutto. Noi ci sforziamo a comprenderla con la luce della fede in quel Dio che oltrepassa i cieli e che ha creato i cieli e la terra e tutto quello che esiste e vive; in quel Dio che è Figlio ed è venuto qui, in mezzo a noi, nella pienezza del tempo e per opera dello Spirito Santo ha preso natura umana nel grembo immacolato di Maria, quel Figlio di Dio e di Maria che è morto sulla croce per noi ed è risorto per dare all’uomo la salvezza eterna; in quel Dio che è Spirito Santo e che continua ad operare nella nostra vita e ci santifica con il soffio silenzioso e impercettibile della grazia rigenerante e santificante.

Una Trinità quindi che sta con noi, vive con noi, è dentro di noi è ci auguriamo sia nei nostri pensieri, preghiere ed azioni, avendo davanti alle nostre attività, di qualsiasi tipo, lo sguardo fisso sulla vera vita, che è quella divina.

Noi abbiamo la consapevolezza, secondo quanto scrive l’Apostolo Paolo nel brano di oggi della Lettera ai Romani, che andiamo a Dio per mezzo di Cristo, nella carità diffusa in noi dallo Spirito. Egli, infatti, ci ricorda che “giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. La vita nello spirito, la vita nella Trinità, è una vita di fede, speranza e carità, le tre virtù teologali principali; ma anche vita morale con la concreta attuazione di una vita virtuosa basata sulle virtù cardinali e morali, ma anche con la docilità allo Spirito Santo, valorizzando i sette doni e portando frutti secondo lo spirito.

In questa celebrazione della Santissima Trinità 2016, lasciamoci guidare dalla sapienza che viene dall’alto e che è Cristo stesso, sapienza incarnata di Dio, per portare all’uomo la buona novella di un Dio Amore e Misericordia. E con queste parole ci rivolgiamo al Signore: “Ti glorifichi, o Dio, la tua Chiesa, contemplando il mistero della tua sapienza con la quale hai creato e ordinato il mondo; tu che nel Figlio ci hai riconciliati e nello Spirito ci hai santificati, fa’ che, nella pazienza e nella speranza, possiamo giungere alla piena conoscenza di te che sei amore, verità e vita”. Amen.