LA PREGHIERA A SAN PAOLO DELLA CROCE SCRITTA DAL TEOLOGO RUNGI

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Preghiera a San Paolo della Croce
Composta da padre Antonio Rungi

O ardente apostolo di Gesù Crocifisso,
ci rivolgiamo a te, o San Paolo della Croce, 
fondatore dei Passionisti,
perché dall’Amore Crocifisso,
per il Quale hai vissuto tutta la tua vita,
otteniamo pace, misericordia e perdono.

Dal cielo, dove contempli in eterno
il tuo Amore messo in Croce,
volgi lo sguardo alla tua famiglia religiosa,
perché possa continuare a vivere
il carisma della Passione,
con l’entusiasmo e la gioia di sempre
e di offrire la propria vita alla causa del vangelo.

Padre Santo
assisti quanti sono in cerca della verità,
della giustizia e della pace del cuore,
che possono raggiungere, nell’umiltà,
ai piedi della Croce di Gesù.

Benedici quanti operano
a servizio dei tanti crocifissi,
abbandonati nelle diverse nazioni del mondo,
senza alcun diritto riconosciuto
e offesi nella loro dignità di persone umane,
sempre più bisognose del buon samaritano.

A piedi della croce
e alla scuola di Maria Santissima Addolorata,
facci comprendere, o San Paolo,
cosa significa davvero amare Dio e i fratelli,
salendo con Gesù il Calvario della sofferenza,
dell’amore e della donazione.

Noi vogliamo essere, come te, Paolo della Croce,
figli della Passione, che portano nel cuore e sul petto,
i segni della morte e risurrezione del Signore,
capaci di trasformare questo mondo,
annunciando all’uomo dei nostri giorni
l’opera più stupenda dell’amore Dio,
che è la Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Amen.

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A 150 anni dalla Canonizzazione
di San Paolo della Croce
1867—29 giugno—2017

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA T.O- 15 OTTOBRE 2017

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 15 ottobre 2017

Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti inviati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità. Possiamo ben dire che tutti siamo inviarti alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte. La parabola del Vangelo di Matteo di questa domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa. Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante. Grazia che ha origine nel battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei  sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica. Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta. Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì. Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione. Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità. La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni. Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”. Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità. Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani. Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”. Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica:  “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna  o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XXVII – 8 OTTOBRE 2017

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 8 OTTOBRE 2017

Custodi e messaggeri di pace e di giustizia nel mondo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario è un chiaro invito a vivere nella pace, nella serenità, senza drammatizzare nelle situazioni della vita. L’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Filippesi, che ci sta accompagnando in queste domeniche, dice cose straordinariamente attuali per la vita della chiesa e dell’umana società: “Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Il modo più certo per essere ascoltati, da Colui che può tutto, è la preghiera, sono le suppliche e il ringraziamento al Signore anche delle croci e delle prove.

Dobbiamo sforzarci nel vivere nella massa serenità interiore e relazionale. Solo così “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza”, custodirà i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù, senza farci allontanare dalla retta via. Infatti, noi siamo chiamati a discernere, da un punto di vista cognitivo e razionale, oltre che morale, “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode”, perché diventi tutto questo oggetto dei nostri pensieri. Non possiamo distrarci su altre cose, né rincorrere altri obiettivi della vita, ma semplicemente andare alla ricerca dei valori essenziali dell’esistenza umana e dell’etica cristiana. Da qui, l’invito che l’Apostolo ci fa pervenire attraverso i suoi scritti: “le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. Da tutto dipende la nostra pace e la pace degli altri e così il Dio della pace abiterà con noi.

Questo nostro modo di agire ci aiuta ad entrare nel complesso problema del rapporto tra noi, Dio e gli altri. Questi altri sono la chiesa, la comunità dei credenti, la vigna del Signore, che è meglio identificata con la Chiesa di oggi e di sempre, con quanti si professavano credenti in Javhé, prima della venuta di Cristo e con quanti si professano discepoli di Gesù e suoi seguaci dopo la sua venuta tra noi, con il compimento dell’opera della redenzione, mediante la sua morte e risurrezione.

Dal testo del Vangelo di Matteo, che ci presenta un’altra parabola della vigna comprendiamo la lezione di curare questa vigna, cioè il regno di Dio in mezzo a noi e farla fruttificare, altrimenti sarà destinata a finire in una zona diversa, nella quale è stata piantata, per essere trapiantata altrove dove darà più frutto, l’uva e poi il buon vino sperato. Chiara allusione all’accoglienza del regno di Dio, della fede e di quanto Cristo ci dice per dare i frutti necessari, noi e gli altri che siamo stati chiamati a lavorare da sempre in questa vigna del Signore. Il racconto della parola, come descritta da Matteo e messa sulla bocca di Gesù, ci fa capire tutto il fascino di questo parlare e soprattutto riflettere sul contenuto essenziale che viene espresso da Gesù a conclusione del racconto: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Non accogliere Cristo è un rischio spirituale per tutti, specie per quanti hanno avuto la possibilità di incontrarlo in tanti modi nella loro vita: nei sacramenti, nella parola, nella preghiera, nella liturgia, nella carità, nella sofferenza, nella gioia. Cristo si è presentato a noi sotto tanti volti e tanti voci. A noi spetta di dare la risposta convinta e definitiva a Lui che ci ha chiamato dalle tenebre all’ammirabile luce della fede. Non diventiamo come quei contadini della parabola di oggi  che “presero i servi (del padrone della vigna) e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. In poche parole tutto quello che il Signore ha fatto per il popolo santo di Dio nel corso dei secoli, attraverso l’invio dei profeti e delle anime buone, capaci di parlare con il cuore nel nome del Signore. L’ultimo atto di questa pedagogia dell’accoglienza del Regno e cioè del Messia, identificato qui  nel Figlio del Padrone della Vigna, “mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Il riferimento alla passione è morte in croce di Gesù è qui preannunziato e anticipato. Gesù conosce bene quale sarà la sua missione e come si concluderà in questo mondo. Egli è divenuta la pietra scartata dai costruttori, poi giunta ad essere fondamentale per costruire il tempio, la chiesa di Dio, tiene a sottolineare che “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Sì, Gesù Cristo, Pietra angolare è la meraviglia delle meraviglie, anzi l’unica vera meraviglia che l’uomo su questa terra potrà contemplare mentre è in cammino verso l’eternità e soprattutto godere per sempre nella pace eterna. Non deludiamo Dio, non facciamo soffrire Cristo con il nostro modo di comportarci ed agire, come già faceva osservare il profeta Isaia agli israeliti, prima della venuta del Messia, scrivendo, sotto ispirazione, parole che suonano come un macigno nella vita di coloro che si pensano di essere nel giusto e sulla retta via ed, invece, non lo sono affatto: “Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?”. In altre parole, mentre il Signore attendeva tutto il bene possibile dai suoi contadini e vignaioli, cioè noi,  non abbiamo dato alcuni frutti, siamo rimasti acerbi in tutto e quindi inutili al progetto del miglioramento del rendimento della vita. La riposta del Signore era ed è scontata in ogni situazione del genere, in cui non c’è produttività spirituale: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

Non è altro il quadro del mondo del tempo di Isaia e del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, in cui la violenza, il terrore, la morte, le stragi, lo spargimento di sangue è a livello globale.  E allora di fronte al male del mondo, alla distruzione della vigna della carità, dell’amore, del perdono, della giustizia, noi ci rivolgiamo al Signore con questa sentita preghiera del Salmo 79: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Amen.

LA PREGHIERA DELL’AMORE COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI

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La preghiera dell’amore
Composta da padre Antonio Rungi

Ti amo, Signore, con tutto il mio cuore,
con tutta la mia mente e con tutte le mie forze,
ma spesso questo mio cuore, questa mia mente,
e le mie poche o molte forze si indeboliscono
nell’amore verso Te, o mio Dio,
in cui confido, mi fido e mi affido.
Potenzia, o Signore, dentro di me la grazia
dell’amore verso Te e verso i fratelli di questa afflitta terra,
nella quale è difficile incontrare
l’amore vero, l’amore per sempre, l’amore eterno.
Signore, fa che io possa amarti sempre,
anche quando si è spento il desiderio di amare,
offuscato da tante esperienze di odio,
che il mondo oggi ci offre ogni giorno.
Signore concedimi la grazia
di riscoprire la bellezza e la dolcezza
di un cuore davvero innamorato del cielo,
verso il quale dirigere sistematicamente
i miei pensieri, i miei desideri
e soprattutto il mio agire nel tempo.
Signore, Tu che sei amore infinito ed eterno,
fa che io possa innamorami sempre di più
del Tuo amato Gesù,
che per amore si è offerto a Te sulla croce
per la salvezza di tutti noi.
Lui che ci ha lasciato il grande testamento dell’amore,
che sa perdonare e alzare al cielo il suo sguardo di bontà,
ci insegni a vivere
nell’amore sincero e autentico,
che sorpassa ogni umano desiderio. Amen

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVI DOMENICA DEL TO- 1 OTTOBRE 2017

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 1 ottobre 2017
Quale condotta è retta: la nostra o quella del Signore? Giudichiamo noi!

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXVI Domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, ci pone davanti alle nostre responsabilità morali e spirituali.

Ci sono alcuni punti importanti dei testi biblici che vanno attentamente meditati e riflettuti per dare personali risposte ai vari interrogativi.

A partire dalla prima lettura e arrivando al vangelo, i testi biblici di oggi sono un itinerario all’interno delle nostre coscienze e del nostro operare da cristiani.

Il profeta Ezechiele nella prima lettura di oggi ci ricorda come siamo critici nei confronti di Dio, quando le nostre case non vanno secondo quello che desideriamo, secondo quanto ci aspettiamo e secondo quanto già possediamo  vorremmo avere per sempre. E riporta le stesse espressioni che il Signore ci rivolge, attraverso il suo portavoce: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?”.

 

Valutiamo noi la storia, i fatti, i comportamenti, l’agire individuale e comunitario. Ma se andiamo a considerare ciò che viene fatto rilevare nel testo, possiamo facilmente renderci conto che davvero il nostro agire necessita di profonde trasformazioni e conversioni: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso”.

Parliamo, chiaramente, della morte del cuore, dello spirito, di ciò che è veramente vita nell’essere umano, e cioè la sua anima immortale, aperta alla felicità eterna.

 

Aggiungiamo, un’altra ipotesi del comportamento umano: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». L’aspetto positivo di una conversione del cuore sta nel fatto che chi si converte riacquista la vita spirituale, rivive, abbondona la strada che lo ha portato alla morte spirituale e riprende la sua vitalità interiore.

Le due prospettive sono qui esaminate e presentate con  i risvolti reali di esse. Infatti ci sono le persone che non sentono la necessità e l’urgenza di ritornare a Dio e alla fede, una volta che si sono allontanati da essa, oppure non l’hanno mai avuta; oppure ritornano con il cuore pentito, riflettono sulla vita ed agiscono secondo il cuore di Dio.

 

Stessa situazione che troviamo nel bellissimo brano del Vangelo di questa domenica che si apre con la domanda, rivolta ai tanti sapienti del tempo: “Che ve ne pare?” Cioè date voi un giudizio, voi che siete i saggi e santi. E in questo caso, Gesù  presenta il comportamento di due figli, ai quali il padre, dice al primo:  “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

Non c’era molto da discutere. Talmente palese il comportamento giusto del primo figlio rispetto al secondo. Il primo dice inizialmente di no e poi si pente e va a lavorare nella vigna del padre. Egli è un pentito e convertito vero. Mentre il secondo dice di sì e poi non espleta il suo dovere e non mantiene la parola data. E’ chiaramente un falsario, un bugiardo, un mistificatore

 

La conclusione di questa nuova parabola di Gesù è una lezione durissima e un forte richiamo alle responsabilità di quanti si pensano giusti e non lo sono di affatto nella vita, perché alla fine non conterà l’apparenza, come avviene nel mondo, da sempre, ma la sostanza, cioè il cuore e la volontà di cambiare e di rinnovarsi. Perciò Gesù  rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo queste dure parole: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Nei cuori duri e presuntuosi, negli arroganti di tutti i tempi, nei falsi retti e santi di ogni epoca non ci potrà mai essere vero pentimento. Questi si aspettano sempre dagli altri il cambiamento, ma mai da loro stessi. Poi arriva la giustizia divina e mette a posto ogni cosa, a volte anche nel tempo, ma soprattutto nell’eternità.

San Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che oggi ascoltiamo come testo della seconda lettura, ci presenta il modello “Cristo” al quale dobbiamo ispirarci per raggiungere la vera giustizia in questo mondo e nell’eternità: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

 

Quali sentimenti Cristo ha avuto e come li ha vissuti e concretizzati nel suo agire da Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo?

Ecco il modello perfetto al quale conformarci per essere dei veri discepoli di Cristo e di Cristo crocifisso. Infatti, “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

 

La nostra vittoria e la nostra gloria non stanno nell’autoesaltarci e inneggiare ai nostri meriti e alle nostre capacità, ma nell’abbassarci, nell’essere umili, nel donarci, come Cristo ha fatto per noi sulla croce. Da qui la glorificazione di Gesù, la sua esaltazione vera, la sua Gloria Crucis, che dovrebbe ispirare il nostro agire umano e cristiano.

Con il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 24, ci rivolgiamo al Signore con queste parole e preghiamo con la sincerità del nostro cuore e riconoscendo i nostri limiti: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.  Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via”.

Gesù insegnarci ad essere umili, obbedienti e distaccati da ogni bene e possedimento della terra. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXV DOMENICA T.O. – 24 SETTEMBRE 2017

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017

Comportarsi in modo degno del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

Per un cristiano, la prima preoccupazione che dovrebbe avere nei suoi pensieri e nella sua mente è quella della fedeltà al Vangelo.

Non che gli altri uomini non abbiano obblighi; anzi tutti gli esseri umani hanno regole morali da rispettare e che hanno attinenza con l’essere stesso umano e sociale.

Chiaramente per ogni religione scattano specifici doveri ed obblighi per chi veramente sente la propria fede come elemento importante ed essenziale nella vita.

Perciò l’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario, tratto dalla sua lettera ai Filippesi, conclude con questa raccomandazione: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Ma l’apostolo, in precedenza, aveva sottolineato un aspetto importante del suo essere convertito al vangelo di Cristo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.

L’apostolo considera la vita eterna più importante della vita terrena. Tuttavia, egli precisa che “se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere”.

Come dire, è bello pensare ed aspirare al paradiso, all’eternità, ma è altrettanto bello pensare e vivere una vita con frutti spirituali che portano ad accumulare beni per l’eternità.

E, quindi egli si trova in un conflitto interiore che, da un lato, desidera morire e dall’altro gli fa piacere vivere. Infatti dice con estrema lealtà interiore e sincerità del cuore: “Sono stretto  fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”. Vede, quindi, la sua presenza importante per la comunità cristiana di Filippi, perché necessita della sua guida.

Il vivere e il morire lo sappiamo tutti è nelle mani di Dio. Noi possiamo esprimere dei desideri, degli auspici, ma è il Signore che decide sulla nostra vita e sul momento in cui dobbiamo lasciare questa terra. Se ci siamo ancora è perché Egli vuole così.

E noi cerchiamo di vivere questa vita, che ci ha donato, con il massimo impegno per dare frutti terreni e soprattutto eterni.

In questo contesto del premio, si comprende il bellissimo brano del Vangelo di oggi, che riguarda la chiamata degli operai a lavorare nella vigna di un signore che uscì in diversi momenti del giorno a chiamare le persone a lavorare con lui. Tutti risposero di sì e svolsero al meglio il compito affidato, dal mattino oppure nel tardo pomeriggio, ovvero per molte o poche ore di lavoro. Alla fine della giornata il padrone di casa, che aveva la sua vigna ed aveva assunto part-time o full-time per un giorno i lavoratori, nella sua piena libertà, pagò tutti allo stesso modo. Con i primi assunti fu firmato un accordo, con gli ultimi chiamati, nessuno accordo fu stipulato. Sappiamo come andò a finire quando i primi videro che il padrone diede la stessa somma agli ultimi e li pagò secondo il suo giudizio e la sua libertà di decidere. Infatti nel testo del vangelo, troviamo questa indicazione di comportamento da parte del padrone della vigna, il Quale rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

La conclusione e l’ammonizione finale del Vangelo di oggi ci fa riflettere molto e ci fa uscire dalle nostre presunte sicurezze di salvezza e di privilegiati della prima ora; per cui questa sentenza evangelica impone a tutti noi cristiani della prima ora o credenti che abbiamo ricevuto la fede da piccoli a non illudersi, perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. L’arroganza, la presunzione di essere sempre i primi e di avvalersi di una sorte di eredità scontata o diritto alla primazia, viene messa in crisi dal modo di pensare ed agire di Dio. Purtroppo, in tutte le vicende umane, questa primazia e questa superiorità nei confronti degli altri, che arrivano per ultimi o alla fine, determina molti conflitti e gelosie e quando, anche nella chiesa, si scelgono gli ultimi per farli primi, c’è una ribellione e spesso una gelosia, che sfiora la vendetta o la lenta distruzione di chi è stato scelto per ricoprire ruoli e posti, non chiesti e non desiderati. Il rischio è che i primi rimangono eternamente primi, pur non meritando i primi posti, e gli ultimi rimangono eternamente ultimi, pur meritando i primi posti, perché si blocca il potere sui primi e non si guarda mai agli ultimi, intesi, in questo caso, anche come chi ha più bisogno di tutto ed è in necessità di ogni genere.

Ci serva da lezione spirituale e di vero itinerario di fede e di cammino interiore il bellissimo brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, il profeta dell’umiltà e della disponibilità piena alla parola di Dio: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”.

E poi cambiare davvero vita e convertirsi alla verità e all’onestà: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”.

Chi ha sbagliato “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Questo nostro Dio è grande e buono nell’amore e la sua misericordia è infinità, per cui non possiamo sapere effettivamente i pensieri di Dio, né pensare che le nostre strade coincidano con le sue. Spesso non si incontrano, perché noi chiediamo ed aspettiamo dal Signore, ciò che ci è utile, necessario nella vita terrena, Dio offre a noi ciò che è indispensabile per la vita eterna. Chi pensa secondo il mondo, non potrà mai incontrare il Signore, perché i suoi progetti sono di diversa natura, che è quella divina. Noi siamo fatti di carne e pensiamo secondo la carne e non secondo lo spirito.

La nostra preghiera, in questa domenica, sia la stessa che rivolgiamo a Dio con il Salmo 144, inserito nella liturgia della parola di oggi: “Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”.

Potessimo, ogni attimo della nostra vita comprendere l’inestimabile valore di rendere lode a Dio in ogni momento del nostro vivere, senza presumere di essere noi il dio, al posto del vero ed unico Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato con il volto della misericordia, della bontà, della tenerezza e dell’amore.

Bello, allora rivolgerci a Lui, con questa preghiera, la colletta della domenica XXV, che ci fa pregare con queste espressioni: “O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio,  perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Amen.

 

P.RUNGI. LA MIA PREGHIERA DEL PERDONO

Preghiera di padre Antonio Rungi-1

Preghiera di padre Antonio Rungi

 Perdonami o Dio

Perdonami, o Dio

per tutto il male

che ho compiuto nella mia vita.

 Solo tardivamente,

ho compreso il valore inestimabile della tua grazia,

vero benessere per ogni anima.

 

Perdonami o Cristo,

Tu che sei salito sul patibolo

della croce

e da questo trono regale e maestoso

hai perdonato ai tuoi crocifissori,

Fa, o Signore,

che io Ti possa imitare

nel perdonare a chi mi ha fatto

del male.

 

Perdonami, o Spirito del Signore

del più grave peccato,

quello contro lo Spirito Santo

perché possa aver fiducia piena

in quel Dio che è pazienza

e tenerezza anche verso il peccatore

più difficile.

 

 

Fa o Spirito Santo,

che il fuoco dell’amore e carità

possa ardere

nel cuore di ogni uomo

e bruciare odi, risentimenti e rancori

che albergano in ogni persona.

 

Santissima Trinità,

Dio dell’amore misericordioso,

fa che perdoniamo sempre,

anche quando ci costa tantissimo

stringere la mano ed abbracciare

un nostro fratello in umanità,

che ci ha ferito con colpi mortali.

 

Maria,

Madre del Perdono divino,

interceda presso il Suo Figlio,

perché nulla ci separi

dall’amore di Dio

e tutto concorra

ad amare Colui

che è nostro Redentore

e Salvatore.

Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIV DOMENICA TO – 17 SETTEMBRE 2017

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 17 settembre 2017

Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della XXIV domenica del tempo ordinario ci invita al perdono reciproco da attuare in ogni situazione e sempre, senza limiti di numeri, di persone, di spazio e di consistenza del danno ricevuto o dell’offesa avuta. Bisogna perdonare, ma anche chiedere perdono se siamo stati noi ad offendere gli altri, a provocare nel loro animo e cuore il dolore e l’angoscia.
Ecco perché oggi, come inizio della nostra preghiera assembleare, troviamo questa bellissima orazione, attinente al tema della giornata: “O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli, crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa, per ricordare al mondo come tu ci ami”.
L’amore di Cristo è arrivato all’estremo limite delle possibilità umane. Egli ci ha perdonati dalla croce, comprendendo i nostri peccati, perché non sappiamo riconoscere la verità, la giustizia e l’amore ed abbiamo bisogno di un’educazione all’amore che porta per sua natura al perdono. Sappiamo benissimo come è difficile perdonare chi ci ha fatto del male. E tutti, chi più chi meno, sono passati per questa triste esperienza dell’offesa ricevuta e a volte data, dalla quale solo la grazia di Dio e sincero pentimento può sanare definitivamente sa un punto di vista interiore, ma non umano e fisico.
I segni delle sofferenze patite, molte volte segnano il corpo e la mente delle persone, che non riescono ad uscire da un’esperienza di risentimento e di rancore che pure la parola di Dio prende seriamente in considerazione, come nel caso della prima lettura di oggi, tratta dal libro del Siracide: “Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro”. Un cuore non risanato dalla grazia, chiede vendetta e vuole vendetta.
La parola di Dio ci ammonisce con queste espressioni che fanno riflettere a chi ha simili pensieri nella mente: “Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati”.
Cosa fare allora? Il consiglio viene presto dato da uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, che è il Siracide: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”.
Infatti, bisogna considerare un aspetto importante nel discorso del perdono: “chi non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Chi espierà per i suoi peccati?”.
In tutto questo riflettere e meditare sulla propria condizione umana ed esistenziale c’è qualcosa di importante da avere nella mente e nel cuore: “Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”.
Il percorso spirituale e psicologico e tracciato su come arrivare al vero perdono e a non coltivare più risentimenti e rancori. Seguiamo queste indicazioni concrete ed operative della parola del Signore.
D’altra parte, il vangelo di questa domenica ce lo dice apertamente attraverso la voce diretta di Gesù, il quale risponde a questa domanda di Pietro: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Segue a tale proposito, la bellissima parabola che Gesù apporta come esempio per fa capire meglio il discorso a Pietro e agli altri: “Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.
La conclusione di tutto il ragionamento e del discorso qual è?: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.
Bisogna perdonare con il cuore e non solo con la parola, cioè bisogna davvero mettere la parola fine sulle questioni che possono far scattare quei risentimenti e rancori mai sopiti e che spesso riemergono in presenza di quella persona o di fatti similari.
Come si fa a perdonare a chi ti uccide un figlio? Come si fa a perdonare a chi ti ha calunniato, diffamato, facendo passare per vero la menzogna più totale? Come si fa a perdonare chi ti ha tolto l’amore, la famiglia, i sentimenti veri, ti ha fatto soffrire volutamente? Non è facile, ma solo chi entra in un cammino di conversione vera ed autentica che può raggiungere progressivamente questo risultato di pacificazione del proprio cuore e della propria mente, perché il rancore e il risentimento, l’odio uccidono lentamente e non fanno più vivere serenamente. Con il salmista, sappiamo valorizzare la preghiera come strumento per purificare la nostra mente da ogni scoria di risentimenti ed odi, e con il Salmo 102, diciamo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe”.
Se il Signore, nostro Dio e Salvatore, agisce così con noi, perché noi dovremmo continuare ad avere atteggiamenti di odio e risentimento verso qualcuno? Sbagliamo di grosso, quando agiamo così e non ci lasciamo condurre per mano verso la vera libertà interiore, che è quella del perdono.
E facendo tesoro di quello che ci ricorda l’apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Romani, non dimentichiamo che “sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”. E che “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore”.
Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono, questo è l’invito che ci viene rivolto e che vogliamo accogliere, oggi e sempre, superando le barriere dei conflitti di ogni genere.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIII DOMENICA TO – 10 SETTEMBRE 2017

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

 

Domenica 10 settembre 2017

 

Chi ama corregge con amore il fratello che è in errore

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXIII domenica del tempo ordinario ci parla della correzione fraterna, che ha un valore ed un significato cristiano solo nella misura in cui si corregge l’altro per amore, con amore e senza minacciare vendetta e condanna, senza mettere al primo posto il proprio ruolo e la propria responsabilità o l’onore e l’orgoglio del casato o della divisa o dell’istituzione. In ogni correzione fraterna c’è di mezzo la dignità della persona umana e il rispetto anche della sua fragilità, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra contro l’altro- Anche chi è nel posto di responsabilità, prima di correggere gli altri, dovrebbe domandarsi: ma io sono migliore del fratello che sta in errore? Solo Dio può correggere in modo vero, perché Dio ama l’uomo anche nella sua debolezza e gli tende la mano quando sta per annegare. Nessuno si deve fare maestro degli altri, né ritenersi superiore o più santo e perfetto dell’altro, ma nella carità, nell’umiltà ci si corregge reciprocamente, perché ogni vera correzione va a beneficio del corretto e di chi correttore. La correzione non è un fatto unilaterale, perché molti degli errori dei fratelli sono determinati da noi, che pensiamo di fare le cose giuste ed esatte in ogni momento. Se ognuno sta al proprio posto e fa il proprio dovere, non c’è bisogno di correzione, ma di collaborazione e integrazione. Questi concetti sono chiaramente deducibili dalla parola di Dio, a partire dalla prima lettura, tratta dal profeta Ezechiele, che ci ricorda con chiarezza di espressioni e di intenti: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato». Effettivamente se non correggiamo di fronte ad un evidente situazione di errore, di malvagità, il Signore ci chiederà conto di quello che non abbiamo fatto. Ma la vera correzione si fa alla luce della parola del Signore e non in conformità al nostro modo di pensare. Io non sono il criterio per valutare e giudicare gli altri, ma solo Dio è giudice e questo giudizio lo si esprime in base a quanto la parola di Dio ci dice di fare.

Sulla correzione fraterna è prettamente improntato il testo del vangelo di oggi, che ci dà anche i criteri fondamentali per operare una correzione discreta e rispettosa della persona. Il primo momento è quello a tu a tu con la persona, il faccia a faccia con la persona che va corretta, avendo gli elementi veri e non presunti degli errori degli altri, in quanto è facile la diceria, la calunnia, la gelosia, il falso nei documenti, nelle testimonianze. Bisogna avere la certezza delle cose per poter procedere nella correzione e non aver solo sensazioni o percezioni soggettive. E’ necessario avere gli elementi veri e dimostrativi che possono attestare la veridicità dei fatti e non la sola presumibilità. Spesso si accusa e si condanna su calunnie e dicerie e mai andando a fondo della verità. Quanti innocenti, a partire da Gesù, che sono stati condannati anche nella Chiesa, nella società, nella politica, nella giustizia? Questo ci chiede di essere prudenti. Ecco perché se non siamo in grado di correggere a tu a tu, è necessario avere il supporto degli altri, dei testimoni, di coloro che non si fanno giudizi insieme al primo, ma a piena conoscenza dei fatti e documentati per proprio conto e non indottrinati da chi comanda, possono aiutare nel cammino della correzione chi veramente ha sbagliato. Di giudici corrotti e condizionati dagli altri ce ne sono nella storia di ogni popolo e nella storia anche delle chiese. Quanti nella politica o nelle altre istituzioni che detengono il potere e fanno scontare ai propri avversarsi conti che non hanno affatto. La gelosia, la vendetta il far pagare il debito rientra, purtroppo, tra le tante cose che gli esseri umani sanno utilizzare per disfarsi dei propri avversarsi, falsificando carte ed atti. Ecco, perché alla fine, nel vangelo di oggi, viene chiamata in causa l’opinione e il giudizio della comunità, quando questa, soprattutto ai nostri giorni con i media che sono il vangelo, indirizzano l’opinione del pubblico verso la condanna, prima che venga addirittura emesso un giudizio dall’autorità preposto. Ai mostri in prima pagina dei giornali e delle Tv, della rete internet ci siamo abituati tutti, tranne poi a ritrattare e a rivedere il tutto, se risulta essere innocente. Quanti errori anche di valutazione da parte della comunità, che si lascia condizionare dall’opinione dominante o strumentalizzare per scopi ignobili di chi e leader nel costruire opinioni sociali. Rileggere il testo del vangelo e meditarci sopra ci fa capire che davvero siamo lontani dal praticare la giustizia e difendere la verità: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”. Ma il vangelo di questa domenica non si ferma alla sola correzione fraterna, va oltre quello che umanamente è comprensibile, in quanto tutti possiamo sbagliare e tutti dobbiamo ricevere il perdono, una volta pentiti. Infatti, nei versetti successivi si parla della misericordia e della preghiera: legare e sciogliere sulla terra che è legare e sciogliere in cielo e poi la capacità di ottenere da Dio ciò che chiediamo con fede e nella preghiera se siamo uniti nel chiedere, cioè se chiediamo insieme e non solo singolarmente ed egoisticamente per noi stessi.

A tal proposito, San Paolo Apostolo, nel brano della lettera ai Romani che oggi ascoltiamo, commentando indirettamente e involontariamente il brano del vangelo di questa domenica, dice con estrema correttezza teologica ed etica: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Criterio fondamentale dell’agire umano è l’amore e quindi anche nel correggere bisogna partire dall’amore e non dall’odio e dalla vendetta. La legge di Dio codificata nei Dieci comandamenti è per tutti e non solo per alcuni. Pertanto nessuno si faccia maestro in Israele se ognuno hai suoi scheletri negli armadi, ben nascosti per non far emergere i propri errori della vita passata e presente, soprattutto se si sta in certi posti di responsabilità. Per cui, consapevoli che “la carità non fa alcun male al prossimo” e la  “pienezza della Legge è la carità”, agiamo sempre con amore e per amore, soprattutto se siamo chiamati, in ragione degli uffici che ricopriamo, a correre con discrezione e senza risentimenti e rabbia che ha potuto involontariamente sbagliare o è stato indotto ad errare, perché in tutti gli ambienti, anche quelli che oggi si chiamano virtuali, ci sono persone e strateghi del male che hanno come scopo fondamentale in ogni luogo quello di fare del male e far fare del male per mettere in cattiva luce anche i più onesti e santi.

Con il salmo 94, eleviamo al Signore la nostra umile preghiera in questo giorno di festa, riconciliazione e conversione: “Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia. Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce. Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».

 

 

 

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 3 settembre 2017

La croce è il vero pensiero di Dio, perché è manifestazione del suo amore infinito.

Commento di padre Antonio Rungi

La XXII domenica del tempo ordinario ci presenta nuovamente Gesù in dialogo con Pietro e i suoi discepoli.

Questa volta al centro del loro pensare e ragione c’è la croce, c’è la morte in croce di Gesù.

Il Divino Maestro, infatti, prova a preparare il gruppo dei Dodici all’imminente scandalo che riguarderà il Figlio di Dio che verrà crocifisso, innocentemente e questo determinerà la crisi di fede nei gruppo e negli altri discepoli.

E’ bene leggere con attenzione tutto il testo del vangelo per capirne la grande portata spirituale per tutti noi cristiani, cogliere i vari passaggi che vi si incontrano: l’annuncio di Gesù della sua imminente croce e della risurrezione (“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”); il dispiacere e il risentimento di Pietro (“Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»”);  la contro risposta di Gesù (“Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»”); l’insegnamento finale e le raccomandazioni per quanto vogliono davvero discepoli del Signore (“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”); il richiamo al secondo e definitivo avvento di Dio, al giudizio universale (“Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»”).

Nel testo del vangelo c’è al sintesi di cosa dobbiamo pensare e di come dobbiamo agire per essere in linea e in sintonia con Gesù. Chi non pensare alla croce e non si prende la responsabilità di portare la croce, non ha il pensiero di Cristo nella sua mente e di conseguenza è motivo di scandalo, perché rifiuta la croce, che è amore e donazione ed è apertura ad una vita nuova.

 

Gesù ribadisce con forza di fronte ad un Pietro smarrito e triste che se qualcuno vuole venire dietro Lui,  deve rinnegare se stesso, deve prendere la sua croce e mettersi alla sequela di Cristo segua.  Questa è la strada maestra che conduce alla salvezza dell’anima, quella che conta davvero davanti all’eternità. Infatti precisa Gesù, cercando di indurre ad un cambiamento di mentalità e di rotta il modo di pensare ed agire dei suoi discepoli: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”.

 

Molte persone sono convinte che la felicità sta nel possedere, nell’avere, nel ricoprire uffici e ruoli, nel comandare sugli altri, offendendo la dignità delle persone, strumentalizzando le loro debolezze per apparire più onesti e retti degli altri, quando in realtà sono dei sepolcri imbiancati come i farisei da Gesù contestati e condannati.

 

Quanta superficialità nel valutare davvero ciò che conta davanti a Dio e all’eternità, rispetto agli uomini e alla temporalità. Bisogna lasciarsi prendere totalmente da Dio, dalla prospettiva dell’amore e della consolazione che viene dal cielo, come ci ricorda il profeta Isaia nel bellissimo brano della prima lettura di oggi: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”.

 

Questa seduzione spirituale ed interiore fa si che il profeta, per amore di Dio, condanna, denuncia, ma anche sopporta ogni umiliazione (“Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno”), ma lui testardo, perché profondamente innamorato di Dio, continua nella sua opera di parlare nel nome di Colui che è la verità assoluta (“Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”). Magari avessimo nel nostro cuore tanto amore ed ardore di annunciare la parola di Dio, nonostante i tanti ostacoli che la cultura materialistica, edonistica, positivista, atea del nostro tempo offre su scala locale e mondiale.

 

Noi, come il profeta Isaia andiamo per la nostra strada, mossi dal desiderio di parlare con la bocca e con la vita solo di Dio, forti e convinti più che mai dei consigli che ci vengono dall’apostolo Paolo, nel breve brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera ai Romani, nel quale ci raccomanda come cristiani di non conformateci a questo mondo, ma di lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Un itinerario spirituale, come è facile capire, che ci viene proposto oggi nella parola di Dio della XXII domenica, che parte dalla croce ed approda ad uno stile nuovo di essere e vivere da cristiani, non appiattiti sul modo di pensare e di agire di un mondo che non crede in Dio ed è senza Dio, come ci attestano tanti fatti di violenza, di sangue, di ingiustizia e di crudeltà, soprattutto verso i più piccoli e deboli della società.

Sia questa la nostra preghiera, con il salmo 62: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua… Signore, il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode in eterno”. Amen.