PADRE RUNGI

PADRE RUNGI. PREGHIERA PER LA QUARESIMA 2017

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Maria, Vergine della Quaresima

Preghiera composta da padre Antonio Rungi, passionista

 

Maria, Madre della conversione,

in questo tempo di Quaresima,

guidaci nel cammino che porta a Gesù,

unico Salvatore e Redentore dell’umanità.

 

Fa, o Vergine della Quaresima,

che in questi giorni di ascolto, preghiera e penitenza,

ogni uomo, credente nel Vangelo,

e che sa di essere polvere e in polvere ritornerà,

possa sperimentare la misericordia divina

nel sacramento della riconciliazione e del perdono.

 

Nell’assiduo ascolto della Parola di Dio,

nella celebrazione quotidiana della liturgia eucaristica,

nella carità senza limite verso ogni fratello di questa Terra,

possa diventare un vero adoratore di Dio, in spirito e verità.

 

O Maria, Madre del Redentore,

Madre del Cristo ritirato nel deserto,

per pregare, fare penitenza e prepararsi

all’annuncio del suo Regno,

ottienici dal tuo Figlio, Morto e Risorto,

per la nostra salvezza,

la grazia di non abbandonarci nella tentazione,

ma di liberarci da ogni male

e portarci con Lui nell’eternità. Amen

 

 

 

P.RUNGI. PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
DOMENICA 5 MARZO 2017

 

Le tentazioni aiutano a crescere nella vita di fede.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Mercoledì scorso abbiamo iniziato questo lungo cammino di 40 giorni in preparazione alla Santa Pasqua del 2017. E’ il tempo forte dell’anno liturgico, chiamato Quaresima, che ci conduce per mano, con la parola di Dio, con l’eucaristia, con la confessione, con le opere di carità e con la penitenza all’appuntamento annuale della Pasqua di Morte e Risurrezione. Questo periodo di preparazione si aggancia all’esperienza di deserto, preghiera e penitenza fatta da Gesù prima di iniziare la sua attività pubblica. Il vangelo di Matteo di questa prima domenica di Quaresima è dedicato, infatti, proprio al racconto della quaresima di Gesù e alle tentazioni che dovette affrontare e superare a conclusione di essa. Anche per noi cristiani questo tempo di grazia ci è donato, da un punto di vista liturgico per sperimentare la nostra concreta possibilità di rispondere al vangelo con la sincera volontà di convertirsi e di superare qualsiasi tentazione che quotidianamente Satana cerca di farci accettare piuttosto che superarla. Affidiamo il nostro cammino quaresimale alla preghiera di questa prima domenica, con la quale chiediamo “di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo
con una degna condotta di vita”.

La prima lettura e il salmo responsoriale di oggi sono incentrati sul tema del peccato originale e del peccato in generale. Nella prima lettura viene narrata la prima fondamentale caduta essenziale, morale e spirituale, nonché biologica dell’essere umano, commettendo la prima vera e sconvolgente colpa, quella d’origine che ha condizionato, poi, tutto il resto della vita. La descrizione e il racconto di questa ribellione della coppia umana alla volontà e ai disegni di Dio, sembra di poco conto; ma in realtà è di una consistenza tale che ha colpito l’uomo nei suoi elementi basilari, che erano improntati alla perfezione nel Paradiso Terreste, dove Adamo ed Eva, dopo aver fatto esperienza della bontà e della tenerezza di Dio, sperimentano, per loro libera scelta, la nudità e l’allontanamento da Dio. Da quella colpa d’origine parte l’opera della redenzione umana, che troverà la sua piena e definitiva attuazione nella Pasqua di Gesù Cristo. La gravità del peccato originale, che noi esseri umani contraiamo e non commettiamo, è messa in risalto nel brano della libro della Genesi di questa domenica, in cui, chiaramente, è evidenziato l’assurdo comportamento dell’uomo di sfidare Dio, nel suo orgoglio e nella sua presunzione ed illusione di diventare con Lui. L’uomo progettato per il bene da parte di Dio, invece di ascoltare la sua parola e di seguire io suoi ordini, si lascia affascinare, come sempre da satana, simboleggiato qui nell’astuto serpente, che porta, prima Eva e poi Adamo a commettere il primo peccato ed avviare così, nel genere umana, l’esperienza della debolezza, della fragilità e della immoralità a tutti i livelli. Toccato nella sua stessa natura, in seguito a questo peccato, l’uomo rimane naturalmente fragile e soggetto ad ogni tentazione e ad ogni peccato, se non vigila su stesso e su gli altri.

Il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 50 è una richiesta a Dio di perdono e misericordia. E’ la presa di coscienza di ciò che diventa l’uomo quando si allontana da Dio e vuole fare a meno di Lui. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Da qui la richiesta: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”.

Nel secondo splendido e ricco brano della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani ritroviamo il tema del peccato originale, già messo in luce nel testo della prima lettura, rapportandolo al mistero della redenzione. Il parallelismo tra il vecchio Adamo, quello del peccato e della caduta, è messo in stretto rapporto con il nuovo Adamo, Gesù, quello della risurrezione e dell’esaltazione della croce, mediante la quale il Figlio di Dio ha redento il mondo. Gesù ha vinto la morte e nell’ubbidienza totale al Padre tutti sono stati giustificati, come per la disobbedienza di Adamo, tutti erano stati costituiti peccatori e tale sarebbero rimasti per sempre, se non fosse intervenuto Cristo con la sua morte e risurrezione, che porta la grazia del perdono e della riconciliazione a tutto il genere umano e a tutta la creazione. Entrare in questo cammino di purificazione e rinascita interiore è compito di ogni cristiano. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ha dato l’avvio a questo itinerario di santificazione, che tutti possiamo e dobbiamo percorrere, lasciandoci guidare dall’unico maestro della nostra vita che è il Cristo Crocifisso e Risorto.

Infine, nel testo del vangelo di questa prima domenica di Quaresima, come abbiamo detto all’inizio, ci porta con Gesù nel deserto, dove viene tentato dal diavolo. Durante la permanenza di quaranta giorni e notti, alla fine ebbe fame. E qui scatta la prima tentazione da parte del demonio che invita Gesù a trasformare le pietre in pane, per sfamarsi, al fine di dimostrare se veramente fosse Figlio di Dio. Strana tentazione, questa che viene indicata come prima delle tre. Gesù poteva benissimo far comparire il pane o gli stessi angeli del cielo provvedere al suo stentamento durante i quaranta giorni di deserto, ma qui, come se fosse, un mago secondo il diavolo, doveva trasformare dimostrare al demonio che era Figlio di Dio. Quante pretese ha satana nei confronti dell’uomo e nel caso specifico nei confronti di Dio. Gesù sa benissimo chi è e lo sa benissimo anche il demonio. Ma, come tutte le forze del male che si annidano negli esseri malefici, egli ci ha provato con Gesù, uscendo sconfitto da questo primo tentativo di aggressione a Dio. Non contento lo porta sul punto più alto del tempio di Gerusalemme, luogo privilegiato della presenza di Dio, secondo gli israeliti e ci prova a farlo buttare giù, anche in questo caso per dimostrare se è veramente Figlio di Dio. Il diavolo è ossessionato e non a caso dell’identità di Gesù che ben conosce e sa. E pure in questa seconda tentazione, cade nel vuoto il tentativo del diavolo , perché Gesù non ci sta al gioco del dimostrare al demonio chi effettivamente è. Perciò ribadisce di non mettere alla prova il Signore Dio tuo. Ed infine, l’ultimo tentativo, la terza tentazione o provocazione, quella relativa al desiderio di possesso, dominio e gloria su tutta la terra, aspirazione tipica degli imperatori, re e potenti della terra e che in Gesù trova una risposta precisa per contestare la sete di potere e di dominio che per sua natura è diabolica nella sostanza e nella forma. E la storia ci racconta di quanti fallimenti umani in questa direzione. La risposta del Signor è precisa: vattene satana, tu devi adorare il Signore e a lui solo devi rendere culto e rispetto. Immaginiamo se satana poteva sottomettersi al Signore. La conseguenza, vista la resistenza di Gesù, fu quella di andare via e fare spazio al bene, con l’arrivo degli angeli che si posero a servire Gesù ed accudirlo in tutte le sue esigenze. La grazia e il peccato non possono convivere e coabitare, il bene e il male non possono incontrarsi ed occupare lo stesso spazio vitale. La lezione del vangelo di oggi è molto chiara. Si superano le tentazioni se nei nostri pensieri e nei nostri cuori c’è solo il Signore.

In conclusione, in questo periodo di Quaresima tutti noi cristiani siamo invitati a vivere più intensamente il clima di preghiera e di carità. I recenti fatti di cronaca che hanno attinenza con il termine della nostra vita ci pongono responsabilmente di fronte al problema di come rendere bella la vita, anche quando è segnata dalla sofferenza e dalla malattia. La morale cristiana è a favore sempre e comunque alla vita e mai a favore della cultura della morte, anche se la si definisce come dolce morte, oppure suicidio assistito. La nostra vita, quella che il Signore ci ha donato, anche se è segnata dalle croci insopportabili, vale sempre la pena viverla fino in fondo, fino a quel momento in cui Dio ci ha chiama a sé e ci porta con sé nell’eternità.

P.RUNGI. UNA SPECIALE PREGHIERA PER I GIOVANI

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PREGHIERA PER I GIOVANI

COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI

O Dio,

Tu che sei l’eterna gioventù del Paradiso,

guarda dal cielo e proteggi

tutti i giovani della Terra,

che lottano per un mondo migliore

e sperano in un futuro

senza violenze, guerre

ed offese di qualsiasi genere.

 

O Gesù,

Tu che sei stato giovane,

come tutti gli esseri umani,

che nascono, crescono

e si sviluppano fisicamente e mentalmente,

sii vicino, col tuo insegnamento,

a tutti i giovani della terra,

spesso smarriti e senza prospettive.

 

Non permettere, o Gesù,

che i nostri giovani

si scoraggino e non trovino più forza

per andare avanti nel costruire

un mondo dal volto umano.

 

Spirito Santo

che sei la gioventù della grazia santificante

illumina il mondo giovanile

con i tuoi sette doni

che sappiano infondere

in tutti i giovani del mondo

i frutti della gioia e della letizia vera,

capaci di trasformare questa Terra

in un vero paradiso celeste.

 

Maria,

Madre giovane e dei giovani

interceda presso il Signore.

il vero Giovane senza età,

affinché i nostri giovani

sentano come Te,

la voce di Dio

e si consacrino al suo amore,

per servire la causa degli ultimi

di questa afflitta e gemente società

senza grandi valori ed ideali. Amen

 

Preghiera

composta da padre

Antonio Rungi

Passionista

 

P.RUNGI. LA MIA PREGHIERA PER L’EPIFANIA 2017

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PREGHIERA PER L’EPIFANIA 2017

Ai tuoi piedi prostrati, divin Redentore dell’umanità, noi, come i Re Magi, ti adoriamo e ti benediciamo, ti rendiamo grazie per tutto quello che continui a donarci.

Gesù, Epifania del Padre e dello Spirito, Verbo Incarnato, nel grembo purissimo di Maria, Tu vera stella che orienti il cammino degli umili e dei sapienti, illumina questo mondo che versa nelle tenebre dell’errore e della violenza.

Rivela, o Gesù, Redentore del mondo, il volto misericordioso di Dio, che è Pace e non terrore, è tenerezza e non durezza di cuore, è amore e non assolutamente odio.

Tu Agnello immolato e sacrificato sull’altare della Croce, innalzato sul calvario del mondo, viene a liberarci e a salvarci, Tu che tutto sai e puoi.

Libera i bambini da ogni forma di violenza, proteggi le famiglie di tutta la terra, conforta quanti sono infelici e rendi sereno il cammino di questo nostro tempo, segnato da tante tenebre, che offuscano la tua meravigliosa stella, guida sicura che conduce alla Gerusalemme del cielo. Amen

Preghiera di padre Antonio Rungi

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2016

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TERZA DOMENICA DI AVVENTO

DOMENICA 11 DICEMBRE 2016

VIENI, SIGNORE GESU’, ABBIAMO BISOGNO DI TE

Commento di padre Antonio Rungi

La terza domenica di Avvento ha una sua specificità liturgica. Si chiama la domenica della gioia, perché la parola di Dio è incentrata sull’attesa del Messia, che porta gioia e vita a chi lo aspetta con amore e in Lui vede la realizzazione delle proprie aspettative.

L’antifona d’ingresso della liturgia della messa di oggi, ci fa pregare con queste splendide parole di speranza cristiana e di fiducia piena nel Signore che viene: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto -ricorda l’Apostolo Paolo ai cristiani di Filippi – rallegratevi, il Signore è vicino”.

Considerato il tempo che ci separa dal Natale 2016 non possiamo non accogliere questo invito alla gioia per la prossima venuta del Salvatore nell’annuale celebrazione liturgica del mistero dell’Incarnazione.

Gesù che è venuto nella storia umana non solo l’ha cambiato nella forma, ma soprattutto nella sostanza di un messaggio d’amore e di pace che Egli stesso porta a compimento con la sua morte e risurrezione. Il bambino della grotta di Betlemme è lo stesso Cristo che sale al Calvario e muore in croce per redimere l’umanità dai sui peccati.

In questo messaggio di salvezza un posto privilegiato l’hanno i poveri e gli ultimi, in quanto Gesù viene su questa terra anche per alleviare le sofferenze di chi non contava e non conta in un mondo basato solo sul proprio tornaconto. Questo clima di gioia e di speranza si respira già accostandoci alla prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Isaia, il profeta dell’Avvento per eccellenza.

Infatti, i primi versetti del testo che ascoltiamo oggi ci introducono nel clima di gioia con parole che toccano il cuore e la mente di chi è sensibile al discorso di Dio e si lascia prendere per mano dall’Onnipotente e buon Signore. Si rallegrino il deserto e la terra arida. Esulti e fiorisca la steppa…Irrobustite le mani fiacche, rende salde le ginocchia vacillanti…. Coraggio, non temete, viene il nostro Dio…Egli viene a salvarci.. Felicità perenne splenderà sul nostro capo, gioia e felicità ci inseguiranno ed andranno definitivamente via la tristezza e il pianto.

Per chi ha fede e fiducia nel Signore, tutto questo avviene davvero ogni volta che ci accostiamo al Natale annuale con la consapevolezza che la vera festa sta nel sperimentare una gioia profonda nell’incontrare il Signore nella sua parola, nel suo perdono, nell’eucaristia, in una vita fatta di amore e dedizione verso gli altri. Dio è provvido e sostegno per tutti, specialmente per quanti sono nel bisogno di qualsiasi genere. Egli è la misericordia e guarda con amore tutti i suoi figli bisognosi di tutto, come ci ricorda il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 145.

 

Nella seconda lettura di oggi, l’apostolo Giacomo, che in questa domenica terza di Avvento, viene in nostro soccorso con i suoi scritti di grande respiro umanitario e solidaristico, ma anche mettendoci in guardia da ogni ipocrisia e falsa attesa del Messia.

In ragione di questa imminente venuta, che per noi è il Santo Natale 2016, non dobbiamo lamentarci gli uni degli altri, come, purtroppo, normalmente facciamo in tutti gli ambienti di vita umana e sociale; bisogna avere pazienza, costanza e capacità vera di sopportazione, prendendo a modello di tali atteggiamenti i profeti, che hanno parlato nel nome del Signore.

Tre parole e tre impegni prossimi alla solennità del Natale dobbiamo assumerci con sincerità: fedeltà, coraggio e sopportazione.

Per essere aiutati in questo itinerario pre-natalizio, possiamo assumere come ulteriore modello di comportamento, Giovanni Battista che nuovamente sale in cattedra, come maestro dell’Avvento, per indicarci la strada che porta al riconoscimento di Gesù come Messia e Salvatore.

E’ Gesù stesso che esalta la figura di Giovanni Battista nel testo del Vangelo di Matteo che oggi ascoltiamo: Giovanni Battista è per Gesù, più di un profeta, è il suo messaggero, che è stato chiamato a preparare la via al Signore che viene. Giovanni Battista, tra i nati di donna, non ve ne è uno più grande di lui. Tuttavia, pur essendo di grande statura morale e spirituale, davanti al Signore, Redentore e Salvatore, il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Come dire, che chi si lascia toccare dalla grazia di Dio ed entra in comunione con il Signore, diventa grande non agli occhi del mondo, ma agli occhi di Dio, perché è santo già in questa vita. Alla luce di queste parole sante dette da Gesù ai discepoli di Giovanni che, inviati dal Signore, vogliono sapere se era lui l’atteso Messia, non c’è altro da fare che mettersi all’opera per essere annunciatori di gioia e di vita in una società dove la gioia è poca vissuta e la vita per nulla amata e difesa, spesso è maltrattata e vilipesa. Gesù che sana i malati, guarisce e conforta gli afflitti è il Dio della vita che viene a portare agli uomini la parola della gioia e della bontà immensa del Padre celeste. Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno del Signore, nel quale siamo invitati ad assaporare la vera gioia e ad allontanare tristezze e malinconie nella nostra vita: Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro al colui che viene e fà che, perseverando nella pazienza e nell’amore di Cristo, maturiamo in noi il frutto della fede ed accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia.

A Maria, Madre della gioia, che in questi giorni scorsi abbiamo festeggiato con il titolo di Immacolata, chiediamo il dono di vivere nella gioia e di portare gioia.

E con umiltà profonda diciamo, attraverso Maria, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore fà che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito e lo abiliti all’orazione con Dio e alla consacrazione con gli uomini”.

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA 2016

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SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA – 8 DICEMBRE 2016

TUTTA BELLA SEI MARIA, MADRE DELLA PUREZZA E DELLA TENEREZZA

Commento di padre Antonio Rungi

Tutta bella sei Maria, macchia di peccato non è assolutamente in te, per un singolare privilegio che il Signore ha riservato a te, umile ancella, in vista della nascita del Redentore. Proprio perché sei senza peccato originale e lontana da ogni altro peccato, tu per noi sei la madre della purezza e della tenerezza ed oggi, solennità del tuo immacolato concepimento, noi ringraziamo il Signore per questo privilegio che il cielo ti ha donato, per Gesù, per te e per tutti noi.

L’antica antifona che caratterizza la solennità dell’Immacolata concezione, come Maria la Tutta bella, è un forte invito a riflettere oggi sul dogma dell’Immacolata, proclamato da Pio IX nel 1854 e trarre da esso una forte spinta a rinnovarsi nella vita e a cercare di essere sempre più purificati nell’anima e nel modo di comportarci. Scrive Papa Francesco: “La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato si capisce soltanto sotto questa luce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio di questa solennità non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento”. Ed aggiunge: Nella festa dell’Immacolata, contemplando la nostra Madre tutta bella, riconosciamo anche il nostro destino più vero, la nostra vocazione più profonda: essere amati, essere trasformati dall’amore, essere trasformati dalla bellezza di Dio. Guardiamo lei, nostra Madre, e lasciamoci guardare da lei, perché è la nostra Madre e ci ama tanto; lasciamoci guardare da lei per imparare a essere più umili, e anche più coraggiosi nel seguire la Parola di Dio; per accogliere il tenero abbraccio del suo Figlio Gesù, un abbraccio che ci dà vita, speranza e pace”.

Nell’immacolato concepimento della Madonna, comprendiamo meglio quanto scrive san Paolo Apostolo nella sua lettera agli Efesìni, riguardo la nostra dignità di figli di Dio e quanto Dio ha fatto e continua a fare per noi. In un inno cristologico, tra i più belli scritti dall’Apostolo delle Genti, noi meditando attentamente su queste parole ci sentiamo benedetti, amati, indirizzati verso la gloria del cielo, dove abbiamo la nostra stabile e definitiva dimora, essendo eredi, mediante Gesù Cristo, del Paradiso.

Maria ci aiuta ad entrare nella logica della gloria e dell’onore, che passa attraverso la purificazione da ogni peccato, che può contaminare la nostra vita e rendere più difficile il possesso del paradiso.

Maria in tale regno di luce vi è entrata per i meriti di Gesù, essendo scelta quale Madre del Figlio di Dio, e vi è entrata anima e corpo con la sua assunzione al cielo. Pura da sempre, per sempre non poteva non essere la prima dei viventi di questa terra ad avere accesso diretto nel Regno del suo Figlio.

Ecco perché, oggi, la parola di Dio ci sprona a guardare a Maria come modello di ogni perfezionamento della propria vita nell’orizzonte di Dio. Lo possiamo comprendere tutto questo in ascolto del testo del vangelo di questa solennità che ci riporta al momento dell’Annunciazione.

Maria dubbiosa di come potesse nascere nel suo grembo il Figlio di Dio, dal momento che non conosceva uomo, alla fine si affida completamente a Dio, confida in Lui e si fida di Lui.

Il miracolo della vita, con il suo Fiat, avviene proprio in quell’istante. Maria entra con la sua piena adesione nel progetto di Dio di salvare l’umanità, dopo la caduta nel paradiso terrestre, dove un’altra donna, Eva, aveva, insieme ad Adamo contravvenuto alla legge divina, avviandosi così ad un destino di miseria morale e spirituale, dalla quale Gesù ci salverà, con la disponibilità di Maria ad accogliere nel suo grembo verginale, proprio il salvatore dell’umanità.

Con Papa Francesco, in questo giorno di luce, splendore, bellezza, purezza e tenerezza eleviamo al Signore, mediante la Tutta Bella, la Vergine santissima Immacolata, questa preghiera modificata per le nostre esigenze spirituali ed adattata a questa solennità dell’Immacolata 2016.

 

O Maria, Madre nostra,

oggi noi tutti siamo in festa per Te

e ti veneriamo come Immacolata,

preservata da sempre dal contagio del peccato.

 

Accogli l’omaggio che ti offriamo

a nome della Chiesa che è nel mondo intero.

 

Sapere che Tu, che sei nostra Madre,

sei totalmente libera dal peccato

ci dà grande conforto.

Sapere che su di te il male non ha potere,

ci riempie di speranza e di fortezza

nella lotta quotidiana che noi dobbiamo compiere

contro le minacce del maligno.

 

Ma in questa lotta non siamo soli, non siamo orfani,

perché Gesù, prima di morire sulla croce,

ci ha dato Te come Madre.

Noi dunque, pur essendo peccatori,

siamo tuoi figli, figli dell’Immacolata,

chiamati a quella santità che in Te risplende

per grazia di Dio fin dall’inizio.

 

Animati da questa speranza,

noi oggi invochiamo la tua materna protezione per noi,

per le nostre famiglie,

per le nostre Città, per il mondo intero.

 

La potenza dell’amore di Dio,

che ti ha preservata dal peccato originale,

per tua intercessione liberi l’umanità

da ogni schiavitù spirituale e materiale,

e faccia vincere, nei cuori e negli avvenimenti,

il disegno di salvezza di Dio.

 

Fa’ che anche in noi, tuoi figli, la grazia prevalga sull’orgoglio

e possiamo diventare misericordiosi

come è misericordioso il nostro Padre celeste.

 

In questo tempo che ci conduce

alla festa del Natale di Gesù 2016,

insegnaci ad andare controcorrente:

a spogliarci di noi stessi, ad abbassarci,

a donarci, ad ascoltare, a fare silenzio,

a decentrarci dal nostro egoismo,

per lasciare spazio alla bellezza di Dio,

riflessa soprattutto in Te, Vergine Madre

Madre della purezza e della tenerezza. Amen.

 

MISERICORDIA ET MISERA. PRESENTAZIONE E SINTESI A CURA DI P.ANTONIO RUNGI

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Presentazione e sintesi della Lettera Apostolica di Papa Francesco

“Misericordia et misera”

A cura di padre Antonio Rungi, passionista

 

La Lettera apostolica di Papa Francesco “Misericordia et misera” è una sintesi straordinariamente ricca e stimolante dei temi spirituali, pastorali, morali, ecclesiali e sociali con i quali si devono confrontare, oggi, dopo la celebrazione del giubileo della misericordia, tutti i cristiani.

 

La fantasia della misericordia va  concretizzata nell’oggi della Chiesa e del mondo contemporaneo.

 

Al di là delle aperture che ben conosciamo di Papa Francesco sul tema della famiglia, dell’aborto, dell’accoglienza dei diversi, che condivido integralmente, il discorso centrale che il Papa porta avanti in questo suo ultimo testo magisteriale, è quello dell’attenzione privilegiata verso i poveri e i sofferenti della terra, con una speciale attenzione ai bambini e a tutte le persone più fragili dell’umana società dell’era globalizzata e della tecnologia.

 

E’ una sintesi di teologia dogmatica, pastorale, morale e sociale dalla quale nessun cristiano, oggi, può prescindere dopo questa lectio magistralis sul significato della misericordia nel cuore di Dio e nel cuore dell’uomo.

 

Grazie, Papa Francesco, per questo dono e regalo che oltre a conservarlo gelosamente per gli anni futuri, come testo fondamentale dell’etica cristiana, ne faremo tesoro per vivere oggi concretamente la misericordia di Dio nel ministero sacerdotale e pastorale, con l’essere vicini a tutti, dall’inizio della vita di ognuno, fino al naturale termine di essa, che è la morte, alla quale fa riferimento la Lettera; ma anche nell’accompagnamento individuale lungo il percorso delle scelte personali che vanno sempre rispettate e mai condannate, nella logica di quella divina misericordia che Cristo ha manifestato per tutta l’umanità, morendo sulla croce per noi e spargendo il suo sangue in remissione dei nostri peccati.

Da oggi in poi, la cultura della misericordia deve avanzare in modo evidente, soprattutto nella Chiesa, che è il naturale luogo dove la misericordia, oltre che essere celebrata con il sacramento del perdono e dell’unzione degli infermi, va vissuta quotidianamente nell’azione pastorale e nella vicinanza concreta a chi ha più bisogno di consolazione e di conforto. Non a caso la Lettera Apostolica parte dalla pagina evangelica dell’adultera, in cui si incontrano, come scrive Sant’Agostino la misericordia e la miseria umana, ovvero Gesù e la donna che sta per essere lapidata, perché colta in flagrante adulterio. Non a caso nel discorso successivo che porta avanti, Papa Francesco, troviamo il riferimento ad un’altra donna, la Maddalena. La misercordia inizia proprio nel rivalutare e rispettare la dignità di ogni persona umana e soprattutto la donna.

P.Antonio Rungi

In 22 punti essenziali, rispondenti ai numeri  che compongono la Lettere, la mia sintesi del documento.

 

SCHEMA DI SINTESI

 

1. Celebrare e vivere la misericordia

2. Il perdono segno visibile dell’amore del Padre. Nessun limite alla misericordia divina.

3. La misericordia suscita gioia e allontana ogni tristezza del cuore.

4. L’Anno Santo una benedizione abbondante del cielo

5. Il cammino della Chiesa post-giubilare: celebrare la misericordia di Dio.

6. Comunicare la certezza che Dio ci ama e ci perdona, mediante l’ascolto della Parola di Dio e la sua presentazione.

7. Il valore insostituibile della Bibbia

8. Indispensabilità del sacramento della riconciliazione.

9. I missionari della misericordia. Continua la positiva esperienza.

10. Il sacerdote, ministro dell’accoglienza e testimoni della tenerezza di Dio

11. Centralità del sacramento della confessione

12. Concessione a tutti i sacerdoti di assolvere dal peccato di aborto. La Fraternità di Pio X.

13. La consolazione: volto della misericordia

14. L’importanza della famiglia

15. Il tema della morte

16. Aprire la porta del cuore

17 I segni nascosti della carità

18. La fantasia della misericordia

19. Le opere di misericordia

20. La cultura della misericordia

21. Il dopo giubileo è tempo ugualmente di misericordia. Una giornata tutta per i poveri.

22. Maria, strada maestra della misericordia.

 

SINTESI

 

1. Celebrare e vivere la misericordia

La misericordia chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità. La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre.

 

2. Il perdono segno visibile dell’amore del Padre. Nessun limite alla misericordia divina.

 

Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita.  Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato.

 

3. La misericordia suscita gioia e allontana ogni tristezza del cuore.

 

La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia. Fare esperienza della misericordia dona gioia. Non lasciamocela portar via dalle varie afflizioni e preoccupazioni. Possa rimanere ben radicata nel nostro cuore e farci guardare sempre con serenità alla vita quotidiana.

Oggi sorgono spesso sentimenti di malinconia, tristezza e noia, che lentamente possono portare alla disperazione. C’è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera, per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali. Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva.

 

4. L’Anno Santo un tempo di abbondanza di grazia

 

L’Anno intenso, durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia, è stato come un vento impetuoso e salutare, che si è abbattuto sulla chiesa e sull’umanità. La bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita. È stata realmente una nuova visita del Signore in mezzo a noi. Abbiamo percepito il suo soffio vitale riversarsi sulla Chiesa.

 

5. Il cammino della Chiesa post-giubilare: celebrare la misericordia di Dio.

 

In primo luogo siamo chiamati a celebrare la misericordia nella liturgia. Nella liturgia, la misericordia non solo viene ripetutamente evocata, ma realmente ricevuta e vissuta. La celebrazione della misericordia divina culmina nel Sacrificio eucaristico, memoriale del mistero pasquale di Cristo, da cui scaturisce la salvezza per ogni essere umano, per la storia e per il mondo intero. Insomma, ogni momento della celebrazione eucaristica fa riferimento alla misericordia di Dio.

In tutta la vita sacramentale la misericordia ci viene donata in abbondanza. Non è affatto senza significato che la Chiesa abbia voluto fare esplicitamente il richiamo alla misericordia nella formula dei due sacramenti chiamati “di guarigione”, cioè la Riconciliazione e l’Unzione dei malati.

 

6. Comunicare la certezza che Dio ci ama e ci perdona meditante la Parola.

 

Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale. Nella proclamazione delle Letture bibliche, infatti, si ripercorre la storia della nostra salvezza attraverso l’incessante opera di misericordia che viene annunciata. Dio parla ancora oggi con noi come ad amici, si “intrattiene” con noi per donarci la sua compagnia e mostrarci il sentiero della vita. La sua Parola si fa interprete delle nostre richieste e preoccupazioni e risposta feconda perché possiamo sperimentare concretamente la sua vicinanza. Quanta importanza acquista l’omelia, dove «la verità si accompagna alla bellezza e al bene», per far vibrare il cuore dei credenti dinanzi alla grandezza della misericordia! Essa sarà tanto più fruttuosa, quanto più il sacerdote avrà sperimentato su di sé la bontà misericordiosa del Signore. Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale.

 

7. Il valore insostituibile della Bibbia

 

La Bibbia è il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio. Ogni pagina è intrisa dell’amore del Padre che fin dalla creazione ha voluto imprimere nell’universo i segni del suo amore.  Attraverso la Sacra Scrittura, mantenuta viva dalla fede della Chiesa, il Signore continua a parlare alla sua Sposa e le indica i sentieri da percorrere, perché il Vangelo della salvezza giunga a tutti. È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia.  Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo.

Importante è anche la lectio divina. Questa incentrata  sui temi della misericordia permetterà di toccare con mano quanta fecondità viene dal testo sacro, letto alla luce dell’intera tradizione spirituale della Chiesa, che sfocia necessariamente in gesti e opere concrete di carità.

 

8. Indispensabilità del sacramento della riconciliazione

 

La celebrazione della misericordia avviene in modo del tutto particolare con il Sacramento della Riconciliazione. È questo il momento in cui sentiamo l’abbraccio del Padre che viene incontro per restituirci la grazia di essere di nuovo suoi figli. Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità.  Solo Dio perdona i peccati, ma chiede anche a noi di essere pronti al perdono verso gli altri. Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia.

 

9. I missionari della misericordia. Continua la positiva esperienza

 

Un’esperienza di grazia che la Chiesa ha vissuto con tanta efficacia nell’Anno giubilare è stato certamente il servizio dei Missionari della Misericordia. La loro azione pastorale ha voluto rendere evidente che Dio non pone alcun confine per quanti lo cercano con cuore pentito, perché a tutti va incontro come un Padre. Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace.

 

10. Il sacerdote, ministro dell’accoglienza e testimoni della tenerezza di Dio

 

Chiedo a tutti i sacerdoti di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio.

 

11. Centralità del sacramento della confessione

 

Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.

Un’occasione propizia può essere la celebrazione dell’iniziativa 24 ore per il Signore in prossimità della IV domenica di Quaresima, che già trova molto consenso nelle Diocesi e che rimane un richiamo pastorale forte per vivere intensamente il Sacramento della Confessione.

 

12. Concessione a tutti i sacerdoti di assolvere dal peccato dell’aborto. La Fraternità di Pio X.

 

Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione.

Stabilisco per mia propria decisione di estendere la facoltà ai sacerdoti della Fraternità di Pio X di assolvere i peccati  oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa.

 

13. La consolazione: volto della misericordia

 

È vero, spesso siamo messi a dura prova, ma non deve mai venire meno la certezza che il Signore ci ama. La sua misericordia si esprime anche nella vicinanza, nell’affetto e nel sostegno che tanti fratelli e sorelle possono offrire quando sopraggiungono i giorni della tristezza e dell’afflizione. Asciugare le lacrime è un’azione concreta che spezza il cerchio di solitudine in cui spesso veniamo rinchiusi.

Tutti abbiamo bisogno di consolazione perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione. Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte… sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli.

A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre.

 

14. L’importanza della famiglia

 

In un momento particolare come il nostro, che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative.

La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente.

La misericordia richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia.

 

15. Il tema della morte

 

Particolare rilevanza riveste il momento della morte. La Chiesa ha sempre vissuto questo passaggio drammatico alla luce della risurrezione di Gesù Cristo, che ha aperto la strada per la certezza della vita futura. Abbiamo una grande sfida da accogliere, soprattutto nella cultura contemporanea che spesso tende a banalizzare la morte fino a farla diventare una semplice finzione, o a nasconderla. La morte invece va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che ci lasciano e verso Dio a cui si va incontro. La condivisione di questo momento da parte del sacerdote è un accompagnamento importante, perché permette di vivere la vicinanza alla comunità cristiana nel momento di debolezza, solitudine, incertezza e pianto.

 

16. Aprire la porta del cuore

 

Si è  la Porta Santa, ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. Abbiamo imparato che Dio si china su di noi (cfr Os 11,4) perché anche noi possiamo imitarlo nel chinarci sui fratelli. È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme.

Voler essere vicini a Cristo esige di farsi prossimo verso i fratelli, perché niente è più gradito al Padre se non un segno concreto di misericordia.

La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. Qui si percepisce di essere davvero una “nuova creatura” (cfr Gal 6,15): sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova; sono stato “misericordiato”, quindi divento strumento di misericordia.

 

17 I segni nascosti della carità

 

Durante l’Anno Santo  ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici.

 

18. La fantasia della misericordia

 

È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. Sono passati più di duemila anni, eppure le opere di misericordia continuano a rendere visibile la bontà di Dio. Insomma, le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle.

 

19. Le opere di misericordia

 

La Chiesa dev’essere sempre vigile e pronta per individuare nuove opere di misericordia e attuarle con generosità ed entusiasmo.

Poniamo, dunque, ogni sforzo per dare forme concrete alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia.  Pensiamo solo, a titolo esemplificativo, all’opera di misericordia corporale vestire chi è nudo (cfr Mt 25,36.38.43.44). Essa ci riporta ai primordi, al giardino dell’Eden, quando Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi e, sentendo avvicinarsi il Signore, ebbero vergogna e si nascosero (cfr Gen 3,7-8). Sappiamo che il Signore li punì; tuttavia, Egli «fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3,21). La vergogna viene superata e la dignità restituita.

Fissiamo lo sguardo anche su Gesù al Golgota. Il Figlio di Dio sulla croce è nudo; la sua tunica è stata sorteggiata e presa dai soldati (cfr Gv 19,23-24); Lui non ha più nulla. Sulla croce si rivela all’estremo la condivisione di Gesù con quanti hanno perso dignità perché privati del necessario. Come la Chiesa è chiamata ad essere la “tunica di Cristo” per rivestire il suo Signore, così è impegnata a rendersi solidale con i nudi della terra perché riacquistino la dignità di cui sono stati spogliati.

Non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale…: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona, di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà.

Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio.

 

20. La cultura della misericordia

 

Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli.

La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. D’altronde, non dovremmo mai dimenticare le parole con cui l’apostolo Paolo, raccontando il suo incontro con Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo la conversione, mette in risalto un aspetto essenziale della sua missione e di tutta la vita cristiana: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10).

Non possiamo dimenticarci dei poveri: è un invito più che mai attuale che si impone per la sua evidenza evangelica.

 

21. Il dopo giubileo è tempo ugualmente di misericordia. Una giornata per i poveri.

 

Le nostre comunità si aprano a raggiungere quanti vivono nel loro territorio perché a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti.  Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo Spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare. È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza.

È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità.

È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita.

È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé.

Come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr Lc 16,19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr Mt 11,5), con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia.

 

22. Maria, strada maestra della misericordia

 

Su di noi rimangono sempre rivolti gli occhi misericordiosi della Santa Madre di Dio. Lei è la prima che apre la strada e ci accompagna nella testimonianza dell’amore. La Madre della Misericordia raccoglie tutti sotto la protezione del suo manto, come spesso l’arte l’ha voluta rappresentare. Confidiamo nel suo materno aiuto e seguiamo la sua perenne indicazione a guardare a Gesù, volto raggiante della misericordia di Dio.

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

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DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

NON FACCIAMOCI  INGANNARE DA FACILI PROFEZIE SULLA FINE DEL MONDO

Commento di padre Antonio Rungi

Alla fine dell’anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica, ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi, soprattutto nel nostro Paese. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.

Il brano del vangelo di questa domenica,  riguarda, infatti, l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Si tratta di un’unità letteraria ben precisa che appartiene al cosiddetto genere apocalittico. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, si avvicina la passione. I Vangeli sinottici  fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da leggere alla luce della Pasqua. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma sull’annuncio di capovolgimento totale. La comunità di Luca già era a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme. L’evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti del suo vangelo, ma lo fa senza voler mettere angoscia o preoccupazioni di sorta. Di fronte alla preoccupazione della fine del mondo, Gesù risponde con parole precise, che aprono la vita in una prospettiva di positiva attesa e non di angoscia mortale: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;  io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.  Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

Pertanto, non lasciamoci attrarre dagli sconvolgimenti esteriori, tipico del linguaggio apocalittico, ma da quelli interiori, necessari, che preannunciano e preparano l’incontro con il Signore. Pur consapevoli che anche oggi, in diverse parti del mondo si vivono situazioni “apocalittiche”,  come nell’Italia Centrale, in seguito al disastroso sima di questi giorni e mesi scorsi, è possibile anche una lettura personalizzata, certamente non evasiva che sposta l’attenzione sulla responsabilità personale. Luca, rispetto agli altri evangelisti, sottolinea che non è giunta la fine, che occorre vivere l’attesa con impegno. Apriamo gli occhi sulle tragedie del nostro tempo, non per essere profeti di sventure, ma coraggiosi profeti di un nuovo ordine basato sulla giustizia e la pace.

Nel breve brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Malachìa, viene prospettata la realtà futura riguardante la venuta del Signore, immaginato come un giorno rovente, come quello che arde in un forno. In quel giorno di purificazione, in quanto, il fuoco serve proprio a bruciare tutto ciò che è male, “tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio”. Diversa sarà la sorte di quanto temono il Signore e lo servono con umiltà. Per loro infatti, “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Nell’attesa di quel giorno, il cristiano non può vivere nell’ozio, aspettandolo senza lavorare o, peggio, vivendo sulle spalle degli altri. L’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di questa domenica, richiama i cristiani di Tessalonica a imboccarsi le maniche e a lavorare,  per guadagnarsi onestamente il cibo e quanto altro utile per le proprie persone e necessità. Infatti, ricorda,  con santo orgoglio, che lui non è rimasto ozioso in mezzo a loro, né ha mangiato gratuitamente il pane di qualcuno, ma ha lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di loro. Una regola valida per sempre, se la si permette di attuare, in mancanza di lavoro, oggi soprattutto per i giovani, ed è questa:  chi non vuole lavorare, neppure mangi. Da buon osservatore delle cose che non vanno anche nel suo tempo, in ascolto delle informative che gli venivano trasmesse dalle comunità, Paolo, annota che alcuni i cristiani di Tessalonica  “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Si sono autoconvinti dell’imminente venuta del Signore e di conseguenza vivono oziosamente, senza neppure guadagnarsi il necessario per vivere. Cosa non gradita a Paolo che li biasima.

Nel tempo e nella storia che il Signore ci ha concesso e continua a concederci, alcune cose, sono certe, per noi cristiani, da tenere presenti in ogni nostro comportamento umano: la perseveranza nella fede e la certezza della seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra. La perseveranza è indispensabile per produrre frutto, nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni.  La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell’uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera. Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.

Sia questa la nostra preghiera oggi, penultima domenica dell’anno liturgico e dell’anno giubilare della misericordia: O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita.

 

P.RUNGI AUSPICA LA PROROGA DELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO FINO A NATALE 2016

ANNO SANTO-01

COMUNICATO STAMPA

P.RUNGI (TEOLOGO MORALE). PROROGA DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA FINO A NATALE. RICHIESTA UFFICIALE AL PAPA PER QUESTA PROPOSTA CHE TROVA VASTO CONSENSO NELLA BASE CATTOLICA.

“Da più parte, nella comunità cristiana, si avverte la necessità e l’esigenza spirituale di prorogare fino a Natale 2016 il Giubileo Straordinario della Misericordia ed io personalmente sono favorevolissimo a che questo possa essere concesso dal Papa una proroga di un mese, fino a Natale, cosa che può stabilire di sua iniziativa”, è quanto scrive in una Nota personale, padre Antonio Rungi, teologo morale passionista del Santuario Mariano della Civita, in Itri (Lt).
“Il grande successo di numeri e di partecipazione autentica ai vari eventi giubilari possono giustificare –scrive padre Rungi – una proroga, in quanto è quasi naturale che l’anno si concluda con il Natale. Non a caso il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia ha afferma che Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Nella «pienezza del tempo » (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio”.
“La solennità del Natale –afferma padre Rungi – più che la solennità di Cristo Re dell’Universo, sembra, a mio modesto avviso, quella più adatta ed opportuna per chiudere questo giubileo che ha suscitato nel mondo tanto bisogno di ricevere e dare misericordia. Prorogare per un altro mese solo per la città di Roma, potrebbe essere un aiuto spirituale in più per quanti non hanno avuto modo di fare il giubileo in quest’anno. D’altra parte –conclude padre Rungi – le feste di Natale richiamano in Italia e a Roma tanti pellegrini, tante persone che rientrano in famiglia per le feste di questo periodo e sicuramente sarebbe un’occasione in più per poter attraversare la porta santa in San Pietro e nelle altre basiliche romane per ottenere le indulgenze plenarie. Confido nella sensibilità del Santo Padre, Papa Francesco, e delle istituzioni preposte al controllo e al monitoraggio dell’evento, affinché questa proroga di un mese possa essere accordata e attuata”. E a sostegno della sua iniziativa, padre Antonio Rungi, ha lanciato un sondaggio di opinione tra i cattolici, se sono d’accordo o meno su questa idea. Il web, come in altre cose, ha il suo peso e la sua incidenza.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

SOLO POCHI SANNO RINGRAZIARE IL SIGNORE

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa domenica, la XXVIII del tempo ordinario, ci racconta della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù sana mentre attraversa la Samaria e la Galilea. Dei dieci guariti solo uno sente il dovere di ringraziare il Signore per il dono ricevuto. Con questo esempio ci viene ricordata la tendenza generale dei fedeli di ringraziare il Signore solo in parte, mentre la stragrande maggioranza non si ricorda mai di ringraziare Dio per i doni ricevuti. L’ingratitudine è grande! E pur cambiando la società, rimane costante il comportamento di chi, pur avendo ricevuto tanto da Dio, non eleva al cielo il volto per dire semplicemente “Grazie Signore”.

Questo racconto ci fa riflettere su come noi dobbiamo agire nei confronti di Dio, quando Egli si muove, e lo fa sempre, a nostro favore e compassione. Non dimentica e non trascura la sofferenza di nessuno e pur sanando tutti, non tutti sanno dire grazie, ritornare sui propri passi ed elevare a Dio l’inno di ringraziamento e di lode.

Un altro aspetto importante che la parola di Dio ci fa considerare è il tema della lebbra, quella fisica, intesa come malattia emarginante del soggetto, e la lebbra spirituale, quella interiore e che non si vede, e che, purtroppo, infetta più dell’altra e trasmette nel mondo degli uomini il male, come sistema di pensiero e di vita. Non si guarisce da questa lebbra, rappresentata dai nove lebbrosi che non tornano indietro per ringraziare per la guarigione ricevuta. Questa malattia dell’anima, che è il peccato, la corruzione, l’idolatria, il fanatismo, l’egoismo, il male assoluto, non si guarisce neppure se il Signore interviene e dà la guarigione per il momento, che può essere una confessione in una determinata occasione e circostanza della vita, un atto di culto, un pentimento del momento, una preghiera o qualsiasi altra cosa che aiuti, momentaneamente a distanziarsi dal peccato. Per la guarigione totale è necessaria una lunga terapia anti-lebbra spirituale, che è incentrata su medicine dell’anima, che sanano e purificano la mente e il cuore dalle passioni di ogni genere e dai peccati che distruggono il bene più prezioso di una persona credente, quello appunto della sua interiorità e spiritualità. Non senza un perché il testo del vangelo di questa domenica si conclude con una bellissima espressione di stima, apprezzamento ed incoraggiamento di Gesù verso l’unico lebbroso guarito, che torna da Lui: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Chi si libera dal male non è più prostrato nel fisico e n nello spirito, ma si rialza, perché riacquista quella energia interiore che è la grazia e la misericordia di Dio, sulla quale poggiare il successivo, non facile cammino, dopo la caduta, quando il Signore dice, in tanti modi e con tutti gli strumenti, al peccatore pentito e ricostruito nello spirito: vai avanti, con la fede ce la farai e potrai superare tutte le malattie e le lebbre dello spirito, che altrimenti non guarirebbero mai.

Gesù si presenta, quindi, non solo come Colui che guarisce il corpo dai vari malanni, ma Colui che guarisce il cuore dalla più grave malattia della mancanza di amore e di speranza.

Il lebbroso è scartato, è emarginato, deve indicare agli altri, anche nel modo di vestire e di comportarsi del suo stato fisico, per evitare il contagio. E’ un escluso, vive fuori dell’accampamento, deve portare i segni distintivi della sua condizione di malattia ed allertare i cittadini perché non vengano a contagio con lui e si ampli l’epidemia. Si può dire che, con il campanello al collo o in mano, può essere paragonato all’autoambulanza o il 118 dei nostri giorni, oppure il telefono rosso, o al codice rosso come si classificano i malati in fase di gravissima situazione di salute. E’ evidente che chi soffriva di questa malattia emarginante cercava di guarire in tutti i modi, ricorrendo a maghi, a guaritori di ogni genere. Anche nel brano della prima lettura di oggi, troviamo questo bisogno di guarigione in Naaman, il comandante dell’esercito del re di Aram, il quale  “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra”.

Naaman, dopo la guarigione è riconoscente verso il profeta e vuole desbitarsi in qualche modo, già abituato a pagare dottori e ciarlatani che non potevano nulla nei confronti di quella malattia, allora classificata come incurabile, però si prendevano i lauti compensi per le consulenze e le terapie che prescrivevano senza alcun beneficio per il malato. Ecco, perché, “tornò con tutto il seguito da [Elisèo] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Naaman si porta la terra benedetta di quel luogo, dove egli era stato guarito e ne fa uno strumento di purificazione per tutti gli altri.

La fede di questi due malati di lebbra, di cui ci raccontano la prima lettura di oggi e il Vangelo ci aiuta a capire il senso di quanto scrive l’Apostolo Paolo al suo amico Timoteo, nella sua seconda lettera, a questo vescovo di Efeso, comunità cristiana costituita da lui, che ora è in catena per aver annunciato la parola di Cristo. Egli sopporta “ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E la fede nella risurrezione, è il tema centrale di questo brano, che conclude: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore nella celebrazione della santissima eucaristia:O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.