PADRE RUNGI

SOLENNITA’ DELL’ASSUNTA 2017 – COMMENTO DI PADRE RUNGI CON PREGHIERA FINALE

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Solennità dell’Assunzione in cielo di Maria Santissima

15 Agosto 2017

Bella tu sei qual sole, bianca più della luna

Commento di padre Antonio Rungi

Un canto popolare che ben conosciamo ci fa tessere le lodi di Maria assunta alla gloria del cielo e prendendo spunto dal passo dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo fissa in alcuni versi chi è la nostra Madre celeste e come ci piace immaginarla nel santo paradiso, vicino al suo Figlio Gesù e vicino a tutti i figli redenti dal sangue preziosissimo di Cristo: Dell’aurora tu sorgi più bella coi tuoi raggi a far lieta la terra e fra gli astri che il cielo rinserra non v’è stella più bella di te. Bella tu sei qual sole bianca più della luna e le stelle più belle non son belle al par di te. T’incoronano dodici stelle, ai tuoi piedi hai l’ali del vento e la luna si curva d’argento; il tuo manto ha il colore del ciel. Col tuo corpo in Cielo assunta t’invochiamo devoti e festanti, la regina degli Angeli e Santi, la gran Madre di Cristo Gesù”. Con queste particolari e specifiche strofe del canto mariano popolare mi piace iniziare questa riflessione in occasione dell’annuale solennità di Maria Assunta in cielo, che è tra le più importanti che la cristianità dai primi secoli dedica alla Madre del Signore e quindi è quella che maggiormente è stata celebrata con particolare cura e devozione. E non solo da un punto di vista liturgico, ma anche artistico e associativo. Con la proclamazione del dogma, il 1 novembre 1950, Pio XII veniva a confermare anche nel dato dottrinale il culto all’Assunta vissuto nella liturgia dal popolo cristiano. In questo caso davvero il senso comune della fede, la religiosità popolare ha anticipato di secoli quello che poi è stato dichiarato un dogma di fede, con il quale professiamo che Maria è stata assunta in cielo in corpo e anima e quindi non ha sperimentato la morte, ma i meriti del Cristo suo Figlio: è stata assunta dalla potenza di Dio alla gloria dei cieli. In questi nostri tempi in cui la cultura della festa si è trasformata in qualcosa di assolutamente esteriore, questa giornata si colloca nel cuore dell’estate ed è un forte richiamo ai valori soprannaturali e spirituali. Con la Vergine Maria noi vogliamo sperimentare giorno per giorno quanto sia importante vivere completamente di Dio ed attendere il momento del nostro passaggio all’eternità come qualcosa di positivo, senza angoscia o preoccupazione del buio e del nulla dopo la morte. Questa è da considerarsi davvero come un addormentarsi in Cristo per essere accolti, ce lo auguriamo tutti, subito nella gloria del suo Regno, ben sapendo che anche i nostri corpi mortali risorgeranno alla fine dei tempi per un’eternità beata. Per Maria questo è stato possibile, in quanto per singolare privilegio, preservata dal peccato originale, non ha potuto essere soggetta alla morte, in quanto Dio stesso l’ha voluta tutta per sé dall’eternità e una volta concluso il cammino terreno nella sua realtà di composto umano costituito dall’anima e dal corpo. Ecco perché all’inizio della celebrazione della santa messa del giorno dell’Assunta noi preghiamo con tutta la chiesa con queste espressioni di grande apertura alla speranza. E Maria Stella della Speranza, come l’ha definita il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Enciclica, Spe Salvi, è certamente la Maestra di vita spirituale da cui vogliamo apprendere il linguaggio dell’amore, della verità, della bontà e dell’eternità. Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria.

La parola di Dio ci aiuta ad introdurci in modo responsabile e pieno alla solennità di oggi, che ha un forte richiamo all’essenza stessa della vita cristiana.

Dalla prima lettura tratta dall’Apocalisse di san Giovanni apostolo, come tutti i grandi esegeti, teologi e biblisti riferiscono questo brano alla figura di Maria: questa donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, un corona di dodici stelle, noi vediamo la Vergine Santissima assunta alla gloria del paradiso. Ed è un consolante segno per il popolo pellegrino sulla terra, perché dove è giunta lei possiamo, con la nostra risposta di fede, giungere anche noi.

Il Vangelo di Luca ci riporta alla realtà storica di Maria che fa visita alla sua cugina Elisabetta. Una Maria operativa, concreta, fattiva, vicino ai bisogni degli altri, modello di attenzione verso chi ha più bisogno, tabernacolo dell’altissimo che reca agli altri il suo Figlio, concepito in Lei per opera dello Spirito Santo e portato nel suo grembo verginale. Lo stile di vita di una donna che, per quanto preservata dal peccato originale e purissima in ogni suo comportamento è gesto, era una donna libera, perché la libertà vera è quella che si esercita per il bene, e quindi una donna che ci invita costruire la nostra felicità futura e presente lavorando seriamente per la nostra personale santificazione, con concreti gesti di amore, con il ringraziamento e la lode a Dio, con il riconoscerci umili e servi del Signore, con l’abbattere nella nostra vita tutte quelle forme ed espressioni di orgoglio che non possono aiutarci a dialogare in profondità con Dio e con la Vergine Maria.

Il Magnificat, inno mariano per eccellenza, costituisca la nostra personale preghiera nelle varie circostanze della vita non solo per rivolgerci alla Madonna per la preghiera del vespro quotidiano, ma anche per riflettere continuamente su questo brano del vangelo e trarre da esso la forza necessaria per vivere nella legge di Dio e nella carità verso il prossimo.

San Paolo apostolo, giustamente, nella sua riflessione sul mistero della risurrezione di Cristo e, indirettamente sull’Assunzione della Madonna al cielo, usa nei confronti dei cristiani di Corinto espressioni di portata teologica unica, in quanto ci dice esattamente ciò che succederà alla fine dei tempi, leggendo il tutto nel mistero del Cristo risorto. Le cose che verranno sono state descritte in questo testo, ma il giudizio universale, a cui fa riferimento l’Apostolo delle Genti, al secondo e definitivo avvento di Cristo sarà quello conclusivo in quanto il dolore e la morte saranno vinti per sempre, essendo la morte non solo quella fisica, ma quella spirituale ed interiore dell’uomo il vero nemico di Cristo, in quanto Lui vuole che tutti gli uomini si salvino nella sua morte e risurrezione. Egli è il primo di tutti i fratelli che nella fede e nella verità e bontà lo seguiranno nell’eternità. Maria in questa eternità per espresso volere e disegno di Dio c’è tutta interamente.

Per cui rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria e con questa mia preghiera ci affidiamo a lei lungo tutto il cammino della nostra esistenza.

<<O Maria, Madre della gloria e della gioia, 

che oggi ti contempliamo tra i cori festanti degli Angeli e dei Santi, 

guida il nostro cammino, difficile e tortuoso, 

in questa valle di lacrime, perché nessuno dei tuoi figli, 

redenti dal sangue preziosissimo di Gesù, 

possa sentirsi abbandonato, umiliato, offeso nella sua dignità umana, 

nel nostro essere figli nel tuo Figlio, 

amati da un immenso cuore di Mamma 

che vigilia e protegge dal cielo ogni uomo di questa terra. 

Stendi la tua mano benedicente 

su quanti lottano per un mondo nuovo, 

in cui la giustizia e la pace 

possano trovare accoglienza a livello globale 

e nessun essere umano venga offeso, disprezzato e deriso, 

perché anch’essi destinati alla risurrezione finale, nel giudizio universale. 

Madre Santissima, prega ogni momento per noi 

che siamo nella prova e nell’attesa di tempi migliori” Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 13 AGOSTO 2017

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Domenica 13 agosto 2017

 

Vicinanza e presenza di Dio, certificato di garanzia di salvezza per tutti.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XIX domenica del tempo ordinario che celebriamo all’antivigilia della solennità dell’Assunta ci aiuta a camminare sulla strada di una fede più forte, adulta, coraggiosa e fiduciosa nel Signore. Senza la fede e senza fiducia in Dio non possiamo risolvere nessun problema della nostra vita, soprattutto della vita interiore. Lo comprendiamo alla luce del Vangelo di oggi, in cui Gesù interviene per sedare una tempesta marina, durante la quale i suoi discepoli rischiarono di morire. Il vangelo di oggi è la successione dei fatti che avvennero dopo la moltiplicazione dei pani. Gesù si era ritirato solo sulla montagna a pregare, mentre i discepoli continuavano a svolgere il loro mestiere di pescatori. Finito di pregare si diresse verso di loro camminando sul mare e Pietro pensava che fosse un fantasma. E chiede la verifica se fosse davvero Lui, il Signore, per avere la certezza di uscire vivo da una situazione, che si era creata a bordo. Gesù più che rasserenarlo con le parole, gli chiede di venire verso di lui, camminando sulle onde del mare. Pietro incomincia a farlo, ma evidentemente la forza del vento e le onde del mare gli fanno perdere sicurezza dentro di sé e soprattutto la fiducia sulla parola che il Signore gli aveva detto. Poi tutto si ricompone nella salute e nella serenità di tutti, quando Gesù sale sulla barca e si quieta il mare e soprattutto la coscienza di Pietro e degli altri. Ma il rimprovero fu chiaro e sicuramente fece pensare a Pietro e al Gruppo e fa pensare anche a ciascuno di noi: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

La nostra poca fede si manifesta proprio nei momenti di maggiore difficoltà nella nostra vita. Pensiamo che Dio non sia dalla parte nostra e che nonostante si riveli a noi in tanti modi Egli non c’è vicino. Ma vicino il Signore è sempre a ciascun credente e all’intera chiesa, è vicino all’intera umanità, che spesso naviga in mari burrascosi e senza l’aiuto del Signore rischia di affondare o naufragare sotto le forze delle guerre e dell’odio e delle ingiustizie.

Anche nei momenti della vita personale ed ecclesiale, Dio si manifesta a noi nel silenzio, nella semplicità, nella croce, nella gioia più vera. Non ha bisogno, come tanti uomini, di fare rumore, di fatti eclatanti per dirci che c’è e ci sarà sempre, come ci rammenta la prima lettura di oggi, tratta dal primo libro dei Re, nella quale è presentata l’ esperienza del profeta Elia nel momento in cui il Signore gli parla, in una caverna del monte Oreb, dove si era ritirato per trascorrere la notte: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

La caverna è simbolo della chiusura in noi stessi, nelle presunte nostre sicurezze. Dobbiamo uscire da noi stessi per poter davvero incontrare Dio ed ascoltare con chiarezza la sua voce. Se conserviamo un atteggiamento di estrema prudenza per garantire solo noi stessi, saremo degli egoisti e non avremo il cuore aperto a Dio e ai fratelli.

Perciò l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, sempre tratto dalla sua fondamentale lettera ai Romani, rivela tutta la sua preoccupazione per la sua vita, per il mondo, per gli altri, inquadrando il tutto nella visione cristologica della storia della salvezza, che viene portata a compimento nel mistero della Pasqua di Gesù. Scrive, infatti, con estrema sincerità, quello che leggiamo e che riguarda i suoi fratelli israeliti, che non hanno capito ed accettato il Messia: “ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. E sottolinea, senza dimenticare tutto l’antica alleanza, che “essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi”, ma alla fine bisogna pure ammettere che Gesù Cristo “proviene da loro secondo la carne”, è Lui, “che è sopra ogni cosa”, e il  “Dio benedetto nei secoli”. E’ l’ammissione totale della sua fede nel Cristo Redentore e la conferma della sua autentica conversione al Signore sulla via di Damasco.

Forte richiamo a noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana di avere fede in Cristo, unico Salvatore del mondo, il Dio fatto uomo nel grembo verginale di Maria e venuto nella storia nostra per portare la gioia della vera vita a tutta l’umanità.

Sia questa la nostra preghiera, unita a tutta la comunità dei credenti che ascolta questa parola e speriamo la possa vivere ogni giorno con maggiore impegno di vita cristiana ed umana: “Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino” (Dal Salmo 84).

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE – 6 AGOSTO 2017- COMMENTO DI P.RUNGI

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Solennità della Trasfigurazione del Signore

 

Domenica 6 agosto 2017

 

I veri cristiani sono gli eroi dei due monti, il Tabor e il Calvario

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

 

La solennità della Trasfigurazione del Signore che celebriamo in questa prima domenica di agosto 2017, ci invita a fare un cammino tra due monti importanti, quello del Tabor e quello del Calvario. Fondamentalmente si tratta si seguire Gesù, insieme a Pietro Giacomo e Giovanni e salire sul luogo dove Cristo si trasfigura

davanti a loro, cambiando aspetto e esteriore, al punto tale che “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Questa esperienza di gioia e di paradiso, fa chiede agli apostoli a Gesù, che è accompagnato da Mosè e da  Elia, di restare lì per  sempre. Quella montagna è gradevole e invita addirittura a stabilizzarsi lì, vivendo in contemplazione,  per tutta la vita. Ma Gesù ricorda agli apostoli che bisogna lasciare quella montagna, perché a lui e a tutti ce ne aspetta un’altra quella che si chiama Calvario. Si è eroi non solo nel successo, ma anche nell’apparente insuccesso. Il Monte Tabor è il monte della Gloria, il Monte Calvario e il Monte della Salvezza e della Redenzione. L’uno e l’altro sono legati da un filo conduttore, che è la vita di Gesù.  Salire su questi due monti, vuol dire per un cristiano essere davvero dalla parte di Dio, che si rivela a noi nella gloria, ma anche nel dolore. Amare Cristo del Tabor è amare Cristo Crocifisso, perché è l’unico Figllio di Dio che si rivela a noi, sia sul Tabor che sulla Croce. Non a caso il testo del vangelo di questa solennità, puntualizza la nuova manifestazione di Gesù Cristo come Figlio di Dio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». La conseguenza di questa nuova manifestazione, sta nell’adorazione degli apostoli e nell’atteggiamento della piena sottomissione a  Dio della loro vita, Infatti,  i tre apostoli “all’udire ciò caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo”. Dopo l’esperienza della gioia e della gloria si ritorna a stare tu a tu con Gesù, riprendo un cammino di cui il Tabor è solo una tappa bellissima, ma proiettata al Calvario. Tanto è vero che “mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Perché Gesù chiede ai tre di mantenere il segreto di quello che hanno visto? La risposta è semplice: perché nella gioia, quando le cose vanno bene, si è portati a credere facilmente, senza ragionare più di tanto. E’ quando ci troviamo di fronte al dolore, alla morte, alla prova, alla sofferenza, quando dobbiamo salire anche noi il nostro Calvario portando la nostra croce, allora diventa difficile credere ed affidarsi al Signore. Gesù vuole preparare i suoi te apostoli più vicini a Lui al mistero della Croce che si compirà da li a poco. Questa fede nel crocifisso e risorto, necessità di verifiche e di convinte adesioni personali ed ecclesiali. San Pietro nel brano della seconda lettura di questa solennità, ci dice esattamente come si giunge alla fede e quali percorsi interiori profondi essa richiede: “Carissimi, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza”. Pietro si riferisce al Tabor, ma anche alla croce e alla risurrezione. Egli è presente a tutti questi avvenimenti e dopo la risurrezione del Signore e il dono dello Spirito Santo, si fortifica nell’annuncio missionario della salvezza operata da Cristo nel mistero della Pasqua. In poche parole, dice il principe degli apostoli, non vi stiamo vendendo chiacchiere o altro, ma vi stiamo dicendo la verità, che abbiamo constato con i nostri occhi. Infatti, precisa ciò che è davvero successo. Gesù “ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte”.

Evidente il segno profondissimo che aveva lasciato nella vita di Pietro e degli altri Apostoli la trasfigurazione.  Ma Pietro non si ferma a ripresentare ciò che ha visto e sentito, ma rivolge anche un caloroso appello a valorizzare la parola di Dio dell’Antico Testamento, per accostarsi in modo lodevole alla figura del Messia:  “E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino”. Chiaro invito a fare spazio nella propria vita a Cristo, come lampada che brilla nel buio della nostra esistenza e apre il cuore alla luce della fede.

Quella luce di cui ne descrive le connotazioni essenziali il testo della prima lettura di oggi, tratto dal profeta Daniele, nel quale, in una visione del tutto particolare, riguardante il Figlio di Dio, Daniele, riporta testualmente: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno;

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. Cosicché la Trasfigurazione di Gesù si raccorda con la solennità conclusiva dell’anno liturgia: Gesù Re dell’universo. La regalità di Cristo è sul Tabor, ma soprattutto sul Calvario, sulla Croce, l’atto più grande dell’amore infinito di Dio per noi.

Preghiamo, allora con la Chiesa, con le stesse parole della colletta di questa solennità: “ O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione  del Cristo Signore, hai  confermato i misteri della fede con la testimonianza della legge e dei profeti e hai mirabilmente preannunziato  la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa’ che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio  per diventare coeredi della sua vita immortale.  Amen

Maria Goretti, santa emigrante e degli emigranti – Festa 6 luglio 2017

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MARIA GORETTI, SANTA EMIGRANTE E DEGLI EMIGRANTI

 

di Antonio Rungi

 

La Chiesa cattolica, il 6 luglio, ricorda una santa, di appena 12 anni, morta martire all’inizio del secolo XX nella palude pontina: il suo nome è Maria Goretti, la santa emigrata dalle Marche e morta alle Ferriere di Conca, nei pressi di Nettuno (Rm) il 6 luglio 1902.

Come tante famiglie contadine di fine Ottocento e di inizio Novecento, in mancanza di lavoro emigravano per l’Italia, da poco costituita nel Regno Unito. E come tutti i processi di aggregazione politica, sociale, economica, sono sempre le aree e zone più povere e deboli a soffrirne. E le Marche non offrivano lavoro, per cui i capi-famiglia avevano l’obbligo di girovagare per l’Italia o espatriare per mantenere la famiglia. Non fu la prima grande emigrazione interna, ma certamente quella di Fine Ottocento – Inizio Novecento è una delle più consistenti.  Oggi, Maria Goretti, si presenta a noi, come la bambina santa emigrante e degli emigranti che è l’icona di tanti bambini e ragazzi emigranti che muoiono martiri nei nostri mari. Non fu la stessa cosa per lei, ma rappresenta in pieno questa emergenza di bambini non accompagnati o accompagni che non arrivano alle porte della speranza.

Dodici anni di vita non sono tanti, eppure, per Maria Goretti, assumono un valore infinito nel tempo e nello spirito, perché con il suo espresso volere ha saputo vivere fino in fondo la sua vocazione battesimale, che è la chiamata alla santità, passando attraverso i sacramenti della confessione e della comunione.

Una santità, fatta di sofferenze, sacrifici, rinunce, ma anche di profonde gioie di una fede accolta, vissuta e testimoniata in pochissimi anni di vita, di cui alcuni in peregrinatio per le campagne italiane, tra Paliano (Fr) e Nettuno (Rm) con la sua famiglia, in cerca di un dignitoso lavoro.

La santità non la si inventa dall’oggi al domani, ma la si costruire nel tempo. E la santità di Maria Goretti si è struttura nel tempo, in famiglia, in parrocchia e nelle località dove è iniziata la sua avventura spirituale (il 16 ottobre del 1890 a Corinaldo, Ancona, dove nasceva) e poi si è conclusa tragicamente in quel 6 luglio 1902, nell’ospedale di Nettuno, dopo essere stata pugnalata più volte dal suo aggressore (il giovane Alessandro Serenelli), che perdonò dal profondo del suo cuore.  Era il 5 luglio 1902 quando si verificò la vile aggressione, nel pieno dell’estate rovente delle paludi pontine, dove la malaria la faceva da padrone e dove sopravvivere era una lotta quotidiana. Quando la piccola Maria, giunse con la famiglia alle Ferriere, aveva già quasi nove anni e possedeva un bagaglio di educazione e conoscenze religiose sufficienti per farle capire la sostanziale differenza tra il bene e il male e il dovere cristiano di scegliere sempre il bene, evitando il male.

La fanciulla era in grado di formulare i suoi buoni propositi. Poi la grazia di Dio fece il resto. Ecco perché seppe dire no a chi voleva non solo intaccare la purezza del suo corpo, ma soprattutto la bellezza e la purezza del suo cuore e della sua anima.

“Così, una piccola contadina”, come l’ha definita, san Giovanni Paolo II, sul luogo del martirio, il 29 settembre 1991, “diviene per noi un modello: modello di vita cristiana, modello di autentica santità. Ed aggiunge: “Questa fanciulla che, in tempi ben più duri degli attuali, conobbe le difficoltà di un’esistenza precaria, povera, segnata dalla spossante fatica del lavoro nei campi, ma saldamente ancorata alle nobili tradizioni familiari e ai fondamentali valori umani e cristiani. Seguendone l’esempio, restate anche voi fedeli a tali valori: il rispetto per la vita, la mutua solidarietà, la disponibilità all’ospitalità e all’accoglienza dell’immigrato, l’amore per la legge divina, il sacro timor di Dio. Questo è il patrimonio prezioso che avete ereditato dai vostri antenati, anch’essi emigrati, qui, come la famiglia Goretti, da altre Regioni d’Italia”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 2 LUGLIO 2017

 

La croce di Cristo, amore per l’umanità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di questa XIII domenica del tempo ordinario è un insieme di appelli alla fede, alla speranza e alla carità, vissuta nel nome del Signore e testimonianza con una degna condotta di vita.

A partire dalla prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, ci immergiamo nella sensibilità umana, nel tema dell’accoglienza e della riconoscenza. Il profeta Eliseo passava spesso per Sunem e come capita in tutti i luoghi del mondo, dove ci sono i poveri, così ci sono i ricchi. Ed Eliseo venne accolta da una donna facoltosa, sposata, ma senza figli. Non si trattava di una generosità occasionale o un atto di elemosina, gettato lì, tanto per mettersi a posto la coscienza. Al contrario questa donna, aveva perfettamente visto in Eliseo un santo e lo confida apertamente al marito. Addirittura, proprio perché si ripeteva sistematicamente questa visita e questa, la coppia decise di destinare una stanza della loro abitazione, al piano superiore, perché il profeta, nel suo peregrinare nell’annunciare la parola di Dio, oltre che al cibo, potesse usufruire anche del doveroso riposo. Tutto si realizza nella massima disponibilità della coppia e della loro generosità. Potremmo dire che anche i cuori dei ricchi sanno donare e non solo possedere ed avere per se stessi. E qui ci troviamo in un caso di generosità ed accoglienza totale. Chi riceve tanto, non può tenere per se quanto riceve. E il profeta Eliseo, si pone legittimamente la domanda, chiedendo lume e suggerimenti al suo inserviente: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo lo informò di una carenza enorme per una donna: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo fece chiamare la donna. Ed ella appena giunta si fermò sulla porta. Allora il profeta Eliseo le disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”. Penso che dono più bello per una donna, sterile e con il marito avanti negli anni, non poteva ricevere. Immagino il cuore, gli occhi e la mente di quella donna sposata a quella promessa. La piena fiducia nella parola del profeta e sapere con certezza che era una parola vera e che si sarebbe verificata. Quante donne attendono il dono di un figlio e quante ci provano ad averlo in tanti modi, con le tecniche di oggi e non vi riescono? Il figlio è un dono e un diritto. L’importante che si sia accoglienti verso la vita, in tutte le età e in tutte le condizioni sociali. Questo testo biblico ci fa apprezzare il dono della generosità e della maternità e paternità, non solo biologica, ma anche spirituale. Sul tema della riconoscenza e della gratitudine verso Dio è incentrato il salmo 88, il salmo responsoriale di questa domenica, nel qual diciamo: canteremo per sempre l’amore del Signore. Canteremo senza fine le grazie del Signore,  con la nostra bocca annunzieremo la sua fedeltà nei secoli, perché il Signore ha detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli”.

Nel brano del seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera ai Romani di San Paolo Apostolo, ci viene ricordato il grande dono della fede, ricevuto nel battesimo e il significato teologico che questo sacramento ha nella vita di ogni cristiano. Infatti, ci ricorda, includendo lui stesso, che “quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”. Immersi quindi nella morte e risurrezione di Cristo. Morti al peccato e viventi nella grazia santificante, che ci rigenera continuamente a vita nuova, in attesa della vita senza fine e della risurrezione finale. Per cui, “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”.

Il vangelo di oggi, tratto da Matteo, è una delle pagine più belle scritte con la vita e con le parole dette da Gesù a noi. E’ un appello a mettere al centro della vita, ciò che veramente conta ed ha valore infinito ed eterno. E quello che conta veramente in questa nostra esistenza terrena non è nulla di materiale, ma tutto quello che è espressione di amore verso il Signore.

Neanche gli affetti più naturali, importanti indispensabili, colme quelli verso un genitore o verso un figlio, contano di più. Ecco perché questa parola del Signore, non ammette compromessi e chiede radicalità nell’accoglienza e nella vita vissuta, fino alla fine: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

Quante volte pensiamo in questa ottica umana e poi restiamo profondamente delusi, perché spesso non amano i figli i genitori e i genitori i figli. L’amore umano è sempre soggetto a fragilità, a debolezze e a stanchezze. L’amore del Signore e per il Signore è in eterno. E Gesù ce lo ricorda con parole pesanti nel vangelo di oggi: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

L’amore di Dio che si concretizza con l’amore fatto di gesti semplici, anche di un bicchiere d’acqua, a chi ne ha bisogno. L’amore riempie, disseta, rigenera, ridà vita e speranza. E se l’amore è donato nel nome del Signore acquista un valore di eternità, che solo Dio potrà ricompensare nel modo adeguato.

I santi della carità, rimangono di esempio in questo nostro mondo in cui tanto si parla di carità e poco la si vive e la si attua nella vita quotidiana. Sia questa la nostra preghiera, che eleviamo al Signore in questo giorno di luce e di speranza per tutti: “O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità”. Amen.

 

CORPUS DOMINI 2017 – LA RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

Domenica 18 giugno 2017

La santissima eucaristia, il pane degli angeli e pane dei pellegrini

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi celebriamo la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù, il Corpus Domini, il Corpo del Signore, il Corpo di Cristo. Celebrare il corpo del Redentore è celebrare il mistero che lo contiene e lo esprime ed è la santissima eucaristia. Noi cattolici, crediamo, infatti, quello che la Chiesa da sempre ha creduto e vissuto, celebrando ogni giorno la santa eucaristia, nelle catacombe, come nelle grandi basiliche o nelle piccole chiese di campagna o di periferia. Dovunque c’è un altare e che un sacerdote, dove c’è almeno una delle due specie eucaristiche, il pane o il vino o come è prassi entrambi, il ministro consacrato, pronunciando le stesse parole che Gesù disse nell’ultima cena, sul pane e sul vino, si rinnova lo stesso sacrificio di Cristo sulla Croce, la sua morte e la sua risurrezione. La messa, memoriale della Pasqua di Cristo attualizza l’evento salvifico ed è luogo teologico privilegiato per fare vera comunione con Cristo, con il suo corpo donato e il suo sangue versato. E, l’Eucaristia, il sacramento del corpo e sangue del Signore che ci sostiene nel pellegrinaggio della vita, come persone e come comunità. E’ quel pane degli angeli disceso dal cielo e dato a noi come pane dei viandanti, per il nostro cammino nel tempo, in preparazione dell’eternità si colori di gioia e speranza e trovi in questo sostegno interiore la forza della grazia per superare ogni ostacolo e barriera che si incontra lungo il tragitto della vita, non sempre facile e semplice da affrontare e vivere. Nella preghiera iniziale della santa messa di questa solennità, noi ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene:
fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi,  tuoi convitati alla mensa del regno.
Entrando nei testi biblici che ci riportano alle sorgenti della santissima eucaristia, il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Deuteronòmio, ci riporta al racconto della storia del passaggio di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, alla libertà della Terra Promessa, la Palestina. Mosè, il condottiere, sale in cattedra e illustra la storia come è andata e quale senso bisognava dare a quanto il Signore aveva fatto per loro. Parole che toccano il cuore di ogni animo veramente religioso e che ci aprono la strada alla vera comprensione del mistero del santissimo sacramento dell’altare, partendo dalla prima storica pasqua di liberazione sociale e ambientale. E’ un invito a non dimentica e a fare memoria:  «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… Egli ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile…. che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri». Mosè chiede al popolo di non dimenticare. Gesù nell’ultima cena dopo aver distribuito il pane e il vino ai dodici apostoli, chiede di rinnovare e fare le stesse cose in memoria di Lui. E’ la nuova Pasqua che si configura in quella cena, che viene consacrata attraverso i segni del pane e del vino, memoriale della morte e risurrezione del Signore. Dalla prima Pasqua, quella degli Ebrei, alla nuova e definitiva Pasqua di Cristo, celebrata nella sua morte e risurrezione in riscatto dei nostri peccati e quelli del mondo intero. Nel Salmo responsoriale di questa solennità, tratto dal salmo 147, c’ un forte appello, a rendere lode al Signore, perché ha rinforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme, ha benedetto i suoi figli, ha messo  pace nei suoi confini e la sazia con fiore di frumento. Per il suo popolo santo manda sulla terra il suo messaggio e sua parola corre veloce, stabilizza con la legge dell’amore Israele, dando ad essa un posto di rilievo tra le nazioni. conoscere loro i suoi giudizi. Israele, come la nuova Gerusalemme, la Chiesa è nel cuore di Dio e di Cristo.

Da parte sua san Paolo Apostolo, riflettendo sul mistero eucaristico, scrivendo ai cristiani di Corinto, nel brano della seconda lettura di oggi, ci viene a confermare l’essenza stessa della comunione o della celebrazione eucaristica nella sua completezza nelle specie e nella liturgia che pure veniva attentamente seguita e attuata nella comunità cristiana di Corinto. E chiede a mo’ di interrogativo teologico e morale: Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” Duplice interrogativo posto in riferimento all’utilizzo del pane e del vino per la celebrazione dell’eucaristia. Un duplice interrogativo che trova risposta nel versetto seguente, che fa da sintesi di pensiero e di azione liturgico. Egli, infatti, scrive: “poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. E’ evidente che il pane eucaristica costituisce la chiesa in unità e chi partecipa alla mensa eucaristica fa la comunione con Cristo e vive in comunione con i fratelli, nella fede  e nell’umanità.

Agganciandoci, al Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, noi possiamo ben capire, perché Gesù dichiari apertamente che Egli è “il pane vivo, disceso dal cielo”. Aggiungendo il valore e il peso spirituale per chi si ciba di Lui: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Di fronte ad un’affermazione così importante, di questa nuova teofania della divinità di Cristo e della sua figliolanza con Dio, “i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro”, ponendosi la domanda: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». E Gesù risponde subito, dando le motivazioni personali, bibliche e teologiche in merito al quesito posto, replicando: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.  Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

E’ il celebre discorso di Gesù sul pane della vita, che è Egli stesso e al quale dobbiamo accedere sistematicamente, in stato di grazia, per camminare verso l’eternità e prepararci con la nostra risposta di amore eucaristico, che è amore di lode e di ringraziamento, ma anche di amore e oblazione, la nostra vita futura, che non è su questa terra, ma si colloca nel cielo.

La sequenza del Corpus Domini, inserita nella liturgia della messa di oggi, ci riporta fondamentalmente al senso più vero dell’eucaristia come, pane dei pellegrini, pane che prepara ad una vita oltre la vita, anzi che la fa anticipare e gustare  giù su questa terra, se viviamo davvero come anime eucaristiche e adoriamo il santissimo sacramento con lo stesso animo che  lo hanno adorato i santi devoti del sacramento dell’altare: “Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2017

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
Domenica 4 giugno 2017

 

Vieni Spirito Santo a consolare i nostri cuori affranti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La Pentecoste è, senz’altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società.

Nell’invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l’uomo.

Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”.

La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua.

Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore.

Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.  Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore”.

Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell’unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell’unica chiesa di Cristo.

L’esempio dell’unitarietà e dell’armoniosità del corpo umano, permette all’Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un’ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l’edificazione della Chiesa e per la santità della stessa.

Leggiamo, infatti, che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo”.

E conclude “noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Quanto ci tenesse l’Apostolo all’unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi.

E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l’invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l’inverno, oltre che l’inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione.

Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo?

Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto,  ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni.  Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna”.

Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé.

Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI PASQUA 2017

RUNGI2015

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

14 MAGGIO 2017

IN CRISTO TROVIAMO LA NOSTRA STRADA VERSO LA SANTITA’

Commento di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la quinta domenica di Pasqua e al centro della parola di Dio che abbiamo ascoltato è Gesù “Via, verità e vita”, come ci ricorda il capitolo quattordicesimo del Vangelo di Giovanni.
Questo tema si addice particolarmente alla giornata di oggi che, come tutte le domeniche, siamo convocati dal Signore in santa assemblea per celebrare la Pasqua settimanale.
Siamo nel tempo di Pasqua e la liturgia ci richiama continuamente il discorso di porre al centro della nostra vita di cristiani, Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza.
Il Vangelo di questa domenica ci dice esattamente tutto questo: Gesù è via, verità e vita per ciascuno di noi se entriamo in un dialogo profondo e sincero con Lui mediante la preghiera, la docilità allo Spirito Santo e una vita autenticamente eucaristica, che fa di noi veri discepoli di Cristo, sulle strade di tante vie, che non sono le strade di Dio, e di tante presunte verità e vite che la cultura di oggi propone, alternativamente o in opposizione e in odio alla fede, illudendo gli uomini, e indirizzandoli verso paradisi artificiali e falsi che non sono quelli di una comunione sincera con il Risorto.
La relazione con Gesù Risorto – afferma Papa Francesco – è, per così dire l’“atmosfera” in cui vive il cristiano e nella quale trova la forza di restare fedele al Vangelo, anche in mezzo agli ostacoli e alle incomprensioni.
La prima lettura di oggi, tratta dal capitolo sesto degli Atti degli Apostoli, ci fa riflettere anche sulle prime difficoltà che dovettero affrontare gli apostoli con l’aumentare del numero dei credenti. Tra coloro che erano arrivati alla fede c’erano anche quelli di lingua greca che “mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”. In poche parole si faceva delle preferenze. Cosa non giusta e non rispondente alla vera religione predicata Cristo. Si registra, quindi, uno smarrimento iniziale e una difficoltà oggettiva di organizzarsi e dare assetto a tutto l’impianto strutturale della chiesa concreta e operativa,
Emerge, quindi, chiara l’esigenza dei nuovi credenti di prestare maggiore attenzione al discorso della carità, dell’assistenza, oggi si dice sociale economica e materiale, alle vedove, al bene concreto delle persone più fragili e deboli socialmente.
Da un lato, la necessità di diffondere il vangelo, mediante la predicazione e, dall’altra, la prospettiva di calare il Vangelo nella vita di tutti i giorni e delle problematiche sociali anche dei primi anni del cristianesimo, con l’attenzione agli ultimi ed ai bisognosi, come erano le vedove, gli orfani e i poveri in generale.
La decisione che gli apostoli assunsero fu quella di eleggere, mediante discernimento tra i vari discepoli, “sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affidare l’incarico dell’assistenza alle vedove. Nasce così il primo gruppo di diaconi, deputati al servizio della carità, i cui nomi sono citati con esattezza: Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia”.
Questi nomi furono presentati agli apostoli, i quali , “dopo aver pregato, imposero loro le mani”. E’ nascita del primo grado del sacerdozio cattolico che è il diaconato, sorto quale servizio alla carità nella primitiva Chiesa di Gerusalemme che, in questo modo, riuscì a conciliare annuncio e carità.
Da parte sua, San Pietro, nel brano di oggi della sua prima lettera, ci riporta al tema unificante di tutta la parola di Dio della quinta domenica di Pasqua: Cristo è il centro della nostra vita; Cristo la nostra strada sicura per il cielo, Cristo la nostra Luce. Pietro ci ricorda che avvicinandoci al Signore, “pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio”, noi battezzati “quali pietre vive” siamo costruiti “come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”.
La fede riporta al centro della nostra vita Cristo. Egli è la pietra d’angolo, scelta, preziosa, su cui è possibile costruire il nostro edificio spirituale, la nostra santità. Chi fonda la propria vita su Cristo, non può restare deluso, in alcun modo; mentre per “quelli che non credono, la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola”.
Per quanti credono, per quanti hanno fatto la loro libera scelta di essere annoverati tra i figli adottivi di Dio, mediante Gesù Cristo, c’è una assoluta verità che va compresa e valorizzata nella prospettiva della fede: “La Chiesa è la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato, mediante la Pasqua di Morte e Risurrezione di Cristo, perché proclami le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”.
Noi siamo stati chiamati per proclamare le grandi opere di Dio, mediante una vita autenticamente santa. Per cui, è importante, per incentivare il nostro cammino di santità, che davvero Gesù è la vostra via, la verità certa per tutti e la vita piena e perfetta per l’umanità intera.
Vogliamo ispirarci in questo nostro cammino di santità, soprattutto a Maria Santissima, la madre di Gesù, la donna eucaristica, che in questo anno 2017 ricordiamo in modo speciale, ricorrendo il primo centenario delle apparizioni a Fatima, iniziate il 13 maggio e terminate il 13 ottobre del 1917.
Al Cuore Immacolato di Maria, affidiamo le sorti della nostra vita e dell’umanità di questo terzo millennio dell’era cristiana.
Affidiamo in particolare, la vita e la missione di ogni mamma di questo mondo, visto che oggi ricorre anche la festa della mamma.
Nelle nostre umili preghiere poniamo le nostre madri, che sono in cielo, le madri che vivono e soffrono sulla terra per tanti motivi e che spesso sono lasciate sole ed abbandonate a se stesse, specie se con l’avanzare dell’età presentano problemi e difficoltà di ogni genere.
A tutte le mamme dell’Italia e del Mondo vogliamo rinnovare il nostro infinito grazie per il dono della vita che hanno, accolto, custodito, nutrito e fatto crescere curando i loro figli.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA IV DOMENICA DI PASQUA

RUNGI2015

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
Domenica 7 aprile 2017

Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.

Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: “Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te,  dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore”.

Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo “nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati”, e dalla Cresima, dal momento che riceveranno “il dono dello Spirito Santo”.

L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che “quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”. Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.

Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro “se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto “insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti”.

Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore  e custode delle vostre anime”.

Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua:  “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.

 

PALIANO (FR). E’ MORTO PADRE VITO MASTRANTONIO, SACERDOTE PASSIONISTA

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Paliano (Fr). E’ morto padre Vito Mastrantonio, sacerdote passionista, predicatore degli esercizi spirituali nella Casa generalizia.

di Antonio Rungi

 

A distanza di pochi giorni dalla morte di padre Angelo Di Battista, un altro grave lutto ha colpito la comunità passionista di Paliano (Fr), la Regione religiosa dell’Addolorata (DOL) e la Provincia passionista Maria Presentata al Tempio (MAPRAES).

All’età di circa 80 anni, nella sera del 2 maggio 2017, alle ore 21.00 circa, all’inizio del mese di maggio, dedicato alla Madonna, è morto padre Vito Mastrantonio, sacerdote passionista.

Padre Vito dell’Addolorata, al secolo Alberto Mastrantonio di Armando e Maria Mastrantonio era nato a San Vito Romano, Diocesi di Palestrina (RM), il 28 novembre 1937. Entrato giovanissimo tra i passionisti, dopo aver completati gli studi d’obbligo e il ginnasio, entrò nel Noviziato di Falvaterra (Fr), ove professò il 29 settembre 1954 i consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza e il voto della Memoria Passionis, entrando di fatto a far parte della famiglia passionista, fondata da san Paolo della Croce, di cui è stato uno dei massimi devoti e figli spirituali, fedele e coerente fino alla morte. Completati gli studi di teologia venne ordinato sacerdote a Napoli il 25 febbraio 1962. Le sue spiccate doti in campo spirituale e pastorale lo hanno impegnato nel corso della sua vita sacerdotale ed apostolica nelle parrocchie e nella predicazione itinerante, soprattutto degli esercizi spirituali a religiosi, a sacerdoti e suore. Uomo di preghiera, fedele alla Regola di San Paolo della Croce, scrupolosissimo al massimo, aveva a cuore la santa osservanza, soprattutto nei luoghi dove si formavano i futuri passionisti. La sua esistenza è stata vissuta praticamente tra tre grandi Ritiri e Conventi Passionisti: Pontecorvo, Falvaterra, dove è stato anche parroco della parrocchia cittadina e soprattutto Paliano, dove ha trascorso la maggior parte degli anni della sua vita di consacrato e dove è morto. Da anni soffriva di una fastidiosa diverticolite e di altri problemi connessi alla digestione che lo portavano ad avere massima cura nella dieta e nel tipo di alimentazione, molto parsimoniosa con l’aggiunta di una vita austera e spartana. E’ stato uno dei protagonisti della vita dell’ex-provincia religiosa dell’Addolorata, oggi regione, negli ultimi 40 anni, partecipando a tutti o quasi i capitoli provinciali ed assemblee, eletto sempre con ampio consenso, dovuto alla grande stima che ha sempre goduto presso i confratelli. Ad apprezzarne il suo stile di vita erano i giovani che facevano la loro esperienza di postulanti a Paliano o gli stessi studenti che erano di casa a Paliano e studiavano Teologia ad Anagni o a Roma. Padre spirituale e consigliere di tanti giovani sacerdoti, privilegiava, come era suo stile, la vita interiore e la vita contemplativa. Ma il suo impegno apostolico lo vedeva immerso in tante attività missionarie e pastorali tipiche della Congregazione della Passione, come l’assistenza spirituale alle suore, le prediche di circostanza, le conferenze nei convegni, la direzione spirituale, la predicazione di esercizi spirituali e quanto riteneva utile per far conoscere e diffondere la parola della Croce. Molto preparato da un punto di vista teologico, biblico ed ecclesiale, nelle sue molteplici attività di evangelizzazione era la voce innovativa del progresso teologico ed ecclesiologico, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. Un esempio di passionista per tutti, nonostante il carattere esigente e per nulla accomodante. Il Signore lo premi per il grande lavoro che ha svolto a lode ed onore di Dio, nonostante gli ultimi anni di vita che, per motivi di salute, ne avevano limitato molto il raggio di azione. Grazie padre Vito per tutto quello che ci hai insegnato e lasciato della tua forte esperienza di contemplativo della Passione di Cristo e dei dolori della Vergine Maria.

I solenni funerali del sacerdote saranno celebrati celebrati giovedì mattina, 4 maggio 2017, alle ore 10.00 a Paliano (Fr), nella sua casa religiosa di Santa Maria di Pugliano e saranno presieduti dal Vescovo di Palestrina, monsignor Domenico Sigalini. Paliano deve molto a padre Vito per il suo impegno profuso in tutte le sedi per tenere aperto il Ritiro, nonostante la grave carenza di vocazioni e le sofferenze di tanti religiosi, comprese le sue, che poi lo hanno minato nel corpo fino a portarlo lentamente alla morte.