PADRE RUNGI

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XXVII – 8 OTTOBRE 2017

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 8 OTTOBRE 2017

Custodi e messaggeri di pace e di giustizia nel mondo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario è un chiaro invito a vivere nella pace, nella serenità, senza drammatizzare nelle situazioni della vita. L’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Filippesi, che ci sta accompagnando in queste domeniche, dice cose straordinariamente attuali per la vita della chiesa e dell’umana società: “Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Il modo più certo per essere ascoltati, da Colui che può tutto, è la preghiera, sono le suppliche e il ringraziamento al Signore anche delle croci e delle prove.

Dobbiamo sforzarci nel vivere nella massa serenità interiore e relazionale. Solo così “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza”, custodirà i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù, senza farci allontanare dalla retta via. Infatti, noi siamo chiamati a discernere, da un punto di vista cognitivo e razionale, oltre che morale, “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode”, perché diventi tutto questo oggetto dei nostri pensieri. Non possiamo distrarci su altre cose, né rincorrere altri obiettivi della vita, ma semplicemente andare alla ricerca dei valori essenziali dell’esistenza umana e dell’etica cristiana. Da qui, l’invito che l’Apostolo ci fa pervenire attraverso i suoi scritti: “le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. Da tutto dipende la nostra pace e la pace degli altri e così il Dio della pace abiterà con noi.

Questo nostro modo di agire ci aiuta ad entrare nel complesso problema del rapporto tra noi, Dio e gli altri. Questi altri sono la chiesa, la comunità dei credenti, la vigna del Signore, che è meglio identificata con la Chiesa di oggi e di sempre, con quanti si professavano credenti in Javhé, prima della venuta di Cristo e con quanti si professano discepoli di Gesù e suoi seguaci dopo la sua venuta tra noi, con il compimento dell’opera della redenzione, mediante la sua morte e risurrezione.

Dal testo del Vangelo di Matteo, che ci presenta un’altra parabola della vigna comprendiamo la lezione di curare questa vigna, cioè il regno di Dio in mezzo a noi e farla fruttificare, altrimenti sarà destinata a finire in una zona diversa, nella quale è stata piantata, per essere trapiantata altrove dove darà più frutto, l’uva e poi il buon vino sperato. Chiara allusione all’accoglienza del regno di Dio, della fede e di quanto Cristo ci dice per dare i frutti necessari, noi e gli altri che siamo stati chiamati a lavorare da sempre in questa vigna del Signore. Il racconto della parola, come descritta da Matteo e messa sulla bocca di Gesù, ci fa capire tutto il fascino di questo parlare e soprattutto riflettere sul contenuto essenziale che viene espresso da Gesù a conclusione del racconto: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Non accogliere Cristo è un rischio spirituale per tutti, specie per quanti hanno avuto la possibilità di incontrarlo in tanti modi nella loro vita: nei sacramenti, nella parola, nella preghiera, nella liturgia, nella carità, nella sofferenza, nella gioia. Cristo si è presentato a noi sotto tanti volti e tanti voci. A noi spetta di dare la risposta convinta e definitiva a Lui che ci ha chiamato dalle tenebre all’ammirabile luce della fede. Non diventiamo come quei contadini della parabola di oggi  che “presero i servi (del padrone della vigna) e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. In poche parole tutto quello che il Signore ha fatto per il popolo santo di Dio nel corso dei secoli, attraverso l’invio dei profeti e delle anime buone, capaci di parlare con il cuore nel nome del Signore. L’ultimo atto di questa pedagogia dell’accoglienza del Regno e cioè del Messia, identificato qui  nel Figlio del Padrone della Vigna, “mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Il riferimento alla passione è morte in croce di Gesù è qui preannunziato e anticipato. Gesù conosce bene quale sarà la sua missione e come si concluderà in questo mondo. Egli è divenuta la pietra scartata dai costruttori, poi giunta ad essere fondamentale per costruire il tempio, la chiesa di Dio, tiene a sottolineare che “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Sì, Gesù Cristo, Pietra angolare è la meraviglia delle meraviglie, anzi l’unica vera meraviglia che l’uomo su questa terra potrà contemplare mentre è in cammino verso l’eternità e soprattutto godere per sempre nella pace eterna. Non deludiamo Dio, non facciamo soffrire Cristo con il nostro modo di comportarci ed agire, come già faceva osservare il profeta Isaia agli israeliti, prima della venuta del Messia, scrivendo, sotto ispirazione, parole che suonano come un macigno nella vita di coloro che si pensano di essere nel giusto e sulla retta via ed, invece, non lo sono affatto: “Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?”. In altre parole, mentre il Signore attendeva tutto il bene possibile dai suoi contadini e vignaioli, cioè noi,  non abbiamo dato alcuni frutti, siamo rimasti acerbi in tutto e quindi inutili al progetto del miglioramento del rendimento della vita. La riposta del Signore era ed è scontata in ogni situazione del genere, in cui non c’è produttività spirituale: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

Non è altro il quadro del mondo del tempo di Isaia e del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, in cui la violenza, il terrore, la morte, le stragi, lo spargimento di sangue è a livello globale.  E allora di fronte al male del mondo, alla distruzione della vigna della carità, dell’amore, del perdono, della giustizia, noi ci rivolgiamo al Signore con questa sentita preghiera del Salmo 79: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVI DOMENICA DEL TO- 1 OTTOBRE 2017

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 1 ottobre 2017
Quale condotta è retta: la nostra o quella del Signore? Giudichiamo noi!

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXVI Domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, ci pone davanti alle nostre responsabilità morali e spirituali.

Ci sono alcuni punti importanti dei testi biblici che vanno attentamente meditati e riflettuti per dare personali risposte ai vari interrogativi.

A partire dalla prima lettura e arrivando al vangelo, i testi biblici di oggi sono un itinerario all’interno delle nostre coscienze e del nostro operare da cristiani.

Il profeta Ezechiele nella prima lettura di oggi ci ricorda come siamo critici nei confronti di Dio, quando le nostre case non vanno secondo quello che desideriamo, secondo quanto ci aspettiamo e secondo quanto già possediamo  vorremmo avere per sempre. E riporta le stesse espressioni che il Signore ci rivolge, attraverso il suo portavoce: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?”.

 

Valutiamo noi la storia, i fatti, i comportamenti, l’agire individuale e comunitario. Ma se andiamo a considerare ciò che viene fatto rilevare nel testo, possiamo facilmente renderci conto che davvero il nostro agire necessita di profonde trasformazioni e conversioni: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso”.

Parliamo, chiaramente, della morte del cuore, dello spirito, di ciò che è veramente vita nell’essere umano, e cioè la sua anima immortale, aperta alla felicità eterna.

 

Aggiungiamo, un’altra ipotesi del comportamento umano: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». L’aspetto positivo di una conversione del cuore sta nel fatto che chi si converte riacquista la vita spirituale, rivive, abbondona la strada che lo ha portato alla morte spirituale e riprende la sua vitalità interiore.

Le due prospettive sono qui esaminate e presentate con  i risvolti reali di esse. Infatti ci sono le persone che non sentono la necessità e l’urgenza di ritornare a Dio e alla fede, una volta che si sono allontanati da essa, oppure non l’hanno mai avuta; oppure ritornano con il cuore pentito, riflettono sulla vita ed agiscono secondo il cuore di Dio.

 

Stessa situazione che troviamo nel bellissimo brano del Vangelo di questa domenica che si apre con la domanda, rivolta ai tanti sapienti del tempo: “Che ve ne pare?” Cioè date voi un giudizio, voi che siete i saggi e santi. E in questo caso, Gesù  presenta il comportamento di due figli, ai quali il padre, dice al primo:  “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

Non c’era molto da discutere. Talmente palese il comportamento giusto del primo figlio rispetto al secondo. Il primo dice inizialmente di no e poi si pente e va a lavorare nella vigna del padre. Egli è un pentito e convertito vero. Mentre il secondo dice di sì e poi non espleta il suo dovere e non mantiene la parola data. E’ chiaramente un falsario, un bugiardo, un mistificatore

 

La conclusione di questa nuova parabola di Gesù è una lezione durissima e un forte richiamo alle responsabilità di quanti si pensano giusti e non lo sono di affatto nella vita, perché alla fine non conterà l’apparenza, come avviene nel mondo, da sempre, ma la sostanza, cioè il cuore e la volontà di cambiare e di rinnovarsi. Perciò Gesù  rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo queste dure parole: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Nei cuori duri e presuntuosi, negli arroganti di tutti i tempi, nei falsi retti e santi di ogni epoca non ci potrà mai essere vero pentimento. Questi si aspettano sempre dagli altri il cambiamento, ma mai da loro stessi. Poi arriva la giustizia divina e mette a posto ogni cosa, a volte anche nel tempo, ma soprattutto nell’eternità.

San Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che oggi ascoltiamo come testo della seconda lettura, ci presenta il modello “Cristo” al quale dobbiamo ispirarci per raggiungere la vera giustizia in questo mondo e nell’eternità: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

 

Quali sentimenti Cristo ha avuto e come li ha vissuti e concretizzati nel suo agire da Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo?

Ecco il modello perfetto al quale conformarci per essere dei veri discepoli di Cristo e di Cristo crocifisso. Infatti, “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

 

La nostra vittoria e la nostra gloria non stanno nell’autoesaltarci e inneggiare ai nostri meriti e alle nostre capacità, ma nell’abbassarci, nell’essere umili, nel donarci, come Cristo ha fatto per noi sulla croce. Da qui la glorificazione di Gesù, la sua esaltazione vera, la sua Gloria Crucis, che dovrebbe ispirare il nostro agire umano e cristiano.

Con il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 24, ci rivolgiamo al Signore con queste parole e preghiamo con la sincerità del nostro cuore e riconoscendo i nostri limiti: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.  Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via”.

Gesù insegnarci ad essere umili, obbedienti e distaccati da ogni bene e possedimento della terra. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXV DOMENICA T.O. – 24 SETTEMBRE 2017

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017

Comportarsi in modo degno del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

Per un cristiano, la prima preoccupazione che dovrebbe avere nei suoi pensieri e nella sua mente è quella della fedeltà al Vangelo.

Non che gli altri uomini non abbiano obblighi; anzi tutti gli esseri umani hanno regole morali da rispettare e che hanno attinenza con l’essere stesso umano e sociale.

Chiaramente per ogni religione scattano specifici doveri ed obblighi per chi veramente sente la propria fede come elemento importante ed essenziale nella vita.

Perciò l’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa XXV domenica del tempo ordinario, tratto dalla sua lettera ai Filippesi, conclude con questa raccomandazione: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Ma l’apostolo, in precedenza, aveva sottolineato un aspetto importante del suo essere convertito al vangelo di Cristo: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.

L’apostolo considera la vita eterna più importante della vita terrena. Tuttavia, egli precisa che “se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere”.

Come dire, è bello pensare ed aspirare al paradiso, all’eternità, ma è altrettanto bello pensare e vivere una vita con frutti spirituali che portano ad accumulare beni per l’eternità.

E, quindi egli si trova in un conflitto interiore che, da un lato, desidera morire e dall’altro gli fa piacere vivere. Infatti dice con estrema lealtà interiore e sincerità del cuore: “Sono stretto  fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”. Vede, quindi, la sua presenza importante per la comunità cristiana di Filippi, perché necessita della sua guida.

Il vivere e il morire lo sappiamo tutti è nelle mani di Dio. Noi possiamo esprimere dei desideri, degli auspici, ma è il Signore che decide sulla nostra vita e sul momento in cui dobbiamo lasciare questa terra. Se ci siamo ancora è perché Egli vuole così.

E noi cerchiamo di vivere questa vita, che ci ha donato, con il massimo impegno per dare frutti terreni e soprattutto eterni.

In questo contesto del premio, si comprende il bellissimo brano del Vangelo di oggi, che riguarda la chiamata degli operai a lavorare nella vigna di un signore che uscì in diversi momenti del giorno a chiamare le persone a lavorare con lui. Tutti risposero di sì e svolsero al meglio il compito affidato, dal mattino oppure nel tardo pomeriggio, ovvero per molte o poche ore di lavoro. Alla fine della giornata il padrone di casa, che aveva la sua vigna ed aveva assunto part-time o full-time per un giorno i lavoratori, nella sua piena libertà, pagò tutti allo stesso modo. Con i primi assunti fu firmato un accordo, con gli ultimi chiamati, nessuno accordo fu stipulato. Sappiamo come andò a finire quando i primi videro che il padrone diede la stessa somma agli ultimi e li pagò secondo il suo giudizio e la sua libertà di decidere. Infatti nel testo del vangelo, troviamo questa indicazione di comportamento da parte del padrone della vigna, il Quale rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

La conclusione e l’ammonizione finale del Vangelo di oggi ci fa riflettere molto e ci fa uscire dalle nostre presunte sicurezze di salvezza e di privilegiati della prima ora; per cui questa sentenza evangelica impone a tutti noi cristiani della prima ora o credenti che abbiamo ricevuto la fede da piccoli a non illudersi, perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. L’arroganza, la presunzione di essere sempre i primi e di avvalersi di una sorte di eredità scontata o diritto alla primazia, viene messa in crisi dal modo di pensare ed agire di Dio. Purtroppo, in tutte le vicende umane, questa primazia e questa superiorità nei confronti degli altri, che arrivano per ultimi o alla fine, determina molti conflitti e gelosie e quando, anche nella chiesa, si scelgono gli ultimi per farli primi, c’è una ribellione e spesso una gelosia, che sfiora la vendetta o la lenta distruzione di chi è stato scelto per ricoprire ruoli e posti, non chiesti e non desiderati. Il rischio è che i primi rimangono eternamente primi, pur non meritando i primi posti, e gli ultimi rimangono eternamente ultimi, pur meritando i primi posti, perché si blocca il potere sui primi e non si guarda mai agli ultimi, intesi, in questo caso, anche come chi ha più bisogno di tutto ed è in necessità di ogni genere.

Ci serva da lezione spirituale e di vero itinerario di fede e di cammino interiore il bellissimo brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, il profeta dell’umiltà e della disponibilità piena alla parola di Dio: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”.

E poi cambiare davvero vita e convertirsi alla verità e all’onestà: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri”.

Chi ha sbagliato “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Questo nostro Dio è grande e buono nell’amore e la sua misericordia è infinità, per cui non possiamo sapere effettivamente i pensieri di Dio, né pensare che le nostre strade coincidano con le sue. Spesso non si incontrano, perché noi chiediamo ed aspettiamo dal Signore, ciò che ci è utile, necessario nella vita terrena, Dio offre a noi ciò che è indispensabile per la vita eterna. Chi pensa secondo il mondo, non potrà mai incontrare il Signore, perché i suoi progetti sono di diversa natura, che è quella divina. Noi siamo fatti di carne e pensiamo secondo la carne e non secondo lo spirito.

La nostra preghiera, in questa domenica, sia la stessa che rivolgiamo a Dio con il Salmo 144, inserito nella liturgia della parola di oggi: “Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”.

Potessimo, ogni attimo della nostra vita comprendere l’inestimabile valore di rendere lode a Dio in ogni momento del nostro vivere, senza presumere di essere noi il dio, al posto del vero ed unico Dio, che Gesù Cristo ci ha rivelato con il volto della misericordia, della bontà, della tenerezza e dell’amore.

Bello, allora rivolgerci a Lui, con questa preghiera, la colletta della domenica XXV, che ci fa pregare con queste espressioni: “O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio,  perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Amen.

 

P.RUNGI. LA MIA PREGHIERA DEL PERDONO

Preghiera di padre Antonio Rungi-1

Preghiera di padre Antonio Rungi

 Perdonami o Dio

Perdonami, o Dio

per tutto il male

che ho compiuto nella mia vita.

 Solo tardivamente,

ho compreso il valore inestimabile della tua grazia,

vero benessere per ogni anima.

 

Perdonami o Cristo,

Tu che sei salito sul patibolo

della croce

e da questo trono regale e maestoso

hai perdonato ai tuoi crocifissori,

Fa, o Signore,

che io Ti possa imitare

nel perdonare a chi mi ha fatto

del male.

 

Perdonami, o Spirito del Signore

del più grave peccato,

quello contro lo Spirito Santo

perché possa aver fiducia piena

in quel Dio che è pazienza

e tenerezza anche verso il peccatore

più difficile.

 

 

Fa o Spirito Santo,

che il fuoco dell’amore e carità

possa ardere

nel cuore di ogni uomo

e bruciare odi, risentimenti e rancori

che albergano in ogni persona.

 

Santissima Trinità,

Dio dell’amore misericordioso,

fa che perdoniamo sempre,

anche quando ci costa tantissimo

stringere la mano ed abbracciare

un nostro fratello in umanità,

che ci ha ferito con colpi mortali.

 

Maria,

Madre del Perdono divino,

interceda presso il Suo Figlio,

perché nulla ci separi

dall’amore di Dio

e tutto concorra

ad amare Colui

che è nostro Redentore

e Salvatore.

Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIV DOMENICA TO – 17 SETTEMBRE 2017

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 17 settembre 2017

Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della XXIV domenica del tempo ordinario ci invita al perdono reciproco da attuare in ogni situazione e sempre, senza limiti di numeri, di persone, di spazio e di consistenza del danno ricevuto o dell’offesa avuta. Bisogna perdonare, ma anche chiedere perdono se siamo stati noi ad offendere gli altri, a provocare nel loro animo e cuore il dolore e l’angoscia.
Ecco perché oggi, come inizio della nostra preghiera assembleare, troviamo questa bellissima orazione, attinente al tema della giornata: “O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli, crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa, per ricordare al mondo come tu ci ami”.
L’amore di Cristo è arrivato all’estremo limite delle possibilità umane. Egli ci ha perdonati dalla croce, comprendendo i nostri peccati, perché non sappiamo riconoscere la verità, la giustizia e l’amore ed abbiamo bisogno di un’educazione all’amore che porta per sua natura al perdono. Sappiamo benissimo come è difficile perdonare chi ci ha fatto del male. E tutti, chi più chi meno, sono passati per questa triste esperienza dell’offesa ricevuta e a volte data, dalla quale solo la grazia di Dio e sincero pentimento può sanare definitivamente sa un punto di vista interiore, ma non umano e fisico.
I segni delle sofferenze patite, molte volte segnano il corpo e la mente delle persone, che non riescono ad uscire da un’esperienza di risentimento e di rancore che pure la parola di Dio prende seriamente in considerazione, come nel caso della prima lettura di oggi, tratta dal libro del Siracide: “Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro”. Un cuore non risanato dalla grazia, chiede vendetta e vuole vendetta.
La parola di Dio ci ammonisce con queste espressioni che fanno riflettere a chi ha simili pensieri nella mente: “Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati”.
Cosa fare allora? Il consiglio viene presto dato da uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, che è il Siracide: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”.
Infatti, bisogna considerare un aspetto importante nel discorso del perdono: “chi non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Chi espierà per i suoi peccati?”.
In tutto questo riflettere e meditare sulla propria condizione umana ed esistenziale c’è qualcosa di importante da avere nella mente e nel cuore: “Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”.
Il percorso spirituale e psicologico e tracciato su come arrivare al vero perdono e a non coltivare più risentimenti e rancori. Seguiamo queste indicazioni concrete ed operative della parola del Signore.
D’altra parte, il vangelo di questa domenica ce lo dice apertamente attraverso la voce diretta di Gesù, il quale risponde a questa domanda di Pietro: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Segue a tale proposito, la bellissima parabola che Gesù apporta come esempio per fa capire meglio il discorso a Pietro e agli altri: “Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.
La conclusione di tutto il ragionamento e del discorso qual è?: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.
Bisogna perdonare con il cuore e non solo con la parola, cioè bisogna davvero mettere la parola fine sulle questioni che possono far scattare quei risentimenti e rancori mai sopiti e che spesso riemergono in presenza di quella persona o di fatti similari.
Come si fa a perdonare a chi ti uccide un figlio? Come si fa a perdonare a chi ti ha calunniato, diffamato, facendo passare per vero la menzogna più totale? Come si fa a perdonare chi ti ha tolto l’amore, la famiglia, i sentimenti veri, ti ha fatto soffrire volutamente? Non è facile, ma solo chi entra in un cammino di conversione vera ed autentica che può raggiungere progressivamente questo risultato di pacificazione del proprio cuore e della propria mente, perché il rancore e il risentimento, l’odio uccidono lentamente e non fanno più vivere serenamente. Con il salmista, sappiamo valorizzare la preghiera come strumento per purificare la nostra mente da ogni scoria di risentimenti ed odi, e con il Salmo 102, diciamo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe”.
Se il Signore, nostro Dio e Salvatore, agisce così con noi, perché noi dovremmo continuare ad avere atteggiamenti di odio e risentimento verso qualcuno? Sbagliamo di grosso, quando agiamo così e non ci lasciamo condurre per mano verso la vera libertà interiore, che è quella del perdono.
E facendo tesoro di quello che ci ricorda l’apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Romani, non dimentichiamo che “sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”. E che “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore”.
Morire all’odio e vivere nella gioia del perdono, questo è l’invito che ci viene rivolto e che vogliamo accogliere, oggi e sempre, superando le barriere dei conflitti di ogni genere.

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 3 settembre 2017

La croce è il vero pensiero di Dio, perché è manifestazione del suo amore infinito.

Commento di padre Antonio Rungi

La XXII domenica del tempo ordinario ci presenta nuovamente Gesù in dialogo con Pietro e i suoi discepoli.

Questa volta al centro del loro pensare e ragione c’è la croce, c’è la morte in croce di Gesù.

Il Divino Maestro, infatti, prova a preparare il gruppo dei Dodici all’imminente scandalo che riguarderà il Figlio di Dio che verrà crocifisso, innocentemente e questo determinerà la crisi di fede nei gruppo e negli altri discepoli.

E’ bene leggere con attenzione tutto il testo del vangelo per capirne la grande portata spirituale per tutti noi cristiani, cogliere i vari passaggi che vi si incontrano: l’annuncio di Gesù della sua imminente croce e della risurrezione (“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”); il dispiacere e il risentimento di Pietro (“Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»”);  la contro risposta di Gesù (“Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»”); l’insegnamento finale e le raccomandazioni per quanto vogliono davvero discepoli del Signore (“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”); il richiamo al secondo e definitivo avvento di Dio, al giudizio universale (“Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»”).

Nel testo del vangelo c’è al sintesi di cosa dobbiamo pensare e di come dobbiamo agire per essere in linea e in sintonia con Gesù. Chi non pensare alla croce e non si prende la responsabilità di portare la croce, non ha il pensiero di Cristo nella sua mente e di conseguenza è motivo di scandalo, perché rifiuta la croce, che è amore e donazione ed è apertura ad una vita nuova.

 

Gesù ribadisce con forza di fronte ad un Pietro smarrito e triste che se qualcuno vuole venire dietro Lui,  deve rinnegare se stesso, deve prendere la sua croce e mettersi alla sequela di Cristo segua.  Questa è la strada maestra che conduce alla salvezza dell’anima, quella che conta davvero davanti all’eternità. Infatti precisa Gesù, cercando di indurre ad un cambiamento di mentalità e di rotta il modo di pensare ed agire dei suoi discepoli: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”.

 

Molte persone sono convinte che la felicità sta nel possedere, nell’avere, nel ricoprire uffici e ruoli, nel comandare sugli altri, offendendo la dignità delle persone, strumentalizzando le loro debolezze per apparire più onesti e retti degli altri, quando in realtà sono dei sepolcri imbiancati come i farisei da Gesù contestati e condannati.

 

Quanta superficialità nel valutare davvero ciò che conta davanti a Dio e all’eternità, rispetto agli uomini e alla temporalità. Bisogna lasciarsi prendere totalmente da Dio, dalla prospettiva dell’amore e della consolazione che viene dal cielo, come ci ricorda il profeta Isaia nel bellissimo brano della prima lettura di oggi: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”.

 

Questa seduzione spirituale ed interiore fa si che il profeta, per amore di Dio, condanna, denuncia, ma anche sopporta ogni umiliazione (“Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno”), ma lui testardo, perché profondamente innamorato di Dio, continua nella sua opera di parlare nel nome di Colui che è la verità assoluta (“Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”). Magari avessimo nel nostro cuore tanto amore ed ardore di annunciare la parola di Dio, nonostante i tanti ostacoli che la cultura materialistica, edonistica, positivista, atea del nostro tempo offre su scala locale e mondiale.

 

Noi, come il profeta Isaia andiamo per la nostra strada, mossi dal desiderio di parlare con la bocca e con la vita solo di Dio, forti e convinti più che mai dei consigli che ci vengono dall’apostolo Paolo, nel breve brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera ai Romani, nel quale ci raccomanda come cristiani di non conformateci a questo mondo, ma di lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Un itinerario spirituale, come è facile capire, che ci viene proposto oggi nella parola di Dio della XXII domenica, che parte dalla croce ed approda ad uno stile nuovo di essere e vivere da cristiani, non appiattiti sul modo di pensare e di agire di un mondo che non crede in Dio ed è senza Dio, come ci attestano tanti fatti di violenza, di sangue, di ingiustizia e di crudeltà, soprattutto verso i più piccoli e deboli della società.

Sia questa la nostra preghiera, con il salmo 62: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua… Signore, il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode in eterno”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXI DOMENICA – 27 AGOSTO 2017

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XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 27 agosto 2017

 

Gesù, anche per noi, come per Pietro,

Tu sei il Figlio del Dio vivente,

il nostro Redentore e Salvatore.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La XXI domenica del tempo ordinario, ci mette di fronte alla grande domanda che pone Gesù anche a noi oggi: “Io chi sono per te?”.

E’ la stessa domanda, che ha posto agli apostoli per sapere quale idea si erano fatti di lui, sia come gente comune, sia come discepoli ed apostoli. La riposta data, dopo un’indagine demoscopica, condotta dagli apostoli, è quella di una pluralità di opinioni e di idee che la gente si era fatto di Gesù: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Ma a Gesù non interessa tanto l’opinione pubblica, ciò che pensa la gente o il popolo, va direttamente alla questione centrale del suo rapporto con i discepoli. Per cui, giustamente, chiede: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Chiaramente, per evitare una pluralità di opinione tra gli stessi apostoli, prende la parola Pietro e a nome di tutti, dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

La professione di fede è chiara, non ammette tentennamenti e dubbi, è precisa anche nella terminologia biblica: “Tu, Signore, sei il consacrato, sei il Figlio di Dio”.

E’ una professione dettata da ispirazione divina e non dalle capacità razionali di Pietro di riflettere e capire chi era davvero Gesù.

E Gesù lo dice con parole molto precise, per far capire a Pietro, il perché lui si è pronunciato in quel modo: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».

Da questa professione, nasce e si struttura la funzione di Pietro nella Chiesa e il suo ruolo preciso che gli assegna Gesù: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

E’ il celebre potere delle chiavi con cui anche nell’iconografia cristiana è rappresentato Pietro, primo degli apostoli e principe del gruppo dei Dodici. Questo potere delle chiavi è stato esplicitato teologicamente e dottrinalmente nel corso dei millenni. Essenzialmente, Gesù, affida a Pietro e quindi ai suoi successori, cioè il Pontefice, il Papa, il Vicario di Cristo sulla terra, di mantenere la comunione e l’unità all’interno della comunità dei credenti.

Non è solo la potestà della confessione, della scomunica, ma il positivo ruolo di creare comunione e di mantenere l’unità nel santo popolo di Dio, che è la chiesa, che è edificato sul solido fondamento degli apostoli. Questi, insieme a Pietro, guidano la chiesa, la reggono, la riformano, la mantengono viva, la fortificano, la correggono, in caso di necessità, e rettificano percorsi sbagliati di credere e di operare da cristiani e come cristiani.

Questo passo del vangelo che risulta essere tra i importanti per legittimare il servizio del Papa nella Chiesa, come Vescovo di Roma e come pastore universale della Chiesa cattolica, il suo primato di servizio e non di autorità, ci fa capire l’importanza di costruire la comunione ecclesiale intorno al pastore universale, il Papa, ai pastori delle chiese locali, i vescovi, ai parroci, responsabili delle comunità parrocchiali, di quella minima porzione del popolo di Dio che è la parrocchia.

La conclusione del brano del Vangelo, presenta una raccomandazione del Signore a Pietro e agli apostoli: “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.

Gesù non vuole che si faccia una campagna pubblicitaria nei suoi confronti da parte di coloro che, più vicini a Lui, ispirati dal cielo, potevano affermare con assoluta certezza di fede, che Egli era il Cristo, il Figlio di Dio.

Vuole che a tale professione di fede, la gente vi arrivi attraverso un cammino interiore, un percorso di vita spirituale e personale che nessuna campagna pubblicitaria poteva far scattare, in quanto la fede è un dono di Dio e se uno lo accoglie, lo vive e lo professa con coraggio e senza paura, anche quando si tratta, come i martiri, di andare al patibolo per questa causa.

Su questo Dio di bontà e misericordia è incentrato il brano della prima lettura di oggi, tratto dal profeta Isaia, che guarda al futuro Re Messia con le insegne della vera regalità divina: “Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre”.

In fondo, è quello che è stata e continua ad essere la missione di Cristo nel mondo.

Missione che l’Apostolo Paolo sintetizza e precisa nel brano della lettera ai Romani, nel versetto finale, che oggi ascoltiamo come seconda lettura: “Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen”.

Gesù Cristo è il centro della storia della creazione e della redenzione, in poche parole della storia della salvezza. E’ il Figlio di Dio, venuto su questa terra per ridare all’uomo dignità, libertà e speranza, perdute a causa del peccato originale, a causa del vecchio Adamo.

Sia questa la nostra umile preghiera, espressa nel salmo responsoriale di questa domenica XXI del tempo ordinario, con il pensiero costantemente rivolto ai tanti drammi dell’uomo moderno, specialmente di questi giorni, tra terrorismo e terremoti avvenuti o semplicemente ricordati: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo. Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome. Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza. Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano. Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XX- 20 AGOSTO 2017

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 20 agosto 2017

 

Fede e preghiera camminano insieme.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XX domenica del tempo ordinario, pone davanti a noi due temi importanti della religiosità cattolica: la fede e la preghiera.

 

Le due tematiche sono strettamente legate e non ci può essere fede senza la preghiera e pregare senza aver fede.

Se da un lato, infatti, preghiamo senza aver fede, senza credere in ciò che diciamo e speriamo perdiamo tempo inutilmente. Se diciamo di aver fede e non alimentiamo questa fede con la preghiera, questa fede rimane stabile e immobile e non progredisce e non ci fa progredire nella vita cristiana. Fede e preghiera camminano insieme. Questi concetti li comprendiamo benissimo alla luce della parola di Dio che ascolteremo in questa domenica di fine estate 2017.

Partendo dal vangelo, in cui troviamo una donna supplicante il Signore, perché liberi dalla possessione diabolica la sua figlia, con il risultato finale che la donna ottiene da Gesù quello che sta legittimamente chiedendo, in quanto “grande è la sua fede”, ma anche perché non si limita la sua richiesta ad un primo gesto, ad un primo atto del pregare. Anzi il suo pregare e il suo aver fede è talmente insistente che gli apostoli sono scocciati e fanno osservare a Gesù: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». La considerano in poche parole, una che da fastidio.

Nella struttura della richiesta di aiuto da parte della donna cananea, vediamo importanti atteggiamenti religiosi, che tutti dovremmo avere e curare.

Primo atto. Chiedere perdono: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!”, così  si rivolge la Cananea a Gesù. Ed aggiunge il motivo di questa richiesta che non è per se stessa, ma per sua figlia: “Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

La risposta sta nel primo rifiuto del Signore alla richiesta: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Come dire, tu sei cananea e non entri per ora nel progetto di Dio. Ma come sappiamo non è così. Tutto sono chiamati alla salvezza. E lo dimostra il fatto che alla fine, la donna viene esaudita, perché ha fede.

Nel secondo momento della richiesta, la donna si prostra davanti a Gesù e dice una cosa importante: «Signore, aiutami!». Dal riconoscimento del bisogno del perdono di Dio, alla richiesta del suo aiuto. Ma la risposta di Gesù a questa successiva richiesta è sempre di rifiuto: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Potremmo pensare a Gesù come una persona senza cuore, che offende addirittura. Ma l’immagine del cagnolino è molto significativa nella Bibbia ed esprime la condizione del servo, del bisognoso, dell’emarginato. Ricordiamo tutti il passo del Vangelo del povero Lazzaro e del Ricco Epulone.

A questo punto, la donna potrebbe fermarsi nella richiesta e dire, qui non c’è niente da fare; ma lei non si ferma, è talmente convinta di ottenere quello che sta chiedendo al Signore al punto tale che, dice a Gesù: ». «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Come, dire che qualcosa lo puoi donare anche a me, infima tra i fratelli di fede.

La conclusione l’abbiamo anticipata nella parte iniziale della nostra riflessione, ma è davvero importante quello che fece e disse Gesù a questa donna di Canaan: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita”.

C’ è poco da capire e discutere su questo testo del vangelo, che è così di grande insegnamento per tutti coloro che hanno poca fede.

Questa donna e mamma, ha il coraggio, la forza, la costanza e sfrontatezza di ottenere da Gesù quello che la fede le suggeriva di chiedere per sua figlia.

Noi dobbiamo imparare da questa donna a chiedere e a sapere chiedere cose giuste per noi e per gli altri, rispettando i tempi del Signore e non aspettando in base ai nostri tempi ed esigenze.

La fede, dicevo, cammina con la preghiera, e la prima lettura di oggi ci fa riscoprire anche questo importante strumento per essere in comunione con Dio.

La preghiera è anche rispetto della sacralità dei luoghi e dei giorni. E qui nel brano, tratto dal profeta Isaia, troviamo espressi proprio questi concetti: “quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”.

E’ evidente che il discorso della salvezza riguarda tutti i popoli e la casa del Signore, il tempio santo di Dio, è luogo in cui tutta l’umanità si trova unita per lo stesso scopo, quella della salvezza.

Il luogo di preghiera è il luogo dell’incontro e della fratellanza universale. E Dio, in Cristo ci ha reso fratelli tutti, di qualsiasi cultura, nazione, colore e razza.

Questa visione universale della salvezza è ben espressa nel desiderio di Paolo Apostolo di vedere i suoi ex-correligiosi convertirsi a Cristo.

In alcuni versetti di questo brano della sua lettera ai Romani mette, appunto, in evidenza questo suo desiderio e come cerca di lavorare per raggiungere questo scopo, non dimenticando, che bisogna lavorare su più fronti, perché l’ecumenismo non è un processo unilaterale di una religione rispetto ad un’altra.

Ci vuole dialogo e ci vuole il tempo necessario per maturare e andare nella direzione giusta ed unitaria: “Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?”.

La grande speranza che nutre l’apostolo delle genti nel suo cuore di missionario del vangelo è quella della salvezza per tutti. Quella stessa speranza che deve animare la nostra azione apostolica e missionaria e deve caratterizzare la nostra preghiera quotidiana, come facciamo oggi nella colletta: “O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele”. Amen.

SOLENNITA’ DELL’ASSUNTA 2017 – COMMENTO DI PADRE RUNGI CON PREGHIERA FINALE

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Solennità dell’Assunzione in cielo di Maria Santissima

15 Agosto 2017

Bella tu sei qual sole, bianca più della luna

Commento di padre Antonio Rungi

Un canto popolare che ben conosciamo ci fa tessere le lodi di Maria assunta alla gloria del cielo e prendendo spunto dal passo dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo fissa in alcuni versi chi è la nostra Madre celeste e come ci piace immaginarla nel santo paradiso, vicino al suo Figlio Gesù e vicino a tutti i figli redenti dal sangue preziosissimo di Cristo: Dell’aurora tu sorgi più bella coi tuoi raggi a far lieta la terra e fra gli astri che il cielo rinserra non v’è stella più bella di te. Bella tu sei qual sole bianca più della luna e le stelle più belle non son belle al par di te. T’incoronano dodici stelle, ai tuoi piedi hai l’ali del vento e la luna si curva d’argento; il tuo manto ha il colore del ciel. Col tuo corpo in Cielo assunta t’invochiamo devoti e festanti, la regina degli Angeli e Santi, la gran Madre di Cristo Gesù”. Con queste particolari e specifiche strofe del canto mariano popolare mi piace iniziare questa riflessione in occasione dell’annuale solennità di Maria Assunta in cielo, che è tra le più importanti che la cristianità dai primi secoli dedica alla Madre del Signore e quindi è quella che maggiormente è stata celebrata con particolare cura e devozione. E non solo da un punto di vista liturgico, ma anche artistico e associativo. Con la proclamazione del dogma, il 1 novembre 1950, Pio XII veniva a confermare anche nel dato dottrinale il culto all’Assunta vissuto nella liturgia dal popolo cristiano. In questo caso davvero il senso comune della fede, la religiosità popolare ha anticipato di secoli quello che poi è stato dichiarato un dogma di fede, con il quale professiamo che Maria è stata assunta in cielo in corpo e anima e quindi non ha sperimentato la morte, ma i meriti del Cristo suo Figlio: è stata assunta dalla potenza di Dio alla gloria dei cieli. In questi nostri tempi in cui la cultura della festa si è trasformata in qualcosa di assolutamente esteriore, questa giornata si colloca nel cuore dell’estate ed è un forte richiamo ai valori soprannaturali e spirituali. Con la Vergine Maria noi vogliamo sperimentare giorno per giorno quanto sia importante vivere completamente di Dio ed attendere il momento del nostro passaggio all’eternità come qualcosa di positivo, senza angoscia o preoccupazione del buio e del nulla dopo la morte. Questa è da considerarsi davvero come un addormentarsi in Cristo per essere accolti, ce lo auguriamo tutti, subito nella gloria del suo Regno, ben sapendo che anche i nostri corpi mortali risorgeranno alla fine dei tempi per un’eternità beata. Per Maria questo è stato possibile, in quanto per singolare privilegio, preservata dal peccato originale, non ha potuto essere soggetta alla morte, in quanto Dio stesso l’ha voluta tutta per sé dall’eternità e una volta concluso il cammino terreno nella sua realtà di composto umano costituito dall’anima e dal corpo. Ecco perché all’inizio della celebrazione della santa messa del giorno dell’Assunta noi preghiamo con tutta la chiesa con queste espressioni di grande apertura alla speranza. E Maria Stella della Speranza, come l’ha definita il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Enciclica, Spe Salvi, è certamente la Maestra di vita spirituale da cui vogliamo apprendere il linguaggio dell’amore, della verità, della bontà e dell’eternità. Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria.

La parola di Dio ci aiuta ad introdurci in modo responsabile e pieno alla solennità di oggi, che ha un forte richiamo all’essenza stessa della vita cristiana.

Dalla prima lettura tratta dall’Apocalisse di san Giovanni apostolo, come tutti i grandi esegeti, teologi e biblisti riferiscono questo brano alla figura di Maria: questa donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, un corona di dodici stelle, noi vediamo la Vergine Santissima assunta alla gloria del paradiso. Ed è un consolante segno per il popolo pellegrino sulla terra, perché dove è giunta lei possiamo, con la nostra risposta di fede, giungere anche noi.

Il Vangelo di Luca ci riporta alla realtà storica di Maria che fa visita alla sua cugina Elisabetta. Una Maria operativa, concreta, fattiva, vicino ai bisogni degli altri, modello di attenzione verso chi ha più bisogno, tabernacolo dell’altissimo che reca agli altri il suo Figlio, concepito in Lei per opera dello Spirito Santo e portato nel suo grembo verginale. Lo stile di vita di una donna che, per quanto preservata dal peccato originale e purissima in ogni suo comportamento è gesto, era una donna libera, perché la libertà vera è quella che si esercita per il bene, e quindi una donna che ci invita costruire la nostra felicità futura e presente lavorando seriamente per la nostra personale santificazione, con concreti gesti di amore, con il ringraziamento e la lode a Dio, con il riconoscerci umili e servi del Signore, con l’abbattere nella nostra vita tutte quelle forme ed espressioni di orgoglio che non possono aiutarci a dialogare in profondità con Dio e con la Vergine Maria.

Il Magnificat, inno mariano per eccellenza, costituisca la nostra personale preghiera nelle varie circostanze della vita non solo per rivolgerci alla Madonna per la preghiera del vespro quotidiano, ma anche per riflettere continuamente su questo brano del vangelo e trarre da esso la forza necessaria per vivere nella legge di Dio e nella carità verso il prossimo.

San Paolo apostolo, giustamente, nella sua riflessione sul mistero della risurrezione di Cristo e, indirettamente sull’Assunzione della Madonna al cielo, usa nei confronti dei cristiani di Corinto espressioni di portata teologica unica, in quanto ci dice esattamente ciò che succederà alla fine dei tempi, leggendo il tutto nel mistero del Cristo risorto. Le cose che verranno sono state descritte in questo testo, ma il giudizio universale, a cui fa riferimento l’Apostolo delle Genti, al secondo e definitivo avvento di Cristo sarà quello conclusivo in quanto il dolore e la morte saranno vinti per sempre, essendo la morte non solo quella fisica, ma quella spirituale ed interiore dell’uomo il vero nemico di Cristo, in quanto Lui vuole che tutti gli uomini si salvino nella sua morte e risurrezione. Egli è il primo di tutti i fratelli che nella fede e nella verità e bontà lo seguiranno nell’eternità. Maria in questa eternità per espresso volere e disegno di Dio c’è tutta interamente.

Per cui rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria e con questa mia preghiera ci affidiamo a lei lungo tutto il cammino della nostra esistenza.

<<O Maria, Madre della gloria e della gioia, 

che oggi ti contempliamo tra i cori festanti degli Angeli e dei Santi, 

guida il nostro cammino, difficile e tortuoso, 

in questa valle di lacrime, perché nessuno dei tuoi figli, 

redenti dal sangue preziosissimo di Gesù, 

possa sentirsi abbandonato, umiliato, offeso nella sua dignità umana, 

nel nostro essere figli nel tuo Figlio, 

amati da un immenso cuore di Mamma 

che vigilia e protegge dal cielo ogni uomo di questa terra. 

Stendi la tua mano benedicente 

su quanti lottano per un mondo nuovo, 

in cui la giustizia e la pace 

possano trovare accoglienza a livello globale 

e nessun essere umano venga offeso, disprezzato e deriso, 

perché anch’essi destinati alla risurrezione finale, nel giudizio universale. 

Madre Santissima, prega ogni momento per noi 

che siamo nella prova e nell’attesa di tempi migliori” Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 13 AGOSTO 2017

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Domenica 13 agosto 2017

 

Vicinanza e presenza di Dio, certificato di garanzia di salvezza per tutti.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XIX domenica del tempo ordinario che celebriamo all’antivigilia della solennità dell’Assunta ci aiuta a camminare sulla strada di una fede più forte, adulta, coraggiosa e fiduciosa nel Signore. Senza la fede e senza fiducia in Dio non possiamo risolvere nessun problema della nostra vita, soprattutto della vita interiore. Lo comprendiamo alla luce del Vangelo di oggi, in cui Gesù interviene per sedare una tempesta marina, durante la quale i suoi discepoli rischiarono di morire. Il vangelo di oggi è la successione dei fatti che avvennero dopo la moltiplicazione dei pani. Gesù si era ritirato solo sulla montagna a pregare, mentre i discepoli continuavano a svolgere il loro mestiere di pescatori. Finito di pregare si diresse verso di loro camminando sul mare e Pietro pensava che fosse un fantasma. E chiede la verifica se fosse davvero Lui, il Signore, per avere la certezza di uscire vivo da una situazione, che si era creata a bordo. Gesù più che rasserenarlo con le parole, gli chiede di venire verso di lui, camminando sulle onde del mare. Pietro incomincia a farlo, ma evidentemente la forza del vento e le onde del mare gli fanno perdere sicurezza dentro di sé e soprattutto la fiducia sulla parola che il Signore gli aveva detto. Poi tutto si ricompone nella salute e nella serenità di tutti, quando Gesù sale sulla barca e si quieta il mare e soprattutto la coscienza di Pietro e degli altri. Ma il rimprovero fu chiaro e sicuramente fece pensare a Pietro e al Gruppo e fa pensare anche a ciascuno di noi: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

La nostra poca fede si manifesta proprio nei momenti di maggiore difficoltà nella nostra vita. Pensiamo che Dio non sia dalla parte nostra e che nonostante si riveli a noi in tanti modi Egli non c’è vicino. Ma vicino il Signore è sempre a ciascun credente e all’intera chiesa, è vicino all’intera umanità, che spesso naviga in mari burrascosi e senza l’aiuto del Signore rischia di affondare o naufragare sotto le forze delle guerre e dell’odio e delle ingiustizie.

Anche nei momenti della vita personale ed ecclesiale, Dio si manifesta a noi nel silenzio, nella semplicità, nella croce, nella gioia più vera. Non ha bisogno, come tanti uomini, di fare rumore, di fatti eclatanti per dirci che c’è e ci sarà sempre, come ci rammenta la prima lettura di oggi, tratta dal primo libro dei Re, nella quale è presentata l’ esperienza del profeta Elia nel momento in cui il Signore gli parla, in una caverna del monte Oreb, dove si era ritirato per trascorrere la notte: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

La caverna è simbolo della chiusura in noi stessi, nelle presunte nostre sicurezze. Dobbiamo uscire da noi stessi per poter davvero incontrare Dio ed ascoltare con chiarezza la sua voce. Se conserviamo un atteggiamento di estrema prudenza per garantire solo noi stessi, saremo degli egoisti e non avremo il cuore aperto a Dio e ai fratelli.

Perciò l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, sempre tratto dalla sua fondamentale lettera ai Romani, rivela tutta la sua preoccupazione per la sua vita, per il mondo, per gli altri, inquadrando il tutto nella visione cristologica della storia della salvezza, che viene portata a compimento nel mistero della Pasqua di Gesù. Scrive, infatti, con estrema sincerità, quello che leggiamo e che riguarda i suoi fratelli israeliti, che non hanno capito ed accettato il Messia: “ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. E sottolinea, senza dimenticare tutto l’antica alleanza, che “essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi”, ma alla fine bisogna pure ammettere che Gesù Cristo “proviene da loro secondo la carne”, è Lui, “che è sopra ogni cosa”, e il  “Dio benedetto nei secoli”. E’ l’ammissione totale della sua fede nel Cristo Redentore e la conferma della sua autentica conversione al Signore sulla via di Damasco.

Forte richiamo a noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana di avere fede in Cristo, unico Salvatore del mondo, il Dio fatto uomo nel grembo verginale di Maria e venuto nella storia nostra per portare la gioia della vera vita a tutta l’umanità.

Sia questa la nostra preghiera, unita a tutta la comunità dei credenti che ascolta questa parola e speriamo la possa vivere ogni giorno con maggiore impegno di vita cristiana ed umana: “Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino” (Dal Salmo 84).