COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XIX – 10 AGOSTO 2014

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DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO

 

10 AGOSTO 2014

 

USCIRE DALLA PARALISI SPIRITUALE

 

padre Antonio Rungi, passionista

 

Tutti noi sperimentiamo la paura, soprattutto nei momenti più difficili della nostra vita, quali una malattia, la solitudine, la morte, la privazione di qualcosa, la frattura di un rapporto affettivo o d’amore, la perdita del lavoro, della famiglia, degli affetti, dell’amicizia, della stima. La paura ci prende e a volte ci sovrasta, bloccando di fatto la nostra vita umana, sociale, ecclesiale. Per paura non si esce da casa, non si svolge bene una missione, non si rischia. A ciò si aggiunga quello che oggi è la malattia più diffusa che è l’angoscia esistenziale, la depressione, gli attacchi di panico, per problemi veri o a volte immaginari. Dobbiamo tutti lottare con queste paure che spesso ci bloccano e non ci fanno agire. Io la definisco paralisi psicologia e spirituale. A volte ci proviamo pure ad uscire da certe paure, ataviche, ma basta un nonnulla che ritorniamo ad essere come prima, peggio di prima, più prudenti di prima. E’ vero che viviamo in un mondo che fa paura per i comportamenti strani ed imprevedibili delle persone e della stessa natura, ma fondamentalmente noi non siamo nati per vivere nella paura, ma nella gioia, nella letizia, nella speranza, nella vera felicità che parte dal coraggio ed il coraggio parte dalla fede.

 

Il Vangelo di oggi, quello della XIX domenica del tempo ordinario, ci aiuta ad entrare nel tema della fede e del coraggio che deriva dalla fede. Le persone piene di fede sono state e saranno sempre coraggiose, perché hanno la certezza interiore e spirituale che non sono mai sole, con loro c’è sempre il Signore. Il racconto della tempesta sedata con l’intervento di Gesù, che salva gli apostoli che stavano naufragando, al di là del significato teologico e spirituale che indica (la chiesa in tempesta, salvata da Cristo, la barca simbolo appunta di questa comunità che ha bisogno di guide illuminate e coraggiose) ci fa capire, oggi, alla luce di questo brano quanto cammino dobbiamo ancora fare per entrare nella vera fede, quella fede che parte dal riconoscere Gesù Cristo, il vero ed unico salvatore. Quando ci affidiamo ad altri salvatori, che non possono salvare, rincorriamo false concezioni della vita e della storia. Rincorriamo il mito della salute e della bellezza e basta poco per per perdere l’una e l’altra; il mito del benessere, del denaro e basta una cristi per metterci in crisi e non saperci più orientare e perdere di fiducia e di speranza; il mito del successo e basta poco per essere emarginato ed escluso dalla società, dai vari mercati se non scendi a compromessi o se hai perso quota, consistenza e soprattutto appoggi di ogni genere; il mito del progresso e basta poco per accorgerci che non sappiamo difenderci dalle malattie più banali, quando nel mondo muoiono milioni di persone per la nostra incuria e superficialità nell’affrontare i veri drammi dell’umanità. Ascoltiamo e meditiamo attentamente sul vangelo di oggi che potrebbe essere inteso in modo riduttivo, pensando solo alla mancanza di fede o alla crisi che può interessare la barca di Pietro,cioè la Chiesa, in determinati momenti e periodi storici, come quello che stiamo vivendo e dal quale stiamo tentando di uscire con il coraggio e la forza profetica di papa Francesco, dei vescovi, dei sacerdoti, dei fedeli laici che lottano per il bene e per il vero progresso dell’umanità.

 

Un testo evangelico tra i più importanti ed interessanti per leggere il mondo con gli occhi della fede, della speranza e dell’amore, in poche parole con gli occhi di Cristo.

“[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!».  Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Vorrei sottolineare di questo vangelo tre importanti dichiarazioni da parte di Gesù e degli apostoli. Da parte di Gesù: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  E poi “Vieni”. Ed infine: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Da parte di Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed anche: «Signore, salvami!». Da parte degli apostoli: «È un fantasma!» e «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Volendo riflettere su queste espressioni vediamo un triplice atteggiamento: quello di fiducia e di sicurezza da parte di Gesù; quello dell’incertezza e del dubbio da parte di Pietro, e quello del passaggio dall’immaginazione alla fede degli apostoli che stavano sulla barca insieme a Pietro. Il punto di riferimento di tutto il discorso è Gesù, è lui il centro dell’attenzione. Da fantasma iniziale, come lo vedono gli apostoli all’inizio della tempesto, al riconoscimento del suo essere Figlio di Dio, di fronte alla tempesta sedata. E’ il cammino della fede che richiede tempo, fallimenti, paure, incertezze per approdare alle profonde convinzioni che senza di Dio e senza Gesù non possiamo davvero fare nulla. Questo cammino di fede richiede la docilità allo Spirito Santo. Questa docilità è espressa in modo esemplare da profeta Isaia, che nel brano della prima lettura di oggi si presenta a noi come la persona attenta alla voce di Dio, una voce che non fa rumore o sconquasso, ma che tocca il cuore, penetra nell’anima e modica l’assetto del pensare e dell’agire di chi si lascia toccare da questa voce.

 

Bellissimo il brano della prima lettura sul quale ognuno può abbondantemente riflettere per dare una risposta personale alla voce di Dio e alla voce della coscienza che ci richiama sulla retta vita.

“In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

 

Ripromettiamoci di ascoltare quello che dice il Signore: Egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. Questo ascolto sincero e vissuto produrrà nella vita quello che davvero desideriamo tutti:  Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.

 

Essere missionari della fede e della speranza è quanto ci chiede di fare san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi. Quante pene e tribolazioni nel nostro cuore perché la fede non cresce dentro di noi ed intorno a noi. Forse è davvero tempo di dare una svolta consistente al nostro modo di agire da presunti cristiani e non da veri cristiani, da cristiani all’acqua di rosa come ci ricorda Papa Francesco e non da cristiani che ripongono la loro fiducia totale nel Signore. Scrive, infatti l’Apostolo delle Genti: “Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.  Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen”.

 

Questa bellissima professione di fede in Cristo sia il motivo costante del nostro lottare per la fede, non perché dobbiamo fare dei proseliti, ma semplicemente perché mossi da un amore immenso per il Signore, noi possiamo dare ragione della fede, della speranza e della carità che portiamo nel nostro cuore, convinti più che mai che Gesù è il vero, unico e assoluto salvatore e redentore dell’uomo, della chiesa e della storia.

 

Esprimiamo il nostro forte desidero di pregare in questo giorno del Signore, con le parole della Colletta della liturgia eucaristica di questa domenica: “Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni  avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Amen”

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XIX – 10 AGOSTO 2014ultima modifica: 2014-08-05T10:05:48+02:00da pace2005
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