P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA T.O- 15 OTTOBRE 2017

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 15 ottobre 2017

Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti inviati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità. Possiamo ben dire che tutti siamo inviarti alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte. La parabola del Vangelo di Matteo di questa domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa. Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante. Grazia che ha origine nel battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei  sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica. Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta. Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì. Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione. Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità. La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni. Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”. Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità. Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani. Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”. Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica:  “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna  o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA T.O- 15 OTTOBRE 2017ultima modifica: 2017-10-10T11:27:32+00:00da pace2005
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