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Quarta domenica del Tempo Ordinario 

1 febbraio 2015 

Alla scuola dell’unico vero maestro, Gesù Cristo 

Commento di padre Antonio Rungi 

Tutti abbiamo avuto nella nostra vita dei maestri, verso i quali,  nella maggior parte dei casi, siamo riconoscenti. Anche i primi discepoli di Gesù ebbero in lui il loro maestro, un maestro che insegnava con autorità, che non vendeva parole, chiacchiere o presentava teorie ed ipotesi degli altri. Egli parlava nel nome di Dio, Egli parlava in nome suo, essendo il Figlio di Dio ed avendo l’autorità necessaria per poterlo fare, fo faceva con disinvoltura, senza tenere qualcuno. Nessuno prima di Lui e dopo di Lui ha la stessa autorità ed insegna in modo preciso e senza possibilità di lasciare ad altri l’interpretazione delle parole dette. Quello che dice, dice e lo dice in ragione del suo essere stesso verità. In lui si fa chiarezza la vita di ogni persona e si comprendono tutte le situazioni del mondo e si legge la realtà con gli stessi occhi e lo stesso pensiero di chi ha dato origine alle cose stesse. Tutto fu fatto per mezzo di Lui ed in vista di Lui. Centro del magistero della chiesa e della dottrina è Cristo stesso. Da Lui diramano tutte le altre verità che possono e debbono trovare accoglienza nella vita dei credenti. Mettersi alla scuola di Cristo è l’invito che ci viene rivolto oggi nel brano del vangelo di Marco, che èil testo biblico centrale per la liturgia della parola di questa quarta domenica del tempo ordinario. Gesù è uno che insegna con autorità, perché possiede lo Spirito di Dio e avendo questo dono del Signore, può contrastare con la sua potenza divina lo spirito del male, satana, fino ad annientarlo, fino a farlo zittire e non parlare. L’autorità di Cristo è un’autorità spirituale, non politica, né umana, né basata sulla legge, ma su se stesso, Figlio di Dio quale era ed è e che agisce a favore dell’uomo, fino a guarire le malattie del corpo, della mente e dell’anima dei figli di Dio, immersi nel peccato e nella sofferenza. Oltre ad insegnare con autorità, Gesù dice cose nuove. La novità per eccellenza è egli stesso, la buona notizia e la buona novella è che Egli sta in mezzo al suo popolo ed è venuto per salvare la sua gente.

Quale atteggiamento dobbiamo avere di fronte ad un maestro come Gesù. L’atteggiamento giusto è quello dell’ascolto e dell’accoglienza, senza mettere in dubbio neppure una virgola delle parole che escono dalla sua bocca, che è fonte di verità e di santità. Quello stesso atteggiamento che è chiesto al popolo eletto di Israele nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro del Deuteronomio, nel quale si legge che Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”. Il riferimento a Cristo è chiaro in questo brano. Gesù è la parola di Dio per eccellenza, unica e definitiva. E’ il Verbo-Parola fatto carne e che mediante la sua presenza nel mondo, nel corso della sua vita terrena, ha richiamato sulla retta via quanti avevano bisogno di incontrare Dio. E’ Dio stesso a parlare e a dire cosà fare per questo suo popolo: “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto”.

Ascoltare la parola di Dio, ascoltare Cristo: è questo il nostro fondamentale dovere di cristiani se vogliamo fare un cammino di santità. Tale cammino richiede di mettersi in sintonia, in ascolto della parola che dà vita, ci rigenera continuamente in Cristo, unico salvatore del mondo. In Lui, con Lui e per mezzo di Lui noi possiamo accedere ad una comunione vera e profonda con il Dio dell’amore e della misericordia. Non ascoltare a voce di Cristo, la voce della Chiesa, la voce di tutti i profeti anche dei nostri giorni ed in primo luogo il Santo Padre, Papa Francesco, significa mettersi fuori gioco, in situazione out (no) con Dio che ci vuole con Lui, sempre e per sempre. Tante volte questa voce di Dio è chiara ed evidente, soprattutto se ci accostiamo con umiltà e disponibilità interiore a quanto puntualmente ascoltiamo della parola di Dio proclamata nella liturgia della domenica. Quanti richiami ai nostri doveri di vita! Quei doveri che Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi,  tratto dalla prima lettera a Corinzi, pone alla nostra attenzione, soprattutto pone all’attenzione delle persone sposate e sui quali è bene riflettere, per non incorrere in comportamenti devianti da un punto di vista morale. Raccomanda e consiglia l’Apostolo queste cose da farsi:chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito”.

E’ il cuore dell’Apostolo delle Genti che batte per la sua comunità di Corinto che vuole senza preoccupazioni, senza tensioni ed ansie, ma tutta concentrata su Cristo. Quando non si vive la propria scelta in modo consapevole c’è il rischio del fallimento, della depressione spirituale o come dice Papa Francesco dell’ alzheimer spirituale che blocca la propria esistenza sulle cose insignificanti che non fanno progredire lo spirito, anzi lo paralizzano progressivamente o comunque lo squilibrano, facendolo dimenare tra grandi entusiasmo spirituali e lunghe aridità interiori se non immoralità. Ecco perché egli scrive all’inizio e alla fine del brano di oggi: “Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni…Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni”. Giuste e fondate preoccupazioni dell’Apostolo nei riguardi dei cristiani di allora e di oggi, perché c’è il rischio di deviare sia a livello dottrinale e di fede e sia, di conseguenza, a livello comportamentale e morale. Quante persone, infatti, vivono una fede a modo loro e una morale a modo loro, adattata alle loro personali esigenze, dimentichi come sono dei doveri che ci derivano dall’essere battezzati e di aver scelto uno stato di vita, liberamente, e che dobbiamo rispettare a costo di grandi rinunce e sacrifici.

Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno in cui, Domenica, giorno del Signore, ci poniamo con maggiore coscienza dei nostri limiti davanti a Dio, prendendo atto del bene e del male che facciamo: “O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l’unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità  e testimoniamo la beatitudine di coloro che a te si affidano”. Amen.

ultima modifica: 2015-01-27T23:15:04+01:00da pace2005
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