LA RIFLESSIONE PER IL RITIRO MENSILE

rungi1

RITIRO MENSILE – FRATTAMAGGIORE 23 APRILE 2015

LA VOCAZIONE IN UNA CULTURA DEL PROVVISORIO

Tutto è provvisorio, non solo il matrimonio, ma anche la vita consacrata, la nostra appartenenza all’Istituto in cui abbiamo professato. Oggi abbiamo il matrimonio breve e non più il divorzio breve; così pure abbiamo la consacrazione a breve termine e a lungo termine. Nella cultura del provvisorio anche la vita consacrata con la perseveranza e la fedeltà ha da confrontarsi. E vediamo in che modo

La parola di Dio: Luca 16

1 Diceva anche ai discepoli: «C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9 Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. 11 Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 13 Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona». 14 I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. 15 Egli disse: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. 16 La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi. 17 È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge. 18 Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio. 19 C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

I dati di una crisi crescente della vocazione alla vita consacrata

Da tempo si parla di “crisi” nella e della vita religiosa e consacrata. E per giustificare questa diagnosi frequentemente si ricorre al numero degli abbandoni, che acutizza la già di per sé allarmante diminuzione di vocazioni che colpisce un gran numero di istituti e che, se continua così, mette in serio pericolo la sopravvivenza di alcuni di questi.

Considerando il fatto che la emorragia continua e non accenna a fermarsi, gli abbandoni sono certamente sintomo di una crisi più ampia nella vita religiosa e consacrata, e la mettono in questione, per lo meno nella forma concreta in cui è vissuta.

Per tutto questo, anche se è certo che non possiamo lasciarci ossessionare dal tema — ogni ossessione è negativa — è anche certo che davanti al problema non possiamo “guardare da un’altra parte” o “nascondere il capo sotto l’ala”. D’altra parte, sebbene è certo, anche, che sono molti i fattori socioculturali che influiscono sul fenomeno degli abbandoni, è pur certo che non sono l’unica causa e che non possiamo riferirci soltanto ad essi per tranquillizzarci e per spiegare questo fenomeno, fino a vedere come “normale” ciò che non lo è.

La Congregazione dei religiosi  in 5 anni (2008–2012) ha dato 11.805 dispense: indulti per lasciare l’istituto, decreti di dimissioni, secolarizzazioni ad experimentum e secolarizzazioni per incardinarsi in una diocesi. Si tratta di una media annuale di 2.361 dispense.

La Congregazione per il Clero, negli stessi anni, ha dato 1.188 dispense dagli obblighi sacerdotali e 130 dispense dagli obblighi del diaconato. Sono tutti religiosi: ciò fa una media per anno di 367,6. Sommando questi dati con gli altri, abbiamo quanto segue: hanno lasciato la vita religiosa 13.123 religiosi o religiose, in 5 anni, con una media annuale di 2.624,6. Ciò vuol dire 2,54 ogni 1000 religiosi. A questi bisogna aggiungere tutti i casi trattati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Secondo un calcolo approssimativo ma abbastanza sicuro, questo vuol dire che più di 3.000 religiosi o religiose hanno lasciato ogni anno la vita consacrata. Nel computo non sono stati inseriti i membri delle società di vita apostolica che hanno abbandonato la loro consacrazione, ne quelli di voti temporanei.

Certamente i numeri non sono tutto, ma sarebbe da ingenui non tenerne conto.

Quali le cause?

Assenza della vita spirituale — preghiera personale, preghiera comunitaria, vita sacramentale — che conduce, molte volte, a puntare esclusivamente sulle attività di apostolato, per poter così andare avanti o per trovare dei sotterfugi. Molto spesso questa mancanza di vita spirituale sfocia in una profonda crisi di fede, per molti la vera e più profonda crisi della vita religiosa e consacrata e della stessa vita della Chiesa. Questo fa sì che i voti non abbiano più senso — in genere prima dell’abbandono vi sono gravi e continue colpe contro di essi — e neppure la stessa vita consacrata. In questi casi, ovviamente, l’abbandono è l’uscita “normale” e più logica.

Perdita del senso di appartenenza alla comunità, all’istituto e, in alcuni casi alla stessa Chiesa. All’origine di molti abbandoni c’è una disaffezione alla vita comunitaria che si manifesta: nella critica sistematica ai membri della propria comunità o dell’istituto, particolarmente all’autorità, che produce una grande insoddisfazione; nella scarsa partecipazione ai momenti comunitari o alle iniziative della comunità, a causa di una mancanza di equilibrio tra le esigenze della vita comunitaria e le esigenze dell’individuo e dell’apostolato che si svolge; nel ricercare fuori quello che non si trova in casa…

I problemi più comuni nella vita fraterna in comunità sono: problemi di relazione interpersonale, incomprensioni, mancanza di dialogo e di autentica comunicazione, incapacità psichica a vivere le esigenze della vita fraterna in comunità, incapacità di risolvere i conflitti…

Per quanto riguarda la perdita di senso di appartenenza alla Chiesa, a volte è data dalla mancanza di vera comunione con essa e si manifesta, tra l’altro, nel non condividere l’insegnamento della Chiesa su temi specifici come il sacerdozio alle donne e la morale sessuale.

Tutto questo finisce con la perdita del senso di appartenenza all’istituzione, si chiami comunità locale, istituto religioso o Chiesa, che viene considerata solo in quanto può servire per soddisfare i propri interessi: per esempio, la casa religiosa, molte volte, viene considerata come “hotel” o una semplice “residenza”. La mancanza di senso di appartenenza porta, spesso, anche ad abbandonare fisicamente la comunità, senza nessun permesso.

Problemi affettivi.  Qui la problematica è molto ampia: va dall’innamoramento, che si conclude con il matrimonio, alla violazione del voto di castità, sia con ripetuti atti di omosessualità — più palese negli uomini, ma ugualmente presente, più di quanto si pensi, tra le donne — sia con relazioni eterosessuali, più o meno frequenti. Altre volte i problemi affettivi hanno una chiara ripercussione nella vita fraterna in comunità, poiché riguardano il mondo delle relazioni, provocando continui conflitti che finiscono per rendere invivibile la comunità. Infine, i problemi affettivi possono essere tali che si giunge alla convinzione di non poter vivere la castità e si decide, anche per motivi di coerenza, di abbandonare la vita consacrata.

Quando si cerca di individuare le cause o di proporre degli orientamenti, penso che sia necessario fare una radiografia, pur breve e limitata, della società da cui provengono i nostri giovani, i giovani che si rivolgono a noi, così come delle fraternità che li accolgono.

La prima cosa evidente a tutti è che siamo in un mondo in profonda trasformazione. Si tratta di un cambiamento che porta con sé il passaggio dalla modernità alla post-modernità. Viviamo in un tempo caratterizzato da cambiamenti culturali imprevedibili: nuove culture e sotto-culture, nuovi simboli, nuovi stili di vita e nuovi valori. Il tutto avviene a una velocità vertiginosa.

Le certezze e gli schemi interpretativi globali e totalizzanti che caratterizzavano l’era moderna hanno lasciato il posto alla complessità, alla pluralità, alla contrapposizione di modelli di vita e a comportamenti etici che si sono invischiati tra loro in modo disordinato e contraddittorio: sono tutte caratteristiche dell’era post-moderna.

Mentre nella modernità esisteva la plausibilità di un progetto globale, di un’idea matrice, di un “nord” come faro di comportamento, il momento attuale è caratterizzato dall’incertezza, dal dubbio, dal ripiegamento nel quotidiano e nell’emozionale. Così, diventa difficile capire ciò che è essenziale da ciò che secondario e accidentale.

Ciò produce in molti: disorientamento di fronte ad una realtà che si presenta talmente complessa da non potersi percepire; incertezza a causa della mancanza di certezze su cui ancorare la propria vita; insicurezza per la mancanza di riferimenti sicuri. Il tutto si unisce ad una grande delusione di fronte alle domande essenziali, considerate inutili, poiché tutto è possibile e ciò che oggi c’è, domani cessa di essere.

Il nostro tempo è anche un tempo di mercato. Tutto è misurato e valutato secondo l’utilità e la redditività, anche le persone. Queste, in termini di mercato, valgono quanto producono e valgono in quanto sono utili. Il loro valore oscilla, pertanto, in base alla domanda. Tale concezione mercantilista della persona arriva a privilegiare il fare, l’utilità, e persino l’apparenza sull’essere.

Viviamo, anche, in un tempo che possiamo definire il tempo dello zapping. Zapping, letteralmente, vuole dire: passare da un canale all’altro, servendosi del telecomando, senza fermarsi su nessuno. Simbolicamente, zapping, significa non assumere impegni a lungo termine, passare da un esperimento all’altro, senza fare nessuna esperienza che segna la vita. In un mondo dove tutto è agevolato, non c’è posto per il sacrificio, né per la rinuncia, né per altri valori simili. Invece, questi sono presenti nella scelta vocazionale che esige, pertanto, di andare controcorrente, come è la vocazione alla vita consacrata.

Infine, bisogna segnalare anche che nel mondo in cui viviamo, e in stretta connessione con ciò che abbiamo chiamato “mentalità di mercato”, c’è il dominio del neo-individualismo e la cultura del soggettivismo. L’individuo è la misura di tutto e tutto è visto, misurato e valutato in funzione di se stesso e dell’autorealizzazione. In un mondo siffatto, in cui ciascuno si sente unico per eccellenza, frequentemente non esiste una comunicazione profonda. L’uomo odierno parla molto, apparentemente è un grande comunicatore, ma in realtà non riesce a comunicare in profondità e, di conseguenza, non riesce a incontrare l’altro.

A conclusione della nostra riflessione ci poniamo la domanda: in una società come la nostra, è possibile rimanere fedele a una opzione di vita che in partenza è chiamata ad essere definitiva e irrevocabile?

La risposta mi sembra semplice se teniamo conto di tanti consacrati che vivono gioiosamente la fedeltà agli impegni assunti nella loro professione. A ogni modo, per prevenire gli abbandoni, senza illuderci di evitarli totalmente, credo necessario quanto segue.

Che la vita consacrata e religiosa ponga al centro una rinnovata esperienza del Dio uno e trino e consideri questa esperienza come la sua struttura fondamentale. L’essenziale della vita consacrata e religiosa è quaerere Deum, cercare Dio, vivere in Dio. Che l’opzione per il Dio vivente (cf. Giovanni 20, 17) non si viva nel chiudersi in un misticismo separato da tutto e da tutti, ma che porti i consacrati a partecipare al dinamismo trinitario ad intra e ad extra. La partecipazione nel dinamismo trinitario ad intra suppone relazione di comunione con gli altri e porta con sé il dono di se stessi agli altri. D’altra parte, vivere il dinamismo trinitario ad extra comporta vivere criticamente e profeticamente in seno alla società.

Che ci sia una decisione chiara di anteporre la qualità evangelica di vita al numero di membri o al mantenimento delle opere.

Che nella cura pastorale delle vocazioni si presenti la vita consacrata e religiosa in tutta la sua radicalità evangelica e si faccia un discernimento in consonanza con dette esigenze.

Che durante la formazione iniziale si assicuri un accompagnamento personalizzato e non si facciano “saldi” nelle esigenze di una vita consacrata che sia evangelicamente significativa.

Che tra la pastorale vocazionale, formazione iniziale e permanente ci sia continuità e coerenza.

Che durante i primi anni di professione solenne si assicuri un adeguato accompagnamento personalizzato.

Un bel proverbio orientale dice: “L’occhio vede soltanto la sabbia, ma il cuore illuminato può intravedere la fine del deserto e la terra fertile”. Guardiamo con il cuore. Forse potremmo vedere quello che altri non vedono.

LA RIFLESSIONE PER IL RITIRO MENSILEultima modifica: 2015-04-24T08:48:29+02:00da pace2005
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento