OMELIA

P.Rungi. Commento alla Parola di Dio della IV Domenica – 28 gennaio 2018

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 28 gennaio 2018
Lo stupore e la sicurezza che suscita il divino Maestro Gesù
Commento di padre Antonio Rungi
 

Il Vangelo di questa quarta domenica del tempo ordinario ci porta all’interno della Sinagoga di Cafarnao, dove Gesù si pone ad insegnare nel giorno di sabato.

Cosa abbia detto e quali insegnamenti abbia trasmesso non è detto nel brano del Vangelo di Marco.

Il contenuto del suo insegnamento non è esplicitato nel testo. Tuttavia, due aspetti importanti fa notare san Marco nel descrive questo momento. Era un maestro, Gesù, che affascinava quando parlava e nel trasmettere quello che affermava lo faceva con l’autorità che gli derivava dal fatto che era il Figlio di Dio.

Nel fare un tentativo di ricostruzione, a posteriore, di quanto diceva Gesù in quel contesto, possiamo con una certa attendibilità pensare che parlasse degli spiriti immondi, del male e del modo di comportarsi rettamente. Possiamo dire che tenne una lezione di sacra scrittura e di teologia morale.

Tanto è vero che di fronte alle sue parole toccanti e suscettibili di immediate risposte, tra il pubblico presente, in quel sabato, nella sinagoga di Carfanao, c’era un uomo posseduto da uno spirito impuro che cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

La professione di fede nella divinità del Cristo è fatta da un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Una dichiarazione pubblica della natura divina del Maestro Gesù che in quel momento istruiva nella sinagoga di Carfanao. Ma Gesù prova a far stare zitto quell’uomo che alza la voce per proclamare la sua vera identità, imponendo allo spirito impuro di lasciare subito quell’uomo, e così successe: “Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”.

Di fronte a questo ennesimo miracolo dimostrativo della potenza di Cristo, tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».

Il riconoscimento da parte dei presenti dalla singolare missione di Gesù è affermata tra la gente che aveva visto con i propri occhi ciò che era successo.

Il miracolo era chiaro e non ammetteva false interpretazioni o possibili manipolazioni. Al punto tale, che dopo questo fatto straordinario, la notorietà di Gesù si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Gesù estende la conoscenza della sua missione a gente e luoghi diversi e nuovi. Un modo concreto per evangelizzare e proporre un cammino nuovo per coloro che volevano e vogliono seguire la strada di Cristo.

Di profezia e di annuncio si parla nella prima lettura di questa domenica. E il profeta, maestro che sale in cattedra in questo caso è Mosè che parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”.

Chiaro riferimento alla venuta del Salvatore, nostro Signore Gesù Cristo che è prefigurato in questo testo del Deuteronomio. E infatti, l’umanità, attraverso Gesù, unico mediatore tra Dio e l’uomo, otterrà quando chiederà al Signore.

La conferma di questa esplicita volontà di Dio di inviare il profeta per eccellenza è espressa nei versetti successivi, nei quali leggiamo che il Signore susciterà loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e porrà sulla sua bocca le parole del cielo, comunicando al popolo i precetti del Signore.

Il monito successivo, fa riflettere molto a quanti non sono attenti alla voce di Dio: “Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto”.

Quante volte questa parola è giunta ai nostri orecchi e pur avendola ascoltata bene e compresa perfettamente poi non l’abbiamo messa in pratica, non ha prodotto il frutto sperato?

Parimenti bisogna fare attenzione ai falsi profeti, a quanti si illudono e presumono di essere Dio, quando in realtà sono fragili creature umane che hanno la presunzione di parlare nel nome di Dio, quando in realtà parlano in nome proprio o addirittura di comandare di fare cose non comandate dall’alto.

Questi profeti arroganti e presuntuosi, dovranno morire, nel senso che ne scomparirà la semente, perché fanno solo danni in tutti i tempi e in tutti gli ambienti.

Ascoltare, praticare, raggiungere la santità, mediante uno stile di vita conforme al vangelo di Cristo, che Paolo Apostolo sintetizza in alcune raccomandazioni che fa nella sua prima lettera ai Corinti. Infatti, l’Apostolo sottolinea che le cose che scrive e dice sono finalizzate al bene dei cristiani di Corinto.

E quali sono queste cose richiamate come etica persona e familiare? Esse sono indicate chiaramente. Vuole che i cristiani vivano senza preoccupazioni. In altri termini chi non è sposato si deve preoccupare delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si deve preoccupare delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si deve concentrare sulle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si deve preoccupare delle cose del mondo, come possa piacere al marito”.

Categorie di persone e soggetti diverse con vocazioni e modalità di vivere a secondo della propria condizione personale e sociale. Questo criterio operativo aiuta a crescere nella santità della vita, senza confusione del cuore, della mente e delle azioni che si pongono in essere, come sposato o non sposato e per tutte le altre condizioni di vita.

Concludiamo la nostra riflessione con la preghiera iniziale della santa messa di questa domenica: “O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l’unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine
di coloro che a te si affidano”. Amen

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA T.O. – 21 GENNAIO 2018

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

 

Domenica 21 Gennaio 2018

 

L’urgente esigenza di convertirci per seguire davvero Cristo.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

C’è il rischio oggi, più di ieri, di sentirsi santi e perfetti, quando non lo siamo affatto, in quanto tutti siamo peccatori e tutti siamo chiamati ad una sincera conversione della nostra vita a Dio.

Non per il fatto che non si commettono alcuni gravi peccati che uno può ritenersi giusto e santo davanti a Dio e agli altri; anzi in ragione del nostro appiattimento su uno stile di vita cristiana, basato sulla ripetitività ed aridità degli atti, dell’osservanza di certe norme e leggi morali, si può ingenerare in chi è credente e praticante la convinzione di essere santo.

Dal canto suo chi è lontano dalla fede e dalla pratica religiosa può ritenersi nel giusto anche lui, in quanto la scelta di non vivere e praticare la fede fa parte delle decisioni personali, assunte davanti a Dio e delle quali renderà conto solo a Lui. Si ritiene, quindi giusto, anche non vivendo di fede e operando per fede.

Allora chi deve convertirsi? Chi avverte il bisogno di convertirsi davvero? I presunti perfetti non avvertono la necessità di farlo; chi si è allontanato dalla fede non si pone neppure il problema. Chi ci resta lo farà e sentirà la necessità? Andiamo con ordine e vediamo cosa ci dice la parola di Dio di oggi.

La liturgia della Parola di Dio di questa terza domenica, infatti, ci dice chiaramente che tutti siamo invitati a convertirci: i presunti santi e chi si è allontanato dalla fede. I santi veri che avevano ed hanno la coscienza di non essere completamente a posto avvertono tale urgenza e seguono la strada maestra della penitenza per convertirsi maggiormente.

Nella prima lettura, tratta dal Libro del profeta Giona vediamo all’opera questo grande predicatore dell’Antico Testamento che su invito di Dio si mette a percorrere le strade della città di Ninive, abbastanza grande ed estesa, per invitare tutti gli abitanti di essa a cambiare vita e condotta, in quanto l’immoralità era alta in questo luogo conosciuto come luogo di peccato.

Il rischio della distruzione imminente della città era reale, I quaranta giorni ulteriori dati per attuare un risanamento indicano il tempo ultimo per tornare sulla strada giusta. Riferimento indiretto alla Quaresima.

La risposta dei Niniviti alla predicazione di Gioia fu quella di bandire un digiuno, di vestire il sacco, quale segno esteriore di penitenza. E ciò lo fecero i grandi e piccoli. Di fronte a questo atteggiamento nuovo di tutto il popolo: “Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”.

Il cambiamento personale e collettivo degli abitanti di Ninive fece rivedere la decisione che aveva assunto Dio nei loro confronti e che aveva comunicato a Giona, il quale si era fatto portavoce di conversione per tutti gli abitanti.

Come è facile comprendere da testo, quando c’è la volontà ed effettivamente si opera nella direzione giusta, il cuore di Dio si commuove e si muove a compassione di noi e viene ulteriormente in nostro aiuto e soccorso. Ci evita altre sofferenze.

Sul tema della conversione è incentrato il Vangelo di oggi, tratto dal testo di San Marco. All’opera, in questo caso, troviamo Gesù stesso, quale perfetto predicatore, che inizia il suo ministero pubblico con la sua prima predica ufficiale, incentrata sulla conversione. Diceva, infatti, Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Il tempo compiuto indica ormai la presenza del Messia e del Salvatore in mezzo all’umanità.

Era ormai il tempo di Cristo e chi voleva e vuole mettersi sulla stessa strada non doveva e non deve fare altro che aprire le porte del proprio cuore a Cristo.

Come fecero i primi discepoli di Gesù che, chiamati direttamente da Lui, si posero alla sua sequela. Infatti, Gesù “passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono”.

Assoldati i primi due discepoli, Gesù continuò nella sua opera di reclutamento di altri discepoli intorno alla sua persona, fino ad arrivare al biblico numero di Dodici. Così, “andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”.

I primi quattro del gruppo sono ormai sicuri e sono uniti sulla scia di Gesù. E’ bello pensare che quattro giovani discepoli, forti della chiamata del nuovo Maestro, lascino ogni cosa e si mettano sulle sue tracce. Il Maestro avanti, come era prassi, e i discepoli dietro per attuare una vera e visibile sequela. Come sarebbe bello che anche oggi fossero tanti i giovani che sentano la chiamata di Dio e si mettano alla sua sequela rispondendo alla chiamata alla vita sacerdotale, religiosa e missionaria.

Di fronte a questo discorso della conversione e della sequela, l’Apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, nella sua prima lettera rivolta a questa comunità, a rischio per l’immoralità che serpeggiava in quel luogo, esprime con chiarezza il suo pensiero in merito ad un radicale cambiamento della propria vita, nella prospettiva delle cose che verranno e che ci interpellono: “il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!”.

La consapevolezza che tutto è provvisorio di fronte all’eternità, spinge l’apostolo Paolo a raccomandare ai suoi cristiani di Corinto a vivere distaccati dagli affetti e dai beni terreni e a concentrarsi completamente sui beni eterni, in quanto passa la figura di questo mondo e si apre quella dell’eternità.

A conclusione della nostra riflessione sulla parola di Dio di oggi, incentrata sul tema della conversione permanente che dobbiamo attuare nella nostra vita di cristiani, sia questa la nostra umile preghiera: “O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 14 GENNAIO 2018 – II TO

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 14 Gennaio 2018

La parola di Dio: un’indicazione di marcia precisa per la nostra vita

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario del nuovo anno solare ci riporta all’importa della stessa parola che oggi noi proclamiamo nella liturgia eucaristica, che ascoltiamo e che se accolta può indicarci la strada maestra nel cammino della nostra terrena, nella continua ricerca dei beni del cielo.

La prima bellissima lettura, tratta dal primo Libro di Samuele, ci racconta la chiamato di questo umile servo di Dio che arriva progressivamente a riconoscere la voce di Dio nel corso di una notte agitata e tormentata, durante la quale si sente più volte chiamare, pensando che fosse il suo maestro Eli a convocarlo alla sua presenza nel cuore della notte. Il maestro che ha capito perfettamente la chi ha origine questa speciale chiamata, indirizza il discepoli Samuele a continuare a riposare, fino al momento in cui, per la terza volta, nuovamente chiamato nel sonno gli dice: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto.  Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

In questo testo è facile comprendere che Dio ci parla continuamente e noi non siamo sempre in grado di decifrare la sua parola, abbiamo bisogno di tempo per discernere questa chiamata, soprattutto se è una chiamata speciale, a compito particolari a servizio di Dio stesso. Dalla parola detta da Dio ne scaturisce l’ascolto da parte di chi la ode. Ascoltare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi parla, per comprenderne il linguaggio, il contenuto di quello che dice e l’azione che dalla stessa parola ne scaturisce. Ogni parola di Dio produce l’effetto desiderato se viene ascoltata e messa in pratica. E, infatti, nel brano di oggi è detto che Samuele, una volta cresciuto, non fece cadere nel vuoto nessuna delle parole ascoltate dalla voce di Dio. La maturità umana, cognitiva e soprattutto la maturazione del cuore porta necessariamente a mettersi in sintonia con la Parola di Dio, che è parola di vita, è parola che orienta al bene la nostra vita.

La chiamata di Dio in generale e quella specifica alla missione, all’apostato, alla vita consacrata, è messa in risalto nel testo del Vangelo di oggi che parla della chiamata dei primi discepoli di Gesù. Una chiamata che passa attraverso un orientatore vocazionale, potremmo, in questo caso, definire Giovanni. E infatti è proprio lui ad indicare in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Da questo orientamento vocazionale e missionario scaturisce l’impegno di seguire Gesù da parte di Andrea e poi Pietro, che andarono a vedere dove e come viveva Gesù e alla fine rimasero con Lui, si posero alla sua sequela. La conclusione di questo doppio incontra prima di Andrea e poi di Simone (Pietro), sta nella parte finale del brano del Vangelo di Giovanni che ascolteremo in questa domenica. “Fissando lo sguardo su di lui, (cioè su Pietro) Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Dalla chiamata alla missione. Il cambiamento del nome indicava una nuova vocazione e un nuovo cammino, non più da soli, ma con Cristo e in perfetta comunione e sintonia con Lui. Questa scelta di Pietro ad essere il punto di coesione della nascente compagnia di Gesù, cioè dei dodici Apostoli ci fa capire che l’unità della Chiesa si costruisce e si consolida intorno alla figura di Pietro, che Gesù stesso ha scelto come capo della sua Chiesa. E i successori di Pietro sono i Romani Pontefici con i quali è necessario ed indispensabile essere in comunione per stare nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica.

Un’unità che si costruisce mediante anche la conformità e l’osservanza della legge divina e della morale cristiana. Lo dice espressamente l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, nel quale si ribadiscono alcuni comportamenti fondamentali che i cristiani devono avere chiari nella mente e nell’agire personale e sociale: “Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. Ed aggiunge: “State lontani dall’impurità!”, perché “chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo”. E ricorda a tutti che il nostro corpo; “è tempio dello Spirito Santo”, che abbiamo ricevuto da Dio; per cui noi non apparteniamo a noi stessi, ma siamo di Cristo. Infatti siamo “stati comprati a caro prezzo”, con la passione, morte in croce risurrezione del Signore. Nostro unico dovere è quello di glorificare Dio anche nel nostro corpo. Si tratta di una chiamata alla purezza, alla santità della vita, all’innocenza, al pudore, al rispetto di quello che realmente siamo: tempio del Spirito Santo, un luogo di culto e di vera religiosità siamo tutti noi e come tali dobbiamo rispettarci, in quanto lo Spirito Santo lo abbiamo ricevuto nel giorno del Battesimo e della Cresima. Viviamo pertanto come persone che rispettano se stesse, per l’alta dignità che portano in se, essendo figli adottivi di Dio, per opera di Gesù Cristo, che ha versato il suo sangue sulla croce per noi, in riscatto dei nostri peccati.

Con il salmista, vogliamo rivolgere al Signore questa nostra preghiera di riconoscenza, lode e ringraziamento, nonché per chiedere al Padre dell’immensa carità, quanto è necessario per noi e per gli altri: Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo». «Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PAROLA – BATTESIMO DI GESU’- DOMENICA 7 GENNAIO 2018

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO B)
Domenica 7 Gennaio 2018
Dalla Grotta di Betlemme al Fiume Giordano sempre con Cristo
sulla via della conversione.
Commento di padre Antonio Rungi
Dalla Grotta di Betlemme, ovvero dalla nascita del Redentore e Rivelazione della sua missione a tutti i Popoli, al Fiume Giordano nel momento del Battesimo di Cristo, un’altra Epifania del Figlio di Dio.
Nella liturgia è possibile fare questi salti spirituali, e non temporali, che ci rapportano continuamente al mistero di Cristo.
Ieri, 6 gennaio, abbiamo celebrato l’Epifania di Gesù, avvenuta a pochi giorni della sua nascita e nella grotta di Betlemme, ed oggi celebriamo il suo battesimo al fiume Giordano, quando Cristo inizia la sua attività pubblica e siamo intorno ai 30 anni.
Anche al fiume Giordano abbiamo una nuova manifestazione della divinità di Cristo, in quanto, come ci racconta il brano del Vangelo di oggi, mentre Gesù stava “uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
La voce del cielo è la voce di Dio che indica in Cristo il suo unico Figlio, l’amato, nel quale ha riposto ogni fiducia, ogni attesa ed ogni soluzione del vero problema dell’uomo, quello della salvezza eterna.
Nel mistero del Battesimo di Gesù al Giordano, noi cristiani rivediamo il significato ed il senso del nostro Battesimo sacramento. E’ l’atto iniziale di un cammino di fede che stiamo sviluppando nel tempo e come tale, questo cammino richiede la consapevolezza di essere o meno in sintonia con quanto il Signore si attende da noi come risposta personale alla chiamata alla santità.
Come ci ricorda il profeta Isaia nella prima lettura di questa festività, bisogna entrare in quella conformazione a Cristo che manca spesso nella nostra vita, perché seguiamo i nostri pensieri e ci preoccupiamo dei nostri progetti, piuttosto che capire ciò che davvero è bene per noi. “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?”.
Bisogna, allora, fare altre scelte di vita, focalizzare la propria esistenza sulle cose che contano davvero.
Perciò il profeta ci invita a “cercare il Signore, mentre si fa trovare, a invocarlo, mentre è vicino”.
Da questo atteggiamento di ricerca scaturisce un nuovo stile di vita, che consiste nel fatto che “l’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui”.
La conversione personale deve essere la preoccupazione principale di quanti vogliono incontrare Dio nella sua grazia e nella sua vera amicizia con noi.
Nel brano della seconda lettura di oggi, san Giovanni Apostolo nella sua prima lettera, scrive parole forti sul dono della fede. Infatti, ci ricorda che “chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”.
Dalla fede in Dio, scaturisce l’amore verso Dio e verso i fratelli. La fede è la base di partenza di ogni cammino sulla strada della carità e dell’amore sconfinato. Infatti, noi sappiamo di conoscere Dio, “quando Lo amiamo e osserviamo i suoi comandamenti”.
Amare, significa osservare, stare in sintonia, stare sulla stessa lunghezza d’onda di pensieri e di azioni dell’amato, in quanto i nostri pensieri sono molto diversi da quelli di Dio.
Nel Battesimo al Giordano, la voce di Dio che rivela di Gesù la sua natura divina, lo chiama amato, prediletto, ovvero ciò che è più prezioso e bello per un Dio che è carità.
La validità della testimonianza che viene dal cielo è talmente sicura e certa che San Giovanni, conclude con queste espressioni: “Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio”.
Gesù il Figlio Unigenito del Padre che rivela la sua misericordia nelle varie epifanie e manifestazioni che ci sono lungo la breve esistenza di Gesù sulla Terra, fino a quando, risorto, dai morti, manifesta la sua gloria ascendendo al cielo tra il coro festoso degli angeli.
Ecco perché Giovanni Battista che nel Giordano amministra un battesimo di penitenza e non di remissione di peccati, afferma in modo chiaro di Gesù, quello che Egli davvero è: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Gesù viene così ad essere indicato dal suo precursore, quale Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati del mondo”.
Ci troviamo di fronte alla grande e vera rivelazione circa la venuta di Cristo sulla terra: Egli è colui che toglie il peccato e battezza in Spirito Santo, in altri termini è Colui che ci santifica e ci pone nella condizione, se vogliamo, di santificarci con Lui nella grazia che ci dona con i segni sacramentali da Lui istituiti per la nostra salvezza.
Sia questa la nostra preghiera in cui ci accostiamo, come Gesù, al fiume Giordano per scendere nelle acque purificatrici interiori per noi poveri peccatori, mentre per il Signore si apre il Cielo e Dio lo proclama suo Figlio amato e diletto:

O Gesù, amato dal Padre,
che nel Fiume Giordano 
ti riveli come l’agnello
che toglie i peccati del mondo,
guarda con occhio di bontà
alla nostra povertà morale
e risolleva le nostre deboli membra
dalla condizione di spirituale sofferenza.

Concedi, Signore,
a tutti i battezzati del mondo
la grazia di riscoprire
il grande dono della fede
ricevuta nel giorno del Battesimo
e che necessita di essere alimentata
continuamente con la preghiera e i sacramenti.

Nella sincera volontà di convertirci
ad una vita più santa
e vissuta nella tua volontà,
custodisci, o Gesù, il nostro proposito
per tutti i restanti giorni
del nostro pellegrinaggio nel tempo.

Tu o Gesù, Figlio amato e prediletto del Padre,
insegnaci a seguire le tue orme,
che partono dalla grotta di Betlemme,
restano impresse per sempre
lungo le strade di Gerusalemme,
e si fermano nel giorno più esaltante
della storia dell’umanità,
che coincide con l’innalzamento
della Tua croce sul Calvario,
quale segno dell’avvenuta redenzione
e salvezza per tutti gli uomini del mondo.

O Gesù, mite ed umile di cuore,
la nostra risposta alla santità
sia sempre più coerente e sincera
nel tempo che Tu
ci hai benevolmente concesso. Amen

Padre Antonio Rungi

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’EPIFANIA 2018- CON LA PREGHIERA FINALE

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EPIFANIA DEL SIGNORE 

SABATO 6 GENNAIO 2018

La prima e l’ultima Epifania di Cristo, Figlio di Dio e Redentore dell’uomo

Commento di padre Antonio Rungi

Oggi la Chiesa ci fa ricordare, nella liturgia, l’arrivo dei Magi a Betlemme, giunti in questo villaggio sperduto della Palestina guidati dalla stella cometa, che li accompagna lungo tutto il loro itinerario, lungo il percorso per arrivare alla Grotta di Gesù, dove la stella si ferma ed indica il luogo preciso di questo evento unico e irripetibile della nascita dell’atteso Messia.

Sappiamo dal racconto dei Vangeli che questi saggi e sapienti d’Oriente, esperti nella decifrazione dei segnali celesti, sono condotti a Gesù per curiosità e non certamente per la fede.

Una curiosità scientifica la loro, legittimata dal desiderio di sapere cose nuove e verificarle di persona. Ebbene questo loro desiderio viene soddisfatto quando si trovano ai piedi e davanti al grande ed unico Re, Gesù Bambino e a Lui offrono, adorandolo, prostrandosi, oro incenso e mirra, i doni della regalità, che si offrivano a chi aveva un potere reale in terra. Questo arrivo dei Magi a Betlemme della Giudea è chiamato la prima epifania di Gesù Cristo, ovvero il primo atto ufficiale, al di fuori del contesto localistico, della diffusione della buona notizia della nascita del Redentore, che si manifesta a popoli e culture diverse da quelle in cui Gesù aveva scelto di nascere. E di fatto attraverso l’arrivo dei Magi e il ritorno al loro Paese d’origine la buona notizia della nascita di Cristo varca i confini della Palestina e incomincia a diffondersi, per tutta la terra, essendo Gesù l’unico vero salvatore e redentore dell’uomo.

Il testo del Vangelo di Matteo che oggi ascoltiamo nella liturgia della parola di Dio della solennità dell’Epifania, nei versetti iniziali precisa come e perché i Magi giungono a Betlemme: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

I Magi vanno verso Betlemme perché hanno visto spuntare la stella vera, quella che indica in Gesù la luce del mondo, che dirada le tenebre del male e dell’errore.

Una volta incontrato Colui che anche loro desiderato vedere e conoscere, pieni di gioia riprendono la strada del ritorno, come ci ricorda Matteo: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

La parentesi Erode, che voleva conoscere anche Lui il Signore, visto come suo rivale nel potere temporale, viene superata con l’escamotage dei Magi che, per altra strada, senza passare dal Re del posto, ritornarono a casa felici e contenti di avere incontrato il vero Re, il principe della pace e non il Re violento sanguinario che era Erode.

La prima manifestazione pubblica di Gesù al mondo è quindi una manifestazione di luce, gioia e speranza che apre i cuori, di chi è ben disposto ad accogliere il Signore, verso mete altissime di perfezione nell’amore e nella carità.

Mete raggiungibili anche mediante il legittimo desiderio ed aspirazione di ogni essere umano di conoscere il mondo e le sue leggi, mediante l’uso accorto della ragione, che rimane una delle possibili vie per arrivare alla verità. Poi c’è un’altra più importante via, che è quella della fede, simboleggiata dalla stella cometa che porta ad incontrare la verità in senso assoluto, che è Dio, venuto tra noi con le sembianze di un Bambino, in una condizione di povertà e bisogno, condizione che ci aiuta a capire il vero significato della fede, che è spogliarci di noi stessi, delle nostre presunte verità e certezze di ordine scientifico e materiale ed abbandonarsi completamente nelle mani di Dio, di un Dio Bambino. Un Dio che ci insegna ad amare la vera vita e a coltivare i veri ed autentici valori dell’esistenza umana su questa terra.

Questa prima Epifania di Gesù è un accorato appello ad aprirci alla luce della fede e della speranza, che il Salvatore del mondo viene a portare. Secoli prima di Cristo, il profeta Isaia che ne rammenta, nel brano della prima lettura, quelli che sono gli aspetti positivi della venuta del Messia, scrive: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”.

Dalle tante cadute spirituali, morali, interiori, sociali e di qualsiasi altra natura dobbiamo sempre e comunque rialzarci e mai perdere la fiducia e la speranza nell’aiuto di Dio e nella sua vicinanza a noi, soprattutto quando tocchiamo le tenebre del peccato, dalle quali dobbiamo sempre uscire per vivere nella grazia: “Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti”. La prospettiva nuova che Cristo apre all’uomo, con la sua venuta tra noi, è proprio quella di una vita della grazia che ci apporta Lui. L’Apostolo Paolo, infatti, nel brano della seconda lettura di oggi, scrivendo ai cristiani di Efeso, evidenzia proprio questo aspetto della venuta di Cristo, “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.

Tale promessa non è altra la salvezza eterna alla quale sono chiamate a partecipare tutte le nazioni della terra, nessuna esclusa, in quanto Cristo è venuto a salvare tutta l’umanità e non una parte eletta o privilegiata di essa. Perciò, oggi, con la gioia profonda del nostro cuore, come credenti e ferventi cristiani di questo terzo millennio, in cui prevale la comunicazione globalizzata delle notizie e delle informazioni, vogliamo accogliere con tanta fede la manifestazione di Cristo all’umanità intera come unico Redentore e Salvatore dell’uomo, elevando al Signore questa nostra umile e sentita preghiera: O Gesù, Epifania del Padre e dello Spirito Santo, che hai rivelato al mondo, mediante l’arrivo dei Magi alla tua povera grotta, il disegno trinitario della salvezza del genere umano, fa che in questo giorno di manifestazione della tua gloria noi tutti possiamo assaporare la vera gioia che viene dalla fede di riconoscerti nostro Re.

O, Gesù, Figlio dell’Eterno Padre, volgi lo sguardo su tutta l’infanzia, soprattutto quella più abbandonata, che oggi è presente sulla Terra, perché nessun bambino di questo nostro mondo e tempo, possa sperimentare la sofferenza e i patimenti di qualsiasi genere, sempre più presenti nelle loro fragili esistenze.

O Gesù, stella luminosa che hai guidato i Re Magi alla tua grotta, per parlare, nel silenzio, al loro cuore e alle loro menti, concedi agli uomini di cultura e di scienza la vera sapienza che viene dal cielo e l’umiltà profonda di andare alla ricerca della vera sapienza, che trova origine e approdo solo in Te, che sei la Via, la Verità e la Vita.

 

O Gesù, inviato del Padre, concedi a tutti i missionari del mondo il coraggio e la forza di testimoniare il tuo amore in tutto il mondo e di recare il lieto messaggio del Tuo Vangelo a tutti i popoli della Terra.  Amen.

Padre Antonio Rungi, passionista

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELLA MADRE DI DIO – 1 GENNAIO 2018

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

1 Gennaio 2018

 

Nel nome della Beata Vergine Maria, iniziamo questo nuovo anno del Signore

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Un nuovo anno solare che inizia oggi è sempre un motivo per guardare avanti nel segno della gioia, della pace e della speranza.

E ciò lo facciamo affidando questo nuovo itinerario temporale alla Beata Vergine Maria, che oggi celebriamo con il titolo di “Madre di Dio”, perché Madre di Gesù, nato da lei per opera dello Spirito Santo e della cui natività stiamo celebrando l’annuale ricorrenza con la solennità del Santo Natale che abbiamo ricordato una settimana fa.

 

Inizia un nuovo anno e l’augurio più bello che possiamo scambiarci, noi cristiani, noi che guardiamo il mondo ed il tempo con gli occhi di Dio e aperti all’eterno, con quanto ci offre la parola di Dio di questo giorno santo e tanto atteso, ma non sempre nel modo migliore, come capita a volte.

Il Capodanno con la Giornata mondiale della pace che noi cattolici celebriamo in questo primo giorno del nuovo anno è sempre qualcosa di stimolante a livello spirituale, umano, sociale, politico, economico.

La benedizione di Mosè a tutto il popolo d’Israele che costituisce il brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro dei Numeri ci può aiutare nel sano e saggio discernimento di come programmare il nuovo anno, alla luce di quanto il Signore opera per noi e si attende da noi: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Benedizione e custodia di Dio nei confronti dell’umanità è quanto assicurato dall’alto, in quanto Dio rispetta i patti ed è fedele per sempre.

Essere in sintonia con Dio e costruire ponti di pace è quanto spetta all’essere umano che cerca la benedizione del cielo e agisce guardando continuamente il cielo, ove è la sua patria per sempre, pur nella consapevolezza che opera nella storia e sulla terra come pellegrino e viandante verso mete celesti.

Non a caso la preghiera iniziale della celebrazione di questo primo giorno dell’anno solare recita così: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono”.

E nel salmo 66 ci rivolgiamo a Dio chiedendo misericordia e pace per tutti i giorni che stanno a noi davanti: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”.

Abbiamo bisogno della misericordia di Dio per tutti i nostri errori della vita passata e dell’anno appena trascorso, con la promessa e la buona intenzione e volontà di non continuare a fare gli stessi sbagli, ma ricominciare una vita nuova, nella grazia e nella bontà del Signore.

Questo è possibile nella misura in cui accogliamo nella nostra mente e nel nostro cuore la venuta di Dio tra noi, come ci ricorda il testo della Lettera ai Galati di San Paolo Apostolo.

Con il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e l’elevazione, mediante Gesù Cristo, dell’uomo alla dignità di figlio adottivo di Dio, noi abbiamo il dovere di riflettere nel nostro comportamento quello che realmente siamo: non più schiavi, ma figli e in quanto figli, eredi della gloria futura per grazia ricevuta.

Nella riscoperta della nostra dignità di figli di Dio ci aiuta la Vergine Maria che è Madre di Dio e Madre nostra.

Il Vangelo di oggi, lo stesso del giorno di Natale, ci invita a ritornare con gioia, fede e coraggio alla grotta del Bambinello Gesù, per ascoltare, con il silenzio, la luce, l’armonia e la bellezza della strada che stiamo percorrendo la voce di Dio che parte proprio da lì.

Ritrovare Maria, Giuseppe e il Bambino a distanza di otto giorni dal Natale, che abbiamo appena festeggiato, significherà per noi, come è stato per Gesù, procedere alla circoncisione del nostro cuore con gli strumenti dell’amore e della misericordia. Anche per noi, in questo giorno, riprendiamo il nome che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo e che spesso abbiamo dimenticato nel corso dei nostri anni. Anni che si accavallano e ci fanno camminare verso la meta ultima del nostro itinerario terreno.

Dopo aver incontrato Gesù dobbiamo avere il coraggio e la forza della testimonianza, annunciando agli altri ciò che il Figlio di Dio ci ha dettato nel cuore e nella mente in questi giorni santi, che saranno sempre più santi, se li santifichiamo vivendo nella grazia e lontani dal peccato.

La vera schiavitù per ogni battezzato è quella di vivere lontano dalla grazia di Dio e farsi affascinare da ciò che mondanità e soddisfazione delle nostre più basse passioni, compresa quell’odio insanabile che porta un uomo ad essere lupo ad altro uomo e farsi guerra, perché non si è gente di pace e bontà.

E con questa umile e semplice preghiera di tutti noi, fedeli alla Chiesa, chiediamo a Dio in questo giorno, quello che più ci sta a cuore: “O Signore, che in Maria hai mostrato che il tuo amore supera ogni nostro sogno e speranza, donaci la forza di non arrenderci mai di fronte alle ingiustizie e ai dolori del mondo, per impegnarci giorno per giorno a costruire nel mondo la tua pace. Amen.

Buon anno a tutti, che sia ricco di ogni bene e di soddisfazioni di ogni genere.

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – 31 DICEMBRE 2017 – COMMENTO DI P.RUNGI

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B)
31 dicembre 2017

Una famiglia con storie personali diverse, ma tutte centrate sulla storia della salvezza.

Preghiera della famiglia composta dal padre Antonio Rungi

Commento di padre Antonio Rungi

La festa della Santa Famiglia coincide, quest’anno 2017, con l’ultimo dell’anno e con l’ultima domenica dell’anno solare. Una coincidenza di grande valore spirituale, in quanto sembra dirci che tutta la vita personale parte dalla famiglia e si conclude nella famiglia. E come modello di tutte le famiglie cristiane c’è la famiglia santa, quella di Betlemme, in cui Gesù, appena nato, inizia il suo cammino nella storia dell’umanità e quella di Nazaret, dove i tre straordinari, unici e irripetibili componenti si trasferiranno e si stabilizzeranno e dove vivranno il resto della loro vita. Giuseppe di cui non sappiamo granché per il resto della sua vita vicino a Gesù, se non nel periodo della nascita e poi del ritrovamento nel tempio, a 12 anni; di Maria che partecipa alla vita di Gesù ed è presente in vari avvenimenti del Cristo missionario ed evangelizzatore, ma soprattutto del Cristo morto in croce e sepolto; di Gesù che era sottomesso ai genitori nel corso della sua infanzia e con loro condivideva le giornate, il lavoro, le sofferenze e le gioie e poi con l’inizio del ministero pubblico in cammino nella Palestina per portare a tutti la gioia e la speranza del buona notizia, fino a quando non muore, da innocente, inchiodato alla croce, sepolto, risorto e asceso al cielo. Una famiglia con storie diverse, ma tutte dirette e centrate sulla storia della salvezza.

La parola di Dio di questa festa ci presenta la storia della famiglia di Abramo, nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, al cui centro ci sono, anche qui, tre importanti membri di questa famiglia: il patriarca Abramo, Sarà, la moglie che partorisce in tarda età e il loro figlio legittimo, Isacco. Storie famiglie nella Bibbia segnate dalla sofferenza e dalla gioia, dall’attesa e dalla speranza della paternità e della maternità, come in questo caso. Alla fine è sempre Dio che dona ciò spetta a ciascuno di noi, compreso il dono del figlio, che sarà sempre e comunque un dono del cielo e non un diritto e una pretesa dell’uomo sulla terra.

La famiglia di Abramo, modello di accoglienza della vita, anche in tarda età, è proposta, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei, anche come modello di fede. Una famiglia in cammino, in obbedienza alla fede in Dio, in quanto Abramo lascia ogni cosa, la sua terra e parte per la destinazione nuova che il Signore gli aveva indicato. Una famiglia che accoglie la vita, anche quando questa sembra non aver più possibilità di essere accolta e trasmesso per amore all’interno delle vere e legittime relazioni coniugali. Ed infine, una famiglia quella di Abramo capace di gesti eroici e coraggiosi fino a sacrificare, in obbedienza alla voce di Dio, il figlio Isacco che il cielo gli aveva donato. Alla base di questi comportamenti c’era la fede e a tutte le famiglie del mondo è chiesta la fede per camminare in sintonia con il Dio che si è rivelato a noi mediante Gesù Cristo.

Non a caso, il Vangelo di questa festa è quello di Luca, che ci racconta della presentazione al tempio di nostro Signore Gesù Cristo, che, in tutto e per tutto, si attiene alla legge vigente in campo religioso e civile: Gesù viene circonciso come tutti i primogeniti maschi degli israeliti. L’incontro della santa famiglia con il vecchio Simeone, deputato al sacro rito della circoncisione, è un inno alla vita, alla gioia, alla speranza e al vero futuro di ogni essere umano che ha la possibilità di avere, idealmente, tra le braccia l’onnipotente. Esattamente quello che succede a Simeone, una volta che incrocia il volto del salvatore e redentore, da pochi giorni venuto al mondo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Questa felicità dell’anziano sacerdote che officiava nel tempio, faceva restare sbalorditi Giuseppe e Maria. Infatti “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. E questo punto “Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». E’ qui annunciata la sofferenza che caratterizzerà la vita di Gesù e della Famiglia di Nazaret nel suo insieme. Sofferenza che toccherà in modo particolare la Vergine Madre che sarà trafitta da una spada, chiaro riferimento alla morte in croce di Gesù.

Al vecchio Simeone che attende la salvezza d’Israele, fa da contorno, in quella stessa scena e situazione, la profetessa Anna, che l’Evangelista Luca, descrive con esattezza, quasi la conoscesse di persona. Infatti egli sottolinea che “Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser, era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. Tutte queste informazioni su una donna che vive praticamente di preghiera, ci aiuta a comprendere che la preghiera è l’anima della famiglia, senza la quale non si cresce nella vita e non si attende nella fede il vero Dio.

Il racconto della presentazione al tempio di Gesù si conclude con una felice annotazione dell’Evangelica Luca: “Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

E qui è espresso il pensiero della tenerezza, della cura, dell’attenzione di Giuseppe e Maria verso Gesù Bambino che nella casa di Nazaret cresceva, si fortificava, era pieno di sapienza e la grazia di Dio stava con Lui, anzi era Lui stesso. E a Dio, oggi rivolgiamo òa nostra preghiera per tutte le famiglie della terra: “O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima nell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi  della fecondità del tuo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al tuo santo nome. Amen

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO – GAUDETE

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE
Domenica 17 dicembre 2017

La gioia di essere liberi da ogni forma di schiavitù morale, spirituale e sociale

Commento di padre Antonio Rungi

La terza domenica di Avvento è chiamata della gioia, della letizia, del gaudio cristiano.

Ma dove si trova questa gioia e come effettivamente vene ottenuta e conservata?

Una prima risposta a questa gioia, la troviamo nel brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, nella quale è facile prefigurare la venuta del Messia, come tempo della gioia, tempo della libertà, tempo della vera felicità: poveri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri saranno liberati da tutto ciò che li opprime. E’ l’anno giubilare, l’anno della liberazione e della misericordia. Ogni tempo di Avvento è tempo della liberazione, della purificazione e della conversione e dell’ascolto docile della parola di Dio, che è parola di pace, di perdono e di gioia. Il profeta lo esprime con grande enfasi nel testo di questa domenica: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. La gioia che produce in noi il Natale del Signore deve essere gioia piena per se stessi e per gli altri. Spesso siamo infelici noi e vorremmo che gli altri stessero nelle nostre stesse condizioni. Invece dobbiamo gioire e far gioire. E questo gioire non è altro che sentirsi liberi e vivere nella libertà dei figli di Dio.

Una seconda indicazione la troviamo nel salmo responsoriale che riporta per intero il canto del Magnificat, che l’evangelista Luca ha inserito nel brano del vangelo del racconto della visitazione di Maria alla cugina Elisabetta.

La gioia di Maria è riconoscersi umile creatura davanti a Dio che l’ha chiamata ad un compito così eccelso, da far trasalire l’animo della Vergine in un inno di lode e di ringraziamento al Signore che non ha paragoni in tutta la scrittura, anche se il Magnificat è un canto biblico per eccellenza: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. La gioia che ci può dare questo Natale è quella di rivedere il nostro sistema di vita e di pensiero ed abbassare qualsiasi superbia ed orgoglio nella nostra vita di poveri mortali e poveri peccatori.

Una terza pista di riflessione, la troviamo nel brano della sua prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo Apostolo, nella quale egli ci  raccomanda di essere sempre lieti e questa letizia attingerla dalla preghiera incessante e costante; ad essere, poi, attenti alla voce dello Spirito per non spegnere i carismi e i doni ricevuti a servizio di tutti, in particolare quella della profezia. Chi non fa fruttificare i doni che possiede vive nella tristezza, perché non si sente realizzato.

A tale gioia corrisponde poi una soddisfazione per quello che facciamo, e cioè vagliare ogni cosa ed astenersi dal fare qualsiasi male a se stessi e agli altri. Dobbiamo, in poche parole, ad avere a cuore la nostra santificazione, cioè a vivere nella grazia, in modo che la nostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Duro lavoro spirituale ed interiore che dobbiamo fare assolutamente per preparare la venuta del Signore in questo Natale.

Per portare a termine questa sincera volontà di rinnovarsi e cercare la vera gioia, il Vangelo di questa domenica ci offre, mediante il testo dell’Evangelista Giovanni, il modello di comportamento di Giovanni il Battista.  E nella condotta di una vita eticamente elevata che sta la gioia.

L’esempio trascina e indica il percorso più giusto anche in ordine alla gioia. Visto il bene che Giovanni Battista faceva ed il seguito che aveva, il battesimo che amministrava nelle acque del Giordano, la gente, soprattutto i sacerdoti e i leviti si erano quasi convinti che fosse lui il Messia.

La sua testimonianza fu chiara ad indicare in Gesù il vero Messia: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». In poche parole egli ribadisce «Io non sono il Cristo». Non sono il profeta Elia e neppure il profeta dei profeta, cioè Cristo. Lui si definisce una «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

La gioia del cristiano che deve alzare la voce nei vari deserti di questo mondo sta nell’annunciare Cristo e nel portare Cristo agli altri. Altre gioie che non sia questa non è possibile pensarla o auspicarla per noi, perché l’importante avere Dio nel cuore e vivere costantemente in unione con Lui. Sia questa la nostra preghiera, oggi, che riflettiamo sulla gioia cristiana: “O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini
a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SECONDA DOMENICA DI AVVENTO – 10 DICEMBRE 2017

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LA CONSOLAZIONE CHE VIENE DAL CIELO

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia di questa domenica, seconda di Avvento, ci offre, attraverso il profeta Isaia, che ascolteremo anche in questo giorno, la possibilità di riflettere su un tema di grande attualità, che è quella della consolazione, di fronte allo sconforto generale che serpeggia nei nostri ambienti di vita.
Come, prima della venuta di Gesù, il popolo eletto sperimentava tempi di tristezza, buio e sconforto, al punto tale che il profeta si fa interprete di una diversa prospettiva di consolazione che viene dal cielo, così, oggi, dobbiamo alzare gli occhi al cielo e chiedere da lassù che il Signore intervenga per guarire il cuore di questa umanità ferita da tanti mali e da tante cattiverie che devono essere eliminate per ridare dignità ad ogni essere umano.
«Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».
Questa prospettiva di positività, di risoluzione dei problemi pregressi nel popolo di Dio, che viene evidenziata nel brano della prima lettura, trova una concreta possibilità di riuscita, mediante un annuncio coraggioso di chi è chiamato a dire pane pane e vivo e vino, cioè a parlare con sincerità.

La voce nel deserto che chiede il cambiamento era il profeta allora, ai tempi di Gesù, Giovanni il Battista, e nei due millenni del cristianesimo tutte quelle voci che si sono elevate per difendere la vita, la pace, la giustizia, la verità, la moralità, l’onestà.
Oggi questa voce che grida nel deserto di un’umanità che sperimenta l’indifferenza globalizzata è quella di Papa Francesco, il profeta dei nostri giorni che il Signore ci ha inviato per farci capire ciò che è davvero necessario ed essenziale per attuare il vangelo della carità nell’oggi della chiesa e del mondo.
Cosa fare allora? Spianare la steppa per fare strada al Signore che viene in questo Natale. E per steppa si intende la nostra vita fatta di tante aridità, soprattutto spirituali. Inoltre bisogna innalzare le valli ed abbassare colli e monti, operando non a livello tecnologico, ma chirurgicamente nel nostro cuore e nella nostra mente, perché scompaia da noi orgoglio, presunzione, arroganza, superiorità e prepotenza e si faccia strada la virtù dell’umiltà, l’arricchimento spirituale necessario per accogliere la venuta del Signore.
A ciò si aggiunga il coraggio dell’annuncio, della proclamazione della gloria di Dio mediante la nostra missione apostolica nel mondo, senza aver paura di chi può contrastarci e di chi non condivide con noi la stessa strada, lo stesso cammino e la stessa fede.
Il silenzio, la paura, il rinchiuderci nei cenacoli della difesa in attesa che passi la bufera, non aiuta i cristiani ad essere credibili e testimoni di quanto professano con la bocca. E con il profeta anche noi saliamo sul monte per annunciare cose buone, dare buone notizie.
Alziamo la voce con forza, senza paura e diciamo a tutti in questo Avvento: «Ecco il nostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Viene a noi questo Dio di bontà infinita che si prende cura del gregge e prende tra le sue braccia, stringendoli al suo cuore gli agnellini, le persone più fragili e deboli. Un’immagine bellissima che il profeta ci offre del Dio che ama il suo popolo ed ama l’intera umanità. Un’umanità che necessita di ritrovare la strada che porta a Dio.
Noi, oggi, come al tempo di Gesù, abbiamo urgente necessità di tanti Giovanni Battista che abbiano il coraggio di vivere e di parlare secondo schemi evangelici ben precisi, validi a quel tempo e validi soprattutto ai nostri giorni.
Chi era Giovanni il Battista, oggi proposto a noi nel Vangelo come modello di vita, per preparare la strada a Gesù Bambino?
“Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”.
Cosa diceva, proclamava e chiedeva Giovanni Battista? “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Egli “battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
La sua testimonianza e il suo coraggio suscitavano interesse da parte del popolo. Infatti, “accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Giovanni diventa lo strumento nelle mani di Dio per invitare alla conversione chi vive nel peccato.
Noi abbiamo la forza di convertirci e convertire? La stessa cosa farà, a distanza, di alcuni anni, l’apostolo Pietro, dopo il rinnegamento di Gesù e dopo il suo diretto coinvolgimento nella chiesa nascente. Egli, infatti, ci rammenta nel brano di questa domenica che “una cosa non dobbiamo perdere di vista”, aver la consapevolezza che il Signore viene e che il nostro modo di giudicare, secondo le categorie temporali, non hanno riscontro nel pensiero di Dio. Infatti “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.

L’invito alla conversione personale è ribadita anche da Pietro, dopo quella di Giovanni Battista. Considerato il fatto che il Signore comunque verrà, quale deve essere il nostro modo di comportarci? La risposta è data: dobbiamo vivere nella santità e curare la vita di preghiera. Con una raccomandazione finale: “Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”.
E allora c’è poco da discutere e pensare, ma mettiamoci subito all’opera per preparare al meglio la venuta di Gesù in questo Natale, modificando radicalmente il nostro modo di pensare ed agire, in ragione di questo evento che ha segnato la storia dell’umanità, perché è stata trasformata in storia di salvezza universale, portata a compimento da Dio, nel mistero dell’incarnazione, passione e risurrezione di Gesù Cristo, il Verbo Incarnato ed Umanato.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA

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La purezza e la bellezza della Beata Vergine Maria

di padre Antonio Rungi

La solennità dell’Immacolata Concezione che ogni anno celebriamo l’8 dicembre riporta alla nostra riflessione la bellezza e la purezza di Maria, la Madre di Dio e Madre nostra, alla quale dobbiamo ispirarci per essere in sintonia con quanto abbiamo riacquistato nel giorno del battesimo, sacramento che ha rimosso da noi il peccato originale, ridonandoci quella innocenza che dobbiamo difendere ogni giorno per non entrare in tentazione.
Maria è annunciata come soggetto indispensabile nel progetto di Dio fin dal Protovangelo, dopo la caduta di Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre e la promessa da parte di Dio di salvare l’umanità dalla sua condizione di peccato.
Una donna sarà la co-protagonista di questo progetto di salvezza del genere umano: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Genesi 3,14-15). In questa “Donna singolare”, la spiritualità mariana hanno visto l’immagine della Madonna Immacolata, simbolicamente espressa in questo modo anche nell’ iconografia cristiana.

Maria, nel momento dell’Annunciazione, all’Arcangelo Gabriele dice il suo generoso Sì a Dio che la vuole Madre del suo Figlio, Gesù Cristo, l’atteso redentore e salvatore dell’uomo. Lei la piena di grazia come la chiama l’Arcangelo è nella condizione ottimale di accogliere nel suo grembo purissimo il salvatore del mondo.
Infatti, con il concepimento verginale, per opera dello Spirito santo, il grembo di Maria Immacolata diventa il tabernacolo dell’Altissimo, dove giorno, dopo giorno, per nove mesi, Maria è in stretto contatto con Gesù. Lo coccola come giovane Madre e lo cura con amore già dal primo istante in cui conosce il mistero che si è manifestato in Lei. Accoglie Gesù nel suo purissimo grembo e vive con Lui un’esperienza di comunione che solo Lei può assaporare profondamente nel suo cuore. Con Gesù Maria compie il suo cammino di fede, speranza ed amore. Lei è la donna del cammino in Cristo, con Cristo e per Cristo, dal primo momento in cui ha avuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Maria è donna del cammino, soprattutto lungo la Via Crucis ed ai piedi del Crocifisso. Il cuore immacolato di Maria, diventa il cuore trafitto della Madre Addolorata. Non a caso, la devozione popolare mariana ha voluto esprimere il dolore immenso della Madre di Dio mediante le sette più dolorose spade che hanno trafitto il suo cuore. E lei proprio perché piena di grazia, preservata dal peccato originale, in vista e per i meriti di Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, per costituzione personale è stata ed è madre della vita e della risurrezione in tutti i sensi. Pensata dall’eternità, come Madre del futuro redentore, è stata preservata dal peccato originale e come tale è stata ed è la donna della vita, perché è la piena di grazia, come la chiama l’Arcangelo Gabriele nel momento dell’annuncio della nascita di Gesù. E’ donna della vita, perché ha accolto nel suo grembo l’autore della vita, Gesù Cristo il Figlio di Dio, il Dio della vita e non della morte.

Maria è stata presente in tutti momenti più belli della vita di Gesù, condividendo in pienezza la vita umana del suo Figlio ed essendo presente nel momento in cui Cristo risorge dai morti, primizia di una umanità nuova.
Maria è stata associata alla vita eterna, in corpo ed anima, in quanto è stata assunta al cielo, nella pienezza della vita umana e spirituale, come Madre del Redentore.
Tutto quello che Maria ha vissuto come donna è stato segnato dall’amore vita, ma anche dal dolore, e mai, assolutamente mai, dalla morte e pochezza d’animo. Ella è modello di autentica vita per ogni donna e uomo di questa terra.

In questo Avvento di preparazione al Natale 2017, Maria è anche modello esemplare dell’attesa cristiana, nel vero senso, in quanto è la donna del primo avvento, anzi lei stessa è stata l’unica ad accogliere in pienezza il Messia atteso dai secoli.
In questo giorno di festa, in cui ritroviamo in Maria, la dignità di ogni persona umana, la nostra innocenza, purtroppo perduta per le tante nostre debolezze e fragilità umane, ci rivolgiamo a lei con queste umili parole, motivo di speranza e di gioia per ciascuno di noi suoi diletti figli, per apprendere da Lei come seguire davvero e costantemente Gesù Cristo:
Vergine Santissima Immacolata,
in questo tempo di speranza e di attesa,
proteggi il popolo santo di Dio,
soprattutto quanti vivono da cristiani
in questa valle di lacrime, ma anche di gioia e di speranza.

Tendi la tua mano materna
verso quanti soffrono nel corpo e nello spirito,
ovunque essi siano e si rivolgono a te
per ricevere conforto e consolazione nelle pene di ogni giorno.

Maria accoglici tra le tue braccia materne
e noi certamente vivremo da santi e da immacolati
al cospetto di Dio, nella carità. Amen.