P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 5 NOVEMBRE 2017

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 5 novembre 2017
L’ostentazione che distrugge il cuore e i fondamenti della religione

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXXI domenica del tempo ordinario ci offre alcuni testi di importanza capitale per comprendere come, chi ha responsabilità religiose, sacerdotali, pastorali e di guida, debba comportarsi nei confronti degli altri, del popolo, dei fedeli, della gente comune e semplice in modo coerente con il vangelo.

Il forte rimprovero ai sacerdoti dell’Antico Testamento e ai sacerdoti del suo tempo da parte di Gesù, può riguardare anche tutti i sacerdoti in cura di anime, che hanno la responsabilità di pastori, e che devono essere buoni, generosi, attenti e coerenti con la loro missione. Chi è stato chiamato a questo servizio e ha detto il suo <<sì>> a Dio, ha una responsabilità grande di fronte a chi attende l’insegnamento piuttosto con lo stile di vita che con la sola parola.

Si è credibili in tutti gli ambienti e soprattutto in quelli religiosi ed ecclesiali quando la santità della vita parla da se stessa, senza fare i grandi discorsi e sermoni, per caricare i fedeli di altri pesi, che chi li mette sulle spalle degli altri, non ne conosce neppure la consistenza, la difficoltà e la impossibilità a portarli.

Denuncia coraggiosa, quindi, da parte Gesù nei confronti dei farisei e degli scrivi, verso i quali dimostra una grande riserva morale e concettuale. Non si tratta di pregiudizi, ma di costatazione di fatti: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

Sappiamo benissimo, cosa significasse in quel tempo tutto questo e cosa significhi oggi la stessa affermazione che Gesù ripete a noi oggi nel testo del Vangelo di Matteo. Ci sono persone che hanno il potere decisionale, i quali costringono a fare tante cose, pesantissime da tutti i punti di vista, agli altri e loro si godono la vita, si ritagliano eccezioni, permessi ed autorizzazioni, si confezionano privilegi che altri non hanno assolutamente. Basta guardarsi intorno, in tutti gli ambienti, compresi quelli ecclesiastici, cioè nei nostri ambienti, per rendersi conto di quanto cammino di purificazione dobbiamo fare tutti, papa, vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici in questo campo di moltiplicare leggi e norme per gli altri e osservarne poche o nessuno da parte di chi le inserisce nel sistema giuridico di ogni tipo. Cose che continuamente ci ricorda Papa Francesco.

Le nome morali che riguardano la coscienza individuale e al proprio stato di vita e che ci aprono la porta della vera salvezza, vanno osservate e vanno tenute in debita considerazione da chi crede e opera in ragione della fede.

Non bisogna imitare persone che dicono e non fanno, che non danno buona testimonianza nella vita. Infatti “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente”. Va rifiutato in toto questo comportamento. Per i veri discepoli di Gesù, la prospettiva è diversa e il comportamento è di altro genere e stile: “Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Bisogna rifuggire l’autoesaltazione e bisogna stare molto attenti e vigilanti alle esaltazioni occasionali delle persone, che mentre ti portano alle stelle, poi ti buttano nella stalla. Dalle stelle, come dice un antico proverbio, alla stalla. Ed è così per tutti, in quanto l’arroganza, la presunzione, la superbia, l’orgoglio e quanto di negativo ci possa essere nel comportamento umano, regge poco e con il tempo si logora e non ha nessun valore ed incidenza nel comportamento proprio ed altrui.

Seguiamo la vita dell’umiltà e saremo beati in questa vita e nell’eternità. D’altra parte non si può non considerare quanto viene detto nella prima lettura di oggi, tratta dal profeta Malachìa: “Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione”.

La motivazione di questa minaccia sta scritta nei versi successivi che devono far riflettere tutti coloro che non si comportano bene, in qualsiasi ambiente: “Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi”.

La conseguenza di questo comportamento lo troviamo scritto dal profeta con queste parole: “vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento”.

L’invito all’unità, all’uguaglianza, alla giustizia, alla fede unica di tutti e per tutti è detto con grande precisione, anche se ci proviamo di fronte ad una serie di interrogativi, ai quali ognuno deve dare la sua risposta convinta: “Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?”

Chiedersi del male del mondo, fatto dall’uomo con perfidia e con un preciso studio a tavolino è il minimo indispensabile per avviare a soluzione alcuni drammi che stiamo vivendo anche noi credenti e cristiani del XXI secolo.

Ci aiuti, in questo itinerario di recupero e ripristino della moralità personale e sociale, quanto ci suggerisce di fare l’Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di oggi: “Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti”.

Paolo ci chiede un doppio impegno e lavoro: quello fisico per guadagnarsi da vivere e per non essere di peso a nessuno e quello apostolico, che è finalizzato alla propagazione del Vangelo della salvezza e della vita per tutti. Le fatiche in tutti i campi vanno condivise e distribuite in ragione delle proprie forze e dei propri carismi. Per cui, nel ringraziare il Signore per tutto quello che ci dona, ci rivolgiamo a Lui con queste parole: O Dio, creatore e Padre di tutti, donaci la luce del tuo Spirito, perché nessuno di noi ardisca usurpare la tua gloria, ma, riconoscendo in ogni uomo la dignità dei tuoi figli, non solo a parole, ma con le opere, ci dimostriamo discepoli dell’unico Maestro che si è fatto uomo per amore, Gesù Cristo nostro Signore.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 5 NOVEMBRE 2017ultima modifica: 2017-11-03T14:51:12+01:00da pace2005
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