Omelia di padre Antonio Rungi per la quarta domenica di Quaresima

CON IL CIECO NATO IN DIALOGO CON GESU’ ALLA PISCINA DI SILOE

di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica di Quaresima, domenica della gioia e della letizia evangelica, ci presenta uno dei miracoli più belli e significativi compiuti da Gesù e di cui ci parla il Vangelo di Giovanni: la guarigione del cieco nato, che viene operata da Gesù alla piscina di Siloe.

Anche in questo testo vediamo Gesù in dialogo con una persona singola, che chiede aiuto e vuole essere guarito dalla sua cecità. Ha provato tante volte di immergersi in quell’acqua salutare, ma non avendo avuto aiuto da nessuno è rimasto sempre in dietro. Anche in questa domenica al centro del racconto c’è l’acqua che risana, che una persona che deve essere risanata, c’è una reale condizione di difficoltà, in cui questo possa avvenire, c’è soprattutto Gesù che viene incontro al cieco nato, lo guarisce e gli dona la fede, che è il miracolo più grande che avviene nel suo cuore. Il testo del Vangelo, nella sua forma completa, è più dettagliato e articolato nella esposizione dei fatti. Presenta molti aspetti, che necessitano di approfondimento per inquadrare il tutto nel cammino quaresimale che stiamo facendo. Un cammino di luce, conversione, cambiamento radicale della nostra vita, alla scuola di quel divino Maestro che è Gesù. Dopo la guarigione il cieco diventa il testimone della misericordia e della bontà di Dio tra gli uomini. Un testimone scomodo per quanti non credono in Gesù, ma un testimone attendibile per quelli che avevano fiducia nel Signore e confidavano nel suo potere di taumaturgo. Gesù, infatti, opera questa guarigione nel giorno di sabato,  durante il quale, secondo la legge, non si poteva neppure fare il bene, un’azione di aiuto e di sostegno alla sofferenza delle persone in difficoltà. Motivo questo per i nemici di Gesù di trovare un altro capo di imputazione per eliminarlo, data la popolarità che andava assumendo tra il popolo di Dio. Gesù si faceva strada a forza dell’amore e della misericordia, dell’accoglienza e della tenerezza ed attenzione, rispetto a quanti perdevano consenso, perché sepolcri imbiancati, la cuore apparente perfezione era solo un’osservanza esteriore della legge, ma erano privi di amore e di attenzione. Gesù ci insegna a volgere lo sguardo sulla sofferenza dei nostri fratelli, ad intervenire se è nelle nostre possibilità e capacità. A non restare assolutamente con le mani in mano e a guardare che gli altri si attivino per mettere in pratica la solidarietà, fatta di gesti concreti e di vera attenzione verso i fratelli. Certo, il testo del Vangelo ci fa riflettere su tante altre realtà teologiche, spirituali e pastorali, ma resta centrale il fatto che qui, ancora una volta, è Gesù che prende l’iniziativa e soccorre il cieco nato e lo risana per sempre nel fisico e nello spirito, perché riceve, per la prima volta, non solo la vista, ma anche la fede che è la vista sul cielo e sull’eternità. E’ come il belvedere delle nostre città e contrade, dove saliamo per goderci il panorama che si staglia davanti a noi nella sua bellezza ed immensità. E quello che sperimenta, dopo la guarigione, il cieco nato. Leggiamolo questo brano del Vangelo così bello: “In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

In questa ottica di fede nuova che Gesù dona al cieco guarito, si comprende anche il brano di approfondimento teologico che è la seconda lettura di oggi e che è tratto dalla Lettera agli Efesini. Scrive l’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Essere nella luce, uscire dalle tenebre vuol dire assumere un comportamento morale adeguato a chi vive di fede e nella fede in Gesù. Da qui il monito esplicito di “non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente”. Non bisogna mai stare dalla parte del male e dei malvagi, di quanti fanno il male e per di piò lo coprono o lo giustificano. Chi vive nella fede sa benissimo dove sta il bene e dove sta il male, perché la fede porta alla luce e genera netta divisione con le tenebre del peccato. Ci ricorda l’Apostolo che “di quanto viene fatto in segreto da coloro che disobbediscono a Dio è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce”.

Nella vita, ci capita spesso di trovarci di fronte ai dei comportamenti di persone che sono gravi errori e nessuno le richiama al proprio dovere morale; mentre altre persone che non fanno assolutamente nulla sono giudicati e valutati severamente. La copertura sugli atti immorali di tante persone, in tutti gli ambienti, viene assicurata da amici, parenti, conoscenti, pensatori che legittimano tutti i comportamenti, anche quelli scandalosi facendo ricorso alla debolezza e fragilità umana. Ma la debolezza può diventare forza e la fragilità virtù. Dipende da noi uscire fuori da falsi convincimenti che non possiamo migliorarci. In realtà possiamo migliorarci e  come. Sta a noi poter rispondere ai continui appelli alla conversione, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi, tratto dal primo libro di Samuele. Il brano ci ricorda che il Signore guarda il cuore, va a fondo della persona, non si ferma in superficie , alle apparenze, perché in fondo in fondo, nel cuore di ogni uomo, fosse anche il più grande peccatore, c’è sempre un fiammella di speranza che alimenta tutto il resto e che sarà anche quel piccolo seme che farà germogliare il tutto.

Sia questa la nostra umile preghiera a conclusione della meditazione che la parola di Dio ci ha suggerito di fare su tre testi molti belli e sentiti: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio

operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.

Avanziamo in questo cammino quaresimale e a man mano che camminiamo nella luce, vedremo sempre più luce in Dio e nella nostra vita, chiarificandoci ciò che deve essere eliminato per arrivare alla Pasqua davvero riconciliati. Impariamo da Papa Francesco a capire l’urgenza di accostarci al sacramento della penitenza, confessando umilmente i nostri peccati ed iniziando una vita nuova, una vita di grazia, di luce e di amicizia con Dio, vivendo costantemente nella grazia e nella sua amicizia.

 

Omelia di padre Antonio Rungi per la quarta domenica di Quaresimaultima modifica: 2014-03-29T18:13:47+01:00da pace2005
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