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NOTA PERSONALE DI P.RUNGI SUI PROFUGHI IRACHENI E DI ALTRI PAESI

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I conventi, le case di accoglienza gestite dalle suore, dai religiosi, le strutture delle parrocchie, delle Caritas, le famiglie cristiane che se lo possono permettere, accolgano i profughi cristiani dell’Iraq e tutti i profughi per un scopo umanitario. Come credenti italiani, accogliendo l’invito di Papa Francesco e del Cardinale Bagnasco, Presidente della Cei, non possiamo chiudere il nostro cuore a questa nuova emergenza umanitaria che tanto ci fa riflettere e pone davanti a noi scelte di carità e di apertura verso i profughi di ogni religione e cultura che devono essere ospitati nelle strutture adatte e nel rispetto delle leggi dello Stato Italiano. Non bisogna avere paura di aprire il cuore alla carità, anche se le difficoltà giuridiche per attuare il vangelo spesso contrastano con la generosità della gente. Tante emergenze sanitarie ed umanitarie possono di fatto limitare gli accessi nei paesi occidentali.  Ma se non è possibile accogliere in Patria si faccia ogni sforzo, per dare degna accoglienza ai profughi che scappano da tanti focalai di guerra, soprattutto alle donne ed ai bambini, categorie più esposte e fragili in questo nostro mondo”.

Chiedo anche di fare un censimento delle strutture religiose disponibili ad accogliere i profughi. La solennità dell’Assunta che bussa alle porte non ci può lasciare nella tristezza che tante mamme e tanti bambini stanno soffrendo in varie parti del mondo, in attesa che qualcuno prenda decisioni forti per chiudere i conflitti in atto non solo in Iraq, ma anche nella Terra di Gesù, in Africa, nell’Europa dell’Est e in tante altre parti del mondo dove non vogliamo arrivare con le nostre telecamere, con i nostri scritti, con i nostri reportage. Questo nostro pazzo mondo ha bisogno di pace e di giustizia, ha bisogno di libertà, democrazia, libertà di pensiero e di religione, di libertà umana e personale, perché ogni uomo nasce libero ed è libero da ogni forma di schiavitù ed oppressione che non può essere tollerata da chi ha in mano il potere delle nazioni. Pertanto per il 15 agosto in tutte le realtà ecclesiali e religiose italiane, unendoci all’ esortazione del Santo Padre,  pregheremo nel giorno della Madonna Assunta per chiedere la concordia e il sollievo dei cristiani drammaticamente perseguitati in tante e diverse parti del nostro mondo, ma avremo uno sguardo aperto ad accogliere tutti nel nome di Cristo e dell’amore universale che deve caratterizzare la vita di ogni cristiano o uomo di buona volontà-

Padre Antonio Rungi

13 agosto 2014

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XIX – 10 AGOSTO 2014

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DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO

 

10 AGOSTO 2014

 

USCIRE DALLA PARALISI SPIRITUALE

 

padre Antonio Rungi, passionista

 

Tutti noi sperimentiamo la paura, soprattutto nei momenti più difficili della nostra vita, quali una malattia, la solitudine, la morte, la privazione di qualcosa, la frattura di un rapporto affettivo o d’amore, la perdita del lavoro, della famiglia, degli affetti, dell’amicizia, della stima. La paura ci prende e a volte ci sovrasta, bloccando di fatto la nostra vita umana, sociale, ecclesiale. Per paura non si esce da casa, non si svolge bene una missione, non si rischia. A ciò si aggiunga quello che oggi è la malattia più diffusa che è l’angoscia esistenziale, la depressione, gli attacchi di panico, per problemi veri o a volte immaginari. Dobbiamo tutti lottare con queste paure che spesso ci bloccano e non ci fanno agire. Io la definisco paralisi psicologia e spirituale. A volte ci proviamo pure ad uscire da certe paure, ataviche, ma basta un nonnulla che ritorniamo ad essere come prima, peggio di prima, più prudenti di prima. E’ vero che viviamo in un mondo che fa paura per i comportamenti strani ed imprevedibili delle persone e della stessa natura, ma fondamentalmente noi non siamo nati per vivere nella paura, ma nella gioia, nella letizia, nella speranza, nella vera felicità che parte dal coraggio ed il coraggio parte dalla fede.

 

Il Vangelo di oggi, quello della XIX domenica del tempo ordinario, ci aiuta ad entrare nel tema della fede e del coraggio che deriva dalla fede. Le persone piene di fede sono state e saranno sempre coraggiose, perché hanno la certezza interiore e spirituale che non sono mai sole, con loro c’è sempre il Signore. Il racconto della tempesta sedata con l’intervento di Gesù, che salva gli apostoli che stavano naufragando, al di là del significato teologico e spirituale che indica (la chiesa in tempesta, salvata da Cristo, la barca simbolo appunta di questa comunità che ha bisogno di guide illuminate e coraggiose) ci fa capire, oggi, alla luce di questo brano quanto cammino dobbiamo ancora fare per entrare nella vera fede, quella fede che parte dal riconoscere Gesù Cristo, il vero ed unico salvatore. Quando ci affidiamo ad altri salvatori, che non possono salvare, rincorriamo false concezioni della vita e della storia. Rincorriamo il mito della salute e della bellezza e basta poco per per perdere l’una e l’altra; il mito del benessere, del denaro e basta una cristi per metterci in crisi e non saperci più orientare e perdere di fiducia e di speranza; il mito del successo e basta poco per essere emarginato ed escluso dalla società, dai vari mercati se non scendi a compromessi o se hai perso quota, consistenza e soprattutto appoggi di ogni genere; il mito del progresso e basta poco per accorgerci che non sappiamo difenderci dalle malattie più banali, quando nel mondo muoiono milioni di persone per la nostra incuria e superficialità nell’affrontare i veri drammi dell’umanità. Ascoltiamo e meditiamo attentamente sul vangelo di oggi che potrebbe essere inteso in modo riduttivo, pensando solo alla mancanza di fede o alla crisi che può interessare la barca di Pietro,cioè la Chiesa, in determinati momenti e periodi storici, come quello che stiamo vivendo e dal quale stiamo tentando di uscire con il coraggio e la forza profetica di papa Francesco, dei vescovi, dei sacerdoti, dei fedeli laici che lottano per il bene e per il vero progresso dell’umanità.

 

Un testo evangelico tra i più importanti ed interessanti per leggere il mondo con gli occhi della fede, della speranza e dell’amore, in poche parole con gli occhi di Cristo.

“[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!».  Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Vorrei sottolineare di questo vangelo tre importanti dichiarazioni da parte di Gesù e degli apostoli. Da parte di Gesù: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  E poi “Vieni”. Ed infine: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Da parte di Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed anche: «Signore, salvami!». Da parte degli apostoli: «È un fantasma!» e «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Volendo riflettere su queste espressioni vediamo un triplice atteggiamento: quello di fiducia e di sicurezza da parte di Gesù; quello dell’incertezza e del dubbio da parte di Pietro, e quello del passaggio dall’immaginazione alla fede degli apostoli che stavano sulla barca insieme a Pietro. Il punto di riferimento di tutto il discorso è Gesù, è lui il centro dell’attenzione. Da fantasma iniziale, come lo vedono gli apostoli all’inizio della tempesto, al riconoscimento del suo essere Figlio di Dio, di fronte alla tempesta sedata. E’ il cammino della fede che richiede tempo, fallimenti, paure, incertezze per approdare alle profonde convinzioni che senza di Dio e senza Gesù non possiamo davvero fare nulla. Questo cammino di fede richiede la docilità allo Spirito Santo. Questa docilità è espressa in modo esemplare da profeta Isaia, che nel brano della prima lettura di oggi si presenta a noi come la persona attenta alla voce di Dio, una voce che non fa rumore o sconquasso, ma che tocca il cuore, penetra nell’anima e modica l’assetto del pensare e dell’agire di chi si lascia toccare da questa voce.

 

Bellissimo il brano della prima lettura sul quale ognuno può abbondantemente riflettere per dare una risposta personale alla voce di Dio e alla voce della coscienza che ci richiama sulla retta vita.

“In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

 

Ripromettiamoci di ascoltare quello che dice il Signore: Egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. Questo ascolto sincero e vissuto produrrà nella vita quello che davvero desideriamo tutti:  Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.

 

Essere missionari della fede e della speranza è quanto ci chiede di fare san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi. Quante pene e tribolazioni nel nostro cuore perché la fede non cresce dentro di noi ed intorno a noi. Forse è davvero tempo di dare una svolta consistente al nostro modo di agire da presunti cristiani e non da veri cristiani, da cristiani all’acqua di rosa come ci ricorda Papa Francesco e non da cristiani che ripongono la loro fiducia totale nel Signore. Scrive, infatti l’Apostolo delle Genti: “Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.  Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen”.

 

Questa bellissima professione di fede in Cristo sia il motivo costante del nostro lottare per la fede, non perché dobbiamo fare dei proseliti, ma semplicemente perché mossi da un amore immenso per il Signore, noi possiamo dare ragione della fede, della speranza e della carità che portiamo nel nostro cuore, convinti più che mai che Gesù è il vero, unico e assoluto salvatore e redentore dell’uomo, della chiesa e della storia.

 

Esprimiamo il nostro forte desidero di pregare in questo giorno del Signore, con le parole della Colletta della liturgia eucaristica di questa domenica: “Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni  avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Amen”

Mondragone (Ce). Cenacolo di preghiera per la pace nel mondo

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Mondragone (Ce). Con le suore e tra i turisti e villeggianti si prega per la pace in Medioriente. 

di Antonio Rungi 

Un cenacolo di preghiera speciale a conclusione del mese di luglio, si svolgerà domani sera, 31 luglio nella chiesa delle Suore di Gesù Redentore, Istituto Stella Maris di Mondragone, per pregare per la pace in Medioriente in altre parti del mondo, in sintonia con Papa Francesco, che proprio sabato scorso ha sorvolato in elicottero questa zona, prima di atterra a Caserta. La singolarità di questa iniziativa estiva promossa dalle Suore della Stella Maris che a pregare con loro e con il gruppo di animazione saranno gli ospiti della struttura ed i villeggianti che si trovano in questi giorni luogo la costiera domiziana. La veglia di preghiera inizierà alle ore 21-00 e si concluderà alle ore 24.00, seguendo uno schema di preghiera e di adorazione personale e comunitaria davanti a Gesù Sacramentato che sarà esposto solennemente nella chiesa delle Suore, che si trova a 10 metri dal mare. Il tema di questo incontro di preghiera è la riconciliazione e i testi su cui rifletteranno i fedeli, guidati dalle suore e dall’assistente spirituale dell’Istituto Stella Maris di Mondragone, saranno il Vangelo di Giovanni  (15,12-17) e il testo della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (8,28-39). Il testo evangelico è incentrato sull’amore e sul perdono, sull’accoglienza reciproca nel nome di Cristo e di Dio Padre. Chiedere amore con la preghiera, chiedere pace per il Medioriente in particolare e per tutti i focolai di guerra attualmente in essere, sarà il motivo di ritrovarsi insieme intorno all’eucaristia per quanti sono anche in ferie e godono di un periodo di serenità e pace, lontani da queste crisi belliche che interessano la terra di Gesù e di Maria. Ecco il brano del Vangelo oggetto di riflessione di Lectio divina durante il cenacolo di preghiera di domani sera. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Il testo sarà preceduto dal brano della lettera ai Romani, in cui l’Apostolo Paolo non si scoraggia di fronte a nessuna prova della vita ed invita a fare altrettanto i cristiani di Roma, perché nulla potrà separare coloro che amano Dio dall’amore suo e dall’amore reciproco, fino al perdono e alla riconciliazione, nonostante la spada, la tribolazione e la sofferenza di ogni genere. Ecco il brano della lettura: “

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

31Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”.

La potenza della preghiera è ben conosciuta dalla comunità cristiana. Chiede e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto. Con questo spirito di richiesta di pace, i fedeli, i villeggianti, i turisti si ritroveranno a pregare per la pace in ogni angolo della terra e soprattutto nella terra di Gesù. E lo faranno a Mondragone con le Suore e dalle Suore di Gesù Redentore che hanno come carisma di fondazione: adorazione, riparazione e riconciliazione, secondo gli insegnamenti della loro fondatrice, Madre Victorine Le Dieu, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’adorazione eucaristica perpetua, iniziata nella sua casa paterna ad Avranches in Francia.

Commento alla parola di Dio di Domenica 13 luglio 2014

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DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO 

METTERSI IN ASCOLTO DELLA PAROLA 

di Padre Antonio Rungi                                 

Viviamo in un mondo, dove tutti vogliono parlare e solo pochi sanno ascoltare. In realtà dovrebbe essere il contrario. Ascoltare molto e parlare poco, perché le nostre parole spesso sono vuote ed insignificanti o addirittura fanno disastro, offendono, mistificano e creano seri problemi di comunicazione interpersonale. Oggi al centro della liturgia della parola di Dio, di questa XV domenica del tempo ordinario, c’è appunto l’importanza dell’ascolto della parola di Dio, della efficacia della stessa e dei frutti che produce in modo diversificato in chi è disponibile a lasciarsi toccare nel cuore da questa parola.

Partendo dalla prima lettura, tratta dal profeta Isaia, cogliamo in essa tutta l’importanza ed il valore della parola di Dio assimilata alla pioggia che cade dal cielo e che irriga e fa germogliare ogni cosa. Quando più è predisposta e dissodata ed accogliente questa terra, che è il cuore e la mente dell’uomo, più la parola di Dio fa effetto e produce frutti, espressi in opere di bene e di santità.

Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Le varie immagini tratte dalla natura e dall’ambiente di vita quotidiana ci aiutano a capire, secondo quando scrive il profeta Isaia, come bisogna rapportarsi alla Parola di Dio, che esce dalla sua bocca e non vi ritorna senza aver prodotto ciò per cui l’ha inviata. Qui è chiaro il riferimento alla Parola di Dio per eccellenza, che è Gesù Cristo, il Verbo Incarnato che viene in questo mondo e salva l’uomo dalla schiavitù del peccato, per poi ritornare al Padre, dove aver ultimato la sua missione di redentore e salvatore. In questa Parola dobbiamo riscoprire il valore e il significato di ogni altra parola di Dio o dell’uomo. Nella misura in cui ci confrontiamo con Cristo, parola di Dio rivelata a noi, noi possiamo comprendere il linguaggio stesso di Dio, che è il linguaggio dell’amore, della misericordia e del perdono. In qesta parola e mediante Cristo, noi possiamo rivolgerci a Dio e pregare così: “Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno”.
Per questa parola che ci ha preso il cuore e la vita, bisogna sapere soffrire ed accettare ogni cosa nella nostra esistenza terrena, senza mai abbattersi, scoraggiarsi, demotivarsi; ma guardando avanti nel segno di questa parola che è vita, gioia, speranza e risurrezione. Se non avessimo fiducia nella parola del Signore, ogni cosa che facciamo come cristiani perderebbe di senso e prospettiva. E’ proprio questa fiducia nella parola del Signore che ci fa operare, agire, sperare e soffrire per amore e con amore, come Cristo ha fatto per noi. L’apostolo Paolo sottolinea questo aspetto nel brano della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla celebre Lettera ai Romani. Egli scrive con grande speranza nel suo core: “Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.

Nel tempo noi gemiamo, soffriamo, patiamo, ma nel tempo, in questo nostro tempo, nel tempo stesso che il Signore ha consegnato nella consistenza e nella qualità a ciascuno di noi, noi costruiamo quello che sarà il senza tempo, sarà l’eternità, sarà Dio per sempre con noi e per noi. Infatti, “noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. E’ questa visione di beatitudine piena e definitiva che predispone il nostro cuore ad accogliere la parola e in nome di questa parola affrontare ogni prova della vita.

In questa logica di accoglienza si comprende benissimo la bellissima ed espressiva parabola detta da Gesù in persona ai tanti suoi amici fedeli che lo seguivano. E’ la parabola del Seminatore. Gesù siede e spiega. La gente è sulla spiaggia ed ascolta. Quale migliore ambiente per rivivere questa parola, oggi, in tempo di ferie estive, per chi se le può permettere, che fare una catechesi in riva al mare, come Gesù osava fare. Catechesi fatte bene, con la calma, nel silenzio, nel raccoglimento. Erano altri tempi, altre spiagge, altri ascoltatori quelli del tempo di Gesù. Oggi le nostre spiagge sono ben altra cosa che luoghi di ascolto della natura e della voce di Dio e dei fratelli. Sono spiagge che svuotano l’esistenza umana, perché la riempiono di cose materiali e la svuotano di Dio e della sua parola di vita.

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Immaginiamo, anzi organizziamo sulle nostre spiagge la lettura e il rivivere questo brano del vangelo di oggi, proclamando con fede, coraggio, amore e passione a quanti usufruiscono dei beni naturali che sono di tutti, perché il mare, la spiaggia, l’acqua, il cielo e tutto il resto sono di Dio e dell’umanità. E allora riascoltiamo nella sua interezza questa parola così bella ed affascinante, che tocca tanti aspetti della vita umana e della predisposizione dell’uomo a farsi prendere per mano da Dio e lasciarci da Lui accompagnare sui sentieri della vera gioia e pace del cuore.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e no comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Vorrei, che ognuno a conclusione di questo itinerario spirituale compiuto oggi ascoltando le tre letture bibliche ed il salmo responsoriale facesse un bell’esame di coscienza. Tra chi mi collocherei oggi, tra le persone che Gesù esamina e pone come metro di paragone per accogliere in modo più o meno ampio e duraturo la sua parola? Siamo la strada, siamo il terreno sassoso, siamo rovi, siamo il terreno buono? In base alla nostra attuale condizione spirituale possiamo dare la nostra risposta. Anzi nel rileggere la nostra vita e la nostra storia ed esperienza di fede possiamo rispondere con maggiore cognizione di causa e precisione. Forse spesso siamo stati tra coloro che hanno solo ascoltato, ma mai messo in pratica; qualche volta abbiamo ascoltato e messo in pratica. Forse raramente abbiamo ascoltato e messo in pratica dando i massimi frutti, compatibili con la nostra persona e la nostra fragilità. Ecco il camminano della parola chiede a tutti noi, fratelli e sorelle, una vera conversione, un cambiamento di rotta, una cambiamento di mentalità che è possibile nella misura in cui ascoltiamo Gesù, la Chiesa, il Papa, i Vescovi, i nostri pastori e non ascoltiamo noi stessi, pensando che noi e soltanto noi siamo fonte di verità e coerenza massima nelle nostre attività, fossero anche quelle più eccelse in campo spirituale ed ecclesiale. Signore donaci l’umiltà del cuore per capire i nostri sbagli e rettificare la nostra vita sulla tua parola di vita. Continua a seminare nella nostra vita la gioia e la speranza che va oltre i confini del tempo e si colloca nella gioia eterna del santo Paradiso. Amen.

Mondragone (Ce). Indagine statistica su Papa Francesco svolta dalle studentesse liceali

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MONDRAGONE (CE). Un’interessante indagine su Papa Francesco, condotta dalle studentesse del Liceo delle Scienze umane del Galileo Galilei. 

di Antonio Rungi 

Un’interessante indagine conoscitiva e statistica su Papa Francesco è stata condotta e conclusa dalle studentesse della classe II A delle Scienze umane, nell’ambito di un progetto culturale che tende ad applicare sul campo gli studi acquisiti nella metodologia della ricerca. Guidate dal docente delle scienze umane, il professore Ciro Antonio Rungi, le studentesse hanno portato a compimento questi lavoro scientifico dopo due mesi di attività didattica ed extra-curriculare. Scelta la tematica, proposta e votata dall’intera classe, si è proceduto a stilare il questionari, optando per sei domande, tra aperte a chiuse, in modo da acquisire tutti i dati relativi all’indagine stessa sulla figura e l’opera di Papa Francesco a distanza di un anno dell’inizio del suo ministero quale Vescovo di Roma e Romano Pontefice. Effettuato il campionamento per quota di età, professioni, sesso, titolo di studio, si è proceduto alle interviste sul campo, partendo da quelle casuali. Le 16 studentesse hanno potuto acquisire le interviste di 136 questionari, completi in ogni loro parte, sua una popolazione di circa 100.000 abitanti della Provincia di Caserta e Napoli, ma anche di altre Regioni. Le interviste, infatti, sono state svolte anche per telefono. Tutti gli intervistati si sono mostrati disponibili all’intervista, anzi hanno apprezzato l’iniziativa che una classe liceale prenda a cuore, concretamente, tali problematiche, facendo oggetto di ricerca diretta. Cosicché le risposte pervenute possono essere ritenute attendibili e valide e così anche la ricerca in generale.

Questi i sei quesiti posti agli intervistati, che sono rimasti nell’anonimato:

1. Pensi che Papa Francesco abbia apportato cambiamenti significativi nella chiesa cattolica? Se si, quali?

2.Secondo te, piace il modo di comunicare di Papa Francesco?: Molto. Abbastanza.

Poco. Per niente.

3.Quali aspetti religiosi rispetto ai pontefici precedenti vanno sottolineati?: Indicane da uno ad un massimo di tre.

4.Credi che le sue umili origini e la sua formazione ricevuta abbiano inciso sul suo modo di agire?: Se si, in che misura?

5.Quali caratteristiche personali ti hanno maggiormente colpito di questo Papa?(max3)

6.Indica almeno tre valori, parole o immagini che ti hanno fatto riflettere su Papa Francesco.

 

Il lavoro è stato svolto  in gruppo di 5 e 6 alunne. In tutto tre gruppi, organizzati con un presidente e un segretario. Il lavoro è si sintesi è stato svolto nel corso delle ore di lezioni, ma anche a casa. Sono stati utilizzati gli strumenti classici ed attuali per condurre un’intervista e poi arrivare ai risultati, che sono stati sintetizzati in una relazione finale dei singoli gruppi e in una relazione conclusiva unitaria dei tre gruppi che hanno lavorato. I risultati sono stati preparati su grafici scelti ed adatti al tipo di inchiesta e predisposto un power-point.

 

Ecco in sintesi tutto il lavoro fatto.

Il campione esaminato si compone di 136 soggetti, equamente suddivisi tra maschi e femmine. L’età media degli intervistati è di circa 34 anni. Il campione maschile è più giovane (31,34) rispetto a quello femminile, leggermente più adulto. Le interviste erano rivolte a giovani (15-25 anni); adulti (26-50 anni); Anziani (oltre i 50 anni). Dai risultati si evince che il campione di tutti gli intervistati si compone maggiormente di soggetti giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Per quanto concerne la professione e il titolo di studio si è cercato di esaminare una “platea” di soggetti il più eterogenea possibile al fine di rilevare il “sentimento” suscitato da Papa Francesco in uno spaccato della società che fosse quanto più possibile rappresentativo di tutte le componenti. Infatti, tra gli intervistati ci sono laureati, diplomati, studenti, professionisti, disoccupati, casalinghe, pensionati. Insomma, il variegato panorama della società italiana.

Andando nel merito dell’indagine, si è poi passato alla sintesi dei risultati relativi ai sei quesiti posti.

Circa la prima domanda l’85% del campione intervistato ritiene che Papa Francesco abbia apportato importanti cambiamenti nella Chiesa Cattolica. Solo il 15% ritiene che nulla è cambiato nella Chiesa con il suo pontificato.

In particolare, la maggioranza delle persone è rimasta colpita dall’umiltà del Pontefice (27% circa) e dallo spirito di rinnovamento con il quale il Papa ha iniziato la sua opera di ricostruzione della Chiesa cattolica (27%). Interessanti sono i dati relativi anche ad altre risposte date: Si è avvicinato ai poveri e ai fedeli (23% circa); Ha un nuovo modo di comunicare con i giovani (8% circa).

Circa il secondo quesito riguardante il modo di comunicare di Papa Francesco, la maggioranza degli intervistati (73%) sia uomini che donne, è rimasta affascinata dal modo di comunicare immediato e spontaneo, con linguaggio semplice ed accessibile a tutti. Il 15% apprezza il modo di comunicare del Papa anche se non si esalta più di tanto; il 4% lo apprezzo poco e l’8% per nulla.

Circa il terzo quesito sugli aspetti religiosi del suo magistero e della persona del Papa, la semplicità di Papa Francesco è quella maggiormente apprezzata dagli intervistati (20%). A seguire le altre virtù e qualità umane e spirituali: l’umiltà (13% circa); la povertà (10% circa), l’umanità (7% circa), ed altre virtù ed atteggiamenti umani e interiori. Viene messo in risalto in questo quesito soprattutto la capacità di Papa Francesco di rifiutare agi e privilegi riguardanti il suo stato e il suo ufficio. Così pure l’amore alla povertà e il suo modo di comunicare sono apprezzati da un buon numero di intervistati.

Entrando nel merito della vita privata e della formazione del Papa, nel quarto quesito si è preso in considerazione le umili origini di Papa Bergoglio e il 96% degli intervistati ritiene che le umili origini di Papa Francesco influenzino positivamente il suo modo di essere come uomo e come Pontefice. Di questi, il 70% circa ritiene che tale influenza sia determinante per la formazione del Pontefice, mentre il 20% concorda sull’affermazione, ma ritiene che ciò sia avvenuto in modo umano, ovvero come poteva accadere, come di fatto accade, per qualsiasi persona umana. Solo il 10% ritiene che le origini povere del Papa non abbiano affatto influenzato il suo passato e il presente.

Sempre considerando gli aspetti tipici della personalità di Papa Francesco, nel quinto quesito, quanti hanno risposto alle domande hanno sottolineato queste virtù umane e spirituali del Pontefice: l’umiltà (39%), la semplicità (21%), e la generosità (11%). La virtù dell’umiltà ritorna costantemente nelle risposte degli intervistati, al punto tale che sembra caratterizzare sia la persona di Papa Francesco che il suo ministero petrino. Non mancano altre virtù ed atteggiamenti che lo rendono particolarmente gradito alle persone, quali l’allegria (9%) e la solidarietà (9%) verso i più deboli, poveri, bisognosi di tutto.

Il sesto ed ultimo quesito del questionario proposto, entra nel merito della visibilità del Papa, in particolare si è cercato di fissare le immagini, le parole e i valori che rappresentano il Vescovo di Roma in modo singolare. Dall’indagine risulta che sono tante le immagini che sono scolpite già nel cuore delle persone e ognuno, a seconda del proprio vissuto, e del proprio animo è rimasto colpito di una o più immagini o comportamenti del Papa. Tuttavia, va subito detto che la maggior parte degli intervistati (15%), sia uomini che donne, sono rimasti colpiti dagli abbracci e dalle carezze che il Papa dà agli ammalati, ai diversamente abiliti a quanti sono in necessità. Sui valori invece, la gente ha compreso che il Papa ha particolarmente a cuore la povertà (13%), la famiglia (11% circa) e a seguire la pace, l’amore, la solidarietà, la vicinanza al prossimo, l’altruismo.

Concludendo, l’indagine presenta un alto grado di accettazione di Papa Francesco non solo della sua persona, ma anche del suo ministero che svolge con zelo, passione, amore, generosità e competenza. Questo gradimento spazia tra il mondo dei semplici e delle persone benpensanti, tra i ricchi e tra i poveri, tra i governati e le popolazioni di tutto il pianeta. Possiamo ben dire che Papa Francesco è davvero la persona, oggi, più amata nel mondo e lo dimostra anche questa indagine, svolta secondo un modello scientifico e, pertanto, nei suoi risultati finali vera ed attendibile.

Papa Francesco sta davvero nel cuore e nelle preghiere di tutti, specialmente di quanti vedono nel Papa la figura del Buon Pastore e del buon padre di famiglia.

Il Commento di padre Antonio Rungi per la Festa della Santa Famiglia

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FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH- 29 DICEMBRE 2013

NAZARETH: DOVE NASCE E CRESCE L’AMORE 

Commento di padre Antonio Rungi

La famiglia di Nazareth, composta da Gesù, Giuseppe e Maria, può giustamente ritenersi il luogo ideale, unico ed irripetibile in cui nasce, cresce e si potenzia l’amore, perché in questo nucleo familiare l’amore è la base stessa dei rapporti interpersonali tra i tre soggetti eccezionali. Gesù, il Figlio di Dio; Maria, la Vergine Immacolata e purissima, Madre di Cristo Salvatore; Giuseppe il padre giuridico e putativo del Figlio di Dio, l’Emmanuele, il Bambino Gesù che vive e cresce in questo luogo di santità familiare, che non ha confronti nella storia dell’umanità. La famiglia di Nazareth è il modello per ogni famiglia di questa terra, dove non sempre la famiglia naturale o acquista o di altro genere presenta il volto dell’amore e della reciproca accoglienza. Oggi, a pochi giorni dal Santo Natale 2013, viene riproposta all’attenzione dei fedeli che si dichiarano cattolici e vivono da cattolici il valore indiscutibile della famiglia, fondata sul matrimonio, che Gesù stesso ha elevato a sacramento. E come tale è un atto d’amore tra uomo e donna, entro il quale nasce altro amore che è quella della procreazione. Il matrimonio che è uno ed indissolubile stabilizza anche su un piano giuridico un dato di fatto, quello di amarsi nel rispetto delle leggi che il Creatore ha immesso nella coppia umana, composta di maschio e femmina, perché la loro relazione d’amore fosse aperta alla vita. Non c’è famiglia senza figli e dove ci sono i figli c’è per necessità l’amore, che parte dai coniugi e si estende in modo diverso al frutto del grembo delle madri che accolgono il dono della vita, mediante un atto d’amore con il proprio sposo.

Per Maria è Giuseppe, sposi castissimi, il dono della maternità e della paternità adottiva è venuto direttamente da Dio, mediante l’azione dello Spirito Santo che ha reso fecondo il grembo di Maria, la Madre di Dio e di Cristo.

Nasce da un progetto di Dio ben preciso la famiglia di Nazareth ed è lo stesso Dio, fattosi carne nel grembo di Maria ad animare d’amore e di gioia la santa famiglia nella quale entra a far parte, anche giuridicamente, mediante la libera adesione al progetto di Dio da parte di San Giuseppe. Tre cuori in una capanna, quella di Betlemme, che poi diventa la casa di Nazareth, dove i tre straordinari personaggi vivono in assoluta armonia e normalità, tranne qualche scossone che anche i genitori di Gesù dovranno avvertire quando il Bambino, fin dai primi vagiti dovrà assaporare la sofferenza, con la nascita in una povera grotta di Betlemme, con la persecuzione di Erode, con la fuga in Egitto e poi con lo smarrimento di Gesù nel Tempio, per arrivare, in età adulta, all’attività evangelizzatrice di Gesù in tutta la Palestina, fino al momento culminante della sua vita con la sua morte in Croce, alla presenza della sua Madre Addolorata, la Vergine Santa. Una famiglia dove la gioia era di casa, ma dove non sono mancate le prove, accettate con disponibilità alla volontà di Dio, che così ha voluto anche per il suo Figlio, inviato nel mondo per la salvezza dello stesso mondo. Perciò è giusto pregare, oggi, all’inizio della celebrazione eucaristica con queste significative parole: “O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al tuo santo nome”.

Come per la famiglia di Nazareth, così per tutte le famiglie ci sono regole scritte e non scritte da rispettare e vivere, come ci ricorda la prima lettura tratta dal libro sapienziale del Siracide: Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà

e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,

non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa”.

Il modello di questo grande amore verso i propri genitori è stato Gesù, che ha amato di un amore immenso Maria e Giuseppe. Da entrambi ha appreso le cose necessarie per crescere come uomo, pur avendo la coscienza della sua missione, che non contrastava affatto con l’azione educatrice di Gesù Bambino, poi ragazzino, poi giovane ed infine nella sua piena autonomia di uomo adulto.

Se la famiglia è il luogo per eccellenza dell’amore vero, è anche il luogo della tenerezza autentica. Nelle nostre famiglie, quando circola la dolcezza e la tenerezza tutti i componenti crescono e si relazionano in modo costruttivo e formativo per ognuno, anche con ruoli e funzioni diverse. I genitori educano i figli e i figli rieducano i genitori, in quello scambio di dare e ricevere che tutti sperimentano nelle vere famiglie, dove c’è Dio e quindi c’è la pace e la serenità. Il testo della seconda lettura di oggi tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési ci aiuta a capire tutto questo: “ Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”. Sta tutto in questo sintetico messaggio di amore, di bontà e di santità il cammino che la famiglia, soprattutto di oggi, deve fare alla luce degli insegnamenti di Cristo e della sua famiglia, composta dalla madre, Maria e dal padre putativo, Giuseppe, ma anche da altri partenti, più o meno vicini o lontani.

La fuga in Egitto della Santa Famiglia ricordata oggi nel testo del vangelo di Matteo che ascolteremo è in linea perfetta con il tema di questa domenica, dedicata alla famiglia di Nazareth, ma anche a tutte le famiglie del mondo. La sofferenza e le prove, specie di questi giorni, per tutte le famiglie sono davanti a noi. Famiglie di emigranti che lasciano la loro patria in cerca di lavoro e fortuna e che invece trovano la morte o l’umiliazione. Famiglia perseguitata per varie cause in tante parti del mondo, soprattutto per motivi politici, razziali, culturali o di religione che progressivamente stanno distruggendo il cuore stesso dell’umanità che è la famiglia naturale. La sofferenza di Giuseppe e Maria profughi in Egitto è la sofferenza di tanti padri di famiglia che vanno in cerca di lavoro per far vivere dignitosamente la propria moglie e i propri figli. La sofferenza di Gesù Bambino è il simbolo della sofferenza di tanti bambini del mondo che sono uccisi, violentati, offesi nella loro innocenza e dignità e di cui nessuno si fa carico. Ecco il racconto evangelico della fuga in Egitto della Santa Famiglia e del suo ritorno, dopo la pacificazione dell’ambiente in cui operava il Re Erode: “I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».  Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Fuga e ritorno, per poi stabilirsi a Nazareth definitivamente e dove davvero la santa famiglia visse giorni felici, prima della grande tempesta della condanna a morte di Gesù Maestro. Nazareth, può ben dirsi il luogo per antonomasia, dove nasce e cresce l’amore, perché in questa famiglia nasce e cresce Gesù, il Figlio di Dio, venuto nel mondo per portare l’amore e la riconciliazione.

Mondragone (Ce). Il Liceo scientifico allestisce speciale mostra dei presepi natalizi

mostrapresepi1MONDRAGONE (CE). Il Liceo Scientifico Galilei allestisce VI Edizione della Mostra dei Presepi.

Il Liceo Scientifico Statale Galileo Galilei di Mondragone (Ce), con circa 1000 studenti, in occasione del Natale 2013 ha allestito una mostra di presepi, nella sede centrale della struttura dell’Istituto, sita in Via Pitagora. Si tratta della VI Edizione della mostra “Con i pastori… verso Betlemme” ed è un progetto di attività didattica e cultura, promossa dalla docente di Religione Cattolica, Rita Tramonti, con la collaborazione di altri docenti dell’Istituto. La mostra sarà aperta agli studenti e al pubblico nei giorni 14-15-16 dicembre. Il pubblico potrà visionare la vasta gamma di presepi realizzati dalle singole classi o da gruppi di studenti il sabato 14 dicembre 2013, dalle ore 15,30 alle 18,30, mentre domenica 15 dicembre l’accesso al pubblico è consentito dalle ore 9.00 alle ore 12.00. La mostra è una dei più qualificate della provincia di Caserta e si sta imponendo progressivamente a livello nazionale. Saranno, infatti, circa 60 i presepi in gara, che saranno valutati da un’apposita commissione di esperti in arte, in cultura, comunicazione e teologia. Tutta la manifestazione oltre ad avere avuto il beneplacito del collegio dei docenti, è stata particolarmente sostenuta ed incoraggiata dal Dirigente scolastico, professore Giorgio Bovenzi, sempre aperto ad iniziative finalizzate al coinvolgimento creativo e innovativo degli studenti. E l’arte presepiale è sicuramente quella che maggiormente può sviluppare l’originalità e la creatività. Tanto è vero oltre ad essere premiato il Presepe più bello, saranno adeguatamente presi in considerazione i presepi più originali e creativi e che, data la finalità della rassegna, si atterranno ai criteri di far rivivere il Natale e le Tradizioni natalizie anche con un semplice presepe, fatto di materiale di limitato costo o a costo zero. Gli studenti si stanno concentrando nell’elaborazione della loro mini opera presepiale sui temi portanti di questo periodo: la figura di Papa Francesco, i fatti di cronaca, la politica, le varie questioni sociali e giovanili. Il presepi infatti realizzati dagli studenti avranno di mira di lanciare ai visitatori della mostra un messaggio chiaro e preciso. Originalità, messaggio e valore artistico sono i punti cardini della realizzazione e della valutazione delle varie opere, che farà la commissione tecnica nominata allo scopo. Per far crescere l’interesse verso tale iniziativa sarà a disposizione del grande pubblico, quello virtuale, un profilo su Facebook, su cui si potrà votare direttamente il presepe più bello per gli internauti. Nel contesto, poi, dell’intera manifestazione culturale e artistica, si svolgerà un mercatino della bontà, finalizzato a reperire i fondi necessari per aiutare le persone in difficoltà in questo Natale 2013, che si preannuncia per molti un Natale austero e con grandi sacrifici e rinunce per tutti.

La consulenza teologica della manifestazione è affidata a padre Antonio Rungi, teologo morale, docente di Filosofia e scienze dell’educazione nello stesso Liceo statale di Mondragone, il quale tiene a sottolineare come “gli studenti del liceo, molto attenti alle istanze di carattere religioso hanno fatto proprio l’invito del nuovo Vescovo della Diocesi di Sessa Aurunca, monsignor Orazio Francesco Piazza, di valorizzare tutti i tempi e gli strumenti per recuperare la bellezza e la ricchezza, umana, artistica, culturale, sociale e spirituale del Natale”. A tal fine alcuni docenti e diversi studenti parteciperanno al Presepe vivente, allestito della Parrocchia di San Michele Arcangelo in Mondragone nei giorni successivi al Natale 2013.

Recensione del libro di poesia di Elena Teresa Morrone

DSC09351.JPGRecensione.

a cura di Antonio Rungi

“Sentimenti…” è il titolo della prima raccolta poetica della neo dottoressa in Lettere Moderne, con la tesi “Il mito della bellezza nelle opere poetiche di Foscolo”, difesa presso la Facoltà di Lettere dell’Università Federico II di Napoli, Elena Teresa Morrone, pubblicata da Aletti Editore, nella Collana “Gli Emersi-Poesia”, nel settembre 2013, in formato cartaceo e su Internet come e-book.

Si tratta di un’opera prima di questa giovane poetessa casertana incentrata sui vari sentimenti che attraversano l’esistenza e la vita di un’adolescente, poi giovane e poi donna.

In tutto 30 poesie,  raccolte in 42 pagine (formato cm 21×14), che in modalità short message (sms) o di veri e propri aforismi, vanno al cuore dei problemi esistenziali di ogni persona che è in cerca della verità su se stessa e sugli altri.

Alcuni dei testi poetici pubblicati dalla giovane artista sono meglio espressivi di una ricerca di senso da dare ai propri intimi, ma anche evidenti, sentimenti della persona umana.

Non hanno titolo i testi che variano da appena due versi fino ad un massimo di undici, nei quali sono condensati i valori e le sensazioni interiori di una donna che guarda al presente dentro di se, ma che si proietta già nel futuro con alcune poesie molto ricche di visione prospettica.

Nell’introduzione alla raccolta si legge infatti: “E’ molto difficile ripiegarsi su se stessi e leggere tra le pieghe del proprio animo; ma quando si incontra la poesia l’introspezione non si inventa, si scopre, perché la poesia ci scopre e ci consola”.

Parte da lontano la vocazione poetica della Morrone, che si cimentava nei versi sia nelle scuole medie e poi nel liceo socio-psico-pedagogico, da lei frequentato a Mondragone (Ce) e che ha inciso profondamente nella sua cultura umanistica e psicologica.

“L’autrice scopre la sua passione – si legge nell’introduzione-  in modo spontaneo e inconsapevole, la sua indole a poetare affiora ancor prima che ella abbia preso coscienza della sua vocazione letteraria”.

Ci troviamo, senza dubbio, di fronte ad una nuova poetessa dei nostri giorni, con il linguaggio dei nostri giorni, data la giovane età, appena 23 anni, che sicuramente farà strada, perché mossa da quella vena poetica e da quella virtù fondamentale dell’umiltà, che fa grandi le persone semplici e che si concentrano sull’essenziale.

Tutto questo lo si deduce e si intuisce  nella breve presentazione alla raccolta delle poesie, in cui è scritto: “Solo nel confronto con la grande poesia, capisce che l’esaltazione dell’amore si conserva nel tempo senza fine, gli atteggiamenti verso la poesia non sono passeggeri, e che cantando all’amore si sconfigge la solitudine, il tormento dell’esistenza, la paura della morte”.

Lo si comprende, inoltre, alla luce di quanto viene scritto, per sintetizzare la raccolta, sulla controcopertina: “Semplici versi di chi, inesperta della vita, nel fiorire dell’adolescenza, si affida a sogni non ancora sperimentati ma solo frutto di una fervida immaginazione, e di chi spera un giorno di salire la scala su cui ora ha solo poggiato i primi passi”.

Su questi temi si concentra una delle poesie più belle, a mio modesto avviso, scritte dalla Morrone: “Vivi la tua vita al meglio e maschera la tua/ malinconia sotto un soave sorriso…/ lascia che i tuoi pensieri e i tuoi desideri si realizzino/ nella notte, quando, / la mente libera da ogni preoccupazione/ si compiace di sognare ciò che in realtà non può avere./ Sii sempre forte e/ anche se l’inverno dovesse congelare i frutti dell’estate/ così/ come la foglia che ingiallisce in autunno/ sarà triste lasciarsi portare via dal vento.

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Elena Teresa Morrone, Sentimenti…, Aletti Editore, Villanova di Guidonia (Rm), settembre 2013, pagine 42. Formato cartaceo cm.21×14. Prezzo al pubblico Euro 12,00 (cartaceo); E-book, Euro 5.49.

Lampedusa. Su questa immane tragedia riflettiamo tutti ed agiamo.

morti-lampdusa.jpgUn dolore immenso che non possiamo tacere

di Antonio Rungi

Il mondo non può continuare a vivere se nulla fosse successo questa mattina. Ogni giorno le notizie della morte di immigrati sulle nostre coste oppure su altre del mondo occidentale non ci scuotono più di tanto. Forse, oggi, il numero così grande di vittime della speranza ci fa, in questo momento, essere più realistici ed anche più arrabbiati rispetto ad altre simili tragedie, simili vergogne che non dovrebbero più accadere nel mondo. L’immigrazione c’è sempre stata nella storia dell’umanità e sempre ci sarà, perché l’uomo è cittadino del mondo e come tale si trasferisce da una parte all’altra con facilità se è nelle su possibilità. Oggi il dramma non è quello della immigrazione, ma delle leggi che ne ostacolano la normale attuazione. La restrizione delle possibilità di una persona di andare da una parte all’altra è dettata dalle leggi dei singoli stati, delle comunità di stati o dell’unione di più stati. Certo in Italia che già soffre per se stessa non possiamo materialmente accogliere migliaia e migliaia di persone, in assenza di lavoro e di strutture, anche se il nostro cuore di italiani è sempre aperto ad accogliere gli immigrati, memori anche noi di essere stato e di essere un popolo di navigatori, poeti, santi e turisti perenni. Il problema dell’immigrazione è quindi a monte. Quanti organizzano i cosiddetti viaggi della speranza, in tutta clandestinità, che poi si trasformano puntualmente in viaggi della morte si posso permettere queste operazioni illegali perché sanno che possono farcela, in quanto è davvero impossibile controllare partenze ed arrivi da ogni parte del mediterraneo. Dovrebbero essere i paesi d’origine a tenere sotto controllo i propri cittadini. Di essi spesso non sanno neppure il nome, perché non sono registrati all’anagrafe, non ne sanno nulla. Molti poi scappano come nel caso di oggi dalle guerre civili e dalle violenze, scappano dalla fame e da ogni altra miseria umana e corporale. La presenza di donne e bambini è dice lunga circa il motivo per cui vengono in Italia. Vengono nella speranza della “salvezza” nel nome di quel Dio in cui tutti crediamo e che dovrebbe essere il motivo per accogliere tutti. Oggi si parla, nel linguaggio politico, che non è questione solo dell’Italia, ma dell’Europa. Io dico che è una questione mondiale, di questo mondo così assurdo che permette ancora di far morire 18 milioni di bambini per fame all’anno e altri milioni di persone per mancanza del necessario. Un mondo dove la guerra uccide fratelli e sorelle per un assurda legge di predominio, di prepotenza, di superiorità o per banali motivi di interesse territoriale, culturale, economico e religioso. Questo mondo deve cambiare rotta e tutti devono essere protagonisti di questo cambiamento. Abbiamo l’Onu, abbiamo organizzazioni mondiali, europee, abbiamo associazioni di ogni tipo. Cosa fanno per arginare questo fenomeno dell’immigrazione clandestina che determinano la morte sistematica e scontata di tante persone. Su un barcone con oltre 500 persone che incominciava a calare a picco nel mare, qualcuno per farsi vedere dalle navi ed imbarcazioni in transito ha acceso il fuoco con le conseguenze che conosciamo. Se era una traversata regolare ed autorizzata non poteva succedere questo. Ecco perciò che io come tante persone sensibili si domanda: ma dove sono i controlli, chi ci guadagna su questi viaggi, non è che ci sia la corruzione anche in questo ambito nei territori di provenienza di queste persone che lasciano la loro nazione in cerca di lavoro o di libertà?
Due anni fa stavo ancora a Mondragone nel nostro convento dei Passionisti e furono trasferiti in questa struttura circa 100 immigrati clandestini provenienti da Lampedusa, accolti dal Centro Laila, che è ospitato nella nostra struttura conventuale. Ci stettero due mesi e poi furono trasferiti in altri centri di accoglienza più attrezzati. Fu bello vedere tante persone di culture e religioni diverse, di ogni popolo e nazione stare insieme ed anche pregare nella nostra chiesa parrocchiale. Quella presenza non fu per alcuni gradita, per altri invece accettata e sostenuta e scattò una gara di solidarietà, di turnazione per assicurare l’assistenza in certi ambiti come la mensa e la distribuzione dei viveri. Fu un gesto di disponibilità che fece scattare su quella città anche la solidarietà verso gli ultimi. Non mancarono problemi di coesistenza tra vari gruppi, ma alla fine tutto fu gestito alla meglio e con un profondo vuoto lasciato nella città quando gli immigrati andarono via. Il racconto delle loro tragedie umane personali e familiari le porto ancora nel cuore e nei miei ricordi. Voglio dire che non basta solo la buona volontà di qualcuno, forse anche interessato economicamente ad accogliere gli immigrati, ma deve essere un discorso di legalità a livello internazionale e mondiale. Le norme vanno riviste e rispettate, perché questi nostri fratelli che arrivano in Italia e riescono a salvarsi la vita, se vengono accolti bene rimangano pure, ma se devono essere sfruttati, umiliati, vederli in mezzo alle strade, soprattutto le donne per altri tipi di comportamenti, non solo quale discorso di accoglienza e di umanità possiamo fare se permettiamo di far vivere nei tuguri, senza acqua, senza luce, senza cibo migliaia di persone che sono clandestine e che in Italia dopo aver trovato la salvezza dal mare, trovano la morte quotidiana, materiale e spirituale, perdendo la loro dignità di esseri umani, vivendo come “bestie” e pagando fitti e svolgendo lavoro con l’essere sfruttati fino all’osso. Ecco perché davanti all’ennesima tragedia di oggi mi interrogo e ci interroghiamo: perché non aiutare questi popoli a farli crescere e sviluppare dove sono dando gli aiuti necessari, senza promettere a loro dei paradisi che non ci sono da nessuna parte, neppure nel nostro bellissima ed accogliente, da tutti i punti di vista, come l’Italia? Perché l’aiuto non lo diamo in loco. Evidentemente ci sono interessi di ogni genere per far arrivare clandestinamente in Italia e in occidente questi nostri fratelli. Allora anche le nostre lagrime di oggi e le nostre rabbie non hanno senso, se poi a pronunciarle sono persone che hanno responsabilità in Italia e altrove. Ancora una volta la voce di Papa Francesco ci fa capire come dobbiamo agire: chi si vergogna di una cosa non la fa succedere più. Di queste ed altre vergogne l’umanità intera si sta caricando responsabilità davanti alla storia e soprattutto davanti a Dio. Ero forestiero e mi avete ospitato. Anche su questo verremmo giudicati tutti, credenti e non credenti, cattolici e di altre confessioni o religioni del mondo, perché il giudizio finale di Dio sulle nostre persone e sulla storia dell’umanità sarà sulla carità. Signore aiutaci a non continuare a sbagliare nei confronti di tanti fratelli e sorelle immigrati che vorrebbero arrivare nei paesi del benessere e della libertà e che poi muoiono tristemente nel mare con naufragi di ogni genere. Facci capire dove sbagliamo e soprattutto cosa dobbiamo fare concretamente perché questi drammi che toccano la coscienza di tutti non capitano davvero mai più… mai più!