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LE SACRE CENERI – COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI – 18 FEBBRAIO 2015

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Mercoledì delle Ceneri 

18 febbraio 2015 

Perdonaci Signore abbiamo peccato 

Commento alla liturgia di padre Antonio Rungi 

La coscienza del proprio peccato ci pone davanti a Dio, all’inizio di questo cammino quaresima, con il desiderio profondo di rinnovarci, convertirci, fare penitenza. E’ questo il senso della Quaresima, tempo forte dell’anno liturgico, che inizio oggi con la celebrazione delle Sacre Ceneri. Al centro di questa giornata c’è, infatti, il rito della imposizione delle ceneri che, normalmente, omettendo l’atto penitenziale iniziale della santa messa, viene svolto subito dopo l’omelia del sacerdote che è d’obbligo in questa giornata di digiuno e di penitenza per ogni cristiano, sinceramente incamminato verso la Pasqua 2015 e la Pasqua eterna, quella che più conta davanti a Dio. Con queste parole il sacerdote si rivolge a noi, prima di ricevere le ceneri: “Raccogliamoci, fratelli carissimi, in umile preghiera, davanti a Dio nostro Padre, perché faccia scendere su di noi la sua benedizione e accolga l’atto penitenziale che stiamo per compiere”. Ed aggiunge la preghiera di benedizione delle ceneri e delle persone: “O Dio, che hai pietà di chi si pente e doni la tua pace a chi si converte, accogli con paterna bontà la preghiera del tuo popolo e benedici questi tuoi figli, che riceveranno l’austero simbolo delle ceneri, perché, attraverso l’itinerario spirituale della Quaresima, giungano completamente rinnovati a celebrare la Pasqua del tuo Figlio, il Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli”. Oppure con un’altra preghiera dello stesso tono in cui il sacerdote dice: “O Dio, che non vuoi la morte ma la conversione dei peccatori, ascolta benigno la nostra preghiera: benedici queste ceneri, che stiamo per imporre al nostro capo, riconoscendo che il prezioso corpo tornerà in polvere; l’esercizio della penitenza quaresimale ci ottenga il perdono dei peccati e una vita rinnovata a immagine del Signore risorto. Egli vive e regna nei secoli dei secoli”.    E a seguire, subito questa preghiera, mentre il popolo santo di Dio intona i canti penitenziali ad hoc, il sacerdote ad uno ad uno impone sulla testa ai fedeli che si accostano processionalmente all’altare, il l’austero simbolo delle ceneri. Due i testi utilizzati per l’imposizione delle ceneri: “Convertitevi, e credete al Vangelo”, oppure “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai”. La conversione e la nostra precarietà e temporalità terrena ci mettono di fronte ad un grandissimo atto di responsabilità personale: quello di camminare in santità di vita, lontano dal peccato, perché tutto passa e solo Dio resta per l’eternità. Siamo polvere e in polvere ritorneremo, per farci riflettere sulla vita e sulla morte. Se acquisiamo sempre di più la consapevolezza della nostra precarietà terrena, forse saremo più responsabili delle nostre azioni e valuteremo attentamente il nostro comportamento dovendo rendere conto a Dio dell’intera nostra esistenza. Coscienti dei nostri limiti e peccati, abbiamo bisogno in questo giorno penitenziale di chiedere perdono a Dio dei nostri peccati e farlo con sincerità, con una volontà nuova di camminare sulla via del bene, abbandonando qualsiasi sentiero del male e del peccato. Con il salmo 50, possiamo elevare a Dio la nostra umile preghiera di sincero pentimento e di riconoscimento delle nostre colpe, che Lui e soltanto Lui può lavarci e purificarci nel sangue suo preziosissimo versato sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa,  dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito”. E il profeta Gioele, nella bellissima prima lettura della liturgia di questa giornata delle Ceneri, ci sollecita un cammino di conversione che sia profonda, che parta dal cuore. Non serva una conversione esteriore ed apparente, ci vuole quella interna, quella profonda, quella che ti cambia in un attimo e ti fa decidere per il Signore per tutta la vita, abbandonando ogni compromesso con il male e il peccato. Allora ritorniamo a Dio con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceriamoci il cuore e non le vesti, ritorniamo al Signore, nostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”. E un appello alla conversione generale, nessuno è escluso da quella convocazione, ricorda il Profeta: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo”. Al profeta Gioele, gli fa eco, il grande esperto di conversione vera, san Paolo Apostolo, che nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto, rivolgendosi ad essi con cuore paterno, scrive: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”. Ed aggiunge: “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito  e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

La Quaresima è questo tempo favorevole per la riconciliazione e il perdono da chiedere a Dio e chiedere ai fratelli che abbiamo offeso, oppure da dare se ci hanno offeso. Non facciamo passare invano questo tempo della Quaresima 2015. Potrebbe essere l’ultima opportunità, l’ultimo round del grande combattimento della vita, in attesa di vedere Dio. Questo tempo favorevole si concretizza con una nuova condotta di vita da assumere subito, proprio a partire da questa giornata delle sacre Ceneri, senza rimandare a tempi successivi. E’ una questione di vita o di morte della nostra anima, che se non respira l’aria della grazia e della misericordia, si atrofizza e muore. E la morte dell’anima è peggiore di quella del corpo. Siamo spesso come cadaveri vaganti, senza spirito e senza anima, vuoti di senso e di significato, svuotati della grazia di Dio e pieno solo di egoismo e di noi stessi. Svuotare il nostro cuore del nostro io, per riempirlo solo e soltanto di Dio.

E allora andiamo direttamente a quanto ci chiede Gesù di fare oggi e sempre. Il suo insegnamento morale lo ricaviamo dal testo del Vangelo di questa giornata, tratto dal vangelo di Matteo: «Stiamo attenti a non praticare la nostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. E quando preghiamo, non dobbiamo essere simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente.  E quando digiuniamo, come oggi, come nel venerdì santo o in altre ricorrenze spirituali, non dobbiamo essere malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. Molte volte ci assoggettiamo a diete ferree per motivi di salute e di estetica. Perché non digiunare per fare del bene spirituale a noi stessi e destinare il ricavato dei nostri digiuni ai fratelli che sono costretti a digiunare sempre, perché non hanno nulla da mettere sotto i denti. Sono queste le contraddizioni del mondo di oggi e di sempre, che dobbiamo superare con una degna condotta di vita solidale e aperta ai bisogni degli altri. Una Quaresima che si limiti al solo aspetto spirituale, sarà un tempo propizio, ma monco nella sua essenza, che è di apertura alla solidarietà, espressa con quel primo obbligo morale che il Signore ci chiede di attuare: l’essere generosi e altruisti nel donare ciò che si ha, per aiutare i fratelli che sono nel bisogno e nella necessità. La Quaresima è vera se opera e fa fare il bene.

 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA – 22 FEBBRAIO 2015

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Prima  Domenica di Quaresima

22 febbraio 2015

Convertirsi alla pace con la preghiera e il digiuno quaresimale

Commento di padre Antonio Rungi

All’inizio del cammino quaresimale di questo 2015, c’è un forte appello della parola di Dio a convertirsi alla pace con se stessi e con gli altri. La pace con se stessi passa attraverso la conversione e l’allontanamento dal male morale con distanziarsi dal peccato. La pace con gli altri la si costruisce nel dialogo, nel rispetto e nella collaborazione. In un tempo in cui il terrorismo di varia origine e con varie finalità minaccia il mondo, la parola di questa domenica prima di Quaresima, per noi cristiani e per quanti credono in Dio o comunque sono mossi dalla buona volontà. L’appello alla conversione ci viene rivolto direttamente da Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto dall’evangelista Marco, in cui Gesù si ritira nel deserto a pregare e dove è tentato dal Diavolo, senza cedere di un passo alle tentazioni, da un punto di vista umano, che pure potevano toccare la persona di Cristo. Egli resiste con la preghiera e la penitenza, per quaranta giorni (la quarantena o quaresima) e ci insegna a mettere le basi per fronteggiare qualsiasi tentazione e qualsiasi male nella nostra vita, compreso quello dell’orgoglio e della superbia, quella della supremazia sugli altri che scatenano guerre di ogni genere. Uscito fortificato umanamente da questa esperienza Gesù, inizia il suo ministero pubblico e dopo che Giovanni fu arrestato, andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Il vangelo si sa è la buona notizia, è la notizia della gioia per eccellenza. Non a caso Papa Francesco ci ha consegnato in questo tempo difficile per la chiesa e per il mondo di annunciare il Vangelo della gioia, senza paura o temendo chi questo vangelo lo vuole bloccare, perché mosso da altri interessi. Il vangelo della gioia è il vangelo della pace, quella pace alla quale si deve convertire questa umanità, afflitta da tante guerre e violenze e che, oggi, in modo particolare ha bisogno di ritrovare a livello planetario, per non rischiare una terza guerra mondiale su vasta scala. Ecco perché è di grande utilità per quanti credono in Dio e in primo luogo per noi cattolici costruire ponti di pace e non di separazione e divisioni. Nessuna persona può e deve essere esclusa dalla nostra umana comprensione e condivisione, perché solo così possiamo davvero tessere la rete della pace alla quale dobbiamo lavorare giorno e notte instancabilmente e soprattutto utilizzare gli strumenti come la preghiera, il digiuno e la ricerca della giustizia e della verità in ogni momento e in ogni attività della nostra vita di singolo o membro dell’umana società.

Sono di grande efficacia le parole pronunciate da Papa Francesco nell’omelia della messa per l’insediamento dei nuovi cardinali, domenica 15 febbraio 2015: “La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Lc 5,31-32)”.

In questa visione di accoglienza, misericordia, perdono dobbiamo camminare per costruire un mondo di pace, quell’iride di pace ed arcobaleno della pace che ci viene descritto nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, ove si parla della situazione ambientale del post-diluvio, con la significativa presenza di Noè, il padre della rinascita e della speranza dell’umanità, distrutta dal potenza del male e purificata dalle acque distruttive e rigeneratrici:Dio disse a Noè: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

Riflettendo proprio sul tema del diluvio e della rinascita che san Pietro, nel brano della sua lettera che oggi ascoltiamo ci richiama all’attenzione il mistero centrale della nostra fede che è il Cristo salvatore, nel quale veniamo inseriti mediante il sacramento del battesimo. Scrive, infatti, l’Apostolo Pietro:Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”. E poi la sottolineatura del significato e valore del battesimo come sacramento della rinascita e della risurrezione della persona, toccata nella sua natura dal peccato, ma redenta con la morte e risurrezione di Cristo: “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze”.

Quale atteggiamento allora, dobbiamo assumere, noi che siamo battezzati di fronte alle tante sfide del mondo di oggi: l’atteggiamento di chi vuole convertirsi alla gioia, alla pace, all’amore e alla tolleranza ogni giorno della propria vita, senza discriminare nessuno n questo suo cammino di rinnovamento, rinascita, conversione. Sia questa la nostra preghiera, allora, all’inizio della Quaresima 2015: “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

Quale condotta è degna di definirsi degna? Lavorare per la pace, la giustizia, l’amore e la fraternità universale. La Quaresima ci aiuti spiritualmente a portare avanti a livello personale il nostro progetto di pace interiore e spirituale, mediante una vita di preghiera e di purificazione, che sono i punti di partenza individuale per estendere il valore della pace ad altri ambiti della nostra vita quotidiana, sociale ed ecclesiale. Nessuno assuma le sembianze del Diavolo, divenendo zizzania e mettendo guerra invece che pace e concordia in ogni luogo in cui si trova.

LA BEATA MARIA CRISTINA BRANDO, SANTA IL 17 MAGGIO 2015

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Casoria (Na). La beata Maria Cristina Brando il 17 maggio sarà canonizzata  

di Antonio Rungi  

La beata Maria Cristina Brando, fondatrice delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato,  domenica, 17 maggio 2015, da Papa Francesco, sarà canonizzata in Piazza San Pietro a Roma. A darne l’annuncio ufficiale è stato lo stesso Papa, oggi, 14 febbraio 2015, durante il Concistoro che si è celebrato nella Basilica Vaticana. Maria Cristina Brando (al secolo Adelaide Brando) nacque a Napoli il 1° maggio 1856. Fin da piccola soleva ripetere spesso: “Debbo farmi santa, voglio farmi santa”. E santa si è fatta davvero, con il riconoscimento ufficiale di questo cammino compiuto nel tempo relativamente breve della sua esistenza di quasi 50 anni. Dopo varie esperienze in diversi istituti religiosi costretta a lasciarli per motivi di salute, nel 1878 si sentì ispirata da Dio a fondare un nuovo istituto, le Suore Vittime espiatrici di Gesù Sacramentato. Nel 1897 la Beata Maria Cristina emise i voti temporanei. Il 20 luglio 1903 la Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato ottenne l’approvazione canonica dalla Santa Sede e il 2 novembre dello stesso anno la Fondatrice, insieme con molte suore, emise la professione perpetua. Dopo una breve, sofferta vita, tutta dedicata al culto eucaristico, la Beata Maria Cristina entrò il 20 gennaio 1906 nella vita eterna. “La sua –disse Papa Giovanni Paolo II, in occasione della beatificazione – è una spiritualità eucaristica ed espiatrice, che si articola in due linee come “due rami che partono dallo stesso tronco”: l’amore di Dio e quello del prossimo. Il desiderio di prendere parte alla passione di Cristo viene come “travasato” nelle opere educative, finalizzate a rendere le persone consapevoli della loro dignità e ad aprirsi all’amore misericordioso del Signore”. Il carisma della fondatrice continuano a viverlo le sue figlie spirituali, guidate oggi da Madre Carla Di Meo, e che sono presenti in varie comunità in Italia e nel mondo. Scrive oggi, Madre Carla Di Meo: “Papa Francesco , nel Concistoro di oggi, ha annunciato la data per la canonizzazione di Santa Maria Cristina Brando: 17 Maggio 2015, ore 10,00, piazza San Pietro. Con esultanza ringraziamo il Signore e prepariamoci alla partenza per il grande evento. Ci dobbiamo fare onore perché saremo solo noi italiani, ci saranno due sante della Palestina e una francese, quindi è doveroso una massiccia presenza italiana perché siamo in casa. Confido molto sul vostro contributo e soprattutto sulle vostre capacità organizzative. Domani, 15 Febbraio, alle ore:18,00, solenne celebrazione di ringraziamento presieduta da sua Ecc.za Monsignor Lucio Lemmo, vescovo della diocesi di Napoli. Al termine, ci sposteremo nella villetta in via A. Diaz, ai piedi della statua  di santa Maria Cristina, dove, a perenne ricordo, pianteremo un albero di ulivo e una pianta di edera, simboli che la Beata scelse per lo stemma  dell’istituto. Col cuore commosso e colmo di santa letizia vi invito tutti. Tengo molto alla vostra presenza. Più siamo e più la festa sarà bella”.

Dal bollettino ufficiale della Santa Sede di oggi, leggiamo:

“Al termine del rito di creazione dei nuovi cardinali, il Santo Padre Francesco ha tenuto Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione delle Beate: 

- GIOVANNA EMILIA DE VILLENEUVE, Religiosa, Fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione di Castres; 

- MARIA DI GESÙ CROCIFISSO (al secolo: Maria Baouardy), Monaca Professa dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi;

- MARIA ALFONSINA DANIL GHATTAS, Religiosa, Fondatrice della Congregazione delle Suore del Rosario di Gerusalemme. 

Di seguito il testo delle brevi biografie delle tre Beate, come presentate nel corso del Concistoro dal Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi : 

1. La Beata Giovanna Emilia De Villeneuve nacque in Francia, a Tolosa, nel 1811. A Castres fondò la Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione per l’educazione delle bambine e delle ragazze povere, per gli ammalati e per le missioni in terre lontane. Morì di colera il 2 ottobre 1854. Fu beatificata dal Papa Benedetto XVI, nel 2009. 

2. La Beata Maria di Gesù Crocifisso (al secolo: Maria Baouardy) nacque ad Abellin, un villaggio dell’Alta Galilea, presso Nazareth, nel 1846, da genitori arabi. Fu battezzata nella Chiesa Greco-Cattolica Melchita. Fin dalla giovinezza sperimentò molte tribolazioni insieme a straordinari fenomeni mistici. In Francia entrò nel Carmelo di Pau. Per la fondazione di nuovi Carmeli fu inviata in India e poi a Bettlemme, dove morì nel 1878. Fu beatificata dal Papa San Giovanni Paolo II, nel 1983. 

3. La Beata Maria Alfonsina Danil Ghattas nacque a Gerusalemme nel 1843. Ancora quindicenne entrò nella Congregazione delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Svolse un intenso apostolato a favore delle giovani e delle madri cristiane. Ebbe una speciale vicinanza mistica alla Madre di Dio. Fondò la Congregazione delle Suore del Santissimo Rosario di Gerusalemme, alla quale appartenne. Morì nel 1927 e fu beatificata dal Papa Benedetto XVI, nel 2009. 

Nel corso del Concistoro, il Papa ha decretato che le Beate: Giovanna Emilia de Villeneuve, Maria di Gesù Crocifisso Baouardy e Maria Alfonsina Danil Ghattas, assieme alla Beata Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (al secolo Adelaide Brando), fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato – la cui canonizzazione fu decisa nel concistoro del 20 ottobre 2014 – siano iscritte nell’Albo dei Santi domenica 17 maggio 2015.

Mondragone (Ce). L’estremo saluto ad un giovane testimone della carità

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Mondragone. L’estremo saluto ad un giovane eroe della carità

di Antonio Rungi

Raccontare da lontano i funerali del giovane Eduardo D’Alessandro, da tutti chiamato e conosciuto come Aldo, non è la stessa cosa che avervi partecipato, averli vissuti dal vivo. Ma nelle parole e nel cuore di chi vi è stato c’è tutta l’emozione, l’amarezza e la speranza cristiana di chi guarda la vita in altra direzione e distanza, quella dell’eternità. E’ stato un funerale speciale, per un giovane eroe che meritava tutta l’attenzione della città, dei giovani e della chiesa. La presenza del Vescovo di Sessa Aurunca, monsignor Orazio Francesco Piazza, che ha presieduto la messa esequiale e di tutti i parroci della Forania di Mondragone è stato un segno tangibile di come essere vicino alla sofferenza della famiglia di Eduardo che ha perso una persona cara, appena ventunenne, e a tutti gli amici e conoscenti. La chiesa san Giuseppe Artigiano dei Padri Passionisti di Mondragone si è trasformata, per una mattinata il centro della preghiera per un giovane mondragonese che nel servizio generoso di soccorrere gli altri ha perso la vita, guadagnando il premio più grande e duraturo che è il paradiso. “Aldo vive nel cuore di chi lo ama”. Sono queste le parole di monsignor Piazza durante l’omelia. Ed ha aggiunto: “Più grande l’amore, più forte il dolore, e le parole non bastano a lenirlo. Aldo deve farvi riflettere” “Aldo ha offerto la propria vita…., l’amore non è sconfitto. Questa esperienza così amara non può essere cancellata. C’è differenza profonda tra la morte e il morire . La morte ci porta a fare la domanda sulla vita: la vita è un incrocio di responsabilità. Aldo oggi ci conduce sulla strada della speranza”. Ad accompagnare la liturgia le noti dell’organo della Chiesa dei Passionisti, suonato da don Paolo Marotta. Clima di preghiera, di sofferenza, ma anche di gioia per la testimonianza di vita di questo giovane. Tanti gli applausi nel corso della cerimonia per sottolineare la verità assoluta per sempre, che l’amore supera la morte e donare la vita per gli altri è il gesto più grande di ogni persona umana, credente e non. Ed Aldo era un giovane credente che insieme alla sua famiglia frequentava la parrocchia dei passionisti, dove i suoi genitori hanno voluto che si svolgessero le esequie, pur abitando da poco tempo in via Venezia. E’ stato padre Bernard ad andare a benedire la salma nella casa del defunto, in Via Matilde Serao ed accompagnare il feretro per tutto il percorso. La bara è stata porta a spalla, con l’accompagnamento delle note della banda di Mondragone, note struggenti e commoventi, che ti strappano le lacrime ad ogni passo che fai. La città ha risposto alla grande al lutto cittadino e tutti i negozianti hanno abbassato le serrande al passaggio del feretro. Tanti i confetti e fiori sparsi al passaggio della bara bianca, attraversando Viale Margerita e la Domiziana. Tante le autorità civili e militari presenti al rito funebre, con il sindaco della città, Giovanni Schiappa. Tanti i manifesti di partecipazione al lutto della famiglia di Aldo e tanti gli striscioni disseminati lungo la strada e soprattutto davanti alla Chiesa per ricordare il coraggioso gesto di Eduardo. Ma il momento più intenso emotivamente è stata la celebrazione della messa, alla quale tutti i presenti hanno partecipato in silenzio con la morte nel cuore per la perdita di un giovane come Aldo. A conclusione della funzione, la bara bianca di Eduardo D’Alessandro è stata salutata con un applauso, dentro e fuori la chiesa e qui con il volo dei palloncini bianchi librati verso il cielo, nello spazio antistante la chiesa di San Giuseppe Artigiano, con la lettura di alcune lettere stilate dai suoi amici. Il tutto col sottofondo musicale della bellissima canzone di Blues dedicata da un musicista e cantante mondragonese ad Aldo ed un altro giovane morto recentemente a Mondragone. La bara è proseguita per il cimitero di Mondragone, dove verrà tumulata e ne siamo certi, la tomba di Aldo sarà una meta costante di parenti, amici e conoscenti di questo “novello e giovane samaritano” della città di Mondragone.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 18 GENNAIO 2015

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Seconda Domenica del tempo ordinario

18 gennaio 2015

 

Una parola che scalda il cuore e spinge nella giusta direzione

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio della seconda domenica del tempo ordinario è incentrata sul tema della chiamata: quella di Samuele ad essere profeta di Signore, quella degli apostoli ad essere inviati di Gesù Cristo. Ogni chiamata richiede la parola di chi chiama e l’ascolto che diventa risposta positiva o negazione a chi chiama e fa capire con precisione la sua voce, il suo intento e lo scopo di questa speciale convocazione a servizio, in questo caso, di Dio. E’ quindi evidente che solo chi ascolta e discerne può rispondere in modo autentico e con le mozioni del cuore alla chiamata di Dio al suo servizio. Noi battezzati siamo stati chiamati da Dio ad una comunione profonda con Lui mediante la grazia santificante. La risposta alla chiamata richiede che noi viviamo secondo quel si, che nei vari stati di vita, abbiamo detto a Dio, con l’unico e fondamentale scopo della nostra personale salvezza e santificazione. Siamo stati chiamati per noi stessi e per essere a servizio della causa comune che è la diffusione del Regno di Dio tra gli uomini.

Il bellissimo testo della prima lettura di oggi, tratto dal primo libro di Samuele chi fa capire quando è difficile intuire subito la chiamata di Dio a qualsiasi ruolo ed ufficio per metterci a suo servizio. Samuele infatti ha bisogno di essere chiamato per tre volte prima di capire che era il Signore e non Eli a chiamarlo. Una guida anche in questo caso fa da tramite per discerne la nostra vocazione, soprattutto nel servire al causa della parola di Dio e della buona novella, il vangelo di Cristo. Dopo la triplice chiamato il giovane poté rispondere: Signore «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Le conseguenze di questa totale disponibilità ad accogliere la parola di Dio furono per Samuele straordinarie e ricche di ogni bene e promesse. Eglicrebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. Quando si entra nel dialogo profondo con Dio, ogni parola che esce dalla sua bocca diventa vita, gioia, speranza, maturazione per ogni persone disposta ad incontrarsi con Dio, mediante la sua parola comunicata all’uomo. E questa parola noi l’abbiamo nella Sacra Scrittura, che dobbiamo leggere, meditare e soprattutto metterla in pratica, perché possiamo crescere in santità di vita, in bontà e in missionarietà. Con Dio centro il nostro cuore e nei nostri pensieri possiamo fare grandi cose per a sua gloria e per la nostra santificazione. Non a caso una parola ben accolta, riscalda il cuore e spinge all’azione, non rimane dentro di noi senza produrre il suo effetto benefico.

Parlando di questa unione speciale con Cristo, san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi, evidenzia un aspetto importante di questa unione che porta alla vera comunione e ad una morale personale capace di trasformare il nostro essere ed agire in qualcosa di straordinariamente bello, significativo ed attraente: “Chi si unisce al Signore –scrive l’Apostolo delle genti – forma con lui un solo spirito”. Per cui, in questa nuova condizione essenziale ed esistenziale cambia il modo di operare. Da qui la raccomandazione e monito: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”. Stare lontano dalle impurità di ogni genere, soprattutto quelle che abbassano il livello morale della persona e della società. Oggi queste impurità sono oltre che presenti, visibile e decifrabili in comportamenti di singoli, di gruppi e di masse di uomini sempre più immersi nel materialismo, nell’edonismo e nella soddisfazione dei piaceri dei ogni genere. La persona è tempio dello Spirito Santo, per cui deve essere una persona spiritualmente elevata. Non deve scendere a certezze bassezze, perché questo è la rovina della sua dignità di tempio dello Spirito del Signore, che è vita, gioia, purezza, bontà, delicatezza e dolcezza. Non dobbiamo mai dimenticare in tutto quello che facciamo che “il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”.

Essere per il Signore, significa mettersi a suo servizio, rispondere alla sua chiamata e svolgere una precisa missione , quella stessa che è stata assegnata al gruppo dei primi discepoli a partire da Pietro. Anche in questo caso è una persona ben precisa, Giovanni il Battista, ad indicare in Gesù il maestro e poi a seguirlo per vedere dove abitava e come viveva, per poi acconsentire liberamente di mettersi a servizio della sua missione nel mondo. Tra i primi discepoli primeggia la figura di Simon Pietro, che non fu il primo a seguire Gesù, ma una volta scelto di farlo viene indicato da Gesù stesso come il capo del gruppo. Non a caso è Gesù stesso a cambiare il nome da Simone, figlio di Giovanni, in Cefa, in Pietro. Quando si incontrare davvero il Signore la vita cambia radicalmente a partire da quella identità umana e anagrafica che diventa identità spirituale ed ecclesiale. Ogni chiamata richiede cambiamento, conversione e rinnovamento. Tutti siamo stati chiamati da Dio a seguirlo in qualche via specifica del nostro essere umano e cristiano. Facciamo si che questa risposta data al Signore liberamente possa viversi ogni giorno nella piena consapevolezza del dono ricevuto e che non va assolutamente messo da parte o non valorizzato appieno. Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno del Signore, nel quale la gioia del cuore prevale su ogni altro aspetto del nostro vivere ed esistere: “O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DEL BATTESIMO DI GESU’

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FESTA DEL BATTESIMO DI GESU’- 11 Gennaio 2015

DA UN’EPIFANIA ALL’ALTRA

Commento di padre Antonio Rungi

 

Farsi conoscere dall’uomo, farsi accettare da lui, entrare in comunione con lui, rivelarsi, dire tutto di se stesso per non lasciare nel dubbio e nell’incertezza l’umanità. Così Dio ha sempre operato in preparazione alla venuta del suo Figlio. Così in un modo del tutto singolare opera ed agisce nei confronti dell’umanità perché accolgano il Verbo Incarnata, il suo Figlio, inviato nel mondo per la salvezza del mondo. A pochi giorni dalla solennità dell’Epifania, ci troviamo a celebrare con il battesimo di Gesù un’altra epifania, un’altra manifestazione di Gesù Cristo quale figlio prediletto ed unigenito del Padre, in cui Dio si compiace pienamente. Se nella liturgia il salto temporale è di pochi giorni, nella vita di Gesù il salto è molto lungo e distanziato nel tempo, in quanto parliamo dell’inizio del ministero pubblico di Gesù Cristo, intorno ai 30 anni di vita. Il battesimo ricevuto dalle mani del suo precursore, Giovanni il Battista, nel fiume giordano, un battesimo di penitenza, si colloca infatti intorno ai 30 anni di Gesù Cristo.  Il racconto di questo avvenimento è fatto dall’evangelista Marco con poche e sobrie espressioni per indicare in Gesù Cristo l’atteso Messia delle Genti. Giovanni battezza in acqua, Cristo battezzerà nello Spirito santo. E’ evidente la differenza sostanziale tra il battesimo giovanneo e quello che celebrerà Cristo con la sua Pasqua di morte e risurrezione. Tanto è vero lo Spirito santo si posa su Gesù, in forma di colomba, mentre una voce dal cielo do presenta ufficialmente al mondo e lo rivela nella sua autentica identità e missione:  Gesù è  il Figlio mio, l’amato: in lui Dio Padre ha posto il mio compiacimento. L’ufficializzazione è fatto, ora si tratta di camminare in questa identità nella sua missione. E infatti con il battesimo di Gesù che inizia concretamente l’opera evangelizzatrice del Maestro-Messia. Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi, preghiamo con queste parole, che sono la sintesi della celebrazione liturgia e del mistero della luce che ricordiamo nel Battesimo di Gesù: “Padre d’immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli; concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace.

Nella Lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae” di San Giovanni Paolo II, Papa, nell’introdurre i nuovi cinque misteri della luce, Papa scrive testualmente: “Passando dall’infanzia e dalla vita di Nazareth alla vita pubblica di Gesù, la contemplazione ci porta su quei misteri che si possono chiamare, a titolo speciale, ‘misteri della luce’. In realtà, è tutto il mistero di Cristo che è luce. Egli è «la luce del mondo» (Gv 8, 12). Ma questa dimensione emerge particolarmente negli anni della vita pubblica, quando Egli annuncia il vangelo del Regno….È mistero di luce innanzitutto il Battesimo al Giordano. Qui, mentre il Cristo scende, quale innocente che si fa ‘peccato’ per noi (cfr 2Cor 5, 21), nell’acqua del fiume, il cielo si apre e la voce del Padre lo proclama Figlio diletto (cfr Mt 3, 17 e par), mentre lo Spirito scende su di Lui per investirlo della missione che lo attende. Possiamo dire che in questo mistero della vita di Gesù si coniugano perfettamente rivelazione e missione. La sua identità e il suo essere inviato per portare a compimento la salvezza del genere umano. A noi il compito di accettarlo, di professare la nostra fede in Lui, di aderire alla sua persona, di ascoltare e mettere in pratica la sua parola. In altri termini, si tratta di vivere il nostro battesimo e non solo tenerlo custodito, improduttivamente, nel cassetto della nostra esistenza svuotata dalla pratica religiosa e dalla testimonianza della vita. San Giovanni Apostolo nel brano della sua prima lettera ci ricorda che “chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Con la fede vinciamo le tenebre dell’errore e del peccato e ci apriamo ad in dialogo sincero con il Redentore. Infatti, scrive l’Apostolo Giovanni: “chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio”.

Facciamo fruttificare in noi la parola di Dio, accogliamola e rendiamo feconda la terra del nostro cuore e della nostra mente, perché possiamo davvero rinnovarci nel Signore, come ci ricorda il brano della prima lettura di questa giornata, tratto dal profeta Isaia: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”.

Come nel battesimo di Gesù “si aprirono i cieli,  e come colomba  lo Spirito di Dio si fermò su di lui,  e la voce del Padre disse: “Questo è il Figlio mio prediletto,  nel quale mi sono compiaciuto”. (cf. Mt 3,16-17), così nel rivivere il nostro battesimo, facciamo sì che lo Spirito Santo apra il cielo della nostra mente e della nostra anima, perché la santissima Trinità si possa compiacere di Dio, essendo noi figli di Dio e lo siamo realmente, proprio mediante quel sacramento del battesimo che spesso abbiamo dimenticato nel cassetto e non lo viviamo nella nostra vita quotidiana, attratti come siamo da altre voci che non sono quello dello Spirito Santo, ma dello spirito del male. Nelle promesse battesimali abbiamo fatto tre precise rinunce:  al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio; alle seduzioni del male,  per non lasciarci dominare dal peccato;  a satana, origine e causa di ogni peccato. Parimenti ci siamo impegnati a professare la fede con tre blocchi di verità: di credere in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra;  di credere in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,  che nacque da Maria vergine,  morì e fu sepolto,  è risuscitato dai morti  e siede alla destra del Padre; di credere nello Spirito Santo,  la santa Chiesa cattolica,  la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna.

Ecco la festa del battesimo di Gesù è un invito molto preciso a riscoprire e a vivere il nostro battesimo a partire dal ricordarci del giorno in cui siamo stati battezzati, come ripetutamente ci chiede di fare Papa Francesco, perché in quel giorno è cambiato tutta la nostra vita, in quanto è stata consacrata totalmente a Cristo, Re, Sacerdote e Profeta.

LA TERAPIA DI PAPA FRANCESCO CONTRO LE MALATTIE DELLA CHIESA

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CONTRO LE MALATTIE DELLA CHIESA

LA TERAPIA DI PAPA FRANCESCO 

A CURA DI PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA 

Il Santo Padre, Papa Francesco, nell’incontrare la Curia Romana, per l’annuale augurio di Natale e di Capodanno ha parlato senza peli sulla lingua di 15 malattie che affliggono la Chiesa e da cui bisogna guarire.

Tali malattie e tali tentazioni – dice Papa Francesco – sono naturalmente un pericolo per ogni cristiano e per ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia, movimento ecclesiale, e possono colpire sia a livello individuale sia comunitario.

1. La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile”trascurando i necessari e abituali controlli.  L’antidoto a questa epidemia è la grazia di sentirci peccatori e di dire con tutto il cuore: «Siamo servi inutili”.

2. Un’altra: La malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro,  , inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi sotto i piedi di Gesù (cfr Lc 10,38-42). La cura consiste nel riposo. 

3. C’è anche la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale. La cura consiste nell’ «avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità. 

4. La malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo. La cura consiste nell’abbandonarsi allo Spirito Santo. Egli è freschezza, fantasia, novità».  

5. La malattia del cattivo coordinamento. La cura sta nell’armonizzare il tutto, senza prevaricazione di qualcuno o superiorità di altri.  

6. C’è anche la malattia dell’“alzheimer spirituale”. La cura consiste nel recuperare la vita spirituale ed interiore. superando passioni, capricci e manie, eliminando muri di divisione, abbandonando gli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani. 

7. La malattia della rivalità e della vanagloria. La cura è la comunione e l’umiltà del cuore e della vita.  

8. La malattia della schizofrenia esistenziale. La cura consiste nell’essere autentici e coerenti. Fare ciò che si dice e farlo bene. 

9. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi.  È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle. La cura consiste nel silenzio e nel parlare bene degli altri, senza calunniare e fare chiacchiere inutili. 

10. La malattia di divinizzare i capi. La cura consiste nel servizio umile e disinteressato, senza attese di promozioni varie.  

11. La malattia dell’indifferenza verso gli altri. La cura consiste nell’attenzione amorevole verso gli altri e nell’aiuto quando uno cade.  

12. La malattia della faccia funerea. La cura consiste in un sano umorismo e autoironia. Fa bene scherzare con su se stessi e non prendere seriamente ogni cosa. 

13. La malattia dell’accumulare. La cura consiste nel distacco da ogni cosa e nell’alleggerirsi dei pesi dell’economia fine a se stessa e che non fa bene a nessuno. L’accumulo appesantisce solamente e rallenta il cammino inesorabilmente!  

14. La malattia dei circoli chiusi. La cura consiste nell’aprirsi agli altri e dare opportunità a tutti di realizzarsi. Il potere, che è servizio, deve passare di mano i mano e mai fermarsi sempre nelle stesse mani o negli stessi gruppi e circoli chiusi. 

15.Il profitto mondano degli esibizionismi. La cura consiste nel conservare nel proprio cuore le confidenze e le conoscenze degli altri, senza vantarsi di sapere tutto e di potere tutto. 

Ed aggiunge una cosa molto importante che riguarda tutti i sacerdoti e tutti i consacrati. “Una volta ho letto che i sacerdoti sono come gli aerei: fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano. Molti criticano e pochi pregano per loro. Quanto male potrebbe causare un solo sacerdote che “cade” a tutto il corpo della Chiesa”.  

LE CURE DI PAPA FRANCESCO SUGGERITE

AI DIPENDENTI DELLO STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO.

 •curare la vostra vita spirituale, il vostro rapporto con Dio, perché questa è la colonna vertebrale di tutto ciò che facciamo e di tutto ciò che siamo. Un cristiano che non si nutre con la preghiera, i Sacramenti e la Parola di Dio, inevitabilmente appassisce e si secca. Curare la vita spirituale; 

•curare la vostra vita famigliare, dando ai vostri figli e ai vostri cari non solo denaro, ma soprattutto tempo, attenzione e amore; 

•curare i vostri rapporti con gli altri, trasformando la fede in vita e le parole in opere buone, specialmente verso i più bisognosi;  

•curare il vostro parlare, purificando la lingua dalle parole offensive, dalle volgarità e dal frasario di decadenza mondana; 

•curare le ferite del cuore con l’olio del perdono, perdonando le persone che ci hanno ferito e medicando le ferite che abbiamo procurato agli altri; 

•curare il vostro lavoro, compiendolo con entusiasmo, con umiltà, con competenza, con passione, con animo che sa ringraziare il Signore;  

•curarsi dall’invidia, dalla concupiscenza, dall’odio e dai sentimenti negativi che divorano la nostra pace interiore e ci trasformano in persone distrutte e distruttive;

•curarsi dal rancore che ci porta alla vendetta, e dalla pigrizia che ci porta all’eutanasia esistenziale, dal puntare il dito che ci porta alla superbia, e dal lamentarsi continuamente che ci porta alla disperazione. Io so che alcune volte, per conservare il lavoro, si sparla di qualcuno, per difendersi. Io capisco queste situazioni, ma la strada non finisce bene. Alla fine saremo tutti distrutti tra noi, e questo no, non serve. Piuttosto, chiedere al Signore la saggezza di saper mordersi la lingua a tempo, per non dire parole ingiuriose, che dopo ti lasciano la bocca amara; 

•curare i fratelli deboli: ho visto tanti begli esempi tra di voi, in questo, e vi ringrazio, complimenti! Cioè, curare gli anziani, i malati, gli affamati, i senzatetto e gli stranieri perché su questo saremo giudicati;  

•curare che il Santo Natale non sia mai una festa del consumismo commerciale, dell’apparenza o dei regali inutili, oppure degli sprechi superflui, ma che sia la festa della gioia di accogliere il Signore nel presepe e nel cuore. 

Commento alla IV Domenica di Avvento, 21 dicembre 2014

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QUARTA DOMENICA DI AVVENTO- 21 DICEMBRE 2014

“Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”

Commento di padre Antonio Rungi

Al centro della parola di Dio di questa quarta domenica di Avvento c’è una persona a noi molto cara e alla quale ci appoggiamo sempre, ma soprattutto nelle difficoltà: e’ la Beata Vergine Maria. Alla vigilia del Natale, la liturgia ci dice con chiarezza che Maria è il tramite immediato, anche temporale, oltre che biologico e affettivo, teologo e biblico per accogliere Gesù in questo Natale 2014 e per sempre.

Quattro fondamentali comportamenti ci sono richiesti, come quattro solo le domeniche di Avvento. E a richiederli, tramite la Vergine Maria, nel momento dell’Annunciazione, è l’Arcangelo Gabriele: non temere, concepire, dare alla luce e mettere il nome. Leggiamo il brano del Vangelo dell’Annunciazione nella sua interezza, nella sua ricchezza di segni, simboli e significati spirituali, morali, religiosi e teologici, tratto dal Vangelo di Luca. “In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Maria non deve temere di accogliere Cristo nel suo grembo verginale, per opera dello Spirito Santo. Nel dubbio del come possa avvenire tutto questo, per mancanza di un rapporto coniugale, si affida alla parola dell’Angelo, quale messaggero dell’Altissimo e quello che umanamente è impossibile all’uomo, diventa possibile per il Signore. Le leggi naturali che il Signore ha dato nella trasmissione della vita, qui vengono sospese, per un evento speciale: la venuta del Redentore e del Messia. Come Maria anche noi siamo chiamati a non avere paura di far nascere davvero Gesù, in questo Natale, lasciando spazio che egli prenda completamente il nostro cuore e la nostra vita.

Maria è scelta per concepire il Redentore e si rende disponibile ai disegni di Dio. Non pone ostacoli, lasciare fare a Dio. E il risultato lo conosciamo, quando ci affidiamo a Dio: Gesù nasce e con lui nasce la gioia, come dice Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium. Ed ogni volta che Gesù rinasce nel ricordo liturgico del Natale annuale, anche per noi rinasce la speranza  e la gioia. Siamo, quindi, chiamati anche noi a concepire, cioè a pensare continuamente a Dio e farlo crescere nella mente e nella nostra vita, senza mai interrompere questo rapporto di amore e vita.

Maria darà alla luce Gesù e la sua esperienza di mamma, come tutte le mamme del mondo, questo momento sarà unico e bellissimo. Gesù dal grembo purissimo di Maria, passa nel grembo dell’intera umanità. Da Maria, passa a tutti noi, per essere visto, accolto, amato, perché egli per amore si è incarnato.

Maria porrà il nome a Gesù, secondo quanto l’Angelo Gabriele le aveva annunciato. E infatti sarà chiamato Gesù, il Figlio dell’Altissimo. Sull’esempio di Maria, anche noi siamo chiamati a dare nome e volto a chi viene tra noi, l’Emmanuele, il Dio con Dio. Dare nome e volto significa accoglierlo a interagire con lui in ogni situazione della nostra vita. Senza Gesù, neanche Maria ha un significato nella nostra vita. Gesù e Maria sono i riferimenti essenziali di ogni Natale e di questo Natale, senza escludere la figura e la persona di San Giuseppe, il padre putativo di Gesù e lo sposo castissimo di Maria, essendo della stirpe di Davide. E sulla figura del Re Davide e della sua missione in ordine al Redentore ed al Messia, è incentrata la prima lettura di questa quarta domenica di Avvento, tratta dal secondo libro di Samuele. Gesù, infatti, è chiamato figlio di Davide e Redentore.

“Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”». Sarà il Signore a costruire una casa per Davide, per l’intera umanità. Anzi egli prenderà casa ed abiterà tra noi, sempre, perché un Dio che si fa uomo, porta con se per sempre l’umanità, nella nascita, nella morte e nella sua risurrezione.

Con san Paolo Apostolo, che scrivendo ai cristiani di Roma, porta l’attenzione sulla nascita del Redentore ci fa riflettere su questo grande mistero della nascita di Gesù che, liturgicamente, sta davanti a noi, ma che è sempre davanti a noi, perché Natale è sempre Natale di un Dio che continuamente si incarna in noi, in tanti modi e per tante vie.

“Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.”

E con l’antifona d’ingresso per la santa messa di questa domenica, vogliamo rivolgerci a Dio con parole che toccano ilo cuore, perché ci aprono alla gioia di una grandissima attesa: “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore”.

Si apra lo spazio, la terra del nostro cuore, ma anche la terra di tutta la terra, per accogliere Gesù in questo Natale. E Maria, la Madre di Gesù e Madre nostra, ci prenda per mano e ci sorregga nel cammino verso questo Natale.

 

P.RUNGI. IL DECALOGO DEI RELIGIOSI NELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

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P. RUNGI (TEOLOGO MORALE). IL DECALOGO DEI RELIGIOSI NELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

Dieci regole per vivere bene l’anno della vita consacrata. E’ quanto ha indicato padre Antonio Rungi, religioso passionista, teologo morale, già superiore provinciale dei passionisti del Lazio Sud e Campania, stilando uno speciale decalogo per i religiosi e le religiose.
Ecco le regole di vita per ogni consacrato in questo anno a loro dedicato:

In occasione dell’apertura dell’anno della vita consacrata, che si svolge dal 30 novembre 2014 (Prima Domenica di Avvento) fino al 2 febbraio 2016, Padre Antonio Rungi, ex-superiore provinciale dei passionisti di Napoli, teologo morale, pubblica uno speciale “decalogo della vita consacrata”. Si tratta di “dieci regole –scrive padre Rungi- per essere un buon religioso oggi, nell’attuale situazione ecclesiale e sociale in cui vivono ed operano gli istituti di vita consacrata, maschili e femminili”.

Ecco il testo delle regole dettate da padre Rungi.

1. L’amore verso Dio e i fratelli è il fondamento della religione e soprattutto per quanti scelgono di consacrarsi a Dio con la professione dei consigli evangelici. Questo comandamento sia costantemente vissuto a livello personale e comunitario da parte di coloro che sono chiamati alla perfezione della carità.

2. La preghiera è l’anima ed il cuore di ogni esperienza religiosa e soprattutto dei religiosi. Non manchi mai nella giornata e nella vita consacrata questo aspetto fondamentale della donazione a Dio, che necessita di essere alimentata dalla preghiera, meditazione e dall’ascesi. La celebrazione eucaristica, con la devozione alla Madonna caratterizzino lo stile orante di ogni consacrato.

3. L’obbedienza, primo fondamentale voto che ogni religioso professa, sia attentamente osservata in ogni momento della propria vita di consacrato, soprattutto quando costa sacrificio e rinuncia alle proprie vedute, idee e progetti personali al fine del bene comune.

4. La povertà visibile e leggibile stia nel cuore dei consacrati e venga testimoniata nel distacco completo dai beni della terra, privilegiando uno stile di vita sobrio, essenziale e libero da ogni desiderio mondano. A nessun religioso sia permesso di vivere in modo lussuoso e consumistico, memori di quanti non hanno nulla e soffrono la fame e la miseria su tutta la Terra.

5. La castità per il Regno dei cieli venga vissuta con semplicità e gioia, impegnandosi in ogni situazione, soprattutto di provocazione e di stimolazione al male, di mantenersi fedeli al dono della purezza del cuore, dei sentimenti, del corpo e della vita che Dio ci ha donato. Siano condannati apertamente atti commessi dai religiosi contro la dignità della persona umana, soprattutto se bambini e ammalati.

6. Lo stile di vita comunitaria prevalga su ogni individualistica visione della consacrazione a Dio e tutti i religiosi collaborino effettivamente per innalzare la qualità della vita in comune, puntando su una vera fraternità e condivisione, frutto di sentimento e sapienza che riscontriamo nel vero modello per tutti, che è Gesù.

7. Ogni religioso abbia particolarmente a cuore il carisma del proprio istituto, vivendo e testimoniandolo secondo i doni personali ricevuti che sono a servizio di tutti.

8. Il servizio dell’autorità venga svolto con donazione, generosità, paternità e competenza e tutti i religiosi, che sono chiamati a tale servizio nei rispettivi istituti, siano sensibili in umanità e spiritualità verso i confratelli o consorelle delle comunità.

9. L’ansia missionaria sia motivo costante non solo per annunciare ai fratelli il Vangelo della gioia, ma anche occasione di crescita in sintonia con le chiese locali e con la chiesa universale. Tutti siano davvero missionari con la parola, la preghiera e la testimonianza di una vita gioiosa nel Signore, sull’esempio di Maria, la Madre della gioia.

10. Ogni religioso abbia a cuore le sorti del proprio istituto promuovendo un’azione incisiva a livello di vocazioni da accogliere con disponibilità quando il Signore chiama i giovani o i meno giovani per seguirLo sulla via stretta dei consigli evangelici. Ogni consacrato sia promotore vocazionale nella famiglia, nella scuola, nella Chiesa, nell’apostolato e nella società.

NATALE 2014. IL DECALOGO DELLA GIOIA CRISTIANA

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P. RUNGI (TEOLOGO MORALE). IL DECALOGO DELLA GIOIA CRISTIANA. UNA PROPOSTA DI FELICITA’ VERA PER IL NATALE 2014

Partendo dai testi biblici delle domeniche di Avvento e soprattutto dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista ha elaborato in vista del Natale 2014 un decalogo della gioia cristiana,  strutturato in base all’epistolario paolino. Queste le dieci regole della gioia cristiana:

1) Essere sempre lieti (la gioia è uno stato, una condizione di vita permanente e non solo occasionale).
2) Pregare ininterrottamente (non c’è gioia senza preghiera; anzi la preghiera è gioia per sua natura).
3) Rendere grazie a Dio, a tutti e per tutto.
4) Non spegnere lo Spirito della gioia (la vita interiore deve essere curata e non fatta morire lentamente).
5) Non disprezzare le profezie (il dono dell’annuncio deve essere coltivato e valorizzato).
6) Vagliare ogni cosa e scegliere il bene (il discernimento spirituale e morale porta alla decisione per il bene e non per il male).
7) Astenersi da ogni specie di male (compreso il bene, si evita di conseguenza il male, qualsiasi male per se stessi e per gli altri).
8) Aver cura di santificarsi, abbandonandosi totalmente alla volontà di Dio.
9) Conservarsi irreprensibili, nella totalità della propria persona (anima e corpo) per la venuta del Signore.
10) Rispondere alla chiamata di Dio alla santità, vivendo la propria condizione di battezzato e il proprio stato di vita nell’assoluta fedeltà alla legge morale.

Padre Rungi, poi, richiamando quanto scrive Papa Francesco, sottolinea quanto “sia importante per il Natale 2014, recuperare fiducia, speranza e gioia, di fronte ai tanti segnali di morte, di immoralità, di sconforto e di corruzione che emergono dalla cultura e dalla mentalità del mondo d’oggi soprattutto in Italia”. E citando Papa Francesco ricorda che “Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. E solo avendo di vita Cristo che si può uscire dal baratro della corruzione morale: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”. E conclude il teologo “Di fronte agli scandali a tutti i livelli e in tanti luoghi d’Italia e del mondo c’è solo una cosa da fare: convertirsi alla giustizia che è fonte di gioia per tutti. Senza giustizia non c’è carità e di conseguenza non c’è gioia e pace”.