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Papa Francesco a Caserta. Un motivo di gioia e di impegno

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Caserta. La visita di Papa Francesco un motivo di preghiera e di riflessione per i Passionisti del casertano e della Campania

di Antonio Rungi

La visita di Papa Francesco a Caserta del 26 luglio 2014, in coincidenza con la festa dei Santi Gioacchino ed Anna, e il giorno 28 per incontrare, in forma strettamente privato, un suo carissimo amico, è  un motivo di preghiera e di profonda riflessione per i Passionisti del Casertano e dell’intera Campania, dove i passionisti sono presenti, con vari conventi dagli inizi del XIX secolo.

Risale, infatti, al 1855, prima dell’Unità d’Italia, la presenza passionista nella Reggia di Caserta, per assistere le truppe e fare formazione spirituale in questo luogo simbolo di cultura, storia e potere di quel tempo. In questa comunità religiosa resiedette  il Venerabile padre Fortunato Maria di S.Paolo (al secolo Paolo De Gruttis) che era nato a Roccavivi (Aq) il 3 marzo 1826, nella Diocesi di Sora. Dopo una breve permanenza nel Seminario diocesano di Sora, all’età di 17 anni, nel 1843, entrava tra i Passionisti che, nel 1842, avevano aperto una casa religiosa a Sora. A Paliano (Fr),  farà il noviziato e qui emetterà la prima professione religiosa, preparandosi al sacerdozio a Ceccano e Falvaterra. Il 23 dicembre 1848 venne ordinato sacerdote in Veroli, in maniera quasi clandestina essendo in atto i noti moti rivoluzionari. Per esigenze di ministeri fu inviato in varie case religiose della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania). Dal 1869 fino alla morte dimorò ininterrottamente nel Ritiro di S. Sosio in Falvaterra. Morto in concetto di santità, il primo significativo gradino del processo di beatificazione è stato scritto l’11 luglio 1992, (22 anni fa) quando fu dichiarato “Venerabile” da San Giovanni Paolo II e proposto come maestro di vita spirituale per religiosi, sacerdoti e laici..

Nel 1857 padre Fortunato va a Caserta, dove da due anni era stata aperta una nuova sede dei passionisti, all’ombra del Palazzo reale, per desiderio del re Ferdinando II. Qui padre Fortunato fu inviato specialmente come confessore. Quando nel 1866 la sede di Caserta viene chiusa dal nuovo governo italiano postunitario, padre Fortunato viene accompagnato dalla polizia, insieme ai confratelli, fino al Convento di Falvaterra. Questa esperienza maturò nel Venerabile l’urgenza delle risorse interiori per poter affrontare gli urti della vita, ma anche la tensione apostolica. Quando non possiamo annunziare e testimoniare, pensava, dobbiamo parlare con il contagio della carica intima che deve qualificare un maestro di fede. Di questa storica e importante presenza dei passionisti a Caserta, che mai ha dimenticato i figli spirituali di San Paolo della Croce, rimane a perenne memoria “Via Passionisti”, adiacente la Reggia di Caserta, dove ancora oggi si può notare la chiesa che i passionisti utilizzavano per fare apostolato dentro e fuori il Palazzo Reale.

La visita di Papa Francesco è, quindi, un motivo in più per i missionari del Crocifisso, come ha voluto che fossero chiamati i passionisti dallo stesso loro fondatore, perché potenziano in questa terra casertana la nuova evangelizzazione, secondo quanto è precisato nella Lettera Apostolica, Evangelii gaudium di Papa Francesco. I passionisti, oggi, hanno una loro presenza a Calvi Risorta e Mondragone nel Casertano, ad Airola, nel Beneventano, a Forino, nell’Avellinese, a Napoli e a Casamicciola nel Napoletano. Come dire che a partire dall’Ottocento, prima nel Regno di Napoli, e poi nell’Italia Unita, i Passionisti hanno sempre curato la loro presenza nella Regione, forti di quel mandato missionario di Paolo della Croce di essere vicino agli ultimi e ai sofferenti, che, allora come oggi, la Campania presenta in numero sempre più elevato, soprattutto nel campo della povertà assoluta. Nella terra dei fuochi o dei veleni, anche i Passionisti, soprattutto oggi, con il fenomeno dell’immigrazione sempre più crescente nel casertano e nel napoletano, hanno qualcosa di dire e da proporre in sintonia con il progetto di rivoluzionare pastoralmente la chiesa, come Papa Francesco continuamente suggerisce con il suo alto magistero di Pastore universale della Chiesa, molto attento ai drammi ed ai problemi delle popolazioni locali e delle chiese locali.

La presenza di Papa Francesco a Caserta per due giorni diversi, 26 e 28 luglio, e per due scopi diversi, è un motivo di grande gioia per tutti e soprattutto di grande speranza per questa terra segnata da tanti problemi, ma profondamente legata alla fede cattolica, con una chiesa viva ed operosa, che guarda soprattutto alle sofferenze degli ultimi e dei sofferenti del vasto comprensorio di Caserta città e Provincia. Insieme e uniti, tutte le forze ecclesiali e sociali possono dare un volto nuovo alla città e al territorio casertano e campano, ripartendo proprio da questa importante, anche se brevissima visita pastorale, di appena 4 ore, di Papa Francesco, il Papa del nuovo corso della Chiesa del XXI secolo.

A Scauri le Lodi Mattutine si recitano in spiaggia a prima mattina

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Scauri (Lt). Le Lodi Mattutine si pregano in spiaggia di buon mattino

di Antonio Rungi

In estate non va in vacanza la vita spirituale e la vita liturgia del cristiano. Per aiutare il cammino di preghiera della comunità parrocchia di Sant’Albina in Scauri (Lt), diocesi di Gaeta, congiuntamente ai villeggianti presenti nella rinomata e frequentata meta turistica del Sud Pontino,  il parroco, don Simone De Vito ha attivato per i mesi estivi la preghiera delle Lodi in spiaggia. E’ la preghiera che apre, praticamente, la giornata di ogni cristiano e che sempre più si diffonde tra i fedeli laici, essendo una volta solo preghiera dei preti e dei religiosi e religiose. Oggi in tutte le comunità parrocchiali, prima della messa del mattino o inserite in essi si pregano le Lodi mattutine, una delle parti più significative e sentite della liturgia quotidiana delle ore. L’incontro di preghiera estiva e balneare si svolge grazie alla disponibilità dei gestori del Lido Aurora e trova nel litorale scaurese un luogo affascinante e suggestivo che permette l’incontro personale e comunitario con Dio, anche nei mesi dedicati più al riposo e alla vacanza.  Il quotidiano appuntamento delle 8.15 del mattino sta riscuotendo un buon successo di partecipazione, dato l’orario comodo, soprattutto per i piccoli, gli adulti e gli anziani che possono così  usufruire della brezza marina di prima mattina, salutare al corpo e allo spirito. In tal modo, l’iniziativa di carattere prettamente spirituale e pastorale è anche una valida occasione per curare la mente, il cuore ed il corpo con la preghiera delle Lodi a Dio creatore ed ordinatore dell’universo. La preghiera è fatta con sentimento e il gruppo consistente di partecipanti non si limita solo a pregare e a recitare i salmi, ma anche a cantarli con maestria sulla spiaggia del Sud Pontino.

 

Il Commento alla liturgia della parola di Dio di domenica 27 luglio 2014

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DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO

27 LUGLIO 2014

Il Regno di Dio è una novità infinita

di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa XVII domenica del tempo ordinario ci presenta altre tre brevi parabole, dette da Gesù, per far capire il senso ed il valore del Regno di Dio, che Egli stesso instaura con la sua venuta nel mondo e che Egli stesso fa conoscere e diffonde mediante la predicazione della buona novella. Tanti esempi che Gesù apporta per il suo uditorio stabile o occasionale, per far comprendere la necessità di incrociare questo Regno nella sua persona, attraverso un atto di fede e di accettazione della sua missione. Gesù non chiede altro che la disponibilità del cuore dell’uomo di lasciarsi prendere dall’amore e dalla passione per il Regno di Dio, un regno tutto particolare per natura, costituzione e finalità. Il regno è un tesoro nascosto che se lo si scopre si fa in modo di acquisirlo subito a qualsiasi prezzo. E sul valore del regno è l’altro esempio delle pietre preziose che il mercante compra, una volta trovatele per caso o per ricerca personale. Come pure, il terzo esempio della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci, per poi fare la selezione per scegliere quelli buoni dai cattivi. Quelli adatti e maturi al Regno, quelli che non ancora hanno raggiunto la maturità ed il sapore adatto per entrare a far parte della tavola imbandita del Regno di Dio. E su questo terzo esempio che Gesù si sofferma in modo particolare e fa le sue giuste considerazioni e riflessioni, per spingere i suoi ascoltatori e soprattutto i suoi discepoli che erano esperti di mare e di cernita di pesci, a guardare avanti, altrove, oltre il tempo e a fissare lo sguardo nell’eternità. Dice, infatti, Gesù che  “così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. Ritorna qui, il Maestro divino, sul tema della separazione tra i buoni e i cattivi, alla fine dei tempi. Ritorna a parlare, detto in termini più immediati ed accessibili a tutti, del Paradiso e dell’Inferno, cioè delle massime eterne che sono la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Proprio, perché preso dalla necessità di essere un Maestro ed istruire saggiamente i suoi ascoltatori e discepoli Gesù, alla fine chiede ai presenti: “Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». In poche parole trasforma la sua esistenza in novità di vita, pur non dimenticando il bene ed il valore del suo passato, perché in ogni storia personale, anche problematica e drammatica, c’è sempre un filo di bontà che va saggiamente valorizzato. Armonizzare passato e futuro, attraverso un’operazione di presa di coscienza del presente che non sempre è ben chiara nella mente del credente. A volte si ha nostalgia del passato e si pensa solo al futuro, ma non si sa valorizzare ciò che il Signore ci dona nell’oggi. Egli è l’eterno oggi, che rende vivo e interessante ogni passo dell’uomo in cammino verso l’eternità. Chiediamo al Signore, come il Re Salomone, di cui ci racconta la prima lettura di oggi, tratta dal primo libro dei Re, la docilità del cuore e la saggezza nell’amministrare le cose di Dio e le cose degli uomini. Virtù come l’equilibrio, la giustizia, la docilità ad ascoltare, la disponibilità a risolvere i problemi  sono patrimonio di tutti, ma non tutti vi accedono in modo sincero. Salomone dal Signore viene accontentato nelle richieste, perché non aveva chiesto nulla per sé, né potenza di alcun genere o bene di qualsiasi consistenza. E’ quello che dovremmo chiedere nelle nostre umili preghiere di tutti i giorni, quando ci rivolgiamo a Colui che tutto sa e tutto può e che ci dona le cose necessarie al nostro vero bene, ma noi non le sappiamo comprendere o valorizzare appieno. San Paolo Apostolo nel breve brano della Lettera ai Romani di oggi, seconda lettura della liturgia della parola di questa domenica, ha chiara questa consapevolezza e la propone come via di interpretazione per differenziare il cammino del bene, rispetto a quello del male. Egli scrive: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno”. E’ evidente che il cammino di conformazione a Cristo, chiede ad ogni credente una presa di coscienza della propria identità di cristiano, con i vari aspetti che caratterizzano la vita presente e soprattutto quella futura. Il tema della predestinazione è qui sottolineato in ragione di un cammino che siamo chiamati, in quanto tutti abbiamo accesso alla salvezza, mediante  Gesù Cristo. Sta a noi prendere il largo e seguire le orme di Colui che per noi è morto ed è risorto.

Sia questa la nostra preghiera sincera e convinta di questo giorno di festa, che viviamo all’indomani della ricorrenza dei santi Gioacchino ed Anna, i genitori della Madonna e i nonni materni di Gesù Redentore. “O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni”. Amen.

IL COMMENTO PER LA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

20 LUGLIO 2014 

Non vogliamo essere zizzania, ma grano che fa sorride la terra 

di padre Antonio Rungi 

La XVI del tempo ordinario dell’anno liturgico ci propone come meditazione un’altra parabola di Gesù, in continuazione di quella di domenica scorsa, su seminatore che uscì a seminare e la risposta della terra fu diversa, in base dove la semente era stata gettata. In questa parabola entra in gioco un’erba cattiva, che qui è indicata come zizzania che cresce e si sviluppa insieme al buon grano. Certo non è il buon seminatore che semina l’erba distruttiva, ma il nemico acerrimo di questo speciale seminatore che è Dio e che trova nell’anti-Dio, in satana, il suo oppositore, perché quel campo della gioia e della pace non sia armonioso e non sia sereno. L’erba cattiva seminata a tutte le ore della storia e della vita dell’umanità ha permesso, purtroppo che il lavoro del buon seminatore incontrasse ostacoli e non raggiungesse il vertice della produzione dell’amore, della carità, della gioia e della vita. Facendo tesoro di questa lezione di vita che ci viene dal Signore, mediante un dialogo sincero ed aperto con i suoi discepoli, noi vogliamo essere il buon grano ed estirpare dalla nostra mente, dal nostro cuore e soprattutto dalla vita. Estirpare dalle nostre relazioni umane ed ecclesiali ogni piccolo germe di erba cattiva, che può danneggiare tutto il raccolto.

Il giudizio di Dio che incombe su ogni uomo e su tutta l’umanità, quando il grano sarà separato dalla zizzania e questo avrà accesso ad essere accolto nei granai di Dio, che tradotti in termini spirituali e teologici, è il santo Paradiso, ci deve far riflettere seriamente su come abbiamo strutturato la nostra vita nel corso di questa esistenza terrena che stiamo vivendo. Non possiamo dimenticare che abbiamo un grande appuntamento con la nostra storia terrena ed eterna e questo è il giudizio personale e quello finale di Dio. Bisogna, certamente, confidare nella misericordia infinita di Dio, ma è doveroso anche lavorare perché questa misericordia possa realizzarsi nel tempo che il Signore ci ha donato mediante una sincera conversione della nostra vita all’amore, alla pace, alla riconciliazione, al bene per sempre.

Il regno di Dio a cui fa riferimento il vangelo di oggi, con tre parabole dello stesso tono e con lo stesso intento che il Signore vuole far risaltare, non può essere bloccato nella su diffusione, nella sua radicazione e nel suo potenziamento nella storia dell’uomo per qualsiasi ostacolo che viene dal di fuori o dal di dentro dello stesso campo, che la chiesa e la comunità dei credenti. Deve andare avanti nel cammino della storia, interpretando i segni dei tempi e mettendo argine al male che è presente fuori e dentro la chiesa. Il granellino di senape, diventerà un albero robusto e resisterà a tutte le intemperie e tempeste della storia, come, d’altra parte, stiamo vivendo in questo nostro tempo, con tante difficoltà all’interno e al di fuori della chiesa e soprattutto nel mondo. Anche la parabola del lievito che fa crescere la pasta è indicativa per comprendere il ruolo che ogni battezzato ha all’interno della comunità dei credenti. Ognuno di noi si deve fare artefice di crescita spirituale e morale e mai essere strumento per bloccare qualsiasi avanzamento giusto e santo nella chiesa e nella società. Essere lievito, nell’ottica di Cristo, significa farsi promotore di crescita vera di tutto il popolo santo di Dio. Chi ostacola questa crescita è colui che è motivo di scandalo nella chiesa. Ed oggi sono tanti i motivi per ripensare anche certi ruoli, uffici e ministeri che siano lievito per la chiesa e crescita vera di essa e non motivi per dare scandalo e per buttare ulteriore fango sul popolo santo di Dio, che è anche composta da persone oneste e rette, che vivono santamente e fedelmente la loro fede e la loro scelta di vita. Sugli scandali che offendono la bellezza e la grandezza di Dio, della chiesa e la santità di essa non c’è tolleranza alcuna. Nel giudizio finale peseranno molto per separare il positivo dal negativo, partendo dai vertici fino ad arrivare alla base del popolo santo di Dio. La Chiesa ha bisogno di santi e non di scandali e la società ha bisogno di pace e non di guerre o conflitti di ogni genere.

Per potere raggiungere questi ideali di vita cristiana è urgente per tutti entrare nella dinamica spirituale che porta a dare importanza alle cose di Dio e non a quelle della terra e del mondo. L’apostolo Paolo ci ricorda, infatti, nel brano della seconda lettura di oggi tratta dalla sua lettera ai Romani che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non sappiamo infatti come in modo conveniente..Egli scruta i pensieri e i desideri del nostro cuore e se ci lasciamo condurre da lui porta a compimento il bene che aspiriamo a raggiungere.

Nella piena consapevolezza che nonostante i nostri limiti umani e le nostre debolezze, Dio non ci fa mancare il suo sostegno e il suo aiuta e ci concede la sua infinita misericordia, vogliamo con profonda gratitudine a Dio rivolgerci a Lui con le parole della libro della Sapienza, che oggi ci accompagna nel cammino dell’ascolto del Dio che ci parla, con queste espressioni di fiducia e speranza il Lui: Signore con il tuo modo di operare nei confronti dell’umanità hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e ce hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Chiediamo perdono oggi nella celebrazione dell’eucaristia, che è agape fraterna intorno alla mensa del corpo e sangue di Cristo dei nostri peccati, dei nostri scandali, della nostra miseria umana ed impegniamoci ad essere coerenti con la nostra fede battesimale. Quella fede battesimale, mediante la quale ci siamo impegnati a rinunciare a Satana e a tutte le sue opere e a credere nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica, nella quale viviamo e speriamo di morire in piena comunione, diventando noi stessi strumenti di diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, come oggi preghiamo umilmente nella colletta: “Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà risplendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

Santuario della Civita. Tutto pronto per il primo ascensore dei pellegrini

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Itri. Santuario della Civita. Tutto pronto per il nuovo ascensore del Santuario

di Antonio Rungi

In dirittura d’arrivo i lavori per la realizzazione del primo ascensore al Santuario della Civita, che sarà a disposizione dei pellegrini, soprattutto per le persone diversamente abili o inabili, per gli anziani e le persone in difficoltà per salire alla Chiesa. Con questa opera costata 150.000 euro si realizza un sogno importante: quello di eliminare le barriere architettoniche al Santuario della Civita che non permette l’accesso ai fedeli in difficoltà alla Chiesa, ove è esposto solennemente la miracolosa immagine della Madonna, che si rifà alla scuola di San Luca, l’Evangelista che ha meglio tratteggiato la figura di Maria, la Madre di Gesù Cristo e Madre della Chiesa. Questa mattina si ha avuto la possibilità di fotografare l’ascensore che è stato già installato e già funziona. Una bella cabina che può ospitare 8 persone per una massimo di 900 Kg. Una sola sosta, quella che va dalla zona-bar, all’ingresso principale del santuario, fino al spazio antistante la Chiesa. Una sola fermata, quindi, che servirà a portare in pochi secondi dal piano terra al primo piano centinaia di pellegrini nell’arco di pochi minuti. Specchio all’interno e tutti i sistemi di sicurezza. Manca solo il collaudo, che sarà effettuato alla fine settimana e per il giorno 21 luglio, festa della Madonna della Civita con la presenza dell’arcivescovo che presiederà, come tutti gli anni, il solenne pontificale al Santuario, nella mattinata, si inaugurerà il primo ascensore al Santuario della Civita. Nelle foto che vi pubblichiamo si evince chiaramente che i tempi previsti per la realizzazione dell’opera sono stati rispettati e se non ci saranno contrattempi dell’ultimo momento o magari un altro motivo per anticipare o posticipare l’inaugurazione, data la coincidenza con la festa della Madonna della Civita e l’afflusso massiccio dei pellegrini, il tutto avverrà come da programma il 21 luglio prossimo. A seguire i lavori è stato il rettore del Santuario, padre Emiddio Petringa, ma frequenti sono state le visite anche dei responsabili della Curia Arcivescovile di Gaeta, anche di sua Eccellenza, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio, per verificare di persona i lavori, così pure dei responsabili degli altri Enti che hanno sostenuto l’opera e l’hanno portata a termine. Ora si cambia registro ed anche alla Civita si può arrivare non solo per le scale, ma anche con l’ascensore, destinato soprattutto alle persone inabili

Itri (Lt). Al via i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita

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ITRI (LT). SOLENNI FESTEGGIAMENTI IN ONORE DELLA MADONNA DELLA CIVITA, COMPATRONA DELL’ARCIDIOCESI DI GAETA  

di Antonio Rungi 

Dopo l’importante convegno di domenica scorsa, 6 luglio 2014, sulle figure dei due Papi Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, al quale ha partecipato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, Sgarbi, Roncalli e Girotti, entrano nel vivo i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita, che si svolgono dall’11 luglio al 22 luglio di ogni anno nella città di Itri e al Santuario Mariano, che distanza dal centro cittadino 13 Km a 700 metri sul livello del mare, dove da oltre 1000 anni  si venera la Madonna sotto questo titolo.

Venerdì prossimo, 11 luglio, prende il via il solenne novenario in preparazione alla festa, che ricorre liturgicamente  il 21 luglio. Sarà padre Antonio Rungi, passionista della Comunità del Santuario della Civita, ex superiore provinciale dei Passionisti di Napoli, a tenere la prima meditazione su Maria della Civita e San Paolo della Croce. Il fondatore dei Passionisti fu al Santuario della Civita dal maggio al settembre 1726, con il suo fratello Giovanni Battista.

Nove giorni di preghiera e predicazione sul tema “Maria nella vita dei santi”, che saranno animati da nove diversi sacerdoti che tratteranno questo tema durante l’omelia della messa serotina delle ore 19.00. Nel programma dei festeggiamenti tutti i nomi dei sacerdoti che interverranno.

Sabato 12 luglio in occasione dei 165 anni  della venuta del Beato Pio IX a Gaeta e al Santuario della Civita, si svolgerà un pellegrinaggio in bici da Itri a Gaeta nel Santuario della Madonna Annunziata per venerare la Madonna Immacolata, davanti alla quale pregò il beato Pio IX, prima di proclamare il dogma. I momenti più significativi di questa annuale ricorrenza sono la collocazione del busto argenteo della Madonna della Civita sull’altare Maggiore, sabato 19 luglio alle ore 20,30 con il tradizionale canto delle “Dodici Rose” e omaggio floreale delle donne itrane in dolce attesa; poi le varie processioni programmate nei giorni di sabato sera dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore fino a San Michele Arcangelo, dove la sacra icona della Madonna resterà per la veglia di preghiera della comunità per l’intera nottata. Domenica la processione da San Michele per le vie della città, con inizio alle ore 10.00 e lunedì 21 luglio, alle ore 9.00 per tutta la città di Itri. Giornate speciali per gli ammalati con la presenza dell’arcivescovo emerito de L’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari,  che celebrerà venerdì 18 luglio nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove da sempre si festeggia la Madonna della Civita, essendo la chiesa parrocchiale principale e centrale della cittadina. L’arcivescovo di Gaeta, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio sarà presente nella giornata di festa con la celebrazione della messa solenne il giorno 21, alle ore 11.00  al Santuario della Civita e il giorno 22, alle ore 9.00 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, che guiderà la processione conclusiva e con l’atto di affidamento alla Madonna della Civita della città di Itri e dell’Arcidiocesi.  I solenni festeggiamenti si concludono il giorno 22 dopo la messa dell’Emigrante, presieduta da padre Augusto Matrullo, passionista, originario di Itri, rettore della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Roma, e la riposizione del busto argenteo della Madonna nella cappella laterale della Chiesa di Santa Maria Maggiore, a mezzanotte del 22 luglio.

Nei vari momenti di preghiera e di animazione liturgica e pastorale saranno coinvolti i sacerdoti della diocesi, il comitato Santa Maria della Civita, Seminaristi, diaconi, ministranti, schola cantorum, Caritas, volontari. Per la festa annuale della Civita arrivano i devoti della Madonna da ogni parte della Diocesi, dal Lazio, dalla Campania, essendo la Madonna molto venerata in queste regioni. Un movimento di fede e di spiritualità mariana. Molto significativa è l’iniziativa annuale di ospitare gli extracomunitari nelle strutture locali e assicurare loro vitto ed alloggio, soprattutto nei quattro giorni più importanti della festa patronale della Madonna della Civita. A proposito del significato di questa festa religiosa, scrive il parroco, don Guerino Piccione, che la Madonna è modello sublime per tutti i suoi figli. Ella è la donna delle relazioni autentiche con Dio e con i fratelli. Nella visita a Santa Elisabetta, la Madonna si presenta come donna capace di mettersi accanto agli altri con gioia, generosità, con tempi lunghi e non con frugalità e in modo occasionale. Impariamo dalla Madonna come nella quotidianità è possibile vivere in modo stabile il nostro rapporto con Dio, per vivere in modo altrettanto solido le nostre relazioni interpersonali”.

Saranno giorni, come si  legge dal vasto ed articolato programma dei festeggiamenti, giorni di impegno spirituale e pastorale serio nel nome della Beata Vergine Maria, Madre e Regina della Civita, ovvero della città di Dio e degli uomini.

Commento alla parola di Dio di domenica 6 luglio 2014

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DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO

Andare, prendere e imparare da Cristo

padre Antonio Rungi

Dopo un lungo periodo di feste e ricorrenze speciali, oggi, si ritorna alla liturgia delle domeniche del tempo ordinario. Celebriamo, infatti, oggi, la XIV domenica del tempo ordinario. Al centro della liturgia della parola di Dio di oggi il tema dell’umiltà e della semplicità della vita che tutti dobbiam…o attingere dal nostro modello che è Cristo. Nel Vangelo di oggi sentiamo parole di grande sostegno e conforto morale e spirituale da parte di Gesù stesso, che ci dice, quale maestro di vita che testimonia e non parla soltanto, queste bellissime e toccanti espressioni di amore e di vicinanza all’uomo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Tre verbi che vorrei sottolineare in questa omelia: venite a me; prendete il mio gioco ed imparate da me.
Andare da Cristo. Ci sono tanti modi e tanti motivi per andare da Cristo o fuggire da Lui. Noi vogliamo andare dal Signore, perché Egli è la nostra forza, la nostra guida, il nostro ristoro. L’andare verso esprime un cammino di vita interiore che tutti i cristiani devono saper compiere con gioia e sincerità, sapendo che vanno incontro alla Bontà ed alla Felicità per eccellenza che è Cristo. Chi, infatti, incontra veramente Cristo e fa esperienza di vita intima con Lui incontra la gioia e la felicità. Chi invece non lo incontra va via e non ne sente neppure il bisogno e la nostalgia. Dovremmo ripetere ogni volta nel nostro cuore quelle bellissime parole di Agosto d’Ippona, una volta convertito a Cristo: il mio cuore Signore è sempre inquieto finquando non riposa in Te. Tutto vero per chi sa di sperimentare la gioia nel Signore quando vive in Lui, con Lui e per Lui.
L’altro verbo è prendere il gioco della sofferenza, il peso della croce. Essere felici di portare la croce ed accettare la prova. Sembra un assurdo ed un paradosso. Gesù ci insegna come questo gioco diventa davvero leggero se è portato per amore e per un forte ideale che motiva anche la rinuncia e il sacrificio. Lui questo gioco pesante se lo ha caricato sulle spalle ed è andato alla croce, al calvario, alla morte, nonostante il dolore, facendo tutto perché ha amato noi fino a dare la vita per no. Questo gioco che a volte può interessare anche la nostra esistenza terrena, non venga mai rigettato o scaricato sulle spalle degli altri. Ognuno sappia portare il proprio gioco del dolore con dignità, chiedendo a Gesù la forza per andare avanti, quando la salita si fa più pesante e le forze vengono meno nel lavoro spirituale di perfezionamento nella carità.
Terzo verbo è imparare. Questo nostro maestro di vita è molto esigente, perché chi dà amore e chiede amore è esigente per sua natura. L’amore non è qualcosa di precario e provvisorio, ma di definitivo e di totale coinvolgimento della persone. Gesù che ci chiede di imparare da Lui che è mite ed umile di cuore, vuol dire che il nostro cuore difficilmente sarà umile e mite. Lui mite agnello immolato sulla croce per noi, si è fatto simile all’uomo assumendo la natura umana e umiliando se stesso fino al sacrificio della croce ci indica la strada per essere veramente miti ed umili. Dove e come possiamo giustificare davanti a questo Re mite ed umile di cuore, la nostra superbia, la nostra freddezza e indifferenza? Non c’è giustificazione di sorta per coloro che non sanno essere umili e non sono miti. Dio che è amore è tenerezza e dolcezza infinita, anche se rimane giusto giudice che valuta le cose di questo mondo con sapienza ed equilibrio che solo in Dio possiamo ritrovare in massimo grado. Ecco perché la Chiesa oggi ci fa pregare in sintonia di intenti e di cuore con questa preghiera iniziale della santa messa odierna: O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. E sul tema della gioia e della speranza per la venuta del Messia è incentrata la prima lettura di oggi, tratta dal libro di uno dei primo grandi profeti dell’Antico Testamento che è Zaccaria. Testo che incontriamo nella liturgia dell’Avvento e che qui viene riproposto con forti richiami alla mitezza, dolcezza e povertà del divino Maestro: «Esulta grandemente, figlia di Sion,giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle azioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
Da parte sua San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima lettera ai Romani ci parla della vita secondo lo spirito. Solo chi si lascia guidare dallo spirito diventa persona umile e saggia nella vita. Chi si lascia guidare dallo spirito del mondo e della carne, pensa ed agisce solo per realizzare aspettative terrene, dimenticandosi del cielo e di come si va in cielo. Costui diventa l’uomo del solo voler sapere e conoscere, ma mai l’uomo del sapere volare in alto e andare verso la vera patria, quella comune a quanti credono e a quanti non credono, perché il destino eterno dell’uomo è uguale per tutti, anche se può cambiare la destinazione finale. Perciò risuona con forza questa parola di vita che proclamiamo oggi nella liturgia domenicale: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.
Lo spirito è vita, la carne è morte. Questa chiara opposizione tra bene e male, tra corpo ed anima, tra spirito e materia, San Paolo Apostolo la vuole sottolineare con forza, perché ci chiede una risposta coraggiosa per ilo Signore. Un cristiano non può vivere immerso nelle cose materiali, è un pagano di fatto, se da retta solo a ciò che soddisfa la carne, le sue terribili passioni, che se non controllate e contraste riducono l’uomo spiritualmente in cenere, distruggono il Lui ciò che è più bello e nobile della sua vita, quella intimità con Dio, quella purezza del cuore e della vita. E questo riferimento capita a proposito oggi, quando la Chiesa ricorda una piccola grande santa martire dei nostri tempi, Maria Goretti. Questa piccola grande donna capì perfettamente dove era la vera gioia, anche a soli 12 anni, respingendo con coraggio ed forza colui che brutalmente e per depravazione morale voleva offendere la sua dignità di bambina di Dio. Ecco l’esempio dei santi, come quello di Maria Goretti ci immettano in quel clima di spiritualità permanente, mediante la quale possiamo pregare con le stesse parole di Gesù che oggi ascolteremo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Amen.

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NAPOLI. LA PROFESSIONE DI QUATTRO MONACHE PASSIONISTE

di Antonio Rungi

In un clima di grande emozione, domenica corsa, solennità della Santissima Trinità, 15 GIUGNO 2014, nel monastero delle Monache passioniste di Napoli e all’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove è ricoverata da quattro mesi Suor Brigida, quattro monache passioniste, claustrali, tutte indonesiane, hanno rinnovato per un anno la professione dei cinque voti religiosi: la memoria passionis, la clausura, la castità, la povertà e l’obbedienza. Ad accogliere il proposito del loro voler continuare nella vita di consacrate alla Passione di Cristo è stata Madre Giuliana, responsabile della federazione dei quattro monasteri associati: Ovada, Alvignanello, Napoli e Maumere. La funzione più commovente e coinvolgente è stata quella della professione religiosa di Suor Brigida nella sua stanzetta all’Ospedale Cardarelli. Alla presenza di padre Antonio Rungi, che aveva presieduto il rito nel monastero ed aveva tenuto il ritiro spirituale nel giorno di sabato, 14 giugno, attorniata dalle sue tre consorelle che avevano emesso la professione dei voti, in precedenza, nella chiesa del monastero della Passioniste di San Giacomo dei Capri in Napoli,  Suor Brigida, 28 anni, ha avuto la gioia di avere gli altri ammalati vicino a sé, dello stesso reparto di urologia, che hanno assistito alla pronuncia della formula della professione religiosa, mentre scoccavano le 12 esatte della solennità della Santissima Trinità. Insieme a Suor Brigida hanno professato Suor Agnese, Suor Firmina e Suor Olga. Dopo circa 50 anni, sono le prime quatto religiose passioniste a rinnovare  la professione religiosa nel monastero delle Passioniste di Napoli. Un avvenimento che è stato salutato come un segno di speranza e di rinascita di questo storico monastero delle passioniste, unico in tutta l’Italia Meridionale. Attualmente le monache sono 14, di cu 10 indonesiane e 4 italiane. Queste ultime sorelle sono la memoria storica di questo monastero che nei primi anni di fondazione, dal 1928 in poi, e nei decenni successivi ha ospitato fino a 40 suore tutte italiane. Le quattro nuove religiose sono parte integrante del monastero di Napoli, giunte dall’Indonesia, lo scorso anno, dall’avviato monastero delle passioniste in quella terra e che da decenni, a Maumere, è una fonte di nuove vocazioni alla vita monastica e claustrale, secondo il carisma di san Paolo della Croce. In Italia le monache passioniste indonesiane sono circa 80, distribuite nei vari monasteri del nostro Paese. La gioia più grande per le quattro religiose passioniste è di vedere ritornare, quanto prima, nel monastero la loro consorella, Suor Brigida, che attende fiduciosa l guarigione e il ritorno tra l comunità monastica di San Giacomo de Capri, che si trova a pochi metri proprio dal Cardarelli, divenuto il suo monastero della sofferenza. Alla cerimonia delle ore 10.00 presieduta da padre Antonio Rungi, ex-superiore provinciale dei passionisti di Napoli ed ex-assistente spirituale delle suore, oggi confessore straordinario del monastero, ha partecipato il vice parroco della vicina parrocchia della Madonna della Rotonda, don Edoardo, diversi fedeli della zona di San Giacomo dei Capri, dove è ubicato il monastero delle claustrali passioniste, un punto di riferimento spirituale e di religiosità in tutta la zona ospedaliera, considerato che il monastero sorge a pochi metri dall’Ospedale Pascale e dal Cardarelli. Le monache spesso anche con la loro sofferenza si fanno missionarie del Crocifisso nei letti d’ospedale, dove negli anni, tante religiose, giovani e meno giovani hanno assaporato la gioia di salire il Calvario con Gesù Crocifisso.

Un Dio che è solo Amore. Commento alla liturgia della SS.Trinità.

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DOMENICA DELLA SS.TRINITA’ – 15 GIUGNO 2014

 UN DIO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AMORE 

di padre Antonio Rungi 

Oggi che celebriamo la festa della SS.Trinità ci viene da domandare come è Dio in se stesso, dal momento che Gesù ce lo ha rivelato come Uno e Trino, come Padre, Figlio e Spirito Santo. Come è in se stesso Dio è facile capirlo dalle parole stesse di Gesù e dalla vita del Cristo, Figlio di Dio, venuto sulla terra per salvare l’umanità dal peccato e dalla perdizione eterna. E’ un Dio amore e solo amore. L’attributo, anzi la natura stessa di Dio è quella dell’amore. Capire questo e approfondirlo a livello personale in una giornata di festa come è quella odierna, la domenica della SS.Trinità, significa fare esperienza di amore. Perché uno dei doveri fondamentali di un cristiano è quello di conoscere, amare e servire Dio. Non c’è amore senza conoscenza e non c’è conoscenza senza amore. E di conseguenza l’amore e la conoscenza ti porta a servire l’amore conosciuto. Chi ama si fa servo e Dio che ama, perché è amore, si è fatto nostro servo ed ha donato la sua vita per noi, solo ed esclusivamente per amore. Ricordiamo, infatti, nel breve brano del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, che  «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». La chiave di lettura di questo grande ed insondabile mistero della nostra fede, sta proprio nel comprendere l’amore di Dio e immergersi in questo amore, con una vita fatta di amore. La santissima Trinità è modello di amore per ogni gruppo ed istituzione ecclesiale e sociale, a partire dalla chiesa, la famiglia di Dio, per poi arrivare alla famiglia naturale, alle famiglie religiose e di consacrati, alla famiglia umana più in generale. Tutti siamo chiamati a vivere nell’amore trinitario e ad esprimere questo amore nella vita di tutti i giorni. Mi preme citare per intero il numero uno dell’Enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus caritas est, in cui il Papa emerito, fa una sintesi del mistero di Dio amore che ha il suo risvolto sulle persone e sul mondo di oggi. Scrive, infatti, Papa Benedetto: 1. « Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ». Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro. In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri”. Sono parole che interpretano in modo coerente anche quella che era la convinzione presso il saggio israelita e che noi troviamo espresso anche nel brano della prima lettura di oggi, tratta dall’Esodo e che nella sua brevità e nei suoi contenuti scarni è tutto un progetto di vita spirituale, di sana dottrina teologica e di forte accento catechetico, che ci dice chi sia Dio e come agisce nei confronti degli uomini: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Dio è ricco di amore. Chi ama, perdona, non si altera, ma tutto sopporta ed accetta. Questo amore grande è misericordioso, che accetta tutto fino a subire il patibolo della Croce, è proprio Gesù, il Figlio di Dio venuto sulla terra per portare amore e pace tra gli uomini. Ce lo ricorda, l’apostolo Paolo nel breve brano della seconda lettura di oggi, incentrato sul tema dell’amore, che porta la gioia e dona la vera vita alle persone. Senza amore si muove, si spegne il cuore dell’uomo, con l’amore, ovvero con Dio, tutta la vita rivive e rifiorisce, perché è vita di gioia: “Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Se, nonostante i tanti anni di vita cristiana, finora vissuti, non ancora abbiamo capito chi è Dio e come va inteso e vissuto nella vita di tutti i giorni il mistero della SS.Trinità, significa che abbiamo avuto poca dimestichezza spirituale ed interiore di questo mistero di amore e donazione. Unità e Trinità di Dio sono il cardine della vita spirituale di ogni cristiano, perché è nella Trinità che tutto si realizza e si porta a compimento, in quanto Dio è il principio e il termine di ogni cosa. Sia questa la nostra preghiera comunitaria oggi, mentre in varie parti d’Italia e del Mondo, la festa della SS.Trinità è celebrata con particolare gioia, ma anche con grande senso di penitenza, rinnovamento e conversione della propria vita al Signore: “Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo”. Amen.

 

 

LA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2014

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LA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2014

CON UNO SPIRITO NUOVO IN QUESTO MONDO

DI PADRE ANTONIO RUNGI

 

La solennità delle pentecoste che celebreremo domenica 8 giugno 2014, in un clima di rinnovata fiducia nel Signore, ci invita a vivere le vicende della chiesa e del mondo con uno spirito nuovo. Cosa vuole dire questo è facile indicarlo. Bisogna abbandonare le cose vecchie, come tutto, ed aprirsi alle cose nuove, in quanto lo Spirito del Signore rinnova la faccia della terra. Nel salmo responsoriale di questa giornata di festo di Spirito, preghiamo, infatti, come espressioni mirabili da un punto di vista spirituale: Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra. Rinnovare la faccia della terra nella misura in cui rinnoviamo la nostra faccia, non quella esteriore che curiamo molto da un punto di vista estetico, ma la faccia del cuore, quella che ci identifica come persone, capaci di essere strumenti di novità per se stessi e per gli altri. Troppo “vecchiume” circola tra di noi, sia nel nostro modo di pensare che di agire. Il cristiano che si lascia condurre dalla Spirito di Cristo svecchia ogni cosa e rendere giovani le varie situazioni. Noi come chiesa abbiamo bisogno di svecchiarci e d togliere dalla nostra faccia le tante rughe del male e dell’abitudine ad agire per il male e non per il bene. Ecco rinnovare la faccia della terra, significa rinnovare il nostro modo di pensare ed agire come cristiani e come chiesa. Quante povertà morali e spirituali nella nostra ed altrui vita, quando non siamo docili all’azione dello Spirito e la Pentecoste è celebrata solo nella liturgia, anche in modo solenne, con veglie e preghiere, ma non è celebrata nella vita, quando di tratta di dare un impulso nuovo e una spinta più forte per indirizzare verso il meglio le tante situazioni della vita corrente. Ricordandoci di quanto ci viene detto da San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi, dobbiamo avere la piena consapevolezza che non siamo battitori liberi nella chiesa, ma lavoriamo insieme per il bene di tutti e con il contributo carismatico di tutti. Infatti, scrive l’Apostolo delle Genti “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. La ricchezza dei doni e dei carismi non fa altro che aumentare il grado di accettazione della Chiesa. Una chiesa uniformata su certi schemi, perde della sua creatività e della sua perenne novità. La chiesa deve essere in sintonia con i carismi che lo Spirito Santo genera al suo interno. In essa c’è posto per tutti i carismi, se questi carismi non vengono abortiti prima della loro nascita e riconoscimento ufficiale. “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Nella pluralità dei carismi e nella diversità dei doni, noi costruiamo la vera famiglia di Dio nel mondo, ognuno con il proprio spazio di realizzazione ed affermazione non di se stessa, ma della comunità cristiana.

Gesù promettendo lo spirito consolatore, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune fondamentali cose per vivere al meglio questi incontri periodici. “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.

A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». I frutti dello Spirito Santo sono la misericordia, il perdono e la pace. Chi non ha lo spirito del Signore non sarà mai una persona di pace, in pace e capace di perdonare. Certo qui si fa riferimento il ministero della riconciliazione, alla confessione, che deve essere sincera e deve esprimere un sincero pentimento. Ma al di là del valore indiscutibile del sacramento della penitenza, c’è un perdono più profondo quando nasce dalla convinzione che tutti siamo peccatori e nessuno può ergersi a giudice e giustizialista degli altri.  Chiediamo al Signore di apportare a noi gli stessi benefici che lo Spirito Santo concesse agli apostoli quando discese su di essi, riuniti in preghiera insieme a Maria nel cenacolo. Infatti, “mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Il dono di farsi capire nell’unico e con l’unico linguaggio del vangelo. Questo dono è prezioso soprattutto oggi in una babele di tante infondate notizie ed informazioni. Stare dalla parte della verità che lo Spirito Santo ci illumina a perseguire sempre in ogni situazione della vita non fa altro che accrescere in noi il desiderio delle case che contano davvero in questo mondo e il possesso della vita eterna.

Si questa la nostra comune preghiera in questo giorno di festa in cui lo Spirito santo fa nuovo il volto degli uomini e della terra: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”. Amen.