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Commento alla IV Domenica di Avvento, 21 dicembre 2014

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QUARTA DOMENICA DI AVVENTO- 21 DICEMBRE 2014

“Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”

Commento di padre Antonio Rungi

Al centro della parola di Dio di questa quarta domenica di Avvento c’è una persona a noi molto cara e alla quale ci appoggiamo sempre, ma soprattutto nelle difficoltà: e’ la Beata Vergine Maria. Alla vigilia del Natale, la liturgia ci dice con chiarezza che Maria è il tramite immediato, anche temporale, oltre che biologico e affettivo, teologo e biblico per accogliere Gesù in questo Natale 2014 e per sempre.

Quattro fondamentali comportamenti ci sono richiesti, come quattro solo le domeniche di Avvento. E a richiederli, tramite la Vergine Maria, nel momento dell’Annunciazione, è l’Arcangelo Gabriele: non temere, concepire, dare alla luce e mettere il nome. Leggiamo il brano del Vangelo dell’Annunciazione nella sua interezza, nella sua ricchezza di segni, simboli e significati spirituali, morali, religiosi e teologici, tratto dal Vangelo di Luca. “In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Maria non deve temere di accogliere Cristo nel suo grembo verginale, per opera dello Spirito Santo. Nel dubbio del come possa avvenire tutto questo, per mancanza di un rapporto coniugale, si affida alla parola dell’Angelo, quale messaggero dell’Altissimo e quello che umanamente è impossibile all’uomo, diventa possibile per il Signore. Le leggi naturali che il Signore ha dato nella trasmissione della vita, qui vengono sospese, per un evento speciale: la venuta del Redentore e del Messia. Come Maria anche noi siamo chiamati a non avere paura di far nascere davvero Gesù, in questo Natale, lasciando spazio che egli prenda completamente il nostro cuore e la nostra vita.

Maria è scelta per concepire il Redentore e si rende disponibile ai disegni di Dio. Non pone ostacoli, lasciare fare a Dio. E il risultato lo conosciamo, quando ci affidiamo a Dio: Gesù nasce e con lui nasce la gioia, come dice Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium. Ed ogni volta che Gesù rinasce nel ricordo liturgico del Natale annuale, anche per noi rinasce la speranza  e la gioia. Siamo, quindi, chiamati anche noi a concepire, cioè a pensare continuamente a Dio e farlo crescere nella mente e nella nostra vita, senza mai interrompere questo rapporto di amore e vita.

Maria darà alla luce Gesù e la sua esperienza di mamma, come tutte le mamme del mondo, questo momento sarà unico e bellissimo. Gesù dal grembo purissimo di Maria, passa nel grembo dell’intera umanità. Da Maria, passa a tutti noi, per essere visto, accolto, amato, perché egli per amore si è incarnato.

Maria porrà il nome a Gesù, secondo quanto l’Angelo Gabriele le aveva annunciato. E infatti sarà chiamato Gesù, il Figlio dell’Altissimo. Sull’esempio di Maria, anche noi siamo chiamati a dare nome e volto a chi viene tra noi, l’Emmanuele, il Dio con Dio. Dare nome e volto significa accoglierlo a interagire con lui in ogni situazione della nostra vita. Senza Gesù, neanche Maria ha un significato nella nostra vita. Gesù e Maria sono i riferimenti essenziali di ogni Natale e di questo Natale, senza escludere la figura e la persona di San Giuseppe, il padre putativo di Gesù e lo sposo castissimo di Maria, essendo della stirpe di Davide. E sulla figura del Re Davide e della sua missione in ordine al Redentore ed al Messia, è incentrata la prima lettura di questa quarta domenica di Avvento, tratta dal secondo libro di Samuele. Gesù, infatti, è chiamato figlio di Davide e Redentore.

“Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”». Sarà il Signore a costruire una casa per Davide, per l’intera umanità. Anzi egli prenderà casa ed abiterà tra noi, sempre, perché un Dio che si fa uomo, porta con se per sempre l’umanità, nella nascita, nella morte e nella sua risurrezione.

Con san Paolo Apostolo, che scrivendo ai cristiani di Roma, porta l’attenzione sulla nascita del Redentore ci fa riflettere su questo grande mistero della nascita di Gesù che, liturgicamente, sta davanti a noi, ma che è sempre davanti a noi, perché Natale è sempre Natale di un Dio che continuamente si incarna in noi, in tanti modi e per tante vie.

“Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.”

E con l’antifona d’ingresso per la santa messa di questa domenica, vogliamo rivolgerci a Dio con parole che toccano ilo cuore, perché ci aprono alla gioia di una grandissima attesa: “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore”.

Si apra lo spazio, la terra del nostro cuore, ma anche la terra di tutta la terra, per accogliere Gesù in questo Natale. E Maria, la Madre di Gesù e Madre nostra, ci prenda per mano e ci sorregga nel cammino verso questo Natale.

 

P.RUNGI. IL DECALOGO DEI RELIGIOSI NELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

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P. RUNGI (TEOLOGO MORALE). IL DECALOGO DEI RELIGIOSI NELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

Dieci regole per vivere bene l’anno della vita consacrata. E’ quanto ha indicato padre Antonio Rungi, religioso passionista, teologo morale, già superiore provinciale dei passionisti del Lazio Sud e Campania, stilando uno speciale decalogo per i religiosi e le religiose.
Ecco le regole di vita per ogni consacrato in questo anno a loro dedicato:

In occasione dell’apertura dell’anno della vita consacrata, che si svolge dal 30 novembre 2014 (Prima Domenica di Avvento) fino al 2 febbraio 2016, Padre Antonio Rungi, ex-superiore provinciale dei passionisti di Napoli, teologo morale, pubblica uno speciale “decalogo della vita consacrata”. Si tratta di “dieci regole –scrive padre Rungi- per essere un buon religioso oggi, nell’attuale situazione ecclesiale e sociale in cui vivono ed operano gli istituti di vita consacrata, maschili e femminili”.

Ecco il testo delle regole dettate da padre Rungi.

1. L’amore verso Dio e i fratelli è il fondamento della religione e soprattutto per quanti scelgono di consacrarsi a Dio con la professione dei consigli evangelici. Questo comandamento sia costantemente vissuto a livello personale e comunitario da parte di coloro che sono chiamati alla perfezione della carità.

2. La preghiera è l’anima ed il cuore di ogni esperienza religiosa e soprattutto dei religiosi. Non manchi mai nella giornata e nella vita consacrata questo aspetto fondamentale della donazione a Dio, che necessita di essere alimentata dalla preghiera, meditazione e dall’ascesi. La celebrazione eucaristica, con la devozione alla Madonna caratterizzino lo stile orante di ogni consacrato.

3. L’obbedienza, primo fondamentale voto che ogni religioso professa, sia attentamente osservata in ogni momento della propria vita di consacrato, soprattutto quando costa sacrificio e rinuncia alle proprie vedute, idee e progetti personali al fine del bene comune.

4. La povertà visibile e leggibile stia nel cuore dei consacrati e venga testimoniata nel distacco completo dai beni della terra, privilegiando uno stile di vita sobrio, essenziale e libero da ogni desiderio mondano. A nessun religioso sia permesso di vivere in modo lussuoso e consumistico, memori di quanti non hanno nulla e soffrono la fame e la miseria su tutta la Terra.

5. La castità per il Regno dei cieli venga vissuta con semplicità e gioia, impegnandosi in ogni situazione, soprattutto di provocazione e di stimolazione al male, di mantenersi fedeli al dono della purezza del cuore, dei sentimenti, del corpo e della vita che Dio ci ha donato. Siano condannati apertamente atti commessi dai religiosi contro la dignità della persona umana, soprattutto se bambini e ammalati.

6. Lo stile di vita comunitaria prevalga su ogni individualistica visione della consacrazione a Dio e tutti i religiosi collaborino effettivamente per innalzare la qualità della vita in comune, puntando su una vera fraternità e condivisione, frutto di sentimento e sapienza che riscontriamo nel vero modello per tutti, che è Gesù.

7. Ogni religioso abbia particolarmente a cuore il carisma del proprio istituto, vivendo e testimoniandolo secondo i doni personali ricevuti che sono a servizio di tutti.

8. Il servizio dell’autorità venga svolto con donazione, generosità, paternità e competenza e tutti i religiosi, che sono chiamati a tale servizio nei rispettivi istituti, siano sensibili in umanità e spiritualità verso i confratelli o consorelle delle comunità.

9. L’ansia missionaria sia motivo costante non solo per annunciare ai fratelli il Vangelo della gioia, ma anche occasione di crescita in sintonia con le chiese locali e con la chiesa universale. Tutti siano davvero missionari con la parola, la preghiera e la testimonianza di una vita gioiosa nel Signore, sull’esempio di Maria, la Madre della gioia.

10. Ogni religioso abbia a cuore le sorti del proprio istituto promuovendo un’azione incisiva a livello di vocazioni da accogliere con disponibilità quando il Signore chiama i giovani o i meno giovani per seguirLo sulla via stretta dei consigli evangelici. Ogni consacrato sia promotore vocazionale nella famiglia, nella scuola, nella Chiesa, nell’apostolato e nella società.

NATALE 2014. IL DECALOGO DELLA GIOIA CRISTIANA

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P. RUNGI (TEOLOGO MORALE). IL DECALOGO DELLA GIOIA CRISTIANA. UNA PROPOSTA DI FELICITA’ VERA PER IL NATALE 2014

Partendo dai testi biblici delle domeniche di Avvento e soprattutto dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista ha elaborato in vista del Natale 2014 un decalogo della gioia cristiana,  strutturato in base all’epistolario paolino. Queste le dieci regole della gioia cristiana:

1) Essere sempre lieti (la gioia è uno stato, una condizione di vita permanente e non solo occasionale).
2) Pregare ininterrottamente (non c’è gioia senza preghiera; anzi la preghiera è gioia per sua natura).
3) Rendere grazie a Dio, a tutti e per tutto.
4) Non spegnere lo Spirito della gioia (la vita interiore deve essere curata e non fatta morire lentamente).
5) Non disprezzare le profezie (il dono dell’annuncio deve essere coltivato e valorizzato).
6) Vagliare ogni cosa e scegliere il bene (il discernimento spirituale e morale porta alla decisione per il bene e non per il male).
7) Astenersi da ogni specie di male (compreso il bene, si evita di conseguenza il male, qualsiasi male per se stessi e per gli altri).
8) Aver cura di santificarsi, abbandonandosi totalmente alla volontà di Dio.
9) Conservarsi irreprensibili, nella totalità della propria persona (anima e corpo) per la venuta del Signore.
10) Rispondere alla chiamata di Dio alla santità, vivendo la propria condizione di battezzato e il proprio stato di vita nell’assoluta fedeltà alla legge morale.

Padre Rungi, poi, richiamando quanto scrive Papa Francesco, sottolinea quanto “sia importante per il Natale 2014, recuperare fiducia, speranza e gioia, di fronte ai tanti segnali di morte, di immoralità, di sconforto e di corruzione che emergono dalla cultura e dalla mentalità del mondo d’oggi soprattutto in Italia”. E citando Papa Francesco ricorda che “Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. E solo avendo di vita Cristo che si può uscire dal baratro della corruzione morale: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”. E conclude il teologo “Di fronte agli scandali a tutti i livelli e in tanti luoghi d’Italia e del mondo c’è solo una cosa da fare: convertirsi alla giustizia che è fonte di gioia per tutti. Senza giustizia non c’è carità e di conseguenza non c’è gioia e pace”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2014

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TERZA DOMENICA DI AVVENTO 

14 DICEMBRE 2014

 RALLEGRATEVI SEMPRE NEL SIGNORE.  

IL DECALOGO DELLA GIOIA CRISTIANA 

Commento di padre Antonio Rungi 

Se ci guardiamo intorno e vediamo i tanti problemi che oggi ci sono nel mondo, c’è poco da gioire e rallegrarsi. Tante ingiustizie, cattiverie, malvagità, guerre di ogni genere. Potrebbe ingenerarsi in noi un modo di pensare e di quindi di agire solo in termini negativi, facendo emergere una cultura del pessimismo ad ogni costo, quando in realtà il cristiano è figlio della gioia e annunciator, portatore di pace e gioia. Questo appello ci viene rinnovato in questa terza domenica di Avvento, definita appunto della gioia e della vera felicità.

A partire dall’antifona di ingresso alla messa di oggi che è chiaro ed esplicito il monito che dobbiamo fare nostro:Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. (Fil 4,4.5). Rallegrarsi non per un fatto positivo di cronaca o per un evento bello, ma qui si tratta di gioire davvero perché è vicino a noi il Signore nell’annuale solennità del Natale, che ci rimanda alla prima venuta di Cristo nella storia dell’umanità, in attesa del secondo e definitivo ritorno del salvatore per giudicare i vivi e i morti, per giudicare la storia.

Scrive Papa Francesco nella sua recente esortazione apostolica Evangelii gaudium che “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. Ed aggiunge: “desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Ma poi richiama subito all’attenzione la situazione attuale del mondo:Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto”.

Oggi la parola di Dio ci viene in aiuto e soccorso per aprire il nostro cuore alla vera gioia della venuta messianica. Isaia nel brano della prima lettura di questa terza domenica di Avvento scrive testualmente: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. La gioia del profeta passa attraverso l’esperienza personale e diretta del dono della salvezza, della pratica attuazione della giustizia, del rispetto e della stima verso gli atri.

Nella seconda lettura tratta dalla lettera di San Apostolo ai Tessalonicesi, viene ribadito il vero senso della gioia e della letizia cristiana. C’è qui un desiderio autentico di vedere i cristiani contenti, senza paura ed angoscia per il domani. Egli scrive, infatti, “Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!”.

Potremmo ricavare da questo passo una vera e propria lista degli elementi che contribuiscono a mantenere la gioia cristiana, un vero e proprio decalogo della gioia: 1) essere sempre lieti (la gioia è uno stato, una condizione di vita permanente; 2) pregare ininterrottamente (non c’è gioia senza preghiera; anzi la preghiera è gioia per sua natura); 3) rendete grazie (a Dio e a tutti e per tutto);  4) non spegnete lo Spirito (la vita interiore deve essere curata e non fatta morire lentamente); 5) non disprezzate le profezie (il dono dell’annuncio deve essere coltivato e valorizzato); 6) vagliare ogni cosa e scegliere il bene (il discernimento spirituale e morale porta alla decisione per il bene e non per il male); 7) astenersi da ogni specie di male (compreso il bene, si evita di conseguenza il male, qualsiasi male per se stessi e per gli altri); 8) aver cura di santificarsi, abbandonandosi totalmente a Dio; 9) conservarsi irreprensibili, nella totalità della propria persona (anima e corpo) per la venuta del Signore; 10) rispondere alla chiamata di Dio alla santità, vivendo la propria condizione di battezzato e il proprio stato di vita nell’assoluta fedeltà alla legge morale.

Questo progetto personale di santificazione è possibile realizzarlo se assumiamo come stile di vita, quello stesso di Giovanni il battista, che nel brano del vangelo di questa domenica, ci viene presentato come l’uomo della gioia vera, in quanto orientato totalmente a Cristo, l’atteso Messia e l’Uomo della gioia per sua stessa natura, in quanto Figlio di Dio, Figlio della gioia eterna ed infinta. Sia questa la nostra preghiera: “Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore, e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza”.

IL COMMENTO ALLA COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE 2014

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COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

DOMENICA 2 NOVEMBRE 2014

Cittadini del cielo

Commento di padre Antonio Rungi

Nella mente di ogni credente e cristiano il 2 novembre è giorno di lutto, sofferenza e pianto. Sarà anche per il fatto che in questa giornata ci ritroviamo tutti a pregare, nei cimiteri, sulle tombe dei nostri cari e quindi, si vuole o non si vuole, un senso di mestizia prende il nostro cuore e riviviamo la sofferenza della perdita delle persone care. Riviviamo, in altri termini il lutto, la separazione, il distacco. Si rinnovano i ricordi, i sensi di colpa, le cose fatte per i propri cari, le gioie donate e le sofferenze provocate. Si pensa, oltre quel momento, alla verità eternità. Un corpo giace nella terra o nei loculi e l’anima sta già, ce lo auguriamo per tutti, a godere il volto di Gesù. Questa speranza della gioia eterna e della risurrezione finale anche dei nostri miseri corpi, ci fa affrontare con animo diverso il mistero della morte. Non vorremmo morire mai, quando tutto va bene nella nostra vita; vorremmo affrettare l’incontro con il Signore, dopo la morte, quando soffriamo e le cose non vanno assolutamente bene; per cui siamo tristi ed angosciati come Gesù nell’orto del Getsemani che, vedendo la sua morte in croce imminente, si rivolge al Padre e chiede di far passare quel calice del dolore, anche se è totalmente disposto a fare la sua volontà. La morte e la morte in croce di Gesù dà significato alla morte di ogni uomo che viene e vive in questo mondo. Ma è soprattutto la risurrezione di Gesù a dare significato vero alla vita di ogni credente. Noi non finiamo con la morte e la morte non è l’ultima parola della nostra vita. C’è una vita oltre la vita che in questo giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, noi non possiamo assolutamente dimenticare. La coincidenza di quest’anno con la domenica, che è la Pasqua settimanale, aiuta ad inquadrare da un punto di vista liturgico e spirituale questa festa della tristezza che deve essere la festa della gioia, della speranza e della vera. Bellissime le parole che profeta Gioia scrive per indicare il tema della morte come via della speranza e non del dolore, la via della luce e della pace e non delle tenebre e della guerra. “Io so che il mio redentore è vivo  e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!  Dopo che questa mia pelle sarà strappata via,  senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Non siamo in questo mondo stranieri a Dio e non lo saremmo nell’eternità. Anzi la nostra vera patria sta propri lì e noi siamo cittadini per sempre in quello mondo che conoscere e godremo dopo la morte. Il profeta Isaia ce ne descrive la bellissima realtà in cui saremo immersi.In quel giorno, preparerà il Signore degli eserciti  per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli  e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,  l’ignominia del suo popolo  farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». Esultare, gioire e rallegrarsi in questo giorno in cui tutto parla di morte, perché ci attende una risurrezione finale per il bene e con tutti coloro che hanno fatto del bene secondo la logica di quel vangelo della carità che è la base di partenza del giudizio universale che Dio effettuerà alla fine dei tempi, quando tutto verrà trasformato in un nuovo mondo, in cieli nuovi e terra nuova, come ci ricorda san Giovanni nel testo dell’Apocalisse: “Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.  Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”. Di fronte a questa prospettiva di gioia, non bisogna aver paura della morte, ma pregare per i morti. Certo la vita di oggi con i tanti drammi quotidiani ci pone di fronte al tema della morte in modo violento e dirompente. Troppi omicidi, stragi, efferatezze di ogni genere, in tutto il mondo, che ci fanno capire quanto dobbiamo ancora lavorare per guardare alla vita e alla morte nel segno di Colui che è morto per noi sulla croce, è risorto e ci attende nel suo regno di luce.

Bella l’immagine del profeta Isaia che ci lascia una splendida descrizione di coloro che sono giusti e sono in cielo. Di fronte a tanti dubbi, ai tanti interrogativi sulla sorte futura dei nostri cari e di noi stessi, cosa e come vivono nell’aldilà, riflettiamo spesso su questo brano della scrittura: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.  Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro”. Tutto qui sta il grande mistero della morte, che pure ci fa paura. Fa paura ai piccoli, ai giovani ai grandi, agli anziani, ai sani e agli ammalati, perché l’attaccamento alla vita rientra nella natura dell’essere umano che vorrebbe essere felice per sempre, anche su questa terra. E la felicità, l’immortalità la conquistiamo vivendo il vangelo della carità ed attuando le beatitudini come stile di vita che apre il nostro avvenire al Dio vero e santo della nostra vita. Preghiamo allora in questo giorno santo per tutti i defunti, per i nostri cari, per le anime abbandonate e dimenticate, per i papi, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i fedeli laici, per quanti sono in attesa di incontrare il volto di Dio e che sono nella condizione di purificazione eterna. Per tutti loro preghiamo con le stesse parola della liturgia di oggi: “Dio onnipotente,  il tuo unico Figlio, nel mistero della Pasqua,

 è passato da questo mondo alla gloria del tuo regno;  concedi ai nostri fratelli defunti  di condividere il suo trionfo sulla morte  e di contemplare in eterno te, o Padre,  che li hai creati e redenti”. A questa preghiera aggiungiamo nel nostre personali preghiere per i nostri cari e per tutti i defunti, cogliendo l’occasione in questo giorno di riflettere sul senso della vita che è davvero un passaggio repentino per aprirli la strada dell’eternità. E diciamo:

 

Dio di infinita misericordia,

affidiamo alla tua immensa bontà

quanti hanno lasciato questo mondo per  l’eternità,

dove tu attendi l’intera umanità,

redenta dal sangue prezioso di Cristo, Tuo Figlio,

morto in riscatto per i nostri peccati.

 

Non guardare, Signore, alle tante povertà,

miserie e debolezze umane,

quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale,

per essere giudicati per la felicità o la condanna.

 

Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso,

che nasce dalla tenerezza del Tuo cuore,

e aiutaci a camminare sulla strada

di una completa purificazione.

 

Nessuno dei tuoi figli vada perduto

nel fuoco eterno inferno,

dove non ci può essere più pentimento,

ma solo patimenti per sempre.

 

Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari,

delle persone che sono morte

senza il conforto sacramentale,

o non hanno avuto modo di pentirsi

nemmeno al temine della loro vita.

 

Nessun abbia da temere di incontrare Te,

dopo il pellegrinaggio terreno,

nella speranza di essere accolto

nelle braccia della tua infinita misericordia.

 

Sorella morte corporale

ci trovi vigilanti nella preghiera

e carichi di ogni bene

fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza.

 

Signore, niente ci allontani da Te su questa terra,

ma tutto e tutti ci sostengano nell’ardente desiderio

di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen

 

 

 

LA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI – 1 NOVEMBRE 2014

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SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

SABATO 1 NOVEMBRE 2014

Una moltitudine di santi che ci insegnano la vita della santità

Commento di padre Antonio Rungi

Gli ultimi santi di questi mesi, quelli elevati agli onori degli altari e quindi da poter venerare, ci dicono quanto sia possibile a tutti raggiungere quella che è la meta e il traguardo più importante della nostra vita: il santo paradiso. Papi, Vescovi, sacerdoti, religiosi laici, di tutte le età, condizioni sociali, nazionalità fanno parte della schiera ufficiale dei santi riconosciuti. Nonostante il numero elevato, se fossero soltanto e semplicemente loro i santi, allora il paradiso sarebbe davvero molto vuoto ed anche triste. Invece i santi sono tutti quelli che anche la parola di Dio di questa solennità annuale con data fissa ci fa considerare ed anche pregare. Nella visione della Gerusalemme celeste, San Giovanni Evangelista ci descrive quella consolante realtà del cielo, dove tutti quanti aspiriamo ad arrivare, non senza fatica e dolore: “E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». I santi sono i salvati, coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore. Quel Signore, Gesù Cristo, morto sulla croce, che ha dato la sua vita per noi, proprio per riportarci all’amicizia eterna con Dio. E allora chi sono i santi? «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità è purificazione ed oblazione, è capacità di accettare la volontà di Dio e fare della sua volontà il proprio cibo spirituale. Santi, allora, non è soltanto Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e tutti i santi riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tutti coloro che si sono salvati, perché si sono purificati dalle loro macchie, dal peccato, da tutto che allontana il cuore dell’uomo da Dio. Santi sono e saranno su questa terra, quanti sono poveri in spirito, secondo quanto afferma Gesù nel celebre discorso della montagna che passa come le Beatitudini. Santi sono coloro che sono nella sofferenza di ogni genere e che accettano tutto per amore di Dio, salendo con Cristo il calvario del dolore, ma soprattutto dell’amore che si fa dono. Santi sono i miti che come il mite Agnello, Gesù Cristo, vanno alla morte senza proferire parole, si donano nel silenzio e nel sacrificio di ogni giorno. Santi sono quelli che lottano per la giustizia e la pace e che questi motivi vengono massacri ed uccisi. Santi sono coloro che sanno perdonare, anche di fronte alle offese, calunnie, infamie e maldicenze ricevute. Santi sono coloro che nutrono nel cuore alti valori morali, spirituali e sentimentali e che non vedono ombra di malizia e peccato in nessuna parte. Santi sono i pacifisti e pacificatori che credono e lottano per un modo in cui l’uomo sia all’uomo non un lupo, ma un agnello mansueto. Santi sono anche tutti coloro che da sempre ed oggi rischiano la loro vita per difendere i diritti dei poveri e degli ultimi. La sostanza del vangelo sta, infatti, in questa opzione preferenziale per i poveri e nessuno deve umiliarli o maltrattarli. Santi sono coloro che portano avanti nel mondo il pluralismo della fede, rivendicando giustamente il rispetto della fede cristiana. Quanti martiri anche oggi per questo motivo in varie parti del mondo.

La consapevolezza di essere in un posto speciale dell’immenso cuore di Dio Padre, noi possiamo di dire con l’Apostolo Giovanni di avere una identità che nessuno potrà mai toglierci e una verità assoluta che non può essere messa in discussione: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Figli di Dio e la che dopo la morte saremo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia. Il Paradiso dei santi a cui aspiriamo è guardare e contemplare in eterno il volto d’amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, il volto della Santissima Trinità, il volto più bello e perfetto che ha incarnato sulla terra il volto di Dio, Maria Santissima, che ci attende in paradiso. Pensare al paradiso non è, come qualcuno afferma, drogarsi nella vita, illudersi senza avere certezze di alcuni tipo. Pensare al paradiso è pensare all’essenza dell’uomo, che è stato fatto per la felicità con una identità poco meno inferiore degli angeli.  E’ avere una speranza che non delude, ma rende puri, come ricorda l’evangelista Giovanni nel testo della sua prima lettera: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Preghiamo tutti i nostri santi, i nostri protettori e in questo giorno di festa in cielo, sia anche festa in terra, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre nazioni, tra tutte le persone che amano Dio e l’uomo nella sincerità del loro cuore, per cui sono in festa, in quanto nell’amore c’è la gioia e la santità vera.

IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO E LA PREGHIERA DELLA GIOIA

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

28 SETTEMBRE 2014 

Rivedere continuamente la propria vita per essere in armonia con Dio 

Commento di padre Antonio Rungi 

Oggi la parola di Dio di questa domenica XXVI del tempo ordinario ritorna a parlare della vigna del Signore e della necessità di lavorare in essa con la disponibilità della parola e del cuore, ma soprattutto con un impegno fattivo e coerente rispondente alle indicazione del padrone della vigna, che in questo caso è Dio stesso. La parabola di due figlioli di questo speciale Signore che chiede ad entrambi di andare a lavorare ci fa capire quanto sia importante la sincerità, ma soprattutto il ripensare alle proprie azioni o decisioni assunte in precedenza ed agire in base al dettame del cuore. Dovremmo davvero andare dove ci porta il cuore, il senso della responsabilità e fare le cose che ci è dovuto fare con l’entusiasmo, anche se ci costa fatica.

Non è facile e tantomeno leggero lavorare con coerenza nella vigna di Regno di Dio. Non senza motivo di fronte alla falsità e alla ipocrisia di quanti si dicono cristiani e in cammino sulla strada di Cristo, Gesù ricorda senza mezzi termini che  “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Ed aggiungendo a tale affermazione una motivazione molto importante: “i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.

Ecco cosa può accadere ad ognuno di noi. Quello di dire sì al Signore e poi on andare a lavoro, quello spirituale ed apostolico, perché il regno di Dio venga accolto e vissuto nella nostra vita e venga diffuso con la nostra parola, testimonianza e buon esempio. Al contrario può succedere che chi dice inizialmente no, ci ripensa e facendo il suo esame di coscienza incomincia un lavoro interiore che lo porta all’adesione alla fede e alla vera conversione del cuore e della vita. Di fronte a queste ipotesi, a questi atteggiamenti, anche a noi il Signore pone la stessa domanda che ha posto ai capi dei sacerdoti, perché noi possiamo esprimere un giudizio e valutare le cose.

Ascoltiamo questo brano del vangelo sintetico nel testo scritto, tratto dal Vangelo di Matteo, ma ricco di stimoli e di riflessione. In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

La stessa domanda vi pongo: secondo voi chi ha agito bene? Chi ha compiuto la volontà del padre? I furbi di oggi direbbero il secondo, gli onesti di oggi e di sempre direbbero il primo. Una prima deduzione da questo brano del vangelo è la seguente: noi non possiamo essere falsi con noi stessi e tantomeno con Dio, che conosce ogni. Noi una sola cosa possiamo essere e di conseguenza fare: la volontà di Dio, come Cristo che è venuto a fare la volontà del Padre.

Questa volontà del Padre è che tutti i suoi figli in Gesù Cristo si salvino, vivano nella pace e nella comunione fraterna e che siano davvero una sola cosa in Cristo. Per questo è necessario mettersi in un atteggiamento di conversione permanente, come ci ricorda, la prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella quale leggiamo testualmente: “Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”. Chiaramente si riferisce alla vita della grazia, dello spirito e a quella eterna. In quanto, molte volte, i malvagi in questo modo godono di condizioni di salute, di benessere e di qualsiasi privilegio rispetto ai buoni che sono costretti a soffrire e a patire. Davanti a Dio conta un cuore pentito e non la ricchezza o la condizione di salute o di potere che si è potuto vantare nel corso dell’esistenza terrena. I poveri, gli afflitti, i peccatori sono sempre i privilegiati nel cuore di Dio, consapevoli di quanto preghiamo oggi nel Salmo Responsariale: “Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza (ed aggiungiamo della maturità, della vecchia e di tutta la vita) e le mie ribellioni, non li ricordare: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via”.

San Poalo Apostolo sugella questo insegnamento biblico e questa morale della responsabilità in un bellissimo brano del suo epistolario, che oggi leggiamo come seconda lettura, tratta dalla sua lettera ai Filippesi, che io cito nella forma breve, quella più attinente alla tematica di oggi e che nei suoi contenuti dottrinali si fonda sulla venuta di Cristo sulla terra, nella condizione dell’umile e del povero per eccellenza: “Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

C’è un insegnamento preciso e circostanziato ritroviamo nel testo: avere gli stessi sentimenti di Gesù (e come è difficile!!!); considerare gli altri superiori a noi (il che praticamente è impossibile, perché tutti  quasi ci sentiamo superiori agli altri, più giusti e retti ed onesti degli altri); carità, amore, gioia, concordia, disinteresse (sono valori su cui dobbiamo lavorare per perseguirli).

A conclusione delle nostre riflessioni e come preghiera comunitaria che eleviamo a Dio, diciamo con fede: “O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù”. Amen.

 

Oggi concludiamo la nostra riflessione con questa preghiera della gioia, composta da me e che affido alle vostre quotidiani invocazioni della mattina, del mezzogiorno e della sera.

 

La mia preghiera della gioia

 

Signore, donami una mente

capace di pensare solo il bene,

perché chi pensa bene

agisce altrettanto bene,

e chi opera bene e nel bene

sperimenta la gioia per sempre.

 

Signore, donami un cuore tenero,

che vinca le resistenze dell’odio e del risentimento,

e che sappia guardare la realtà

con l’ardore della passione

con la quale Tu ci hai salvato

nel mistero della Croce.

 

Dio della gioia,

fa che questo mondo afflitto dalla noia,

possa sperimentare la vera felicità

che solo Tu puoi donare

a chi cerca sinceramente la verità.

 

Dio della pace,

allontana da noi l’incubo della guerra,

della violenza e del terrorismo di qualsiasi matrice,

e fa che quanti professano la fede in Dio

non alzino mai la mano come Caino.

 

Dio della serenità,

dona ai nostri giorni

e a tutte le persone del mondo

una vita tranquilla e senza affanni,

durante la quale possiamo sperimentare

il tuo amore paterno

e la tua provvidenza,

senza limiti di spazio e dei tempo.

 

Fai scenda, o Gesù, principe della pace,

sul volto di quanti soffrono,

nel corpo e nello spirito,

il tuo sorriso divino,

fatto di serena disponibilità

alla volontà di Dio.

 

La Vergine, Madre della gioia,

che ha sperimentato la vera felicità,

incontrando il tuo volto gioioso

nel tempo e nell’eternità,

interceda per questa umanità,

perché recuperi il dono della gioia e della pace,

amando questa terra con un cuore materno,

aperto alla felicità che non ha tempo.

Amen.

 

Preghiera composta da padre Antonio Rungi

Santuario della Civita, 25 settembre 2014

 

L’Alfabeto dei verbi della felicità, scritto da padre Rungi

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Ho sintetizzato in 24 verbi la felicità in senso umano, sociale e religioso. Si tratta di un percorso personale e sociale sull’esperienza della felicità che ognuno può e deve poter fare nella vita terrena in attesa, per chi crede della felicità definitiva ed eterna del santo paradiso. 

Ecco i verbi che ho selezionato e poi spiegato, contestualizzandoli alla tematica, tratti dal vocabolario italiano ed inglese. 

A= Amare sinceramente Dio, la vita, le persone e l’intera creazione. 

B= Benedire ogni persona, cosa e situazione, ringraziando Dio che ci mantiene in vita. 

C= Credere nella potenza dell’amore, del perdono, della fede e della ragione. 

D= Donare con il cuore e generosamente soprattutto a chi si trova nel bisogno vero. 

E= Entrare nel cuore e nella mente della gente per capire le loro esigenze e provvedere a loro nei limiti delle proprie possibilità e responsabilità. Esaminarsi se stiamo agendo bene nei loro riguardi. 

F= Fidarsi sempre delle persone, fino a prova contraria. 

G= Gioire con chi è nella gioia e far gioire chi è nel dolore. 

H= Hear (inglese), sentire e ascoltare chi necessita di parlare e comunicare. 

I= Incoraggiare chi è demotivato e depresso per motivi di vario genere. 

J= Jump (inglese), saltare di gioia per il successo e l’affermazione degli altri, senza gelosia ed invidia alcuna. 

K= Know (inglese), conoscere sempre più approfonditamente il mondo, perché la conoscenza porta alla vera gioia. 

L= Lodare Dio per quello che ci dona e gli altri per quello che sono e fanno. 

M= Meritare ciò che si è costruito onestamente nella vita, con i propri sacrifici. 

N= Nobilitare le situazioni con un agire sensibile, umano e rispettoso degli altri. 

O= Operare per il bene proprio e altrui. 

P= Pensare bene ed agire di conseguenza. 

Q= Quietarsi dopo un contrasto o una tempesta mentale o umorale. 

R= Restituire ogni cosa avuta in prestito, senza abusare della bontà altrui. 

S= Sorridere alla vita anche quando è difficile farlo per tanti motivi. Con il sorriso sulle labbra e la spada nel cuore si va avanti nella vita. 

T= Temere giustamente il giudizio di Dio e degli altri se agiamo male. 

U= Unire sempre, per non essere motivo di divisione nelle famiglie, nel lavoro e in altre situazioni della vita. 

V= Vivere la vita così ogni giorno, come ce la dona Dio e come noi la riusciamo a costruire. 

W= Win (inglese), vincere l’odio con l’amore, la guerra con la pace, l’ingiustizia con la solidarietà. 

Z= Zampillare di gioia ogni volta che riusciamo a portare a termine un progetto di  vera ed autentica felicità per noi stessi e per gli altri. Rendere felici se stessi e gli altri è un dovere morale per ogni uomo e soprattutto per ogni cristiano.

Padre Antonio Rungi, passionista

Santuario della Civita

17 settembre 2014

 

 

 

Il salvadanaio coniugale della solidarietà

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SCAURI (LT). IL SALVADANAIO CONIUGALE DELLA SOLIDARIETA’. PARTE DALLA PARROCCHIA SANT’ALBINA L’INIZIATIVA ESTIVA PER AIUTARE I POVERI 

di Antonio Rungi 

Parte dalla Parrocchia Sant’Albina in Scauri (Lt), nell’Arcidiocesi di Gaeta, per iniziativa del parroco, don Simone Di Vito, “Il Salvadanaio coniugale della solidarietà” per aiutare i poveri del territorio e le missioni.  Tutto parte qualche anno fa, durante la celebrazione della santa messa dei giorni 7-8 agosto del 2008, quando una suora missionaria in Tanzania parlò della vita di stenti di tale e popolazione e del bisogno impellente di aiutarla, mancando del necessario.  Tra le tante persone presenti c’erano diverse coppie e cristiani intenzionati a fare qualcosa di concreto. E così i primi a muoversi in tale direzione furono due sposi, che decisero di mettere da parte per scopi missionari 50 centesimi al giorno, per tutto l’anno. Quella coppia riuscì a mettere da parte circa 200 euro in un salvadanaio che fu destinato alla solidarietà. Sostenuti dall’incoraggiamento di Don Simone Di Vito, l’iniziativa si è estesa e va ampliandosi, caratterizzandosi come un sistema di aiuto umanitario che nel piccolo può dare sostanziali contribuiti alla causa della solidarietà internazionale. In questa estate 2014, l’iniziativa ha preso il volo, anche in seguito alla testimonianza di una coppia che qui riportiamo integralmente, per essere di stimolo ed esempio a tutti gli altri: “ Caro don Simone,  Io, Antonio, e mia moglie, Carolina, grazie a Voi, da qualche anno viviamo la nostra vita con  una piccola gioia in più. E c’è un motivo. Era il 7 o l’8 agosto del 2008 e alla celebrazione della Santa Messa delle 19 una suora, missionaria in un paesino della Tanzania se non ricordo male, testimoniò la vita di stenti della popolazione e dell’estremo bisogno del necessario per vivere. Poi ci fu il  Vostro commento e quello lo ricordiamo bene, perché ci indusse a riflettere. Vi soffermaste sul concetto di delega che caratterizza l’esistenza di  molti di noi cristiani, anche la mia e di Carolina, tanto indolenti  da chiedere a Nostro Signore di provvedere a dare cibo a chi ha fame. E infatti, da bravi cristiani, ogni giorno, a pranzo e a cena, anche noi ringraziavamo Lui e, ricordandoci  di chi vive in povertà,  recitavamo la nostra preghiera: “Signore, Ti ringraziamo per questo cibo. Fa’ che in ogni parte del mondo per tutti i tuoi figli ci sia sempre qualcosa da mangiare. Amen.”E stavamo, in tal modo a posto con la nostra coscienza. Molto comodo, veramente molto comodo. Però da quel giorno qualcosa in noi è cambiato e Ve ne siamo grati, e così abbiamo cambiato anche la nostra preghiera quotidiana.

E da allora, prima di pranzo e cena, Carolina ed io preghiamo insieme dicendo: “Signore, Ti ringraziamo per questo cibo. Facciamo che  in ogni parte del mondo per tutti i tuoi figli ci sia sempre qualcosa da mangiare. Amen.” E, prima della preghiera, mettiamo da parte, ogni giorno, un moneta da 50 centesimi. Non è assolutamente un sacrificio. Anzi, è questa  la  piccola gioia che ci accompagna da qualche anno. Sono pochi gli Euro che raccogliamo in 365 giorni. Li consegniamo a Voi, come ogni anno, certi che saranno bene utilizzati. Il Signore Vi accompagni sempre. Carolina e Antonio Conzo. Scauri, 28 luglio 2014. Ed arrivano i ringraziamenti della suora, attraverso don Simone: “Gentilissimi signori Conzo grazie per l’offerta di 180 Euro mandata attraverso don Simone.  Il suo ricordo ci commuove! Vi ringraziamo a nome di tutte le suore della missione e specialmente a nome dei bimbi dell’asilo di Mkiwa che con il vostro dono riceveranno ogni giorno un pasto caldo a base di polenta e fagioli. Promettiamo di pregare per le vostre necessità. Che il Signore mandi sulla vostra famiglia abbondanza di  benedizioni!

Suor Incoronata”.

 

 

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XIX – 10 AGOSTO 2014

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DOMENICA XIX DEL TEMPO ORDINARIO

 

10 AGOSTO 2014

 

USCIRE DALLA PARALISI SPIRITUALE

 

padre Antonio Rungi, passionista

 

Tutti noi sperimentiamo la paura, soprattutto nei momenti più difficili della nostra vita, quali una malattia, la solitudine, la morte, la privazione di qualcosa, la frattura di un rapporto affettivo o d’amore, la perdita del lavoro, della famiglia, degli affetti, dell’amicizia, della stima. La paura ci prende e a volte ci sovrasta, bloccando di fatto la nostra vita umana, sociale, ecclesiale. Per paura non si esce da casa, non si svolge bene una missione, non si rischia. A ciò si aggiunga quello che oggi è la malattia più diffusa che è l’angoscia esistenziale, la depressione, gli attacchi di panico, per problemi veri o a volte immaginari. Dobbiamo tutti lottare con queste paure che spesso ci bloccano e non ci fanno agire. Io la definisco paralisi psicologia e spirituale. A volte ci proviamo pure ad uscire da certe paure, ataviche, ma basta un nonnulla che ritorniamo ad essere come prima, peggio di prima, più prudenti di prima. E’ vero che viviamo in un mondo che fa paura per i comportamenti strani ed imprevedibili delle persone e della stessa natura, ma fondamentalmente noi non siamo nati per vivere nella paura, ma nella gioia, nella letizia, nella speranza, nella vera felicità che parte dal coraggio ed il coraggio parte dalla fede.

 

Il Vangelo di oggi, quello della XIX domenica del tempo ordinario, ci aiuta ad entrare nel tema della fede e del coraggio che deriva dalla fede. Le persone piene di fede sono state e saranno sempre coraggiose, perché hanno la certezza interiore e spirituale che non sono mai sole, con loro c’è sempre il Signore. Il racconto della tempesta sedata con l’intervento di Gesù, che salva gli apostoli che stavano naufragando, al di là del significato teologico e spirituale che indica (la chiesa in tempesta, salvata da Cristo, la barca simbolo appunta di questa comunità che ha bisogno di guide illuminate e coraggiose) ci fa capire, oggi, alla luce di questo brano quanto cammino dobbiamo ancora fare per entrare nella vera fede, quella fede che parte dal riconoscere Gesù Cristo, il vero ed unico salvatore. Quando ci affidiamo ad altri salvatori, che non possono salvare, rincorriamo false concezioni della vita e della storia. Rincorriamo il mito della salute e della bellezza e basta poco per per perdere l’una e l’altra; il mito del benessere, del denaro e basta una cristi per metterci in crisi e non saperci più orientare e perdere di fiducia e di speranza; il mito del successo e basta poco per essere emarginato ed escluso dalla società, dai vari mercati se non scendi a compromessi o se hai perso quota, consistenza e soprattutto appoggi di ogni genere; il mito del progresso e basta poco per accorgerci che non sappiamo difenderci dalle malattie più banali, quando nel mondo muoiono milioni di persone per la nostra incuria e superficialità nell’affrontare i veri drammi dell’umanità. Ascoltiamo e meditiamo attentamente sul vangelo di oggi che potrebbe essere inteso in modo riduttivo, pensando solo alla mancanza di fede o alla crisi che può interessare la barca di Pietro,cioè la Chiesa, in determinati momenti e periodi storici, come quello che stiamo vivendo e dal quale stiamo tentando di uscire con il coraggio e la forza profetica di papa Francesco, dei vescovi, dei sacerdoti, dei fedeli laici che lottano per il bene e per il vero progresso dell’umanità.

 

Un testo evangelico tra i più importanti ed interessanti per leggere il mondo con gli occhi della fede, della speranza e dell’amore, in poche parole con gli occhi di Cristo.

“[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!».  Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Vorrei sottolineare di questo vangelo tre importanti dichiarazioni da parte di Gesù e degli apostoli. Da parte di Gesù: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  E poi “Vieni”. Ed infine: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Da parte di Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed anche: «Signore, salvami!». Da parte degli apostoli: «È un fantasma!» e «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Volendo riflettere su queste espressioni vediamo un triplice atteggiamento: quello di fiducia e di sicurezza da parte di Gesù; quello dell’incertezza e del dubbio da parte di Pietro, e quello del passaggio dall’immaginazione alla fede degli apostoli che stavano sulla barca insieme a Pietro. Il punto di riferimento di tutto il discorso è Gesù, è lui il centro dell’attenzione. Da fantasma iniziale, come lo vedono gli apostoli all’inizio della tempesto, al riconoscimento del suo essere Figlio di Dio, di fronte alla tempesta sedata. E’ il cammino della fede che richiede tempo, fallimenti, paure, incertezze per approdare alle profonde convinzioni che senza di Dio e senza Gesù non possiamo davvero fare nulla. Questo cammino di fede richiede la docilità allo Spirito Santo. Questa docilità è espressa in modo esemplare da profeta Isaia, che nel brano della prima lettura di oggi si presenta a noi come la persona attenta alla voce di Dio, una voce che non fa rumore o sconquasso, ma che tocca il cuore, penetra nell’anima e modica l’assetto del pensare e dell’agire di chi si lascia toccare da questa voce.

 

Bellissimo il brano della prima lettura sul quale ognuno può abbondantemente riflettere per dare una risposta personale alla voce di Dio e alla voce della coscienza che ci richiama sulla retta vita.

“In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

 

Ripromettiamoci di ascoltare quello che dice il Signore: Egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. Questo ascolto sincero e vissuto produrrà nella vita quello che davvero desideriamo tutti:  Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.

 

Essere missionari della fede e della speranza è quanto ci chiede di fare san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi. Quante pene e tribolazioni nel nostro cuore perché la fede non cresce dentro di noi ed intorno a noi. Forse è davvero tempo di dare una svolta consistente al nostro modo di agire da presunti cristiani e non da veri cristiani, da cristiani all’acqua di rosa come ci ricorda Papa Francesco e non da cristiani che ripongono la loro fiducia totale nel Signore. Scrive, infatti l’Apostolo delle Genti: “Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.  Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen”.

 

Questa bellissima professione di fede in Cristo sia il motivo costante del nostro lottare per la fede, non perché dobbiamo fare dei proseliti, ma semplicemente perché mossi da un amore immenso per il Signore, noi possiamo dare ragione della fede, della speranza e della carità che portiamo nel nostro cuore, convinti più che mai che Gesù è il vero, unico e assoluto salvatore e redentore dell’uomo, della chiesa e della storia.

 

Esprimiamo il nostro forte desidero di pregare in questo giorno del Signore, con le parole della Colletta della liturgia eucaristica di questa domenica: “Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni  avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Amen”