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P.RUNGI. PREGHIERA PER LE MAMME

BLOG SANTA FAMIGLIA (13)

PREGHIERA PER LE MAMME

COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI

O Signore, Dio della vita,

ti affidiamo le madri di tutta la terra,

giovani, meno giovani o avanti negli anni,

piene di saggezza e di bontà

verso i loro figli che Tu gli ha donato.

 

Volgi il tuo sguardo amorevole,

O Dio, creatore dell’universo,

alla vita nascente, accolta con amore

nel grembo di ogni madre della terra,

anche di fronte alle violenze

di cui sono oggetto continuamente

le donne del nostro tempo.

 

Proteggi le madri che, ogni giorno, lottano con coraggio

per educare, ai veri valori cristiani, umani e sociali

i loro figli naturali o adottivi,

e dare a loro un futuro vivibile.

 

Assisti le madri, o Signore,

che sperimentano, in tutte le parti della terra,

la malattia, l’emarginazione e l’esclusione

per una cultura di discriminazione nei loro confronti.

 

Benedici, O Signore, tutte le mamme

che nel silenzio, nel lavoro, nel servizio alla famiglia

curano la vita e sono missionarie dell’amore di Dio.

 

Ogni madre della terra,

O Gesù, Figlio dell’Onnipotente,

possa sperimentare, in ogni istante della sua esistenza,

l’essere dono per i figli e la famiglia,

con la stessa ricchezza e dolcezza del cuore

di Maria, Madre Tua e Madre di tutti noi. Amen.

P.RUNGI. NUOVA PREGHIERA PER I DEFUNTI – ANNO 2017

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PREGHIERA DEFUNTI 2017

La nostra preghiera per i Defunti

Composta da padre Antonio Rungi

 

Signore Gesù Cristo,

Tu che hai detto che chi crede in Te

non morirà in eterno,

assicura la vita eterna

a tutti i nostri parenti

che hanno lasciato questa terra

per raggiungerTi in cielo

 

Tu che hai asciugato le lacrime

di tante persone che avevano perso i loro cari

consola quanti sono nel pianto e nel dolore

per la perdita recente e drammatica

dei loro parenti, amici e conoscenti.

 

Tu che hai pianto, davanti alla tomba

del tuo carissimo amico Lazzaro

e lo hai riportato in vita,

per un supplemento di tempo su questa terra,

comprendi il nostro lamento e la nostra sofferenza

per le tante morti inattese e innocenti,

di persone indispensabili

della nostra umana felicità.

 

Tu vittima innocente e sacrificale

per salvare l’umanità,

che al ladrone pentito

inchiodato sulla croce, vicino a Te

hai assicurato subito il Paradiso,

concedi la gioia della vita eterna

a tutti i nostri fratelli volati in cielo

e porta con Te nella pace del Tuo Regno

le anime più abbandonate e dimenticate

che si stanno purificando.

 

Maria, Madre dei viventi,

che ben conosce la sofferenza,

conforti coloro che sono nel dolore

e sia la porta ampliata del cielo,

perché tutti i defunti possano entrare

per sempre nella santa e celeste Gerusalemme. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 29 OTTOBRE 2017

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 29 ottobre 2017

Un’etica che va oltre i dieci comandamenti e che cura l’amore a Dio e ai fratelli

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario, che celebriamo a qualche giorno della solennità di Tutti i Santi e della Commemorazione dei fedeli defunti ci spinge ad andare oltre l’osservanza dei dieci comandamenti, indicando altri percorsi di moralità che un credente e specialmente un cristiano deve seguire per giungere alla saggezza e alla sapienza della vita. Nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro dell’Esodo, il libro del racconto della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e dell’arrivo alla terra promessa del popolo d’Israele, vengono raccomandate di osservare alle normi, quali non molestare e maltrattare i forestieri, non maltrattare la vedova e l’orfano, non prestare il denaro a scopo di usura, specie di chi sta nel bisogno e in necessità, di restituire subito le cose che si sono avute in prestito. In poche parole bisogna avere una coscienza onesta, retta, sensibile e senza mentalità di sfruttare o abusare degli altri. Le motivazioni delle rispettive regole di comportamento sono illustrare, dopo il comando espresso. Il testo biblico ricorda che il popolo d’Israele è stato forestiero e quindi deve trattare bene i forestieri; ricorda pure che si è puniti da Dio se uno maltratta la vedova e l’orfano; che non bisogna agire da usurai se si fa un prestito, ma darlo senza interesse specie se è indigente la persona; che la cosa ricevuta in prestito va restituita al legittimo proprietà, soprattutto se è qualcosa di importante e indispensabile per lui, come può essere un mantello per coprirsi durante la notte e non soffrire il freddo. Sembrano cose di poco conto, ma che in realtà ci fanno capire come rischiamo di abusare in tutto e con tutti nei nostri comportamenti, se non abbiamo una coscienza morale o non avvertiamo il dovere di osservare le leggi che il Signore ha dato. Sono argomenti di grande attualità come l’accoglienza ai forestieri, l’assistenza sociale ed economica alle vedove e agli orfani, la questione dell’usura sempre più diffusa in tutti gli ambiente, fino a coinvolgere istituzioni riconosciute, come le banche e i agenzie di credito. La parola di Dio, quindi, ci invita ad esaminarci attentamente e fare un bell’esame di coscienza su come ci regoliamo su questioni generali o di attualità. L’invito è esplicito alla conversione, se non agiamo secondo le regole che il Signore ci ha dato e che dobbiamo mettere in pratica. L’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di questa domenica, riportando i risultati ottenuti tra i tessalonicesi in seguito alla predicazione del Vangelo, mette in evidenza come si sono convertiti i cristiani di Tessalonica, mediante la presenza di ed Acaia Paolo e degli altri, e come questi hanno portato il vangelo in Macedonia ed Acaia, dove i pagani si era convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene”. Una testimonianza importante circa la diffusione del Vangelo nell’Asia Minore e nelle zone di cultura pagana, dove la predicazione di Paolo e suoi discepoli giunge in modo sistematico. E’ evidente che la predicazione si basa su Vangelo della carità e dell’amore misericordioso di Dio, come ci richiama il breve testo del Vangelo di Matteo di questa domenica, in cui troviamo all’opera i farisei per interrogare Gesù sul comandamento più importante ed indispensabile secondo la sua visione della fede. Ebbene uno dei farei, dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova, ponendo questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Gesù non fa altro che riportare all’attenzione di grandi sapienti del suo tempo quello che era già scritto e risaputo, ma per niente vissuto e attuato nel comportamento proprio di coloro che erano a conoscenza delle norme dell’Antico Testamento, ma non le osservava. Gesù giustamente ribadisce la centralità dell’amore di Dio e del prossimo nella vita di ogni persona che crede e sottolinea anche il modo di amare Dio e il prossimo. Il primo in modo totalizzante, con tutto se stessi, e il secondo nel modo conformante, cioè nel modo uguale a come si ha cura della propria persona. Una strategia di Gesù per mettere in crisi il loro presunto ed arrogante pensiero di sapere tutto della legge, ma di non vivere nulla di quella legge in profondità, ma solo alla superficie e per essere lodati dalla gente. Gesù ribadisce che Dio si ama dentro e con tutto il cuore, con sincerità e senza misurare e quantificare questo amore; mentre i fratelli si devono amare con la stessa cura ed attenzione che prestiamo a noi stessi, usando come criterio di misura lo stesso stile e modo di pensare a noi. In ragione di tutte queste considerazioni possiamo ben elevare la nostra mente a Dio e pregarlo con le parole che nascono dal cuore e diventano liturgia di lode e di culto: O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te sole amare i fratelli, secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XXVII – 8 OTTOBRE 2017

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 8 OTTOBRE 2017

Custodi e messaggeri di pace e di giustizia nel mondo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario è un chiaro invito a vivere nella pace, nella serenità, senza drammatizzare nelle situazioni della vita. L’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Filippesi, che ci sta accompagnando in queste domeniche, dice cose straordinariamente attuali per la vita della chiesa e dell’umana società: “Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Il modo più certo per essere ascoltati, da Colui che può tutto, è la preghiera, sono le suppliche e il ringraziamento al Signore anche delle croci e delle prove.

Dobbiamo sforzarci nel vivere nella massa serenità interiore e relazionale. Solo così “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza”, custodirà i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù, senza farci allontanare dalla retta via. Infatti, noi siamo chiamati a discernere, da un punto di vista cognitivo e razionale, oltre che morale, “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode”, perché diventi tutto questo oggetto dei nostri pensieri. Non possiamo distrarci su altre cose, né rincorrere altri obiettivi della vita, ma semplicemente andare alla ricerca dei valori essenziali dell’esistenza umana e dell’etica cristiana. Da qui, l’invito che l’Apostolo ci fa pervenire attraverso i suoi scritti: “le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. Da tutto dipende la nostra pace e la pace degli altri e così il Dio della pace abiterà con noi.

Questo nostro modo di agire ci aiuta ad entrare nel complesso problema del rapporto tra noi, Dio e gli altri. Questi altri sono la chiesa, la comunità dei credenti, la vigna del Signore, che è meglio identificata con la Chiesa di oggi e di sempre, con quanti si professavano credenti in Javhé, prima della venuta di Cristo e con quanti si professano discepoli di Gesù e suoi seguaci dopo la sua venuta tra noi, con il compimento dell’opera della redenzione, mediante la sua morte e risurrezione.

Dal testo del Vangelo di Matteo, che ci presenta un’altra parabola della vigna comprendiamo la lezione di curare questa vigna, cioè il regno di Dio in mezzo a noi e farla fruttificare, altrimenti sarà destinata a finire in una zona diversa, nella quale è stata piantata, per essere trapiantata altrove dove darà più frutto, l’uva e poi il buon vino sperato. Chiara allusione all’accoglienza del regno di Dio, della fede e di quanto Cristo ci dice per dare i frutti necessari, noi e gli altri che siamo stati chiamati a lavorare da sempre in questa vigna del Signore. Il racconto della parola, come descritta da Matteo e messa sulla bocca di Gesù, ci fa capire tutto il fascino di questo parlare e soprattutto riflettere sul contenuto essenziale che viene espresso da Gesù a conclusione del racconto: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Non accogliere Cristo è un rischio spirituale per tutti, specie per quanti hanno avuto la possibilità di incontrarlo in tanti modi nella loro vita: nei sacramenti, nella parola, nella preghiera, nella liturgia, nella carità, nella sofferenza, nella gioia. Cristo si è presentato a noi sotto tanti volti e tanti voci. A noi spetta di dare la risposta convinta e definitiva a Lui che ci ha chiamato dalle tenebre all’ammirabile luce della fede. Non diventiamo come quei contadini della parabola di oggi  che “presero i servi (del padrone della vigna) e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. In poche parole tutto quello che il Signore ha fatto per il popolo santo di Dio nel corso dei secoli, attraverso l’invio dei profeti e delle anime buone, capaci di parlare con il cuore nel nome del Signore. L’ultimo atto di questa pedagogia dell’accoglienza del Regno e cioè del Messia, identificato qui  nel Figlio del Padrone della Vigna, “mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Il riferimento alla passione è morte in croce di Gesù è qui preannunziato e anticipato. Gesù conosce bene quale sarà la sua missione e come si concluderà in questo mondo. Egli è divenuta la pietra scartata dai costruttori, poi giunta ad essere fondamentale per costruire il tempio, la chiesa di Dio, tiene a sottolineare che “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Sì, Gesù Cristo, Pietra angolare è la meraviglia delle meraviglie, anzi l’unica vera meraviglia che l’uomo su questa terra potrà contemplare mentre è in cammino verso l’eternità e soprattutto godere per sempre nella pace eterna. Non deludiamo Dio, non facciamo soffrire Cristo con il nostro modo di comportarci ed agire, come già faceva osservare il profeta Isaia agli israeliti, prima della venuta del Messia, scrivendo, sotto ispirazione, parole che suonano come un macigno nella vita di coloro che si pensano di essere nel giusto e sulla retta via ed, invece, non lo sono affatto: “Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?”. In altre parole, mentre il Signore attendeva tutto il bene possibile dai suoi contadini e vignaioli, cioè noi,  non abbiamo dato alcuni frutti, siamo rimasti acerbi in tutto e quindi inutili al progetto del miglioramento del rendimento della vita. La riposta del Signore era ed è scontata in ogni situazione del genere, in cui non c’è produttività spirituale: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

Non è altro il quadro del mondo del tempo di Isaia e del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, in cui la violenza, il terrore, la morte, le stragi, lo spargimento di sangue è a livello globale.  E allora di fronte al male del mondo, alla distruzione della vigna della carità, dell’amore, del perdono, della giustizia, noi ci rivolgiamo al Signore con questa sentita preghiera del Salmo 79: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Amen.

LA PREGHIERA DELL’AMORE COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI

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La preghiera dell’amore
Composta da padre Antonio Rungi

Ti amo, Signore, con tutto il mio cuore,
con tutta la mia mente e con tutte le mie forze,
ma spesso questo mio cuore, questa mia mente,
e le mie poche o molte forze si indeboliscono
nell’amore verso Te, o mio Dio,
in cui confido, mi fido e mi affido.
Potenzia, o Signore, dentro di me la grazia
dell’amore verso Te e verso i fratelli di questa afflitta terra,
nella quale è difficile incontrare
l’amore vero, l’amore per sempre, l’amore eterno.
Signore, fa che io possa amarti sempre,
anche quando si è spento il desiderio di amare,
offuscato da tante esperienze di odio,
che il mondo oggi ci offre ogni giorno.
Signore concedimi la grazia
di riscoprire la bellezza e la dolcezza
di un cuore davvero innamorato del cielo,
verso il quale dirigere sistematicamente
i miei pensieri, i miei desideri
e soprattutto il mio agire nel tempo.
Signore, Tu che sei amore infinito ed eterno,
fa che io possa innamorami sempre di più
del Tuo amato Gesù,
che per amore si è offerto a Te sulla croce
per la salvezza di tutti noi.
Lui che ci ha lasciato il grande testamento dell’amore,
che sa perdonare e alzare al cielo il suo sguardo di bontà,
ci insegni a vivere
nell’amore sincero e autentico,
che sorpassa ogni umano desiderio. Amen

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVI DOMENICA DEL TO- 1 OTTOBRE 2017

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 1 ottobre 2017
Quale condotta è retta: la nostra o quella del Signore? Giudichiamo noi!

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXVI Domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, ci pone davanti alle nostre responsabilità morali e spirituali.

Ci sono alcuni punti importanti dei testi biblici che vanno attentamente meditati e riflettuti per dare personali risposte ai vari interrogativi.

A partire dalla prima lettura e arrivando al vangelo, i testi biblici di oggi sono un itinerario all’interno delle nostre coscienze e del nostro operare da cristiani.

Il profeta Ezechiele nella prima lettura di oggi ci ricorda come siamo critici nei confronti di Dio, quando le nostre case non vanno secondo quello che desideriamo, secondo quanto ci aspettiamo e secondo quanto già possediamo  vorremmo avere per sempre. E riporta le stesse espressioni che il Signore ci rivolge, attraverso il suo portavoce: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?”.

 

Valutiamo noi la storia, i fatti, i comportamenti, l’agire individuale e comunitario. Ma se andiamo a considerare ciò che viene fatto rilevare nel testo, possiamo facilmente renderci conto che davvero il nostro agire necessita di profonde trasformazioni e conversioni: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso”.

Parliamo, chiaramente, della morte del cuore, dello spirito, di ciò che è veramente vita nell’essere umano, e cioè la sua anima immortale, aperta alla felicità eterna.

 

Aggiungiamo, un’altra ipotesi del comportamento umano: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». L’aspetto positivo di una conversione del cuore sta nel fatto che chi si converte riacquista la vita spirituale, rivive, abbondona la strada che lo ha portato alla morte spirituale e riprende la sua vitalità interiore.

Le due prospettive sono qui esaminate e presentate con  i risvolti reali di esse. Infatti ci sono le persone che non sentono la necessità e l’urgenza di ritornare a Dio e alla fede, una volta che si sono allontanati da essa, oppure non l’hanno mai avuta; oppure ritornano con il cuore pentito, riflettono sulla vita ed agiscono secondo il cuore di Dio.

 

Stessa situazione che troviamo nel bellissimo brano del Vangelo di questa domenica che si apre con la domanda, rivolta ai tanti sapienti del tempo: “Che ve ne pare?” Cioè date voi un giudizio, voi che siete i saggi e santi. E in questo caso, Gesù  presenta il comportamento di due figli, ai quali il padre, dice al primo:  “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

Non c’era molto da discutere. Talmente palese il comportamento giusto del primo figlio rispetto al secondo. Il primo dice inizialmente di no e poi si pente e va a lavorare nella vigna del padre. Egli è un pentito e convertito vero. Mentre il secondo dice di sì e poi non espleta il suo dovere e non mantiene la parola data. E’ chiaramente un falsario, un bugiardo, un mistificatore

 

La conclusione di questa nuova parabola di Gesù è una lezione durissima e un forte richiamo alle responsabilità di quanti si pensano giusti e non lo sono di affatto nella vita, perché alla fine non conterà l’apparenza, come avviene nel mondo, da sempre, ma la sostanza, cioè il cuore e la volontà di cambiare e di rinnovarsi. Perciò Gesù  rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo queste dure parole: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Nei cuori duri e presuntuosi, negli arroganti di tutti i tempi, nei falsi retti e santi di ogni epoca non ci potrà mai essere vero pentimento. Questi si aspettano sempre dagli altri il cambiamento, ma mai da loro stessi. Poi arriva la giustizia divina e mette a posto ogni cosa, a volte anche nel tempo, ma soprattutto nell’eternità.

San Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che oggi ascoltiamo come testo della seconda lettura, ci presenta il modello “Cristo” al quale dobbiamo ispirarci per raggiungere la vera giustizia in questo mondo e nell’eternità: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

 

Quali sentimenti Cristo ha avuto e come li ha vissuti e concretizzati nel suo agire da Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo?

Ecco il modello perfetto al quale conformarci per essere dei veri discepoli di Cristo e di Cristo crocifisso. Infatti, “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

 

La nostra vittoria e la nostra gloria non stanno nell’autoesaltarci e inneggiare ai nostri meriti e alle nostre capacità, ma nell’abbassarci, nell’essere umili, nel donarci, come Cristo ha fatto per noi sulla croce. Da qui la glorificazione di Gesù, la sua esaltazione vera, la sua Gloria Crucis, che dovrebbe ispirare il nostro agire umano e cristiano.

Con il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 24, ci rivolgiamo al Signore con queste parole e preghiamo con la sincerità del nostro cuore e riconoscendo i nostri limiti: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.  Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via”.

Gesù insegnarci ad essere umili, obbedienti e distaccati da ogni bene e possedimento della terra. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXIII DOMENICA TO – 10 SETTEMBRE 2017

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

 

Domenica 10 settembre 2017

 

Chi ama corregge con amore il fratello che è in errore

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXIII domenica del tempo ordinario ci parla della correzione fraterna, che ha un valore ed un significato cristiano solo nella misura in cui si corregge l’altro per amore, con amore e senza minacciare vendetta e condanna, senza mettere al primo posto il proprio ruolo e la propria responsabilità o l’onore e l’orgoglio del casato o della divisa o dell’istituzione. In ogni correzione fraterna c’è di mezzo la dignità della persona umana e il rispetto anche della sua fragilità, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra contro l’altro- Anche chi è nel posto di responsabilità, prima di correggere gli altri, dovrebbe domandarsi: ma io sono migliore del fratello che sta in errore? Solo Dio può correggere in modo vero, perché Dio ama l’uomo anche nella sua debolezza e gli tende la mano quando sta per annegare. Nessuno si deve fare maestro degli altri, né ritenersi superiore o più santo e perfetto dell’altro, ma nella carità, nell’umiltà ci si corregge reciprocamente, perché ogni vera correzione va a beneficio del corretto e di chi correttore. La correzione non è un fatto unilaterale, perché molti degli errori dei fratelli sono determinati da noi, che pensiamo di fare le cose giuste ed esatte in ogni momento. Se ognuno sta al proprio posto e fa il proprio dovere, non c’è bisogno di correzione, ma di collaborazione e integrazione. Questi concetti sono chiaramente deducibili dalla parola di Dio, a partire dalla prima lettura, tratta dal profeta Ezechiele, che ci ricorda con chiarezza di espressioni e di intenti: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato». Effettivamente se non correggiamo di fronte ad un evidente situazione di errore, di malvagità, il Signore ci chiederà conto di quello che non abbiamo fatto. Ma la vera correzione si fa alla luce della parola del Signore e non in conformità al nostro modo di pensare. Io non sono il criterio per valutare e giudicare gli altri, ma solo Dio è giudice e questo giudizio lo si esprime in base a quanto la parola di Dio ci dice di fare.

Sulla correzione fraterna è prettamente improntato il testo del vangelo di oggi, che ci dà anche i criteri fondamentali per operare una correzione discreta e rispettosa della persona. Il primo momento è quello a tu a tu con la persona, il faccia a faccia con la persona che va corretta, avendo gli elementi veri e non presunti degli errori degli altri, in quanto è facile la diceria, la calunnia, la gelosia, il falso nei documenti, nelle testimonianze. Bisogna avere la certezza delle cose per poter procedere nella correzione e non aver solo sensazioni o percezioni soggettive. E’ necessario avere gli elementi veri e dimostrativi che possono attestare la veridicità dei fatti e non la sola presumibilità. Spesso si accusa e si condanna su calunnie e dicerie e mai andando a fondo della verità. Quanti innocenti, a partire da Gesù, che sono stati condannati anche nella Chiesa, nella società, nella politica, nella giustizia? Questo ci chiede di essere prudenti. Ecco perché se non siamo in grado di correggere a tu a tu, è necessario avere il supporto degli altri, dei testimoni, di coloro che non si fanno giudizi insieme al primo, ma a piena conoscenza dei fatti e documentati per proprio conto e non indottrinati da chi comanda, possono aiutare nel cammino della correzione chi veramente ha sbagliato. Di giudici corrotti e condizionati dagli altri ce ne sono nella storia di ogni popolo e nella storia anche delle chiese. Quanti nella politica o nelle altre istituzioni che detengono il potere e fanno scontare ai propri avversarsi conti che non hanno affatto. La gelosia, la vendetta il far pagare il debito rientra, purtroppo, tra le tante cose che gli esseri umani sanno utilizzare per disfarsi dei propri avversarsi, falsificando carte ed atti. Ecco, perché alla fine, nel vangelo di oggi, viene chiamata in causa l’opinione e il giudizio della comunità, quando questa, soprattutto ai nostri giorni con i media che sono il vangelo, indirizzano l’opinione del pubblico verso la condanna, prima che venga addirittura emesso un giudizio dall’autorità preposto. Ai mostri in prima pagina dei giornali e delle Tv, della rete internet ci siamo abituati tutti, tranne poi a ritrattare e a rivedere il tutto, se risulta essere innocente. Quanti errori anche di valutazione da parte della comunità, che si lascia condizionare dall’opinione dominante o strumentalizzare per scopi ignobili di chi e leader nel costruire opinioni sociali. Rileggere il testo del vangelo e meditarci sopra ci fa capire che davvero siamo lontani dal praticare la giustizia e difendere la verità: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”. Ma il vangelo di questa domenica non si ferma alla sola correzione fraterna, va oltre quello che umanamente è comprensibile, in quanto tutti possiamo sbagliare e tutti dobbiamo ricevere il perdono, una volta pentiti. Infatti, nei versetti successivi si parla della misericordia e della preghiera: legare e sciogliere sulla terra che è legare e sciogliere in cielo e poi la capacità di ottenere da Dio ciò che chiediamo con fede e nella preghiera se siamo uniti nel chiedere, cioè se chiediamo insieme e non solo singolarmente ed egoisticamente per noi stessi.

A tal proposito, San Paolo Apostolo, nel brano della lettera ai Romani che oggi ascoltiamo, commentando indirettamente e involontariamente il brano del vangelo di questa domenica, dice con estrema correttezza teologica ed etica: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Criterio fondamentale dell’agire umano è l’amore e quindi anche nel correggere bisogna partire dall’amore e non dall’odio e dalla vendetta. La legge di Dio codificata nei Dieci comandamenti è per tutti e non solo per alcuni. Pertanto nessuno si faccia maestro in Israele se ognuno hai suoi scheletri negli armadi, ben nascosti per non far emergere i propri errori della vita passata e presente, soprattutto se si sta in certi posti di responsabilità. Per cui, consapevoli che “la carità non fa alcun male al prossimo” e la  “pienezza della Legge è la carità”, agiamo sempre con amore e per amore, soprattutto se siamo chiamati, in ragione degli uffici che ricopriamo, a correre con discrezione e senza risentimenti e rabbia che ha potuto involontariamente sbagliare o è stato indotto ad errare, perché in tutti gli ambienti, anche quelli che oggi si chiamano virtuali, ci sono persone e strateghi del male che hanno come scopo fondamentale in ogni luogo quello di fare del male e far fare del male per mettere in cattiva luce anche i più onesti e santi.

Con il salmo 94, eleviamo al Signore la nostra umile preghiera in questo giorno di festa, riconciliazione e conversione: “Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia. Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce. Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».

 

 

 

SOLENNITA’ DELL’ASSUNTA 2017 – COMMENTO DI PADRE RUNGI CON PREGHIERA FINALE

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Solennità dell’Assunzione in cielo di Maria Santissima

15 Agosto 2017

Bella tu sei qual sole, bianca più della luna

Commento di padre Antonio Rungi

Un canto popolare che ben conosciamo ci fa tessere le lodi di Maria assunta alla gloria del cielo e prendendo spunto dal passo dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo fissa in alcuni versi chi è la nostra Madre celeste e come ci piace immaginarla nel santo paradiso, vicino al suo Figlio Gesù e vicino a tutti i figli redenti dal sangue preziosissimo di Cristo: Dell’aurora tu sorgi più bella coi tuoi raggi a far lieta la terra e fra gli astri che il cielo rinserra non v’è stella più bella di te. Bella tu sei qual sole bianca più della luna e le stelle più belle non son belle al par di te. T’incoronano dodici stelle, ai tuoi piedi hai l’ali del vento e la luna si curva d’argento; il tuo manto ha il colore del ciel. Col tuo corpo in Cielo assunta t’invochiamo devoti e festanti, la regina degli Angeli e Santi, la gran Madre di Cristo Gesù”. Con queste particolari e specifiche strofe del canto mariano popolare mi piace iniziare questa riflessione in occasione dell’annuale solennità di Maria Assunta in cielo, che è tra le più importanti che la cristianità dai primi secoli dedica alla Madre del Signore e quindi è quella che maggiormente è stata celebrata con particolare cura e devozione. E non solo da un punto di vista liturgico, ma anche artistico e associativo. Con la proclamazione del dogma, il 1 novembre 1950, Pio XII veniva a confermare anche nel dato dottrinale il culto all’Assunta vissuto nella liturgia dal popolo cristiano. In questo caso davvero il senso comune della fede, la religiosità popolare ha anticipato di secoli quello che poi è stato dichiarato un dogma di fede, con il quale professiamo che Maria è stata assunta in cielo in corpo e anima e quindi non ha sperimentato la morte, ma i meriti del Cristo suo Figlio: è stata assunta dalla potenza di Dio alla gloria dei cieli. In questi nostri tempi in cui la cultura della festa si è trasformata in qualcosa di assolutamente esteriore, questa giornata si colloca nel cuore dell’estate ed è un forte richiamo ai valori soprannaturali e spirituali. Con la Vergine Maria noi vogliamo sperimentare giorno per giorno quanto sia importante vivere completamente di Dio ed attendere il momento del nostro passaggio all’eternità come qualcosa di positivo, senza angoscia o preoccupazione del buio e del nulla dopo la morte. Questa è da considerarsi davvero come un addormentarsi in Cristo per essere accolti, ce lo auguriamo tutti, subito nella gloria del suo Regno, ben sapendo che anche i nostri corpi mortali risorgeranno alla fine dei tempi per un’eternità beata. Per Maria questo è stato possibile, in quanto per singolare privilegio, preservata dal peccato originale, non ha potuto essere soggetta alla morte, in quanto Dio stesso l’ha voluta tutta per sé dall’eternità e una volta concluso il cammino terreno nella sua realtà di composto umano costituito dall’anima e dal corpo. Ecco perché all’inizio della celebrazione della santa messa del giorno dell’Assunta noi preghiamo con tutta la chiesa con queste espressioni di grande apertura alla speranza. E Maria Stella della Speranza, come l’ha definita il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Enciclica, Spe Salvi, è certamente la Maestra di vita spirituale da cui vogliamo apprendere il linguaggio dell’amore, della verità, della bontà e dell’eternità. Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria.

La parola di Dio ci aiuta ad introdurci in modo responsabile e pieno alla solennità di oggi, che ha un forte richiamo all’essenza stessa della vita cristiana.

Dalla prima lettura tratta dall’Apocalisse di san Giovanni apostolo, come tutti i grandi esegeti, teologi e biblisti riferiscono questo brano alla figura di Maria: questa donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, un corona di dodici stelle, noi vediamo la Vergine Santissima assunta alla gloria del paradiso. Ed è un consolante segno per il popolo pellegrino sulla terra, perché dove è giunta lei possiamo, con la nostra risposta di fede, giungere anche noi.

Il Vangelo di Luca ci riporta alla realtà storica di Maria che fa visita alla sua cugina Elisabetta. Una Maria operativa, concreta, fattiva, vicino ai bisogni degli altri, modello di attenzione verso chi ha più bisogno, tabernacolo dell’altissimo che reca agli altri il suo Figlio, concepito in Lei per opera dello Spirito Santo e portato nel suo grembo verginale. Lo stile di vita di una donna che, per quanto preservata dal peccato originale e purissima in ogni suo comportamento è gesto, era una donna libera, perché la libertà vera è quella che si esercita per il bene, e quindi una donna che ci invita costruire la nostra felicità futura e presente lavorando seriamente per la nostra personale santificazione, con concreti gesti di amore, con il ringraziamento e la lode a Dio, con il riconoscerci umili e servi del Signore, con l’abbattere nella nostra vita tutte quelle forme ed espressioni di orgoglio che non possono aiutarci a dialogare in profondità con Dio e con la Vergine Maria.

Il Magnificat, inno mariano per eccellenza, costituisca la nostra personale preghiera nelle varie circostanze della vita non solo per rivolgerci alla Madonna per la preghiera del vespro quotidiano, ma anche per riflettere continuamente su questo brano del vangelo e trarre da esso la forza necessaria per vivere nella legge di Dio e nella carità verso il prossimo.

San Paolo apostolo, giustamente, nella sua riflessione sul mistero della risurrezione di Cristo e, indirettamente sull’Assunzione della Madonna al cielo, usa nei confronti dei cristiani di Corinto espressioni di portata teologica unica, in quanto ci dice esattamente ciò che succederà alla fine dei tempi, leggendo il tutto nel mistero del Cristo risorto. Le cose che verranno sono state descritte in questo testo, ma il giudizio universale, a cui fa riferimento l’Apostolo delle Genti, al secondo e definitivo avvento di Cristo sarà quello conclusivo in quanto il dolore e la morte saranno vinti per sempre, essendo la morte non solo quella fisica, ma quella spirituale ed interiore dell’uomo il vero nemico di Cristo, in quanto Lui vuole che tutti gli uomini si salvino nella sua morte e risurrezione. Egli è il primo di tutti i fratelli che nella fede e nella verità e bontà lo seguiranno nell’eternità. Maria in questa eternità per espresso volere e disegno di Dio c’è tutta interamente.

Per cui rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria e con questa mia preghiera ci affidiamo a lei lungo tutto il cammino della nostra esistenza.

<<O Maria, Madre della gloria e della gioia, 

che oggi ti contempliamo tra i cori festanti degli Angeli e dei Santi, 

guida il nostro cammino, difficile e tortuoso, 

in questa valle di lacrime, perché nessuno dei tuoi figli, 

redenti dal sangue preziosissimo di Gesù, 

possa sentirsi abbandonato, umiliato, offeso nella sua dignità umana, 

nel nostro essere figli nel tuo Figlio, 

amati da un immenso cuore di Mamma 

che vigilia e protegge dal cielo ogni uomo di questa terra. 

Stendi la tua mano benedicente 

su quanti lottano per un mondo nuovo, 

in cui la giustizia e la pace 

possano trovare accoglienza a livello globale 

e nessun essere umano venga offeso, disprezzato e deriso, 

perché anch’essi destinati alla risurrezione finale, nel giudizio universale. 

Madre Santissima, prega ogni momento per noi 

che siamo nella prova e nell’attesa di tempi migliori” Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XVII – 30 LUGLIO 2017

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 30 Luglio 2017

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La capacità religiosa di discernere il bene dal male

 

In questa XVII domenica del tempo ordinario risalta immediatamente ai nostri occhi la figura del Re Salomone, succeduto sul regno d’Israele a Re Davide, il quale, nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal secondo libro dei Re, chiede al Signore nulla di materiale o di potere politico ed economico, ma solo la capacità di discernere il giusto per guidare saggiamente ed in modo equilibrato il popolo affidato alla sua responsabilità.

La consapevolezza della sua giovane età, dell’inesperienza e di quanto altro possa di fatto limitare un’azione di governo molto importante come quella di un Re, giustamente pone Salomone di fronte ad una richiesta ben precisa al Signore:  “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?». Di fronte a questa richiesta, lo stesso Signore rimane sorpreso, abituato Dio, da sempre, alle richieste degli esseri umani che hanno attinenza solo con le cose materiali (la salute, il lavoro, la casa, i soldi, ecc..). Infatti, nei successivi versetti del brano leggiamo queste bellissime espressioni riportate nel testo scritturistico: “Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

Quante persone in qualsiasi posto di responsabilità, anche nell’ambito ecclesiastico chiedono al Signore solo questo? Ci sono poteri di qualsiasi genere e a tutti i livelli che si sono consolidati nel tempo e dai quali sono si riesce a sradicare quella persona o quel gruppo di potere che tra l’altro non governano neppure bene e saggiamente. Quanta corruzione nel mondo. Quanta gente affarista, quante persone che aspirano al comando e fanno carte false pur di raggiungere tali obiettivi della loro misera vita. Con le conseguenze ben note che fanno solo danni e si sistemano i loro affari e quelli dei familiari, degli amici e degli amici degli amici. Il saggio Re Salomone chiede al Signore un saggio e intelligente per discernere il bene del male e sapere guidare gli altri con il buon esempio e non con la prepotenza e l’imposizione.

Nel salmo responsoriale si ritorna sul tema della sapienza che viene dall’osservanza della legge di Dio, quella che dà certezze assolute e stabilità a livello personale e istituzionale. Infatti il salmista, sottolinea che “la mia parte è il Signore: ho deciso di osservare le tue parole. Bene per me è la legge della tua bocca, più di mille pezzi d’oro e d’argento”.

Nell’amore di Dio sta la saggezza di ogni persona retta e disposta a lasciarsi toccare da questo amore che va oltre la legge e l’osservanza esteriore. Ci ricorda, infatti, san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Romani, che “noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno”.

L’amore di Dio apre nuovi spazi di vita spirituale e prospettive di salvezza vera, in quanto come scrive l’apostolo: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati”.

Nel testo del vangelo di questa domenica troviamo altre tre parabole dette da Gesù per presentare il vero volto del Regno di Dio: la prima riguarda il tesoro nascosto nel campo e per averlo una persona si compra tutto il campo; la seconda riguarda un mercante che trovata la perla preziosa di cui andava alla ricerca, vende ogni cosa per acquistarla; la terza riguarda la rete gettata nel mare che pesca ogni tipo di pesce e alla fine i pescatori fanno la selezione tra i pesci buoni e quelli cattivi. Tre chiari riferimenti di come accogliere il regno di Dio nella nostra vita, come arricchirlo con il nostro personale impegno potenziando le opere di bene e ciò che conta davvero ed infine come essere accorti nell’operare per raggiungere il vero scopo dell’essere in cammino in questo regno, che è la salvezza eterna. In fondo, anche nel brano del vangelo di questa domenica ci viene detto con estrema chiarezza che “verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. Il rischio della dannazione eterna per tutti è un fatto vero e non ipotetico. Perciò alla fine del brano del vangelo Gesù stesso ci raccomanda di agire di conseguenza: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Rinnovarsi, camminare, non fermarsi è questo l’impegno del cristiano battezzato che ha chiara davanti a sé la meta da raggiungere che non è il successo materiale, ma la salvezza della sua anima. La sapienza e la saggezza sta proprio in questo, come ci fa pregare la colletta di questa domenica: “O Padre, fonte di sapienza,
che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo
il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l’acquisto del tuo dono”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XVI DOMENICA T.O. – 23 LUGLIO 2017

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Domenica 23 luglio 2017

 

Noi vogliamo essere il grano buono che fruttifica per l’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Nella prima lettura di questa XVI domenica del tempo ordinario, tratta dal Libro della Sapienza, troviamo la ragion d’essere di metterci davanti a Dio con la consapevolezza dei nostri peccati e della necessità di un’autentica conversione del nostro cuore e della nostra vita a Colui che è amore e misericordia infinita.

Il Signore, infatti, comprende le nostre debolezze e dopo il peccato concede il perdono.

Aver fiducia nella misericordia di Dio non deve costituire un alibi per continuare a peccare e mai cambiare strada. Anzi, non dobbiamo abusare di tale misericordia, in quanto il Demonio ci spinge ad agire in modo immorale, perché “tanto il Signore comunque perdona”.

Quanti cristiani vivono in tale atteggiamento sbagliato e anche nei confronti del sacramento della confessione non hanno un rispetto e quindi banalizzano il momento in cui vanno a confessare la reiterazione dei propri peccati, senza progredire minimamente nella vita etica.

E’ bene ricordare che la misericordia di Dio è infinita, ma ha anche un limite di fronte a chi non vuole cambiare vita e convertirsi.

Leggiamo, infatti, nel brano citato: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere”.

Chiaramente si tratta di un potere spirituale e che ha attinenza con la vita interiore e religiosa di ogni credente.

Chi si lascia toccare da questo potere si trasforma in persona davvero credente. “Il mio potere non è di questo mondo” precisava Gesù durante il processo che lo portò alla condanna a morte, pur essendo l’unico vero innocente tra tutti gli esseri viventi, essendo il Figlio di Dio.

E nel Salmo 85 proposto nella liturgia della parola di oggi, come salmo responsoriale, vengono ribaditi gli attributi fondamentali di Dio che sono la bontà, la misericordia, la disponibilità all’ascolto, ricco di amore e fedeltà.

All’opposto di questo Dio, grande e vicino all’uomo, troviamo la sua creatura che è facile all’ira, non sa perdonare ed ascoltare ed è tutta piena di sé, presuntuosa ed arrogante in ogni atteggiamento della sua vita.

Per superare le nostre fragilità umane e le nostre debolezze, l’Apostolo Paolo, nel sintetico brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Romani, ci incoraggia a guardare avanti nel segno di un cambiamento radicale e rinnovamento vero della nostra vita: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio”.

Lo Spirito di Dio è su di noi e sa ogni cosa di noi, conosce tutto ciò di cui abbiamo bisogno a livello interiore, e prima di tutto abbiamo bisogno della grazia santificante che ci rigeneri continuamente nella vita spirituale, quella che conta molto di più rispetto ad una vita solo di esteriorità e di apparenze su cui è strutturato, in particolare, il modo di vivere di molta gente del nostro tempo, come i farisei del tempo di Gesù. Quante falsità e menzogne nella vita di tante persone che hanno bisogno di essere purificate dal fuoco di una vera conversione interiore e non dalla solo risistemazione esteriore.

La parabola della zizzania che ci viene presentata oggi, nel brano del Vangelo di Matteo, ci aiuta a fare vera pulizia spirituale personale, ma anche ecclesiale, nei rapporti con le persone.

Penso che nella vita, ognuno di noi si è trovato di fronte a persone sagge, sante e buone e di fronte a persone che seminano odio, rancore, divisione nelle famiglie, nelle comunità di credenti, nella società, in qualsiasi posto dove c’è da affermare la propria persona a danno degli altri, calunniando, diffamando, approfittando della bontà e generosità altrui, facendo passare per vere, autentiche menzogne e bufale di ogni genere.

Oggi soprattutto, che siamo esposti ad un mondo in  perenne comunicazione globale, si rischia di entrare in quel vortice dei buoni e cattivi, secondo il modello di una cultura del pensiero debole, che non premia i santi e i buoni, ma protegge di delinquenti e i cattivi.

Grano buono e zizzania stanno insieme in ogni parte della terra, di questa terra, di questo tempo, ma alla fine arriverà il giudizio di Dio e si farà vera e definitiva pulizia. Consideriamo quello che Gesù stesso dice, spiegando ai discepoli, dopo aver congedato la gente,  nella parabola del grano e della zizzania: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”.

Gesù semina il grano buono, il Diavolo, che esiste ed agisce nella vita delle persone che fanno il male e dividono i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli, i cristiani da altri cristiani, gli esseri umani da altri esseri umani, ecc… sono dipendenti dal Demonio ed agiscono per il suo conto e sono il male assoluto per tutti.

Guardiamoci intorno e vediamo chi sono i seminatori di odio! Forse stanno in mezzo a noi, nelle nostre famiglie divise, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei luoghi di carrierismi vari, nelle comunità di credenti dove non c’è l’amore di Dio al centro dei loro interessi, ma gli interessi di ogni genere di chi vi fa parte e vi entra non per costruire, ma per divedere e distruggere. Il Diavolo è tutto questo.

Gesù è amore, unione, pace e serenità in tutti gli ambienti e i luoghi di questa terra. Chi sta dalla parte di Cristo vive felice. Chi sta dalla parte del Maligno è un’anima persa, difficilmente recuperabile, se si è venduta l’anima al Diavolo, cioè al male.

Sia questa la nostra preghiera oggi: “Ci sostenga sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova,  che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno”. Amen.