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P.RUNGI. COMMENTO ALLA XVI DOMENICA T.O. – 23 LUGLIO 2017

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

Domenica 23 luglio 2017

 

Noi vogliamo essere il grano buono che fruttifica per l’eternità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Nella prima lettura di questa XVI domenica del tempo ordinario, tratta dal Libro della Sapienza, troviamo la ragion d’essere di metterci davanti a Dio con la consapevolezza dei nostri peccati e della necessità di un’autentica conversione del nostro cuore e della nostra vita a Colui che è amore e misericordia infinita.

Il Signore, infatti, comprende le nostre debolezze e dopo il peccato concede il perdono.

Aver fiducia nella misericordia di Dio non deve costituire un alibi per continuare a peccare e mai cambiare strada. Anzi, non dobbiamo abusare di tale misericordia, in quanto il Demonio ci spinge ad agire in modo immorale, perché “tanto il Signore comunque perdona”.

Quanti cristiani vivono in tale atteggiamento sbagliato e anche nei confronti del sacramento della confessione non hanno un rispetto e quindi banalizzano il momento in cui vanno a confessare la reiterazione dei propri peccati, senza progredire minimamente nella vita etica.

E’ bene ricordare che la misericordia di Dio è infinita, ma ha anche un limite di fronte a chi non vuole cambiare vita e convertirsi.

Leggiamo, infatti, nel brano citato: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere”.

Chiaramente si tratta di un potere spirituale e che ha attinenza con la vita interiore e religiosa di ogni credente.

Chi si lascia toccare da questo potere si trasforma in persona davvero credente. “Il mio potere non è di questo mondo” precisava Gesù durante il processo che lo portò alla condanna a morte, pur essendo l’unico vero innocente tra tutti gli esseri viventi, essendo il Figlio di Dio.

E nel Salmo 85 proposto nella liturgia della parola di oggi, come salmo responsoriale, vengono ribaditi gli attributi fondamentali di Dio che sono la bontà, la misericordia, la disponibilità all’ascolto, ricco di amore e fedeltà.

All’opposto di questo Dio, grande e vicino all’uomo, troviamo la sua creatura che è facile all’ira, non sa perdonare ed ascoltare ed è tutta piena di sé, presuntuosa ed arrogante in ogni atteggiamento della sua vita.

Per superare le nostre fragilità umane e le nostre debolezze, l’Apostolo Paolo, nel sintetico brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Romani, ci incoraggia a guardare avanti nel segno di un cambiamento radicale e rinnovamento vero della nostra vita: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio”.

Lo Spirito di Dio è su di noi e sa ogni cosa di noi, conosce tutto ciò di cui abbiamo bisogno a livello interiore, e prima di tutto abbiamo bisogno della grazia santificante che ci rigeneri continuamente nella vita spirituale, quella che conta molto di più rispetto ad una vita solo di esteriorità e di apparenze su cui è strutturato, in particolare, il modo di vivere di molta gente del nostro tempo, come i farisei del tempo di Gesù. Quante falsità e menzogne nella vita di tante persone che hanno bisogno di essere purificate dal fuoco di una vera conversione interiore e non dalla solo risistemazione esteriore.

La parabola della zizzania che ci viene presentata oggi, nel brano del Vangelo di Matteo, ci aiuta a fare vera pulizia spirituale personale, ma anche ecclesiale, nei rapporti con le persone.

Penso che nella vita, ognuno di noi si è trovato di fronte a persone sagge, sante e buone e di fronte a persone che seminano odio, rancore, divisione nelle famiglie, nelle comunità di credenti, nella società, in qualsiasi posto dove c’è da affermare la propria persona a danno degli altri, calunniando, diffamando, approfittando della bontà e generosità altrui, facendo passare per vere, autentiche menzogne e bufale di ogni genere.

Oggi soprattutto, che siamo esposti ad un mondo in  perenne comunicazione globale, si rischia di entrare in quel vortice dei buoni e cattivi, secondo il modello di una cultura del pensiero debole, che non premia i santi e i buoni, ma protegge di delinquenti e i cattivi.

Grano buono e zizzania stanno insieme in ogni parte della terra, di questa terra, di questo tempo, ma alla fine arriverà il giudizio di Dio e si farà vera e definitiva pulizia. Consideriamo quello che Gesù stesso dice, spiegando ai discepoli, dopo aver congedato la gente,  nella parabola del grano e della zizzania: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”.

Gesù semina il grano buono, il Diavolo, che esiste ed agisce nella vita delle persone che fanno il male e dividono i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli, i cristiani da altri cristiani, gli esseri umani da altri esseri umani, ecc… sono dipendenti dal Demonio ed agiscono per il suo conto e sono il male assoluto per tutti.

Guardiamoci intorno e vediamo chi sono i seminatori di odio! Forse stanno in mezzo a noi, nelle nostre famiglie divise, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei luoghi di carrierismi vari, nelle comunità di credenti dove non c’è l’amore di Dio al centro dei loro interessi, ma gli interessi di ogni genere di chi vi fa parte e vi entra non per costruire, ma per divedere e distruggere. Il Diavolo è tutto questo.

Gesù è amore, unione, pace e serenità in tutti gli ambienti e i luoghi di questa terra. Chi sta dalla parte di Cristo vive felice. Chi sta dalla parte del Maligno è un’anima persa, difficilmente recuperabile, se si è venduta l’anima al Diavolo, cioè al male.

Sia questa la nostra preghiera oggi: “Ci sostenga sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova,  che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 16 LUGLIO 2017

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

DOMENICA 16 LUGLIO 2017

Seminare per raccogliere frutti spirituali

Commento di padre Antonio Rungi

Al centro della parola di Dio di questa XV domenica del tempo ordinario è la parabola del Seminatore, chiaro riferimento a nostro Signore Gesù Cristo, vero ed unico seminatore della parola di Dio nel cuore dei fedeli. Egli stesso è la parola di Dio per eccellenza, il Verbo fatto carne, nel grembo purissimo di Maria Vergine. Ed oggi che la Chiesa ricorda anche la festa della Madonna del Monte Carmelo, questo stretto rapporto tra Gesù e Maria è messo in evidenza proprio attraverso la semina e l’accoglienza della parola di Dio.
Di questa parabola raccontata da Gesù in riva al mare, a tanta folla che si era riunita per ascoltare, Gesù stesso né da la spiegazione dettagliata nella seconda parte del brano del Vangelo, che ascolteremo, in questa domenica e che è tratto dall’evangelista Matteo. Il seminatore semina dovunque e i risultati della semina fatta variano da luogo a luogo, da ambiente ad ambiente e da persona a persona. Gesù, infatti, nella parte introduttiva della parabola, sottolinea l’azione del seminatore e nella parte conclusiva la risposta data dal suo seminare: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Chiaramente di fronte a questa abbondante semina della parola di Dio a cui fa riferimento il testo, i discepoli chiedono a Gesù delucidazioni, volendo sapere, come mai la parola non dà frutti allo stesso modo. Ed ecco la spiegazione di ordine spirituale: “Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Si comprendono, così, le ragioni perché la parola di Dio non dà frutto adeguato nelle persone, perché si è concentrati su altre problematiche e si presta poco attenzione ad essa, per farla crescere e maturare, per poi portare a decisioni importanti della nostra vita. Chiaramente, ci si domanda: cosa fare per non far vanificare la semina che la Chiesa effettuata in ogni angolo della terra? La risposta è molto immediata e diretta: bisogna rendere il cuore e la mente disponibile all’ascolto e a lasciarsi interpellare dalla parola stessa.
Da questo punto di vista, possiamo assumere come immagine per la produttività della parola, quello che leggiamo nel brano della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Isaia, che utilizza il fenomeno naturale della pioggia per far comprendere la capacità di trasformare le persone, se la parola trova un terreno disponibile e non refrattario: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Effettivamente è così. Se noi ci lasciamo permeare nel profondo del nostro essere dalla parola di Dio, tutto diventa più semplice, in quanto essa riesce a produrre i frutti spirituali necessari alla nostra personale santificazione, nonostante le sofferenze e le croci.
D’altra parte, il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 64, viene a ribadire i concetti espressi nella prima lettura, con una impostazione a carattere orante, come è tipico di ogni salmo, che sono vere e proprie preghiere: “Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze… Così prepari la terra: ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli”.
E’ tutta la creazione che viene continuamente rigenerata mediante la parola di Dio che spinge ad agire nel cuore dell’uomo, come ci ricorda l’apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera ai Romani: “Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.
Protesi verso l’eternità ed in attesa del giudizio universale e della risurrezione finale, questo è la storia di ogni credente che si lascia guidare dalla parola di Dio, che è parola di verità e di speranza in un mondo davvero bello e infinitamente vitale e luminoso per sempre.
Pertanto, a conclusione della nostra riflessione sulla parola di Dio di questa domenica chiediamo al Signore ciò che è veramente necessario per la nostra salvezza: “Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno”.

Maria Goretti, santa emigrante e degli emigranti – Festa 6 luglio 2017

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MARIA GORETTI, SANTA EMIGRANTE E DEGLI EMIGRANTI

 

di Antonio Rungi

 

La Chiesa cattolica, il 6 luglio, ricorda una santa, di appena 12 anni, morta martire all’inizio del secolo XX nella palude pontina: il suo nome è Maria Goretti, la santa emigrata dalle Marche e morta alle Ferriere di Conca, nei pressi di Nettuno (Rm) il 6 luglio 1902.

Come tante famiglie contadine di fine Ottocento e di inizio Novecento, in mancanza di lavoro emigravano per l’Italia, da poco costituita nel Regno Unito. E come tutti i processi di aggregazione politica, sociale, economica, sono sempre le aree e zone più povere e deboli a soffrirne. E le Marche non offrivano lavoro, per cui i capi-famiglia avevano l’obbligo di girovagare per l’Italia o espatriare per mantenere la famiglia. Non fu la prima grande emigrazione interna, ma certamente quella di Fine Ottocento – Inizio Novecento è una delle più consistenti.  Oggi, Maria Goretti, si presenta a noi, come la bambina santa emigrante e degli emigranti che è l’icona di tanti bambini e ragazzi emigranti che muoiono martiri nei nostri mari. Non fu la stessa cosa per lei, ma rappresenta in pieno questa emergenza di bambini non accompagnati o accompagni che non arrivano alle porte della speranza.

Dodici anni di vita non sono tanti, eppure, per Maria Goretti, assumono un valore infinito nel tempo e nello spirito, perché con il suo espresso volere ha saputo vivere fino in fondo la sua vocazione battesimale, che è la chiamata alla santità, passando attraverso i sacramenti della confessione e della comunione.

Una santità, fatta di sofferenze, sacrifici, rinunce, ma anche di profonde gioie di una fede accolta, vissuta e testimoniata in pochissimi anni di vita, di cui alcuni in peregrinatio per le campagne italiane, tra Paliano (Fr) e Nettuno (Rm) con la sua famiglia, in cerca di un dignitoso lavoro.

La santità non la si inventa dall’oggi al domani, ma la si costruire nel tempo. E la santità di Maria Goretti si è struttura nel tempo, in famiglia, in parrocchia e nelle località dove è iniziata la sua avventura spirituale (il 16 ottobre del 1890 a Corinaldo, Ancona, dove nasceva) e poi si è conclusa tragicamente in quel 6 luglio 1902, nell’ospedale di Nettuno, dopo essere stata pugnalata più volte dal suo aggressore (il giovane Alessandro Serenelli), che perdonò dal profondo del suo cuore.  Era il 5 luglio 1902 quando si verificò la vile aggressione, nel pieno dell’estate rovente delle paludi pontine, dove la malaria la faceva da padrone e dove sopravvivere era una lotta quotidiana. Quando la piccola Maria, giunse con la famiglia alle Ferriere, aveva già quasi nove anni e possedeva un bagaglio di educazione e conoscenze religiose sufficienti per farle capire la sostanziale differenza tra il bene e il male e il dovere cristiano di scegliere sempre il bene, evitando il male.

La fanciulla era in grado di formulare i suoi buoni propositi. Poi la grazia di Dio fece il resto. Ecco perché seppe dire no a chi voleva non solo intaccare la purezza del suo corpo, ma soprattutto la bellezza e la purezza del suo cuore e della sua anima.

“Così, una piccola contadina”, come l’ha definita, san Giovanni Paolo II, sul luogo del martirio, il 29 settembre 1991, “diviene per noi un modello: modello di vita cristiana, modello di autentica santità. Ed aggiunge: “Questa fanciulla che, in tempi ben più duri degli attuali, conobbe le difficoltà di un’esistenza precaria, povera, segnata dalla spossante fatica del lavoro nei campi, ma saldamente ancorata alle nobili tradizioni familiari e ai fondamentali valori umani e cristiani. Seguendone l’esempio, restate anche voi fedeli a tali valori: il rispetto per la vita, la mutua solidarietà, la disponibilità all’ospitalità e all’accoglienza dell’immigrato, l’amore per la legge divina, il sacro timor di Dio. Questo è il patrimonio prezioso che avete ereditato dai vostri antenati, anch’essi emigrati, qui, come la famiglia Goretti, da altre Regioni d’Italia”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO XIV DEL T.O. – 9 LUGLIO 2017

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 9 LUGLIO 2017

Mitezza ed umiltà di cuore come Cristo Signore

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XIV domenica del tempo ordinario, in piena estate 2017, ci fa riflettere su alcuni aspetti importanti della vita di nostro Signore Gesù Cristo, modello di comportamento per ogni suo vero discepolo.

E’ soprattutto, nella prima lettura e nel Vangelo, che i testi sacri si concentrano sulla mitezza, sull’umiltà del futuro messia e del messia già presente nella storia dell’umanità con la venuta di Gesù, Figlio di Dio, sulla Terra.

Chiaro invito a tutti noi cristiani a riscoprire alcuni valori o virtù importanti che abbiamo dimenticato, quale la semplicità, la bontà, la tenerezza ed altri comportamenti virtuosi, oggi poco considerati da un punto di vista spirituale, eppure essenziali per camminare sulla strada della santità.

Partendo dal brano del profeta Zaccaria, che troviamo nella prima lettura, questo ci presenta la venuta del messia come un’era o tempo di pace, di riconciliazione generale e come prospettiva di risanamento globale di Gerusalemme.

Leggiamo, infatti, nel brano queste testuali parole: “Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».

Tutte immagini e riferimenti alla situazione in cui si trovava Israele al tempo del profeta, in cui non c’era pace, c’era la guerra e non si vivevano giorni tranquilli. Perciò, questo inno alla gioia e alla speranza viene innalzato dal profeta a nome di tutta Gerusalemme in prospettiva di questo re umile, che cavalca un’asina, ma che avrò il potere di dominare da fiume a fiume, da mare a mare: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!>>.

Questa gioia che ci viene chiesta di vivere anche a noi, ogni volta che ci mettiamo in uno stato di attesa della venuta del Signore, che a noi giunge in molteplici modi, soprattutto, attraverso le vie scelte proprio da Lui per essere con noi, quale il sacramento dell’eucaristia, al quale ci accostiamo, penso con grande dignità ed umiltà, durante almeno la celebrazione della messa domenicale o festiva.

Il salmo 144, che costituisce il salmo responsoriale di questa domenica, ci aiuta nella preghiera di lode in questo giorno del Signore, la Domenica, durante il quale si moltiplica il nostro grazie, a Colui che è la nostra gioia, vita e speranza: O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre. Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre… Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza”.

A questo nostro Dio, noi ci rivolgiamo, convinti più che mai che da Lui riceviamo misericordia e perdono per le nostre debolezze e per i nostri piccoli o grandi errori della vita: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature…. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”.

La dimensione più vera dell’esistenza cristiana in prospettiva di spiritualità vera è messa in evidenza nel brano della seconda lettura di questa domenica, tratto dall’epistolario di San Paolo Apostolo e precisamente dalla Lettera ai Romani, che è una delle più importanti scritte dall’apostolo delle Genti: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”.

E conclude con queste parole: “Fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.

Carne e spirito sono in evidente opposizione nella vita cristiana. Chi segue una vita carnale, vive nel peccato e nelle passioni più disordinate e quindi è lontano da Dio; chi vive secondo lo spirito agisce volando sempre più in alto nel cammino della santità e della moralizzazione personale; per cui chi segue lo spirito, segue la vita e segue Dio.

A noi la scelta di seguire la strada dello spirito, che  libera e santifica o quella della carne che rende schiavi e purtroppo porta alla perdizione. E su questi valori non ci sono vie di mezzo, né si può tentare una conciliazione tra le opposizioni. Spirito e carne rimarranno sempre l’uno contro l’altra.

Di conseguenza è necessario mettersi sulla via tracciata dal divino Maestro, per vivere secondo lo spirito e far liberare in noi le potenzialità dell’anima, riflesso della bellezza e della tenerezza di Dio, come ci ricorda il significativo brano del vangelo di oggi, incentrato sull’imitazione di Cristo: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”.

Da questa scuola della tenerezza, dobbiamo uscire con la consapevolezza di alcune importanti cose da sapere per la nostra vita: Dio si rivela ai piccoli e ai semplici e non ai potenti e prepotenti; Dio ci è vicino nella fatica quotidiana per la lotta per la sopravvivenza e non ci abbandona mai; Dio ci invita a seguirlo anche a costo di grosse rinunce, in quanto rinunciare a cose importanti della nostra vita per amore di Dio, rende leggero ogni giogo ed ogni croce e prova.

Sia questa la nostra umile e fiduciosa preghiera, che rivolgiamo al Signore nella domenica dell’umiltà e della semplicità del cuore: “ O Dio, che ti riveli ai piccoli
e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio,  per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. Amen

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 GIUGNO 2017 – XII T.O.

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 25 giugno 2017
Una fede coraggiosa che sappia affrontare tutte le sfide e le prove della vita

Commento di padre Antonio Rungi

Dopo le varie feste e solennità che abbiamo celebrato nelle domeniche precedenti, fino al Corpus Domini, con questa domenica XII del tempo ordinario, riprendiamo le nostre riflessioni sui testi biblici che ci offre la parola di Dio di questa Domenica. Sono testi davvero significativi che attendono di essere compresi e annunciati, meditante una degna condotta di vita cristiana.

La prima lettura tratta dal libro del profeta Geremìa, ci presenta un profeta di fronte al comportamento dei calunniatori nei suoi riguardi, per screditarlo, per rendere meno credibile la sua parola, di messaggero di Dio, ma non ci riescono, non raggiungono il loro scopo, in quanto il profeta, nonostante le calunnie, le denunce, gli inganni messi in atto, Egli sente vicino il Signore che lo protegge e lo fa prevalere contro i suoi avversari e nemici. Alla fine la scena si ribalta. Non è il profeta sotto inchiesta per false denunce e calunnie, ma proprio coloro che avevano operato in questa direzione immorale. Come dire, che chi si affida a Dio, prima o poi vincerà la sua battaglia di rettitudine e moralità, nonostante le debolezze personali e connaturali all’essere umano.

Questa pagina del profeta Geremia sembra essere la fotografia del mondo di oggi, basata sulla falsità, sulla menzogna, sulla diffamazione e calunnia di chi invece cerca di fare il suo dovere, di essere coerente con i principi morali e rispondere alla personale chiamata alla santità. Questo avviene in tutti gli ambienti, soprattutto oggi sui social, nella politica, nella comunicazione, nell’economia, nel campo giudiziario, ma avviene sempre più frequentemente nei confronti della chiesa e all’interno della Chiesa. Tanti santi sono stati diffamati e calunniati per invidia e gelosia all’interno degli ambienti, dove vivevano ed operano, sono stati avversati, ostacolati, bloccati, emarginati dal potere gerarchico, che non sempre ha la capacità di intercettare i segni dei tempi e capire i veri profeti di quel periodo. Basta far riferimento ad alcuni Santi a noi noti, come San Pio da Pietrelcina, San Tommaso Fusco, e sacerdoti come don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, riportati al centro della considerazione della Chiesa ufficiale con la recente visita di Papa Francesco nei luoghi delle loro memorie e delle loro opere.

Il brano del profeta Geremia aiuti tutti coloro che si trovano di fronte a prove dolorosissime, provocate dai loro calunniatori e detrattori, a superarle. Con l’aiuto di Dio la verità verrà sempre alla luce, nei suoi molteplici aspetti, non sempre positivi, per come si è giunti ad  essa.

Nel salmo 68, che è inserito come salmo responsoriale per questa domenica, viene ribadito il concetto di accettazione della sopportazione, dell’insulto, dell’esclusione sociale, nel seguire la legge del Signore che pone in evidente contrasto con quanto è capace di elaborare l’uomo che offende e denigra i propri fratelli. Anche qui ci si affida al Signore che non può lasciare da solo chi confida in Lui.

Nel testo della lettera ai Romani, che costituisce il brano della seconda lettura di questa domenica, san Paolo Apostolo, scrivendo ai cristiani di Roma e della capitale dell’impero, nuovo centro del cristianesimo nascente e ormai diffuso oltre lo spazio geografico della Palestina, parla di peccato e grazia, del primo Adamo, prefigura di Cristo. Il primo si raccorda al peccato originale, il secondo, Gesù Cristo è il salvatore e redentore e si raccorda alla grazi. Questo modo di procedere dell’apostolo per analizzare il termine del peccato, va chiaramente contro una visione della legge, che è parametro di confronto del peccato stesso, in quanto “fino alla Legge c’era il peccato nel mondo”. Con la legge sinaitica entra in campo la misericordia di Dio. Scrive, infatti, che “la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”. E conclude nel segno della misericordia e della grazia: “Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti”.

Nel contesto generale della parola di Dio di questa domenica, si colloca perfettamente quello che è scritto nel testo del Vangelo di Matteo e che sarà alla nostra attenzione durante la celebrazione della santa messa.  Non dobbiamo aver paura della verità. Anche nelle proprie debolezze e nelle tue fragilità, il Signore guarda al nostro cuore  e non alle nostre credenziali sociali o di altra natura. Gli altri non sono né migliori, né peggiori di noi. Tutto viene chiarito davanti al cospetto di Dio. Dobbiamo aver il coraggio dell’annuncio, della denuncia del male e della corruzione. Non possiamo adattarci alle situazioni di ingiustizia presenti nel mondo. Non dobbiamo aver paura di coloro che ci ammazzano nel corpo (e lo fanno spesso, soprattutto ai nostri giorni), ma di coloro che uccidono la speranza, la gioia, la vita, la libertà in ogni essere umano. In poche parole, dobbiamo aver paura di colui o di coloro che sono strumenti nelle mani di Satana per distruggere in noi ciò che veramente conta, e cioè l’immagine di Dio in noi.

Noi non siamo soli in questa lotta. Dio è dalla nostra parte ed è il Vincitore. Avere il coraggio della propria fede ed essere testimoni credenti e credibili ci fa comprendere meglio chi siamo realmente, come preghiamo in questa domenica con la colletta di introduzione alla santa messa: “O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta”. Amen.

 

FORMIA. RUBATI, IERI, DUE RELIQUIARI DI SANT’ERASMO PATRONO DI FORMIA

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

COMUNICATO STAMPA

FORMIA (LT) FURTO SACRILEGO: RUBATI DUE RELIQUIARI DI SANT’ERASMO PATRONO DELLA CITTA’

“Ieri pomeriggio, domenica 28 maggio 2017, dopo la celebrazione di un’esequie nella Chiesa di Sant’Erasmo in Formia sono stati rubati due reliquiari contenenti le reliquie del santo patrono di Formia, Sant’Erasmo Vescovo e Martire di cui si ricorda in questi giorni l’80 anniversario della proclamazione di Sant’Erasmo a patrono della città”, è quanto ha reso noto ed ufficializzato il parroco, don Alfredo Micalusi a conclusione della messa del novenario, predicato da padre Antonio Rungi, passionista, ed officiata, ieri sera, da monsignor Mariano Parisella, vicario generale dell’arcidiocesi di Gaeta. Don Micalusi ha nuovamente informato la comunità a conclusione dell’incontro tenuto, sul sagrato della Chiesa, con suor Rita Giarretta della Casa di Rut di Caserta, per la presentazione del Libro “Il Coraggio della libertà. Una donna uscita dall’inferno della tratta”, alla quale erano presenti numerosi cittadini di Formia e di altre località. Don Micalusi ha precisato che “si tratta di oggetti di poco valore artistico ed economico, ma di grande valore spirituale e simbolico per tutti i formiani, in quanto contengono piccoli frammenti di reliquie del Santo”. Sono stati allertarti i Carabinieri che sono intervenuti prontamente per i rilievi del caso. “Mi auguro -ha detto padre Antonio Rungi, predicatore del novenario in onore di Sant’Erasmo a Formia – che chi ha computo questo atto sacrilego si faccia l’esame di coscienza e faccia ritrovare quanto prima i reliquiari di Sant’Erasmo, uno dei quali esposto in questi giorni per il dovuto culto e devozione dei fedeli. Privare una popolazione che sta festeggiando Sant’Erasmo nell’ottantesimo anniversario di proclamazione a patrono della città di questi simboli è un segno di gravissima offesa per la pietà e religiosità popolare e un reato che va severamente punito. Ci auguriamo che chi ha rubato le reliquie di Sant’Erasmo si penta e restituisca, immediatamente, questi oggetti religiosi di grande valore spirituale, ecclesiale e storico-culturale”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA VI DOMENICA DI PASQUA 2017

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VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

DOMENICA 21 MAGGIO 2017

Il bene ripaga, il male si sconta e non premia affatto.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio della sesta domenica del tempo di Pasqua è un forte appello a fare il bene, comunque e sempre, in quanto il bene ripaga davanti a Dio e agli uomini, mentre il male condanna e lo si sconta prima o poi, perché arriva per tutti il momento del resoconto della propria vita.
E’ soprattutto la seconda lettura di questa domenica, tratta da San Pietro, che ci fa riflettere su questo argomento di morale cristiana. Leggiamo infatti, nel brano: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza”. La volontà di Dio consiste nel fatto che “è meglio soffrire operando il bene che facendo il male”.
La ragione di questo nostro modo di agire, trova la spiegazione nel fatto che “anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il modello a cui ispirarci è Gesù Cristo, morto e risorto. Da questo esempio mirabile del Redentore che deve scaturire nelle nostre azioni la sincera volontà di fare il bene comunque, nonostante le delusioni, le offese, le calunnie, consapevoli del fatto che “nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo”.
Il bene che hanno fatto gli apostoli, dopo la Pentecoste con l’avvio dell’evangelizzazione su larga scala, è descritto nel brano del prima lettura di questa domenica, tratta dagli Atti degli Apostoli, nel quale vediamo in azione Filippo che “sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”. I segni della bontà, della grazia e della misericordia di Dio sono visibili anche nella Samaria, una regione ben conosciuta al tempo di Gesù e frequentata anche da Lui. Gli apostoli ripercorrono i luoghi e le strade del Maestro, operando prodigi e guarigioni in nome di Cristo e per intervento divino. Oltre Filippo anche gli altri apostoli si fanno carico dell’evangelizzazione della Samaria, al punto tale che la gente del posto si mostra disponibile ad accogliere la parola di Dio, per cui gli apostoli “scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”. Possiamo ben capire che oltre al battesimo, i neo-battezzati ebbero anche il dono dello Spirito, furono cioè cresimati e confermati nella fede, da poco ricevuta. Si strutturano così i sacramenti dell’iniziazione cristiana che ben conosciamo anche noi cristiani del XXI secolo e che dovremmo riscoprire e valorizzare meglio per il nostro cammino di fede.
Cammino di vita cristiana che ci viene raccomandato anche nel Salmo 65, che ascoltiamo come salmo responsoriale, in questa domenica, che ci invita ad acclamare al Signore, noi tutti popoli della terra, a cantare la gloria del suo nome, a dargli la giusta lode su tutta la terra. Ci invita a fare memoria delle gradi opere compiute dal Signore nei confronti del popolo eletto con la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, mediante il passaggio del mar Rosso, quando cambiò il mare in terraferma; e gli israeliti passarono a piedi il fiume. Ed infine il riconoscimento di quanto Egli ha fatto per noi. Egli che non ha respinto la nostra preghiera, e non ci ha negato la sua misericordia.
Un cammino di fede che passa anche attraverso la carità e l’amore come ci viene ricordato nel brano del Vangelo di oggi, in cui Gesù rammenta ai discepoli e a noi: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”. E ribadisce successivamente: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.
L’amore mette in dialogo con Gesù, con il Padre e con lo Spirito Santo e da questo dialogo con la Trinità che poi si sviluppa il dialogo d’amore e di comprensione e di misericordia nei confronti di ogni uomo. Anche di fronte al male del mondo più grande ed inspiegabile, noi cristiani continuiamo a fare il bene e non a vendicarci per il male ricevuto, perché la nostra speranza va oltre ogni delusione e offesa subita.
Sia questa la nostra preghiera a conclusione della nostra riflessione sulla parola di Dio di questa domenica che ci proietta verso il mistero dell’Ascensione del Signore e della Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo nella Chiesa nascente, in cui un punto di riferimento è anche la Madre di Gesù, in preghiera con i discepoli nel cenacolo della risurrezione e della vita: “O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi”. Amen.

P.RUNGI. QUINTA DOMENICA DI PASQUA 2017

RUNGI2015

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

14 MAGGIO 2017

IN CRISTO TROVIAMO LA NOSTRA STRADA VERSO LA SANTITA’

Commento di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la quinta domenica di Pasqua e al centro della parola di Dio che abbiamo ascoltato è Gesù “Via, verità e vita”, come ci ricorda il capitolo quattordicesimo del Vangelo di Giovanni.
Questo tema si addice particolarmente alla giornata di oggi che, come tutte le domeniche, siamo convocati dal Signore in santa assemblea per celebrare la Pasqua settimanale.
Siamo nel tempo di Pasqua e la liturgia ci richiama continuamente il discorso di porre al centro della nostra vita di cristiani, Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza.
Il Vangelo di questa domenica ci dice esattamente tutto questo: Gesù è via, verità e vita per ciascuno di noi se entriamo in un dialogo profondo e sincero con Lui mediante la preghiera, la docilità allo Spirito Santo e una vita autenticamente eucaristica, che fa di noi veri discepoli di Cristo, sulle strade di tante vie, che non sono le strade di Dio, e di tante presunte verità e vite che la cultura di oggi propone, alternativamente o in opposizione e in odio alla fede, illudendo gli uomini, e indirizzandoli verso paradisi artificiali e falsi che non sono quelli di una comunione sincera con il Risorto.
La relazione con Gesù Risorto – afferma Papa Francesco – è, per così dire l’“atmosfera” in cui vive il cristiano e nella quale trova la forza di restare fedele al Vangelo, anche in mezzo agli ostacoli e alle incomprensioni.
La prima lettura di oggi, tratta dal capitolo sesto degli Atti degli Apostoli, ci fa riflettere anche sulle prime difficoltà che dovettero affrontare gli apostoli con l’aumentare del numero dei credenti. Tra coloro che erano arrivati alla fede c’erano anche quelli di lingua greca che “mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”. In poche parole si faceva delle preferenze. Cosa non giusta e non rispondente alla vera religione predicata Cristo. Si registra, quindi, uno smarrimento iniziale e una difficoltà oggettiva di organizzarsi e dare assetto a tutto l’impianto strutturale della chiesa concreta e operativa,
Emerge, quindi, chiara l’esigenza dei nuovi credenti di prestare maggiore attenzione al discorso della carità, dell’assistenza, oggi si dice sociale economica e materiale, alle vedove, al bene concreto delle persone più fragili e deboli socialmente.
Da un lato, la necessità di diffondere il vangelo, mediante la predicazione e, dall’altra, la prospettiva di calare il Vangelo nella vita di tutti i giorni e delle problematiche sociali anche dei primi anni del cristianesimo, con l’attenzione agli ultimi ed ai bisognosi, come erano le vedove, gli orfani e i poveri in generale.
La decisione che gli apostoli assunsero fu quella di eleggere, mediante discernimento tra i vari discepoli, “sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affidare l’incarico dell’assistenza alle vedove. Nasce così il primo gruppo di diaconi, deputati al servizio della carità, i cui nomi sono citati con esattezza: Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia”.
Questi nomi furono presentati agli apostoli, i quali , “dopo aver pregato, imposero loro le mani”. E’ nascita del primo grado del sacerdozio cattolico che è il diaconato, sorto quale servizio alla carità nella primitiva Chiesa di Gerusalemme che, in questo modo, riuscì a conciliare annuncio e carità.
Da parte sua, San Pietro, nel brano di oggi della sua prima lettera, ci riporta al tema unificante di tutta la parola di Dio della quinta domenica di Pasqua: Cristo è il centro della nostra vita; Cristo la nostra strada sicura per il cielo, Cristo la nostra Luce. Pietro ci ricorda che avvicinandoci al Signore, “pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio”, noi battezzati “quali pietre vive” siamo costruiti “come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”.
La fede riporta al centro della nostra vita Cristo. Egli è la pietra d’angolo, scelta, preziosa, su cui è possibile costruire il nostro edificio spirituale, la nostra santità. Chi fonda la propria vita su Cristo, non può restare deluso, in alcun modo; mentre per “quelli che non credono, la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola”.
Per quanti credono, per quanti hanno fatto la loro libera scelta di essere annoverati tra i figli adottivi di Dio, mediante Gesù Cristo, c’è una assoluta verità che va compresa e valorizzata nella prospettiva della fede: “La Chiesa è la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato, mediante la Pasqua di Morte e Risurrezione di Cristo, perché proclami le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”.
Noi siamo stati chiamati per proclamare le grandi opere di Dio, mediante una vita autenticamente santa. Per cui, è importante, per incentivare il nostro cammino di santità, che davvero Gesù è la vostra via, la verità certa per tutti e la vita piena e perfetta per l’umanità intera.
Vogliamo ispirarci in questo nostro cammino di santità, soprattutto a Maria Santissima, la madre di Gesù, la donna eucaristica, che in questo anno 2017 ricordiamo in modo speciale, ricorrendo il primo centenario delle apparizioni a Fatima, iniziate il 13 maggio e terminate il 13 ottobre del 1917.
Al Cuore Immacolato di Maria, affidiamo le sorti della nostra vita e dell’umanità di questo terzo millennio dell’era cristiana.
Affidiamo in particolare, la vita e la missione di ogni mamma di questo mondo, visto che oggi ricorre anche la festa della mamma.
Nelle nostre umili preghiere poniamo le nostre madri, che sono in cielo, le madri che vivono e soffrono sulla terra per tanti motivi e che spesso sono lasciate sole ed abbandonate a se stesse, specie se con l’avanzare dell’età presentano problemi e difficoltà di ogni genere.
A tutte le mamme dell’Italia e del Mondo vogliamo rinnovare il nostro infinito grazie per il dono della vita che hanno, accolto, custodito, nutrito e fatto crescere curando i loro figli.

P.RUNGI. LA PREGHIERA A DIECI DITA A MARIA SANTISSIMA

preghiera dieci dita

LA PREGHIERA A DIECI DITA A MARIA SANTISSIMA

DI PADRE ANTONIO RUNGI

IN OCCASIONE DEL PRIMO CENTENARIO

DELLE APPARIZIONI DELLA MADONNA A FATIMA

 

La preghiera a dieci dita è una preghiera-meditazione che è strutturata sulla decina del Santo Rosario, con il quale meditiamo i misteri principali della nostra fede, rivolgendoci a Dio, mediante la Vergine Maria. Dieci sono le dita delle due mani che il Signore ci ha donato e dieci sono le Ave Maria che compongono ogni decina del Santo Rosario.

Dieci sono i temi che ho scelto per invitarvi a pregare  in occasione del primo centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima, ai tre pastorelli, nella Cova di Iria e a proseguire anche dopo questo avvenimento.

La preghiera si ispira alla Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae del 2002, di Giovanni Paolo II, ed esattamente al capitolo primo dal titolo “Contemplare Cristo con Maria”. Con questo documento il Papa Santo integrò con i “misteri della luce” (misteri luminosi) la corona del Santo Rosario, portando a 20 i misteri da meditare e contemplare con la preghiera mariana più conosciuta e recitata tra i cristiani.

 

1.Contempliamo un Volto splendido come il sole.

(Dito pollice della mano destra)

 

«E apparve trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole » (Mt 17, 2). La scena evangelica della trasfigurazione di Cristo, nella quale i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni appaiono come rapiti dalla bellezza del Redentore, può essere assunta ad icona della contemplazione cristiana. Fissare gli occhi sul volto di Cristo, riconoscerne il mistero nel cammino ordinario e doloroso della sua umanità, fino a coglierne il fulgore divino definitivamente manifestato nel Risorto glorificato alla destra del Padre, è il compito di ogni discepolo di Cristo; è quindi anche compito nostro. Contemplando questo volto ci apriamo ad accogliere il mistero della vita trinitaria, per sperimentare sempre nuovamente l’amore del Padre e godere della gioia dello Spirito Santo. Si realizza così anche per noi la parola di san Paolo: «Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

 

AVE MARIA

 

  1. Riflettiamo su Maria modello di contemplazione

(Dito indice della mano destra)

 

La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale. È nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un’umana somiglianza che evoca un’intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Gli occhi del suo cuore si concentrano in qualche modo su di Lui già nell’Annunciazione, quando lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi comincia a sentirne la presenza e a presagirne i lineamenti. Quando finalmente lo dà alla luce a Betlemme, anche i suoi occhi di carne si portano teneramente sul volto del Figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia (cfr Lc 2, 7).

Da allora il suo sguardo, sempre ricco di adorante stupore, non si staccherà più da Lui. Sarà talora uno sguardo interrogativo, come nell’episodio dello smarrimento nel tempio: «Figlio, perché ci hai fatto così?» (Lc 2, 48); sarà in ogni caso uno sguardo penetrante, capace di leggere nell’intimo di Gesù, fino a percepirne i sentimenti nascosti e a indovinarne le scelte, come a Cana (cfr Gv 2, 5); altre volte sarà uno sguardo addolorato, soprattutto sotto la croce, dove sarà ancora, in certo senso, lo sguardo della ‘partoriente’, giacché Maria non si limiterà a condividere la passione e la morte dell’Unigenito, ma accoglierà il nuovo figlio a Lei consegnato nel discepolo prediletto (cfr Gv 19, 26-27); nel mattino di Pasqua sarà uno sguardo radioso per la gioia della risurrezione e, infine, uno sguardo ardente per l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste (cfr At 1, 14).

 

AVE MARIA

 

3.Riviviamo i ricordi di Maria

(Dito medio della mano destra)

 

Maria vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola: «Serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19; cfr 2, 51). I ricordi di Gesù, impressi nel suo animo, l’hanno accompagnata in ogni circostanza, portandola a ripercorrere col pensiero i vari momenti della sua vita accanto al Figlio. Sono stati quei ricordi a costituire, in certo senso, il ‘rosario’ che Ella stessa ha costantemente recitato nei giorni della sua vita terrena.

Ed anche ora, tra i canti di gioia della Gerusalemme celeste, i motivi del suo grazie e della sua lode permangono immutati. Sono essi ad ispirare la sua materna premura verso la Chiesa pellegrinante, nella quale Ella continua a sviluppare la trama del suo ‘racconto’ di evangelizzatrice. Maria ripropone continuamente ai credenti i ‘misteri’ del suo Figlio, col desiderio che siano contemplati, affinché possano sprigionare tutta la loro forza salvifica. Quando recita il Rosario, la comunità cristiana si sintonizza col ricordo e con lo sguardo di Maria.

 

AVE MARIA

 

4.Preghiamo e contempliamo con il Rosario

(Dito anulare della mano destra)

 

Il Rosario, proprio a partire dall’esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa. Privato di questa dimensione, ne uscirebbe snaturato, come sottolineava Paolo VI: « Senza contemplazione, il Rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all’ammonimento di Gesù: ‘Quando pregate, non siate ciarlieri come i pagani, che credono di essere esauditi in ragione della loro loquacità’ (Mt 6, 7). Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il Cuore di Colei che al Signore fu più vicina, e ne dischiudano le insondabili ricchezze ».

Mette conto di soffermarci su questo profondo pensiero di Paolo VI, per far emergere alcune dimensioni del Rosario che meglio ne definiscono il carattere proprio di contemplazione cristologica.

 

AVE MARIA

5.Ricordiamo Gesù Cristo con Maria

(Dito mignolo della mano destra)

 

Il contemplare di Maria è innanzitutto un ricordare. Occorre tuttavia intendere questa parola nel senso biblico della memoria (zakar), che attualizza le opere compiute da Dio nella storia della salvezza. La Bibbia è narrazione di eventi salvifici, che hanno il loro culmine in Cristo stesso. Questi eventi non sono soltanto un ‘ieri’; sono anche l”oggi’ della salvezza. Questa attualizzazione si realizza in particolare nella Liturgia: ciò che Dio ha compiuto secoli or sono non riguarda soltanto i testimoni diretti degli eventi, ma raggiunge con il suo dono di grazia l’uomo di ogni tempo. Ciò vale, in certo modo, anche di ogni altro devoto approccio a quegli eventi: «farne memoria», in atteggiamento di fede e di amore, significa aprirsi alla grazia che Cristo ci ha ottenuto con i suoi misteri di vita, morte e risurrezione.

Per questo, mentre va ribadito con il Concilio Vaticano II che la Liturgia, quale esercizio dell’ufficio sacerdotale di Cristo e culto pubblico, è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua forza», occorre anche ricordare che la vita spirituale «non si esaurisce nella partecipazione alla sola sacra Liturgia. Il cristiano chiamato alla preghiera in comune, nondimeno deve anche entrare nella sua camera per pregare il Padre nel segreto (cfr Mt 6, 6); anzi, deve pregare incessantemente come insegna l’Apostolo (cfr 1Ts 5, 17)». Il Rosario si pone, con una sua specificità, in questo variegato scenario della preghiera ‘incessante’, e se la Liturgia, azione di Cristo e della Chiesa, è azione salvifica per eccellenza, il Rosario, quale meditazione su Cristo con Maria, è contemplazione salutare. L’immergersi infatti, di mistero in mistero, nella vita del Redentore, fa sì che quanto Egli ha operato e la Liturgia attualizza venga profondamente assimilato e plasmi l’esistenza.

 

AVE MARIA

 

6.Impariamo Cristo da Maria

(Dito pollice della mano sinistra)

 

Cristo è il Maestro per eccellenza, il rivelatore e la rivelazione. Non si tratta solo di imparare le cose che Egli ha insegnato, ma di ‘imparare Lui’. Ma quale maestra, in questo, più esperta di Maria? Se sul versante divino è lo Spirito il Maestro interiore che ci porta alla piena verità di Cristo (cfr Gv 14, 26; 15, 26; 16, 13), tra gli esseri umani, nessuno meglio di Lei conosce Cristo, nessuno come la Madre può introdurci a una conoscenza profonda del suo mistero.

Il primo dei ‘segni’ compiuto da Gesù – la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana – ci mostra Maria appunto nella veste di maestra, mentre esorta i servi a eseguire le disposizioni di Cristo (cfr Gv 2, 5). E possiamo immaginare che tale funzione Ella abbia svolto per i discepoli dopo l’Ascensione di Gesù, quando rimase con loro ad attendere lo Spirito Santo e li confortò nella prima missione. Il passare con Maria attraverso le scene del Rosario è come mettersi alla ‘scuola’ di Maria per leggere Cristo, per penetrarne i segreti, per capirne il messaggio.

Una scuola, quella di Maria, tanto più efficace, se si pensa che Ella la svolge ottenendoci in abbondanza i doni dello Spirito Santo e insieme proponendoci l’esempio di quella «peregrinazione della fede», nella quale è maestra incomparabile. Di fronte a ogni mistero del Figlio, Ella ci invita, come nella sua Annunciazione, a porre con umiltà gli interrogativi che aprono alla luce, per concludere sempre con l’obbedienza della fede: «Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38).

 

AVE MARIA

 

  1. Ci Conformiamo a Cristo con Maria

(Dito indice della mano sinistra)

 

La spiritualità cristiana ha come suo carattere qualificante l’impegno del discepolo di conformarsi sempre più pienamente al suo Maestro (cfr Rm 8, 29; Fil 3, 10. 21). L’effusione dello Spirito nel Battesimo inserisce il credente come tralcio nella vite che è Cristo (cfr Gv 15, 5), lo costituisce membro del suo mistico Corpo (cfr 1Cor 12, 12; Rm 12,5). A questa unità iniziale, tuttavia, deve corrispondere un cammino di assimilazione crescente a Lui, che orienti sempre più il comportamento del discepolo secondo la ‘logica’ di Cristo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2, 5). Occorre, secondo le parole dell’Apostolo, «rivestirsi di Cristo» (cfr Rm 13, 14; Gal 3, 27).

Nel percorso spirituale del Rosario, basato sulla contemplazione incessante – in compagnia di Maria – del volto di Cristo, questo ideale esigente di conformazione a Lui viene perseguito attraverso la via di una frequentazione che potremmo dire ‘amicale’. Essa ci immette in modo naturale nella vita di Cristo e ci fa come ‘respirare’ i suoi sentimenti. Dice in proposito il beato Bartolo Longo: «Come due amici, praticando frequentemente insieme, sogliono conformarsi anche nei costumi, così noi, conversando familiarmente con Gesù e la Vergine, nel meditare i Misteri del Rosario, e formando insieme una medesima vita con la Comunione, possiamo divenire, per quanto ne sia capace la nostra bassezza, simili ad essi, ed apprendere da questi sommi esemplari il vivere umile, povero, nascosto, paziente e perfetto».

Per questo processo di conformazione a Cristo, nel Rosario, noi ci affidiamo in particolare all’azione materna della Vergine Santa. Colei che di Cristo è la genitrice, mentre è essa stessa appartenente alla Chiesa quale « membro eccelso e del tutto eccezionale», è al tempo stesso la ‘Madre della Chiesa’. Come tale continuamente ‘genera’ figli al Corpo mistico del Figlio. Lo fa mediante l’intercessione, implorando per essi l’effusione inesauribile dello Spirito. Ella è l’icona perfetta della maternità della Chiesa.

Il Rosario ci trasporta misticamente accanto a Maria impegnata a seguire la crescita umana di Cristo nella casa di Nazareth. Ciò le consente di educarci e di plasmarci con la medesima sollecitudine, fino a che Cristo non «sia formato» in noi pienamente (cfr Gal 4, 19). Questa azione di Maria, totalmente fondata su quella di Cristo e ad essa radicalmente subordinata, «non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, ma la facilita». È il luminoso principio espresso dal Concilio Vaticano II, che ho sperimentato tanto fortemente nella mia vita, facendone la base del mio motto episcopale: Totus tuus. Un motto, com’è noto, ispirato alla dottrina di San Luigi Maria Grignion de Montfort, che così spiegava il ruolo di Maria nel processo di conformazione a Cristo di ciascuno di noi: «Tutta la nostra perfezione consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo. Perciò la più perfetta di tutte le devozioni è incontestabilmente quella che ci conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la creatura più conforme a Gesù Cristo, ne segue che, tra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma di più un’anima a Nostro Signore è la devozione a Maria, sua santa Madre, e che più un’anima sarà consacrata a lei, più sarà consacrata a Gesù Cristo». Mai come nel Rosario la via di Cristo e quella di Maria appaiono così profondamente congiunte. Maria non vive che in Cristo e in funzione di Cristo!

 

AVE MARIA

 

 

8.Supplichiamo Cristo con Maria

(Dito medio della mano sinistra)

 

Cristo ci ha invitati a rivolgerci a Dio con insistenza e fiducia per essere esauditi: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). Il fondamento di questa efficacia della preghiera è la bontà del Padre, ma anche la mediazione presso di Lui da parte di Cristo stesso (cfr 1Gv 2, 1) e l’azione dello Spirito Santo, che «intercede per noi» secondo i disegni di Dio (cfr Rm 8, 26-27). Noi infatti « nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare » (Rm 8, 26) e talvolta non veniamo esauditi perché « chiediamo male » (cfr Gc 4, 2-3).

A sostegno della preghiera, che Cristo e lo Spirito fanno sgorgare nel nostro cuore, interviene Maria con la sua intercessione materna. «La preghiera della Chiesa è come sostenuta dalla preghiera di Maria». In effetti, se Gesù, unico Mediatore, è la Via della nostra preghiera, Maria, pura trasparenza di Lui, mostra la Via, ed «è a partire da questa singolare cooperazione di Maria all’azione dello Spirito Santo, che le Chiese hanno sviluppato la preghiera alla santa Madre di Dio, incentrandola sulla persona di Cristo manifestata nei suoi misteri». Alle nozze di Cana il Vangelo mostra appunto l’efficacia dell’intercessione di Maria, che si fa portavoce presso Gesù delle umane necessità: «Non hanno più vino» (Gv 2, 3).

Il Rosario è insieme meditazione e supplica. L’insistente implorazione della Madre di Dio poggia sulla fiducia che la sua materna intercessione può tutto sul cuore del Figlio. Ella è «onnipotente per grazia», come, con audace espressione da ben comprendere, diceva nella sua Supplica alla Vergine il Beato Bartolo Longo. Una certezza, questa, che, a partire dal Vangelo, si è andata consolidando per via di esperienza nel popolo cristiano. Il sommo poeta Dante la interpreta stupendamente, nella linea di san Bernardo, quando canta: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disianza vuol volar sanz’ali». Nel Rosario Maria, santuario dello Spirito Santo (cfr Lc 1, 35), mentre è supplicata da noi, si pone per noi davanti al Padre che l’ha colmata di grazia e al Figlio nato dal suo grembo, pregando con noi e per noi.

 

AVE MARIA

 

9.Annunciamo Cristo con Maria

(Dito anulare della mano sinistra)

 

Il Rosario è anche un percorso di annuncio e di approfondimento, nel quale il mistero di Cristo viene continuamente ripresentato ai diversi livelli dell’esperienza cristiana. Il modulo è quello di una presentazione orante e contemplativa, che mira a plasmare il discepolo secondo il cuore di Cristo. In effetti, se nella recita del Rosario tutti gli elementi per un’efficace meditazione vengono adeguatamente valorizzati, ne nasce, specialmente nella celebrazione comunitaria nelle parrocchie e nei santuari, una significativa opportunità catechetica che i Pastori devono saper cogliere. La Vergine del Rosario continua anche in questo modo la sua opera di annuncio di Cristo. La storia del Rosario mostra come questa preghiera sia stata utilizzata specialmente dai Domenicani, in un momento difficile per la Chiesa a motivo del diffondersi dell’eresia. Oggi siamo davanti a nuove sfide. Perché non riprendere in mano la Corona con la fede di chi ci ha preceduto? Il Rosario conserva tutta la sua forza e rimane una risorsa non trascurabile nel corredo pastorale di ogni buon evangelizzatore.

 

 

10.Accogliamo Maria come Madre: « Ecco la tua madre! » (Gv 19, 27)

(Dito mignolo della mano sinistra)

 

Numerosi segni dimostrano quanto la Vergine Santa voglia anche oggi esercitare, proprio attraverso questa preghiera, la premura materna alla quale il Redentore moribondo affidò, nella persona del discepolo prediletto, tutti i figli della Chiesa: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19, 26). Sono note le svariate circostanze, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, nelle quali la Madre di Cristo ha fatto in qualche modo sentire la sua presenza e la sua voce per esortare il Popolo di Dio a questa forma di orazione contemplativa. Desidero in particolare ricordare, per l’incisiva influenza che conservano nella vita dei cristiani e per l’autorevole riconoscimento avuto dalla Chiesa, le apparizioni di Lourdes e di Fatima, i cui rispettivi santuari sono meta di numerosi pellegrini, in cerca di sollievo e di speranza.

 

AVE MARIA

 

SALVE REGINA

 

ATTO DI AFFIDAMENTO ALLA MADONNA DI PAPA FRANCESCO

 

Beata Maria Vergine di Fatima,
con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna
uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni
che ti dicono beata.

 

Celebriamo in te le grandi opere di Dio,
che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità,
afflitta dal male e ferita dal peccato,
per guarirla e per salvarla.

 

Accogli con benevolenza di Madre
l’atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia,
dinanzi a questa tua immagine a noi tanto cara.

 

Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi
e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.

 

Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo
e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso.

 

Custodisci la nostra vita fra le tue braccia:
benedici e rafforza ogni desiderio di bene;
ravviva e alimenta la fede;
sostieni e illumina la speranza;
suscita e anima la carità;
guida tutti noi nel cammino della santità.

 

Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione
per i piccoli e i poveri,
per gli esclusi e i sofferenti,
per i peccatori e gli smarriti di cuore:
raduna tutti sotto la tua protezione
e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù.

Amen.

 

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA IV DOMENICA DI PASQUA

RUNGI2015

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
Domenica 7 aprile 2017

Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.

Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: “Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te,  dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore”.

Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo “nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati”, e dalla Cresima, dal momento che riceveranno “il dono dello Spirito Santo”.

L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che “quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”. Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.

Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro “se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto “insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti”.

Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore  e custode delle vostre anime”.

Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua:  “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.