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PALIANO (FR). E’ MORTO PADRE VITO MASTRANTONIO, SACERDOTE PASSIONISTA

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Paliano (Fr). E’ morto padre Vito Mastrantonio, sacerdote passionista, predicatore degli esercizi spirituali nella Casa generalizia.

di Antonio Rungi

 

A distanza di pochi giorni dalla morte di padre Angelo Di Battista, un altro grave lutto ha colpito la comunità passionista di Paliano (Fr), la Regione religiosa dell’Addolorata (DOL) e la Provincia passionista Maria Presentata al Tempio (MAPRAES).

All’età di circa 80 anni, nella sera del 2 maggio 2017, alle ore 21.00 circa, all’inizio del mese di maggio, dedicato alla Madonna, è morto padre Vito Mastrantonio, sacerdote passionista.

Padre Vito dell’Addolorata, al secolo Alberto Mastrantonio di Armando e Maria Mastrantonio era nato a San Vito Romano, Diocesi di Palestrina (RM), il 28 novembre 1937. Entrato giovanissimo tra i passionisti, dopo aver completati gli studi d’obbligo e il ginnasio, entrò nel Noviziato di Falvaterra (Fr), ove professò il 29 settembre 1954 i consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza e il voto della Memoria Passionis, entrando di fatto a far parte della famiglia passionista, fondata da san Paolo della Croce, di cui è stato uno dei massimi devoti e figli spirituali, fedele e coerente fino alla morte. Completati gli studi di teologia venne ordinato sacerdote a Napoli il 25 febbraio 1962. Le sue spiccate doti in campo spirituale e pastorale lo hanno impegnato nel corso della sua vita sacerdotale ed apostolica nelle parrocchie e nella predicazione itinerante, soprattutto degli esercizi spirituali a religiosi, a sacerdoti e suore. Uomo di preghiera, fedele alla Regola di San Paolo della Croce, scrupolosissimo al massimo, aveva a cuore la santa osservanza, soprattutto nei luoghi dove si formavano i futuri passionisti. La sua esistenza è stata vissuta praticamente tra tre grandi Ritiri e Conventi Passionisti: Pontecorvo, Falvaterra, dove è stato anche parroco della parrocchia cittadina e soprattutto Paliano, dove ha trascorso la maggior parte degli anni della sua vita di consacrato e dove è morto. Da anni soffriva di una fastidiosa diverticolite e di altri problemi connessi alla digestione che lo portavano ad avere massima cura nella dieta e nel tipo di alimentazione, molto parsimoniosa con l’aggiunta di una vita austera e spartana. E’ stato uno dei protagonisti della vita dell’ex-provincia religiosa dell’Addolorata, oggi regione, negli ultimi 40 anni, partecipando a tutti o quasi i capitoli provinciali ed assemblee, eletto sempre con ampio consenso, dovuto alla grande stima che ha sempre goduto presso i confratelli. Ad apprezzarne il suo stile di vita erano i giovani che facevano la loro esperienza di postulanti a Paliano o gli stessi studenti che erano di casa a Paliano e studiavano Teologia ad Anagni o a Roma. Padre spirituale e consigliere di tanti giovani sacerdoti, privilegiava, come era suo stile, la vita interiore e la vita contemplativa. Ma il suo impegno apostolico lo vedeva immerso in tante attività missionarie e pastorali tipiche della Congregazione della Passione, come l’assistenza spirituale alle suore, le prediche di circostanza, le conferenze nei convegni, la direzione spirituale, la predicazione di esercizi spirituali e quanto riteneva utile per far conoscere e diffondere la parola della Croce. Molto preparato da un punto di vista teologico, biblico ed ecclesiale, nelle sue molteplici attività di evangelizzazione era la voce innovativa del progresso teologico ed ecclesiologico, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. Un esempio di passionista per tutti, nonostante il carattere esigente e per nulla accomodante. Il Signore lo premi per il grande lavoro che ha svolto a lode ed onore di Dio, nonostante gli ultimi anni di vita che, per motivi di salute, ne avevano limitato molto il raggio di azione. Grazie padre Vito per tutto quello che ci hai insegnato e lasciato della tua forte esperienza di contemplativo della Passione di Cristo e dei dolori della Vergine Maria.

I solenni funerali del sacerdote saranno celebrati celebrati giovedì mattina, 4 maggio 2017, alle ore 10.00 a Paliano (Fr), nella sua casa religiosa di Santa Maria di Pugliano e saranno presieduti dal Vescovo di Palestrina, monsignor Domenico Sigalini. Paliano deve molto a padre Vito per il suo impegno profuso in tutte le sedi per tenere aperto il Ritiro, nonostante la grave carenza di vocazioni e le sofferenze di tanti religiosi, comprese le sue, che poi lo hanno minato nel corpo fino a portarlo lentamente alla morte.

 

NAPOLI. MESSA IN COENA DOMINI AL CENTRO PENITENZIARIO DI SECONDIGLIANO PRESIEDUTA DA P.RUNGI

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Napoli. Al Centro Penitenziario di Secondigliano la Messa in Coena Domini per i detenuti.

Una rappresentanza di detenuti del Centro Penitenziario di Secondigliano ha partecipato questa mattina, Giovedì santo, 13 aprile 2017, alla Messa in Coena Domini, celebrata nella cappella del penitenziario e presieduta da padre Antonio Rungi, passionista della comunità di Santa Maria ai Monti in Napoli.

Presenti alla celebrazione i cappellani del carcere, il diacono, Sebastiano Mazzara, gli assistenti, le suore, i volontari dell’Associazione La Mansarda, presieduta dal professore Samuele Ciambriello, gli agenti della polizia penitenziaria.

La messa è iniziata alle ore 9,30 ed è terminata dalle 10,30. La parola di Dio è stata proclamata dai detenuti così pure la preghiera dei fedeli è stata letta da uno di loro. Per motivi di tempo è stata omessa la lavanda dei piedi, in quanto oggi era giornata di visita dei parenti ai detenuti ospiti del penitenziario.

L’omelia del sacerdote celebrante  è stata incentrata sul tema della speranza, sulla libertà. sull’amore, sul riscatto, sulla misericordia e la voglia di ricominciare.  I detenuti si sono accostati all’ eucaristia, in quanto e sono seguiti dai cappellani che ne curano la vita spirituale e religiosa all’interno della struttura. E sulla figura del cappellano che è incentrata la pastorale carceraria, il cui ruolo è indubbiamente complesso e richiede, oltre ad una particolare preparazione umana e religiosa, la disponibilità a trascorrere del tempo dietro le sbarre per incontrare, parlare e conoscere i detenuti. Ma la presenza del cappellano  non è soltanto legata “all’annuncio di Cristo”, ma ha anche un risvolto di dimensione umana, di conforto morale e di un rapporto personale con il detenuto. Il cappellano si occupa oggi in modo specifico della cura del culto religioso, che comprende la celebrazione della messa (normalmente il sabato e la domenica a sezioni separate) e del sacramento della confessione ma svolge anche  compiti di assistenza sociale e materiale in questo aiutato dai tanti volontari.

Attraverso la sinergia tra cappellani e volontari, e grazie alla generosa solidarietà di tanta gente comune ma anche di enti ed associazioni si riesce a provvedere alle esigenze concrete dei detenuti, soprattutto di quelli più bisognosi, attraverso la raccolta e la distribuzione del vestiario e delle sigarette, attraverso modesti aiuti finanziari alle loro famiglie e assistendoli anche per il disbrigo delle comuni pratiche amministrative.

Sono varie le associazioni cattoliche che collaborano con i cappellani per l’assistenza ai carcerati e sono circa 150 i volontari impegnati tra le due istituzioni penitenziare di Napoli (Poggioreale e Secondigliano) che accolgono complessivamente qualche migliaia di detenuti.

 

P.RUNGI. MEDITAZIONE PER LA DOMENICA DELLE PALME

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)
DOMENICA 9 APRILE 2017

Palma e Croce i simboli della riconciliazione

Commento di padre Antonio Rungi

Due segni e simboli importantissimi nella liturgia cattolica oggi ci guidano nella riflessione sui testi della parola di Dio di questa domenica delle Palme o di Passione: questi segni sono il ramoscello d’ulivo che benediciamo e che ci scambiamo in segno di pace e la croce, su cui viene inchiodato il salvatore del mondo, nostro Signore Gesù Cristo. L’uno e l’altro segno ci immergono nel mistero della Pasqua e ci offrono l’opportunità di ripensare la nostra vita alla luce di questi due segni distintivi di ogni vero cristiano: la palma e la croce. La palma indica il martirio e la croce è di fatto il martirio. E qui parliamo dell’unico vero martire della storia dell’umanità che è il Figlio di Dio, messo a morte dalla cattiveria dell’uomo. Il vero ed unico innocente della storia oggi si offre a noi nella gioia dell’accoglienza per il suo ingresso in Gerusalemme che, come ci racconta il Vangelo di Matteo, è un’accoglienza festosa e massiccia, data la straordinaria partecipazione del popolo a questo evento di Gesù Messia e Figlio di Davide che entra nella città santa per celebrare la sua nuova, eterna e vera Pasqua.

Nell’esortazione iniziale che il sacerdote rivolge ai fedeli prima della benedizione delle palme ci viene ricordato che l’ assemblea liturgica della Domenica delle Palme “è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall’inizio della Quaresima.

Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione”. Ed  un monito ben preciso sul quale è opportuno meditare oggi e nei prossimi giorni, ma soprattutto sempre, specialmente nei momenti della sofferenza e della prova che non mancano in nessuna persona e in tutte le situazioni della vita: Quindi, noi tutti, accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione”.

Accogliere, accompagnare e condividere, sono i tre verbi e le tre azioni che come cristiani siamo chiamati a vivere in questa domenica delle Palme o di Passione e lo facciamo alla luce della parola di Dio che ci parla del sacrificio di Cristo Crocifisso. Ci aiuta in questo nostro impegno spirituale, la preghiera della colletta di questa speciale domenica: “Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione”.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci presenta l’immagine del messia atteso da Israele con i connotati della sofferenza e dei patimenti. E’ il cantico del servo sofferente di Java scritto dal profeta  Isaia che, tanti secoli prima di Cristo, si immerge nel mistero del dolore e della croce di nostro Signore Gesù Cristo, riportando al centro della nostra preghiera, contemplazione e missione, proprio il Messia Crocifisso: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Esattamente tutto quello che patirà Gesù durante il processo, la condanna e il suo viaggio al Calvario, fino a morire sulla croce per l’umanità. E lui non si è tirato indietro, non ha opposto resistenza e come agnello mansueto è andato al Calvario per salvare l’umanità. Egli è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Egli è Colui che dalla croce si rivolge al Padre per chiedere misericordia e perdono per tutti noi, come ci ricorda il Salmo 21, che Gesù stesso prega sulla croce e fa suo per noi tutti: “Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo. Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori. Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte. Lungo il calvario, ai piedi del Crocifisso si verificheranno esattamente tutte queste. La scrittura è compiuta in tutto per tutto, anche nei minimi particolari di quanto era stato previsto e preventivato circa il vero Messia e Salvatore d’Israele. D’altra parte San Paolo Apostolo, che viene dalla formazione biblica, sapeva e conosceva benissimo i testi sacri riferiti al Messia attesa da Israele e nel suo celebre inno cristologico della Lettera ai Filippesi, fissato in uno dei testi più ricchi, belli ed espressivi del suo epistolario, parla di Gesù in un modo così esplicito, circa la sua natura e la sua missione, che possiamo utilizzarlo nella nostra catechesi sul mistero della passione e morte in croce del Redentore: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Pertanto, in ragione della sua umiltà e della sua oblazione, “ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre”.

Nel racconto della Passione, tratto dall’evangelista Matteo, possiamo, oggi, andare a fondo del mistero del dolore, della croce e della redenzione che Gesù ha portato a compimento nella sua passione e morte in croce. Dal tradimento di Giuda, fino alla morte in croce, l’evangelista ci porta a vivere l’ultimo giorno della vita di Gesù, partendo proprio dall’ultima cena, condivisa con i discepoli nel cenacolo, durante la quale, Gesù, disse apertamente che uno dei dodici l’avrebbe tradito.  Poi l’istituzione dell’eucaristia come memoriale della sua Pasqua. E a seguire tutti gli altri eventi che contrassegneranno la preghiera nell’orto del Getsemani,  l’arresto, il rinnegamento di Pietro, i vari maltrattamenti, il processo, la condanna, il viaggio al calvario, la crocifissione, la morte in croce, la deposizione dalla croce e la sepoltura, in attesa degli eventi che si speravano e si nutrivano fortemente nel cuore di Maria, la sua tenerissima Madre Addolorata, nei suoi discepoli e nella gente nel cui cuore la sofferenza di Gesù aveva suscitato la fede e una risposta d’amore, come il buon ladrone che chiede al Signore che sta per morire ingiustamente, di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno. E la promessa, divenuta certezza per lui, della misericordia infinita di Dio e della gloria del paradiso.

Sul grande mistero della morte in croce di Gesù c’è poco da dire, scrivere, commentare, illustrare, specificare, andare nei dettagli, fare esegesi e contestualizzare il tutto al tempo, ai luoghi, alle persone, alle situazioni politiche, geografiche o di altra natura, ma c’è una sola cosa da fare: mettersi in ginocchio, pregare, chiedere perdono e soprattutto chiedere la forza di accettare con santa rassegnazione alla volontà di Dio le nostre piccole o grandi croci, le nostre delusioni, le nostre amarezze, la stessa prova della morte di persone care o a noi vicine che, come Gesù, sono salite sul patibolo del dolore e nel silenzio hanno portato la loro croce, fino a morirci, come Gesù, inchiodate su di essa, senza proferire lamento o ribellarsi ai disegni del Cielo. Gesù Crocifisso sia il nostro costante riferimento e soprattutto il nostro vero ed unico maestro nel vivere e morire in amicizia con Dio.

In questo modo, palma e croce potranno camminare insieme, essere portate nelle nostre mani e sulle nostre spalle, non per liberarcene quanto prima, ma valorizzandole come vie vere di salvezza per noi e per i nostri fratelli, come ci ha dato l’esempio Colui che si è abbassato fino a noi e ha portato la croce per tutti noi, Gesù nostro Signore. Amen.

 

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 24 GENNAIO 2016

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TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 GENNAIO 2016 

GESU’ GIUBILEO DELLA MISERCORDIA DEL PADRE

Commento di padre Antonio Rungi 

Nell’anno giubilare della misericordia, in questa terza domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, risuona con particolare significato la parola di Dio che ascoltiamo nella liturgia della santa messa di oggi. E’ nel testo del vangelo di Luca, che ci racconta della presenza di Gesù a Nazaret, nella sinagoga del paese dove ha vissuto la sua infanzia, fino al momento dell’attività missionaria, ove ha l’opportunità, come tutti gli israeliti di leggere la parola di Dio.  Gli capitò in quel sabato di leggere il testo del profeta Isaia, ben noto, in cui si parla appunto della venuta del messia, del tempo della liberazione ed anche dell’anno giubilare, l’anno in cui più potente si faceva e si fa il dono della misericordia verso tutti e verso gli ultimi, i poveri, i carcerati, coloro che erano e sono soggiacenti in ogni forma di schiavitù morale, spirituale materiale. Gesù si fa proprio quel testo profetico dell’Antico Testamento e lo adatta alla sua missione e alla sua presenza nel mondo. «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato», egli dice si realizza tutto quello che aveva detto il profeta. Ma cosa aveva previsto, prefigurato il grande profeta della libertà? Vedeva nella venuta del Signore il tempo della misericordia, della liberazione, del ritorno ad una vita davvero felice. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». In verità anche il profeta Neemia, nel brano della prima lettura di questa domenica ci racconta della liturgia della parola di Dio, che si usava celebrare presso gli Israeliti. In gioco ci sono gli addetti alla proclamazione della parola del Signore, che, nel caso specifico, è il sacerdote Esdra, il quale “portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza.  Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore”. L’importanza e la sacralità delle lettura della parola di Dio è ben nota presso il popolo d’Israele come è facile capire da questo testo. Il grande rispetto e la venerazione che si deve alla parola di Dio è accreditata in modo certo presso il nuovo popolo di Dio, la comunità cristiana che era assidua, fin dai primi tempi dopo la risurrezione di Cristo e la sua Ascensione al cielo e con l’invio dello Spirito Santo, nella lettura della parola di Dio e nell’insegnamento degli Apostoli. Anche le comunità cristiane come la comunità ebraica si nutrivano della parola di Dio e continuano a nutrirsi, attraverso varie forme di celebrazione della parola, tra cui eminentemente nella celebrazione della santa messa. La prima parte della celebrazione eucaristica è, infatti, dedicata alla liturgia della parola. Quella parola che abbiamo ascoltato e che insieme, anche in questa domenica, diventa cibo per le nostre anime e sulla quale meditiamo, riflettiamo e promettiamo di operare coerentemente con essa. E’ interessante, proprio attingendo dal testo della prima lettura di oggi, quale dignità avesse la parola di Dio presso il popolo di Israele e con quanta responsabilità, mansione ed attenzione ci si accostava ad essa specie nella proclamazione in pubblico dei testi sacri. Non ci si inventava lettori e come vengono detti, leviti, cioè addetti alla liturgia, ma si veniva formati alla proclamazione ufficiale ed in pubblica assemblea della parola di Dio. Infatti, i levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. Come si vede la parola veniva proclamata e commentata: catechesi, omelie, spiegazione dei testi sacri hanno una storia che parte dagli ebrei, i nostri fratelli maggiori nella fede e gli specialisti della lettura della Legge di Dio e dell’antica alleanza. Nella lettura pubblica della parola di Dio non erano esclusi gli uomini politici, coloro che detenevano il potere. Infatti alla lettura è presente anche Neemia. I vari personaggi citati nel brano, e cioè  Neemìa, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti,  ammaestravano il popolo dicendo a tutti i presenti: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». In poche parole è il sabato ebraico, divenuto la nostra domenica, giorno del Signore, durante il quale è dovere di tutti i credenti “fare festa ed abbandonare l’abito di lutto e del dolore”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Una festa che parte dall’ascolto della parola e si estende nella vita familiare e sociale. Non senza motivo  Neemìa disse al popolo dopo aver ascoltato la parola: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». Fare festa con un lauto convito, ma anche far fare festa a chi era sprovvisto di cibo. Non è domenica se non solleviamo la sofferenza di chi sta nella necessità ed ha bisogno del cibo materiale. Questa è un dovere morale, oltre che un obbligo civile su tutta la terra. A nessuno deve mancare il cibo della festa, ma anche il cibo della quotidianità. Ma questo è un sogno che non si realizza, se tutti pensano a soddisfare il proprio stomaco senza considerare le necessità degli altri. Il giubileo che stiamo celebrando ci chiede espressamente di vivere ed attuare le opere di misericordia corporale e spirituale a partire da quel dar da mangiare agli affamati che deve entrare nel nostro sistema d vita e non solo di pensiero. Tutto questo sarà possibile anche per noi cristiani del XXI secolo che formiamo un corpo solo e ci sentiamo davvero Chiesa, operando come membra vive e vitali in essa, secondo quanto ci dice l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi: “Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. Sia questa la nostra sentita e convinta preghiera nella domenica dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani e alla vigilia della festa della conversione di San Paolo Apostolo: O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza”. Amen.

PADRE ANTONIO RUNGI, 40 ANNI DI VITA SACERDOTALE, IL 6 OTTOBRE 2015

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Padre Antonio Rungi, 40 anni di vita sacerdotale

Martedì 6 ottobre 2015, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista della comunità del Santuario della Civita, in Itri (Lt), ricorda i suoi 40 anni di vita sacerdotale a servizio della Chiesa, della Congregazione dei Passionisti e dell’intero popolo di Dio.
La fausta ricorrenza sarà ricordata con una solenne concelebrazione eucaristica che padre Antonio Rungi presiederà, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore di Gesù Redentore della Stella Maris di Mondragone, dove padre Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale per circa 30 anni, dal 1978 al 2003 e dal 2007 al 2011. E dove ancora oggi esercita il suo ministero come assistente spirituale delle Suore.
Alla celebrazione parteciperanno i parenti, i conoscenti, i sacerdoti, le suore, gli amici, gli studenti e quanti si vorranno aggiungere ad essi per condividere un momento di ringraziamento al Signore per il dono della vocazione alla vita sacerdotale, elargita a padre Rungi.
Dei 40 anni di vita sacerdotale, intensamente e generosamente vissuti come figlio spirituale di San Paolo della Croce, circa 30 sono stati al servizio della Chiesa locale di Sessa Aurunca e della comunità passionista di Mondragone (Ce), ricoprendo vari uffici e ruoli: Direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali, Responsabile della Pagina diocesana di Avvenire, Direttore dell’Ufficio pastorale del turismo, sport e spettacolo, cappellano delle Suore di Gesù Redentore, delle Suore Stimmatine, collaboratore della parrocchia san Rufino in Mondragone e di altre parrocchie, missionario e predicatore, docente di Teologia Morale e di altre discipline nell’Istituto Scienze religiose di Sessa Aurunca, docente nelle scuole statali, dove ancora oggi svolge il suo servizio e il suo ministero tra i giovani del Liceo Scientifico di Mondragone, insegnando Filosofia, Pedagogia e Scienze Umane. Docente di Teologia Morale al Magistero di Scienze Religiose di Capua e dell’Istituto Scienze Religiose di Teano.
Sono questi alcuni degli impegni come sacerdote e missionario ed educatore che padre Antonio Rungi ha svolto a Mondragone e nella Diocesi di Sessa Aurunca, ma si è pure prodigato tantissimo per la vita culturale, sociale e spirituale del territorio del litorale domiziano ed in particolare della parrocchia San Giuseppe Artigiano.
Nella comunità passionista di Mondragone è stato Direttore del Collegio San Giuseppe Artigiano, Direttore delle colonie estive, più volte vice-superiore della comunità e incaricato in vari settori della vita passionista.
Direttore della Rivista Presenza Missionaria Passionista dal 1990 al 2011 è giornalista pubblicista dal 1993 ed ha collaborato con varie Riviste e Quotidiani di ispirazione cristiana.
Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive della Rai, di Radio Vaticana, Radio Maria, Teleradio Padre Pio. Di questo grande santo beneventano è stato figlio spirituale negli anni 1958-68.
Dei rimanenti 11 anni di vita sacerdotale, padre Rungi, i primi tre, dal 6 ottobre 1975, quando fu ordinato a Napoli nella Chiesa dei Passionisti di Santa Maria ai Monti, da monsignor Antonio Zama, li ha vissuti nella comunità passionista di Napoli, ultimando gli studi per la Laurea in Teologia e svolgendo attività di predicazione e di collaborazione nella Parrocchia di San Paolo in Casoria.
Successivamente si è Laureato in Filosofia all’Università di Napoli e in Materie Letterarie all’Università di Cassino.
Nella stessa comunità di Napoli vi è ritornato a febbraio 2003 fino al maggio 2007 nell’Ufficio di Superiore provinciale dei Passionisti della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania) e guidando in quegli anni, saggiamente, gli oltre 100 sacerdoti e religiosi passionisti della Provincia religiosa e del Vicariato del Brasile, durante il mandato, concluso alla fine di aprile 2007.
In questo periodo, oltre a visitare sistematicamente le comunità passioniste del Basso Lazio e Campania e del Brasile, ha ricoperto l’Ufficio di Vice-presidente della Cism-Campania, la Conferenza dei superiori maggiori degli istituti religiosi maschili. Dal 1978 sempre impegnato nella scuola e nell’insegnamento, non ha mai tralasciato, tranne per un anno, questo ambito della pastorale e della formazione dei giovani.
Negli ultimi quattro anni di vita sacerdotale, dal 6 ottobre 2011, padre Antonio Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale nella comunità passionista di Itri-città e poi del Santuario della Civita, svolgendo un intenso ministero di predicazione itinerante e di assistenza spirituale alle Suore di varie Congregazioni.
Qui, attualmente vive, svolge il suo servizio scolastico a Mondragone e continuando ad assicurare la predicazione tipica della Congregazione dei Passionisti, ovunque viene chiamato e richiesto.

Nativo di Airola, in provincia di Benevento, nella Diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, dove nasceva 64 anni, accolto nelle braccia della Serva di Dio Concetta Pantusa, entra tra i passionisti da ragazzo, nel 1964 a soli 13 anni. Emette la professione religiosa il 1 ottobre 1967 insieme ad altri suoi confratelli, a Falvaterra (Fr). Segue gli studi liceali e filosofici a Ceccano, dal 1967 al 1971 e quelli teologici a Napoli, dal 1971 al 1979 quando si Laurea in Teologia.
Circa 15.000 articoli scritti per giornali, riviste, blog, siti internet, oltre 3.000 predicazioni svolte in Italia e all’estero, autore di libri di vario genere, di preghiere, di commenti alla Parola di Dio, grande comunicatore attraverso i new media, i suoi testi sono letti e commentati da migliaia di persone ogni settimana.
Per ricordare questo giorno speciale per lui, padre Rungi, come è solito fare nelle grandi circostanze e ricorrenze, ha composto una preghiera, da vero pastore che ha a cuore il bene supremo delle anime: “Signore, Buon Pastore, mite ed umile di cuore, Ti ringrazio per il dono della vita sacerdotale che mi hai voluto assicurare in questi 40 anni di totale servizio alle anime, che hai affidato alla mia cura pastorale. Rinnovo oggi le mie promesse sacerdotali che mi hanno impegnato nella sincerità del cuore e della mente in tutti questi anni, che Tu, Signore, mi hai concesso con tanta generosità. Ti chiedo perdono se, eventualmente, senza mio volere, non ho corrisposto pienamente alla vocazione sacerdotale e donami la grazia di portare a compimento l’opera che Tu, Gesù, Buon Pastore, hai iniziato in me 40 anni fa. Amen”.

Padre Antonio Rungi, inoltre, ringrazierà il Signore, la Madonna e San Paolo della Croce, al Santuario della Civita, nei prossimi giorni e in data da stabilire ad Airola, nel suo paese natio, che ha portato e porta nel cuore con grande affetto e nostalgia, perché in questa sua città, tra i suoi genitori, parenti, amici e figure esemplari di religiosi passionisti di Monteoliveto è nata e si è consolidata la vocazione alla vita religiosa e sacerdotale, che ha raggiunto traguardi rilevanti e significativi, di 51 anni da passionista e di 40 anni da sacerdote. Augurissimi padre Antonio per tanti anni ancora di vita sacerdotale e missionaria.

P.RUNGI.LA PREGHIERA PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

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IL TESTO DELLA PREGHIERA DELLA DIVINA MISERCORDIA
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA, TEOLOGO MORALE,
IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DELLA BOLLA
DI INDIZIONE DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
A FIRMA DI PAPA FRANCESCO

CRISTO, VOLTO MISERICORDIOSO DEL PADRE

Convertici  a Te, Gesù,
che sei venuto a chiamare i peccatori
e non i giusti che non hanno bisogno di redenzione.

Convertici a Te, in questo anno giubilare,
indetto da Papa Francesco, per aiutare
il cammino di credenti verso la penitenza,
la conversione e il rinnovamento spirituale e morale.

Riconosciamo, Signore, le nostre colpe di oggi
e tutte quelle della vita passata,
vissuta, molte volte, nell’ ipocrisia e nella falsità.

Noi abbiamo bisogno del tuo perdono
e della tua misericordia
per sentire quanto è grande il tuo amore per noi,
e quanto tieni poco conto dei nostri  errori,
e delle nostre deviazioni ,
dalla tua santa legge, o Signore.

Non abbandonarci, Signore, nella tentazione
di poter fare a meno di Te,
illudendo noi stessi che è possibile
essere felici e vivere senza il tuo sorriso
e dell’abbraccio della tua paternità infinita.

Con il tuo aiuto, vogliamo sinceramente
riprendere il cammino che ci porta a Te,
mediante la Penitenza e l’Eucaristia,
sacramenti della nostra continua rinascita spirituale
nel segno della coscienza di quanto poco valiamo
se non siamo ancorati a Te che sei la Via, la Verità e la Vita.

Non sia, Gesù,  il nostro pentimento
solo e soltanto esteriore o apparente,
ma tocchi le profondità del nostro essere
e le corde di quell’armonia d’amore
che solo tuo puoi ridonarci, Signore.

Convertici a Te, con la tua Parola,
che è luce ai nostri passi,
è forza nel nostro cammino
è consolazione nel nostro patire.

Convertici a Te Signore e abbatti in noi
l’orgoglio e la presunzione di essere giusti
come il  fariseo al tempio,
mentre dovremmo batterci sinceramente il petto,
come il pubblicano che non ha avuto
neppure la forza di alzare gli occhi
e lasciarsi illuminare dal tuo volto,
indegno quale era  di avanzare nel tempio,
quale segno di riavvicinamento a Te.

Signore, converti il nostro cuore,
la nostra vita,
la nostra storia.

Purifica tutto e lava le nostre colpe
nel tuo sangue prezioso  versato sulla croce per noi.
Gesù abbi pietà di noi e non abbandonarci più
nelle nostre illusioni, delusioni e tentazioni,
non abbandonarci nel peccato,
ma donaci il tuo abbraccio di Padre
dal volto tenero e misericordioso.
Amen.

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA – 1 MARZO 2015

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SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

1 MARZO 2015

La fede ci trasfigura nel Cristo Redentore

Commento di padre Antonio Rungi

La seconda domenica di Quaresima ci presenta nel vangelo di oggi  Gesù che sale sul monte Tabor, dove davanti ai suoi tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, si trasfigura, cambia sembianze rispendendo ai loro occhi di luce incommensurabile e di una bellezza unica. La bellezza della gloria dei cieli, del paradiso, che gli apostoli possono contemplare ed assaporare in un modo tutto speciale, al punto tale che di fronte a questa gioia e bellezza infinita, chiedono al Signore, che si presenta in questa visione con Elia e Mosè, di restare per sempre lì, di continuare a vivere la bellissima situazione di pace che si presenta ai loro occhi. Ma non sarà possibile, perché Gesù, dopo il monte Tabor, dovrà salire su un altro e non minore, per importanza, monte, quello del Calvario, dove offrirà la sua vita in riscatto dell’umanità e per ridare la pace nel mistero della redenzione del genere umano che si compie con la sua morte e risurrezione. Il testo del Vangelo di Marco di oggi ci descrive con precisione questo momento di Gesù e degli apostoli, soprattutto la necessità di scendere da quel monte e andare verso Gerusalemme, dove verrà portato a compimento il mistero della salvezza dell’umanità. “In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”. Il mistero della trasfigurazione di Cristo, inserito nella recita del santo rosario, nei misteri della luce, da san Giovanni Paolo II, ci riporta all’altro momento fondamentale della vita di Gesù che è la sua morte in croce e la sua risurrezione. Tale mistero è congiunto a quello della glorificazione di Cristo sul calvario nel momento in cui Gesù muore sulla croce per noi. Ecco perché Gesù vuole che i tre apostoli conservino nel loro cuore la gioia contemplata sul onte Tabor, per attingere da essa, poi, la forza di continuare a seguire Cristo nel momento del dolore e della morte. Gesù si prepara e prepara gli apostoli allo scandalo della Croce. Li fortifica mediante il dono della preghiera e della contemplazione. San paolo Apostolo lo sottolinea nel brano della lettera ai Romani che oggi leggiamo come seconda lettura della liturgia della parola di questa domenica:Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!”. Gesù Cristo è morto per noi e che è risorto per noi sta alla destra di Dio Padre, ove continua a seguire con amore le sorti di questa umanità, non sempre in sintonia di cuore e di mente con il Salvatore”. Per essere in tale sintonia abbiamo bisogno di una fede forte, sincera e coraggiosa che sappia guardare in faccia la realtà e leggerla alla luce di questo meraviglioso dono che abbiamo ricevuto dal Signore e che è la fede. Quella fede che ha caratterizza la vita del patriarca Abramo che offrì in obbedienza alla voce di Dio il suo figlio Isacco ricevuto e per essere padre di nuove generazioni di credenti. Il racconto della libro della Genesi ci insegna ad avere solo sete e fame del nostro Dio che è gioia.In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Alcune importati e approfondite riflessioni sui testi della parola di Dio ci aiuteranno a capire il nostro mondo e quello degli altri e tutti insieme correre speditamente verso la pace.

In primo luogo siamo invitati in questa Quaresima a trasfiguraci mediante la fede in Gesù Cristo, cambiando il nostro modo di vivere, rinnovandoci dal profondo del nostro cuore, per far sì che questi santi giorni che il Signore ci dona da vivere, siano davvero promettenti di pace spirituale. Inoltre, non c’è rinnovamento se la nostra fede è tiepida e ferma nel suo progressivo cammino verso un maggiore e fiducioso abbandono in Dio. Infine, non ci può essere trasfigurazione se non ci facciamo aiutare da Cristo, dalla sua parola che è vita, dalla parola del Dio vivente che per sua natura ci porta a contemplare e a riflettere. Docili alla parola del Signore, attimo per attimo ci trasfigureremo per essere davvero nuove e rinnovate creatura, capaci di atti generosi come Abramo e soprattutto con la stessa potenzialità del Cristo che per amore nostro ha dato la sua vita sulla croce. Sia questa, allora la nostra costante preghiera, in questo giorno del Signore: “O Padre, che ci chiami
ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola
e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Amen.

PADRE CHERUBINO DE FEO INIZIA L’80° ANNO DI VITA

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ITRI (LT). PADRE CHERUBINO DE FEO INIZIA IL SUO 80° ANNO DI VITA. GLI AUGURI DI TUTTI A NOTO SACERDOTE, APOSTOLO DI ITRI E DELLA CIVITA.

Il 25 febbraio 2015, padre Cherubino De Feo, noto sacerdote passionista del Santuario della Civita e di Itri- città inizia il suo 80 anno di vita. A festeggiarlo saranno i suoi confratelli del Santuario, padre Antonio Rungi, padre Emiddio Petringa (Superiore e Rettore), padre Francesco Vaccelli. Per la fausta ricorrenza sarà presente nella comunità del Santuario della Civita l’attuale superiore provinciale dei Passionisti del Basso Lazio e Campania, padre Mario Caccavale, già parroco di Campodimele e di San Michele Arcangelo di Itri, persona ben nota alla comunità itrana e all’arcidiocesi di Gaeta.

Padre Cherubino di Gesù Bambino, al battesimo Nicola De Feo, è nato s Lareana Cilento in provincia di Salerno, il 25 febbraio 1936, da Luigi e Matilde Oricchio, i suoi genitori entrambi defunti. Tra i passionisti entra da piccolo e dopo gli anni di formazione, nella scuola apostolica di Calvi Risorta e del Noviziato, emette la professione religiosa il 4 ottobre 1953 a Falvaterra. Gli studi in preparazione al sacerdozio li segue in vari conventi del Lazio, della Puglia e della Campania. E’ stato ordinato sacerdote a Napoli, nella Chiesa dei Passionisti il 18 marzo 1961. Dopo il sacerdozio è stato in vari conventi dei passionisti con vari incarichi, tra cui Calvi Risorta, poi Falvaterra, dove ha svolto negli anni sessanta l’ufficio di vice maestro e parimenti il ruolo di missionario. Ha partecipato ad una ventina d missioni popolari, come catechista del mattino e della sera, rivelando una forte propensione verso la comunicazione delle verità di fede con linguaggio accessibile a tutti. Appassionato della storia locale, nazionale, della vita consacrata, ricercatore assiduo di notizie ed informazioni sulle chiese locali e sulla chiesa universale, padre Cherubino conserva ancora oggi tale passione, attingendo le informazioni necessaria dai media moderni, quali internet, con suo pc portatile, che utilizza da circa  un anno. Buona parte della vita sacerdotale di padre Cherubino è stata vissuta e continua ad essere vissuta ad Itri. Nel convento dei passionisti di Itri-città, che si trova sulla cosiddetta zona dei Cappuccini, in quanto, prima dei passionisti era convento dei Cappuccini, giunse nel 1969 e da allora non ha mai cambiato convento e residenza. Solo 26 anni fa per esigenze del servizio al Santuario della Civita, dai superiori del tempo, fu spostato al santuario, dove attualmente vive con i confratelli. Negli anni 1969-1986 ha ricoperto l’ufficio di parroco di Santa Maria Maggiore in Itri formando varie generazioni di cristiani della comunità itrana, dando risalto ed importanza alla devozione e alla festa della Madonna della Civita.

Padre Cherubino verrà festeggiato dai suoi confratelli del Santuario e di altre comunità, in quanto l’inizio dell’ottantesimo anno di vita di questo conosciuto e stimato sacerdote passionista è un fatto importante per lui e per quanti lo stimano e ne apprezzano il generoso servizio alla Chiesa, nella Congregazione della Passione di Gesù Cristo, fondata da San Paolo della Croce. Noto per la sua passione per il canto, per la liturgia e per le funzioni religiose solenne, padre Cherubino è un’istituzione al Santuario della Civita, ma anche al convento dei passionisti di Itri, ove assicura, nei mesi invernali, la messa feriale quotidiana delle ore 7,30; mentre è presieduta da lui la messa solenne e cantata delle ore 10,30 al Santuario della Civita dei giorni festivi e domenicali.

“Sento il dovere –scrive padre Antonio Rungi – di fare i miei sinceri auguri, a nome mio personale e di tutti i confratelli della Provincia dell’Addolorata, al carissimo padre Cherubino, che, nonostante la sua veneranda età, e qualche problema di salute che inevitabilmente affiora con l’età, mantiene la stessa freschezza e gioia nel servire il Signore quale ministro dell’Eucaristia, della riconciliazione e liturgista. La sua testimonianza di vita sacerdotale e missionaria è un esempio per tutti i passionisti, soprattutto per i giovani, che possono ricevere da lui glli stimoli necessari per amare il ministero sacerdotale e coltivare la passione per la cultura, la storia, il bello che l’arte sacra può trasmettere a cuori ed animi sensibili come lui. Augurissimi padre Cherubino. Il Signore e la Madonna della Civita possano concederti  tanti anni ancora di vita ed in ottima salute, nonostante tutti i limiti dell’età dei più forti, che la Sacra Scrittura considera gli ottantenni”.

P.RUNGI. LA PREGHIERA DELLA SALUTE

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Preghiera della salute

Signore Gesù donami una buona salute
spirituale e corporale,
perché io possa svolgere la mia missione…
con la forza dello spirito e l’energia del corpo.

Nella mia sofferenza e malattia
non lasciarmi indebolire e deperire,
ma fortificami con il dono
del coraggio e della sopportazione,
perché possa ben tollerare il dolore fisico e morale.

Come gli apostoli, nell’Orto del Getsemani,
comprendi la mia debolezza
se non sono in grado di sostenere
il peso della notte del dolore e della prova.

Come Te, in quella vigilia della tua Passione,
anche io mi rivolgo al Padre,
perché passi il calice amaro del dolore
forte e ricorrente delle quotidiane sofferenze.

Non abbandonarmi, Signore,
quando sono più fragile
e non riesco ad uscirne fuori
da malattie e dolori
che mi perseguitano
giorno e notte
senza lasciami un attimo
di sollievo e riposo.

Fa che la qualità della mia vita,
possa manifestarsi anche attraverso momenti
di gioia vera e di assenza di ogni sofferenza.

La Made della consolazione
mi assista e mi protegga
nei momenti più difficili
del mio patire,
soprattutto quando non si ha il conforto
e l’aiuto di una mano amica.

Memore dei tuoi insegnamenti, o Gesù,
dammi la forza di portare ogni giorno la mia croce
e di alleggerire il peso della croce
a quanti ogni giorno vivono il dramma del dolore
e completano, con i loro patimenti,
ciò che manca alla tua passione, Amen.

Preghiera di padre Antonio Rungi

PASSIONISTI. E’ MORTO PADRE DOMENICO CURCIO

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Questa sera, sabato 22 novembre 2014, all’Ospedale Giuseppe Moscati di Avellino, all’età di 72 anni è morto padre  Domenico Curcio, sacerdote passionista, o della comunità di Forino in provincia di Avellino. Padre Domenico dell’Immacolata, al secolo Domenico Curcio, era nato il 6 luglio 1942 a Bisaccia (Av), da Antonio e Antonietta Gervasio.

Tra i passionisti padre Domenico entra giovanissimo e il 26 settembre 1959, dopo l’anno di Noviziato, emette la professione dei consigli evangelici, a Falvaterra. Dopo gli studi filosofici e teologici viene ordinato sacerdote il 6 agosto 1968 a Napoli. Persona d grande cultura e sempre aperto al nuovo aggiornatissimo su tutto, ha fatto della formazione permanente il suo impegno prioritario, intuitivo al massimo e precursore di tanti cambiamenti nella chiesa, on visione ideale, ma anche concreta della vita cristiana, sacerdotale e consacrata.

Un sacerdote stimatissimo da tutti. Padre Domenico è stato consultore all’apostolato nella  provincia dell’Addolorata (Lazio Sud e Campania), superiore locale, vicario e soprattutto vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Avellino, dove godeva di una stima grandissima da parte dei vescovi, del clero, dei religiosi e delle religiose, nonché dei fedeli laici.  

Ha predicato moltissime missioni popolari ed ha svolto l’apostolato tipico della Congregazione dei Passionisti. La morte di padre Domenico Curcio è una gravissima perdita per i passionisti della provincia dell’ Addolorata, data la giovane età del sacerdote e il suo impegno costante nel campo missionario e diocesano, nonostante la sua malattia.

In agosto aveva perso la sua amatissima madre Antonietta, e in occasione dei funerali della mamma  confidò  a padre Antonio Rungi, Ex-superiore provinciale dei Passionisti di Napoli, che aveva partecipato ai funerali della madre,  della sua malattia, leucemia, che in pochi mesi lo ha consumato.

I solenni funerali di padre Domenico Curcio si svolgeranno lunedì 27 novembre 2014, alle ore 10.00 a Forino in provincia di Avellino, nella chiesa di San Biagio, dove per tanti anni, padre Domenico ha svolto l’ufficio di parroco e vicario parrocchiale. Con padre Leone Russo avevano dato un impulso fortissimo alla vita pastorale e spirituale dell’intera cittadina di Forino, dove praticamente ha vissuto buona parte della sua vita sacerdotale e dove era amato e stimato da tutti, per il suo stile, la sua affabilità, la sua preparazione culturale, teologica, pastorale e liturgica.

Dopo i funerali le spoglie mortali di padre Domenico verranno sepolte nella cappella dei passionisti di Forino. Riposi in pace.