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COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

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DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

NON FACCIAMOCI  INGANNARE DA FACILI PROFEZIE SULLA FINE DEL MONDO

Commento di padre Antonio Rungi

Alla fine dell’anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica, ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi, soprattutto nel nostro Paese. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.

Il brano del vangelo di questa domenica,  riguarda, infatti, l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Si tratta di un’unità letteraria ben precisa che appartiene al cosiddetto genere apocalittico. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, si avvicina la passione. I Vangeli sinottici  fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da leggere alla luce della Pasqua. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma sull’annuncio di capovolgimento totale. La comunità di Luca già era a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme. L’evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti del suo vangelo, ma lo fa senza voler mettere angoscia o preoccupazioni di sorta. Di fronte alla preoccupazione della fine del mondo, Gesù risponde con parole precise, che aprono la vita in una prospettiva di positiva attesa e non di angoscia mortale: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;  io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.  Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

Pertanto, non lasciamoci attrarre dagli sconvolgimenti esteriori, tipico del linguaggio apocalittico, ma da quelli interiori, necessari, che preannunciano e preparano l’incontro con il Signore. Pur consapevoli che anche oggi, in diverse parti del mondo si vivono situazioni “apocalittiche”,  come nell’Italia Centrale, in seguito al disastroso sima di questi giorni e mesi scorsi, è possibile anche una lettura personalizzata, certamente non evasiva che sposta l’attenzione sulla responsabilità personale. Luca, rispetto agli altri evangelisti, sottolinea che non è giunta la fine, che occorre vivere l’attesa con impegno. Apriamo gli occhi sulle tragedie del nostro tempo, non per essere profeti di sventure, ma coraggiosi profeti di un nuovo ordine basato sulla giustizia e la pace.

Nel breve brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Malachìa, viene prospettata la realtà futura riguardante la venuta del Signore, immaginato come un giorno rovente, come quello che arde in un forno. In quel giorno di purificazione, in quanto, il fuoco serve proprio a bruciare tutto ciò che è male, “tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio”. Diversa sarà la sorte di quanto temono il Signore e lo servono con umiltà. Per loro infatti, “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Nell’attesa di quel giorno, il cristiano non può vivere nell’ozio, aspettandolo senza lavorare o, peggio, vivendo sulle spalle degli altri. L’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di questa domenica, richiama i cristiani di Tessalonica a imboccarsi le maniche e a lavorare,  per guadagnarsi onestamente il cibo e quanto altro utile per le proprie persone e necessità. Infatti, ricorda,  con santo orgoglio, che lui non è rimasto ozioso in mezzo a loro, né ha mangiato gratuitamente il pane di qualcuno, ma ha lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di loro. Una regola valida per sempre, se la si permette di attuare, in mancanza di lavoro, oggi soprattutto per i giovani, ed è questa:  chi non vuole lavorare, neppure mangi. Da buon osservatore delle cose che non vanno anche nel suo tempo, in ascolto delle informative che gli venivano trasmesse dalle comunità, Paolo, annota che alcuni i cristiani di Tessalonica  “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Si sono autoconvinti dell’imminente venuta del Signore e di conseguenza vivono oziosamente, senza neppure guadagnarsi il necessario per vivere. Cosa non gradita a Paolo che li biasima.

Nel tempo e nella storia che il Signore ci ha concesso e continua a concederci, alcune cose, sono certe, per noi cristiani, da tenere presenti in ogni nostro comportamento umano: la perseveranza nella fede e la certezza della seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra. La perseveranza è indispensabile per produrre frutto, nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni.  La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell’uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera. Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.

Sia questa la nostra preghiera oggi, penultima domenica dell’anno liturgico e dell’anno giubilare della misericordia: O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 25 SETTEMBRE 2016

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

25 Settembre 2016

Finirà il sistema di vita dei buontemponi. E quando, Signore?

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il profeta Amos nel testo della prima lettura di questa XXVI Domenica del tempo ordinario, ha le caratteristiche di un fortissimo rimprovero verso tutti coloro che pensano di godersi la vita, ai danni degli altri, consumando, sprecando beni, cerando solo soddisfazioni e piaceri della carne. Evidentemente il profeta fa il quadro della situazione del mondo in  cui vive, nel quale domina la cultura edonistica, lassista, permissiva, immorale, rispetto a situazioni umane di deprivazione totale, con la mancanza dei beni essenziali della persona. Chi gode e chi soffre; chi sta senza far niente e chi lavora per gli altri; chi mangia, beve e si gode la vita e chi non ha nulla di tutto questo. Il quadro desolante dell’immoralità viene visto come un anticipo della disfatta dei singoli e di chi vive tali esperienza di basso livello etico. E il grido del profeta e la denuncia è chiara: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”.

La conclusione di tutto questo modo di vivere è la deportazione, è l’esilio, è la perdita di ogni sicurezza e di ogni certezza fondata sulle cose della terra. E’ chiaro il riferimento non solo alla realtà temporale di Israele di quel periodo, ma è anche evidente il riferimento all’eternità, a quanto dovrà venire e a quanto succederà a chi non ha vissuto nella legge di Dio, ha fatto solo cattiverie, ha vissuto dissolutamente.

Strettamente agganciato a questa lettura è il vangelo della parabola del ricco epulone, una persona senza nome e senza volto, ma solo con lo stomaco e con il ventre a soddisfare la sua pancia, e del povero Lazzaro, con un nome ed un’identità precisa, anche nella sua condizione di miseria, che si deve accontentare delle briciole di pane che cadono dalla quella mensa assassina di valori umani veri. Il ricco che si gode la vita a sbafo e il povero Lazzaro, pieno di piaghe e di sofferenze fisiche ed umane che deve elemosinare il poco necessario per la sua sopravvivenza, che è lento andare verso la morte. E lo spartiacque di della situazione che si capovolge a favore di Lazzaro e proprio la morte che apre la vita di tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, sani ed ammalati, potenti e senza potere, all’eternità. Lì conta davvero quello che uno è stato ed ha fatto sulla terra. Il ricco nell’eternità soffre le pene dell’inferno, in cui entra per la sua libera scelta di non amare Dio e i fratelli, ma di amare egoisticamente se stesso; Lazzaro, il povero mendicante che gode della gioia del paradiso vicino a Gesù, alla Madonna e a tutti santi del premio eterno, quello che conta davvero conquistare e raggiungere anche a costo di mendicare un pezzo di pane, pur di mantenere la propria dignità e non scendere a compromessi di nessuno genere. Non si può non rileggere ed ascoltare attentamente questo straordinario brano del vangelo di Luca, che chiama in causa carità, amore, eternità, inferno, paradiso. In poche parole i novissimi con tutte le considerazione teologiche e dottrinali che si possono fare in merito. In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Vorrei sottolineare in questa mia riflessione, quello che è detto dal Signore, qui espresso dal ruolo di Abramo, prima nei confronti dell’uomo ricco e pieno di sé: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti”.

Bisogna fare memoria, bisogna ricordare nella vita il bene che uno riceve e lo tiene tutto per se. Il bene dovrebbe essere diffuso per sua natura, espandersi, aprirsi agli altri, affinché anche gli altri possono avere accesso agli stessi beni. Non a caso un precetto molto chiaro ha attinenza con la nostra fede e la nostra morale: ama il prossimo tuo come te stesso. Se mettessimo attenzione nell’amare gli altri come amiamo noi stessi al mondo non ci sarebbero più cattiverie, ingiustizie, fame, e quanto altro di negativo. Molti dei mali del mondo di oggi e di sempre sono causati dall’egoismo, dalla bramosia delle persone, dall’ingordigia, dall’affarismo, dalla corruzione, dall’attaccamento morboso ai beni del mondo. I bambini muoiono di fame in alcune parti del mondo, per il altre i bambini, figli di un modo di ricchi, hanno il di più e non sono neppure felici. E così nella scala sociale delle varie realtà locali e mondiali. Chi sono i ricchi epuloni che si permettono di tutto e di poi e tanti milioni di mendicanti, come Lazzaro del Vangelo di oggi, che vanno alla ricerca del minimo indispensabile per la loro dignità umana. E quel  minimo gli viene negato proprio da chi ha tutto e il di più, utilizzando i beni comuni.

Questa mentalità assurda difficilmente potrà cambiare, anche se la speranza cristiana ci deve spingere nel credere e nel lavorare per costruire un mondo più giusto, più umano, più rispettoso della dignità di ogni persona umana, anche di chi è costretto a chiedere l’elemosina ai semafori delle nostre città o davanti alle chiese delle nostre parrocchie, spesso invase da persone di colore che bussano al cuore delle nostre sensibilità.

Non lasciamo passare invano le opportunità di fare il bene, senza umiliare chi chiede con dignità e riservatezza, un aiuto ed un sostegno di qualsiasi genere. I ricchi sappiano scendere dal loro piedistallo dell’autosufficienza e dell’arroganza, per condividere con i poveri i loro, non sempre, puliti e retti beni posseduti o avuti in dote. I poveri sappiamo chiedere con umiltà quanto è necessario per loro, nei modi che sono rispettosi dei loro diritti personali.

San Paolo Apostolo nella seconda lettura della liturgia della parola di Dio di questa domenica di fine settembre, scrivendo all’amico Timoteo, nella sua prima lettera indirizzata a questo suo referente spirituale e pastore, parole di grande rilevanza morale ed ecclesiale, raccomandando cose da evitare e cose da farsi, per il bene proprio e per la testimonianza di fede che bisogna dare nel nome di Cristo: “Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen”.

Concludo la mia riflessione con la preghiera della colletta, che è la sintesi di quanto andremo a meditare sui testi sacri, non solo durante la messa domenica, ma ogni volta che arriva l’occasione per farlo e facendolo con cuore sincero e predisposto al bene: “O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri,  mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno”.

 

 

AIROLA (BN). TRIGESIMO DELLA MORTE DELLA SIG.NA CIRA RUNGI

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AIROLA (BN) TRIGESIMO DELLA MORTE DELLA SIG.NA CIRA RUNGI

Ricorre oggi il trigesimo della morte della Signorina Cira Pasqualina Rungi, maestra delle scuole elementari e noto personaggio della città di Airola, per il grande impegno culturale, sociale, umano e religioso che la Sig.na Cira ha profuso nel corso della sua vita terra. La celebrazione del trigesimo si svolgerà nella Chiesa di San Pasquale in Airola, alle ore 18.00, essendo la Signorina Cira una consacrata laica nell’Ordine Francescano secolare e secondo i suoi desideri.

L’improvvisa e inattesa morte della Signorina Rungi ha sconvolti tutti in Airola e nei luoghi dove era conosciuta, amata e stimata per l’opera svolta.

Infatti,  all’alba della festa di Santa Chiara d’Assisi, l’11 agosto 2016, alle ore 5.00 del mattino, all’età di 69 anni, compiuti il 22 febbraio scorso,  è morta la signorina Cira Pasqualina Rungi, instancabile missionaria della carità nella città di Airola.

Nata a Napoli (Bn) il 22 febbraio 1949, fin da piccola ha curato una spiccata vocazione alla vita di preghiera, di carità e di servizio.

Per oltre 40 anni è stata apprezzata e stimata maestra delle scuole elementari, formando intere generazioni di airolani e di bambini della Valle Caudina, ai quali ha trasmesso l’amore per lo studio, per la cultura e soprattutto per la matematica, di cui era un’esperta nella scuola primaria.

Consacrata laica nell’Ordine Francescano Secolare (OFS), è stata anche ministra della fraternità di Airola, dando esempio di dedizione, di distacco dal ruolo e impegno sentito e responsabile in questo ufficio, molto importante per animare spiritualmente ed umanamente la fraternità.

Promotrice di varie iniziative, soprattutto della processione con i quadri, cioè delle scene più significative della vita e del martirio di santa Maria Goretti, martire della purezza, ha curato questo significativo momento delle celebrazioni gorettiane in Airola, per oltre 40 anni. Iniziativa avviata con padre Valentino Orefice, di venerata memoria.

Donna di preghiera, partecipava a tutte le celebrazioni e alle feste che si tenevano nel convento dei Passionisti di Monteoliveto, dei Frati Minori di san Pasquale, del Monastero delle Clarisse, della Parrocchia d’origine, San Michele a Serpentara e delle altre Chiese. Membro di varie associazioni e cori, animatrice dei Gruppi di preghiera in onore di san Pio da Pietrelcina, ha diffuso la devozione verso i vari santi passionisti e francescani con un zelo e fervore, unici per lo stile e la costanza.

Donna di carità, aiutava tutti, piccoli, giovani, grandi, anziani e ammalati senza limitarsi nelle energie, senza chiedere nulla in cambio. Il tutto fatto in silenzio e con discrezione, nel rispetto delle singole persone e delle loro condizioni economiche e sociali.

Donna generosa evitava qualsiasi lusso o spreco per donare agli altri ciò che aveva, ed assicurare il necessario a chi ne aveva bisogno in Airola e in varie parti d’Italia e del mondo. Tantissima la beneficenza fatta, largheggiando in questo ambito per aiutare e non conservare nulla per sé in denaro o in cose.

Donna dell’accoglienza, ha ospitato nella sua casa di via Monteoliveto, ragazze ucraine, in evidente stato di necessità e che ha curato per tanti anni; ha adottato a distanza bambini in varie parti del mondo, con l’essere vicino ad associazioni e istituzioni cattoliche e laiche.

Donna particolarmente vicina ai suoi familiari e soprattutto al suo fratello sacerdote, padre Antonio Rungi, ha svolto, dopo la morte dei genitori, essendo la prima della famiglia e l’unica sorella, il ruolo di madre e di unificatrice per tutti i parenti e conoscenti. La sua casa era meta continua di persone di ogni genere e livello culturale, al fine di dialogare, ricevere un consiglio, pregare e anche gioire nei momenti di festa e di ricorrenze particolari.

Un male incurabile, nell’arco di pochi, dal 24 luglio all’11 agosto 2016 le ha stroncato la vita, senza poter fare nulla, quando il male si è rivelato. E’ spirata tra le braccia e con l’assistenza spirituale del fratello sacerdote, nella sua casa di Airola, dopo un’agonia di tre ore come Gesù in Croce.

Con la Signorina Cira, conosciuta in Airola, nel Sannio e oltre i confini provinciali e regionali, la cittadinanza ha perso una figura carismatica e di riferimento importante, un’icona della serietà, della moralità, dell’onestà, della disponibilità e dell’umiltà.

I funerali della Signorina Cira Rungi, si sono svolti il giorno 12 agosto 2016, alle ore 16.00, nella Chiesa di San Pasquale, con la partecipazione di circa 2.000 fedeli che hanno sostato in preghiera davanti alla sua bara, dalle 7.00 del giorno 11 alle 16,00 del giorno 12, con circa 30 sacerdoti concelebranti, tra passionisti, francescani e diocesani, con la visita del vescovo, monsignor Michele De Rosa, amministratore della Diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti e del Ministro provinciale dei Francescani, padre Antonio Tremigliozzi, del Sindaco della città, Michele Napolitano e di tante altre autorità civili e religiose del territorio.

Il rito è stato presieduto dal fratello sacerdote, padre Antonio Rungi. Concelebranti principali sono stati padre Antonio Siciliano, Superiore Regionale dei Passionisti di Napoli e padre Giuseppe Falzarano, francescano, cugino della defunta, con l’assistenza del cugino, don Vincenzo Falzarano, diacono permanente. Con il canto del Coro san Pasquale e san Gabriele, la celebrazione si è svolta tra il dolore, la commozione generale, ma anche con la gioia nel cuore e la consapevolezza di avere un angelo in più in cielo che prega per tutti, specialmente per i bambini, gli orfani, i giovani, gli anziani e sofferenti. A distanza di una settimana è stata celebrata una messa di suffragio, nella Chiesa di San Pasquale, il giorno 18 agosto, alle ore 19.00, ugualmente partecipata. Messa di suffragio anche a Mondragone nella Chiesa dei Passionisti, sabato 20 agosto, alle ore 18,30 con ampia partecipazione dei fedeli.

Messa di suffragio al Convento dei Passionisti di Itri, domenica 21 agosto 2016, alle ore 8.00 e alle ore 18.00 con sentita partecipazione dei fedeli che frequentano il convento.

Messa di suffragio anche nella Chiesa parrocchiale di San Michele a Serpentara, in Airola, sabato 10 settembre 2016, alle ore 19,30, in coincidenza con l’inizio del settenario di predicazione in onore della Madonna Addolorata, nella Chiesa dove la Signorina Cira ha dato un valido contributo, in vari campi, ai parroci passionisti che si sono alternati alla guida della parrocchia, soprattutto con padre Stefano, padre Pasquale, padre Antonio, padre Ludovico.

La Messa del trigesimo si celebrerà, oggi, lunedì 12 settembre 2016 alle ore 18.00 nella Chiesa di San Pasquale con la distribuzione del luttino. La messa sarà presieduta da padre Antonio Rungi, fratello della defunti e concelebrata da vari sacerdoti. Sono attesi moltissimi fedeli da Airola e da altri Comuni e località vicine e lontane.

In programma sono altre messe di suffragio, in coincidenza con il trigesimo della morte, per la Signorina Cira Rungi. Sabato prossimo, 17 settembre, alle ore 17,30 nella Chiesa delle Suore Gesù Redentore della Stella Marisi di Mondragone. Domenica, 18 settembre, alle ore 8.00 è prevista una solenne celebrazione per commemorare la figura esemplare della Signorina Cira anche ad Itri, nel Convento dei Passionisti, dove da 5 anni opera pastoralmente, contestulamente al Santuario della Civita, padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei passionisti dal 2003 al 2007 ed attuale vice-superiore della locale comunità.

COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI PASQUA – 10 APRILE 2016

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)
DOMENICA 10 APRILE 2016 

Nella rete della misericordia di Dio 

Commento di padre Antonio Rungi 

La terza domenica di Pasqua ci presenta Gesù che appare agli apostoli e li aiuta nel lavoro di pescatori. Da una notte senza aver pescato nulla, ad una pesca in pieno giorno in cui prendono tutto, raccolgono ogni tipo di pesce, piccoli e grandi, una raccolta straordinaria. E’ l’immagine di questo giubileo della misericordia, durante il quale il Signore Gesù, attraverso l’opera della sua Chiesa, intende raccogliere nella rete del suo amore misericordioso tutti i suoi figli. Quelli che vivono nella grazia e quanti sono lontani da una vita di preghiera e sacramentale. Il miracolo della pesca abbondante che Gesù permette di fare agli apostoli dopo una notte di lavoro senza aver raccolto nulla ci indica la strada di come lavorare nel campo dell’apostolato. Solo con Gesù e in ascolto della sua parola, nel mettere in pratica i suoi insegnamenti possiamo riavvicinarci a Lui e portare a Lui chi naviga in mari pericolosi, smarrito tra tanti rischi della vita di tutti i giorni, quando non si è in sintonia con il vangelo dell’amore e della misericordia. Gesù, agli apostoli, dopo aver dato il conforto di una pesca eccezionale, vuole condividere con loro la gioia dello stare insieme. E’ la chiesa della risurrezione che intorno al suo maestro si accosta al cibo eucaristico, dal quale trae la forza e il coraggio per testimoniare e vivere il vero amore nel mondo. Non a caso dopo la pesca miracolosa Gesù si rivolge a Pietro in prima persona e gli pone una delle domande alle quali o si risponde con sincerità oppure tutto diventa farsa, menzogna e fariseismo. Dalla risposta cosciente e convinta alla richiesta di un amore sincero, scaturisce la sequela di Cristo e le conseguenze di tale scelta totale di Cristo. Il dialogo tra Gesù e Pietro è tra i quelli che toccano le corde più profonde di un Dio, che è Gesù, e di un essere umano, Pietro:Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». Questa domanda il Signore, oggi, la rivolge a ciascuno di noi. In che misura possiamo dire come Pietro: Signore, tu sai che io ti amo e sei tutta la mia vita? Certo nella misura in cui ogni giorno ci immergiamo in questo amore, mediante la preghiera, la partecipazione alla messa, alla comunione, nell’ascolto della sua parola, nella pratica della giustizia, nella lotta per la verità, nella difesa degli ultimi, questo amore cresce in noi e diventa autentico. La risposta che Cristo ci chiede se ci vogliamo porre alla sua sequela è quella di una amore completo che si fa servizio ed oblazione e che investe tutta la vita, fino al mistero più paradassale della morte in croce alla quale allude Gesù nella parte finale del dialogo con Simon Pietro. Tu Maestro ci hai insegnato ad amare e fa che questo amore sia ogni giorno più forte e potente per combattere le forze dell’odio e della morte che si presenti in questo nostro tempo. Bisogna avere il coraggio e la fede dei primi apostoli e dei primi cristiani di Gerusalemme che, nonostante la persecuzione, le proibizioni dei politici del tempo, vanno avanti per la loro strada nel parlare di Cristo e nell’annunciare la sua misericordia. Il coraggio dei martiri, dei perseguitati per la fede è quello che oggi la chiesa necessita. E’ vero che anche oggi tanti sono i cristiani, nel mondo, che testimoniano la fede fino alla morte. Anche in questi ultimi mesi, da ogni angolo della terra, i crimini contro i cristiani si rinnovano, senza che alcuno alzi la voce a loro protezione e difesa, tranne quella del Papa, dei Vescovi, dei sacerdoti e di quanti sperimentano l’emarginazione in questo nostro terribile momento storico.In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò gli apostoli dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo».  Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.Una riflessione conclusiva su quanto ci raccontano e ci insegnano i due testi biblici che abbiamo ascoltato e commentato in questa terza domenica di Pasqua la troviamo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dall’Apocalisse. In questa meravigliosa visione dell’apostolo Giovanni, è la sintesi della nostra fede, del nostro cammino nella storia e della meta ultima del nostro pellegrinaggio verso l’eternità: “Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

Vogliamo metterci in adorazione del Risorto in questo tempo di Pasqua e noi sappiamo benissimo che il Risorto è presente in corpo, sangue ed anima nella santissima eucaristia. Il tempo di Pasqua sia il tempo di un’adorazione perpetua al Cristo, volto misericordioso del Padre. Lasciamoci prendere nella rete del suo amore e lasciamoci catturare dal suo volto luminoso, glorioso, che è la nostra vera gioia.

Sia questa la nostra umile preghiera: Padre misericordioso, accresci in noi la luce della fede, perché nei segni sacramentali della Chiesa riconosciamo il tuo Figlio, che continua a manifestarsi ai suoi discepoli, e donaci il tuo Spirito, per proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore. Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 24 GENNAIO 2016

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TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 GENNAIO 2016 

GESU’ GIUBILEO DELLA MISERCORDIA DEL PADRE

Commento di padre Antonio Rungi 

Nell’anno giubilare della misericordia, in questa terza domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, risuona con particolare significato la parola di Dio che ascoltiamo nella liturgia della santa messa di oggi. E’ nel testo del vangelo di Luca, che ci racconta della presenza di Gesù a Nazaret, nella sinagoga del paese dove ha vissuto la sua infanzia, fino al momento dell’attività missionaria, ove ha l’opportunità, come tutti gli israeliti di leggere la parola di Dio.  Gli capitò in quel sabato di leggere il testo del profeta Isaia, ben noto, in cui si parla appunto della venuta del messia, del tempo della liberazione ed anche dell’anno giubilare, l’anno in cui più potente si faceva e si fa il dono della misericordia verso tutti e verso gli ultimi, i poveri, i carcerati, coloro che erano e sono soggiacenti in ogni forma di schiavitù morale, spirituale materiale. Gesù si fa proprio quel testo profetico dell’Antico Testamento e lo adatta alla sua missione e alla sua presenza nel mondo. «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato», egli dice si realizza tutto quello che aveva detto il profeta. Ma cosa aveva previsto, prefigurato il grande profeta della libertà? Vedeva nella venuta del Signore il tempo della misericordia, della liberazione, del ritorno ad una vita davvero felice. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». In verità anche il profeta Neemia, nel brano della prima lettura di questa domenica ci racconta della liturgia della parola di Dio, che si usava celebrare presso gli Israeliti. In gioco ci sono gli addetti alla proclamazione della parola del Signore, che, nel caso specifico, è il sacerdote Esdra, il quale “portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza.  Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore”. L’importanza e la sacralità delle lettura della parola di Dio è ben nota presso il popolo d’Israele come è facile capire da questo testo. Il grande rispetto e la venerazione che si deve alla parola di Dio è accreditata in modo certo presso il nuovo popolo di Dio, la comunità cristiana che era assidua, fin dai primi tempi dopo la risurrezione di Cristo e la sua Ascensione al cielo e con l’invio dello Spirito Santo, nella lettura della parola di Dio e nell’insegnamento degli Apostoli. Anche le comunità cristiane come la comunità ebraica si nutrivano della parola di Dio e continuano a nutrirsi, attraverso varie forme di celebrazione della parola, tra cui eminentemente nella celebrazione della santa messa. La prima parte della celebrazione eucaristica è, infatti, dedicata alla liturgia della parola. Quella parola che abbiamo ascoltato e che insieme, anche in questa domenica, diventa cibo per le nostre anime e sulla quale meditiamo, riflettiamo e promettiamo di operare coerentemente con essa. E’ interessante, proprio attingendo dal testo della prima lettura di oggi, quale dignità avesse la parola di Dio presso il popolo di Israele e con quanta responsabilità, mansione ed attenzione ci si accostava ad essa specie nella proclamazione in pubblico dei testi sacri. Non ci si inventava lettori e come vengono detti, leviti, cioè addetti alla liturgia, ma si veniva formati alla proclamazione ufficiale ed in pubblica assemblea della parola di Dio. Infatti, i levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. Come si vede la parola veniva proclamata e commentata: catechesi, omelie, spiegazione dei testi sacri hanno una storia che parte dagli ebrei, i nostri fratelli maggiori nella fede e gli specialisti della lettura della Legge di Dio e dell’antica alleanza. Nella lettura pubblica della parola di Dio non erano esclusi gli uomini politici, coloro che detenevano il potere. Infatti alla lettura è presente anche Neemia. I vari personaggi citati nel brano, e cioè  Neemìa, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti,  ammaestravano il popolo dicendo a tutti i presenti: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». In poche parole è il sabato ebraico, divenuto la nostra domenica, giorno del Signore, durante il quale è dovere di tutti i credenti “fare festa ed abbandonare l’abito di lutto e del dolore”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Una festa che parte dall’ascolto della parola e si estende nella vita familiare e sociale. Non senza motivo  Neemìa disse al popolo dopo aver ascoltato la parola: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». Fare festa con un lauto convito, ma anche far fare festa a chi era sprovvisto di cibo. Non è domenica se non solleviamo la sofferenza di chi sta nella necessità ed ha bisogno del cibo materiale. Questa è un dovere morale, oltre che un obbligo civile su tutta la terra. A nessuno deve mancare il cibo della festa, ma anche il cibo della quotidianità. Ma questo è un sogno che non si realizza, se tutti pensano a soddisfare il proprio stomaco senza considerare le necessità degli altri. Il giubileo che stiamo celebrando ci chiede espressamente di vivere ed attuare le opere di misericordia corporale e spirituale a partire da quel dar da mangiare agli affamati che deve entrare nel nostro sistema d vita e non solo di pensiero. Tutto questo sarà possibile anche per noi cristiani del XXI secolo che formiamo un corpo solo e ci sentiamo davvero Chiesa, operando come membra vive e vitali in essa, secondo quanto ci dice l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi: “Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. Sia questa la nostra sentita e convinta preghiera nella domenica dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani e alla vigilia della festa della conversione di San Paolo Apostolo: O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza”. Amen.

IL TESTO DELLA VIA CRUCIS PER LA QUARESIMA 2016 CON MEDITAZIONI DI P.RUNGI

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VIA CRUCIS – QUARESIMA  2016

ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA

MEDITAZIONI DI PADRE ANTONIO RUNGI PASSIONISTA

 

INTRODUZIONE

La Quaresima di questo Anno Giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio” (Papa Francesco, MV, 17).

L’anno giubilare della misericordia ci impegna personalmente ed ecclesialmente, come comunità di credenti, ad approfondire il tema della misericordia. 

La preghiera è lo strumento più importante per alimentare nella nostra vita un atteggiamento ed un comportamento davvero misericordioso, secondo il motto del Giubileo della Misericordia: “Misericordiosi come il Padre”.

La preghiera della Via Crucis vuole raggiungere mediante la pratica di essa, l’obiettivo di una vera conversione interiore e di un sincero atteggiamento misericordioso.

 

RITO INIZIALE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

 

La Via della Croce è la via dell’amore e della gioia. Essa è un movimento del cuore dell’uomo incontro a Cristo e ai fratelli. E’ un cammino di conversione, penitenza e di gioia. Seguendo Cristo, percorriamo, infatti, l’itinerario del dolore che sboccia con la domenica della risurrezione.

 

Breve pausa di silenzio

 

Preghiamo.

O Dio, che hai redento l’uomo col sangue prezioso del tuo Figlio unigenito concedi a tutti noi la sapienza della croce per celebrare con fede i misteri della passione del tuo Figlio e gustare la dolcezza del tuo perdono. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

PRIMA STAZIONE

Gesù è condannato a morte

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 10-14

[Pilato] sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato [Gesù] per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Ma Pilato diceva loro:” Che male ha fatto?”. Allora essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

 

MEDITAZIONE

L’inizio del cammino di misericordia, trova la sua prima tappa proprio nella condanna a morte di Gesù. Da lì inizia il cammino di Gesù verso la croce,  e la croce diventa lo strumento di redenzione e di misericordia. E’ importante per ogni cristiano seriamente intenzionato a fare un cammino di conversione, ripartire da questo momento del processo a Gesù. E davanti all’Ecce Homo, dolorante e sanguinante, riconoscere i propri peccati con umiltà. Chiedere perdono è l’atto più nobile di un cuore che tende alla vera misericordia.

E noi lo vogliamo fare sinceramente all’inizio di questa Via Crucis, con un sincera contrizione per i peccati commessi.

 

PREGHIAMO

O Dio, Padre nostro, effondi sempre più largamente in noi i benefici della tua redenzione e donaci di condividere la passione di Cristo per aver parte, un giorno, alla sua gioia nel santo paradiso. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.

 

Padre nostro…

 

Stabat Mater dolorosa,

iuxta crucem lacrimosa,

dum pendebat Filius.

 

SECONDA STAZIONE

Gesù è caricato della Croce

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal Vangelo secondo Marco 15, 16-20

Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui.  Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia, del cuore buono e dell’intelligenza aperta alla verità, la percorrono anche coloro che come Gesù si caricano sulle spalle le loro croci quotidiane, con dignità e rassegnazione alla volontà di Dio. Incontrare Gesù sulla via del Calvario ti cambia la vita in un istante e imbocchi un’altra strada. Non più la strada di Pilato, del Sinedrio e della gente sobillata da chi aveva interesse ad eliminare fisicamente Gesù, ma la strada del Signore, la strada del cuore, la strada dell’amore, che fa dono.

Signore indicaci sempre la tua strada e aiutaci a percorrerla con la gioia nel cuore e la tua stessa convinzione.

 

PREGHIAMO

O Dio, donaci spirito di carità e di pace perché l’offerta della vita, compiuta da Cristo a salvezza del mondo, si prolunghi nella memoria e nell’amore fraterno dei tuoi figli.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Padre nostro…

 

Cuius animam gementem,

contristatam et dolentem

pertransivit gladius.

 

 

TERZA STAZIONE

Gesù cade per la prima volta

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal libro del profeta Isaia. 53, 4-8

Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità… Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo.

 

MEDITAZIONE

La strada della misericordia è la strada che mette in discussione le proprie sicurezze ed evidenza le proprie debolezze e le proprie cadute. Gesù che cade sotto il peso dei peccati del mondo, è un Gesù che si rialza, per indicarci che la strada della misericordia non si arresta mai, va sempre più oltre fino alla salvezza finale.

Signore, sollevaci ogni volta che cadiamo sotto il peso dei nostri peccati e nel fango della miseria umana.

 

PREGHIAMO

Guarda, Dio onnipotente l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale e fa che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio. Egli vive e regna per i secoli eterni.

R. Amen.

 

T. Padre nostro….

 

O quam tristis et afflicta

fuit illa benedicta

mater Unigeniti!

 

 

QUARTA STAZIONE

Gesù incontra sua Madre

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal Vangelo secondo Luca. 2, 34-35. 51

Simeone parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” …Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia fu Gesù per primo a percorrerla. A suo fianco e strettamente congiunto a Lui, fu Maria la sua madre. La via di Gesù fu una via di obbedienza e di sottomissione, prima di tutto a Dio Padre  e poi alle figure parentali che Dio stesso aveva scelto per accompagnare Gesù nella vicenda umana, terrena e storica. L’incontro di Gesù con la sua Madre, lungo la via del Calvario ci suggerisce di confidare sul ruolo di mediatrice di Maria, associata al mistero di Cristo, come cooperatrice.

Signore Gesù, mediante l’intercessione della Vergine Santa, aiutaci a comprendere il grande dono della fede.

 

PREGHIAMO

O Signore nel devoto ricordo della Beata Vergine Maria, data a noi come madre dolcissima presso la croce di Gesù tuo Figlio, aiutaci a completare in noi per la Santa Chiesa, ciò che manca alla passione di Cristo tuo Figlio.

Egli vive e regna per i secoli eterni.

Amen.

 

Padre nostro…

 

Quæ mærebat et dolebat

pia mater, cum videbat

Nati pœnas incliti.

 

 

QUINTA STAZIONE

Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 21-22

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia, Gesù la continua a percorrere da solo e in questo caso in compagnia, aiutato, contro la volontà di costui, da un uomo di Cirene costretto dai soldati a caricarsi della croce di Gesù. A volte le circostanze della vita e le situazioni ci pongono di fronte alle cose che non cerchiamo, ci fanno fare cose che non vorremmo fare, soprattutto nel male. Eppure le facciamo consapevolmente o inconsapevolmente.

Gesù ci aiuti a comprendere il grande dono di prendere le nostre croci e fare penitenza in sconto dei nostri peccati.

 

PREGHIAMO

Scenda su noi largamente, o Dio, la tua benedizione; nei misteri della passione redentrice, donaci di aprire il cuore alla salvezza conquistata da Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Egli vive e regna per i secoli eterni.

R. Amen.

 

Padre nostro….

 

Quis est homo qui non fleret,

Matrem Christi si videret

in tanto supplicio?

SESTA STAZIONE

La Veronica asciuga il volto di Gesù

 

Dal libro del profeta Isaia. 53, 2-3

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia la sperimenta anche questa donna che asciuga il volto di Gesù, la Veronica. Anche lei da Gesù è chiamata a seguirlo sulla via della croce, del dolore e dell’amore che si fa oblazione e rinuncia a tutto per mettersi alla sequela di Lui. Non tutti i seguaci di Gesù saranno fedeli fino alla fine, ma anche chi non lo fu, ha trovato in Gesù il vero volto della misericordia, perché è il volto dell’amore e del perdono. La Veronica quel volto lo ha avuto in dono, un volto insanguinato, ma comunque il Volto Santo di Gesù, il volto della vera tenerezza e del perdono.

Signore insegnaci a non offendere il tuo volto santo e non aggiungere alto sangue al tuo volto già fortemente segnato dalla sofferenza.

 

 

 

PREGHIAMO

O Dio, tra le opere più mirabili è la rigenerazione dell’uomo; rendi vana l’azione del tentatore e spezza le catene mortali del peccato perché sia distrutta l’invidia che ci ha perduto e vinca l’amore che ci ha salvato.

Per Cristo nostro Signore.

 

Padre nostro..

 

Quis non posset contristári,

piam Matrem contemplári

doléntem cum Filio?

 

SETTIMA STAZIONE

Gesù cade per la seconda volta

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal libro delle Lamentazioni. 3, 1-2. 9. 16

Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce… Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri… Mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere.

 

MEDITAZIONE

Anche nella seconda caduta, Gesù rivela il volto misericordioso del Padre, perché da quella caduta si rialza nuovamente e va avanti sulla strada del calvario. Anche per noi è la stessa cosa, se abbiamo la profonda convinzione che per quanto siamo peccatori, tutti i peccati Dio li perdona mediante il sangue di Gesù Cristo, versato sulla croce per la nostra salvezza e riconciliazione. Signore dacci la grazia di sempre rialzarci, anche quando le nostre forze spirituali ed interiori vengono meno e noi rimaniamo sempre gli stessi, senza nessun progresso di bontà e santità di vita.

 

 

PREGHIAMO

O Misericordioso  ed eterno Iddio, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente l’insegnamento della sua passione per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli vive e regna per i secoli eterni.

Amen.

 

Padre nostro….

 

Pro peccatis suæ gentis

vidit Iesum in tormentis

et flagellis subditum.

 

OTTAVA STAZIONE

Gesù incontra le donne di Gerusalemme

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal Vangelo secondo Luca. 23, 28-31

Gesù , voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”.

 

MEDITAZIONE

Gesù associa alla sua via della misericordia, altre figure che troviamo nel Vangelo, come le pie donne. In questa stazione della via crucis, come ci ricorda l’Evangelista Luca, Gesù chiede alle pie donne che incontra sulla via del calvario, di non piangere su di Lui, ma sui tanti peccati e miserie umane dei loro figli. La via della misericordia passa attraverso la via della responsabilità anche di madre e padri che non sanno, spesso, guidare in modo adeguato i propri figli sulla via della grazia. Chiediamo a Gesù che indichi a tutte le madri e i padri del mondo la strada per aiutare i figli a credere, ad amare e a sperare.

 

PREGHIAMO

Signore, non chiudere la porta anche se ho fatto tardi. Non chiudere la porta: sono venuto a bussare. A chi ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso. Tu che vivi e regni nei secoli eterni.

Amen.

 

Padre nostro….

 

Tui nati vulnerati,

tam dignati pro me pati,

pœnas mecum divide.

 

NONA STAZIONE

Gesù cade per la terza volta

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal libro delle Lamentazioni. 3, 27-32

È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia che Gesù percorre, la celebre via del Calvario, pone altri inciampi al Salvatore. Lungo quella via cade per tre volte e nella terza volta la caduta sotto il pesante legno della croce si fa più drammatica. Le forze sono all’estremo e le energie di riprendere il cammino quasi completamente esaurite. Eppure Gesù si rimette in piedi da solo o forse costretto a farlo dai soldati che lo scortano non per aiutarlo, ma per portare a compimento il mandato di Pilato della condanna a morte per crocifissione. In questo alto momento di sofferenza di Gesù comprendiamo maggiormente quanto sia grande in amore e misericordia il cuore di nostro Signore.

Signore aiutarci a rialzarci sempre dalle nostre debolezze materiali e spirituali e sostienici Tu lungo il cammino del nostro calvario quotidiano. Amen

 

PREGHIAMO

Dio ricco di misericordia, dona a tutti i credenti la salvezza operata dalla passione redentrice e infrangi per il tuo amore infinito i vincoli dell’antica condanna in cui ricadiamo continuamente a motivo della nostra fragilità. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Padre nostro….

 

Eia Mater, fons amoris,

me sentire vim doloris

fac, ut tecum lugeam.

 

DECIMA STAZIONE

Gesù è spogliato delle vesti

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 24

I soldati si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere.

 

MEDITAZIONE.

La via della misericordia è la via della povertà, dal distacco da ogni cosa. Le opere di misericordia spirituale e corporale ci ricordano quanto sia importante per i cristiani spogliarsi di tutto ciò che è vanità, è possesso materiale e soprattutto di quella sete di potere e di dominio che distrugge nell’essere umano l’immagine del Servo sofferente di Javhé, che portiamo impressa nei nostri cuori, perché siamo chiamati, con il nostro dolore e distacco dal mondo, a completare ciò che manca alla Passione del Signore.

 

PREGHIAMO

O Dio, che hai redento l’uomo con il sangue prezioso del tuo Figlio unigenito, a quelli che adorano la croce, concedi la liberazione dal peccato e la vita eterna che dalla stessa croce è per noi scaturita. Per Cristo nostro Signore.

R. Amen.

 

Padre nostro…

 

Fac ut ardeat cor meum

in amando Christum Deum,

ut sibi complaceam.

 

 

UNDICESIMA STAZIONE

Gesù è inchiodato sulla Croce

 

V. Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

R. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 25-27

Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.

 

MEDITAZIONE

La via misericordia non si arresta davanti alla crocifissione di Gesù, di fronte al bloccaggio materiale del Figlio di Dio, ormai inchiodato sul patibolo più ignominioso di tutti i temi. La misericordia divina cammina e si diffonde mediante la grazia e bontà di Dio che si estende fino ai confini del mondo e ingloba tutto il creato e tutte le creature.

Gesù donaci la forza di non rimanere inermi e fermi sulle nostre croci quotidiane, senza alimentare in noi la speranza e il sogno di un avvenire più a dimensione umana e divina.

 

PREGHIAMO

O Salvatore, sacerdote tu sei divenuto vittima; Redentore nostro ti sei fatto nostro prezzo: custodisci da tutti i mali coloro che tu hai redento. Tu che vivi e regni per i secoli eterni. 

R. Amen.

 

Padre nostro….

 

Sancta Mater, istud agas,

Crucifixi fige plagas,

cordi meo valide.

 

 

DODICESIMA STAZIONE

Gesù muore sulla Croce

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 33-34. 37. 39

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì , Eloì , lema sabactà ni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Ed egli, dando un forte grido, spirò … Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia sta per concludersi. Il luogo più forte da un punto di vista spirituale è proprio il Calvario, la Croce e soprattutto il Crocifisso, cioè Gesù il Figlio di Dio, condannato a morte da gente spietate e senza misericordia e cuore, Lui l’innocente vero e per sempre, si trova a perdonare tutti coloro che l’hanno condannato a morte. Dall’altare della croce oltre a perdonare i suoi crocifissori, perdona l’umanità intera e con il sangue che versa da quel patibolo infamante, nasce una nuova umanità, quella redenta da vero volto misericordioso di dio, che è Gesù Crocifisso.

Signore la tua morte sia per tutti noi una continua lezione a morire a noi stessi, al nostro orgoglio e ad allontanare da noi la via del male.

 

PREGHIAMO

O Padre, che ci hai ridato la vita eterna nella Pasqua del tuo Unigenito venuto a farsi condannare per nostro amore, rivolgi a lui i nostri cuori e la nostra vita perché sia mite con noi quando ci verrà a giudicare e ci unisca alla sua gloria di Salvatore risorto. Egli vive e regna per i secoli eterni. 

Amen.

 

Padre nostro…

 

Vidit suum dulcem Natum

morientem desolatum,

cum emisit spiritum.

 

TREDICESIMA STAZIONE

Gesù è deposto dalla Croce

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 42-43. 46

Sopraggiunta ormai la sera, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce.

 

MEDITAZIONE

La strada della misericordia trova la sua conferma nella deposizione dalla croce nel grembo misericordioso di Maria. Gesù morto è tra le braccia della sua madre. La misericordia di Cristo si fa tenerezza tra le braccia misericordiose di Maria.

Signore insegnaci ad aver misericordia di tutti e a perdonare tutti per amor tuo.

 

PREGHIAMO

Signore, che per la morte del tuo Figlio ci fai sperare nei beni in cui crediamo, fa’ che per la sua risurrezione possiamo giungere alla meta della nostra speranza. Per Cristo nostro Signore. 

Amen.

 

Padre nostro…

 

Fac me vere tecum flere,

Crucifixo condolere,

donec ego vixero.

 

 

 

QUATTORDICESIMA STAZIONE

Gesù è deposto nel sepolcro

 

Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.

Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

 

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 46-47

Giuseppe d’Arimatea, avvolto il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto.

 

 

MEDITAZIONE

La via della misericordia è la via del silenzio della morte in attesa della vita nuova. Gesù che rimane per tre giorni nel sepolcro indica la strada maestra entro la quale dobbiamo camminare, nell’onestà, nella verità, nella purezza dei sentimenti e degli intenti. La chiesa sgorgata dal suo costato trapassato dalla lancia, con tutta la struttura sacramentale, è la struttura essenziale della misericordia divina nella quale crediamo e nella quale siamo chiamati a morire all’uomo vecchio e alle sue passioni ed aprirci all’uomo nuovo con una fede sincera nel vero Dio e non nei salsi dei ed idoli che noi ci costruiamo con le nostre mani, come gli Ebrei che si costruirono il vitello d’oro per adorarlo con atti idolatrici. Signore fa che deponiamo ogni veste di superbia ed orgoglio e con umiltà ti chiediamo di rianimarci spiritualmente dopo i nostri umani peccati. Amen

 

PREGHIAMO

Scenda, Signore, la tua benedizione su noi che abbiamo commemorato la morte del tuo Figlio nella speranza di risorgere con lui; venga il perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la certezza nella redenzione eterna. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Padre nostro….

 

Quando corpus morietur,

fac ut animæ donetur

paradisi gloria. Amen.

 

 

 

RITO DI CONCLUSIONE

 

Pater, Ave e Gloria secondo le intenzioni del Papa e per ottenere le indulgenze plenarie.

 

Scenda, Signore, la tua benedizione su noi che hai riscattato con la morte del tuo Figlio; venga il perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la certezza della redenzione eterna. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Il Signore, sia con voi.

E con il tuo spirito.

 

Vi benedica Dio onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Amen

 

Benediciamo il Signore.

Rendiamo Grazie a Dio

 

Canto finale

 

 

 

 

 

 

 

COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE 2015

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COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Lunedì 2 Novembre 2015

La morte: il nostro natale per l’eternità

Commento di padre Antonio Rungi

Per i cristiani la morte è il transito all’eterno è il dies natalis, cioè della vera nascita, quella per l’eternità celebriamo una volta e per sempre nel giorno in cui il Signore ci chiama a far parte del suo Regno eterno nel santo Paradiso. Oggi, commemorazione annuale di Tutti i Fedeli Defunti, noi come credenti riflettiamo sul senso della vita, piuttosto che sul senso della morte, in quanto la morte, pur essendo un fatto biologico, naturale, in realtà essa non riguarda l’essere umano, perché, in base alla sua anima spirituale ed immortale, egli non è soggetto alla morte eterna e se pure attraversa la morte corporale per lui esiste anche una risurrezione finale. In poche parole, la morte non è l’ultimo atto di una storia umana individuale e personale, ma l’inizio di una nuova vita, quella di comunione con Dio. E noi in questo giorno di riflessione e di preghiera per i nostri fratelli defunti, quelli più stretti a noi da vincoli di affetto e di sangue, a quelli sconosciuti e dimenticati da tutti, vogliamo rendere lode al Signore che ci ha aperto, attraverso la sua morte in Croce e risurrezione il varco per un’eternità beata. Oggi celebriamo la nostra pasqua, quella del vero passaggio dalla morte alla vita, perché, per quanti hanno operato il bene ed hanno risposto in pienezza al messaggio evangelico la morte non è altro il giorno della vita, della nascita, della felicità per sempre. Oggi, infatti, come Natale e Pasqua i sacerdoti hanno la facoltà di celebrare tre sante messe, con altrettanti formulari di preghiera e di testi biblici, che ne costituiscono l’ossatura e la struttura di celebrazione eucaristica. Noi in questa meditazione sulla giornata di Commemorazione ci soffermiamo a riflettere sui testi delle letture della prima messa, anche perché è quella che apre la giornata eucaristica per ogni sacerdote, che celebra l’eucaristia nella prima mattinata, come è prassi. E il primo pensiero meditativo va proprio all’antifona d’ingresso della prima messa dei defunti: “Gesù è morto ed è risorto; così anche quelli che sono morti in Gesù Dio li radunerà insieme con lui. E come tutti muoiono in Adamo, così tutti in Cristo riavranno la vita”. (1Ts 4,14; 1Cor 15,22). Il riferimento alla risurrezione è evidente in questo primo passo nella commemorazione dei defunti. Si piange per la perdita dei propri cari, ma si gioisce, nella speranza che un giorno ci rivedremo tutti insieme nell’eternità, con un corpo trasformato e destinato alla vita eterna. Noi crediamo infatti alla risurrezione finale anche del nostro corpo mortale, perché Gesù ha portato nella gloria del paradiso la nostra umanità, ascendendo al cielo in anima e corpo e confermando questa prospettiva di un’eternità beata, anche per la nostra corporeità, con l’Assunzione al Cielo della Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra. Questa verità di fede in cui noi crediamo, la esprimiamo oggi anche nella preghiera iniziale della messa dei defunti: “Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova”.
Tale vita nuova, a cui aspiriamo, piangenti e gementi in questa valle di lacrime, è il Paradiso, è il Regno eterno di Dio. Ce lo ricorda il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro di Giobbe, che in un canto di lode al Signore, in un impeto di gioia e speranza nel Signore, scrive: “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro». La  consapevolezza dell’eternità della felicità, dell’incontro con il Risorto, è questo il dono della fede che esprimiamo anche nel Credo con quella espressione, credo nella “risurrezione della carne e la vita eterna”. Credere nella risurrezione e nella vita eterna, significa camminare sulla strada che hanno percorso i santi, i quali hanno perseguito questo obiettivo avendo chiaro nella loro vita quello che l’Apostolo Paolo ci indica nel brano della sua Lettera ai Romani che oggi ascoltiamo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.  A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. Noi, quindi, siamo uomini di speranza, anzi di certezze di fede che attingiamo dalla parola di Dio, che è vita e sostegno al nostro cammino nel tempo presente, assegnando a noi, nella quantità e nella qualità che solo il Signore sa. D’altra parte, la volontà di Dio, espressa in tanti modi mediante la vita, le opere di Cristo è ben espressa nel vangelo di Giovanni, che è il primo testo del vangelo che oggi ci accompagna in questa giornata di riflessione sulla morte-vita, qual è la Commemorazione dei Fedeli Defunti. “E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Con animo pieno di fiducia nel Signore, anche in questa giornata, e non solo in questa, vogliamo elevare la nostra umile preghiera in suffragio di tutti i fratelli che hanno lasciato questo mondo per l’eternità e lo facciamo con la stessa preghiera che Papa Francesco ha recitato il giorno 2 novembre 2014, durante l’Angelus, pregando con queste parole: «Dio di infinita misericordia, affidiamo alla tua immensa bontà quanti hanno lasciato questo mondo per l’eternità, dove tu attendi l’intera umanità, redenta dal sangue prezioso di Cristo, tuo Figlio, morto in riscatto per i nostri peccati. Non guardare, Signore, alle tante povertà, miserie e debolezze umane, quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale, per essere giudicati per la felicità o la condanna. Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso, che nasce dalla tenerezza del tuo cuore, e aiutaci a camminare sulla strada di una completa purificazione. Nessuno dei tuoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’inferno, dove non ci può essere più pentimento. Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari, delle persone che sono morte senza il conforto sacramentale, o non hanno avuto modo di pentirsi nemmeno al temine della loro vita. Nessun abbia da temere di incontrare Te, dopo il pellegrinaggio terreno, nella speranza di essere accolto nelle braccia della tua infinita misericordia. Sorella morte corporale ci trovi vigilanti nella preghiera e carichi di ogni bene fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza. Signore, niente ci allontani da Te su questa terra, ma tutto e tutti ci sostengano nell’ardente desiderio di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen» (P. Antonio Rungi, passionista, Preghiera dei defunti).

 

PADRE ANTONIO RUNGI, 40 ANNI DI VITA SACERDOTALE, IL 6 OTTOBRE 2015

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Padre Antonio Rungi, 40 anni di vita sacerdotale

Martedì 6 ottobre 2015, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista della comunità del Santuario della Civita, in Itri (Lt), ricorda i suoi 40 anni di vita sacerdotale a servizio della Chiesa, della Congregazione dei Passionisti e dell’intero popolo di Dio.
La fausta ricorrenza sarà ricordata con una solenne concelebrazione eucaristica che padre Antonio Rungi presiederà, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore di Gesù Redentore della Stella Maris di Mondragone, dove padre Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale per circa 30 anni, dal 1978 al 2003 e dal 2007 al 2011. E dove ancora oggi esercita il suo ministero come assistente spirituale delle Suore.
Alla celebrazione parteciperanno i parenti, i conoscenti, i sacerdoti, le suore, gli amici, gli studenti e quanti si vorranno aggiungere ad essi per condividere un momento di ringraziamento al Signore per il dono della vocazione alla vita sacerdotale, elargita a padre Rungi.
Dei 40 anni di vita sacerdotale, intensamente e generosamente vissuti come figlio spirituale di San Paolo della Croce, circa 30 sono stati al servizio della Chiesa locale di Sessa Aurunca e della comunità passionista di Mondragone (Ce), ricoprendo vari uffici e ruoli: Direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali, Responsabile della Pagina diocesana di Avvenire, Direttore dell’Ufficio pastorale del turismo, sport e spettacolo, cappellano delle Suore di Gesù Redentore, delle Suore Stimmatine, collaboratore della parrocchia san Rufino in Mondragone e di altre parrocchie, missionario e predicatore, docente di Teologia Morale e di altre discipline nell’Istituto Scienze religiose di Sessa Aurunca, docente nelle scuole statali, dove ancora oggi svolge il suo servizio e il suo ministero tra i giovani del Liceo Scientifico di Mondragone, insegnando Filosofia, Pedagogia e Scienze Umane. Docente di Teologia Morale al Magistero di Scienze Religiose di Capua e dell’Istituto Scienze Religiose di Teano.
Sono questi alcuni degli impegni come sacerdote e missionario ed educatore che padre Antonio Rungi ha svolto a Mondragone e nella Diocesi di Sessa Aurunca, ma si è pure prodigato tantissimo per la vita culturale, sociale e spirituale del territorio del litorale domiziano ed in particolare della parrocchia San Giuseppe Artigiano.
Nella comunità passionista di Mondragone è stato Direttore del Collegio San Giuseppe Artigiano, Direttore delle colonie estive, più volte vice-superiore della comunità e incaricato in vari settori della vita passionista.
Direttore della Rivista Presenza Missionaria Passionista dal 1990 al 2011 è giornalista pubblicista dal 1993 ed ha collaborato con varie Riviste e Quotidiani di ispirazione cristiana.
Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive della Rai, di Radio Vaticana, Radio Maria, Teleradio Padre Pio. Di questo grande santo beneventano è stato figlio spirituale negli anni 1958-68.
Dei rimanenti 11 anni di vita sacerdotale, padre Rungi, i primi tre, dal 6 ottobre 1975, quando fu ordinato a Napoli nella Chiesa dei Passionisti di Santa Maria ai Monti, da monsignor Antonio Zama, li ha vissuti nella comunità passionista di Napoli, ultimando gli studi per la Laurea in Teologia e svolgendo attività di predicazione e di collaborazione nella Parrocchia di San Paolo in Casoria.
Successivamente si è Laureato in Filosofia all’Università di Napoli e in Materie Letterarie all’Università di Cassino.
Nella stessa comunità di Napoli vi è ritornato a febbraio 2003 fino al maggio 2007 nell’Ufficio di Superiore provinciale dei Passionisti della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania) e guidando in quegli anni, saggiamente, gli oltre 100 sacerdoti e religiosi passionisti della Provincia religiosa e del Vicariato del Brasile, durante il mandato, concluso alla fine di aprile 2007.
In questo periodo, oltre a visitare sistematicamente le comunità passioniste del Basso Lazio e Campania e del Brasile, ha ricoperto l’Ufficio di Vice-presidente della Cism-Campania, la Conferenza dei superiori maggiori degli istituti religiosi maschili. Dal 1978 sempre impegnato nella scuola e nell’insegnamento, non ha mai tralasciato, tranne per un anno, questo ambito della pastorale e della formazione dei giovani.
Negli ultimi quattro anni di vita sacerdotale, dal 6 ottobre 2011, padre Antonio Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale nella comunità passionista di Itri-città e poi del Santuario della Civita, svolgendo un intenso ministero di predicazione itinerante e di assistenza spirituale alle Suore di varie Congregazioni.
Qui, attualmente vive, svolge il suo servizio scolastico a Mondragone e continuando ad assicurare la predicazione tipica della Congregazione dei Passionisti, ovunque viene chiamato e richiesto.

Nativo di Airola, in provincia di Benevento, nella Diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, dove nasceva 64 anni, accolto nelle braccia della Serva di Dio Concetta Pantusa, entra tra i passionisti da ragazzo, nel 1964 a soli 13 anni. Emette la professione religiosa il 1 ottobre 1967 insieme ad altri suoi confratelli, a Falvaterra (Fr). Segue gli studi liceali e filosofici a Ceccano, dal 1967 al 1971 e quelli teologici a Napoli, dal 1971 al 1979 quando si Laurea in Teologia.
Circa 15.000 articoli scritti per giornali, riviste, blog, siti internet, oltre 3.000 predicazioni svolte in Italia e all’estero, autore di libri di vario genere, di preghiere, di commenti alla Parola di Dio, grande comunicatore attraverso i new media, i suoi testi sono letti e commentati da migliaia di persone ogni settimana.
Per ricordare questo giorno speciale per lui, padre Rungi, come è solito fare nelle grandi circostanze e ricorrenze, ha composto una preghiera, da vero pastore che ha a cuore il bene supremo delle anime: “Signore, Buon Pastore, mite ed umile di cuore, Ti ringrazio per il dono della vita sacerdotale che mi hai voluto assicurare in questi 40 anni di totale servizio alle anime, che hai affidato alla mia cura pastorale. Rinnovo oggi le mie promesse sacerdotali che mi hanno impegnato nella sincerità del cuore e della mente in tutti questi anni, che Tu, Signore, mi hai concesso con tanta generosità. Ti chiedo perdono se, eventualmente, senza mio volere, non ho corrisposto pienamente alla vocazione sacerdotale e donami la grazia di portare a compimento l’opera che Tu, Gesù, Buon Pastore, hai iniziato in me 40 anni fa. Amen”.

Padre Antonio Rungi, inoltre, ringrazierà il Signore, la Madonna e San Paolo della Croce, al Santuario della Civita, nei prossimi giorni e in data da stabilire ad Airola, nel suo paese natio, che ha portato e porta nel cuore con grande affetto e nostalgia, perché in questa sua città, tra i suoi genitori, parenti, amici e figure esemplari di religiosi passionisti di Monteoliveto è nata e si è consolidata la vocazione alla vita religiosa e sacerdotale, che ha raggiunto traguardi rilevanti e significativi, di 51 anni da passionista e di 40 anni da sacerdote. Augurissimi padre Antonio per tanti anni ancora di vita sacerdotale e missionaria.

AIROLA (BN). DIECI ANNI FA LA RIAPERTURA DELLA CHIESA SAN MICHELE. CRONACA E PROTAGONISTI DELLO STORICO EVENTO

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AIROLA (BN). DECIMO ANNIVERSARIO DALLA RIAPERTURA DELLA CHIESA DI SAN MICHELE A SERPENTARA. LA CRONACA E I PROTAGONISTI DELLO STORICO EVENTO.

di Antonio Rungi

Il 4 settembre 2015 è stato ricordato il decimo anniversario della riapertura al culto della Chiesa parrocchiale di San Michele a Serpentara, in Airola (Bn). Fu per interessamento del Vescovo, monsignor Michele De Rosa, dell’allora superiore provinciale dei padri passionisti della Provincia religiosa dell’Addolorata, padre Antonio Rungi, nativo della stessa Airola e del compianto padre Stefano Pompilio, morto Il 7 gennaio 2011, che si rese possibile la riapertura al culto della Chiesa, dopo 25 anni di chiusura, in seguito al disastroso terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e nel Sannio. L’impegno maggiore per la riapertura fu assunto da padre Antonio Rungi, allora provinciale, in occasione della Festa di Santa Maria Goretti del 2005, e in modo speciale durante la processione della Santa che sostando nella piazzetta di San Michele fu accolta dai fedeli della parrocchia con uno striscione: “Vogliamo la riapertura della Chiesa di San Michele”.

I lavori stavano a buon  punto, ma dietro sollecito di padre Rungi, l’allora parroco,  padre Stefano Pompilio,  chiese al Vescovo di riaprire la Chiesa. Cosa che avvenne, domenica 4 settembre 2005, prima della festa in onore del titolare della stessa Chiesa, San Michele Arcangelo. Così riprendeva il suo cammino spirituale e pastorale la Chiesa e la parrocchia San Michele a Serpentara affidata ai padri Passionisti di Monteoliveto.

Si legge, infatti nella cronaca di dieci anni fa: “Domenica 4 settembre 2005 la comunità parrocchiale ha avuto la gioia di riappropriarsi del luogo di culto con la contemporanea ripresa delle attività parrocchiali in tutta la comunità, che, fino allora, si erano svolte nella sola Chiesa di San Carlo, altro importante luogo di culto che ricade nel territorio della parrocchia. E’ stato monsignor Michele De Rosa, Vescovo di Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti a “riconsacrare” la Chiesa, dopo i consistenti restauri effettuati in questi ultimi anni, durante una solenne celebrazione eucaristica, dai lui presieduta, e alla quale hanno partecipato autorità religiose, civili e militari della zona, tra cui il Superiore provinciale, del tempo, padre Antonio Rungi, il superiore dei passionisti di Monteoliveto, il parroco padre Stefano Pompilio, altri sacerdoti della città, il primo cittadino di Airola, Biagio Supino e il Comandante della Polizia Municipale, Pasqualino Pompeo Rungi”.

La Parrocchia San Michele a Serpentara in Airola (Bn), nella Diocesi campana di Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti  fu istituita nel 1513, a monte,  e in seguito trasferita a valle, in mezzo alla comunità civile di Airola, che realizzò l’attuale chiesa di San Michele, opera datata 1873. Da allora la Chiesa fu ampliata, abbellita, migliorata insieme alle piccole opere parrocchiali annesse. Così si presentava nel 1980 quando avvenne il disastroso sisma dell’Irpinia. La Chiesa, allora, subì ingenti danni e la ricostruzione fu lenta, fino a trascorrere di fatto 25 anni. La parrocchia, affidata dal 1979 alla comunità passionista di Airola in Monteoliveto, conta circa 1000 persone, distribuite in 250 nuclei familiari, e si estende nella zona antica della città, tra i rioni di San Michele, Santa Caterina e San Carlo. Primo parroco passionista fu il compianto, padre Leonardo Fiore, e a seguire padre Amedeo De Francesco, l’ex padre Pasquale Gravina, padre Ludovico Izzo, e successivamente come amministratore parrocchiale, padre Antonio Graniero. Per oltre un decennio fu padre Stefano Pompilio a guidare questa comunità cristiana di antica data, che si estende nel centro storico di Airola. Attuale parroco della medesima Chiesa è padre Pasquale Gravante, passionista, che dall’ottobre 2011 è responsabile di questa comunità parrocchiale, le cui attività pastorali e spirituali si svolgono nella sola chiesa di San Michele a Serpentara..

Ricade sul suo territorio il frequentatissimo Santuario in onore della Madonna Addolorata, situato su un’amena collina, ristrutturato e sistemato, la cui festa ricorre il 15 settembre con data fissa. Da alcuni anni, riprendendo un’antica tradizione, il trasferimento della statua della Madonna Addolorata dal Santuario alla Chiesa di San Michele a Serpentara si effettua, nella prima domenica di settembre, e qui rimane per quasi tutto il tempo dei solenni festeggiamenti, molto sentiti nell’intera Valle Caudina.

P.RUNGI.LA PREGHIERA PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

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IL TESTO DELLA PREGHIERA DELLA DIVINA MISERCORDIA
COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA, TEOLOGO MORALE,
IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DELLA BOLLA
DI INDIZIONE DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
A FIRMA DI PAPA FRANCESCO

CRISTO, VOLTO MISERICORDIOSO DEL PADRE

Convertici  a Te, Gesù,
che sei venuto a chiamare i peccatori
e non i giusti che non hanno bisogno di redenzione.

Convertici a Te, in questo anno giubilare,
indetto da Papa Francesco, per aiutare
il cammino di credenti verso la penitenza,
la conversione e il rinnovamento spirituale e morale.

Riconosciamo, Signore, le nostre colpe di oggi
e tutte quelle della vita passata,
vissuta, molte volte, nell’ ipocrisia e nella falsità.

Noi abbiamo bisogno del tuo perdono
e della tua misericordia
per sentire quanto è grande il tuo amore per noi,
e quanto tieni poco conto dei nostri  errori,
e delle nostre deviazioni ,
dalla tua santa legge, o Signore.

Non abbandonarci, Signore, nella tentazione
di poter fare a meno di Te,
illudendo noi stessi che è possibile
essere felici e vivere senza il tuo sorriso
e dell’abbraccio della tua paternità infinita.

Con il tuo aiuto, vogliamo sinceramente
riprendere il cammino che ci porta a Te,
mediante la Penitenza e l’Eucaristia,
sacramenti della nostra continua rinascita spirituale
nel segno della coscienza di quanto poco valiamo
se non siamo ancorati a Te che sei la Via, la Verità e la Vita.

Non sia, Gesù,  il nostro pentimento
solo e soltanto esteriore o apparente,
ma tocchi le profondità del nostro essere
e le corde di quell’armonia d’amore
che solo tuo puoi ridonarci, Signore.

Convertici a Te, con la tua Parola,
che è luce ai nostri passi,
è forza nel nostro cammino
è consolazione nel nostro patire.

Convertici a Te Signore e abbatti in noi
l’orgoglio e la presunzione di essere giusti
come il  fariseo al tempio,
mentre dovremmo batterci sinceramente il petto,
come il pubblicano che non ha avuto
neppure la forza di alzare gli occhi
e lasciarsi illuminare dal tuo volto,
indegno quale era  di avanzare nel tempio,
quale segno di riavvicinamento a Te.

Signore, converti il nostro cuore,
la nostra vita,
la nostra storia.

Purifica tutto e lava le nostre colpe
nel tuo sangue prezioso  versato sulla croce per noi.
Gesù abbi pietà di noi e non abbandonarci più
nelle nostre illusioni, delusioni e tentazioni,
non abbandonarci nel peccato,
ma donaci il tuo abbraccio di Padre
dal volto tenero e misericordioso.
Amen.