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Maria Goretti, santa emigrante e degli emigranti – Festa 6 luglio 2017

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MARIA GORETTI, SANTA EMIGRANTE E DEGLI EMIGRANTI

 

di Antonio Rungi

 

La Chiesa cattolica, il 6 luglio, ricorda una santa, di appena 12 anni, morta martire all’inizio del secolo XX nella palude pontina: il suo nome è Maria Goretti, la santa emigrata dalle Marche e morta alle Ferriere di Conca, nei pressi di Nettuno (Rm) il 6 luglio 1902.

Come tante famiglie contadine di fine Ottocento e di inizio Novecento, in mancanza di lavoro emigravano per l’Italia, da poco costituita nel Regno Unito. E come tutti i processi di aggregazione politica, sociale, economica, sono sempre le aree e zone più povere e deboli a soffrirne. E le Marche non offrivano lavoro, per cui i capi-famiglia avevano l’obbligo di girovagare per l’Italia o espatriare per mantenere la famiglia. Non fu la prima grande emigrazione interna, ma certamente quella di Fine Ottocento – Inizio Novecento è una delle più consistenti.  Oggi, Maria Goretti, si presenta a noi, come la bambina santa emigrante e degli emigranti che è l’icona di tanti bambini e ragazzi emigranti che muoiono martiri nei nostri mari. Non fu la stessa cosa per lei, ma rappresenta in pieno questa emergenza di bambini non accompagnati o accompagni che non arrivano alle porte della speranza.

Dodici anni di vita non sono tanti, eppure, per Maria Goretti, assumono un valore infinito nel tempo e nello spirito, perché con il suo espresso volere ha saputo vivere fino in fondo la sua vocazione battesimale, che è la chiamata alla santità, passando attraverso i sacramenti della confessione e della comunione.

Una santità, fatta di sofferenze, sacrifici, rinunce, ma anche di profonde gioie di una fede accolta, vissuta e testimoniata in pochissimi anni di vita, di cui alcuni in peregrinatio per le campagne italiane, tra Paliano (Fr) e Nettuno (Rm) con la sua famiglia, in cerca di un dignitoso lavoro.

La santità non la si inventa dall’oggi al domani, ma la si costruire nel tempo. E la santità di Maria Goretti si è struttura nel tempo, in famiglia, in parrocchia e nelle località dove è iniziata la sua avventura spirituale (il 16 ottobre del 1890 a Corinaldo, Ancona, dove nasceva) e poi si è conclusa tragicamente in quel 6 luglio 1902, nell’ospedale di Nettuno, dopo essere stata pugnalata più volte dal suo aggressore (il giovane Alessandro Serenelli), che perdonò dal profondo del suo cuore.  Era il 5 luglio 1902 quando si verificò la vile aggressione, nel pieno dell’estate rovente delle paludi pontine, dove la malaria la faceva da padrone e dove sopravvivere era una lotta quotidiana. Quando la piccola Maria, giunse con la famiglia alle Ferriere, aveva già quasi nove anni e possedeva un bagaglio di educazione e conoscenze religiose sufficienti per farle capire la sostanziale differenza tra il bene e il male e il dovere cristiano di scegliere sempre il bene, evitando il male.

La fanciulla era in grado di formulare i suoi buoni propositi. Poi la grazia di Dio fece il resto. Ecco perché seppe dire no a chi voleva non solo intaccare la purezza del suo corpo, ma soprattutto la bellezza e la purezza del suo cuore e della sua anima.

“Così, una piccola contadina”, come l’ha definita, san Giovanni Paolo II, sul luogo del martirio, il 29 settembre 1991, “diviene per noi un modello: modello di vita cristiana, modello di autentica santità. Ed aggiunge: “Questa fanciulla che, in tempi ben più duri degli attuali, conobbe le difficoltà di un’esistenza precaria, povera, segnata dalla spossante fatica del lavoro nei campi, ma saldamente ancorata alle nobili tradizioni familiari e ai fondamentali valori umani e cristiani. Seguendone l’esempio, restate anche voi fedeli a tali valori: il rispetto per la vita, la mutua solidarietà, la disponibilità all’ospitalità e all’accoglienza dell’immigrato, l’amore per la legge divina, il sacro timor di Dio. Questo è il patrimonio prezioso che avete ereditato dai vostri antenati, anch’essi emigrati, qui, come la famiglia Goretti, da altre Regioni d’Italia”.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2017

RELIQUIARIO SANT'ERASMO

DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
Domenica 4 giugno 2017

 

Vieni Spirito Santo a consolare i nostri cuori affranti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La Pentecoste è, senz’altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società.

Nell’invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l’uomo.

Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”.

La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua.

Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore.

Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.  Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore”.

Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell’unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell’unica chiesa di Cristo.

L’esempio dell’unitarietà e dell’armoniosità del corpo umano, permette all’Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un’ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l’edificazione della Chiesa e per la santità della stessa.

Leggiamo, infatti, che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo”.

E conclude “noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Quanto ci tenesse l’Apostolo all’unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi.

E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l’invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l’inverno, oltre che l’inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione.

Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo?

Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: “Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto,  ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni.  Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna”.

Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé.

Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – ASCENSIONE DEL SIGNORE 2017

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ASCENSIONE DEL SIGNORE

DOMENICA 28 MAGGIO 2017

Un posto in paradiso per noi e per tutti se seguiamo Cristo

Commento di padre Antonio Rungi

La solennità dell’Ascensione di Gesù Cristo al cielo, che oggi ricordiamo nella liturgia di questa domenica conclusiva del mese di maggio 2017, ci riporta al destino ultimo di ogni essere umano, che è l’eternità, il Paradiso, dove Gesù è ritornato per proprio merito e per la sua natura divina da dove era venuto. Egli ascende con la sua potenza divina alla sede dell’eternità ed è andato a preparare un posto per ciascuno di noi e per tutti, se seguiamo i suoi insegnamenti e viviamo da veri cristiani nel tempo. Nel su andare c’è anche un suo venire nuovamente, come ci ricordano i testi della parola di Dio di questo giorno solenne. Gli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come testo della prima lettura della solennità dell’Ascensione ci ricordano: “Uomini di Galilea, perché fissate nel cielo lo sguardo? Come l’avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà”. E la preghiera iniziiale della liturgia solenne di oggi, la colletta, ci fa pregare con queste bellissime espressioni di fede, amore e speranza: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. Come discepoli dell’Asceso siamo chiamati a vivere nella speranza, nella gioia e nella certezza che dove sta Lui, il Signore, arriveremo anche noi, dopo il pellegrinaggio terreno, che prima o poi si concluderà e con sé porterà il bagaglio delle opere di bene che siamo riusciti a fare. Quella valigia piena di donazioni della propria vita alla causa del vangelo che il Signore aprirà appena facciamo ingresso nel suo regno infinito e quantificherà il bene fatto. ma anche eventuale male compiuto e non completamente espiato. Noi ci auguriamo di entrare per direttissima in Paradiso, senza passare per sentenze e giudizi ulteriori, ben sapendo che solo agendo bene in questo mondo, le porte del paradiso si apriranno e spalancheranno davanti a noi, appena conclusa la scena di questo mondo. Il racconto dell’Ascensione del Signore al cielo, come è descritto nel testo degli Atti ci aiuta a capire meglio questo mistero e soprattutto il mistero della nostra vita, della nostra morte, della vita eterna e della risurrezione finale. Leggiamo, infatti, negli Atti degli Apostoli che Gesù dopo la risurrezione “si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Dopo questo discorso, dopo il mandato missionario affidato a tutta la Chiesa, sotto la guida di Pietro mentre gli Undici lo guardavano, “fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Gesù in questo modo lascia gli Apostoli e promette a loro l’invio del Consolatore, lo Spirito di Verità, lo Spirito Santo. La prima pentecoste della chiesa è ormai alle porte e gli apostoli sono ben disposti ad accogliere il Paraclito, mentre tra canti di gioia, come ci ricorda il salmo responsoriale di questa solennità, il Signore ascende al cielo. Infatti reciteremo questo salmo: Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.m Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo. E sul momento dell’ascensione si concentra il brano del vangelo di Matteo di questa solennità, nel quale è insito il mandato missinario e la promessa dello Spirito santo. Una trilogia di misteri e di messaggi che come cristiani, discepoli dei discepoli del Signore, siamo chiamati a fare nostra e a vivere secondo quello che Gesù stesso ci ha detto: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. La diffusione del Vangelo non è azione di proselitismo, ma testimonianza di una vita santa vissuta in Cristo. Battesimo, predicazione discepolato sono mezzi di convergere tutti sul grande mistero del Dio fatto uomo, morto, risorto ed asceso al cielo per salvare ognuno di noi, come ci ricorda anche l’apostolo Paolo, nel brano della lettera agli Efesini, che ascoltiamo oggi , giorno dell’Ascensione del Signore, con il cuore colmo di gioia, ma anche con la mente contrassegnata da tante difficoltà e problemi dei nostri tempi: “Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore”. Questa gioia, speranza, vigore missionario dobbiamo alimentare e conservare nel nostro cuore, specialmente oggi di fronte ad una crisi di fede, conseguente dalla globalizzazione dell’indifferenza, dell’apatia religiosa e dall’assenza di Dio, per colpa propria, nella coscienza e nella vita di tanti che si dicono credenti, ma non sono certamente praticanti e credibili per il loro modo di agire. Il Signore doni a tutti la forza di essere cristiani fino in fondo, coerentemente, fino all’ultimo istante della loro vita.

FORMIA(LT). FESTA GRANDE PER GLI 80 ANNI DI SANT’ERASMO PATRONO DELLA CITTA’

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FORMIA (LT). FESTA GRANDE PER IL PROTETTORE SANT’ERASMO AD 80 ANNI DELLA PROCLAMAZIONE DI PATRONO DELLA CITTA’. OGGI INIZIA LA NOVENA DI PREPARAZIONE

Festa grande, quest’anno, in onore di Sant’Erasmo, protettore di Formia, insieme a San Giovanni Battista,  proclamato patrono della città 80 anni fa. Il 26 maggio del 1937, infatti, Pio XI, su richiesta del clero, del vescovo, dei fedeli e delle autorità civili, fu proclamato patrono di Formia. In questa fausta ricorrenza, la comunità cristiana e civile di Formia, dal 23 maggio fino a sabato 3 giugno ha organizzato una serie di celebrazioni religiose, culturali, civili ed associative per onorare degnamente il santo patrono di Formia e dell’Arcidiocesi di Gaeta. Questa sera, 23 maggio 2017, inizia la novena di preparazione alla festa, predicata da padre Antonio Rungi, teologo morale passionista, giù superiore provinciale dei Passionisti del Basso Lazio e Campani. Padre Rungi, nel corso della novena affronterà “i temi ecclesiali più rilevanti della chiesa oggi, sotto la guida di Papa Francesco e della Chiesa locale, sotto la guida del Vescovo Vari, per far emergere la figura esemplare del santo vescovo e martire Erasmo, focalizzando la sua attenzione sull’attualità del messaggio che viene dal grande pastore e testimone della fede dei primi secoli del cristianesimo”. Per il giorno 26 maggio, giorno dello storico avvenimento, alle ore 19.00, in piazza Sant’Erasmo, alla presenza della venerata immagine del Santo, che sarà trasferita in processione, Sua Eccellenza, monsignor Luigi Vari, arcivescovo di Gaeta, presiederà la solenne concelebrazione eucaristica, al termine della quale il Sindaco di Formia consegnerà le chiavi della città al Santo Patrono; gesto simboli per affidare l’intera cittadinanza alla protezione del Santo. Seguirà la lettura del documento ufficiale, firmato da Papa Pio XI con il quale dichiarava sant’Erasmo Patrono di Formia il 26 maggio 1937.  “In occasione di questa importante ricorrenza –scrive monsignor Vari nel suo messaggio inviato ai formiani – siamo chiamati come cristiani a impegnarci ancor più a rendere Sant’Erasmo patrono delle nostre vite, delle nostre famiglie, delle nostre istituzioni e della nostra città. Sant’Erasmo ci ha insegnato , offrendo la sua stessa vita, che la fede nel Signore è davvero importante per noi cristiani perché è un dono e fonte di libertà, di pace e di giustizia, perciò non possiamo permetterci di abbandonarla oppure sostituirla con tanti idoli che eleggiamo a patroni della nostra vita”. Questa è la prima volta, da quando è arcivescovo di Gaeta, dal luglio 2016, che monsignor Vari, presiederà i solenni festeggiamenti in onore di sant’Erasmo a Formia e contemporaneamente a Gaeta, ove ugualmente viene festeggiato. Festeggiamenti organizzati alla grande dall’apposito comitato, presieduto dal parroco, don Alfredo Micalusi.

Alla vigilia della festa, il 1 giugno 2017, alle ore 19.00 messa e vespri solenni, presieduti da don Antonio Punzo, per 50 anni parroco della Chiesa e complesso monumentale di Sant’Erasmo, Rione Castellone di Formia ed autore di alcuni testi sull’origine, il culto e la storia di Sant’Erasmo a Formia. Alle ore 24.00 omaggio floreale in onore del santo nel contesto delle notti bianche dedicate da Formia allo Santo Patrono.

La liturgica del 2 giugno, giorno in cui la chiesa ricorda il grande vescovo e martire Sant’Erasmo, alle ore 11.00, sarà nuovamente monsignor Luigi Vari a presiedere la solenne concelebrazione eucaristica, con la partecipazione del clero, delle autorità civili e militari del territorio. In serata poi processione della statua del santo per le principali vie di Formia, con grande partecipazione di fedeli e devoti, che arrivano anche da altre località del Sud Pontino e dell’Alto Casertano. I solenni festeggiamenti religiosi si concluderanno il giorno 3 giugno con la Veglia di Pentecoste, in piazza Sant’Erasmo, alle ore 20.00. Poi gli attesi fuochi artificiali sulle acque del mare e del porto di Formia, un vero e bellissimo spettacolo pirotecnico, fatto di luci e colori, come la terra formiana, di cui il parroco, don Alfredo dice: “E’ bella questa terra ed è bella la sua gente quando riflette nel cuore l’armonia che la circonda. E’ la terra che ieri ha accolto da mare il vescovo Erasmo e lo ha amato e venerato ed è la terra che ancora oggi è capace di accogliere i figli del mare e di chiamarli fratelli. E’ questa è la Formia che risplende la luce di una bellezza che salva”. Un pensiero esplicito e un forte appello ad accogliere gli esuli e gli extra-comunitari nella logica del vangelo della carità e dell’accoglienza verso tutti. E nell’articolato programma della ricorrenza degli 80 anni di patronato di Sant’Erasmo, sono stati inseriti eventi culturali, sociali, ricreativi di ampio respiro umano e territoriale. Si ricorda tra gli altri eventi, la presentazione del libro “Il Coraggio della libertà. Una donna uscita dall’inferno della tratta”, con la partecipazione di Suor Rita Giarretta della Casa di Rut di Caserta.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA IV DOMENICA DI PASQUA

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IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
Domenica 7 aprile 2017

Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.

Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: “Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te,  dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore”.

Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo “nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati”, e dalla Cresima, dal momento che riceveranno “il dono dello Spirito Santo”.

L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che “quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”. Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.

Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro “se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto “insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti”.

Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore  e custode delle vostre anime”.

Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua:  “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI PASQUA 2017

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
DOMENICA 30 APRILE 2017

Noi testimoni del Cristo Risorto

Commento di padre Antonio Rungi

Non siamo stati tra gli apostoli che conobbero personalmente Gesù, né siamo stati tra gli apostoli che videro Gesù Risorto, compreso il dubbioso Tommaso; eppure anche noi siamo i testimoni di oggi del Cristo Risorto, perché crediamo sulla parola del Signore, senza averlo visto.

L’essere testimoni del Risorto, a distanza di XX secoli dell’inizio del cristianesimo, vuol dire cogliere il nucleo portante della fede cristiana e dell’annuncio della fede cristiana.

Dalla risurrezione di Gesù scaturisce ogni legittima fede in ogni parola che è uscita e continuerà ad uscire dalla sua bocca, mediante il ministero dell’insegnare che la Chiesa porta avanti nel nome del Risorto.

Con l’assemblea che si riunisce per la Pasqua settimanale, in questa terza domenica del tempo pasquale, vogliamo elevare la nostra umile preghiera a Dio con queste parole di gioia e di speranza: “O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane”.

Proprio nella prima lettura di questa terza domenica abbiamo la possibilità di entrare nel cuore e nella sostanza stessa del primo annuncio missionario che i discepoli del Signore proclamarono all’indomani della discesa dello Spirito Santo su di loro. Capire le scritture e riconoscere Gesù nello spezzare il pane, ovvero nella celebrazione eucaristica.

Nella santa messa siamo invitati ad accogliere la parola di Dio e a partecipare alla mensa eucaristica.

Il testo degli Atti degli Apostoli che ascoltiamo oggi riguarda proprio il giorno della Pentecoste, quando “Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.  Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”.

Ed aggiunge con coraggio “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”.

Lo furono testimoni del Risorto gli apostoli fino a dare la propria vita per il Signore, lo siamo oggi noi testimoni del Risorto quando viviamo secondo il Vangelo e mettiamo in pratica quando Cristo ci ha insegnato, senza aver paura anche di essere uccisi per causa del Vangelo.

Oggi registriamo tanti atti eroici di veri cristiani che muoiono da autentici martiri ,per testimoniare la loro genuina fede nel Cristo Salvatore e Redentore.

Di fronte al  mistero della morte, della risurrezione e della vita, il Salmo 15 ci incoraggia a guardare la nostra esistenza terrena nell’orizzonte dell’eternità, con queste parole: “Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.

E sempre la parola di Dio di questa domenica ci parla dell’importanza di alimentarsi ad essa in ogni circostanza, lieta o triste, della nostra vita, come avvenne per i discepoli di Emmaus che ebbero la gioia di avere come compagno di viaggio Gesù Risorto stesso, senza che se ne accorgessero, se non quando si mise a tavola con loro, essendo ormai sera e il giorno volgeva al termine, e spezzò il pane, rifacendo lo stesso gesto dell’ultima sua cena con gli apostoli nel cenacolo della gioia, ma anche del dolore; della carità, ma anche dell’odio da parte di Giuda; della speranza, ma anche della disperazione di alcuni dei discepoli che non avevano compreso esattamente chi era davvero il loro Maestro.

Infatti, l’evangelista Giovanni ci ricorda nel brano di oggi che mentre i discepoli, che andavano verso Emmaus, conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

La comprensione della vera identità del Maestro avverrà dopo, quando Gesù fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

Questa esperienza di conoscenza diretta del Signore e dell’incontro a faccia a faccia con lui, fece scattare negli apostoli quello che noi chiamiamo la testimonianza di quanto vissuto e che gli altri dovevano sapere per necessità di cosa e anche con una certa urgenza e premura.

Infatti i discepoli di Emmaus fecero subito ritorno a Gerusalemme per andare ad avvisare gli Apostoli di quanto era capitato a loro: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”.

Anche questa apparizione di Gesù si colloca in un contesto liturgico pasquale e ci invita a fare due cose importanti in questo tempo di Pasqua: istruirsi nella fede e partecipare alla messa, memoriale della Pasqua di Cristo ed attualizzazione dell’evento salvifico, portato a compimento da Cristo nella sua morte e risurrezione.

In questa prospettiva di vita e risurrezione, facciamo nostro quanto ci dice l’Apostolo Pietro, nel brano della seconda lettura di oggi: “Se chiamiamo Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportiamoci con timore di Dio nel tempo in cui viviamo quaggiù come stranieri”.

E un ricordo ben preciso da parte di San Pietro del dato dottrinale circa la persona di Cristo: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia… e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Noi siamo stati redenti dal sangue preziosissimo di Gesù. Aver questa consapevolezza, conoscere questa verità di fede ci spinge nella direzione che la parola di Dio di questa domenica ci indica con esattezza: essere testimoni di un Dio Crocifisso e Risorto per amore e in questo mare infinito d’amore siamo chiamati a navigare ogni attimo della nostra vita per capirne il senso, l’orientamento e destino finale di ognuna di essa. Perché davanti a Dio ogni vita è degna di essere vissuta, amata e rispettata, perché destinata alla risurrezione finale.

PALIANO (FR). E’ MORTO PADRE ANGELO DI BATTISTA, PASSIONISTA

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Paliano (Fr). E’ morto padre Angelo Di Battista, passionista

di Antonio Rungi

All’età di 78 anni, sabato 15 aprile 2017, alle ore 20,05, nel Ritiro di Santa Maria di Pugliano in Paliano (Fr) è morto padre Angelo Di Battista. Padre Angelo di è spento dopo un anno di sofferenza, dovuta ad un tumore maligno che in nove mesi lo ha consumato e portato alla morte. Padre Angelo dell’Addolorata, al secolo Pietro Di Battista, era nato a Roccavivi (L’Aquila), il 18 maggio 1939, da Francesco e Anna Colone. Tra i passionisti entra giovanissimo e dopo gli studi e il noviziato il 15 ottobre del 1955 a Falvaterra emette la professione dei consigli evangelici. Incamminato verso il sacerdozio, dopo gli studi filosofici e teologici, viene ordinato sacerdote a Napoli l’8 giugno 1963. Subito viene immesso nel campo della formazione e già nel 1964 lo si trova a Calvi Risorta come docente di latino e di altre discipline per gli alunni delle scuole medie della scuola apostolica. Il suo progressivo impegno nel campo della formazione prosegue, come quello in campo missionario, apostolico e pastorale. Più volte parroco, il suo più lungo periodo in questo ufficio lo ha trascorso nella parrocchia di Santa Maria Maggiore in Itri (Lt), poi a Ceccano (Fr) a Santa Maria a Fiume ed infine a Paliano dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Consultore alla formazione nel quadrienni 1982-1986 elaborò un articolato progetto di formazione per la Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania), ora Regione, dando dimostrazione non solo di vasta cultura e competenza nel settore, ma anche di sensibilità umana e pastorale. Con gli anni con avanzavano, anche padre Angelo incominciò ad avere seri problemi di salute, fino a quando lo scorso luglio 2016, d’urgenza fu operato di un tumore allo stomaco, che lentamente lo ha portato alla morte. Padre Angelo è stato un sacerdote di ampio impegno nel campo pastorale. E’ stato anche superiore locale più volte in varie parti della Provincia Religiosa. Stimato da tutti, aveva il coraggio delle persone audaci e che non temevano il giudizio degli altri, quando sapeva di essere nel giusto e nella verità. Come tutti, anche lui ha sofferto per tanti motivi. Ed ora la sua sofferenza si è trasformata in gioia. Morire alle vigilia di Pasquale, all’inizio della veglia pasquale è un dono per lui che è volato in cielo, ed un segno per quanti lo hanno conosciuto, appassionato come era per la Congregazione della Passione, di cui era orgoglioso e soffriva tanto quando le cose non andavano. Ottimo scrittore, gli ultimi suoi articoli li ha firmati sul Presenza Missionaria Passionista, di cui è stato sempre un ottimo e valido collaboratore. Ultimo articolo dei suoi studi e approfondimenti culturali è stato dedicato a “Umanesimo e Cristianesimo”. Grazie padre Angelo per quello che hai fatto, ci hai lasciato, trasmesso ed insegnato con la parola, ma anche con l’esempio della vita, nonostante le umane fragilità che tutti gli uomini portano con sé fino alla morte. La sofferenza e la malattia sono spesso strumenti di purificazione per presentarci puri e semplici davanti al Tribunale di Dio, dove tu sei passato già ed hai avuto il premio che meritavi: “Oggi sarai con me in Paradiso”. I funerali di padre Angelo si svolgeranno, con molta probabilità martedì mattina a Paliano. Si attendono conferme in questa direzione. Per ora preghiamo per la sua anima e riposi in pace, nella luce del Cristo Risorto e vicino alla Madonna Addolorata e a San Paolo della Croce, che tanto amava e onorava.

P.RUNGI. MEDITAZIONE PER LA DOMENICA DELLE PALME

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)
DOMENICA 9 APRILE 2017

Palma e Croce i simboli della riconciliazione

Commento di padre Antonio Rungi

Due segni e simboli importantissimi nella liturgia cattolica oggi ci guidano nella riflessione sui testi della parola di Dio di questa domenica delle Palme o di Passione: questi segni sono il ramoscello d’ulivo che benediciamo e che ci scambiamo in segno di pace e la croce, su cui viene inchiodato il salvatore del mondo, nostro Signore Gesù Cristo. L’uno e l’altro segno ci immergono nel mistero della Pasqua e ci offrono l’opportunità di ripensare la nostra vita alla luce di questi due segni distintivi di ogni vero cristiano: la palma e la croce. La palma indica il martirio e la croce è di fatto il martirio. E qui parliamo dell’unico vero martire della storia dell’umanità che è il Figlio di Dio, messo a morte dalla cattiveria dell’uomo. Il vero ed unico innocente della storia oggi si offre a noi nella gioia dell’accoglienza per il suo ingresso in Gerusalemme che, come ci racconta il Vangelo di Matteo, è un’accoglienza festosa e massiccia, data la straordinaria partecipazione del popolo a questo evento di Gesù Messia e Figlio di Davide che entra nella città santa per celebrare la sua nuova, eterna e vera Pasqua.

Nell’esortazione iniziale che il sacerdote rivolge ai fedeli prima della benedizione delle palme ci viene ricordato che l’ assemblea liturgica della Domenica delle Palme “è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall’inizio della Quaresima.

Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione”. Ed  un monito ben preciso sul quale è opportuno meditare oggi e nei prossimi giorni, ma soprattutto sempre, specialmente nei momenti della sofferenza e della prova che non mancano in nessuna persona e in tutte le situazioni della vita: Quindi, noi tutti, accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione”.

Accogliere, accompagnare e condividere, sono i tre verbi e le tre azioni che come cristiani siamo chiamati a vivere in questa domenica delle Palme o di Passione e lo facciamo alla luce della parola di Dio che ci parla del sacrificio di Cristo Crocifisso. Ci aiuta in questo nostro impegno spirituale, la preghiera della colletta di questa speciale domenica: “Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione”.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci presenta l’immagine del messia atteso da Israele con i connotati della sofferenza e dei patimenti. E’ il cantico del servo sofferente di Java scritto dal profeta  Isaia che, tanti secoli prima di Cristo, si immerge nel mistero del dolore e della croce di nostro Signore Gesù Cristo, riportando al centro della nostra preghiera, contemplazione e missione, proprio il Messia Crocifisso: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Esattamente tutto quello che patirà Gesù durante il processo, la condanna e il suo viaggio al Calvario, fino a morire sulla croce per l’umanità. E lui non si è tirato indietro, non ha opposto resistenza e come agnello mansueto è andato al Calvario per salvare l’umanità. Egli è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Egli è Colui che dalla croce si rivolge al Padre per chiedere misericordia e perdono per tutti noi, come ci ricorda il Salmo 21, che Gesù stesso prega sulla croce e fa suo per noi tutti: “Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo. Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori. Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte. Lungo il calvario, ai piedi del Crocifisso si verificheranno esattamente tutte queste. La scrittura è compiuta in tutto per tutto, anche nei minimi particolari di quanto era stato previsto e preventivato circa il vero Messia e Salvatore d’Israele. D’altra parte San Paolo Apostolo, che viene dalla formazione biblica, sapeva e conosceva benissimo i testi sacri riferiti al Messia attesa da Israele e nel suo celebre inno cristologico della Lettera ai Filippesi, fissato in uno dei testi più ricchi, belli ed espressivi del suo epistolario, parla di Gesù in un modo così esplicito, circa la sua natura e la sua missione, che possiamo utilizzarlo nella nostra catechesi sul mistero della passione e morte in croce del Redentore: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Pertanto, in ragione della sua umiltà e della sua oblazione, “ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre”.

Nel racconto della Passione, tratto dall’evangelista Matteo, possiamo, oggi, andare a fondo del mistero del dolore, della croce e della redenzione che Gesù ha portato a compimento nella sua passione e morte in croce. Dal tradimento di Giuda, fino alla morte in croce, l’evangelista ci porta a vivere l’ultimo giorno della vita di Gesù, partendo proprio dall’ultima cena, condivisa con i discepoli nel cenacolo, durante la quale, Gesù, disse apertamente che uno dei dodici l’avrebbe tradito.  Poi l’istituzione dell’eucaristia come memoriale della sua Pasqua. E a seguire tutti gli altri eventi che contrassegneranno la preghiera nell’orto del Getsemani,  l’arresto, il rinnegamento di Pietro, i vari maltrattamenti, il processo, la condanna, il viaggio al calvario, la crocifissione, la morte in croce, la deposizione dalla croce e la sepoltura, in attesa degli eventi che si speravano e si nutrivano fortemente nel cuore di Maria, la sua tenerissima Madre Addolorata, nei suoi discepoli e nella gente nel cui cuore la sofferenza di Gesù aveva suscitato la fede e una risposta d’amore, come il buon ladrone che chiede al Signore che sta per morire ingiustamente, di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno. E la promessa, divenuta certezza per lui, della misericordia infinita di Dio e della gloria del paradiso.

Sul grande mistero della morte in croce di Gesù c’è poco da dire, scrivere, commentare, illustrare, specificare, andare nei dettagli, fare esegesi e contestualizzare il tutto al tempo, ai luoghi, alle persone, alle situazioni politiche, geografiche o di altra natura, ma c’è una sola cosa da fare: mettersi in ginocchio, pregare, chiedere perdono e soprattutto chiedere la forza di accettare con santa rassegnazione alla volontà di Dio le nostre piccole o grandi croci, le nostre delusioni, le nostre amarezze, la stessa prova della morte di persone care o a noi vicine che, come Gesù, sono salite sul patibolo del dolore e nel silenzio hanno portato la loro croce, fino a morirci, come Gesù, inchiodate su di essa, senza proferire lamento o ribellarsi ai disegni del Cielo. Gesù Crocifisso sia il nostro costante riferimento e soprattutto il nostro vero ed unico maestro nel vivere e morire in amicizia con Dio.

In questo modo, palma e croce potranno camminare insieme, essere portate nelle nostre mani e sulle nostre spalle, non per liberarcene quanto prima, ma valorizzandole come vie vere di salvezza per noi e per i nostri fratelli, come ci ha dato l’esempio Colui che si è abbassato fino a noi e ha portato la croce per tutti noi, Gesù nostro Signore. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 2 aprile 2017

 

Lazzaro, vieni fuori. E l’amico morto resuscitò.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte

e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

 

Commento di padre Antonio Rungi
La quinta domenica di Quaresima che celebriamo oggi ci prepara immediatamente alla Pasqua. Sono, infatti, pochi i giorni che ci separano dall’annuale ricorrenza liturgica della risurrezione del Signore, che è il punto di riferimento di tutto il cammino spirituale del singolo cristiano, come per l’intera comunità cristiana.

Già domenica prossima entriamo nel vivo delle celebrazioni pasquali con la Domenica delle Palme o di Passione.

Questi ultimi giorni, prima della Settimana Santa, siano vissuti bene da ognuno di noi chiedendo al Signore quanto è espresso nella preghiera della colletta di questa domenica: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”.

Al mistero di Cristo Redentore, al futuro Re e Messia d’Israele si riferisce il testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Ezechiele, che ci invita a riconoscere il Signore che viene, in quanto aprirà le tombe e farà uscire dai sepolcri il suo popolo.

Chiaro riferimento alla risurrezione della carne e al Cristo pasquale che la liturgia dell’AT anticipa con tante figure ed immagini come quella dell’uscita dall’esilio terreno e spirituale in cui il popolo di Dio si era procacciato e da cui non riusciva ad venire fuori senza l’intervento dall’alto.

La terra promessa si vede all’orizzonte e non si tratta solo dalla Palestina e del ritorno in patria, dopo i vari esili storici di Israele, ma soprattutto al ritorno della patria celeste ed eterna, verso la quale noi tutti siamo diretti e di cui dobbiamo preoccuparci seriamente, se consideriamo che siamo di passaggio su questa terra, viviamo in esilio, nell’attesa di raggiungere la nostra casa e patria per l’eternità.

E il Salmo 129 completa questa nostra riflessione sul futuro nostro, che si chiama eternità, ricordando ad ognuno di noi la nostra povertà e miseria, di fonte alla bontà e la misericordia di Dio, che è infinita:  “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore”.

San Paolo Apostolo nel testo della sua Lettera ai Romani, che oggi leggiamo, ci riporta alla triste realtà di una vita vissuta nel materialismo e alla bellezza e ricchezza di una vita vissuta nello spirito. Infatti, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio; mentre coloro che vivono sotto il dominio dello Spirito del Signore, piacciono a Dio e vivono di Dio nel tempo e nell’eternità.

Anche in questo secondo brano della parola di Dio di oggi c’è un forte appello ad alzare gli occhi al cielo, a guardare in alto e saper sognare una vita spiritualmente felice: “se Cristo è in noi, il nostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”, ci ricorda l’Apostolo.

Il Vangelo di oggi con il racconto della risurrezione di Lazzaro, di cui l’evangelista Giovanni ci offre tutti i dettagli, ci anticipa quello che succederà con la risurrezione di Gesù. Egli riporta alla vita fisica, momentaneamente, l’amico Lazzaro, per la cui morte il Signore soffre e piange, per insegnarci a guardare la nostra vita, oltre la vita. Infatti, la morte non è l’ultima parola per l’uomo, ma è la risurrezione anche nel suo corpo mortale.

La malattia che porterà Lazzaro alla morte fisica, non sarà per glorificare la conclusione dell’esistenza terrena di ogni essere umano e vivente, ma sarà per dare gloria a Dio, come leggiamo testualmente: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

E così sarà, in quanto Lazzaro, che già da quattro giorni era nel sepolcro, per la potenza divina di Gesù, risorgerà e riprenderà il suo cammino nel tempo, in attesa poi di chiuderlo per sempre alla fine dei suoi giorni, davvero ultimi quella volta successiva, come era scritto nel libro della vita e soprattutto della fede.

Voglio chiudere questa riflessione della quinta domenica di Quaresima, con la stessa preghiera che Gesù rivolge a Dio Padre, prima di far risuscitare Lazzaro: “Padre, ti rendiamo grazie perché ci ascolti sempre nella gioia e nella sofferenza. Io sappiamo che ci dai sempre ascolto, ma rendi più forte e solida la nostra fede in Te, nella risurrezione della carne e nella vita eterna”.

Questa settimana che ci attende, sia di preparazione alla Settimana Maggiore. Predisponiamo il nostro cuore ad accogliere il Verbum Crucis, la Parola della Croce, che è la vera salvezza del mondo.

Non dimentichiamo chi vive nel dolore, nella malattia e sperimenta la perdita delle persone care, come fu per le sorelle di Lazzaro e per lo stesso Gesù per la morte del suo amico.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

P.RUNGI. COMMENTO ALLA IV DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

DOMENICA 26 MARZO 2017

La gioia di una fede vera e sincera

Commento di padre Antonio Rungi

 

Oggi celebriamo la domenica della letizia, della gioia che ci proietta direttamente alla Pasqua. La gioia che ogni cristiano deve per necessità sperimentare e che nasce dalla fede e vive di fede.

I testi biblici di questa quarta domenica di Quaresima, infatti, ci mettono davanti a noi il cammino della gioia che solo chi ha una visione di fede vera e sincera può sperimentare anche nella croce e nella sofferenza.

L’antifona di ingresso della liturgia eucaristica di questa giornata ci invita a rallegrarci con Gerusalemme, a riunirsi in essa quanti l’amano, ad esultare di gioia nel Signore e a superare ogni tristezza e malinconia del cuore, a saziarci del pane della grazia che il Signore ci dona continuamente.

La nostra Gerusalemme è la Chiesa dei credenti ed in essa vogliamo sperimentare la vera gioia che viene dal cielo ed arriva al cielo.

Nel testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal primo libro di Samuele, troviamo il racconto dell’elezione di Davide a Re d’Israele. Tra tutti i figli di  Iesse, solo Davide è indicato come il giusto e legittimo Re di Israele, consacrato dallo stesso Samuele, che svolgeva la funzione di profeta e giudice. Chi fosse Davide lo sappiamo da questo testo: era un pastore e come tale la sua attività era stare a curare l’ovile. Dai campi viene chiamato, prelevato e portato al cospetto di Iesse per essere unto e consacrato Re da Samuele. Si comprende facilmente che il testo rimanda alla figura di Cristo, indicato come Figlio di Davide. E Gesù è della discendenza Davidica, come lo era Giuseppe il suo padre putativo. Ma Davide è anche il Pastore e Gesù è il Buon Pastore. Queste due immagini di Re e Pastore riferite a Davide e traslate con un significato molto diverso a Gesù ci inseriscono nel cammino pasquale, che è un evidente richiamo al battesimo, quale sacramento della fede, che ci inserisce in Cristo Re, sacerdote e profeta.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto dal Salmo 22, ci ricorda che il Signore è il nostro Pastore, la nostra guida, che ci fa riposare su campi erbosi e ci conduce in porti sicuri, ci guida per giusti cammini e ci porta fuori dalle oscurità del male e del peccato. In questa nuova condizione, noi vivremo al sicuro nella casa di Dio e sperimenteremo gioia e felicità piene.

Nel bellissimo brano della lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, il nostro cuore si apre ad una speranza che trova le sue ragioni nella fede, che è luce e lampada sui nostri passi. Con la fede noi siamo davvero nella luce della grazia di Dio, usciamo fuori dalle secche del peccato, dai blocchi di ogni genere che non ci fanno progredire verso il bene. Se una volta eravamo tenebre, ora, con il battesimo e la conversione, siamo luce e come persone che sperimentano la luce della grazia e della misericordia di Dio, cosa debbono fare? Dobbiamo comportarci come figli della luce, i cui frutti sono elencati da san Paolo con termini precisi: bontà, giustizia e verità. Il cristiano è fedele, è trasparente ed è coerente. Non dice una cosa e poi ne fa un’altra, ma quello che dice lo fa sempre, in pubblico e in privato. I valori morali e tutto ciò che ha attinenza con la risposta personale alla chiamata alla santità vanno integralmente vissuti, senza compromessi alcuni o adattamenti vari. Bisogna svegliarsi dal torpore spirituale e non vivere come cadaveri ambulanti, morti dentro e senza prospettiva di vita e di speranza. In tali condizioni il cristiano non può assolutamente starci, in quanto la sua vita di grazia, illuminata dallo Spirito del Padre, non può essere che una vita di gioia e felicità

Oggi ascoltiamo uno dei testi del vangelo in cui il Signore opera un miracolo eccezionale, quello della guarigione di un cieco nato. Del fatto straordinario ne sono convinti anche i detrattori del Signore: “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Tutto il racconto ci fa comprendere la progressione del cammino della fede, della luce che è la fede e della vista che è quella interiore. Il miracolo in se stesso è un fatto oggettivo e dimostrabile dalla scienza stessa che classifica l’evento come un fatto inspiegabile in quel momento. Ma si sa che da che mondo è mondo, cioè in base alle conoscenze scientifiche, nessuna persona che è nata cieca, riacquisti la vista con cure e terapie. E’ capitato che si è avuto questo dono mediante l’intervento dall’alto. I limiti della natura sono superati con l’intervento del cielo. Ma al di là del valore in se di questo straordinario miracolo operato da Gesù, tutto il Vangelo di oggi è un forte appello ad affidarsi a Dio, con il vivere la fede e sentirla viva in noi. Il cieco nato, poi guarito, è ogni persona che viene in questo mondo e vi entra con il peccato originale, che il lavacro del battesimo, toglie dando a chi lo riceve il dono della fede, della luce. Una luce che può irradiarsi per tutta la vita o spegnersi progressivamente, non vivendo nella grazia e nell’amicizia di Dio. Chiediamo al Signore che questa luce rimanga sempre accesa nella stanza del nostro cuore e della nostra mente. Concludo questa mia odierna riflessione sulla parola di Dio con questa preghiera scritta da un grande santo convertito dal paganesimo al cristianesimo che è Sant’Agostino:

Signore mio Dio,

Unica mia Speranza,

fà che stanco non smetta di cercarTi,

ma cerchi il Tuo Volto sempre con ardore.

Dammi la Forza di cercare, Te,

che Ti sei fatto incontrare e mi hai dato la Speranza

di sempre più incontrarTi.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:

conserva quella, guarisci questa.

Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza:

dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare,

dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.

Fà che mi ricordi di Te,

che intenda Te, che ami Te.

Grazie, Signore, noi Ti adoriamo e crediamo in Te!

Amen