OMELIA

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

SOLO POCHI SANNO RINGRAZIARE IL SIGNORE

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa domenica, la XXVIII del tempo ordinario, ci racconta della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù sana mentre attraversa la Samaria e la Galilea. Dei dieci guariti solo uno sente il dovere di ringraziare il Signore per il dono ricevuto. Con questo esempio ci viene ricordata la tendenza generale dei fedeli di ringraziare il Signore solo in parte, mentre la stragrande maggioranza non si ricorda mai di ringraziare Dio per i doni ricevuti. L’ingratitudine è grande! E pur cambiando la società, rimane costante il comportamento di chi, pur avendo ricevuto tanto da Dio, non eleva al cielo il volto per dire semplicemente “Grazie Signore”.

Questo racconto ci fa riflettere su come noi dobbiamo agire nei confronti di Dio, quando Egli si muove, e lo fa sempre, a nostro favore e compassione. Non dimentica e non trascura la sofferenza di nessuno e pur sanando tutti, non tutti sanno dire grazie, ritornare sui propri passi ed elevare a Dio l’inno di ringraziamento e di lode.

Un altro aspetto importante che la parola di Dio ci fa considerare è il tema della lebbra, quella fisica, intesa come malattia emarginante del soggetto, e la lebbra spirituale, quella interiore e che non si vede, e che, purtroppo, infetta più dell’altra e trasmette nel mondo degli uomini il male, come sistema di pensiero e di vita. Non si guarisce da questa lebbra, rappresentata dai nove lebbrosi che non tornano indietro per ringraziare per la guarigione ricevuta. Questa malattia dell’anima, che è il peccato, la corruzione, l’idolatria, il fanatismo, l’egoismo, il male assoluto, non si guarisce neppure se il Signore interviene e dà la guarigione per il momento, che può essere una confessione in una determinata occasione e circostanza della vita, un atto di culto, un pentimento del momento, una preghiera o qualsiasi altra cosa che aiuti, momentaneamente a distanziarsi dal peccato. Per la guarigione totale è necessaria una lunga terapia anti-lebbra spirituale, che è incentrata su medicine dell’anima, che sanano e purificano la mente e il cuore dalle passioni di ogni genere e dai peccati che distruggono il bene più prezioso di una persona credente, quello appunto della sua interiorità e spiritualità. Non senza un perché il testo del vangelo di questa domenica si conclude con una bellissima espressione di stima, apprezzamento ed incoraggiamento di Gesù verso l’unico lebbroso guarito, che torna da Lui: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Chi si libera dal male non è più prostrato nel fisico e n nello spirito, ma si rialza, perché riacquista quella energia interiore che è la grazia e la misericordia di Dio, sulla quale poggiare il successivo, non facile cammino, dopo la caduta, quando il Signore dice, in tanti modi e con tutti gli strumenti, al peccatore pentito e ricostruito nello spirito: vai avanti, con la fede ce la farai e potrai superare tutte le malattie e le lebbre dello spirito, che altrimenti non guarirebbero mai.

Gesù si presenta, quindi, non solo come Colui che guarisce il corpo dai vari malanni, ma Colui che guarisce il cuore dalla più grave malattia della mancanza di amore e di speranza.

Il lebbroso è scartato, è emarginato, deve indicare agli altri, anche nel modo di vestire e di comportarsi del suo stato fisico, per evitare il contagio. E’ un escluso, vive fuori dell’accampamento, deve portare i segni distintivi della sua condizione di malattia ed allertare i cittadini perché non vengano a contagio con lui e si ampli l’epidemia. Si può dire che, con il campanello al collo o in mano, può essere paragonato all’autoambulanza o il 118 dei nostri giorni, oppure il telefono rosso, o al codice rosso come si classificano i malati in fase di gravissima situazione di salute. E’ evidente che chi soffriva di questa malattia emarginante cercava di guarire in tutti i modi, ricorrendo a maghi, a guaritori di ogni genere. Anche nel brano della prima lettura di oggi, troviamo questo bisogno di guarigione in Naaman, il comandante dell’esercito del re di Aram, il quale  “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra”.

Naaman, dopo la guarigione è riconoscente verso il profeta e vuole desbitarsi in qualche modo, già abituato a pagare dottori e ciarlatani che non potevano nulla nei confronti di quella malattia, allora classificata come incurabile, però si prendevano i lauti compensi per le consulenze e le terapie che prescrivevano senza alcun beneficio per il malato. Ecco, perché, “tornò con tutto il seguito da [Elisèo] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Naaman si porta la terra benedetta di quel luogo, dove egli era stato guarito e ne fa uno strumento di purificazione per tutti gli altri.

La fede di questi due malati di lebbra, di cui ci raccontano la prima lettura di oggi e il Vangelo ci aiuta a capire il senso di quanto scrive l’Apostolo Paolo al suo amico Timoteo, nella sua seconda lettera, a questo vescovo di Efeso, comunità cristiana costituita da lui, che ora è in catena per aver annunciato la parola di Cristo. Egli sopporta “ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E la fede nella risurrezione, è il tema centrale di questo brano, che conclude: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore nella celebrazione della santissima eucaristia:O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

SIAMO SERVI INUTILI, DOBBIAMO FARE QUELLO CHE E’ NOSTRO DOVERE FARE

Commento di padre Antonio Rungi

In un mondo, dove molti si sentono indispensabili, utili e insostituibili, oggi risuona il testo del vangelo che ci riporta alla realtà della nostra vita, quella vita che ha un valore per l’eternità e non per il tempo presente, che spesso sopravvaluta il servizio di qualcuno e sottovaluta quello di chi merita davvero di essere preso in considerazione.

Partendo proprio dal brano del Vangelo di Luca, in questa XXVII domenica del tempo ordinario, noi possiamo meglio comprendere il significato del servire la causa del vangelo, con umiltà e senza pretese di sorta. A noi tutti, come cristiani, spetta il compito che ognuno di noi ha scelto di assumere davanti a Dio con responsabilità e coscienza seguendo la propria vocazione e rispondendo alla chiamata di Dio.

Non dobbiamo attenderci, premi, gratificazioni, medaglie al valore o riconoscimenti, in memoria, dopo la nostra morte. Dobbiamo agire per valori superiori, attendendoci riconoscimenti e premi, dove contano davvero la realtà che avremo in possesso per sempre.

Si tratta di sviluppare una visione di fede in prospettiva di eternità. Sono gli stessi apostoli, che si accorgono dell’inconsistenza della loro fede, della fragilità e dell’assenza di contenuto del loro modo di credere, a chiedere a Gesù: “aumenta la nostra fede”. E Gesù replica con un esempio molto calzante alla situazione e che ci aiuta a capire il senso della crescita della fede, non in termini di quantità o di conoscenze teologiche e bibliche in più, ma di qualità, perché la fede non si misura, la fede si vive e si sperimenta nella propria vita e la si testimonianza con una degna condotta di vita.

Cosa chiedono esplicitamente gli al Signore?: «Accresci in noi la fede!».

Gesù, alla domanda degli apostoli, replica in un modo preciso e diretto al raggiungimento dello scopo della richiesta: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

Ed aggiunge come comportarsi in certe situazioni di vita quotidiana: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”.

Domande mirate che fanno riflettere chi ascoltava allora e chi ascolta oggi Gesù, che parla a noi attraverso la Chiesa e i ministri della stessa parola.

La conclusione di questo modo di riflettere ponendo domande e includendo nelle domande la risposta, è quella che conosciamo e Luca ci riporta a conclusione di questo interessantissimo brano del suo vangelo: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Penso che ognuno di noi sappia valutare il suo comportamento in tanti ambiti, ma soprattutto nel campo religioso e morale. Non abbiamo bisogno dei termometri della nostra temperatura morale e spirituale o della quantità della nostra fede. Dicendo io credo di più dell’altro. Sappiamo valutarci da solo. Alla fine delle nostre personali valutazioni possiamo avere chiara la coscienza del nostro bene operare, del nostro parziale operare o del non operare affatto.

I compiti nel campo della fede vanno assolti e svolti in modo egregio, senza centellinare energie nei confronti di Dio e dei fratelli. Tutto deve essere fatto con amore, generosità e dedizione.

Sono queste le condizioni indispensabili per essere a posto con la propria coscienza di fronte a quello che ci tocca fare, perché ne abbiamo il dovere e gli obblighi, oltre che morali anche giuridici e sociali.

Il forte grido di denuncia del profeta Abacuc nella prima lettura di questa domenica vale da insegnamento per noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana, che si presenta con un quadro sconfortante per tutto quello che succede nel mondo di oggi, come succedeva allora: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.

Quante volte sperimentiamo tutto questo negli ambienti e nei luoghi che meno immaginiamo possano esistere queste cose, tali divisioni e violenze?. Purtroppo è così dovunque e in ogni tempo della storia dell’umanità, in quanto l’uomo non cambia mai, non sceglie ciò che è giusto ed è bene, segue spesso la via del male e degli empi.

Anche in questi interrogativi sui drammi dell’umanità, la risposta del Signore è di speranza e di purificazione: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Chi ha fede regge tutti gli urti della delusione, della malattia, della morte, della privazione, di quanto di negativo possa offrire questo nostro tempo e questo nostro mondo e si apre ad una visione di speranza nuova. Il giusto, infatti, vivrà di fede, in quanto una vera giustizia non può prescindere da una vera fede.

Bisogna osare di più come cristiani e credenti, avere più coraggio di dire e testimoniare la fede, come ricorda l’Apostolo Paolo all’amico Timoteo, al quale raccomanda “di ravvivare il dono di Dio, che è in lui mediante l’imposizione delle sue mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Ed aggiunge di non vergognarsi “di dare testimonianza al Signore nostro, né di lui, che è in carcere per il Signore; ma, con la forza di Dio, di soffrire con lui per il Vangelo”. E conclude col raccomandare di prendere “come modello i sani insegnamenti che ha udito da lui con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Di custodire, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che gli è stato affidato”.

Tanti moniti per essere degni del ministero che è chiamato a svolgere nella chiesa di Cristo, quale vescovo della comunità cristiana di Efeso.

Sia questa la nostra preghiera conclusiva della riflessione sulla parola di Dio della XXVII domenica del tempo ordinario che celebriamo oggi: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 25 SETTEMBRE 2016

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

25 Settembre 2016

Finirà il sistema di vita dei buontemponi. E quando, Signore?

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il profeta Amos nel testo della prima lettura di questa XXVI Domenica del tempo ordinario, ha le caratteristiche di un fortissimo rimprovero verso tutti coloro che pensano di godersi la vita, ai danni degli altri, consumando, sprecando beni, cerando solo soddisfazioni e piaceri della carne. Evidentemente il profeta fa il quadro della situazione del mondo in  cui vive, nel quale domina la cultura edonistica, lassista, permissiva, immorale, rispetto a situazioni umane di deprivazione totale, con la mancanza dei beni essenziali della persona. Chi gode e chi soffre; chi sta senza far niente e chi lavora per gli altri; chi mangia, beve e si gode la vita e chi non ha nulla di tutto questo. Il quadro desolante dell’immoralità viene visto come un anticipo della disfatta dei singoli e di chi vive tali esperienza di basso livello etico. E il grido del profeta e la denuncia è chiara: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”.

La conclusione di tutto questo modo di vivere è la deportazione, è l’esilio, è la perdita di ogni sicurezza e di ogni certezza fondata sulle cose della terra. E’ chiaro il riferimento non solo alla realtà temporale di Israele di quel periodo, ma è anche evidente il riferimento all’eternità, a quanto dovrà venire e a quanto succederà a chi non ha vissuto nella legge di Dio, ha fatto solo cattiverie, ha vissuto dissolutamente.

Strettamente agganciato a questa lettura è il vangelo della parabola del ricco epulone, una persona senza nome e senza volto, ma solo con lo stomaco e con il ventre a soddisfare la sua pancia, e del povero Lazzaro, con un nome ed un’identità precisa, anche nella sua condizione di miseria, che si deve accontentare delle briciole di pane che cadono dalla quella mensa assassina di valori umani veri. Il ricco che si gode la vita a sbafo e il povero Lazzaro, pieno di piaghe e di sofferenze fisiche ed umane che deve elemosinare il poco necessario per la sua sopravvivenza, che è lento andare verso la morte. E lo spartiacque di della situazione che si capovolge a favore di Lazzaro e proprio la morte che apre la vita di tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, sani ed ammalati, potenti e senza potere, all’eternità. Lì conta davvero quello che uno è stato ed ha fatto sulla terra. Il ricco nell’eternità soffre le pene dell’inferno, in cui entra per la sua libera scelta di non amare Dio e i fratelli, ma di amare egoisticamente se stesso; Lazzaro, il povero mendicante che gode della gioia del paradiso vicino a Gesù, alla Madonna e a tutti santi del premio eterno, quello che conta davvero conquistare e raggiungere anche a costo di mendicare un pezzo di pane, pur di mantenere la propria dignità e non scendere a compromessi di nessuno genere. Non si può non rileggere ed ascoltare attentamente questo straordinario brano del vangelo di Luca, che chiama in causa carità, amore, eternità, inferno, paradiso. In poche parole i novissimi con tutte le considerazione teologiche e dottrinali che si possono fare in merito. In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Vorrei sottolineare in questa mia riflessione, quello che è detto dal Signore, qui espresso dal ruolo di Abramo, prima nei confronti dell’uomo ricco e pieno di sé: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti”.

Bisogna fare memoria, bisogna ricordare nella vita il bene che uno riceve e lo tiene tutto per se. Il bene dovrebbe essere diffuso per sua natura, espandersi, aprirsi agli altri, affinché anche gli altri possono avere accesso agli stessi beni. Non a caso un precetto molto chiaro ha attinenza con la nostra fede e la nostra morale: ama il prossimo tuo come te stesso. Se mettessimo attenzione nell’amare gli altri come amiamo noi stessi al mondo non ci sarebbero più cattiverie, ingiustizie, fame, e quanto altro di negativo. Molti dei mali del mondo di oggi e di sempre sono causati dall’egoismo, dalla bramosia delle persone, dall’ingordigia, dall’affarismo, dalla corruzione, dall’attaccamento morboso ai beni del mondo. I bambini muoiono di fame in alcune parti del mondo, per il altre i bambini, figli di un modo di ricchi, hanno il di più e non sono neppure felici. E così nella scala sociale delle varie realtà locali e mondiali. Chi sono i ricchi epuloni che si permettono di tutto e di poi e tanti milioni di mendicanti, come Lazzaro del Vangelo di oggi, che vanno alla ricerca del minimo indispensabile per la loro dignità umana. E quel  minimo gli viene negato proprio da chi ha tutto e il di più, utilizzando i beni comuni.

Questa mentalità assurda difficilmente potrà cambiare, anche se la speranza cristiana ci deve spingere nel credere e nel lavorare per costruire un mondo più giusto, più umano, più rispettoso della dignità di ogni persona umana, anche di chi è costretto a chiedere l’elemosina ai semafori delle nostre città o davanti alle chiese delle nostre parrocchie, spesso invase da persone di colore che bussano al cuore delle nostre sensibilità.

Non lasciamo passare invano le opportunità di fare il bene, senza umiliare chi chiede con dignità e riservatezza, un aiuto ed un sostegno di qualsiasi genere. I ricchi sappiano scendere dal loro piedistallo dell’autosufficienza e dell’arroganza, per condividere con i poveri i loro, non sempre, puliti e retti beni posseduti o avuti in dote. I poveri sappiamo chiedere con umiltà quanto è necessario per loro, nei modi che sono rispettosi dei loro diritti personali.

San Paolo Apostolo nella seconda lettura della liturgia della parola di Dio di questa domenica di fine settembre, scrivendo all’amico Timoteo, nella sua prima lettera indirizzata a questo suo referente spirituale e pastore, parole di grande rilevanza morale ed ecclesiale, raccomandando cose da evitare e cose da farsi, per il bene proprio e per la testimonianza di fede che bisogna dare nel nome di Cristo: “Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen”.

Concludo la mia riflessione con la preghiera della colletta, che è la sintesi di quanto andremo a meditare sui testi sacri, non solo durante la messa domenica, ma ogni volta che arriva l’occasione per farlo e facendolo con cuore sincero e predisposto al bene: “O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri,  mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno”.

 

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO PER DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016

Le parabole della misericordia, forte richiamo alla nostra conversione

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa XXIV domenica del tempo ordinario è sicuramente quello più adatto e approrpiato ad indicare il cammino della Chiesa in questo anno giubilare della misericordia che sta volgendo al termine. Infatti, è riportato il testo del vangelo di Luca, dedicato alle tre parabole della misericordia: la pecora smarrita e ritrovata; la dragma persona e ritrovata; il figlio perduto e ritornato. Sono le tre parabole che Papa Francesco ha espressamente citato nella Bolla di indizione dell’anno giubilare della misericordia e che hanno e stanno accompagnando la chiesa in questo anno di speciale grazia e perdono di Dio.  ”Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono” (MV, 9). Infatti, il tema dominante in questi racconti esemplari è quello della gioia del ritorno delle persone, degli animali e delle cose. Le tre parabole riguardano, d’altronde, un figlio, cioè una persona umana, una pecora, ovvero un animale; una moneta (una cosa). Possiamo dire che tutto il creato è rappresentato nella gioia e nel ritorno al Signore. Chi gioisce è sempre la persona: il padre che vede ritornare il figlio; il pastore che ritrova la pecora; la donna che ritrova la moneta. Giova di ritrovare e ritrovare le cose e le persone perdute. Tutte queste parabole, insieme ad altre del genere indicano la gioia di Dio Padre per ogni peccatore che si converte e ritorna a Lui, pentito e rinnovato nel suo intimo, con il proposito di non fare le cose che faceva prima. Leggiamo nel Vangelo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. Prosegue il testo del vangelo: “Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Ed infine, la gioia del Padre verso tutti: : “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Le considerazioni conclusive del Padre nei confronti del figlio maggiore, un po’ risentito per l’accoglienza: : “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La festa del perdono, così possiamo definire questo brano del vangelo, che ben si addice a quanto sperimentiamo ogni giorno, quando, con le nostre debolezze e fragilità umane ci allontaniamo da Dio, lo perdiamo letteralmente con il peccato, e se siamo in grado di esaminarci e prendere coscienza dei nostri atti, iniziamo il ritorno, incomincia la conversione, che è sempre una grazia di Dio ed è un’iniziativa di Dio. Il pastore va alla ricerca della pecorella smarrita e non tanto la pecorella va alla ricerca del pastore e dell’ovile; la donna va a cercare la dragma e non la dragma cerca la donna; il Padre attende ed aspetta che il figlio ritorni e scruta l’orizzonte in attesa della sagoma del figlio che si avvii verso di Lui. In poche parole, in tutte le cose del bene umano è sempre Dio a prendere l’iniziativa; mentre in ordine al male è sempre l’uomo che sceglie di suo autonomo percorso di dispersione e di disorientamento. Da queste parabole ci vengono importanti insegnamenti di vita spirituale e morale. Dio vuole sempre il nostro bene e la nostra salvezza; l’uomo non sempre vuole il suo vero bene. A volte si illude di trovare il bene, in ciò che bene non è; anzi è vero e proprio male. Prendere coscienza dei propri errori e sbagli è sempre un dono del cielo e chi lo riceve questo dono deve sentirsi e dirsi benedetto.

Nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro dell’Esodo, vediamo il popolo di Israele in cammino verso la terra promessa, il quale, invece di innamorarsi del vero Dio e seguire la legge divina, segue i suoi capricci e si intestardisce sulle cose non giuste che sente di fare e anche fa contro la volontà e i disegni divini. Dio minaccia punizioni, ma alla fine si rivela per quel che è nella sua stessa natura: bontà e misericordia. La preghiera e l’intercessione di Mosè blocca la punizione di Dio e il popolo che aveva deviato con comportamenti idolatrici, viene salvato e risparmiato: “Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”. Meditando sul grande mistero della redenzione, opera da Cristo con la sua morte e risurrezione, san Paolo Apostolo, nel brano della sua lettera ai Timoteo, che ascoltiamo oggi, ci rammenta un fatto molto importante ai fini della presa di coscienza della nostra identità di cristiani: “Rendo grazie –scrive – a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli”.

Questo cammino di conversione che ha caratterizzato la vita del persecutore dei cristiani e del più grande apostolo e missionario di tutti i tempi ci fa capire quanto potere ha nella nostra vita la grazia di Dio, se la lasciamo operare, senza ostacoli da parte nostra. La gioia di questa conversione di cui ci parla Paolo risulta evidente dal testo; la gratitudine verso il Signore è immensa e l’Apostolo ce la fa toccare con mano, quasi a dirci. Vuoi gioire? Convertiti a Cristo, convertiti a Dio. Questo appello sincero, sentito, carico di umanità e di riconoscenza venga fatto nostro, specialmente in questi ultimi mesi dell’anno giubilare della misericordia e del perdono, e come scrive Papa Francesco: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato..Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti” (MV, 2-3).

Sia questa la nostra umile preghiera, in considerazione di quanto abbiamo ascoltato dalla parola di Dio e dal magistero del Papa: “O Dio, che per la preghiera del tuo servo Mosè non abbandonasti il popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore, concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi, di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte”. Amen.

 

P.RUNGI.COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA XVII TEMPO ORDINARIO – 24 LUGLIO 2016

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DOMENICA   XVII  DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 LUGLIO 2016

LA PREGHIERA, RESPIRO DELL’ANIMA CHE CERCA DIO

Commento di padre Antonio Rungi

 

La preghiera per un cristiano, ma per tutti i credenti veri di qualsiasi religione, è un mezzo indispensabile per cercare Dio e raggiungerlo nella contemplazione dei divini misteri.

La preghiera è davvero il respiro di ogni anima che anela alla comunione con Dio su questa terra e alla salvezza definitiva nell’eternità.

Il maestro di preghiera per eccellenza è proprio Gesù.

Nel Vangelo di oggi, cogliamo questa richiesta importante del gruppo degli apostoli che si rivolgono al loro Maestro, dicendo: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.

Bello questo confronto con il precursore, per farci ricordare che anche Giovanni Battista era un uomo di preghiera ed un maestro di preghiera. Gli apostoli come i discepoli del Battista, non chiedono di imparare filosofia, letteratura, medicina, arte, economia, scienze, ma solo e soltanto la teologia spirituale, cioè la preghiera e l’ascesi.

Le scuole cristiane di preghiera nascono proprio con loro: con il Precursore e soprattutto con Gesù, che, oltre ad essere il vero Maestro di come pregare, è anche il Colui che dà i contenuti alla vera preghiera rivolta a Dio.

Da qui la nascita del Padre nostro, la preghiera di Cristo e del cristiano per eccellenza, che fa parte della nostra quotidiana esperienza di comunicare con Dio, attraverso queste bellissime espressioni di fede, di fiducia, di perdono, di pace che tale preghiera racchiude in se.

Questa orazione dovrebbe accompagnare i nostri passi dalla mattina alla sera, raccordandoci con il cuore e la mente con Colui che è davvero il nostro Padre, al Quale dobbiamo l’onore e la lode, per il Quale dobbiamo lavorare in terra, perché venga il suo regno di amore, di giustizia e di pace, con il Quale dobbiamo andare d’accordo, facendo la sua volontà. Al Quale Dio, nostro Padre, dobbiamo innalzare le nostre legittime richieste di dare il pane e il cibo quotidiano a tutti gli esseri umani, senza togliere a nessuno ciò che è necessario alla vita e alla salute. Nel Quale dobbiamo immergerci per chiedere perdono dei nostri peccati e trovare la forza per perdonare a quanti ci hanno fatto del male, rimettendo a loro i debiti, come noi riceviamo da Dio la remissione dei nostri debiti.

A questo Dio, che Gesù ci ha rivelato, come Padre Misericordioso, dobbiamo essere grati e riconoscenti, al Quale chiediamo di non abbandonarci nelle nostre miserie umane, nei nostri errori, peccati e fragilità, e Gli chiediamo di sostenerci nella lotta contro le tentazioni, il male e il demonio, perché possiamo essere davvero degni di essere suoi figli e vivere nella vera libertà di figli di Dio.

Una preghiera, la nostra, che avrà sempre una risposta dal cielo, che spesso con coincide con le nostre attese ed aspettative. Una preghiera che si fa “croce e dolore”, si fa “calvario e sepolcro”, si fa morte e risurrezione.

Ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto da San Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Chiedere con insistenza per muovere a compassione e tenerezza il cuore di Dio, già tenero e buono nella sua stessa natura ed essenza.

Sicuramente Dio, nella preghiera, vuole continuare con noi un dialogo più esplicito, più aperto, fatto di domanda e risposta, rispetto ad una preghiera silenziosa, senza richieste e senza attese.

Noi abbiamo bisogno di Dio e del suo aiuto, del suo intervento e dobbiamo avere l’umiltà grande di chiedere continuamente ed insistentemente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lo spirito e per il corpo, per noi stessi e per gli altri, per quanti condividono la nostra fede e per tutti gli esseri  umani, perché Dio è Padre di tutti e vuole la conversione di tutti.

Un tema, quella della conversione e del perdono che troviamo esplicitato nel bellissimo brano della prima lettura di oggi, tratto dalla Genesi, in cui patriarca Abramo si fa intermediario tra Dio e il popolo peccatore, gravemente immerso in uno stato di immoralità e di peccato.

Città, come Sodoma e Gomorra, simboli della decadenza morale nell’ambito sessuale e della corruzione, vivono in una condizione di peccato molto grave. E’ Dio stesso che vuole scende dal cielo per verificare la condizione di normalità almeno in un gruppo di persone, per salvare tutti. Alla fine, come leggiamo dal testo della Genesi e dal dialogo che intercorre tra Dio ed Abramo, dalla possibilità di trovare almeno 50 persone giuste, si arriva forse a trovarne uno solo.

Anche in quel caso, Dio perdona tutti per la giustizia di uno solo.

Chiaro riferimento al mistero della salvezza che si compie in Cristo, unico Salvatore del mondo. Solo Dio è il Santo, noi siamo tutti peccatori ed abbiamo bisogno della sua misericordia e del suo perdono.

Per farci capire tutto questo, il Signore, in ogni momento della storia dell’umanità, invia profeti, santi, testimoni, maestri della fede che ci conducono per mano a comprendere l’importanza di stare dalla parte di Dio e non dalla parte del male.

Quest’anno giubilare della misericordia che stiamo celebrando e che Papa Francesco ha indetto, ha un suo preciso scopo: chiedere misericordia a Dio ed essere noi misericordiosi come il Padre.

Non è facile fare come commino di conversione, ma dobbiamo riuscirci a tutti i costi, con noi stessi e dobbiamo aiutare gli altri a farlo.

A tal proposito, ci aiuti quanto scrive l’Apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ascoltiamo nella liturgia della Parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario:  “Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

La nostra salvezza, la nostra riconciliazione, il nostro Paradiso passa attraverso la Croce di Cristo, passa attraverso il Crocifisso.

Capire questo grande mistero della fede del Figlio di Dio che offre la sua vita sulla croce e versa il suo sangue per noi, è il primo passo per pentirsi e inginocchiarsi ai piedi del Crocifisso e dire: Signore perdonami, Signore salvami. Signore portami con te nella pace sconfinata ed eterna del tuo Regno.

Sia questa, allora, la nostra umile preghiera conclusiva con la quale vogliamo sigillare la nostra riflessione in questi giorni di tanto dolore e sofferenza per un’umanità, con tanti morti e vittime del terrore e della follia umana in ogni parte del mondo, questa umanità che ha perso il senso della vita e l’orientamento verso il vero bene: “Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza,
come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore”. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 17 LUGLIO 2016

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 17 luglio 2016
Accoglienza, generosità e riconoscenza

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa sedicesima domenica del tempo ordinario si apre con la bellissima testimonianza del patriarca Abramo che accoglie con generosità, affetto e bontà alcuni ospiti nella sua casa. In questo testo della Genesi, i tre uomini che si presentarono ad Abramo mentre viaggiavano, potrebbero essere legittamente interpretati come la Santissima Trinità o tre Angeli messaggeri di Dio.

Abramo oltre ad essere esempio di fede, è anche, in questo caso, modello di accoglienza ed amore verso gli altri.

Un esempio a cui dobbiamo ispirarci, soprattutto, oggi, noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana, in cui il tema dell’accoglienza di ogni persona è molto predicata e poco praticata.

C’è il rischio della globalizzazione dell’indifferenza, rispetto ai fratelli che sono nel bisogno e nella necessità. Fossero extracomunitari, immigrati, poveri del nostro territorio, ammalati, affamati o qualsiasi altra persona che chiede aiuto e soprattutto chiede di aprire il nostro cuore alle loro reali necessità. A rileggere il brano della prima lettura di questa domenica ci aiuta a capire come dobbiamo comportarsi sempre, di fronte ai reali bisogni di una persona. Certo, qui, nel testo biblico, è ben altra situazione che viene richiamata alla nostra attenzione ed è la presenza e la vicinanza di Dio nella vita del patriarca e nella vita della sua legittima moglie Sara. Una presenza vitale e che si trasforma in dono di vita, di fronte alla sterilità fisica di Sara, che, dopo questo fatto, riceverà il dono del figlio Isacco. Infatti, a conclusione del lauto pranzo fatto dai tre uomini accolti da Abramo in moodo davvero unico, chiesero ad Abramo: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». E’ sempre vero che la generosità del cuore premio sempre. E chi dona con gioia, ricevere sempre cento volte di più quello che dona. Bisogna far tesoro dell’insegnamento di Abramo, che si presenta in questo brano del Libro della Genesi, come l’uomo che ha bisogno di Dio e che una volta che sente di averlo incontrato, dona tutto se stesso per Lui. Da parte sua il Signore che si ferma presso la tenda di Abramo, accolto in un modo così singolare, affettuoso e generoso, non si tiene per sé quello che ha ricevuto, moltiplica all’infinito che che l’uomo gli dona, al punta tale che a quest’uomo dona la cosa più importante che è il dono della paternità, della maternità e della discendenza. Sarà da sterile, diventa feconda a Abramo, da non padre, diventa vero padre con tutti i crismi della legittimità. Non più un padre abusivo o illegittimo o biologico, ma un padre vero e pieno nelle sue funzioni di responsabile della vita del suo figlio, che nascerà e che si chiamerà Isacco. Non più il figlio della schiava, ma il figlio di un matrimonio vero e di una famiglia vera.

Di ospitalità generosa, gioiosa e sincera si parla anche nel Vangelo di oggi, in cui al centro del racconto c’è la visita di Gesù ai suoi amici, Lazzaro, Marta e Maria. Tre fratelli che accolgono Gesù nella loro casa. Tre uomini si presentano ad Abramo, tre persone accolgono Gesù  nella loro abitazione. Il brano del Vangelo di questa domenica è tra quelli più conosciuti ed usati, nell’applicazione concreta di come operare da cristiani o, se possibile, saper conciliare le tante esigenze di essere cristiani, non solo operando, ma soprattutto ascoltando la parola di Dio, con l’essere suoi discepoli nella preghiera, per poi essere operativi, fortificati dal dono della comunione intima e spirituale con il Signore. Marta e Maria sono un duplice modo di vivere da cristiani. Il primo, in modo operativo e concreto; il secondo, in modo contemplativo e ascetico. L’uno e l’altro aspetto della vita di un discepolo si possono integrare e compensare arricchendosi reciprocamente e vicendevolmente. Marta si lamenta con Gesù che vede la sorella, Maria, che sta ai suoi piedi, senza far nulla, mentre c’è molto da fare in casa, soprattutto quando ci sono ospiti così importanti. Quante volte queste cose capitano anche nelle nostre case e nelle nostre famiglie. E l’ospite che viene, invece di essere motivo di gioia e di festa, diventa solo motivo di preoccupazione ed ansia per accoglierlo in modo speciale o eccezionale. Quando il tutto dovrebbe essere fatto con la massima naturalezza e forse dando più importanza non tanto alle cose da preparare, ma al cuore che deve accogliere e la disponibilità delle persone a relazionarsi con l’ospite. Gesù, in fondo, questo fa notare a Marta nel breve dialogo che intercorre tra loro due. Da una parte Marta che si lamenta di Maria e Gesù che fa notare a Marta che quello non è l’atteggiamento migliore per accogliere un ospite. La distrazione che produce l’attivismo eccessivo, allontanano il cuore delle persone da Dio, dalla sua parola. Marta a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Gesù a Marta: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La scelta di Cristo è la parte migliore per ogni cristiano. Le altre cose saranno pure importanti, ma non premiano e danno gioia e serenità come l’essere in ascolto di Dio che parla, mettersi ai piedi di Cristo e comprendere ciò che vuole il Signore da noi. Mettersi, come ci ricorda l’apostolo Paolo, oggi, nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ben conosciamo e che ci è di insegnamento: “Sono lieto –egli scrive-  nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”.

Essere lieti di sopportare ogni prova nella vita per amore di Cristo. Quante sofferenze l’umanità è chiamata ad accettare. Tante dolorosissime prove della vita, come i fatti di cronaca di questi giorni ci richiamano alla mente. Solo una grande fede può accettare certe prove dolorosissime di vedere figli morti ed uccisi, tragedie di ogni tipo. Solo una vera visione della vita che è aperta all’eternità può aiutare a sopportare i tanti dolori e le tante sofferenze che, se, ben inquadrate nel discorso di fede sono la manifestazione attuale di essa nei segni e nei fatti della storia di oggi e di sempre, dove al centro c’è l’uomo che soffre e muore. Nell’immigrato, nel bambino, nell’emarginato, nel povero, in qualsiasi persona debole ed indifesa c’è Lui il Signore, come continuamente tentano a farci capire le tante voci profetiche dei nostri tempi, in primo luogo, Papa Francesco.

Sia questa la nostra preghiera, fratelli e sorelle: “Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 10 LUGLIO 2016

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 Domenica 10 Luglio 2016

L’obbedienza della fede che approda all’amore e al servizio degli ultimi.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quindicesima domenica del tempo ordinaria ci invita a riflette sul valore della parola di Dio nella nostra vita. Come essa sia la base di partenza per ogni esperienza di fede che possiamo fare nell’ambito della nostra religione. Il primo testo della liturgia di questa domenica, tratto dal Deuteronomio, ci presenta, infatti, Mosè che invita il popolo santo di Dio a mettersi in sintonia con la parola rivelata, con la parola comunicata attraverso le tavole della legge, nelle quali è espressa con chiarezza la volontà di Dio e alla quale dobbiamo adeguare il nostro modo di pensare e di agire. Mosè parlò al popolo dicendo:  «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

Ascolto, adesione e attuazione sono i tre passaggi essenziali per mettersi in sintonia con la voce di Dio, con la sua esplicita volontà di santificarci. Sentire questa parola di Dio vicino a noi è fare esperienza di ascolto e comunione, di disponibilità interiore a lasciarci toccare da essa e a rispondere in modo consapevole alla sua chiamata. In altre parole, un vero credente parte sempre dalla Parola di Dio per capire la sua volontà e non bisogna avere una grande cultura per capire ciò che vuole il Signore da Dio. Bisogna avere un cuore docile e disponibile a farci toccare da questa parola, a volte tagliente e che ti costringe a fare delle scelte coraggiose e precise. In questa logica di apertura e di accoglienza della parola, comprendiamo il valore del Salmo responsoriale, inserito nella liturgia di oggi e che è il Salmo 18: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi”.

La parola definitiva che Dio ha comunicato e dato all’umanità è il suo Figlio, Gesù Cristo. Nella lettera ai Colossesi che oggi leggiamo, viene messo in evidenza proprio la centralità di Cristo come parola vivente, parola che salva, parola incarnata nella storia dell’umanità, parola che si fa croce e dalla croce e con la croce capovolge i sistemi di pensiero di chi nella parola della croce, nel Verbum crucis, trova lo strumento della salvezza. Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Nella croce di Gesù l’umanità è stata riconciliata e pacificata, per cui questa umanità redenta dalla croce di Cristo e dal sangue versato ora può dire, se vuole, una parola di verità, una parola di autenticità, una parola di amore e santità. Una parola che passa attraverso l’azione e la vita, attraverso la carità. Una fede senza le opere è morta ed è insignificante. Una fede che si traduce in concreti gesti d’amore è vera e credibile e chi crede operando, esprime una fede autentica e rispondente ai requisiti minimi per dire di essere nel giusto. La parabola del buon samaritano di questa domenica, che ascolteremo nel Vangelo di Luca, è di grande insegnamento per tutti noi. Noi che spesso ci riteniamo più giuste e retti, più perfetti degli altri e che nelle tante competenze, conoscenze e abilità che abbiamo, non facciamo mai entrare la carità, né tantomeno le sette opere di misericordia corporale. Ebbene dall’insegnamento del samaritano attento alle gravi ferite del malcapitato e che si prodiga per sanarle, traiamo le ragioni vere di una fede che si fa amore e attenzione, che fascia e cura, che si dona e si offre. Una fede che ha una sola connotazione nel farsi carico delle sofferenze degli altri. Ecco perché in questa parabola è Gesù stesso che si presenta come il Buon Samaritano di tutta l’umanità. Nel suo cuore ci sono tutti gli uomini e tutte le sofferenze dell’umanità. Egli tali sofferenza se le è caricato sulle sue spalle e le ha lavato con il suo preziosissimo sangue di purificazione e rigenerazione spirituale. Impariamo da Gesù come comportarsi difronte alle tante sofferenze dei nostri fratelli. E se siamo noi nella sofferenza, non dimentichiamo mai che solo che sa soffrire sa anche capire ed aiutare. Perciò, come il maestro della legge che interroga Gesù, su cosa deve fare per ereditare la vita eterna, anche noi domandiamo oggi: cosa devo fare per salvarmi? Sto operando nella logica dell’amore e del servizio o sto semplicemente curando i miei interessi materiali, dimenticandomi degli altri o fingendo di non vedere il dolore del fratello abbandonano lungo le strade di questa umanità? I cattivi esempi li abbiamo anche noi, come Gesù fece notare nella parabola, parlando del sacerdote e del levita che andarono oltre e non aiutarono il fratello, massacrato dai briganti. Mi sembra di rivedere in questa parola che racconta la violenza, l’indifferenza il mondo di oggi, che, nella stragrande maggioranza non si importa dei problemi degli altri, a partire dalla fame del mondo, dalle ingiustizie, dalla corruzione, dalla delinquenza, dal terrorismo, per finire alle guerre. E sull’altro versante chi pure ha un cuore buono e sensibile e cura le ferite di chi è ammalato e si prodiga in tutti i modi per potere lenire il dolore altrui, spesso intimo, invisibile, non decifrabile e non osservabile ad occhi pochi attenti agli altri, poco empatici e sensibili in umanità. Cosa allora dobbiamo fare? Tanto per iniziare: amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza, con tutta la mente e in questo precetto dell’amore che fonda ogni altro amore umano, amare i fratelli e le sorelle come noi stessi. C’è un imperativo categorico dal quale nessun cristiano vero può esimersi e che Gesù richiama all’attenzione di noi, a conclusione della parabola del Buon samaritano: va e anche tu fa lo stesso, cioè mettiti a servizio del dolore dell’umanità. Sia questa la nostra preghiera, fratelli e sorelle, in questa domenica:  “Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo”. Amen.

LA RIFLESSIONE DI PADRE RUNGI PER DOMENICA 3 LUGLIO 2016 – XIV T.O.

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Le carezze di un Dio Padre e Madre

Commento di padre Antonio Rungi

E’ significativo in questa XIV domenica del tempo ordinario, aprire la nostra riflessione ed iniziare la nostra omelia con il testo del profeta Isaia, che leggiamo nella prima lettura di questa domenica di inizio luglio 2016: un altro mese dedicato alla misericordia, in quanto è il mese del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Infatti, il mese di luglio si è aperto con questa ricorrenza liturgica che ci porta tutti ai piedi della Croce di Gesù, dove si sperimenta davvero l’amore misericordioso di Dio, in quanto Cristo è il vero ed unico volto della misericordia del Padre.  Di un Dio che è Padre e di un Dio che è Madre, amorevole ed accogliente, che spalanca le sue braccia a tutti gli uomini, e tutti consola con la sua parola e con la sua grazia. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

La consolazione di cui parla Isaia, riferendosi a Gerusalemme, a Israele, è una consolazione del cuore, della mente, di tutto ciò che è espressione di autentica comunione con il Signore. Tale consolazione allontana da noi la guerra, l’odio, il risentimento  e porta la pace, la gioia, la misericordia di Dio nel cuore di chi è disposto a dialogare con Lui nell’amore e nella compassione.

Nessuna vera madre al mondo abbandona i suoi figli alle sorti più tristi della vita, ma si attiva in tutti i modi, perché essi vengano salvaguardati e difesi da ogni male e protetti da qualsiasi pericolo.

Dio è infinitamente più grande del cuore di ogni mamma, ecco perché il profeta Isaia, afferma, riportando le parole del Signore: “Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati”.

Le carezze di Dio, sono le carezze di un vero Padre e di una vera Madre. A volte possono anche lasciare il segno di una prova che va accettata, nella logica della croce e della passione del Figlio Suo.

Quante carezze di Dio, che non sappiamo leggere e discernere nel modo più giusto?

Quante volte queste carezze che fanno male, in un primo momento, si rivelano davvero salutari, per lo spirito e per il corpo, a distanza di tempo? Soprattutto quando rileggendo la nostra vita e la nostra esistenza alla luce del mistero dell’amore misericordioso di Dio, comprendiamo meglio il bene e il male.

Questo amore che decifriamo nei brani della liturgia della Parola di Dio di questa domenica, che è la prima vera domenica estiva, nel senso  delle condizioni  meteorologiche, temporali e sociali in cui ci troviamo a riflettere su di essa.

San Paolo Apostolo nel brano della sua lettera ai Galati è molto esplicito e chiaro nell’esprimere la sua idea, il suo pensiero e la sua sincera aspettativa rispetto al mistero di Cristo: “Quanto a me –egli scrive – non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.

Il vanto di ogni cristiano è la croce di Gesù. Non è la vergogna, ma la vera gloria ed esaltazione, in quanto su quella croce è salito il Salvatore del mondo, di cui noi siamo discepoli.

Il cristiano senza la croce di Gesù non è un vero cristiano. Sarà una brava persona, ma non sarà il vero seguace del Divino Maestro, che insegna all’umanità l’amore e il perdono dalla cattedra della Croce.

Non è la cattedra di una università teologica, filosofica, scientifica, è la cattedra dell’amore di Dio che parla a noi mediante il sangue di Cristo, sparso sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati.

Tutti dobbiamo essere stimmatizzati nel cuore, anche se la storia della santità cristiana ci dice che alcune persone hanno ricevuto anche nel corpo le stimmate di Gesù. Penso ad un Francesco d’Assisi, a San Pio da Pietrelcina, a Santa Gemma Galgani e a tanti altri santi che sono stati segnati dalla passione di Gesù anche nel loro fragile corpo.

Il Maestro ci ha insegnato ciò che è essenziale all’essere suo discepolo. A questa scuola di pensiero, unica ed irripetibile nella storia dell’umanità, in quanto si identifica con il Creatore e il Redentore, dobbiamo metterci a servizio, come ci ricorda il brano del Vangelo di oggi, nel quale è raccontata la scelta di altri 72 discepoli, oltre al gruppo ristretto dei Dodici, perché lo precedessero nei luoghi dove Egli stava per recarsi.

Un discepolo che deve preparare al strada al Maestro, deve fare da apripista. In poche parole tutti precursori, come Giovanni Battista, del vero Messia, di Colui che deve fare ingresso nono solo in luoghi e territori, ma soprattutto nel territorio sconfinato e incomprensibile dell’animo umano, dove, spesso, regna incontrastato satana.

La missione dei 72 nuovi discepoli è molto chiara. E’ Gesù stesso a definirla nei contenuti e nella metodologia: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

Ecco se mettiamo in pratica, anche noi, noi discepoli di Cristo del XXI secolo dell’era cristiana, terzo millennio di questa bellissima avventura della fede nella storia umana, i risultati arriveranno, come arrivarono per quei 72, i quali, dopo aver espletato il loro compito missionario, con semplicità, senza alcun mezzo, da poveri con i poveri, tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Gioia e orgoglio, non vanno d’accordo per un uomo di Dio, per un missionario, per un apostolo, consacrato o laico, ma sono in netta opposizione.

E Gesù di fronte alla risonanza, alquanto orgogliosa, dei 72 che relazionarono a Lui, su come era andata la campagna missionaria, dice parole che devono far vibrare i polsi a quanti si assumono ruoli e compiti nella Chiesa, rispondendo ad una precisa chiamata di Dio: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli!”.

La vera gioia non sta nel successo apostolico o missionario, nel fare carriera, nel diventare qualcuno, a volte a danno degli altri e calunniando il prossimo, nell’assurgere a posti sempre più importanti e stimati dagli uomini, ma sta in cielo. Lì è la sede vera e definitiva, quella autentica, della vera gioia per un credente, per un discepolo di Gesù.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore con fede e profonda convinzione interiore. “O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita
la tua parola di amore e di pace”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Domenica 26 Giugno 2016

Seguire Cristo incondizionatamente

Commento di padre Antonio Rungi

Come è difficile seguire gli altri, mettersi sulla scia di chi ci precede e vuole condurci verso mete importanti. Seguire Gesù è molto più difficile di quanto si creda e si afferma, in quanto la sua sequela non ammette condizionamenti, richiede una totale risposta di amore e di impegni, non attende, ma deve trovare risposta subito. Il vangelo di questa XIII domenica del tempo ordinario ci pone, noi cristiani, e soprattutto coloro che hanno ricevuto una speciale chiamata e vocazione dal Signore di fronte a scelte coraggiose, decise e senza tentennamenti. Rileggere il brano del Vangelo, oggi, alla luce della precarietà e della labilità delle nostre tante decisioni, ci fa convincere, sempre di più, che le scelte fatte, all’inizio di un cammino della nostra specifica vocazione stato di vita, hanno subito cambiamenti continui e, a volte, sono state del tutto abbandonate e non vissute. Quanti matrimoni falliti, quante vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa interrotte, quanti impegni pastorali assunti nella comunità, come servizio ed amore verso il Signore e la Chiesa, e poi lasciati cadere alla prima difficoltà o contrasto. Gesù vuole da noi, invece, coraggio e nessun tentennamento. Lui è andato spedito per la strada, anche se la sua strada ha richiesto di salire il calvario e morire sulla croce per l’umanità L’esempio è Lui e noi dobbiamo ispirarci a Lui in tutte le nostre scelte. Non possiamo dire come i chiamati del vangelo di oggi: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre»; oppure “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Apparentemente sono legittime richieste quelle che sono evidenziate nel testo del Vangelo, ma in realtà esse nascondono l’incapacità dell’uomo di rispomdere all’amore subito e con totale dedizione alla volontà di Dio. Questo nostro limite umano è comprensibile se valutiamo la nostra esistenza nell’orizzonte del tempo e delle cose che ci legano ad esso; ma se abbiamo gli occhi e la mente orientati all’eterno, sappiamo essere capaci di scelte totali e radicali per amore di Cristo e della Chiesa.

Un esempio di questa generosità nel servizio della parola, ci viene proposo nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Primo Libro dei Re, dove è narrata la vocazione di Eliseo, che si pone alla sequela del suo grande maestro e profeta, Elia. Infatti, Eliseo, che era un contadino, lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio”.

In questo esempio di sequela possiamo dedurre, la necessità per tutti noi, che siamo battezzati ed abbiamo ricevuto l’investitura e il mantello della profezia, ciò che dobbiamo fare quando siamo chiamati a servire Cristo, la Chiesa e i fratelli che sono in necessità. Non dobbiamo cercare prestigi personali e situazioni di comodo per noi, magari strumentalizzando la chiesa e la religione, ma dobbiamo dare il nostro apporto e il nostro contributo, di qualsiasi genere, dai servizi più umili a quelli più eccelsi, nella costruzione del Regno di Dio in mezzo a noi. Ognuno può e deve dare una mano per costruire il mosaico dell’amore universale nel nome del Signore e del Cristo Redentore.

Di questo è particolarmente convinto l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima e stimolante lettera ai cristiani della Galazia: “Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”. Redenti dal sangue prezioso di Gesù, noi cristiani siamo persone libere nella sostanza e nella realtà. La nostra libertà, non è capacità di fare il bene o il male o ciò che ci piace, la nostra libertà è Cristo. In Lui noi abbiamo acquisito questo valore importantissimo per ogni persona umana, in quanto siamo stati liberati dal peccato. Perciò l’Apostolo ci esorta a non ritornare nella condizione di prima, di uomini peccatori. E per realizzare questo nostro sogno spirituale, è bene vivere secondo lo spirito e non secondo la carne, in quanto come ci ricorda San Paolo: “la carne  ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”. Ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito, non saremo più sotto la Legge, cioè sotto il peccato. In definitiva se camminiamo secondo lo Spirito e non saremo portati a soddisfare il desiderio della carne. E poi vivremo in pace, in armonia, senza conflitti e gelosie, senza divisioni o contrasti che portano persone, gruppi, popoli e nazionali a lottarsi su tutti i fronti, per prevalere sugli altri e schiacciare la libertà degli altri. Tutta la morale cristiana, tutto il Vangelo trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!. Quanto è vera questa terribile e attuale affermazione di Paolo detta ai cristiani della Galazia. Oggi in tante situazioni, anche all’interno della chiesa si sperimenta la lotta senza confini contro tutto e contro tutti; mentre dovrebbe regnare suprema la legge dell’amore e della misericordia. Sia questa la nostra umile preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli”. Amen

COMMENTO ALLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2016

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Domenica 5 giugno 2016

 

Cristo ci riporta alla vita nella sua misericordia infinita.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa decima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a due miracoli. Uno, narrato nel brano della prima lettura, in cui Dio, attraverso la preghiera di Elia, guarisce un bambino e lo ridona alla sua madre, preoccupata per la sorte del suo figlio; l’altro, narrato dall’evangelista Luca, riguardante la risurrezione del figlio di una vedova di Nain, di cui non si sa il nome né del bambino e né della madre. Due miracoli che attestano la potenza di Dio sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Drammatico il racconto del primo miracolo, ma anche aperto alla speranza e alla fiducia in Dio. Il protagonista è sempre il Signore, ma l’intermediario tra Dio e la madre del bambino, che praticamente era morto, è il profeta Elia. Potremmo cogliere dal testo biblico, quasi un interesse privato in atto di ufficio, visto che il profeta chiede al Signore la guarigione del piccolo, perché deve essere ospitato da questa vedova di Sarepta. Invece non è affatto così. L’uomo di Dio si rivolge a Lui, perché mosso dalla sofferenza di quella donna, già senza marito ed ora senza figlio. Possiamo vedere la compassione del profeta verso questa vedova che, in un momento così difficile, trova nell’uomo di Dio il motivo di riprendere a sperare e a vivere con il figlio, praticamente morto. Bellissimo, intenso e pieno di significati spirituali, umani e religiosi il brano tratto dal primo libro dei Re, in cui è riportata questa prima risurrezione nell’Antico testamento: “In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

E’ interessante notare come dopo la guarigione del figlio, la vedova di Sarepta riprende il discorso della fede in Dio e della piena fiducia nel Signore. Certo, di fronte alla morte di un figlio, qualsiasi vera madre terrena resta interdetta di fronte ad un dramma del genere e, come spesso capita, anche ai nostri giorni, molte mamme e padri che forse non hanno una fede solida, in queste circostanze si allontanano da Dio e dalla Chiesa, perché pensano che il Signore non sia stato vicino a loro. Come è difficile capire la logica della croce e della morte, Solo chi si immerge nella spiritualità della croce e della passione di Cristo, può capire il grande mistero del dolore e della morte, non solo delle persone anziane e delle madri, ma soprattutto della morte dei giovani e dei figli. D’altra parte chi sale sul patibolo della croce è Gesù, giovanissimo. E Maria, ai piedi di croce, sta a lì a soffrire e vedere morire il suo figlio, il Figlio di Dio, l’innocente in senso assoluto e pieno. Ecco il grande mistero del dolore e della morte, che non è mai fine a se stesso, ma è aperto alla vita e alla risurrezione. Uno scenario completamente diverso quello che si presenta agli occhi di Gesù a Nain. Si tratta di un funerale di un bambino e nel corteo che porta il corpo senza vita del fanciullo al cimitero c’è la madre del bambino morto, anche lei una vedova. La scena straziante muove a compassione Gesù che fa fermare il corteo e si dirige verso la bara, nella quale è deposto il ragazzo appena morto. San Luca, concentra la sua attenzione propria sulla mamma del fanciullo e descrive il comportamento di Gesù in quella circostanza drammatica, che lascia poco spazio alla speranza. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Due importanti elementi vanno sottolineati. Gesù si rivolge a quella madre straziata dal dolore della perdita del figlio con questo monito: “Non piangere”. La presenza di Gesù è motivo di allontanare la morte e il dolore più atroce nel cuore di quella madre. E’ come per lei, così per tutti nella vita. Nei momenti più dolorosi della nostra esistenza c’è questa voce amica di Gesù che ci dice: Non piangere, ci sono io. E dove ci sono Io c’è la vita e non la morte, c’è la gioia e non il dolore. La risurrezione prevale sulla morte, la bara vuota del risorto, rispetto al sepolcro pieno di morti di ogni genere, di quelli morti naturalmente e per cause naturali e di quelli morti per violenza come nel caso di Gesù e di tanti martiri innocenti e di persone uccise a tradimento, nelle guerre, nella nostra società violenta. Quel dolore di mamma si rinnova oggi nel cuore di tante madri che vedono morire i figli o figli che restano senza madri e padri, come stiamo vedendo in questi terribili giorni di violenza in Italia, nel mondo, nella questione dei profughi che muoiono nel mar mediterraneo e tanti altri fatti di sangue. Nessuno di questi bambini morti per violenza ritorna in vita, lasciando nel nostro cuore di persone sensibili uno smarrimento ed uno sconforto, che solo la fede nella risurrezione finale può attenuare.

Dalla risurrezione dalla morte corporale alla risurrezione dalla morte spirituale, il parallelismo è immediato e spontaneo. Questo parallelismo della doppia risurrezione, quella fisica e quella spirituale, si comprende alla luce del brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati, nel quale l’Apostolo delle genti racconta della sua conversione, della sua risurrezione interiore: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore”.

Come per Paolo, così per tutti, se ci rendiamo disponibili alla grazia di Dio ed abbiamo fede in Lui, tutto cambia in meglio nella nostra vita. Nulla può renderci tristi, farci soffrire e piangere, neppure la morte dei propri cari più cari, ma tutto diventa luce e speranza, guardando con passione a colui che è la vera risurrezione: Gesù Cristo, nostra vita e nostra gioia infinita. Sia questa la nostra umile, ma sentita preghiera che rivolgiamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con la speranza che splende sul volto del Cristo;  fa’ che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio,  perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione. Amen.