OMELIA

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA IV DOMENICA DI PASQUA

RUNGI2015

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
Domenica 7 aprile 2017

Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.

Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: “Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te,  dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore”.

Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo “nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati”, e dalla Cresima, dal momento che riceveranno “il dono dello Spirito Santo”.

L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che “quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”. Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.

Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro “se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto “insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti”.

Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore  e custode delle vostre anime”.

Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua:  “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI PASQUA 2017

RUNGI2015

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
DOMENICA 30 APRILE 2017

Noi testimoni del Cristo Risorto

Commento di padre Antonio Rungi

Non siamo stati tra gli apostoli che conobbero personalmente Gesù, né siamo stati tra gli apostoli che videro Gesù Risorto, compreso il dubbioso Tommaso; eppure anche noi siamo i testimoni di oggi del Cristo Risorto, perché crediamo sulla parola del Signore, senza averlo visto.

L’essere testimoni del Risorto, a distanza di XX secoli dell’inizio del cristianesimo, vuol dire cogliere il nucleo portante della fede cristiana e dell’annuncio della fede cristiana.

Dalla risurrezione di Gesù scaturisce ogni legittima fede in ogni parola che è uscita e continuerà ad uscire dalla sua bocca, mediante il ministero dell’insegnare che la Chiesa porta avanti nel nome del Risorto.

Con l’assemblea che si riunisce per la Pasqua settimanale, in questa terza domenica del tempo pasquale, vogliamo elevare la nostra umile preghiera a Dio con queste parole di gioia e di speranza: “O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane”.

Proprio nella prima lettura di questa terza domenica abbiamo la possibilità di entrare nel cuore e nella sostanza stessa del primo annuncio missionario che i discepoli del Signore proclamarono all’indomani della discesa dello Spirito Santo su di loro. Capire le scritture e riconoscere Gesù nello spezzare il pane, ovvero nella celebrazione eucaristica.

Nella santa messa siamo invitati ad accogliere la parola di Dio e a partecipare alla mensa eucaristica.

Il testo degli Atti degli Apostoli che ascoltiamo oggi riguarda proprio il giorno della Pentecoste, quando “Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.  Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”.

Ed aggiunge con coraggio “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”.

Lo furono testimoni del Risorto gli apostoli fino a dare la propria vita per il Signore, lo siamo oggi noi testimoni del Risorto quando viviamo secondo il Vangelo e mettiamo in pratica quando Cristo ci ha insegnato, senza aver paura anche di essere uccisi per causa del Vangelo.

Oggi registriamo tanti atti eroici di veri cristiani che muoiono da autentici martiri ,per testimoniare la loro genuina fede nel Cristo Salvatore e Redentore.

Di fronte al  mistero della morte, della risurrezione e della vita, il Salmo 15 ci incoraggia a guardare la nostra esistenza terrena nell’orizzonte dell’eternità, con queste parole: “Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.

E sempre la parola di Dio di questa domenica ci parla dell’importanza di alimentarsi ad essa in ogni circostanza, lieta o triste, della nostra vita, come avvenne per i discepoli di Emmaus che ebbero la gioia di avere come compagno di viaggio Gesù Risorto stesso, senza che se ne accorgessero, se non quando si mise a tavola con loro, essendo ormai sera e il giorno volgeva al termine, e spezzò il pane, rifacendo lo stesso gesto dell’ultima sua cena con gli apostoli nel cenacolo della gioia, ma anche del dolore; della carità, ma anche dell’odio da parte di Giuda; della speranza, ma anche della disperazione di alcuni dei discepoli che non avevano compreso esattamente chi era davvero il loro Maestro.

Infatti, l’evangelista Giovanni ci ricorda nel brano di oggi che mentre i discepoli, che andavano verso Emmaus, conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

La comprensione della vera identità del Maestro avverrà dopo, quando Gesù fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

Questa esperienza di conoscenza diretta del Signore e dell’incontro a faccia a faccia con lui, fece scattare negli apostoli quello che noi chiamiamo la testimonianza di quanto vissuto e che gli altri dovevano sapere per necessità di cosa e anche con una certa urgenza e premura.

Infatti i discepoli di Emmaus fecero subito ritorno a Gerusalemme per andare ad avvisare gli Apostoli di quanto era capitato a loro: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”.

Anche questa apparizione di Gesù si colloca in un contesto liturgico pasquale e ci invita a fare due cose importanti in questo tempo di Pasqua: istruirsi nella fede e partecipare alla messa, memoriale della Pasqua di Cristo ed attualizzazione dell’evento salvifico, portato a compimento da Cristo nella sua morte e risurrezione.

In questa prospettiva di vita e risurrezione, facciamo nostro quanto ci dice l’Apostolo Pietro, nel brano della seconda lettura di oggi: “Se chiamiamo Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportiamoci con timore di Dio nel tempo in cui viviamo quaggiù come stranieri”.

E un ricordo ben preciso da parte di San Pietro del dato dottrinale circa la persona di Cristo: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia… e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Noi siamo stati redenti dal sangue preziosissimo di Gesù. Aver questa consapevolezza, conoscere questa verità di fede ci spinge nella direzione che la parola di Dio di questa domenica ci indica con esattezza: essere testimoni di un Dio Crocifisso e Risorto per amore e in questo mare infinito d’amore siamo chiamati a navigare ogni attimo della nostra vita per capirne il senso, l’orientamento e destino finale di ognuna di essa. Perché davanti a Dio ogni vita è degna di essere vissuta, amata e rispettata, perché destinata alla risurrezione finale.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

RUNGI2015

II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

 

Domenica 23 aprile 2017

 

La Chiesa della misericordia per praticare la misericordia

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Ci riempiamo spesso la bocca di essere misericordiosi e di praticare la misericordia, forti dell’insegnamento che ci viene dal Signore Risorto che, apparendo agli apostoli, nella sera stessa della sua risurrezione, conferisce loro il mandato del perdono e della riconciliazione, ma in realtà non siamo affatto misericordiosi, né viviamo la misericordia come condizione fondamentale dell’essere cristiani. I fatti lo dimostrano e la vita conflittuale in cui ci troviamo spesso non depongono a favore del perdono. Questa seconda domenica di Pasqua, che san Giovanni Paolo II, ha istituito per annunciare e vivere la misericordia di Dio nella Chiesa e fuori della Chiesa, ci invita a recuperare questo aspetto fondamentale dell’essere e vivere da cristiani nel mondo, soprattutto, oggi, dove la misericordia deve essere effettivamente vissuta per portare al mondo la pace e la riconciliazione di fronte a tanti conflitti, guerre e divisioni.

Nella preghiera iniziale della celebrazione dell’eucaristia di questa Domenica in Albis, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova”.

Prima condizione. La misericordia di Dio va vissuta nella comunità dei credenti. Dobbiamo ripartire dalle nostre comunità, sull’esempio di tutti i battezzati della prima comunità di Gerusalemme che, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli apostoli “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.

Seconda condizione. La misericordia nasce dalla conoscenza della parola di Dio, nella condivisione dei progetti, nella frazione del pane, ovvero dalla partecipazione all’eucaristia e dalla preghiera”. Insegnamento, comunione, ovvero koinonia, eucaristia e preghiera sono i quattro pilastri dell’edificio spirituale su cui si poggia la misericordia all’interno della comunità dei credenti. Questo modo di essere e di vivere dei cristiani, fa miracoli, come ci ricorda il testo della prima lettura di oggi: “un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”.

Terza condizione. La comunione e la condivisione dei beni diventa un fatto spontaneo, senza forzature o pressioni, leggi e norme da dettare per arrivare a questo fine, come purtroppo avviene da sempre in tanti ambiti, anche ecclesiali: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. La legge dell’amore, della carità e della solidarietà che nasce dal cuore, supera tutte le leggi scritte dagli uomini e tutte le norme che si stabiliscono, di volta in volta, per togliere dalle tasche dei poveri, quel poco che hanno, per darlo ai ricchi che continuano ad arricchirsi a danno dei poveri.

Quarta condizione. La misericordia passa attraverso la giustizia ed un’equa distribuzione dei beni. Lo stesso salmo 117 che accompagna la preghiera della comunità, oggi in questa domenica della divina misericordia, ci invia a rendere grazie al Signore, perché è buono e il suo amore dura in eterno. Questo dire grazie è soprattutto quando il Signore ci è vicino nella prova e nella sofferenza, quando la vita ci appare difficile e Lui la rende facile, perché nostra forza e nostra gioia è il Signore. Anche quando, come Lui, siamo scartati ed esclusi, alla fine ritorna a nostra utilità spirituale la via dell’umiltà, del silenzio e dell’esclusione.

Da queste strade si riparte per ricostruire il tempio di Dio che è in noi. Infatti, nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di San Pietro apostolo, il principe degli apostoli rende lode al Signore per la grande misericordia che ha concesso, mediante il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, all’umanità intera. Rigenerati nella vita della grazia, mediante il battesimo, siamo chiamati ad essere uomini e donne della gioia, della speranza, della fede che travalica i confini di ogni limite umano. “Perciò – scrive san Pietro – siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”. Una fede nel Risorto che non può passare assolutamente attraverso la verifica della conoscenza umana e scientifica, della dimostrabilità delle cose reali, ma che si fonda sull’amore e guarda verso gli orizzonti della vita eterna. Nell’abbondono totale alla parola di Dio, nell’affidarci, confidarci e fidarci del Signore dobbiamo superare “la logica tommasea”, che pur comprensibile umanamente e legittimata su un piano scientifico, non trova ragion d’essere di fronte alla Parola del Signore, che è parola vera e certa e che va accolta con la fede.

Convinti che fede e ragione devono camminare insieme, siamo consapevoli che dove non arriva la ragione, la fede è quell’ala indispensabile per volare verso il cielo, per incontrare il Dio vero ed eterno.

Perciò, nel Vangelo della domenica della Divina Misericordia, troviamo il brano dell’evangelista Giovanni che ci racconta dell’apparizione di Gesù agli apostoli nel giorno stesso della risurrezione e otto giorni dopo, mentre stavano nel cenacolo, tutti paurosi ed in attesa di segni nuovi.

Nella prima apparizione, con i segni della sua passione, quando non era presente Tommaso (fatto emblematico), Gesù dà mandato agli apostoli e li invia nel mondo quali messaggeri e ministri del perdono, dicendo loro queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»…«Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

L’Evangelista Giovanni evidenzia che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.  Tutti gli apostoli dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Entra in campo la razionalità umana, la critica, la discussione, il dubbio. Tommaso ha bisogno di verificare e non a caso è passato alla storia e alla cultura come l’apostolo del credere dopo aver costatato di persona. Cosa che di fatto avvenne, “otto giorni dopo, quando i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Messaggio più bello e invito più autentico non poteva venire dalla bocca del Risorto con i segni della Passione: credere e basta, ma credere su una parola, quella del Figlio di Dio che ha dato la sua vita per noi.

Non è una filosofia la sua, non è una nuova scienza matematica o naturale, la sua scienza è la sapienza della croce e della risurrezione, è la scienza dell’amore e del dono.

Credere è affidarsi a questa sapienza. Credere significa aprire il cuore, il mio, il nostro cuore, alla misericordia per chiedere misericordia e perdono e per dare misericordia.

Nella Domenica della Divina Misericordia, inginocchiamoci davanti al Signore Crocifisso e Risorto per chiedere perdono per i nostri peccati e quelli del mondo intero. Peccati che nascono dalla presunzione e dall’orgoglio di mettere il nostro io al posto del vero ed unico Dio.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

1424449_667721976591797_1278921107_n

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 2 aprile 2017

 

Lazzaro, vieni fuori. E l’amico morto resuscitò.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte

e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

 

Commento di padre Antonio Rungi
La quinta domenica di Quaresima che celebriamo oggi ci prepara immediatamente alla Pasqua. Sono, infatti, pochi i giorni che ci separano dall’annuale ricorrenza liturgica della risurrezione del Signore, che è il punto di riferimento di tutto il cammino spirituale del singolo cristiano, come per l’intera comunità cristiana.

Già domenica prossima entriamo nel vivo delle celebrazioni pasquali con la Domenica delle Palme o di Passione.

Questi ultimi giorni, prima della Settimana Santa, siano vissuti bene da ognuno di noi chiedendo al Signore quanto è espresso nella preghiera della colletta di questa domenica: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”.

Al mistero di Cristo Redentore, al futuro Re e Messia d’Israele si riferisce il testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal profeta Ezechiele, che ci invita a riconoscere il Signore che viene, in quanto aprirà le tombe e farà uscire dai sepolcri il suo popolo.

Chiaro riferimento alla risurrezione della carne e al Cristo pasquale che la liturgia dell’AT anticipa con tante figure ed immagini come quella dell’uscita dall’esilio terreno e spirituale in cui il popolo di Dio si era procacciato e da cui non riusciva ad venire fuori senza l’intervento dall’alto.

La terra promessa si vede all’orizzonte e non si tratta solo dalla Palestina e del ritorno in patria, dopo i vari esili storici di Israele, ma soprattutto al ritorno della patria celeste ed eterna, verso la quale noi tutti siamo diretti e di cui dobbiamo preoccuparci seriamente, se consideriamo che siamo di passaggio su questa terra, viviamo in esilio, nell’attesa di raggiungere la nostra casa e patria per l’eternità.

E il Salmo 129 completa questa nostra riflessione sul futuro nostro, che si chiama eternità, ricordando ad ognuno di noi la nostra povertà e miseria, di fonte alla bontà e la misericordia di Dio, che è infinita:  “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore”.

San Paolo Apostolo nel testo della sua Lettera ai Romani, che oggi leggiamo, ci riporta alla triste realtà di una vita vissuta nel materialismo e alla bellezza e ricchezza di una vita vissuta nello spirito. Infatti, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio; mentre coloro che vivono sotto il dominio dello Spirito del Signore, piacciono a Dio e vivono di Dio nel tempo e nell’eternità.

Anche in questo secondo brano della parola di Dio di oggi c’è un forte appello ad alzare gli occhi al cielo, a guardare in alto e saper sognare una vita spiritualmente felice: “se Cristo è in noi, il nostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”, ci ricorda l’Apostolo.

Il Vangelo di oggi con il racconto della risurrezione di Lazzaro, di cui l’evangelista Giovanni ci offre tutti i dettagli, ci anticipa quello che succederà con la risurrezione di Gesù. Egli riporta alla vita fisica, momentaneamente, l’amico Lazzaro, per la cui morte il Signore soffre e piange, per insegnarci a guardare la nostra vita, oltre la vita. Infatti, la morte non è l’ultima parola per l’uomo, ma è la risurrezione anche nel suo corpo mortale.

La malattia che porterà Lazzaro alla morte fisica, non sarà per glorificare la conclusione dell’esistenza terrena di ogni essere umano e vivente, ma sarà per dare gloria a Dio, come leggiamo testualmente: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

E così sarà, in quanto Lazzaro, che già da quattro giorni era nel sepolcro, per la potenza divina di Gesù, risorgerà e riprenderà il suo cammino nel tempo, in attesa poi di chiuderlo per sempre alla fine dei suoi giorni, davvero ultimi quella volta successiva, come era scritto nel libro della vita e soprattutto della fede.

Voglio chiudere questa riflessione della quinta domenica di Quaresima, con la stessa preghiera che Gesù rivolge a Dio Padre, prima di far risuscitare Lazzaro: “Padre, ti rendiamo grazie perché ci ascolti sempre nella gioia e nella sofferenza. Io sappiamo che ci dai sempre ascolto, ma rendi più forte e solida la nostra fede in Te, nella risurrezione della carne e nella vita eterna”.

Questa settimana che ci attende, sia di preparazione alla Settimana Maggiore. Predisponiamo il nostro cuore ad accogliere il Verbum Crucis, la Parola della Croce, che è la vera salvezza del mondo.

Non dimentichiamo chi vive nel dolore, nella malattia e sperimenta la perdita delle persone care, come fu per le sorelle di Lazzaro e per lo stesso Gesù per la morte del suo amico.

Mai disperare di fronte al dolore e alla morte e sempre avere fiducia e speranza nel Signore

P.RUNGI. COMMENTO ALLA IV DOMENICA DI QUARESIMA 2017

RUNGI1

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

DOMENICA 26 MARZO 2017

La gioia di una fede vera e sincera

Commento di padre Antonio Rungi

 

Oggi celebriamo la domenica della letizia, della gioia che ci proietta direttamente alla Pasqua. La gioia che ogni cristiano deve per necessità sperimentare e che nasce dalla fede e vive di fede.

I testi biblici di questa quarta domenica di Quaresima, infatti, ci mettono davanti a noi il cammino della gioia che solo chi ha una visione di fede vera e sincera può sperimentare anche nella croce e nella sofferenza.

L’antifona di ingresso della liturgia eucaristica di questa giornata ci invita a rallegrarci con Gerusalemme, a riunirsi in essa quanti l’amano, ad esultare di gioia nel Signore e a superare ogni tristezza e malinconia del cuore, a saziarci del pane della grazia che il Signore ci dona continuamente.

La nostra Gerusalemme è la Chiesa dei credenti ed in essa vogliamo sperimentare la vera gioia che viene dal cielo ed arriva al cielo.

Nel testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal primo libro di Samuele, troviamo il racconto dell’elezione di Davide a Re d’Israele. Tra tutti i figli di  Iesse, solo Davide è indicato come il giusto e legittimo Re di Israele, consacrato dallo stesso Samuele, che svolgeva la funzione di profeta e giudice. Chi fosse Davide lo sappiamo da questo testo: era un pastore e come tale la sua attività era stare a curare l’ovile. Dai campi viene chiamato, prelevato e portato al cospetto di Iesse per essere unto e consacrato Re da Samuele. Si comprende facilmente che il testo rimanda alla figura di Cristo, indicato come Figlio di Davide. E Gesù è della discendenza Davidica, come lo era Giuseppe il suo padre putativo. Ma Davide è anche il Pastore e Gesù è il Buon Pastore. Queste due immagini di Re e Pastore riferite a Davide e traslate con un significato molto diverso a Gesù ci inseriscono nel cammino pasquale, che è un evidente richiamo al battesimo, quale sacramento della fede, che ci inserisce in Cristo Re, sacerdote e profeta.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto dal Salmo 22, ci ricorda che il Signore è il nostro Pastore, la nostra guida, che ci fa riposare su campi erbosi e ci conduce in porti sicuri, ci guida per giusti cammini e ci porta fuori dalle oscurità del male e del peccato. In questa nuova condizione, noi vivremo al sicuro nella casa di Dio e sperimenteremo gioia e felicità piene.

Nel bellissimo brano della lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, il nostro cuore si apre ad una speranza che trova le sue ragioni nella fede, che è luce e lampada sui nostri passi. Con la fede noi siamo davvero nella luce della grazia di Dio, usciamo fuori dalle secche del peccato, dai blocchi di ogni genere che non ci fanno progredire verso il bene. Se una volta eravamo tenebre, ora, con il battesimo e la conversione, siamo luce e come persone che sperimentano la luce della grazia e della misericordia di Dio, cosa debbono fare? Dobbiamo comportarci come figli della luce, i cui frutti sono elencati da san Paolo con termini precisi: bontà, giustizia e verità. Il cristiano è fedele, è trasparente ed è coerente. Non dice una cosa e poi ne fa un’altra, ma quello che dice lo fa sempre, in pubblico e in privato. I valori morali e tutto ciò che ha attinenza con la risposta personale alla chiamata alla santità vanno integralmente vissuti, senza compromessi alcuni o adattamenti vari. Bisogna svegliarsi dal torpore spirituale e non vivere come cadaveri ambulanti, morti dentro e senza prospettiva di vita e di speranza. In tali condizioni il cristiano non può assolutamente starci, in quanto la sua vita di grazia, illuminata dallo Spirito del Padre, non può essere che una vita di gioia e felicità

Oggi ascoltiamo uno dei testi del vangelo in cui il Signore opera un miracolo eccezionale, quello della guarigione di un cieco nato. Del fatto straordinario ne sono convinti anche i detrattori del Signore: “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Tutto il racconto ci fa comprendere la progressione del cammino della fede, della luce che è la fede e della vista che è quella interiore. Il miracolo in se stesso è un fatto oggettivo e dimostrabile dalla scienza stessa che classifica l’evento come un fatto inspiegabile in quel momento. Ma si sa che da che mondo è mondo, cioè in base alle conoscenze scientifiche, nessuna persona che è nata cieca, riacquisti la vista con cure e terapie. E’ capitato che si è avuto questo dono mediante l’intervento dall’alto. I limiti della natura sono superati con l’intervento del cielo. Ma al di là del valore in se di questo straordinario miracolo operato da Gesù, tutto il Vangelo di oggi è un forte appello ad affidarsi a Dio, con il vivere la fede e sentirla viva in noi. Il cieco nato, poi guarito, è ogni persona che viene in questo mondo e vi entra con il peccato originale, che il lavacro del battesimo, toglie dando a chi lo riceve il dono della fede, della luce. Una luce che può irradiarsi per tutta la vita o spegnersi progressivamente, non vivendo nella grazia e nell’amicizia di Dio. Chiediamo al Signore che questa luce rimanga sempre accesa nella stanza del nostro cuore e della nostra mente. Concludo questa mia odierna riflessione sulla parola di Dio con questa preghiera scritta da un grande santo convertito dal paganesimo al cristianesimo che è Sant’Agostino:

Signore mio Dio,

Unica mia Speranza,

fà che stanco non smetta di cercarTi,

ma cerchi il Tuo Volto sempre con ardore.

Dammi la Forza di cercare, Te,

che Ti sei fatto incontrare e mi hai dato la Speranza

di sempre più incontrarTi.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:

conserva quella, guarisci questa.

Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza:

dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare,

dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.

Fà che mi ricordi di Te,

che intenda Te, che ami Te.

Grazie, Signore, noi Ti adoriamo e crediamo in Te!

Amen

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO -II DOMENICA DI QUARESIMA 2017

RUNGI1

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 12 marzo 2017

Collocati come ponti tra due monti

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio della seconda domenica di Quaresima ci offre l’occasione e l’opportunità di riflettere su due temi portanti della spiritualità cristiana: la vocazione e la trasfigurazione. Nella prima lettura, infatti, si parla della vocazione di Abramo, nella seconda di quella dell’Apostolo Paolo e nel Vangelo ci viene narrato il racconto della trasfigurazione del Signore sul Monte Tabor. La Quaresima è d’altra parte tempo favorevole per trasfigurarci ad immagine e somiglianza di Cristo crocifisso e glorioso. Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi ci rivolgiamo al Padre con queste umili parole: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”. La Quaresima che è tempo privilegiato per ascoltare meglio e più intensamente la parola di Dio ci aiuti a porre al centro della nostra giornata e della nostra vita ciò che davvero conta davanti a Dio e agli uomini.

Per realizzare questo sogno è necessario avere la stessa disponibilità e la stessa fede di Abramo che accolse la parola del Signore e lasciò ogni cosa, compresa la sua terra, per seguire la chiamata di Dio: “«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò…. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”.

Lasciare tutto e partire. Quando il Signore chiama e si comprende esattamente la sua voce, non c’è cosa, persona e legame che ti possa costringere a rimanere piuttosto che andare. Abramo ascolta la voce del Signore e parte, senza alcuna meta, seguendo l’itinerario che Dio gli indicherà. Non la strada di Abramo, ma la strada di Dio si apre davanti al suo cammino e lui sempre più sicuro non va verso l’incognito e il buio, ma verso il certo e la luce, perché è la luce di Dio che lo guida, è la luce della fede. Perciò egli è nostro padre nella fede. Nella vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio, troviamo il prototipo di ogni chiamata alla fede. Le nostre umane decisioni vanno costruite sulla parola di Dio che, come ci ricorda il Salmo 32, è retta e fedele ed ama la giustizia e il diritto.

Anche san Paolo nel brano di oggi, tratto dalla sua lettera all’amico Tito, parla della vocazione e della missione che è per la propria santificazione e per annunciare il Vangelo della salvezza e della redenzione. “Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo. Per portare avanti la causa del vangelo bisogna avere un grande spirito di sacrificio, di rinuncia e di patimenti. Per il Vangelo si soffre frequentemente in ogni angolo della terra, dove la testimonianza della vita cristiana rappresenta un forte appello, per tutti, alla rettitudine morale. Solo con la grazia di Dio e della Sua vicinanza a noi è possibile portare avanti progetti di evangelizzazione, soprattutto in quei luoghi, dove maggiori sono le resistente e gli ostacoli. Il Signore doni lo stesso coraggio e zelo apostolico di Paolo Apostolo, maestro nel campo missionario, anche nell’oggi della Chiesa e del mondo contemporanei.

Nel Vangelo di oggi, tratto da San Matteo, leggiamo il testo della trasfigurazione. Gesù e tre apostoli salgono sul monte Tabor. Gesù all’improvviso cambia il suo volto che diventa luminoso, raggiante ed anche il vestito assume un colore bianco che più di quello non poteva essere. Gesù si trasfigura e con lui appaiono anche due testimoni dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia che discorrevano con Lui. I tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, rimangono estasiati da quella visione di paradiso e chiedono al Signore di rimanere lì.

Intanto una voce dal cielo dichiara senza ombra di dubbio che Gesù è il Figlio di Dio, il prediletto del Padre, nel quale il Padre stesso ha posto il suo compiacimento; per cui dobbiamo ascoltare la voce di Cristo, perché è la stessa voce di Dio che ci insegna a seguire il bene e ad evitare il male. All’udire la voce di Dio, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Rimangono nel paura di cosa poteva mai accedere di lì a poco. Ed infatti, Gesù si avvicinò a loro, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». In questo contatto rassicurante, gli apostoli riprendono consapevolezza di chi sono e dove si trovano e con chi stanno. E allora alzano gli occhi verso l’alto, ma non videro più nessuno. Con loro era rimasto Gesù solo, con il Quale erano saliti sul monte della trasfigurazione. Ma si trattava, ora, di riprendere il cammino, di ridiscendere, di ritornale alla normalità. E nel cammin facendo verso la valle delle umane quotidianità e sofferenze è Gesù che parla e raccomanda loro di non parlare a nessuno di quello che avevano visto, lassù, sul monte della gloria «prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Gesù stesso prepara così gli apostoli all’imminente scandalo della croce ed invita i tre prescelti a seguirlo anche sull’altro monte, quella più difficile da scalare per tutti ed è il Monte Calvario, il Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e morirà per la redenzione dell’umanità.

E’ interessante in questa seconda domenica di Quaresima, pensare che noi siamo collocati come ponti tra due monti: il monte Tabor e il monte Calvario. Nella vita che si svolge nel tempo noi dobbiamo realizzare questo raccordo stradale o viadotto della grazia e dell’abbandono fiduciale a un Dio che nel suo Figlio prediletto ci dona la gioia del suo perdono, facendoci toccare con mano la bellezza della grazia. Il tutto però passa necessariamente attraverso quel monte del Calvario che è il monte dell’amore misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità, perché su quel monte è stato crocifisso l’Amore per ricominciare a vivere nell’amore proprio partendo dalla passione e morte in croce di nostro Signore. Salendo il monte del Calvario con Gesù che va al patibolo della croce, possiamo capire dove sta il vero Tabor della nostra vita. Sta proprio nell’essere vicino al Cristo e vederlo trasfigurato dall’amore che si fa dono nella croce e con la croce.

P.RUNGI. PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

1424449_667721976591797_1278921107_n

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
DOMENICA 5 MARZO 2017

 

Le tentazioni aiutano a crescere nella vita di fede.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Mercoledì scorso abbiamo iniziato questo lungo cammino di 40 giorni in preparazione alla Santa Pasqua del 2017. E’ il tempo forte dell’anno liturgico, chiamato Quaresima, che ci conduce per mano, con la parola di Dio, con l’eucaristia, con la confessione, con le opere di carità e con la penitenza all’appuntamento annuale della Pasqua di Morte e Risurrezione. Questo periodo di preparazione si aggancia all’esperienza di deserto, preghiera e penitenza fatta da Gesù prima di iniziare la sua attività pubblica. Il vangelo di Matteo di questa prima domenica di Quaresima è dedicato, infatti, proprio al racconto della quaresima di Gesù e alle tentazioni che dovette affrontare e superare a conclusione di essa. Anche per noi cristiani questo tempo di grazia ci è donato, da un punto di vista liturgico per sperimentare la nostra concreta possibilità di rispondere al vangelo con la sincera volontà di convertirsi e di superare qualsiasi tentazione che quotidianamente Satana cerca di farci accettare piuttosto che superarla. Affidiamo il nostro cammino quaresimale alla preghiera di questa prima domenica, con la quale chiediamo “di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo
con una degna condotta di vita”.

La prima lettura e il salmo responsoriale di oggi sono incentrati sul tema del peccato originale e del peccato in generale. Nella prima lettura viene narrata la prima fondamentale caduta essenziale, morale e spirituale, nonché biologica dell’essere umano, commettendo la prima vera e sconvolgente colpa, quella d’origine che ha condizionato, poi, tutto il resto della vita. La descrizione e il racconto di questa ribellione della coppia umana alla volontà e ai disegni di Dio, sembra di poco conto; ma in realtà è di una consistenza tale che ha colpito l’uomo nei suoi elementi basilari, che erano improntati alla perfezione nel Paradiso Terreste, dove Adamo ed Eva, dopo aver fatto esperienza della bontà e della tenerezza di Dio, sperimentano, per loro libera scelta, la nudità e l’allontanamento da Dio. Da quella colpa d’origine parte l’opera della redenzione umana, che troverà la sua piena e definitiva attuazione nella Pasqua di Gesù Cristo. La gravità del peccato originale, che noi esseri umani contraiamo e non commettiamo, è messa in risalto nel brano della libro della Genesi di questa domenica, in cui, chiaramente, è evidenziato l’assurdo comportamento dell’uomo di sfidare Dio, nel suo orgoglio e nella sua presunzione ed illusione di diventare con Lui. L’uomo progettato per il bene da parte di Dio, invece di ascoltare la sua parola e di seguire io suoi ordini, si lascia affascinare, come sempre da satana, simboleggiato qui nell’astuto serpente, che porta, prima Eva e poi Adamo a commettere il primo peccato ed avviare così, nel genere umana, l’esperienza della debolezza, della fragilità e della immoralità a tutti i livelli. Toccato nella sua stessa natura, in seguito a questo peccato, l’uomo rimane naturalmente fragile e soggetto ad ogni tentazione e ad ogni peccato, se non vigila su stesso e su gli altri.

Il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 50 è una richiesta a Dio di perdono e misericordia. E’ la presa di coscienza di ciò che diventa l’uomo quando si allontana da Dio e vuole fare a meno di Lui. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Da qui la richiesta: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”.

Nel secondo splendido e ricco brano della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani ritroviamo il tema del peccato originale, già messo in luce nel testo della prima lettura, rapportandolo al mistero della redenzione. Il parallelismo tra il vecchio Adamo, quello del peccato e della caduta, è messo in stretto rapporto con il nuovo Adamo, Gesù, quello della risurrezione e dell’esaltazione della croce, mediante la quale il Figlio di Dio ha redento il mondo. Gesù ha vinto la morte e nell’ubbidienza totale al Padre tutti sono stati giustificati, come per la disobbedienza di Adamo, tutti erano stati costituiti peccatori e tale sarebbero rimasti per sempre, se non fosse intervenuto Cristo con la sua morte e risurrezione, che porta la grazia del perdono e della riconciliazione a tutto il genere umano e a tutta la creazione. Entrare in questo cammino di purificazione e rinascita interiore è compito di ogni cristiano. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ha dato l’avvio a questo itinerario di santificazione, che tutti possiamo e dobbiamo percorrere, lasciandoci guidare dall’unico maestro della nostra vita che è il Cristo Crocifisso e Risorto.

Infine, nel testo del vangelo di questa prima domenica di Quaresima, come abbiamo detto all’inizio, ci porta con Gesù nel deserto, dove viene tentato dal diavolo. Durante la permanenza di quaranta giorni e notti, alla fine ebbe fame. E qui scatta la prima tentazione da parte del demonio che invita Gesù a trasformare le pietre in pane, per sfamarsi, al fine di dimostrare se veramente fosse Figlio di Dio. Strana tentazione, questa che viene indicata come prima delle tre. Gesù poteva benissimo far comparire il pane o gli stessi angeli del cielo provvedere al suo stentamento durante i quaranta giorni di deserto, ma qui, come se fosse, un mago secondo il diavolo, doveva trasformare dimostrare al demonio che era Figlio di Dio. Quante pretese ha satana nei confronti dell’uomo e nel caso specifico nei confronti di Dio. Gesù sa benissimo chi è e lo sa benissimo anche il demonio. Ma, come tutte le forze del male che si annidano negli esseri malefici, egli ci ha provato con Gesù, uscendo sconfitto da questo primo tentativo di aggressione a Dio. Non contento lo porta sul punto più alto del tempio di Gerusalemme, luogo privilegiato della presenza di Dio, secondo gli israeliti e ci prova a farlo buttare giù, anche in questo caso per dimostrare se è veramente Figlio di Dio. Il diavolo è ossessionato e non a caso dell’identità di Gesù che ben conosce e sa. E pure in questa seconda tentazione, cade nel vuoto il tentativo del diavolo , perché Gesù non ci sta al gioco del dimostrare al demonio chi effettivamente è. Perciò ribadisce di non mettere alla prova il Signore Dio tuo. Ed infine, l’ultimo tentativo, la terza tentazione o provocazione, quella relativa al desiderio di possesso, dominio e gloria su tutta la terra, aspirazione tipica degli imperatori, re e potenti della terra e che in Gesù trova una risposta precisa per contestare la sete di potere e di dominio che per sua natura è diabolica nella sostanza e nella forma. E la storia ci racconta di quanti fallimenti umani in questa direzione. La risposta del Signor è precisa: vattene satana, tu devi adorare il Signore e a lui solo devi rendere culto e rispetto. Immaginiamo se satana poteva sottomettersi al Signore. La conseguenza, vista la resistenza di Gesù, fu quella di andare via e fare spazio al bene, con l’arrivo degli angeli che si posero a servire Gesù ed accudirlo in tutte le sue esigenze. La grazia e il peccato non possono convivere e coabitare, il bene e il male non possono incontrarsi ed occupare lo stesso spazio vitale. La lezione del vangelo di oggi è molto chiara. Si superano le tentazioni se nei nostri pensieri e nei nostri cuori c’è solo il Signore.

In conclusione, in questo periodo di Quaresima tutti noi cristiani siamo invitati a vivere più intensamente il clima di preghiera e di carità. I recenti fatti di cronaca che hanno attinenza con il termine della nostra vita ci pongono responsabilmente di fronte al problema di come rendere bella la vita, anche quando è segnata dalla sofferenza e dalla malattia. La morale cristiana è a favore sempre e comunque alla vita e mai a favore della cultura della morte, anche se la si definisce come dolce morte, oppure suicidio assistito. La nostra vita, quella che il Signore ci ha donato, anche se è segnata dalle croci insopportabili, vale sempre la pena viverla fino in fondo, fino a quel momento in cui Dio ci ha chiama a sé e ci porta con sé nell’eternità.

Commento alla IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno 2017

rungi-informazioni

Quarta Domenica del Tempo Ordinario

29 gennaio 2017

I beati di sempre nella logica del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa quarta domenica del tempo ordinario ci presenta testi di particolare importanza spirituale per camminare sulla via del vangelo della gioia e della beatitudine vera. Nel vangelo di oggi, infatti, troviamo il celebre discorso della Montagna che Gesù pronunciò davanti ad una folla che lo seguiva sempre più numerosa e sempre più attenta ai suoi insegnamenti. Nel testo delle beatitudini evangeliche possiamo trovare la sintesi del messaggio cristiano di amore, pace, riconciliazione, solidarietà, perdono e redenzione eterna. Nella preghiera iniziale della liturgia eucaristica, nella quale esprimiamo le nostre intenzioni per la domenica che viviamo, il testo dell’orazione che si riferisce, più precisamente alla parola di Dio di questa domenica, i fratelli nella carità del Cristo, preghiamo con queste parole: “O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo, segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito”.

Partendo della prima lettura, tratta dal profeta Sofia, vogliamo far nostro l’appello che ci rivolge la voce profeta di questo uomo di Dio, che richiama alla nostra attenzione la necessità di cercare Dio, di ricercarlo in tutte le situazioni, specialmente quando Egli si fa maggiormente visibile con gli eventi della nostra ed altrui vita, che vanno letti ed interpretati come attenzione e non esclusione, amore e non abbandono. Un messaggio ed un invito rivolto a tutti, perché nessuno è escluso dal piano della redenzione e tutti sono chiamati a rispettare gli ordini che vengono dall’Alto, quello vero, e non dai vari piani del potere che nulla ha anche vedere con la vera autorità morale e legge che è quella divina. L’uomo in ricerca, che presta attenzione agli ordini divini, opera per la giustizia, vive nell’umiltà, confida nel nome del Signore, non commette iniquità di alcun genere, saranno sinceri, non ruberà la verità per adattarla alle sue false ideologie di qualsiasi tipo, vivrà in pace e sarà nella serenità della vita quotidiana. Una visione irenica e pacifista che non trova riscontro e corrispettivo nelle politiche dell’uomo di ogni tempo.

Anche nel salmo 145 che è oggetto di preghiera nella liturgia di questa quarta domenica del tempo ordinario ci sollecita una riflessione sull’opera benefica che il Signore compie, in quanto rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto, ama i giusti, protegge i forestieri. sostiene l’orfano e la vedova”. Sono qui espresse le opere di misericordia corporale. In opposizione a quanti lavorano per il bene, egli, poi, “sconvolge le vie dei malvagi” e il suo regno è per sempre e non per un tempo limitato come quello degli esseri umani che si credono onnipotenti ed eterni nel comando.

Al centro della seconda lettura di questa domenica, tratta della prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo c’è l’orgoglio di essere cristiani e di essere davvero dalla parte della Croce di Cristo, che è il nostro vanto e la nostra vera gloria e vittoria. La chiamata alla santità di ogni cristiana parte dalla croce ed arriva alla croce. Infatti ci ricorda l’apostolo Paolo che “quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio”. Chiaro riferimento alla missione di Cristo sulla terra che è portata a compimento nella morte in croce e nella sua risurrezione. Grazie a Gesù, “il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione”, noi possiamo vantarci della dignità di essere figli di Dio, figli dell’Altissimo.

Nel testo del vangelo di oggi, tratto da San Matteo, la nostra anima si eleva a Dio in modo sublime, mettendoci in sintonia con quanto Gesù predica, salendo sul monte delle beatitudini e adottare il linguaggio dell’amore per parlare al cuore e alla mente di ogni uomo. Il discorso della montagna pur indicando otto categorie di beati in realtà classifica beato ogni essere umano che si mette alla ricerca de bene e fa il bene con umiltà, semplicità, purezza di cuore, coraggio e amore alla verità. Le beatitudini evangeliche più essere commentate esplicitate con parole, termini e paragoni nuovi, vanno vissute nella concretezza della vita di ogni giorni: i poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia, gli insultati, i calunniatiti dovranno sentirsi al sicuro, in questo tempo e per l’eternità,  perché grande sarà la ricompensa nei cieli».

Bella consolazione, qualcuno potrebbe dire, guardando al futuro regno di Dio, all’eternità. Come dire saremo felici solo in paradiso. Ma la consolazione vera è già su questa terra, in quanto beati si è fin d’ora se noi viviamo applicando continuamente l’insegnamento che viene dalle Beatitudini.

La gioia e la felicità piena sarà nell’eternità, ma noi, fin d’ora, vivendo queste regole di vita possiamo essere davvero beati qui in terra, perché avremo un animo bello e una vita altrettanto meravigliosa, perché vissuta con il Signore, nel Signore e per il Signore.

PREGHIERA DELLE BEATITUDINI

COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA

Signore Gesù, tu che hai proclamato beati i poveri in spirito,

fa che ricerchiamo la vera beatitudine nell’avere

tutto ciò che è bene spirituale per noi e per gli altri.

 

Tu che hai valorizzato il pianto e la sofferenza,

fa che sappiamo essere contenti

quando aiutiamo ed asciughiamo le lagrime

dei nostri fratelli.

 

Tu che ami i miti di cuore,

non dimenticare quanti, ogni giorno,

sono tanto buoni da sopportare ogni cosa

per seguire te, mite agnello immolato sulla croce.

 

Tu che apprezzi quanti lottano per la giustizia e la pace,

fa che quanti hanno accolto il tuo vangelo

siano davvero promotori di giustizia e pace

sulla faccia della terra, senza paura e tentennamenti.

 

Tu che ci hai insegnato a perdonare,

fa che siamo veramente misericordiosi

con tutti quanti coloro che ci hanno fatto del male,

senza mantenere nel nostro animo rancori e risentimenti,

che non producono niente e sono motivo ricorrente

per non vivere serenamente.

 

Tu che sei la difesa di quanti sono puri

nei pensieri e nelle azioni,

fa che la nostra vita sia sempre più improntata

alla purezza del corpo e dello spirito.

 

Tu che sei disceso dal cielo a parlare di pace,

fa che noi, tuoi seguaci, diventiamo

operatori di pace in pensiero, parole ed opere.

 

Tu che sei dalla parte dei deboli, degli umili,

dei perseguitati ed afflitti di oggi e di sempre,

non permettere, o Signore,

che nessun uomo soffra più

a motivo della mano e del cuore induriti dei propri fratelli.

Amen

preghiera-beatitudini (2)

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2016

1424449_667721976591797_1278921107_n

TERZA DOMENICA DI AVVENTO

DOMENICA 11 DICEMBRE 2016

VIENI, SIGNORE GESU’, ABBIAMO BISOGNO DI TE

Commento di padre Antonio Rungi

La terza domenica di Avvento ha una sua specificità liturgica. Si chiama la domenica della gioia, perché la parola di Dio è incentrata sull’attesa del Messia, che porta gioia e vita a chi lo aspetta con amore e in Lui vede la realizzazione delle proprie aspettative.

L’antifona d’ingresso della liturgia della messa di oggi, ci fa pregare con queste splendide parole di speranza cristiana e di fiducia piena nel Signore che viene: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto -ricorda l’Apostolo Paolo ai cristiani di Filippi – rallegratevi, il Signore è vicino”.

Considerato il tempo che ci separa dal Natale 2016 non possiamo non accogliere questo invito alla gioia per la prossima venuta del Salvatore nell’annuale celebrazione liturgica del mistero dell’Incarnazione.

Gesù che è venuto nella storia umana non solo l’ha cambiato nella forma, ma soprattutto nella sostanza di un messaggio d’amore e di pace che Egli stesso porta a compimento con la sua morte e risurrezione. Il bambino della grotta di Betlemme è lo stesso Cristo che sale al Calvario e muore in croce per redimere l’umanità dai sui peccati.

In questo messaggio di salvezza un posto privilegiato l’hanno i poveri e gli ultimi, in quanto Gesù viene su questa terra anche per alleviare le sofferenze di chi non contava e non conta in un mondo basato solo sul proprio tornaconto. Questo clima di gioia e di speranza si respira già accostandoci alla prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Isaia, il profeta dell’Avvento per eccellenza.

Infatti, i primi versetti del testo che ascoltiamo oggi ci introducono nel clima di gioia con parole che toccano il cuore e la mente di chi è sensibile al discorso di Dio e si lascia prendere per mano dall’Onnipotente e buon Signore. Si rallegrino il deserto e la terra arida. Esulti e fiorisca la steppa…Irrobustite le mani fiacche, rende salde le ginocchia vacillanti…. Coraggio, non temete, viene il nostro Dio…Egli viene a salvarci.. Felicità perenne splenderà sul nostro capo, gioia e felicità ci inseguiranno ed andranno definitivamente via la tristezza e il pianto.

Per chi ha fede e fiducia nel Signore, tutto questo avviene davvero ogni volta che ci accostiamo al Natale annuale con la consapevolezza che la vera festa sta nel sperimentare una gioia profonda nell’incontrare il Signore nella sua parola, nel suo perdono, nell’eucaristia, in una vita fatta di amore e dedizione verso gli altri. Dio è provvido e sostegno per tutti, specialmente per quanti sono nel bisogno di qualsiasi genere. Egli è la misericordia e guarda con amore tutti i suoi figli bisognosi di tutto, come ci ricorda il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 145.

 

Nella seconda lettura di oggi, l’apostolo Giacomo, che in questa domenica terza di Avvento, viene in nostro soccorso con i suoi scritti di grande respiro umanitario e solidaristico, ma anche mettendoci in guardia da ogni ipocrisia e falsa attesa del Messia.

In ragione di questa imminente venuta, che per noi è il Santo Natale 2016, non dobbiamo lamentarci gli uni degli altri, come, purtroppo, normalmente facciamo in tutti gli ambienti di vita umana e sociale; bisogna avere pazienza, costanza e capacità vera di sopportazione, prendendo a modello di tali atteggiamenti i profeti, che hanno parlato nel nome del Signore.

Tre parole e tre impegni prossimi alla solennità del Natale dobbiamo assumerci con sincerità: fedeltà, coraggio e sopportazione.

Per essere aiutati in questo itinerario pre-natalizio, possiamo assumere come ulteriore modello di comportamento, Giovanni Battista che nuovamente sale in cattedra, come maestro dell’Avvento, per indicarci la strada che porta al riconoscimento di Gesù come Messia e Salvatore.

E’ Gesù stesso che esalta la figura di Giovanni Battista nel testo del Vangelo di Matteo che oggi ascoltiamo: Giovanni Battista è per Gesù, più di un profeta, è il suo messaggero, che è stato chiamato a preparare la via al Signore che viene. Giovanni Battista, tra i nati di donna, non ve ne è uno più grande di lui. Tuttavia, pur essendo di grande statura morale e spirituale, davanti al Signore, Redentore e Salvatore, il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Come dire, che chi si lascia toccare dalla grazia di Dio ed entra in comunione con il Signore, diventa grande non agli occhi del mondo, ma agli occhi di Dio, perché è santo già in questa vita. Alla luce di queste parole sante dette da Gesù ai discepoli di Giovanni che, inviati dal Signore, vogliono sapere se era lui l’atteso Messia, non c’è altro da fare che mettersi all’opera per essere annunciatori di gioia e di vita in una società dove la gioia è poca vissuta e la vita per nulla amata e difesa, spesso è maltrattata e vilipesa. Gesù che sana i malati, guarisce e conforta gli afflitti è il Dio della vita che viene a portare agli uomini la parola della gioia e della bontà immensa del Padre celeste. Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno del Signore, nel quale siamo invitati ad assaporare la vera gioia e ad allontanare tristezze e malinconie nella nostra vita: Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro al colui che viene e fà che, perseverando nella pazienza e nell’amore di Cristo, maturiamo in noi il frutto della fede ed accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia.

A Maria, Madre della gioia, che in questi giorni scorsi abbiamo festeggiato con il titolo di Immacolata, chiediamo il dono di vivere nella gioia e di portare gioia.

E con umiltà profonda diciamo, attraverso Maria, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore fà che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito e lo abiliti all’orazione con Dio e alla consacrazione con gli uomini”.

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA 2016

DSC00899

SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA – 8 DICEMBRE 2016

TUTTA BELLA SEI MARIA, MADRE DELLA PUREZZA E DELLA TENEREZZA

Commento di padre Antonio Rungi

Tutta bella sei Maria, macchia di peccato non è assolutamente in te, per un singolare privilegio che il Signore ha riservato a te, umile ancella, in vista della nascita del Redentore. Proprio perché sei senza peccato originale e lontana da ogni altro peccato, tu per noi sei la madre della purezza e della tenerezza ed oggi, solennità del tuo immacolato concepimento, noi ringraziamo il Signore per questo privilegio che il cielo ti ha donato, per Gesù, per te e per tutti noi.

L’antica antifona che caratterizza la solennità dell’Immacolata concezione, come Maria la Tutta bella, è un forte invito a riflettere oggi sul dogma dell’Immacolata, proclamato da Pio IX nel 1854 e trarre da esso una forte spinta a rinnovarsi nella vita e a cercare di essere sempre più purificati nell’anima e nel modo di comportarci. Scrive Papa Francesco: “La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato si capisce soltanto sotto questa luce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio di questa solennità non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento”. Ed aggiunge: Nella festa dell’Immacolata, contemplando la nostra Madre tutta bella, riconosciamo anche il nostro destino più vero, la nostra vocazione più profonda: essere amati, essere trasformati dall’amore, essere trasformati dalla bellezza di Dio. Guardiamo lei, nostra Madre, e lasciamoci guardare da lei, perché è la nostra Madre e ci ama tanto; lasciamoci guardare da lei per imparare a essere più umili, e anche più coraggiosi nel seguire la Parola di Dio; per accogliere il tenero abbraccio del suo Figlio Gesù, un abbraccio che ci dà vita, speranza e pace”.

Nell’immacolato concepimento della Madonna, comprendiamo meglio quanto scrive san Paolo Apostolo nella sua lettera agli Efesìni, riguardo la nostra dignità di figli di Dio e quanto Dio ha fatto e continua a fare per noi. In un inno cristologico, tra i più belli scritti dall’Apostolo delle Genti, noi meditando attentamente su queste parole ci sentiamo benedetti, amati, indirizzati verso la gloria del cielo, dove abbiamo la nostra stabile e definitiva dimora, essendo eredi, mediante Gesù Cristo, del Paradiso.

Maria ci aiuta ad entrare nella logica della gloria e dell’onore, che passa attraverso la purificazione da ogni peccato, che può contaminare la nostra vita e rendere più difficile il possesso del paradiso.

Maria in tale regno di luce vi è entrata per i meriti di Gesù, essendo scelta quale Madre del Figlio di Dio, e vi è entrata anima e corpo con la sua assunzione al cielo. Pura da sempre, per sempre non poteva non essere la prima dei viventi di questa terra ad avere accesso diretto nel Regno del suo Figlio.

Ecco perché, oggi, la parola di Dio ci sprona a guardare a Maria come modello di ogni perfezionamento della propria vita nell’orizzonte di Dio. Lo possiamo comprendere tutto questo in ascolto del testo del vangelo di questa solennità che ci riporta al momento dell’Annunciazione.

Maria dubbiosa di come potesse nascere nel suo grembo il Figlio di Dio, dal momento che non conosceva uomo, alla fine si affida completamente a Dio, confida in Lui e si fida di Lui.

Il miracolo della vita, con il suo Fiat, avviene proprio in quell’istante. Maria entra con la sua piena adesione nel progetto di Dio di salvare l’umanità, dopo la caduta nel paradiso terrestre, dove un’altra donna, Eva, aveva, insieme ad Adamo contravvenuto alla legge divina, avviandosi così ad un destino di miseria morale e spirituale, dalla quale Gesù ci salverà, con la disponibilità di Maria ad accogliere nel suo grembo verginale, proprio il salvatore dell’umanità.

Con Papa Francesco, in questo giorno di luce, splendore, bellezza, purezza e tenerezza eleviamo al Signore, mediante la Tutta Bella, la Vergine santissima Immacolata, questa preghiera modificata per le nostre esigenze spirituali ed adattata a questa solennità dell’Immacolata 2016.

 

O Maria, Madre nostra,

oggi noi tutti siamo in festa per Te

e ti veneriamo come Immacolata,

preservata da sempre dal contagio del peccato.

 

Accogli l’omaggio che ti offriamo

a nome della Chiesa che è nel mondo intero.

 

Sapere che Tu, che sei nostra Madre,

sei totalmente libera dal peccato

ci dà grande conforto.

Sapere che su di te il male non ha potere,

ci riempie di speranza e di fortezza

nella lotta quotidiana che noi dobbiamo compiere

contro le minacce del maligno.

 

Ma in questa lotta non siamo soli, non siamo orfani,

perché Gesù, prima di morire sulla croce,

ci ha dato Te come Madre.

Noi dunque, pur essendo peccatori,

siamo tuoi figli, figli dell’Immacolata,

chiamati a quella santità che in Te risplende

per grazia di Dio fin dall’inizio.

 

Animati da questa speranza,

noi oggi invochiamo la tua materna protezione per noi,

per le nostre famiglie,

per le nostre Città, per il mondo intero.

 

La potenza dell’amore di Dio,

che ti ha preservata dal peccato originale,

per tua intercessione liberi l’umanità

da ogni schiavitù spirituale e materiale,

e faccia vincere, nei cuori e negli avvenimenti,

il disegno di salvezza di Dio.

 

Fa’ che anche in noi, tuoi figli, la grazia prevalga sull’orgoglio

e possiamo diventare misericordiosi

come è misericordioso il nostro Padre celeste.

 

In questo tempo che ci conduce

alla festa del Natale di Gesù 2016,

insegnaci ad andare controcorrente:

a spogliarci di noi stessi, ad abbassarci,

a donarci, ad ascoltare, a fare silenzio,

a decentrarci dal nostro egoismo,

per lasciare spazio alla bellezza di Dio,

riflessa soprattutto in Te, Vergine Madre

Madre della purezza e della tenerezza. Amen.