OMELIA

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – 31 DICEMBRE 2017 – COMMENTO DI P.RUNGI

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B)
31 dicembre 2017

Una famiglia con storie personali diverse, ma tutte centrate sulla storia della salvezza.

Preghiera della famiglia composta dal padre Antonio Rungi

Commento di padre Antonio Rungi

La festa della Santa Famiglia coincide, quest’anno 2017, con l’ultimo dell’anno e con l’ultima domenica dell’anno solare. Una coincidenza di grande valore spirituale, in quanto sembra dirci che tutta la vita personale parte dalla famiglia e si conclude nella famiglia. E come modello di tutte le famiglie cristiane c’è la famiglia santa, quella di Betlemme, in cui Gesù, appena nato, inizia il suo cammino nella storia dell’umanità e quella di Nazaret, dove i tre straordinari, unici e irripetibili componenti si trasferiranno e si stabilizzeranno e dove vivranno il resto della loro vita. Giuseppe di cui non sappiamo granché per il resto della sua vita vicino a Gesù, se non nel periodo della nascita e poi del ritrovamento nel tempio, a 12 anni; di Maria che partecipa alla vita di Gesù ed è presente in vari avvenimenti del Cristo missionario ed evangelizzatore, ma soprattutto del Cristo morto in croce e sepolto; di Gesù che era sottomesso ai genitori nel corso della sua infanzia e con loro condivideva le giornate, il lavoro, le sofferenze e le gioie e poi con l’inizio del ministero pubblico in cammino nella Palestina per portare a tutti la gioia e la speranza del buona notizia, fino a quando non muore, da innocente, inchiodato alla croce, sepolto, risorto e asceso al cielo. Una famiglia con storie diverse, ma tutte dirette e centrate sulla storia della salvezza.

La parola di Dio di questa festa ci presenta la storia della famiglia di Abramo, nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, al cui centro ci sono, anche qui, tre importanti membri di questa famiglia: il patriarca Abramo, Sarà, la moglie che partorisce in tarda età e il loro figlio legittimo, Isacco. Storie famiglie nella Bibbia segnate dalla sofferenza e dalla gioia, dall’attesa e dalla speranza della paternità e della maternità, come in questo caso. Alla fine è sempre Dio che dona ciò spetta a ciascuno di noi, compreso il dono del figlio, che sarà sempre e comunque un dono del cielo e non un diritto e una pretesa dell’uomo sulla terra.

La famiglia di Abramo, modello di accoglienza della vita, anche in tarda età, è proposta, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei, anche come modello di fede. Una famiglia in cammino, in obbedienza alla fede in Dio, in quanto Abramo lascia ogni cosa, la sua terra e parte per la destinazione nuova che il Signore gli aveva indicato. Una famiglia che accoglie la vita, anche quando questa sembra non aver più possibilità di essere accolta e trasmesso per amore all’interno delle vere e legittime relazioni coniugali. Ed infine, una famiglia quella di Abramo capace di gesti eroici e coraggiosi fino a sacrificare, in obbedienza alla voce di Dio, il figlio Isacco che il cielo gli aveva donato. Alla base di questi comportamenti c’era la fede e a tutte le famiglie del mondo è chiesta la fede per camminare in sintonia con il Dio che si è rivelato a noi mediante Gesù Cristo.

Non a caso, il Vangelo di questa festa è quello di Luca, che ci racconta della presentazione al tempio di nostro Signore Gesù Cristo, che, in tutto e per tutto, si attiene alla legge vigente in campo religioso e civile: Gesù viene circonciso come tutti i primogeniti maschi degli israeliti. L’incontro della santa famiglia con il vecchio Simeone, deputato al sacro rito della circoncisione, è un inno alla vita, alla gioia, alla speranza e al vero futuro di ogni essere umano che ha la possibilità di avere, idealmente, tra le braccia l’onnipotente. Esattamente quello che succede a Simeone, una volta che incrocia il volto del salvatore e redentore, da pochi giorni venuto al mondo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Questa felicità dell’anziano sacerdote che officiava nel tempio, faceva restare sbalorditi Giuseppe e Maria. Infatti “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. E questo punto “Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». E’ qui annunciata la sofferenza che caratterizzerà la vita di Gesù e della Famiglia di Nazaret nel suo insieme. Sofferenza che toccherà in modo particolare la Vergine Madre che sarà trafitta da una spada, chiaro riferimento alla morte in croce di Gesù.

Al vecchio Simeone che attende la salvezza d’Israele, fa da contorno, in quella stessa scena e situazione, la profetessa Anna, che l’Evangelista Luca, descrive con esattezza, quasi la conoscesse di persona. Infatti egli sottolinea che “Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser, era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. Tutte queste informazioni su una donna che vive praticamente di preghiera, ci aiuta a comprendere che la preghiera è l’anima della famiglia, senza la quale non si cresce nella vita e non si attende nella fede il vero Dio.

Il racconto della presentazione al tempio di Gesù si conclude con una felice annotazione dell’Evangelica Luca: “Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”.

E qui è espresso il pensiero della tenerezza, della cura, dell’attenzione di Giuseppe e Maria verso Gesù Bambino che nella casa di Nazaret cresceva, si fortificava, era pieno di sapienza e la grazia di Dio stava con Lui, anzi era Lui stesso. E a Dio, oggi rivolgiamo òa nostra preghiera per tutte le famiglie della terra: “O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima nell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi  della fecondità del tuo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al tuo santo nome. Amen

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO – GAUDETE

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE
Domenica 17 dicembre 2017

La gioia di essere liberi da ogni forma di schiavitù morale, spirituale e sociale

Commento di padre Antonio Rungi

La terza domenica di Avvento è chiamata della gioia, della letizia, del gaudio cristiano.

Ma dove si trova questa gioia e come effettivamente vene ottenuta e conservata?

Una prima risposta a questa gioia, la troviamo nel brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, nella quale è facile prefigurare la venuta del Messia, come tempo della gioia, tempo della libertà, tempo della vera felicità: poveri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri saranno liberati da tutto ciò che li opprime. E’ l’anno giubilare, l’anno della liberazione e della misericordia. Ogni tempo di Avvento è tempo della liberazione, della purificazione e della conversione e dell’ascolto docile della parola di Dio, che è parola di pace, di perdono e di gioia. Il profeta lo esprime con grande enfasi nel testo di questa domenica: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. La gioia che produce in noi il Natale del Signore deve essere gioia piena per se stessi e per gli altri. Spesso siamo infelici noi e vorremmo che gli altri stessero nelle nostre stesse condizioni. Invece dobbiamo gioire e far gioire. E questo gioire non è altro che sentirsi liberi e vivere nella libertà dei figli di Dio.

Una seconda indicazione la troviamo nel salmo responsoriale che riporta per intero il canto del Magnificat, che l’evangelista Luca ha inserito nel brano del vangelo del racconto della visitazione di Maria alla cugina Elisabetta.

La gioia di Maria è riconoscersi umile creatura davanti a Dio che l’ha chiamata ad un compito così eccelso, da far trasalire l’animo della Vergine in un inno di lode e di ringraziamento al Signore che non ha paragoni in tutta la scrittura, anche se il Magnificat è un canto biblico per eccellenza: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. La gioia che ci può dare questo Natale è quella di rivedere il nostro sistema di vita e di pensiero ed abbassare qualsiasi superbia ed orgoglio nella nostra vita di poveri mortali e poveri peccatori.

Una terza pista di riflessione, la troviamo nel brano della sua prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo Apostolo, nella quale egli ci  raccomanda di essere sempre lieti e questa letizia attingerla dalla preghiera incessante e costante; ad essere, poi, attenti alla voce dello Spirito per non spegnere i carismi e i doni ricevuti a servizio di tutti, in particolare quella della profezia. Chi non fa fruttificare i doni che possiede vive nella tristezza, perché non si sente realizzato.

A tale gioia corrisponde poi una soddisfazione per quello che facciamo, e cioè vagliare ogni cosa ed astenersi dal fare qualsiasi male a se stessi e agli altri. Dobbiamo, in poche parole, ad avere a cuore la nostra santificazione, cioè a vivere nella grazia, in modo che la nostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Duro lavoro spirituale ed interiore che dobbiamo fare assolutamente per preparare la venuta del Signore in questo Natale.

Per portare a termine questa sincera volontà di rinnovarsi e cercare la vera gioia, il Vangelo di questa domenica ci offre, mediante il testo dell’Evangelista Giovanni, il modello di comportamento di Giovanni il Battista.  E nella condotta di una vita eticamente elevata che sta la gioia.

L’esempio trascina e indica il percorso più giusto anche in ordine alla gioia. Visto il bene che Giovanni Battista faceva ed il seguito che aveva, il battesimo che amministrava nelle acque del Giordano, la gente, soprattutto i sacerdoti e i leviti si erano quasi convinti che fosse lui il Messia.

La sua testimonianza fu chiara ad indicare in Gesù il vero Messia: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». In poche parole egli ribadisce «Io non sono il Cristo». Non sono il profeta Elia e neppure il profeta dei profeta, cioè Cristo. Lui si definisce una «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

La gioia del cristiano che deve alzare la voce nei vari deserti di questo mondo sta nell’annunciare Cristo e nel portare Cristo agli altri. Altre gioie che non sia questa non è possibile pensarla o auspicarla per noi, perché l’importante avere Dio nel cuore e vivere costantemente in unione con Lui. Sia questa la nostra preghiera, oggi, che riflettiamo sulla gioia cristiana: “O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini
a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SECONDA DOMENICA DI AVVENTO – 10 DICEMBRE 2017

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LA CONSOLAZIONE CHE VIENE DAL CIELO

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia di questa domenica, seconda di Avvento, ci offre, attraverso il profeta Isaia, che ascolteremo anche in questo giorno, la possibilità di riflettere su un tema di grande attualità, che è quella della consolazione, di fronte allo sconforto generale che serpeggia nei nostri ambienti di vita.
Come, prima della venuta di Gesù, il popolo eletto sperimentava tempi di tristezza, buio e sconforto, al punto tale che il profeta si fa interprete di una diversa prospettiva di consolazione che viene dal cielo, così, oggi, dobbiamo alzare gli occhi al cielo e chiedere da lassù che il Signore intervenga per guarire il cuore di questa umanità ferita da tanti mali e da tante cattiverie che devono essere eliminate per ridare dignità ad ogni essere umano.
«Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».
Questa prospettiva di positività, di risoluzione dei problemi pregressi nel popolo di Dio, che viene evidenziata nel brano della prima lettura, trova una concreta possibilità di riuscita, mediante un annuncio coraggioso di chi è chiamato a dire pane pane e vivo e vino, cioè a parlare con sincerità.

La voce nel deserto che chiede il cambiamento era il profeta allora, ai tempi di Gesù, Giovanni il Battista, e nei due millenni del cristianesimo tutte quelle voci che si sono elevate per difendere la vita, la pace, la giustizia, la verità, la moralità, l’onestà.
Oggi questa voce che grida nel deserto di un’umanità che sperimenta l’indifferenza globalizzata è quella di Papa Francesco, il profeta dei nostri giorni che il Signore ci ha inviato per farci capire ciò che è davvero necessario ed essenziale per attuare il vangelo della carità nell’oggi della chiesa e del mondo.
Cosa fare allora? Spianare la steppa per fare strada al Signore che viene in questo Natale. E per steppa si intende la nostra vita fatta di tante aridità, soprattutto spirituali. Inoltre bisogna innalzare le valli ed abbassare colli e monti, operando non a livello tecnologico, ma chirurgicamente nel nostro cuore e nella nostra mente, perché scompaia da noi orgoglio, presunzione, arroganza, superiorità e prepotenza e si faccia strada la virtù dell’umiltà, l’arricchimento spirituale necessario per accogliere la venuta del Signore.
A ciò si aggiunga il coraggio dell’annuncio, della proclamazione della gloria di Dio mediante la nostra missione apostolica nel mondo, senza aver paura di chi può contrastarci e di chi non condivide con noi la stessa strada, lo stesso cammino e la stessa fede.
Il silenzio, la paura, il rinchiuderci nei cenacoli della difesa in attesa che passi la bufera, non aiuta i cristiani ad essere credibili e testimoni di quanto professano con la bocca. E con il profeta anche noi saliamo sul monte per annunciare cose buone, dare buone notizie.
Alziamo la voce con forza, senza paura e diciamo a tutti in questo Avvento: «Ecco il nostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Viene a noi questo Dio di bontà infinita che si prende cura del gregge e prende tra le sue braccia, stringendoli al suo cuore gli agnellini, le persone più fragili e deboli. Un’immagine bellissima che il profeta ci offre del Dio che ama il suo popolo ed ama l’intera umanità. Un’umanità che necessita di ritrovare la strada che porta a Dio.
Noi, oggi, come al tempo di Gesù, abbiamo urgente necessità di tanti Giovanni Battista che abbiano il coraggio di vivere e di parlare secondo schemi evangelici ben precisi, validi a quel tempo e validi soprattutto ai nostri giorni.
Chi era Giovanni il Battista, oggi proposto a noi nel Vangelo come modello di vita, per preparare la strada a Gesù Bambino?
“Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”.
Cosa diceva, proclamava e chiedeva Giovanni Battista? “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Egli “battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
La sua testimonianza e il suo coraggio suscitavano interesse da parte del popolo. Infatti, “accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Giovanni diventa lo strumento nelle mani di Dio per invitare alla conversione chi vive nel peccato.
Noi abbiamo la forza di convertirci e convertire? La stessa cosa farà, a distanza, di alcuni anni, l’apostolo Pietro, dopo il rinnegamento di Gesù e dopo il suo diretto coinvolgimento nella chiesa nascente. Egli, infatti, ci rammenta nel brano di questa domenica che “una cosa non dobbiamo perdere di vista”, aver la consapevolezza che il Signore viene e che il nostro modo di giudicare, secondo le categorie temporali, non hanno riscontro nel pensiero di Dio. Infatti “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.

L’invito alla conversione personale è ribadita anche da Pietro, dopo quella di Giovanni Battista. Considerato il fatto che il Signore comunque verrà, quale deve essere il nostro modo di comportarci? La risposta è data: dobbiamo vivere nella santità e curare la vita di preghiera. Con una raccomandazione finale: “Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”.
E allora c’è poco da discutere e pensare, ma mettiamoci subito all’opera per preparare al meglio la venuta di Gesù in questo Natale, modificando radicalmente il nostro modo di pensare ed agire, in ragione di questo evento che ha segnato la storia dell’umanità, perché è stata trasformata in storia di salvezza universale, portata a compimento da Dio, nel mistero dell’incarnazione, passione e risurrezione di Gesù Cristo, il Verbo Incarnato ed Umanato.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA

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La purezza e la bellezza della Beata Vergine Maria

di padre Antonio Rungi

La solennità dell’Immacolata Concezione che ogni anno celebriamo l’8 dicembre riporta alla nostra riflessione la bellezza e la purezza di Maria, la Madre di Dio e Madre nostra, alla quale dobbiamo ispirarci per essere in sintonia con quanto abbiamo riacquistato nel giorno del battesimo, sacramento che ha rimosso da noi il peccato originale, ridonandoci quella innocenza che dobbiamo difendere ogni giorno per non entrare in tentazione.
Maria è annunciata come soggetto indispensabile nel progetto di Dio fin dal Protovangelo, dopo la caduta di Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre e la promessa da parte di Dio di salvare l’umanità dalla sua condizione di peccato.
Una donna sarà la co-protagonista di questo progetto di salvezza del genere umano: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Genesi 3,14-15). In questa “Donna singolare”, la spiritualità mariana hanno visto l’immagine della Madonna Immacolata, simbolicamente espressa in questo modo anche nell’ iconografia cristiana.

Maria, nel momento dell’Annunciazione, all’Arcangelo Gabriele dice il suo generoso Sì a Dio che la vuole Madre del suo Figlio, Gesù Cristo, l’atteso redentore e salvatore dell’uomo. Lei la piena di grazia come la chiama l’Arcangelo è nella condizione ottimale di accogliere nel suo grembo purissimo il salvatore del mondo.
Infatti, con il concepimento verginale, per opera dello Spirito santo, il grembo di Maria Immacolata diventa il tabernacolo dell’Altissimo, dove giorno, dopo giorno, per nove mesi, Maria è in stretto contatto con Gesù. Lo coccola come giovane Madre e lo cura con amore già dal primo istante in cui conosce il mistero che si è manifestato in Lei. Accoglie Gesù nel suo purissimo grembo e vive con Lui un’esperienza di comunione che solo Lei può assaporare profondamente nel suo cuore. Con Gesù Maria compie il suo cammino di fede, speranza ed amore. Lei è la donna del cammino in Cristo, con Cristo e per Cristo, dal primo momento in cui ha avuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Maria è donna del cammino, soprattutto lungo la Via Crucis ed ai piedi del Crocifisso. Il cuore immacolato di Maria, diventa il cuore trafitto della Madre Addolorata. Non a caso, la devozione popolare mariana ha voluto esprimere il dolore immenso della Madre di Dio mediante le sette più dolorose spade che hanno trafitto il suo cuore. E lei proprio perché piena di grazia, preservata dal peccato originale, in vista e per i meriti di Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, per costituzione personale è stata ed è madre della vita e della risurrezione in tutti i sensi. Pensata dall’eternità, come Madre del futuro redentore, è stata preservata dal peccato originale e come tale è stata ed è la donna della vita, perché è la piena di grazia, come la chiama l’Arcangelo Gabriele nel momento dell’annuncio della nascita di Gesù. E’ donna della vita, perché ha accolto nel suo grembo l’autore della vita, Gesù Cristo il Figlio di Dio, il Dio della vita e non della morte.

Maria è stata presente in tutti momenti più belli della vita di Gesù, condividendo in pienezza la vita umana del suo Figlio ed essendo presente nel momento in cui Cristo risorge dai morti, primizia di una umanità nuova.
Maria è stata associata alla vita eterna, in corpo ed anima, in quanto è stata assunta al cielo, nella pienezza della vita umana e spirituale, come Madre del Redentore.
Tutto quello che Maria ha vissuto come donna è stato segnato dall’amore vita, ma anche dal dolore, e mai, assolutamente mai, dalla morte e pochezza d’animo. Ella è modello di autentica vita per ogni donna e uomo di questa terra.

In questo Avvento di preparazione al Natale 2017, Maria è anche modello esemplare dell’attesa cristiana, nel vero senso, in quanto è la donna del primo avvento, anzi lei stessa è stata l’unica ad accogliere in pienezza il Messia atteso dai secoli.
In questo giorno di festa, in cui ritroviamo in Maria, la dignità di ogni persona umana, la nostra innocenza, purtroppo perduta per le tante nostre debolezze e fragilità umane, ci rivolgiamo a lei con queste umili parole, motivo di speranza e di gioia per ciascuno di noi suoi diletti figli, per apprendere da Lei come seguire davvero e costantemente Gesù Cristo:
Vergine Santissima Immacolata,
in questo tempo di speranza e di attesa,
proteggi il popolo santo di Dio,
soprattutto quanti vivono da cristiani
in questa valle di lacrime, ma anche di gioia e di speranza.

Tendi la tua mano materna
verso quanti soffrono nel corpo e nello spirito,
ovunque essi siano e si rivolgono a te
per ricevere conforto e consolazione nelle pene di ogni giorno.

Maria accoglici tra le tue braccia materne
e noi certamente vivremo da santi e da immacolati
al cospetto di Dio, nella carità. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PRIMA DOMENICA D’AVVENTO – 3 DICEMBRE 2017

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)
DOMENICA 3 DICEMBRE 2017

 

Signore, ritorna in mezzo a noi, c’è urgenza di pace vera.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Con questa prima domenica di Avvento, iniziamo il nuovo anno liturgico e il nuovo itinerario spirituale per l’anno che prende avvio da oggi e si concluderà il prossimo anno, con la solennità di Cristo Re.

Chi bene inizia è a metà dell’opera, ci ricorda la sapienza popolare che, in base all’esperienza, non sbaglia mai o quasi mai.

Noi vogliamo iniziare questo itinerario liturgico, prestando attenzione a quanto il Signore ci dirà, di giorno in giorno, di domenica in domenica tramite la proclamazione della sua parola nella celebrazione della santissima eucaristia.

Non c’è vero cammino di fede e di santità se non accogliendo la parola di vita e di verità che sono  i testi sacri. Parimenti non possiamo non progettare questo cammino senza una lode perenne a Dio, mediante la preghiera della Chiesa e della liturgia delle ore, mediante il canto e quanto rende lode a Dio mediante la celebrazione dell’anno liturgico. Alla liturgia e alla preghiera si associa la carità personale ed ecclesiale, che traduce, in pratica, i nostri progetti di bene, che non rimangono così, solo pie intenzioni, ma si trasformano in concrete azioni di bene verso i nostri fratelli.

Questo triplice impegno dell’Avvento è richiamato con precisione dall’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi, nella quale scrive: “Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”.

Preghiera, penitenza, rendimento di grazie e carità saranno costantemente davanti a nostri occhi e alle nostre scelte operative per preparare il Natale di Gesù e vivere, a seguire, tutti gli altri momenti significativi della vita di Cristo, della Beata Vergine Maria, dei Santi e delle ricorrenze più importati della vita cristiana.

E già da questa prima domenica di Avvento la strada del cammino che va percorsa fino alla fine. si apre davanti a noi chiara, come ci ricorda il bellissimo testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia che è riconosciuto, per antonomasia, il profeta tempi forti dell’anno liturgico. E con parole accorate il profeta invoca la venuta del Signore: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. Questa forte richiesta a Dio che scenda in mezzo al suo popolo, Isaia la rapporta a fatti drammatici da un punto di vista spirituale e religioso: “Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità”. Il profeta denuncia apertamente lo stato di abbandono morale, spirituale e sociale di Israele. Soffre per questo stato di cose e vorrebbe una risposta immediata dal cielo, con la venuta di Dio sulla terra: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti…Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. e si ricordano delle tue vie”.

Il profeta confida nell’intervento dall’alto, perché la situazione generale è deteriorata e il raccordo con la vera fede si è spezzato, causando una grave frattura interiore ed esteriore, personale e collettiva, religiosa e politica.

Intervento dall’alto e risposta dal basso, con il coinvolgimento della base di quanti hanno fede in Dio e in Cristo.

Il Vangelo di oggi, tratto dal testo di Marco, è un esplicito invito a vegliare per vivere nell’attesa del Signore, senza starsene con le mani in mano, ma facendosi operosi in tutte le situazioni che possono portare beneficio alla propria vita spirituale: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento…quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”.

Qui il riferimento è alla venuta del secondo e definitivo avvento di Cristo sulla Terra, per giudicare i vivi e i morti, ma è anche un preavviso temporale a valorizzare gli anni che il Signore ci sta concedendo come preparazione immediata alla sua venuta per ciascuno di noi, nell’ora della nostra morte.

La duplice raccomandazione di “fare attenzione”, cioè di non distrarsi in cose che portano lontani da questa sicura venuta, e di “vigilare”, cioè agire con prudenza e serietà, non fa altro che immetterci in quel clima di responsabilità soggettiva di fronte alla vita cristiana che dobbiamo menare nel rispetto dei principi morali che sono la base essenziale del credo che professiamo. E non a caso, Gesù tiene a precisare che questo monito non riguarda solo qualcuno, ma tutti. Infatti ci rammenta il testo di Marco, mettendo le parole sulle labbra di Gesù: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Qualcuno, tra i cristiani, che si ritiene ormai alle soglie della santità e al gradino più alto della spiritualità, potrebbe abbassare la guardia e ritenersi al sicuro da ogni attacco o possibile errore. Sbaglierebbe se la pensasse così. Nessuno è immune da debolezze e peccati, da cadute e perdita di credibilità nel suo operare, fosse pure chi sta in punto di morte e sta per spirare.

La vigilanza non riguarda una stagione precisa della nostra vita, ma investe tutto il tempo della nostra esistenza. Noi dobbiamo essere vigilanti sempre, ma con saggezza e senza ansia di alcun genere.

La vigilanza non è aver paura di Cristo che sta per venire, ma è autocontrollo sul nostro proprio agire, che deve corrispondere alla nostra scelta di vita e specialmente a quella fondamentale della vita cristiana che abbiamo fatta nel giorno del nostro battesimo.

Le promesse fatte il quel giorno, vanno attuate tutti i giorni.

Credere al bene e farlo sempre e rinunciare al male in ogni momento. Questa è la strada maestra che porta al cielo e che ci fa attendere Gesù che viene nel modo migliore per chi ha fede e crede davvero.

Sia questa la nostra preghiera all’inizio dell’Avvento e per tutto il tempo che ci resta davanti a noi per accogliere Gesù Cristo che viene e si incarna per amore:

Ti aspettiamo, Gesù,

con la stessa ansia spirituale

degli antichi profeti,

che avevano annunciato, ripetutamente,

il tuo imminente primo avvento,

e che con i loro insegnamenti

avevano dissodato il terreno

per la tua discesa sulla terra.

 

Ti attendiamo, o Gesù,

con lo stesso spirito di Maria e Giuseppe,

tuoi stretti collaboratori

nel piano della redenzione.

 

Ti accogliamo, o Gesù,

con la stessa semplicità e laboriosità

dei pastori di Betlemme,

intenti a pascolare i loro greggi,

ma aperti ad accogliere

il tuo umile e silenzioso

ingresso nella storia e nel tempo.

 

Ti annunciamo, O Gesù,

con lo stesso coraggio

di Giovanni Battista, tuo precursore,

nella venuta del Regno di Dio in mezzo a noi,

invitando tutti alla conversione

e alla purificazione del loro cuore.

 

Vieni, Gesù,

Figlio di Dio e di Maria Santissima,

in questo nuovo Avvento liturgico,

tempo di attesa, speranza

e rinnovamento spirituale per tutti,

capace di cambiare il volto

di questa umanità,

per renderla giardino di pace

e di fraternità universale.

 

Vieni Signore, non tardare!

Noi di certo ti aspettiamo,

nell’attesa di glorificarti in eterno,

dove Tu sei il Dio per sempre,

tra tutti gli eletti. Amen

(P.Antonio Rungi)

P.RUNGI. COMMENTO ALLLA SOLENNITA’ DI CRISTO RE- 26 NOVEMBRE 2017

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Domenica 26 Novembre 2017

La regalità di Cristo e la nostra partecipazione alla sua missione redentiva

Commento di padre Antonio Rungi

Si chiude con questa domenica XXXIV, dedicata alla solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo, un altro anno liturgico, durante il quale abbiamo ripercorso le tappe fondamentali della vita di Gesù Cristo, di Maria, della Chiesa e dei santi, celebrando ogni giorno la santa eucaristia e partecipando alla messa domenicale o alle varie solennità con desiderio profondo di crescere in santità.

Quest’anno 2017 è stato poi particolarmente significativo da un punto spirituale, in quanto abbiamo celebrato il primo centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima. Per cui da maggio fino a ottobre 2017, la chiesa si è concentrata soprattutto nel ricordo di questo  avvenimento che ha segnato la storia non solo della cristianità, ma dell’umanità. Oggi quel cammino spirituale fatto alla sequela di Cristo e alla scuola di Maria Santissima e di tutti i santi si conclude da un punto di vista temporale, relativamente all’anno liturgico che finisce qui; ma continua, comunque e sempre, perché non si interrompe il dialogo d’amore con nostro Signore, attraverso le prossime celebrazioni delle varie ricorrenze liturgiche, Oggi siamo qui a ringraziare il Signore per quanto ci ha concesso in questo anno di spiritualità, vissuta soprattutto in ascolto della parola di Dio e come i discepoli di Emmaus con il cuore che ha battuto e batte forte per questo amore verso il Signore e verso i nostri fratelli nella fede e in umanità.

La liturgia di questa solennità ci aiuta a capire il senso della regalità di Cristo e della nostra personale partecipazione a questa regalità, mediante la consacrazione battesimale. Con Cristo, per Cristo e in Cristo noi siamo re, sacerdoti e profeti, mediante il dono del battesimo che, mediante l’unzione con il sacro crisma, ne abbiamo ereditato il patrimonio interiore, che necessita di essere accolto e annunciato e testimoniato con coraggio nel mondo, guidati dallo Spirito Santo.

La regalità di Cristo oggi ci viene presentata nel momento in cui Egli verrà, nel suo secondo avvento, verrà a giudicare la terra. L’evangelista Matteo ci descrive questo momento con tali espressioni che dovrebbero farci preoccupare, ma anche aprire il nostro cuore alla speranza.

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra”.

Quando la convocazione sarà stata ultimata e tutti saranno presenti, Gesù siederà sul suo trono Gesù e quale Re vero ed eterno, rivolgerà “a quelli che saranno alla sua destra”, i buoni, i bravi, quanti hanno lavorato per la salvezza della propria anima e per la salvezza degli altri: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.

Il motivo di questa ammissione ed entrata ne Regno è motivata da Gesù stesso, che si identifica con le varie categorie di soggetti, presentate nel riportare alla nostra attenzione le opere di misericordia corporali e spirituali. Infatti, il Signore premierà quanti lo hanno riconosciuto nel volto dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, della persona ignuda, malata o carcerata e per esse si sono attivati per ridare dignità e speranza a costo di rinunciare alle proprie comodità ed esigenze per dare agli altri. In opposizione e in contrasto con chi ha operato nella carità, ci saranno quelli che hanno agito male e collocati alla sinistra di Dio. Gesù come un Re che giudica con amore e misericordia, ma anche con giustizia, anche coloro che non hanno mosso neppure per un attimo e per fatto un passo per vivere la carità e servire i poveri più poveri di questa terra. Cosa succederà a questi che non hanno riconosciuto Gesù nel volto del bisognoso? Saranno allontanati per sempre dal suo sguardo di Padre e andranno nel fuoco eterno: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Di fronte a questo vangelo, per molti aspetti drammatici, c’è davvero da interrogarsi sul nostro stile di vivere da cristiani oggi, di fronte alle tante povertà e miserie umane, alle quali dobbiamo rispondere con il nostro impegno personale e fare ciò che ci spetta fare ogni volta che un povero bussa alla porta del nostro cuore.

E’ chiaro dai testi biblici di questa solennità che Dio ci giudicherà in base all’amore e alla carità, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dal libro del profeta Ezechiele che ci presenta la figura del buon pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita per ridare ad essa un futuro di vita e non di morte: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”. Gesù è questo buon pastore che è venuto in mezzo a noi e ci ha salvato con la sua morte e risurrezione.

Egli è giudice dei vivi e dei morti come ricorda la prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, brano della seconda lettura di questa solennità: “È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”.

La prospettiva della fine del mondo si apre a noi nel segno dell’amore e della riconciliazione, nel segno della vittoria della vita sulla morte e tutto sarà vera ed eterna vita in Gesù Cristo, nel suo Regno futuro.

Di fronte a queste verità di fede, noi cristiani, pellegrini nel tempo, abbiamo il sacrosanto dovere di metterci a servizio di questo Regno e soprattutto di questo Re mite ed umile, che entra in Gerusalemme, prima di andare incontro alla sua passione, cavalcando un asino e che poi si erge nella sua maestà e nella sua autorevolezza di Figlio di Dio quando viene innalzato da terra sulla croce e in quel momento, morendo per tutti noi e, poi, risorgendo dai morti ha manifestato al mondo la sua regalità.

La regalità di Gesù è la Croce e la risurrezione nella quale noi poniamo interamente la nostra speranza. Per cui, sia questa la nostra preghiera a conclusione dell’anno liturgico in questo giorno di festa per tutti: “O Padre, che hai posto il tuo Figlio come unico re e pastore di tutti gli uomini, per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede, che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – XXXIII DOMENICA T.O.

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

 

Talentuosi per il Regno dei cieli

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Signore ci ha fatto dono di tante cose, di tanti carismi, facoltà e possibilità di fare ed operare per il bene, non solo su questa terra, ma in vista del Regno dei cieli. Questi doni che il Vangelo di oggi, con la parabola dei talenti, ci fa capire che possediamo tutti, in misura diversa, vanno fatti fruttificare. Bisogna capirne il senso. Possiamo essere talentuosi per questo mondo, raccogliendo consensi e favori in ogni luogo (e tutti cercano questi consensi e in tutti gli ambienti); e possiamo, anzi dobbiamo essere talentuosi per il Regno dei cieli, qui ed ora.

Per cui i doni ricevuti vanno investiti e fatto produrre per il nostro e altrui bene. Non possiamo restare con le mani in mano, aspettando che i doni ricevuti producano da soli. Bisogna attivarsi, mettersi in moto, ingegnarsi in qualche modo, perché quello che abbiamo ricevuto, in quantità e qualità diversa, produca, se non il di più, almeno il pari di quello  che abbiamo ricevuto. Non possiamo fare come il soggetto del vangelo di oggi che ricevette un solo talento e per paura di non perderlo, perché non voleva rischiare, cioè non si voleva impegnare, ha scelto di metterlo in sottoterra (nella sua cassaforte naturale, come si usava una volta, mettere i soldi sotto il mattone)  e conservarlo per il rendiconto finale al padrone che ne avrebbe chiesto la restituzione.

In questa persona cogliamo tutto quella che è la negatività in tanti di noi che non si vogliono impegnare in nulla e tantomeno nelle cose di Dio. Eterni paurosi, timorosi ed indecisi che sono in attesa non so di quale segnale diverso per farli lavorare sodo per la santificazione di se stessi e per il bene degli altri.

Esemplari, invece, sono i comportamenti di coloro che hanno ricevuto doni di consistenza diversa: chi cinque talenti; chi due talenti. Ognuno di costoro si è messo all’opera e ha fatto raddoppiare ciò che avevano ricevuto, in quanto aveva lavorato spiritualmente e, se vogliamo metterla su altri aspetti, anche su un piano umano ed economico. Cosa lodevole quando ci si impegna e ci si industria per ricevere onestamente un utile dal lavoro fatto, con la conseguenza che il  premio di produzione, per il Regno dei cieli, è assicurato con l’ingresso nella gioia eterna del Paradiso.

La resa dei conti arriva per tutti, nel momento in cui meno ce lo aspettiamo, quando il Signore ci chiamerà da questo mondo all’eternità e allora succederà quello che Egli stesso ci ha insegnato, ammonito e richiamato alla nostra attenzione con la parabola dei talenti di questa XXXIII Domenica del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico che sta per concludersi.

“Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Vorrei sottolineare quel “dopo molto tempo”, dal momento in cui ci sono stati consegnati i talenti e sono quelli della vita umana, della vita spirituale, della grazia, dei carismi e doni ricevuti.

Infatti il Signore non ci chiede subito il resoconto di quello che ci ha donato. Al contrario ci dà il tempo necessario, fossero pure pochi giorni della nostra vita, per capire cosa è giusto fare e come ci dobbiamo comportare per ereditare la vita eterna.

Questo lungo tempo che il Signore ci ha donato, sta continuando. A che cosa sta servendo?  Per far fruttificare quello che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, oppure no? La fede, la carità, la speranza rientrano in quella crescita spirituale del nostro modo di vivere ed operare?

Sarà davvero terribile, al termine di nostri giorni e della nostra vita, quando ci presenteremo davanti al tribunale di Dio per rendere conto di quello che abbiamo fatto e realizzato: quanti fecero il bene per una sentenza di assoluzione piena; quanti fecero il male per una sentenza di condanna e speriamo che non sia quella definitiva del fuoco eterno dell’infermo, dove ci “sarà pianto e stridore di denti per sempre”, come conclude il testo del vangelo di questa domenica.

E quanto ci viene detto non è terrorismo psicologico, né tantomeno una forma di ricatto a fare per forza un cammino di santità che non vogliamo fare. Anzi è un esplicito invito a tirare dritto per la nostra strada, quella intrapresa con la venuta alla vita umana e alla vita della grazia con la fede e con la scelta della religione che abbiamo deciso di fare nostra, dopo che i nostri genitori ne avevano compreso tutta la ricchezza e la bellezza, la sua produttività a livello personale, familiare, ecclesiale e sociale.

Ecco perché ci hanno portato al fonte battesimale, poi alla confessione, alla prima comunione, alla cresima e a man mano ci hanno accompagnati nella crescita della vita cristiana. E se non sono stati i nostri genitori, sono entrati in scena, nel nostro itinerario di vita cristiana, altre persone sagge e sante che ci hanno preso per mano ed hanno fatto fruttificare quei talenti che avevamo ricevuti e che, come il servo della parabola di oggi. Anche noi, forse, avevamo messo sotto terra quei doni per poi consegnarli al padrone che ce l’avrebbe richiesti a tempo dovuto; senza da parte nostra di un pizzico di crescita, neppure di un ramoscello di quel seme che era stato impiantato nella nostra vita.

Il tempo che abbiamo davanti a noi è poco, è molto solo il Signore lo conosce. Certo è che Egli ci chiederà conto di tutto, ma con amore, tenerezza e dolcezza, oltre che con un cuore di Padre che è grande nell’amore ed è misericordioso. Si può fra fruttificare anche minimamente un dono ricevuto tempo fa, anzi all’inizio della nostra vita, fosse pure prima di chiudere gli occhi. E ciò è possibile sono con un atto di amore e di pentimento, con un sicuro investimento nell’abbandonarsi alla misericordia e alla bontà di Dio almeno nell’ultima ora della nostra vita. Non disperiamo mai, fino all’ultimo istante.

Non a caso, nella prima lettura di oggi, tratta dal libro dei Proverbi ci viene presentata il “modello biblico” della donna perfetta. Non è la donna perfetta esteticamente di allora e soprattutto di oggi, con fisico rispondente ai canoni della bellezza commerciale; ma la donna, nella quale “confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”.

Una donna che prega, lavora, ama la famiglia ed è caritatevole, sono le qualità primarie per una donna che non pensa al suo fascino esteriore, ma a quello interiore dell’anima. Perciò, ammonisce il testo sacro: “Illusorio è il fascino e fugace la bellezza”; mentre  “la donna che teme Dio è da lodare”.

La conclusione ovvia di fronte a questo bene vero ed assoluto, a questo dono di Dio,  è una donna fatta con queste caratteristiche e che possiede questi talenti. Verso di lei, bisogna essere “riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città”.

Donne cristiane di tutto il mondo unitevi in questo vero recupero di dignità, di pari opportunità con l’uomo, di femminilità vera e non solo di facciata e di apparenza.

In questi giorni, stiamo sentendo tante cose disgustevoli sul modo di sfruttare le donne in tanti campi e soprattutto nello spettacolo. Non cedere a nessun ricatto mai, e soprattutto quando sono in gioco valori grandi ed immensi come la bellezza e la purezza dei sentimenti che non sono commerciabili né spendibili se non per un vero grande amore verso Dio e verso i fratelli, a partire dalla famiglia.

Pensiamo al nostro vero futuro, tutti insieme, uomini e donne, cogliendo il messaggio che viene dal testo della seconda lettura di questa liturgia della parola, tratto dalla prima lettera di san Paolo Apostolo ai Tessalonicesi.

Sappiamo bene “che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire”.

L’Apostolo fa riferimento alla fine dei tempi, al secondo avvento di Dio sulla terra, ma indirettamente si riferisce anche al momento della conclusione della nostra vita terrena.

Per cui, siccome tutto può accadere all’improvviso, non dobbiamo stare nelle tenebre del peccato, “cosicché quel giorno possa sorprenderci come un ladro”, ma dobbiamo vive nella luce della grazia di Dio, in quanto noi siamo “figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre”. Di conseguenza non possiamo addormentarci sulle cose che hanno un valore di eternità, ma dobbiamo essere vigili e sobri nell’attesa della venuta del Signore. Non possiamo comportarci allo stesso modo di coloro che non hanno fede e non hanno speranza. Sia, pertanto, questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio, dal profondo del nostro cuore: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno”. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVIII DOMENICA T.O- 15 OTTOBRE 2017

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 15 ottobre 2017

Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità.

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti inviati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità. Possiamo ben dire che tutti siamo inviarti alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte. La parabola del Vangelo di Matteo di questa domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa. Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante. Grazia che ha origine nel battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei  sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica. Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta. Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì. Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione. Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità. La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni. Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”. Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità. Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani. Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”. Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica:  “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna  o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA XXVII – 8 OTTOBRE 2017

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 8 OTTOBRE 2017

Custodi e messaggeri di pace e di giustizia nel mondo.

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario è un chiaro invito a vivere nella pace, nella serenità, senza drammatizzare nelle situazioni della vita. L’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Filippesi, che ci sta accompagnando in queste domeniche, dice cose straordinariamente attuali per la vita della chiesa e dell’umana società: “Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Il modo più certo per essere ascoltati, da Colui che può tutto, è la preghiera, sono le suppliche e il ringraziamento al Signore anche delle croci e delle prove.

Dobbiamo sforzarci nel vivere nella massa serenità interiore e relazionale. Solo così “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza”, custodirà i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù, senza farci allontanare dalla retta via. Infatti, noi siamo chiamati a discernere, da un punto di vista cognitivo e razionale, oltre che morale, “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode”, perché diventi tutto questo oggetto dei nostri pensieri. Non possiamo distrarci su altre cose, né rincorrere altri obiettivi della vita, ma semplicemente andare alla ricerca dei valori essenziali dell’esistenza umana e dell’etica cristiana. Da qui, l’invito che l’Apostolo ci fa pervenire attraverso i suoi scritti: “le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. Da tutto dipende la nostra pace e la pace degli altri e così il Dio della pace abiterà con noi.

Questo nostro modo di agire ci aiuta ad entrare nel complesso problema del rapporto tra noi, Dio e gli altri. Questi altri sono la chiesa, la comunità dei credenti, la vigna del Signore, che è meglio identificata con la Chiesa di oggi e di sempre, con quanti si professavano credenti in Javhé, prima della venuta di Cristo e con quanti si professano discepoli di Gesù e suoi seguaci dopo la sua venuta tra noi, con il compimento dell’opera della redenzione, mediante la sua morte e risurrezione.

Dal testo del Vangelo di Matteo, che ci presenta un’altra parabola della vigna comprendiamo la lezione di curare questa vigna, cioè il regno di Dio in mezzo a noi e farla fruttificare, altrimenti sarà destinata a finire in una zona diversa, nella quale è stata piantata, per essere trapiantata altrove dove darà più frutto, l’uva e poi il buon vino sperato. Chiara allusione all’accoglienza del regno di Dio, della fede e di quanto Cristo ci dice per dare i frutti necessari, noi e gli altri che siamo stati chiamati a lavorare da sempre in questa vigna del Signore. Il racconto della parola, come descritta da Matteo e messa sulla bocca di Gesù, ci fa capire tutto il fascino di questo parlare e soprattutto riflettere sul contenuto essenziale che viene espresso da Gesù a conclusione del racconto: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Non accogliere Cristo è un rischio spirituale per tutti, specie per quanti hanno avuto la possibilità di incontrarlo in tanti modi nella loro vita: nei sacramenti, nella parola, nella preghiera, nella liturgia, nella carità, nella sofferenza, nella gioia. Cristo si è presentato a noi sotto tanti volti e tanti voci. A noi spetta di dare la risposta convinta e definitiva a Lui che ci ha chiamato dalle tenebre all’ammirabile luce della fede. Non diventiamo come quei contadini della parabola di oggi  che “presero i servi (del padrone della vigna) e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. In poche parole tutto quello che il Signore ha fatto per il popolo santo di Dio nel corso dei secoli, attraverso l’invio dei profeti e delle anime buone, capaci di parlare con il cuore nel nome del Signore. L’ultimo atto di questa pedagogia dell’accoglienza del Regno e cioè del Messia, identificato qui  nel Figlio del Padrone della Vigna, “mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Il riferimento alla passione è morte in croce di Gesù è qui preannunziato e anticipato. Gesù conosce bene quale sarà la sua missione e come si concluderà in questo mondo. Egli è divenuta la pietra scartata dai costruttori, poi giunta ad essere fondamentale per costruire il tempio, la chiesa di Dio, tiene a sottolineare che “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Sì, Gesù Cristo, Pietra angolare è la meraviglia delle meraviglie, anzi l’unica vera meraviglia che l’uomo su questa terra potrà contemplare mentre è in cammino verso l’eternità e soprattutto godere per sempre nella pace eterna. Non deludiamo Dio, non facciamo soffrire Cristo con il nostro modo di comportarci ed agire, come già faceva osservare il profeta Isaia agli israeliti, prima della venuta del Messia, scrivendo, sotto ispirazione, parole che suonano come un macigno nella vita di coloro che si pensano di essere nel giusto e sulla retta via ed, invece, non lo sono affatto: “Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?”. In altre parole, mentre il Signore attendeva tutto il bene possibile dai suoi contadini e vignaioli, cioè noi,  non abbiamo dato alcuni frutti, siamo rimasti acerbi in tutto e quindi inutili al progetto del miglioramento del rendimento della vita. La riposta del Signore era ed è scontata in ogni situazione del genere, in cui non c’è produttività spirituale: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

Non è altro il quadro del mondo del tempo di Isaia e del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, in cui la violenza, il terrore, la morte, le stragi, lo spargimento di sangue è a livello globale.  E allora di fronte al male del mondo, alla distruzione della vigna della carità, dell’amore, del perdono, della giustizia, noi ci rivolgiamo al Signore con questa sentita preghiera del Salmo 79: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Amen.

P.RUNGI. IL COMMENTO ALLA XXVI DOMENICA DEL TO- 1 OTTOBRE 2017

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 1 ottobre 2017
Quale condotta è retta: la nostra o quella del Signore? Giudichiamo noi!

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa XXVI Domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, ci pone davanti alle nostre responsabilità morali e spirituali.

Ci sono alcuni punti importanti dei testi biblici che vanno attentamente meditati e riflettuti per dare personali risposte ai vari interrogativi.

A partire dalla prima lettura e arrivando al vangelo, i testi biblici di oggi sono un itinerario all’interno delle nostre coscienze e del nostro operare da cristiani.

Il profeta Ezechiele nella prima lettura di oggi ci ricorda come siamo critici nei confronti di Dio, quando le nostre case non vanno secondo quello che desideriamo, secondo quanto ci aspettiamo e secondo quanto già possediamo  vorremmo avere per sempre. E riporta le stesse espressioni che il Signore ci rivolge, attraverso il suo portavoce: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?”.

 

Valutiamo noi la storia, i fatti, i comportamenti, l’agire individuale e comunitario. Ma se andiamo a considerare ciò che viene fatto rilevare nel testo, possiamo facilmente renderci conto che davvero il nostro agire necessita di profonde trasformazioni e conversioni: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso”.

Parliamo, chiaramente, della morte del cuore, dello spirito, di ciò che è veramente vita nell’essere umano, e cioè la sua anima immortale, aperta alla felicità eterna.

 

Aggiungiamo, un’altra ipotesi del comportamento umano: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». L’aspetto positivo di una conversione del cuore sta nel fatto che chi si converte riacquista la vita spirituale, rivive, abbondona la strada che lo ha portato alla morte spirituale e riprende la sua vitalità interiore.

Le due prospettive sono qui esaminate e presentate con  i risvolti reali di esse. Infatti ci sono le persone che non sentono la necessità e l’urgenza di ritornare a Dio e alla fede, una volta che si sono allontanati da essa, oppure non l’hanno mai avuta; oppure ritornano con il cuore pentito, riflettono sulla vita ed agiscono secondo il cuore di Dio.

 

Stessa situazione che troviamo nel bellissimo brano del Vangelo di questa domenica che si apre con la domanda, rivolta ai tanti sapienti del tempo: “Che ve ne pare?” Cioè date voi un giudizio, voi che siete i saggi e santi. E in questo caso, Gesù  presenta il comportamento di due figli, ai quali il padre, dice al primo:  “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

Non c’era molto da discutere. Talmente palese il comportamento giusto del primo figlio rispetto al secondo. Il primo dice inizialmente di no e poi si pente e va a lavorare nella vigna del padre. Egli è un pentito e convertito vero. Mentre il secondo dice di sì e poi non espleta il suo dovere e non mantiene la parola data. E’ chiaramente un falsario, un bugiardo, un mistificatore

 

La conclusione di questa nuova parabola di Gesù è una lezione durissima e un forte richiamo alle responsabilità di quanti si pensano giusti e non lo sono di affatto nella vita, perché alla fine non conterà l’apparenza, come avviene nel mondo, da sempre, ma la sostanza, cioè il cuore e la volontà di cambiare e di rinnovarsi. Perciò Gesù  rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo queste dure parole: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Nei cuori duri e presuntuosi, negli arroganti di tutti i tempi, nei falsi retti e santi di ogni epoca non ci potrà mai essere vero pentimento. Questi si aspettano sempre dagli altri il cambiamento, ma mai da loro stessi. Poi arriva la giustizia divina e mette a posto ogni cosa, a volte anche nel tempo, ma soprattutto nell’eternità.

San Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che oggi ascoltiamo come testo della seconda lettura, ci presenta il modello “Cristo” al quale dobbiamo ispirarci per raggiungere la vera giustizia in questo mondo e nell’eternità: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

 

Quali sentimenti Cristo ha avuto e come li ha vissuti e concretizzati nel suo agire da Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo?

Ecco il modello perfetto al quale conformarci per essere dei veri discepoli di Cristo e di Cristo crocifisso. Infatti, “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

 

La nostra vittoria e la nostra gloria non stanno nell’autoesaltarci e inneggiare ai nostri meriti e alle nostre capacità, ma nell’abbassarci, nell’essere umili, nel donarci, come Cristo ha fatto per noi sulla croce. Da qui la glorificazione di Gesù, la sua esaltazione vera, la sua Gloria Crucis, che dovrebbe ispirare il nostro agire umano e cristiano.

Con il Salmo Responsoriale, tratto dal Salmo 24, ci rivolgiamo al Signore con queste parole e preghiamo con la sincerità del nostro cuore e riconoscendo i nostri limiti: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.  Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via”.

Gesù insegnarci ad essere umili, obbedienti e distaccati da ogni bene e possedimento della terra. Amen.