Festa

COMMENTO ALLA FESTA DEL BATTESIMO DI GESU’ – 10 GENNAIO 2016

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FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

DOMENICA 10 GENNAIO 2016

IL BATTESIMO DI GESU’, EPIFANIA DELLA MISERICORDIA DI DIO

Commento di padre Antonio Rungi

La festa del Battesimo di Gesù, in questa seconda domenica del nuovo anno, e nell’anno santo della misericordia, in invita a riflettere sul tema della nostra rinascita spirituale, attraverso il sacramento del Battesimo che abbiamo ricevuto, per lo più, in tenera età, su decisione dei nostri genitori che hanno ritenuto, giustamente ed opportunamente, di far dono ai loro figli di quella stessa fede e di quella stessa grazia di cui avevano goduto loro, all’inizio della loro vita terrena. Nella preghiera iniziale di questa festa, la Colletta, preghiamo con queste parole: “Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo, concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore”. In questa orazione chiediamo al Signore di vivere nel suo amore, di vivere, cioè, nella sua misericordia. Il battesimo che abbiamo ricevuto è stato il primo gesto di amore e misericordia da parte di Dio nei nostri riguardi, in base al quale Egli, mediante Gesù Cristo, ci ha elevati alla dignità di suoi figli adottivi. Gesù, infatti, ci ricorda l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera a Tito “ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna”. Nel brano appena citato, Paolo parla appunto della misericordia di Dio che ci ha salvato dalla nostra condizione di peccato originale, mediante il lavacro di purificazione che il Battesimo, espresso dall’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo. In questa nuova dimensione ed esistenza improntata dalla grazia e alla soprannaturalità, noi camminiamo nel tempo, nell’attesa di quella vita eterna, di cui Cristo ci ha fatto eredi mediante la sua morte e risurrezione. Quel mistero pasquale nel quale veniamo immersi mediante il sacramento del battesimo. Noi siamo in continua costruzione, ricostruzione e ristrutturazione del nostro essere cristiani, indirizzati verso l’eternità. La nostra meta è nel cielo, ma si costruisci sulla terra, impegnandosi a vivere secondo gli insegnamenti del Vangelo che “ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo”. Questo nuovo stile di vita ci viene richiesto esplicitamente da una voce autorevole come quella di Giovanni Battista che, nuovamente, è in scena sul palcoscenico delle feste natalizie che si possono, a ben ragione, dire che si concludono qui. La figura di Giovanni riemerge anche in questa circostanza, non per far ombra o ostacolare l’ufficializzazione di chi era davvero il Figlio di Dio, ma per indicare in Gesù, il vero ed unico salvatore. Leggiamo, infatti, nel testo del Vangelo di Luca: “Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il riferimento a Gesù Cristo, è chiaro. Il battesimo di Giovanni è un battesimo penitenziale e Gesù si assoggetta a tale liturgia penitenziale, per dare l’esempio. Ma è esattamente in quel momento che dal cielo una voce rivela la vera identità di quel giovane maestro che si abbandona nelle mani del precursore e per giunta suo cugino. Il Battesimo che Cristo ci donerà, nel mistero della sua Pasqua e Risurrezione, è un Battesimo di remissione del peccato originale, con il quale entriamo in questo mondo e che contraiamo per il fatto che apparteniamo al genere umano. In questa verità in cui camminiamo e di cui siamo convinti come cristiani, possiamo elevare al Signore l’inno di gioia che il profeta Isaia ha fissato in uno dei testi biblici più belli e significativi dell’Antico Testamento, proprio guardando, in prospettiva, a Gesù Cristo salvatore e redentore dell’uomo: «Consolate, consolate il mio popolo –dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Ed aggiunge parole di speranza per tutta l’umanità: Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Nella festa del Battesimo di Gesù, tutto questo è confermato dalla voce celeste che indica in Gesù Cristo il Figlio di Dio, l’Eletto, nel quale il Padre si è compiaciuto e mediante il quale esercita la sua misericordia nei confronti dell’umanità, bisognosa di salvezza e redenzione. Con il Salmista, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera di ringraziamento e di lode: Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda.Mandi, Signore, il tuo spirito e con la tua misericordia rinnova la faccia della terra.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO PER LA DOMENICA DELLA SANTA FAMIGLIA.

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C)
DOMENICA 27 DICEMBRE 2015

UNA FAMIGLIA UNICA, IRRIPETIBILE, MODELLO DI TUTTE LE FAMIGLIE

Commento di padre Antonio Rungi

A solo 48 ore dalla solennità del Natale e dell’annuale ricorrenza della nascita di Gesù, celebriamo, oggi, nel clima natalizio e di festa che genera questa ricorrenza, un altro momento bello del cammino di questo Giubileo della Misericordia in pieno svolgimento. Oggi, infatti, celebriamo la festa della Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, una storia di vita familiare irripetibile, ma affascinante e modello di comportamento per ogni famiglia credente o meno. La famiglia di Nazareth è questo riferimento normativo, spirituale, umano e sociale a cui ci vogliamo ispirare in questo Natale 2015, che è il Natale della Misericordia e del perdono.

Nell’ottobre di quest’anno, si è svolto un importante Sinodo ecclesiale in Vaticano a livello mondiale proprio sul tema della famiglia. Vorremmo agganciarsi proprio a questa esperienza di chiesa, guidata oggi dalla saggia ed equilibrata persona di Papa Francesco per entrare nel cuore della Famiglia di Nazareth e sbarrare le porte delle nostre famiglie, chiuse e serrate da egoismi di ogni tipo. E per farlo, ci affidiamo proprio ai tre membri di questa comunità familiare divina ed umana, in cui la presenza di Cristo, Figlio di Dio, concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo ci dà il polso della reale e straordinaria vicenda di questa favola e sogno familiare che troviamo proprio nella casa di Nazaret. Il testo del Vangelo di Luca che oggi ascoltiamo ci presenta una famiglia in marcia verso Gerusalemme, in una carovana, per celebrare la pasqua annuale. C’erano Giuseppe, Maria e Gesù uniti nel viaggio di andata. Dopo aver svolto tutto quello che era previsto di fare, ritornarono. Ma Gesù, senza dire nulla ai genitori, resto a Gerusalemme tra i dottori ad insegnare loro. Un bambino di 12 anni che insegna ai tanti intellettuali del tempio sacro. Eppure si verifica esattamente così. Certo, se Gesù avesse chiesto il permesso ai genitori, non glielo avrebbero concesso. A dodici anni, minorenne, con la confusione che c’era a Gerusalemme per la Pasqua, nessun genitore avrebbe permesso una cosa simile. E lui cosa fa? Rimane lì ad insegnare. E sì, Lui poteva disobbedire ai genitori terreni, ma non poteva non ascoltare la voce del suo Padre Celeste che lo voleva esattamente in quel momento, in quel luogo a svolgere la sua missione. D’altra parte, quando i genitori ritrovano Gesù e lo rimproverano, senza mezze misure (legittimamente da un punto di vista legale) egli cosa dice:«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro”. Esattamente quello che spesso capita nelle nostre famiglie di oggi: non ci capisce più tra genitori e figli, tra marito e moglie e tra parente vari. Gesù qui chiede una comprensione oltre misura alla Madre e a Giuseppe, una comprensione di un mistero ancora tutto da scoprire e rivelare. Maria in questo mistero vi era entrata con un si, preciso. Giuseppe lo aveva accettato dando la disponibilità all’angelo, mentre nel sogno e poi nella realtà pensava di ripudiare Maria che era incinta. Poi tutto scorre liscio. Quel Bambino nasce e viene alla luce, cresce, si sviluppa e cerca la sua autonomia nella missione celeste che deve portare a termine. Egli è sceso per fare la volontà del Padre. Ecco io vengo, Signore, per fare la tua volontà. E Gesù compie questa volontà in ogni momento della sua vita, la sua obbedienza la osserva integralmente, verso il suo vero Padre, anche se poi, ci ricorda il vangelo, che tornò a casa e restò sottomesso ai genitori fino al momento dell’annuncio del Regno e della predicazione. Alcune considerazioni su questo testo del Vangelo vanno fatte, anche in rapporto al tempo che stiamo vivendo, quello del Giubileo della Misericordia. Nella vita sbagliamo tutti. Sbagliano i piccoli, più facilmente, in quanto sono inesperti e a volte ribelli e contestatori, ma sbagliano molto di più i grandi, che sono distratti in tante cose e a volte si dimenticano delle loro creature o le curano solo fino a quando si va d’accordo tra coniugi.

Gesù dimenticato dai suoi genitori è l’esempio di tanti bambini dimenticati nel mondo, di cui nessuno va alla ricerca. Sono anonimi, non appartengono a nessuno e come tali sono oggetti delle passionisti e delle barbarie più crude che si possono compiere in ogni epoca ed anche nella nostra epoca: bambini uccisi dalle bombe, morti in fondo al mare, uccisi dal lavoro, dalla miseria e dalla fame, uccisi dall’egoismo dei grandi, molte volte che sfruttano queste creature innocenti e tenere, che, invece, avrebbero bisogno di altre e più amorevoli cure ed attenzioni. Gesù ritrovato dai genitori, è la speranza che nutriamo tutti nei nostri cuore che questo natale della misericordia, possa far ritrovare genitori e figli, marito e moglie intorno alla tavola della misericordia, dell’amore e della tenerezza del cuore. Non è festa della famiglia se mancano i bambini e dove mancano i bambini manca il sorriso di Dio, la tenerezza di Dio, un presente e un futuro dell’umanità.

Non possiamo permetterci distrazioni nei confronti dei piccoli, né avere piena fiducia in loro, in quanto devono crescere e maturare. Ci vuole quella necessaria vigilanza, attenzione, cura ed amore in ogni luogo, istituzione dove c’è anche un solo bambino e molte volte, neppure della propria famiglia o della parentela, in quanto i bambini sono di tutti  devono essere protetti da tutti.

Il senso di questa festa 2015 della santa famiglia sta proprio partendo dal Gesù bambino volto tenerissimo della misericordia di Dio. Ripartendo dalla vita e dai bambini, le nostre famiglie riassaporeranno il cielo nella loro casa, la gioia e la felicità che solo un bambino può dare. Tutte le mamme, tutti i padri dovrebbero elevare al Signore la stessa preghiera di Anna, di cui ci parla il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro di Samuele, visto che si parla prorio della nascita di questo uomo eccezionale nella storia del popolo eletto:  “Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore». E si prostrarono là davanti al Signore”. Quante donne e quanti uomini hanno ucciso bambini? Il Giubileo della misericordia sia anche il tempo di una profonda verifica persona circa il tema dell’accoglienza della vita nascente e della vita già venuta alla luce, con l’entrata in questo mondo, quando ogni bambino, uscendo dal grembo materno, dopo nove, più o meno mesi, di attesa, incomincia con un pianto che, spesso, lo accompagnerà fino alla morte. Quanti bambini hanno pianto per le colpe e le responsabilità dei genitori, parenti ed adulti nell’indifferenza e nella cattiveria. L’umanità sappia chiedere perdono a tutti i bambini del mondo per il male che ha commesso nei suoi confronti, dal momento stesso in cui Erode compì la prima strage degli innocenti. Quelle stragi silenziose e conosciute si rinnovano ancora oggi. E noi non possiamo tacere di fronte al male, qualsiasi male, che si possa fare ad un qualsiasi creatura innocente e semplice come sono i bambini di tutta la terra, al di là del colore della pelle, della nazione e della religione.

Sia questa la nostra preghiera, oggi, nella domenica della Santa Famiglia, nell’Anno Giubilare della Misericordia:

Gesù Bambino, ancora una volta sei sceso tra noi,

nell’annuale ricorrenza della tua nascita,

per portare a tutti noi il tuo messaggio d’amore.

 

Ancora una volta, ai piedi della tua umile grotta,

ti chiediamo di vegliare sulle nostre famiglie

segnate da tante prove e situazioni dolorose,

assistite, come per Te, dalle amorevoli cure di Maria  e Giuseppe.

 

Tu che hai parlato al cuore delle persone semplici,

come i pastori e da loro hai avuto una risposta

generosa di amore e di socializzazione,

fa che nelle nostre famiglie

si viva con semplicità ed accoglienza reciproca

l’avventura spirituale dell’amore coniugale e familiare.

 

Tu che hai accolto benevolmente i sapienti del tuo tempo

anch’essi alla ricerca di una stella e di orientamento,

fa che le persone che governano i popoli e le nazioni,

e impegnate  nella politica, nell’economia e nella cultura,

facciano l’opzione fondamentale per la famiglia,

fondata sul matrimonio, unico ed indissolubile, tra uomo e donna,

e aperta all’amore per tutta la vita.

 

Tu che sei sfuggito alla strage degli innocenti

decretata da un Erode assettato di sangue e di potere,

difendi le nostre famiglie dalle stragi quotidiane,

sempre più ricorrenti ed aberranti,

di piccoli, giovani, anziani, padri, madri,

conseguenza di una cultura violenta, terroristica,

che stenta ad essere debellata

in un mondo dominato dall’odio,

dalla superbia e dal risentimento.

 

Solo Tu dalla Grotta di Betlemme,

con la potente mano di Dio quale sei,

puoi fermare quanti usano le loro mani,

per offendere e distruggere la famiglia,

per ammazzare e rubare nelle case,

per imbrogliare e corrompere i nuclei familiari,

per delinquere e alimentare il malaffare

distruggendo le famiglie con condizionamenti di ogni tipo.

 

Poni nel cuore delle persone oneste,

che sono la maggior parte sulla terra,

la forza necessaria per lottare

contro i mali dell’era contemporanea,

e sostieni il cammino di pace e  di giustizia sociale,

che sono i valori maggiormente in grado

di ridare dignità alla famiglia naturale ed umana,

in questo Anno Giubilare della Misericordia.

 

L’intercessione di Maria, Tua e nostra dolcissima Madre,

e di San Giuseppe, custode attento e giusto di Te,  Gesù,

Redentore dell’uomo,  possano ottenere dal Padre Celeste,

con la salutare illuminazione dello Spirito Santo,

di ridonare alle nostre famiglie italiane e di tutto il mondo

la gioia di vivere unite in pace e in armonia con Dio,

con il creato e con tutti gli esseri umani. Amen.

 

(Preghiera composta da padre Antonio Rungi)

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XXIX T.O. – 18 OTTOBRE 2015

RUNGI2015

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

GESU’ SOMMO ED ETERNO SACERDOTE

INCHIODATO SULLA CROCE PER NOI

Commento di padre Antonio Rungi

Il testo del Vangelo di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci immette nel clima del mistero della Passione di Cristo.

Si tratta di un testo chiaro e che riporta parole ben precise pronunciate da Gesù alla presenza dei suoi discepoli che, nei loro discorsi, strada facendo, pensano a distribuirsi i posti più sicuri ed umanamente accattivanti vicino a Gesù, il Maestro. Certo, il Signore vuole tutti i suoi discepoli accanto a se, ma non nella potenza economica e politica di questo mondo. Ci vuole accanto a sé nel momento supremo del suo amore per noi e del suo sacrificio per noi. Ci vuole accanto a lui ai piedi della Croce, insieme a Maria e a Giovanni e forse, con maggiore coraggio, ci vuole accanto a se, come Lui, inchiodati alla croce, inchiodati alle nostre croci.

Ecco il potere regale di Cristo Crocifisso. Ecco il sommo ed eterno sacerdote che è Gesù, che si offre per noi al Padre per riscattarci dai nostri peccati.

Siamo chiamati con Cristo a bere il calice della sofferenza che Egli ha bevuto per la nostra redenzione. Non c’è vero cristiano se non porta la sua croce e segua davvero il Signore.

Purtroppo, non è affatto così. Molti seguono la fede cristiana, senza l’intimo convincimento, cioè che si tratta di ripercorre la strada del Signore, che è anche la strada che porta al Calvario.

Ci sono cristiani che riflettono alla maniera degli apostoli e che si fanno i calcoli, strumentalizzando la stessa fede e la stessa chiesa per finalità umane, economiche, di affermazione, di prestigio.

E ciò non avviene solo tra il clero, i religiosi, i vescovi e a man mano a salire di grado nella scala della gerarchia, ma avviene anche nel laicato cattolico.

Ci sono, infatti, dei laici che invece di servire la Chiesa e Cristo, si servono della Chiesa e di Cristo.

Fanno il discorso utilitaristico e interessato di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, che chiedono a Gesù, senza falsa modestia: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Gelosia, invidia, arrivismo, distribuzione egualitaria del potere che Gesù poteva dare loro, secondo una falsa concezione, che si erano fatti del Maestro. Gesù replica con una domanda forte e inquietante:  «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Segue, poi, da parte di Gesù una lezione di straordinaria importanza per tutti, ed è la lezione sul significato dell’autorità, del potere, che va inteso nel senso di servizio, di sacrificio, di rinuncia, di donazione, di croce. Cosa fece allora Gesù? “Li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Il cuore e il centro dell’insegnamento di Cristo sta in questo servizio, portato fino alle estreme conseguenze di consegnarsi liberamente alla morte e alla morte in croce, come, d’altronde, era stato anticipato dai profeti, a partire da Isaia, con i vari carmi del Servo sofferente di Javhè, che, ovviamente sono indirizzati e mirati sulla figura del futuro vero messia di Israele che è Gesù.

Un messia sofferente, maltratto, umiliato e crocifisso. Non un messia potente da un punto di vista economico e militare, ma l’umile agnello immolato sulla croce in riscatto dei nostri peccati. Leggiamo infatti nella prima lettura di oggi: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

L’immagine di Gesù Crocifisso emerge in modo prepotente e chiara davanti ai nostri occhi, davanti alla nostra vita, spesso immersa nel peccato e in cerca di soddisfazioni mondane. Quel Crocifisso che ci parla e ci indica la strada della conversione, dell’offerta sacrificale della nostra vita per la causa del vangelo.

Egli, Gesù, il Sommo ed eterno sacerdote si porge a noi con gli occhi della misericordia e del perdono, con il volto della sofferenza, ma soprattutto con il volto dell’amore redentivo. In questo Sommo ed eterno sacerdote dobbiamo confidare, abbandonarci e sperare, come ci ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei che ascoltiamo oggi, come testo della parola di Dio, della seconda lettura di questa domenica: “Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.

Accostiamo con fiducia a Gesù Crocifisso e se il suo dolore non suscita in noi neppure una minima contrizione dei nostri peccati, dei nostri errori ed orrori significa che il nostro cuore è molto lontano dalla compassione e dalla misericordia che il Signore ci vuole donare, facendoci riflettere seriamente sul nostro stile di vita che è contrario alla Croce di Cristo.

Ci sia di esempio, in questo cammino di conversione, un grande santo del secolo dei lumi, san Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi ricordiamo il suo passaggio alla gloria del cielo, essendo morto a Roma, nella Casa dei Santi Giovanni e Paolo, al Celio, alle ore 16,45 del 18 ottobre del 1775.

E’ uno dei tanti santi che hanno amato profondamente Gesù Crocifisso, fino al punto tale da esserne infaticabili missionari nell’Italia del secolo che poneva come criterio fondamentale per raggiungere la verità, la sola ragione umane, divenuta il grande tribunale per stabile il vero  dal falso, del bello  dal brutto, il buono dal cattivo.

Gesù, il Crocifisso è questo bene assoluto, perché è un Bene d’infinito amore che si è tradotto con il donare la sua vita interamente per noi.

Egli è davvero il sommo ed eterno sacerdote delle anime nostre, come recitiamo nella preghiera iniziale della santa messa odierna: “Dio della pace e del perdono,  tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione;  concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio”. Amen.

 

FESTA DI SAN ROCCO -DOMENICA 16 AGOSTO 2015

immigrati MADRE TERESA SANROCCO

LECTIO DIVINA 

FERRAGOSTO 2015 NEL SEGNO DELLA CARITA’ 

FESTA DI SAN ROCCO -16 AGOSTO 2015 

Commento di padre Antonio Rungi 

La solidarietà non va in vacanza, soprattutto d’estate, mentre, forse, noi e tanti altri siamo in vacanza. Non va in vacanza neppure la fame, il bisogno. Non vanno in vacanza le necessità di tanti poveri della nostra terra o che arrivano da noi e ci chiedono un pezzo di pane, un lavoro. Ci chiedono accoglienza e noi li rifiutiamo.  In una nazione come l’Italia, dove gli immigrati sono di casa, anzi sono in crescente numero di presenza, questo discorso dell’accoglienza capita a proposito a Ferragosto 2015. obbiamo accogliere nel rispetto della legge e della norma civile, ma dobbiamo accogliere come cristiani ed esseri umani nel nome di quel Vangelo della carità e della solidarietà che Gesù Cristo ci ha insegnato e che non possiamo dimenticare, perché prevalgono i nostri interessi locali, nazionali, europei, mondiali, sul rispetto che si deve ad ogni persona umana, soprattutto se è un bambino, una donna, un ammalto, un povero che ci tende la mano per chiedere aiuto a chi questa mano la potrebbe dare, ma non la dà.  In questi giorni di agosto, tante parole sono state dette e scritte per la questione dell’accoglienza degli immigrati in Italia e in Europa. Valgano su tutte, le parole del Santo Padre, Papa Francesco che si ispirano al Vangelo e partono dal Vangelo, che si deve portare soprattutto nel cuore e non solo tra le mani o sulla bocca, per ricordare a ciascuno di noi, quanto ha detto Gesù, in riferimento al giudizio universale: “Ero forestiero e non mi avete ospitato”. E a Lui, che sa tutto e ci conosce benissimo, non potremmo dire neppure: “Signore quando sei stato forestiero e non ti abbiamo ospitato?”. Egli ci dirà: “Dalla mattina alla sera stavo accanto a voi e voi mi avete girato le spalle, facendo finta di non conoscermi, di non appartenervi, non essere tra i vostri eletti e prediletti. Cosa potrà dirci il Signore? Avete fatto bene a cacciarmi via? No assolutamente! Ma ci butterà via Lui, dalla sua eternità, perché non abbiamo vissuto nell’amore, nella carità. Non abbiamo accolto, abbiamo sempre rifiutato, espulso e mai ospitato.Queste considerazioni di carattere evangelico si addicono perfettamente al tempo che stiamo vivendo, in questo Ferragosto 2015, che ha riportato alla nostra attenzione il dramma dell’immigrazione, tra tante inutili polemiche, mentre la gente soffre e muore in tante parti del mondo, tra l’indifferenza generale dei potenti. Domenica  16 agosto 2015, terza domenica del mese delle ferie, all’indomani della solennità dell’Assunta, la chiesa ci offre come modello di santità un santo francese. San Rocco di Montpellier. Un santo di quella Francia rivoluzionaria che tanto parla di uguaglianza, libertà e fraternità e che all’atto pratico non attua, poi nella vita politica e normativa. Davanti a noi ci sono anche le immagini degli immigrati rifiutati alla frontiera di Ventimiglia, tra l’Italia e la Francia, nei mesi scorsi. Chiaro avviso che loro di immigrati non ne vogliono sul loro territorio, soprattutto se vengono dall’Italia. Sappiamo pure che l’Europa ha restituito all’Italia oltre 12.000 immigrati irregolari, entrati nel nostro Paese, nei modi illegali che ben conosciamo. Il resto d’Europa non accoglie e non vuole accogliere. L’Italia rimane l’unico Paese al mondo, di transito o di definitiva accoglienza dei tanti profughi dalle guerre, di tante donne, bambini e giovani in cerca della salvezza. Il Mare Nostrum, il Mare Mediterraneo, invece di essere il mare della vita è diventato il mare della morte. Un grande cimitero di acqua e in  acqua che ha accolto le salme di oltre 2500 immigrati, annegati, dall’inizio di questo anno 2015 fino ad oggi. Il Mare nostrum è diventato il Mare monstrum, il mare del mostro della mancanza d’amore e di carità verso questi nostri fratelli disperati e in cerca di una speranza di vita.

San Rocco, era straniero, di origine francese, e venne in Italia da pellegrino, per sollevare le sofferenze di tanti appestati del nostro Paese. E’ un esempio che vale la pena ricordare in questi giorni di festa, ferie e vacanze estive. Vale la pena ricordare anche di fronte alle tante polemiche accese tra la chiesa italiana e una parte della politica italiana. Leggiamo la storia, anche se leggendario di questo francese forestiero nel nostro Paese.  San Rocco nacque a Montpellier (Francia), secolo XIV – e morì il 16 agosto di un anno imprecisato. Il nome Rocco di origine tedesca  significa grande e forte, o di alta statura.  Le fonti su di lui sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda. In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti i sui beni ai poveri, si sarebbe fermato  ad Acquapendente, dedicandosi all’assistenza degli ammalati di peste e operando guarigioni miracolose che ne diffusero la sua fama. Peregrinando per l’Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza incoraggiando  continue conversioni. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio. Si dice che solo un cane provvide alle sue necessità materiali portandogli un po’ di pane che il suo padrone gli dava per farlo mangiare. Da qui nell’iconografia e nei detti popolari di “San Rocco e il cane”.  Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell’Italia del Nord, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste. E’ protettore delle persone diversamente abili, dei carcerati e dei malati infettivi. Altri segni distintivi della sua santità e della sua fama sono la Croce sul lato del cuore, l’Angelo, e i Simboli del ellegrino.

A San Rocco affidiamo i tanti ammalati di peste, di malattie infettive e tante persone diversamente abili che necessitano di essere accudite con amore e con la stessa passione con la quale san Rocco curò i suoi ammalati di peste e con la stessa generosità di questo grande santo, amato al Nord come nel Sud Italia ed esempio di amore verso le persone bisognose del mondo. E lo facciamo con una celebre preghiera della Beata Madre Teresa di Calcutta: “Vuoi le mie mani?”. 

Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno? Signore, oggi ti do le mie mani. 

Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico? Signore, oggi ti do i miei piedi. 

Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore? Signore, oggi ti do la mia voce. 

Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo? Signore, oggi ti do il mio cuore.

FESTA DELLA DONNA – 8 MARZO 2015

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ITRI (LT). DAI PASSIONISTI FESTA RELIGIOSA DELLA DONNA 

Domenica, 8 marzo 2015, festa della donna, i padri passionisti del Santuario della Civita che curano anche il convento della città, festeggeranno la donna con una preghiera particolare, composta da padre Antonio Rungi, con la benedizione delle donne presenti alla celebrazione della messa del mattino delle ore 8.00 e con la distribuzione della mimosa benedetta. La celebrazione della messa in occasione della festa religiosa della donna sarà presieduta da padre Antonio Rungi che a conclusione del rito distribuirà le mimose benedette e il testo della preghiera della donna, composta dallo stesso sacerdote e già diffusa in rete.

“Penso –ha detto il sacerdote – che sia un dovere di tutti ringraziare le donne di tutto il mondo per quello che sono, fanno e rappresentano nella società umana. Di fronte a tante violenze nei loro confronti, abbiamo tutti il dovere di pregare e sostenere la causa mondiale del rispetto totale di ogni donna a partire dal suo primo giorno di vita fino alla fine dei suoi giorni. Basta con le tante offese alle donne in Italia e nel Mondo e diamo un valido contributo a che la cultura del rispetto, dell’accoglienza sia sempre più diffusa nel mondo. Quel genio femminile di cui parlava San Giovanni Paolo II sia utilizzato al massimo in tutti i campi della vita sociale ed ecclesiale. Ecco perché in questo giorno, dedicato alla festa della donna, che ricorda un drammatico fatto di cronaca del secolo scorso, oltre a pensare alle donne che soffrono nel mondo a causa di tante ingiustizie, prodotte da un cultura maschilista, dobbiamo sentire l’obbligo morale, come cristiani e persone di buona volontà di far crescere un livello sempre più alto di coscientizzazione globale che senza la donna e senza il suo pieno e totale rispetto la società e l’umanità è destinata a finire inevitabilmente in un vicolo cieco di indifferenza e di violenza. Alle donne, dalle nostre madri – conclude padre Rungi – alle nostre sorelle, alle mogli per chi è sposato, alle colleghe di lavoro, alle amiche sincere, alle suore,  alle nubili, dobbiamo non solo dire grazie in questo giorno, ma sempre per tutto quello che fanno per l’intera umanità. Dove c’è la donna c’è la gioia e la vita”.

Ecco il testo dell’orazione composta dal teologo morale, padre Antonio Rungi.

 PREGHIERA DELLA DONNA 

Signore, mi rivolgo a Te

con la confidenza di un bambino,

con l’umiltà del povero,

con il coraggio dei martiri.

 

Donami la forza di parlarti

con la sincerità del cuore,

con l’umiltà di chi conosce

la sua fragilità, con il coraggio

che spesso manca nella mia vita quotidiana.

 

Fa’ della mia vita un inno alla vita,

un canto perenne alla gioia,

un immenso atto d’amore

verso chi attende amore.

Nella mia debolezza non abbandonarmi.

Nell’incertezza, illuminami la mente.

 

Nel dolore, fa’ che io sappia camminare

con Te sulla via della croce.

 

Ti chiedo, per intercessione di Maria,

Madre del bell’Amore,

di essere una  donna capace d’amare

ogni persona del genere umano,

soprattutto se debole e fragile,

a partire dai miei cari. Amen!

SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA 2014

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SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA 

LUNEDI’ 8 DICEMBRE 2014

MARIA, SORRISO DI DIO 

Commento di padre Antonio Rungi 

Quando si rivolge lo sguardo ad un’opera d’arte, bellissima, ti viene spontaneo il sorriso di gratitudine e di gioia. In questo giorno della solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria è legittimo pensare che quando Maria è stata concepita, il sorriso di Dio si è acceso su quella meravigliosa creatura, perché Dio l’ha riservata tutta a se, preservandola dal peccato originale, in vista di una missione unica ed irripetibile nella storia dell’umanità e della salvezza, quella di essere la Madre di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, l’Emmanuele il Dio con Dio, come ricordiamo oggi nella preghiera iniziale della celebrazione eucaristica: “O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi anche a noi, per sua intercessione, di venire incontro a te in santità e purezza di spirito”. Non è tanto importante oggi soffermarci su come si è arrivato alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione ad opera di Pio IX nel 1854, ma come da sempre questa verità di fede era sentita e vissuta nella comunità dei credenti, fin dai primi secoli. Una verità che attinge il suo contenuto più importante proprio nei testi sacri, quei testi che nella liturgia della parola di Dio di questa giornata sono alla nostra attenzione e meditazione, a partire dalla prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, dove è raccontato e descritto il peccato originale, ma anche il primo annuncio del vangelo della salvezza e della redenzione del genere umano. Leggiamo infatti il momento culmine di questa promessa di redenzione uscita dalla bocca stessa di Dio nel condannare l’operato dell’uomo e soprattutto del serpente, simbolo del principe del male che attacca continuamente l’agire dei figli di Dio: Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». E’ qui tratteggiata la figura della Madonna Immacolata, come di fatto l’iconografia di millenni ci attesta con immagini di straordinaria bellezza e significato biblico e religioso. Maria, la donna forte, la donna della vita e della gioia, che azzera le attese del demonio di vedere l’umanità distrutta dal peccato e sotto la legge dell’infelicità. Maria non permette questo e Dio, nel preservarla dal peccato originale, ha questo compito fondamentale da assolvere nei confronti dell’intera umanità. Maria scelta da Dio per sostenerci nel cammino della nostra riscoperta di essere figli suoi, partendo dal sacramento del battesimo che il sacramento della rinascita, in quanto ci toglie il peccato originale contratto con la nascita, per proseguire sulla via della grazia e della santificazione con l’accesso agli altri sacramenti della fede e della comunione con Dio, quali la confessione e la santa eucaristia. Sono questi i due pilastri cardini che riaccendono nel nostro spirito e nella nostra vita il sorriso di Dio e il sorriso di Maria, la Madre della gioia, quella vera che nasce, cresce e si potenzia stando vicino all’Onnipotente.

San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera agli Efesini ci impegna ad una riflessione sul senso della nostra vita e sul cammino che siamo chiamati a fare per riscoprire la nostra identità di cristiani che consiste nel fatto che noi siamo figli di Dio e lo siamo realmente. Figli nel Figlio suo Gesù Cristo, redentore dell’umanità, nato, per opera dello Spirito santo, nel grembo purissimo ed immacolato della Vergine Santa. Dal sorriso di Dio che si accende sul volto di Maria nel suo immacolato concepimento, al sorriso di Maria che si accende sul volto di Gesù, nel momento in cui dice il suo si a Dio nell’annunciazione e quando vede venire alla luce dal suo grembo il Redentore dell’umanità, nella notte di Natale dell’anno zero, quando Gesù entra nella storia mediante la santissima sua Madre, cuore immacolato, donna perfetta totalmente consacrata a Dio Amore e Trinità. Sono le parole del vangelo di Luca di oggi che ci danno lo spessore meraviglioso della festa odierna dell’Immacolata concezione che non è disgiunta o slegata dall’Annunciazione e dalla nascita del Redentore. L’arcangelo Gabriele infatti si rivolge personalmente a Lei: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». Aggiungendo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Il resto non è cronaca di un fatto, ma è storia della salvezza che diviene realtà, nella pienezza dei tempi quando Dio, mediante suo Figlio, venne ad abitare in mezzo a noi, portando a tutti la gioia della redenzione, in cui Maria costituisce un pilastro fondamentale per l’intero progetto di Dio portato a compimento mediante la venuta di Cristo sulla terra.

La solennità dell’Immacolata è la festa delle gioie ed allegrezze di Maria, ma anche ed è soprattutto la festa della gioia di Cristo redentore, che Maria accetta di portare nel suo grembo verginale per essere strumento di salvezza nelle mani di Dio.

Perciò Maria è Immacolata, senza macchia ed ombra di peccato, perché si è fatta serva dell’Onnipotente ed ha vissuto in intima comunione con Dio Altissimo prima, durante, dopo il suo concepimento, restando vergine e donna purissima per sempre. In lei ombra di peccato non poteva essere né per un breve tempo e né per un attimo, perché esente dal peccato originale per singolare privilegio donato da Dio alla sua e alla nostra Madre castissima, la Tutta pura e Tutta bella davanti a Dio onnipotente e davanti al cielo e alla terra.

AIROLA (BN). NOVENA DELL’IMMACOLATA PREDICATA DA PADRE RUNGI

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AIROLA (BN). IN PIENO SVOLGIMENTO LA NOVENA DELLA MADONNA IMMACOLATA PREDICATA DA PADRE ANTONIO RUNGI 

E’ iniziata sabato 29 novembre e terminerà domenica 7 dicembre 2014 la solenne novena in preparazione alla festa della Madonna Immacolata nella Chiesa della Concezione al Borgo, in Airola (BN). Quest’anno a tenere la predicazione è padre Antonio Rungi, passionista, noto missionario e teologo morale, che è originario di Airola ed è la prima volta che predica in questa chiesa di proprietà della Congrega della Concezione. Padre Rungi negli anni passati e recenti a più volte ha predicato il settenario dell’Addolorata e il novenario di santa Maria Goretti. Tema della predicazione che accompagnerà i fedeli alla festa dell’Immacolata 2014 è “Le beatitudini di Maria”.
Nel primo giorno, padre Rungi, assistito dal Don Liberato Maglione, parroco dell’Annunziata, ha parlato della prima beatitudine del vangelo: “Beati i poveri in spirito”. Domenica 30 novembre, prima domenica di Avvento, davanti a tantissimi fedeli che riempivano la chiesa, padre Antonio ha parlato della fede di Maria, riportandosi al momento della visitazione, quando in una sintetica espressione pronunciata da santa Elisabetta e rivolta a Maria afferma, ella “Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore”.
Su questa espressione, padre Rungi ha sviluppato la sua meditazione agganciandola ai testi della sacra scrittura della prima domenica di Avvento, specialmente alla prima lettura tratta dal profeta Isaia. La novena proseguirà regolarmente nei prossimi giorni. Giovedì. 3 dicembre sarà il Vescovo di Cerreto-Telese- sant’Agata dei Goti, monsignor Michele De Rosa, a presiedere la solenne liturgia eucaristica vespertina, prevista, come tutte le sere alle ore 18.30. I tanti devoti della Madonna si ritrovano insieme anche per la preghiera del Santo Rosario, preludio alla celebrazione eucaristica, alle ore 18.00. La messa è animata dalla scola cantorum della parrocchia dell’Annunziata, nella cui giurisdizione territoriale rientra la Chiesa della Concezione. Questa chiesa è stata costruita nel secolo XVI e la Congrega è stata istituita nel 1737 e da allora ha operato ininterrottamente. Attualmente sono 220 gli iscritti e partecipanti al sodalizio religioso, il cui attuale priore è Pasquale Meccariello, che insieme al direttivo promuove varie iniziative per la chiesa della Concezione, on ultimo la recente ristrutturazione della Chiesa, un luogo di culto mariano molto caro agli airolani e particolarmente agli abitanti del Borgo.
La presenza di padre Rungi quale predicatore della novena è stata accolta nella comunità con grande gioia ed entusiasmo, segno evidente di fortissimo legame spirituale che lega il missionario passionista, già superiore provinciale dei passionisti della Campania e del Lazio Sud, alla comunità cristiana di Airola. Nei prossimi giorni la novena proseguirà come al solito con il rosario meditato alle ore 18.00 e le confessioni e a seguire la celebrazione della divina Eucaristia alle ore 18,30, che sarà presieduta dal padre Antonio Rungi.

LA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI – 1 NOVEMBRE 2014

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SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

SABATO 1 NOVEMBRE 2014

Una moltitudine di santi che ci insegnano la vita della santità

Commento di padre Antonio Rungi

Gli ultimi santi di questi mesi, quelli elevati agli onori degli altari e quindi da poter venerare, ci dicono quanto sia possibile a tutti raggiungere quella che è la meta e il traguardo più importante della nostra vita: il santo paradiso. Papi, Vescovi, sacerdoti, religiosi laici, di tutte le età, condizioni sociali, nazionalità fanno parte della schiera ufficiale dei santi riconosciuti. Nonostante il numero elevato, se fossero soltanto e semplicemente loro i santi, allora il paradiso sarebbe davvero molto vuoto ed anche triste. Invece i santi sono tutti quelli che anche la parola di Dio di questa solennità annuale con data fissa ci fa considerare ed anche pregare. Nella visione della Gerusalemme celeste, San Giovanni Evangelista ci descrive quella consolante realtà del cielo, dove tutti quanti aspiriamo ad arrivare, non senza fatica e dolore: “E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». I santi sono i salvati, coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore. Quel Signore, Gesù Cristo, morto sulla croce, che ha dato la sua vita per noi, proprio per riportarci all’amicizia eterna con Dio. E allora chi sono i santi? «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità è purificazione ed oblazione, è capacità di accettare la volontà di Dio e fare della sua volontà il proprio cibo spirituale. Santi, allora, non è soltanto Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e tutti i santi riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tutti coloro che si sono salvati, perché si sono purificati dalle loro macchie, dal peccato, da tutto che allontana il cuore dell’uomo da Dio. Santi sono e saranno su questa terra, quanti sono poveri in spirito, secondo quanto afferma Gesù nel celebre discorso della montagna che passa come le Beatitudini. Santi sono coloro che sono nella sofferenza di ogni genere e che accettano tutto per amore di Dio, salendo con Cristo il calvario del dolore, ma soprattutto dell’amore che si fa dono. Santi sono i miti che come il mite Agnello, Gesù Cristo, vanno alla morte senza proferire parole, si donano nel silenzio e nel sacrificio di ogni giorno. Santi sono quelli che lottano per la giustizia e la pace e che questi motivi vengono massacri ed uccisi. Santi sono coloro che sanno perdonare, anche di fronte alle offese, calunnie, infamie e maldicenze ricevute. Santi sono coloro che nutrono nel cuore alti valori morali, spirituali e sentimentali e che non vedono ombra di malizia e peccato in nessuna parte. Santi sono i pacifisti e pacificatori che credono e lottano per un modo in cui l’uomo sia all’uomo non un lupo, ma un agnello mansueto. Santi sono anche tutti coloro che da sempre ed oggi rischiano la loro vita per difendere i diritti dei poveri e degli ultimi. La sostanza del vangelo sta, infatti, in questa opzione preferenziale per i poveri e nessuno deve umiliarli o maltrattarli. Santi sono coloro che portano avanti nel mondo il pluralismo della fede, rivendicando giustamente il rispetto della fede cristiana. Quanti martiri anche oggi per questo motivo in varie parti del mondo.

La consapevolezza di essere in un posto speciale dell’immenso cuore di Dio Padre, noi possiamo di dire con l’Apostolo Giovanni di avere una identità che nessuno potrà mai toglierci e una verità assoluta che non può essere messa in discussione: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Figli di Dio e la che dopo la morte saremo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia. Il Paradiso dei santi a cui aspiriamo è guardare e contemplare in eterno il volto d’amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, il volto della Santissima Trinità, il volto più bello e perfetto che ha incarnato sulla terra il volto di Dio, Maria Santissima, che ci attende in paradiso. Pensare al paradiso non è, come qualcuno afferma, drogarsi nella vita, illudersi senza avere certezze di alcuni tipo. Pensare al paradiso è pensare all’essenza dell’uomo, che è stato fatto per la felicità con una identità poco meno inferiore degli angeli.  E’ avere una speranza che non delude, ma rende puri, come ricorda l’evangelista Giovanni nel testo della sua prima lettera: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Preghiamo tutti i nostri santi, i nostri protettori e in questo giorno di festa in cielo, sia anche festa in terra, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre nazioni, tra tutte le persone che amano Dio e l’uomo nella sincerità del loro cuore, per cui sono in festa, in quanto nell’amore c’è la gioia e la santità vera.

Itri (Lt). Al via i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita

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ITRI (LT). SOLENNI FESTEGGIAMENTI IN ONORE DELLA MADONNA DELLA CIVITA, COMPATRONA DELL’ARCIDIOCESI DI GAETA  

di Antonio Rungi 

Dopo l’importante convegno di domenica scorsa, 6 luglio 2014, sulle figure dei due Papi Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, al quale ha partecipato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, Sgarbi, Roncalli e Girotti, entrano nel vivo i solenni festeggiamenti in onore della Madonna della Civita, che si svolgono dall’11 luglio al 22 luglio di ogni anno nella città di Itri e al Santuario Mariano, che distanza dal centro cittadino 13 Km a 700 metri sul livello del mare, dove da oltre 1000 anni  si venera la Madonna sotto questo titolo.

Venerdì prossimo, 11 luglio, prende il via il solenne novenario in preparazione alla festa, che ricorre liturgicamente  il 21 luglio. Sarà padre Antonio Rungi, passionista della Comunità del Santuario della Civita, ex superiore provinciale dei Passionisti di Napoli, a tenere la prima meditazione su Maria della Civita e San Paolo della Croce. Il fondatore dei Passionisti fu al Santuario della Civita dal maggio al settembre 1726, con il suo fratello Giovanni Battista.

Nove giorni di preghiera e predicazione sul tema “Maria nella vita dei santi”, che saranno animati da nove diversi sacerdoti che tratteranno questo tema durante l’omelia della messa serotina delle ore 19.00. Nel programma dei festeggiamenti tutti i nomi dei sacerdoti che interverranno.

Sabato 12 luglio in occasione dei 165 anni  della venuta del Beato Pio IX a Gaeta e al Santuario della Civita, si svolgerà un pellegrinaggio in bici da Itri a Gaeta nel Santuario della Madonna Annunziata per venerare la Madonna Immacolata, davanti alla quale pregò il beato Pio IX, prima di proclamare il dogma. I momenti più significativi di questa annuale ricorrenza sono la collocazione del busto argenteo della Madonna della Civita sull’altare Maggiore, sabato 19 luglio alle ore 20,30 con il tradizionale canto delle “Dodici Rose” e omaggio floreale delle donne itrane in dolce attesa; poi le varie processioni programmate nei giorni di sabato sera dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore fino a San Michele Arcangelo, dove la sacra icona della Madonna resterà per la veglia di preghiera della comunità per l’intera nottata. Domenica la processione da San Michele per le vie della città, con inizio alle ore 10.00 e lunedì 21 luglio, alle ore 9.00 per tutta la città di Itri. Giornate speciali per gli ammalati con la presenza dell’arcivescovo emerito de L’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari,  che celebrerà venerdì 18 luglio nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove da sempre si festeggia la Madonna della Civita, essendo la chiesa parrocchiale principale e centrale della cittadina. L’arcivescovo di Gaeta, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio sarà presente nella giornata di festa con la celebrazione della messa solenne il giorno 21, alle ore 11.00  al Santuario della Civita e il giorno 22, alle ore 9.00 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, che guiderà la processione conclusiva e con l’atto di affidamento alla Madonna della Civita della città di Itri e dell’Arcidiocesi.  I solenni festeggiamenti si concludono il giorno 22 dopo la messa dell’Emigrante, presieduta da padre Augusto Matrullo, passionista, originario di Itri, rettore della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Roma, e la riposizione del busto argenteo della Madonna nella cappella laterale della Chiesa di Santa Maria Maggiore, a mezzanotte del 22 luglio.

Nei vari momenti di preghiera e di animazione liturgica e pastorale saranno coinvolti i sacerdoti della diocesi, il comitato Santa Maria della Civita, Seminaristi, diaconi, ministranti, schola cantorum, Caritas, volontari. Per la festa annuale della Civita arrivano i devoti della Madonna da ogni parte della Diocesi, dal Lazio, dalla Campania, essendo la Madonna molto venerata in queste regioni. Un movimento di fede e di spiritualità mariana. Molto significativa è l’iniziativa annuale di ospitare gli extracomunitari nelle strutture locali e assicurare loro vitto ed alloggio, soprattutto nei quattro giorni più importanti della festa patronale della Madonna della Civita. A proposito del significato di questa festa religiosa, scrive il parroco, don Guerino Piccione, che la Madonna è modello sublime per tutti i suoi figli. Ella è la donna delle relazioni autentiche con Dio e con i fratelli. Nella visita a Santa Elisabetta, la Madonna si presenta come donna capace di mettersi accanto agli altri con gioia, generosità, con tempi lunghi e non con frugalità e in modo occasionale. Impariamo dalla Madonna come nella quotidianità è possibile vivere in modo stabile il nostro rapporto con Dio, per vivere in modo altrettanto solido le nostre relazioni interpersonali”.

Saranno giorni, come si  legge dal vasto ed articolato programma dei festeggiamenti, giorni di impegno spirituale e pastorale serio nel nome della Beata Vergine Maria, Madre e Regina della Civita, ovvero della città di Dio e degli uomini.

La solennità dei Santi Pietro e Paolo – 29 giugno 2014

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Solennità dei Santi Pietro e Paolo

La chiesa di Pietro e Paolo è la Chiesa di Cristo

di padre Antonio Rungi

In questa domenica di fine giugno 2014, celebriamo la solennità di due giganti della fede che sono gli apostoli Pietro e Paolo. Pietro in primo luogo scelto da Gesù, al quale rispose prontamente, lasciando ogni cosa e seguendo lungo la strada della sua missione terrena. Paolo che venne alla fede in Cristo, in seguito, dopo la conversione e in seguito ad una specifica illuminazione del  Cristo ricevuta sulla via di Damasco. La devozione popolare, fin dai primi tempi del cristianesimo, li ha associati nella venerazione e nella proposizione dei loro modelli di vita cristiana. Entrambi apostoli anche se Paolo non ha conosciuto direttamente Gesù, né faceva parte del gruppo dei Dodici, entrambi soprattutto testimoni e martiri in una Roma che non voleva assolutamente che il cristianesimo prendesse piede e si diffondesse, mentre la predicazione e la celebrazione. Sono gli apostoli delle catacombe che ebbero il coraggio di portare avanti l’opera di evangelizzazione, in un impero pagano, senza timore della morte e del martirio. Riflettere sulla loro testimonianza di vita cristiana è per noi cristiani del XXI secolo un forte richiamo ad essere fedeli ai nostri impegni assunti davanti a Dio con il battesimo, sacramento della nostra fede.

Certo Pietro non fu subito capace di entrare nel mistero di Cristo, soprattutto nell’accettare un Messia umiliato ed offeso con la condanna e la morte in croce, fino al punto di rinnegarlo oppure scoraggiato ritornare sui suoi passi mentre già a Roma il cristianesimo aveva preso piede.

Da parte sua, Paolo che da persecutore dei cristiani, presente al martirio, per lapidazione, di Santo Stefano e poi l’apostolo delle Genti, ci dicono questi due santi apostoli come è difficile essere fedeli fino in fondo alla parola di Dio e come è difficile vivere e sentirsi chiesa, non nella solitudine dei nostri pensieri ed attese, ma con la convinzione che noi siamo un solo grande popolo di Dio in cammino verso la vera felicità, quella che Cristo è venuta a portarci con la sua morte e risurrezione e con la sua parola di verità.

Nonostante i limiti umani, Pietro e Paolo, come tutti gli apostoli di Cristo, quelli che nella vita terrena hanno fecondato con il loro sangue la Chiesa: hanno bevuto il calice del Signore, e sono diventati gli amici di Dio. Oggi ci rivolgiamo a due amici speciali di Dio e di Cristo, per chiedere a loro i dono della fede coraggiosa e dell’amore incondizionato verso il Signore. Lo facciamo con una semplice preghiera che come credenti, oggi, nella celebrazione della santa messa eleviamo al Signore nella comunione ecclesiale: “O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede”.

Oggi è la festa del Papa, successore di San Pietro, è la festa del nostro attuale Pontefice, Papa Francesco, ed è anche la festa del Papa emerito, Benedetto XVI che portiamo, entrambi, con la stessa intensità e venerazione nelle nostre umili preghiere.

La figura di Pietro è tratteggiata nella sua straordinaria bellezza spirituale nel momento della liberazione dalla prigionia, sotto il regime di Erode. Gli Atti degli Apostoli ce ne raccontano il dettaglio di tutta l’operazione di “salvataggio” del capo del collegio apostolico che il Signore pose in essere e realizzò, per non lasciare senza guida spirituale il gruppo, che faceva il suoi primi passi verso l’annuncio missionario, nei luoghi della nascita, della vita, della morte e della risurrezione di Gesù. «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva», esclama Pietro, quando si accorge che la liberazione dalla prigionia è soltanto opera di Dio. In quella prigione, in quelle catene ci sono tutti i segni ed i simboli di chi e di come si possa imprigionare la parola di Dio e non farla avanzare. Erode esprime il male in tutti i sensi, Dio esprime la grazia e la liberazione. Anche noi spesso siamo afflitti da catene e prigioni di ogni genere che non ci fanno camminare nella via della verità, della santità e della moralità. Abbiamo bisogno di essere liberati dal male che sta dentro di noi con la grazia, mediante l’angelo della vita e della risurrezione. Preghiamo il Signore che come mandò i suoi angeli a liberare Pietro dalle catene della prigionia fisica invii i suoi angeli a liberarci dalla prigionia del nostro egoismo e diventare credibili annunciatori del vangelo della gioia e della risurrezione. Ne abbiamo bisogno tutti in questo momento storico della chiesa e dell’umanità, dove tanti sono i maestri, ma pochi sono i testimoni. Tanti sono quelli che dicono, ma pochi sono quelli che fanno ed agiscono per il bene della chiesa e del mondo.

Entriamo in quello spirito di oblazione di cui ci parla l’Apostolo Paolo in una delle lettere e passaggi più belli dei suoi scritti inviati all’amico Timoteo: Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. La  coscienza e la consapevolezza di Paolo che Dio aveva operato in lui grandi cose e che a conclusione della sua vita, può dire di tutto e scrivere di tutto dal profondo del suo cuore, lo fa concentrare su due idee che sono di insegnamento per noi “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ed  aggiunge con riconoscenza e gratitudine: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo”.

Questo e Paolo e soprattutto questi sono Pietro e Paolo insieme. Un binomio di santi apostoli che ancora oggi ci insegnano amare Dio e a professare la fede in cui, a renderla visibile al mondo intero con la predicazione del vangelo. In passaggio fondamentale della confessione della fede di Pietro in Gesù Cristo, a Cesarea, comprendiamo tutta la portata grandiosa di un dono che Pietro ha accolto e fatto suo, il dono dello Spirito, che gli fa pronunciare parole di straordinario amore e docilità verso Gesù, suo Maestro e Signore: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Una professione di fede che Gesù inquadra in un contesto spirituale ben preciso, e tale deve rimanere: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parole che risuonano nel mondo da 2014 anni. Tutto passa, solo Dio resta. Sono passati, regni, popoli, culture, nazioni, potentati, la Chiesa, fondata su Cristo, nonostante le tante tempeste e i peccati degli uomini di chiesa e dei cristiani, rimane salda al suo popolo, perché la Chiesa non è dei Papi, dei vescovi, dei preti e neppure dei fedeli laici, è solo e soltanto di Cristo. Sono chi vive in Cristo promuove e difende la chiesa con la santità della vita e non con le sole parole di circostanze o nuovi integralismi che possono trovare accoglienza in una chiesa che è e deve continuare ad essere madre, sull’esempio di Pietro e Paolo, apostoli della fede e della comunione ecclesiale.