DOMENICA

P.RUNGI. COMMENTO ALLA IV DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

DOMENICA 26 MARZO 2017

La gioia di una fede vera e sincera

Commento di padre Antonio Rungi

 

Oggi celebriamo la domenica della letizia, della gioia che ci proietta direttamente alla Pasqua. La gioia che ogni cristiano deve per necessità sperimentare e che nasce dalla fede e vive di fede.

I testi biblici di questa quarta domenica di Quaresima, infatti, ci mettono davanti a noi il cammino della gioia che solo chi ha una visione di fede vera e sincera può sperimentare anche nella croce e nella sofferenza.

L’antifona di ingresso della liturgia eucaristica di questa giornata ci invita a rallegrarci con Gerusalemme, a riunirsi in essa quanti l’amano, ad esultare di gioia nel Signore e a superare ogni tristezza e malinconia del cuore, a saziarci del pane della grazia che il Signore ci dona continuamente.

La nostra Gerusalemme è la Chiesa dei credenti ed in essa vogliamo sperimentare la vera gioia che viene dal cielo ed arriva al cielo.

Nel testo della prima lettura di questa domenica, tratto dal primo libro di Samuele, troviamo il racconto dell’elezione di Davide a Re d’Israele. Tra tutti i figli di  Iesse, solo Davide è indicato come il giusto e legittimo Re di Israele, consacrato dallo stesso Samuele, che svolgeva la funzione di profeta e giudice. Chi fosse Davide lo sappiamo da questo testo: era un pastore e come tale la sua attività era stare a curare l’ovile. Dai campi viene chiamato, prelevato e portato al cospetto di Iesse per essere unto e consacrato Re da Samuele. Si comprende facilmente che il testo rimanda alla figura di Cristo, indicato come Figlio di Davide. E Gesù è della discendenza Davidica, come lo era Giuseppe il suo padre putativo. Ma Davide è anche il Pastore e Gesù è il Buon Pastore. Queste due immagini di Re e Pastore riferite a Davide e traslate con un significato molto diverso a Gesù ci inseriscono nel cammino pasquale, che è un evidente richiamo al battesimo, quale sacramento della fede, che ci inserisce in Cristo Re, sacerdote e profeta.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto dal Salmo 22, ci ricorda che il Signore è il nostro Pastore, la nostra guida, che ci fa riposare su campi erbosi e ci conduce in porti sicuri, ci guida per giusti cammini e ci porta fuori dalle oscurità del male e del peccato. In questa nuova condizione, noi vivremo al sicuro nella casa di Dio e sperimenteremo gioia e felicità piene.

Nel bellissimo brano della lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, il nostro cuore si apre ad una speranza che trova le sue ragioni nella fede, che è luce e lampada sui nostri passi. Con la fede noi siamo davvero nella luce della grazia di Dio, usciamo fuori dalle secche del peccato, dai blocchi di ogni genere che non ci fanno progredire verso il bene. Se una volta eravamo tenebre, ora, con il battesimo e la conversione, siamo luce e come persone che sperimentano la luce della grazia e della misericordia di Dio, cosa debbono fare? Dobbiamo comportarci come figli della luce, i cui frutti sono elencati da san Paolo con termini precisi: bontà, giustizia e verità. Il cristiano è fedele, è trasparente ed è coerente. Non dice una cosa e poi ne fa un’altra, ma quello che dice lo fa sempre, in pubblico e in privato. I valori morali e tutto ciò che ha attinenza con la risposta personale alla chiamata alla santità vanno integralmente vissuti, senza compromessi alcuni o adattamenti vari. Bisogna svegliarsi dal torpore spirituale e non vivere come cadaveri ambulanti, morti dentro e senza prospettiva di vita e di speranza. In tali condizioni il cristiano non può assolutamente starci, in quanto la sua vita di grazia, illuminata dallo Spirito del Padre, non può essere che una vita di gioia e felicità

Oggi ascoltiamo uno dei testi del vangelo in cui il Signore opera un miracolo eccezionale, quello della guarigione di un cieco nato. Del fatto straordinario ne sono convinti anche i detrattori del Signore: “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Tutto il racconto ci fa comprendere la progressione del cammino della fede, della luce che è la fede e della vista che è quella interiore. Il miracolo in se stesso è un fatto oggettivo e dimostrabile dalla scienza stessa che classifica l’evento come un fatto inspiegabile in quel momento. Ma si sa che da che mondo è mondo, cioè in base alle conoscenze scientifiche, nessuna persona che è nata cieca, riacquisti la vista con cure e terapie. E’ capitato che si è avuto questo dono mediante l’intervento dall’alto. I limiti della natura sono superati con l’intervento del cielo. Ma al di là del valore in se di questo straordinario miracolo operato da Gesù, tutto il Vangelo di oggi è un forte appello ad affidarsi a Dio, con il vivere la fede e sentirla viva in noi. Il cieco nato, poi guarito, è ogni persona che viene in questo mondo e vi entra con il peccato originale, che il lavacro del battesimo, toglie dando a chi lo riceve il dono della fede, della luce. Una luce che può irradiarsi per tutta la vita o spegnersi progressivamente, non vivendo nella grazia e nell’amicizia di Dio. Chiediamo al Signore che questa luce rimanga sempre accesa nella stanza del nostro cuore e della nostra mente. Concludo questa mia odierna riflessione sulla parola di Dio con questa preghiera scritta da un grande santo convertito dal paganesimo al cristianesimo che è Sant’Agostino:

Signore mio Dio,

Unica mia Speranza,

fà che stanco non smetta di cercarTi,

ma cerchi il Tuo Volto sempre con ardore.

Dammi la Forza di cercare, Te,

che Ti sei fatto incontrare e mi hai dato la Speranza

di sempre più incontrarTi.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:

conserva quella, guarisci questa.

Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza:

dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare,

dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.

Fà che mi ricordi di Te,

che intenda Te, che ami Te.

Grazie, Signore, noi Ti adoriamo e crediamo in Te!

Amen

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO -II DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 12 marzo 2017

Collocati come ponti tra due monti

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio della seconda domenica di Quaresima ci offre l’occasione e l’opportunità di riflettere su due temi portanti della spiritualità cristiana: la vocazione e la trasfigurazione. Nella prima lettura, infatti, si parla della vocazione di Abramo, nella seconda di quella dell’Apostolo Paolo e nel Vangelo ci viene narrato il racconto della trasfigurazione del Signore sul Monte Tabor. La Quaresima è d’altra parte tempo favorevole per trasfigurarci ad immagine e somiglianza di Cristo crocifisso e glorioso. Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi ci rivolgiamo al Padre con queste umili parole: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”. La Quaresima che è tempo privilegiato per ascoltare meglio e più intensamente la parola di Dio ci aiuti a porre al centro della nostra giornata e della nostra vita ciò che davvero conta davanti a Dio e agli uomini.

Per realizzare questo sogno è necessario avere la stessa disponibilità e la stessa fede di Abramo che accolse la parola del Signore e lasciò ogni cosa, compresa la sua terra, per seguire la chiamata di Dio: “«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò…. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”.

Lasciare tutto e partire. Quando il Signore chiama e si comprende esattamente la sua voce, non c’è cosa, persona e legame che ti possa costringere a rimanere piuttosto che andare. Abramo ascolta la voce del Signore e parte, senza alcuna meta, seguendo l’itinerario che Dio gli indicherà. Non la strada di Abramo, ma la strada di Dio si apre davanti al suo cammino e lui sempre più sicuro non va verso l’incognito e il buio, ma verso il certo e la luce, perché è la luce di Dio che lo guida, è la luce della fede. Perciò egli è nostro padre nella fede. Nella vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio, troviamo il prototipo di ogni chiamata alla fede. Le nostre umane decisioni vanno costruite sulla parola di Dio che, come ci ricorda il Salmo 32, è retta e fedele ed ama la giustizia e il diritto.

Anche san Paolo nel brano di oggi, tratto dalla sua lettera all’amico Tito, parla della vocazione e della missione che è per la propria santificazione e per annunciare il Vangelo della salvezza e della redenzione. “Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo. Per portare avanti la causa del vangelo bisogna avere un grande spirito di sacrificio, di rinuncia e di patimenti. Per il Vangelo si soffre frequentemente in ogni angolo della terra, dove la testimonianza della vita cristiana rappresenta un forte appello, per tutti, alla rettitudine morale. Solo con la grazia di Dio e della Sua vicinanza a noi è possibile portare avanti progetti di evangelizzazione, soprattutto in quei luoghi, dove maggiori sono le resistente e gli ostacoli. Il Signore doni lo stesso coraggio e zelo apostolico di Paolo Apostolo, maestro nel campo missionario, anche nell’oggi della Chiesa e del mondo contemporanei.

Nel Vangelo di oggi, tratto da San Matteo, leggiamo il testo della trasfigurazione. Gesù e tre apostoli salgono sul monte Tabor. Gesù all’improvviso cambia il suo volto che diventa luminoso, raggiante ed anche il vestito assume un colore bianco che più di quello non poteva essere. Gesù si trasfigura e con lui appaiono anche due testimoni dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia che discorrevano con Lui. I tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, rimangono estasiati da quella visione di paradiso e chiedono al Signore di rimanere lì.

Intanto una voce dal cielo dichiara senza ombra di dubbio che Gesù è il Figlio di Dio, il prediletto del Padre, nel quale il Padre stesso ha posto il suo compiacimento; per cui dobbiamo ascoltare la voce di Cristo, perché è la stessa voce di Dio che ci insegna a seguire il bene e ad evitare il male. All’udire la voce di Dio, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Rimangono nel paura di cosa poteva mai accedere di lì a poco. Ed infatti, Gesù si avvicinò a loro, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». In questo contatto rassicurante, gli apostoli riprendono consapevolezza di chi sono e dove si trovano e con chi stanno. E allora alzano gli occhi verso l’alto, ma non videro più nessuno. Con loro era rimasto Gesù solo, con il Quale erano saliti sul monte della trasfigurazione. Ma si trattava, ora, di riprendere il cammino, di ridiscendere, di ritornale alla normalità. E nel cammin facendo verso la valle delle umane quotidianità e sofferenze è Gesù che parla e raccomanda loro di non parlare a nessuno di quello che avevano visto, lassù, sul monte della gloria «prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Gesù stesso prepara così gli apostoli all’imminente scandalo della croce ed invita i tre prescelti a seguirlo anche sull’altro monte, quella più difficile da scalare per tutti ed è il Monte Calvario, il Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e morirà per la redenzione dell’umanità.

E’ interessante in questa seconda domenica di Quaresima, pensare che noi siamo collocati come ponti tra due monti: il monte Tabor e il monte Calvario. Nella vita che si svolge nel tempo noi dobbiamo realizzare questo raccordo stradale o viadotto della grazia e dell’abbandono fiduciale a un Dio che nel suo Figlio prediletto ci dona la gioia del suo perdono, facendoci toccare con mano la bellezza della grazia. Il tutto però passa necessariamente attraverso quel monte del Calvario che è il monte dell’amore misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità, perché su quel monte è stato crocifisso l’Amore per ricominciare a vivere nell’amore proprio partendo dalla passione e morte in croce di nostro Signore. Salendo il monte del Calvario con Gesù che va al patibolo della croce, possiamo capire dove sta il vero Tabor della nostra vita. Sta proprio nell’essere vicino al Cristo e vederlo trasfigurato dall’amore che si fa dono nella croce e con la croce.

P.RUNGI. PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA 2017

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
DOMENICA 5 MARZO 2017

 

Le tentazioni aiutano a crescere nella vita di fede.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Mercoledì scorso abbiamo iniziato questo lungo cammino di 40 giorni in preparazione alla Santa Pasqua del 2017. E’ il tempo forte dell’anno liturgico, chiamato Quaresima, che ci conduce per mano, con la parola di Dio, con l’eucaristia, con la confessione, con le opere di carità e con la penitenza all’appuntamento annuale della Pasqua di Morte e Risurrezione. Questo periodo di preparazione si aggancia all’esperienza di deserto, preghiera e penitenza fatta da Gesù prima di iniziare la sua attività pubblica. Il vangelo di Matteo di questa prima domenica di Quaresima è dedicato, infatti, proprio al racconto della quaresima di Gesù e alle tentazioni che dovette affrontare e superare a conclusione di essa. Anche per noi cristiani questo tempo di grazia ci è donato, da un punto di vista liturgico per sperimentare la nostra concreta possibilità di rispondere al vangelo con la sincera volontà di convertirsi e di superare qualsiasi tentazione che quotidianamente Satana cerca di farci accettare piuttosto che superarla. Affidiamo il nostro cammino quaresimale alla preghiera di questa prima domenica, con la quale chiediamo “di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo
con una degna condotta di vita”.

La prima lettura e il salmo responsoriale di oggi sono incentrati sul tema del peccato originale e del peccato in generale. Nella prima lettura viene narrata la prima fondamentale caduta essenziale, morale e spirituale, nonché biologica dell’essere umano, commettendo la prima vera e sconvolgente colpa, quella d’origine che ha condizionato, poi, tutto il resto della vita. La descrizione e il racconto di questa ribellione della coppia umana alla volontà e ai disegni di Dio, sembra di poco conto; ma in realtà è di una consistenza tale che ha colpito l’uomo nei suoi elementi basilari, che erano improntati alla perfezione nel Paradiso Terreste, dove Adamo ed Eva, dopo aver fatto esperienza della bontà e della tenerezza di Dio, sperimentano, per loro libera scelta, la nudità e l’allontanamento da Dio. Da quella colpa d’origine parte l’opera della redenzione umana, che troverà la sua piena e definitiva attuazione nella Pasqua di Gesù Cristo. La gravità del peccato originale, che noi esseri umani contraiamo e non commettiamo, è messa in risalto nel brano della libro della Genesi di questa domenica, in cui, chiaramente, è evidenziato l’assurdo comportamento dell’uomo di sfidare Dio, nel suo orgoglio e nella sua presunzione ed illusione di diventare con Lui. L’uomo progettato per il bene da parte di Dio, invece di ascoltare la sua parola e di seguire io suoi ordini, si lascia affascinare, come sempre da satana, simboleggiato qui nell’astuto serpente, che porta, prima Eva e poi Adamo a commettere il primo peccato ed avviare così, nel genere umana, l’esperienza della debolezza, della fragilità e della immoralità a tutti i livelli. Toccato nella sua stessa natura, in seguito a questo peccato, l’uomo rimane naturalmente fragile e soggetto ad ogni tentazione e ad ogni peccato, se non vigila su stesso e su gli altri.

Il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 50 è una richiesta a Dio di perdono e misericordia. E’ la presa di coscienza di ciò che diventa l’uomo quando si allontana da Dio e vuole fare a meno di Lui. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Da qui la richiesta: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”.

Nel secondo splendido e ricco brano della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani ritroviamo il tema del peccato originale, già messo in luce nel testo della prima lettura, rapportandolo al mistero della redenzione. Il parallelismo tra il vecchio Adamo, quello del peccato e della caduta, è messo in stretto rapporto con il nuovo Adamo, Gesù, quello della risurrezione e dell’esaltazione della croce, mediante la quale il Figlio di Dio ha redento il mondo. Gesù ha vinto la morte e nell’ubbidienza totale al Padre tutti sono stati giustificati, come per la disobbedienza di Adamo, tutti erano stati costituiti peccatori e tale sarebbero rimasti per sempre, se non fosse intervenuto Cristo con la sua morte e risurrezione, che porta la grazia del perdono e della riconciliazione a tutto il genere umano e a tutta la creazione. Entrare in questo cammino di purificazione e rinascita interiore è compito di ogni cristiano. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ha dato l’avvio a questo itinerario di santificazione, che tutti possiamo e dobbiamo percorrere, lasciandoci guidare dall’unico maestro della nostra vita che è il Cristo Crocifisso e Risorto.

Infine, nel testo del vangelo di questa prima domenica di Quaresima, come abbiamo detto all’inizio, ci porta con Gesù nel deserto, dove viene tentato dal diavolo. Durante la permanenza di quaranta giorni e notti, alla fine ebbe fame. E qui scatta la prima tentazione da parte del demonio che invita Gesù a trasformare le pietre in pane, per sfamarsi, al fine di dimostrare se veramente fosse Figlio di Dio. Strana tentazione, questa che viene indicata come prima delle tre. Gesù poteva benissimo far comparire il pane o gli stessi angeli del cielo provvedere al suo stentamento durante i quaranta giorni di deserto, ma qui, come se fosse, un mago secondo il diavolo, doveva trasformare dimostrare al demonio che era Figlio di Dio. Quante pretese ha satana nei confronti dell’uomo e nel caso specifico nei confronti di Dio. Gesù sa benissimo chi è e lo sa benissimo anche il demonio. Ma, come tutte le forze del male che si annidano negli esseri malefici, egli ci ha provato con Gesù, uscendo sconfitto da questo primo tentativo di aggressione a Dio. Non contento lo porta sul punto più alto del tempio di Gerusalemme, luogo privilegiato della presenza di Dio, secondo gli israeliti e ci prova a farlo buttare giù, anche in questo caso per dimostrare se è veramente Figlio di Dio. Il diavolo è ossessionato e non a caso dell’identità di Gesù che ben conosce e sa. E pure in questa seconda tentazione, cade nel vuoto il tentativo del diavolo , perché Gesù non ci sta al gioco del dimostrare al demonio chi effettivamente è. Perciò ribadisce di non mettere alla prova il Signore Dio tuo. Ed infine, l’ultimo tentativo, la terza tentazione o provocazione, quella relativa al desiderio di possesso, dominio e gloria su tutta la terra, aspirazione tipica degli imperatori, re e potenti della terra e che in Gesù trova una risposta precisa per contestare la sete di potere e di dominio che per sua natura è diabolica nella sostanza e nella forma. E la storia ci racconta di quanti fallimenti umani in questa direzione. La risposta del Signor è precisa: vattene satana, tu devi adorare il Signore e a lui solo devi rendere culto e rispetto. Immaginiamo se satana poteva sottomettersi al Signore. La conseguenza, vista la resistenza di Gesù, fu quella di andare via e fare spazio al bene, con l’arrivo degli angeli che si posero a servire Gesù ed accudirlo in tutte le sue esigenze. La grazia e il peccato non possono convivere e coabitare, il bene e il male non possono incontrarsi ed occupare lo stesso spazio vitale. La lezione del vangelo di oggi è molto chiara. Si superano le tentazioni se nei nostri pensieri e nei nostri cuori c’è solo il Signore.

In conclusione, in questo periodo di Quaresima tutti noi cristiani siamo invitati a vivere più intensamente il clima di preghiera e di carità. I recenti fatti di cronaca che hanno attinenza con il termine della nostra vita ci pongono responsabilmente di fronte al problema di come rendere bella la vita, anche quando è segnata dalla sofferenza e dalla malattia. La morale cristiana è a favore sempre e comunque alla vita e mai a favore della cultura della morte, anche se la si definisce come dolce morte, oppure suicidio assistito. La nostra vita, quella che il Signore ci ha donato, anche se è segnata dalle croci insopportabili, vale sempre la pena viverla fino in fondo, fino a quel momento in cui Dio ci ha chiama a sé e ci porta con sé nell’eternità.

Commento alla IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno 2017

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Quarta Domenica del Tempo Ordinario

29 gennaio 2017

I beati di sempre nella logica del Vangelo

Commento di padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio di questa quarta domenica del tempo ordinario ci presenta testi di particolare importanza spirituale per camminare sulla via del vangelo della gioia e della beatitudine vera. Nel vangelo di oggi, infatti, troviamo il celebre discorso della Montagna che Gesù pronunciò davanti ad una folla che lo seguiva sempre più numerosa e sempre più attenta ai suoi insegnamenti. Nel testo delle beatitudini evangeliche possiamo trovare la sintesi del messaggio cristiano di amore, pace, riconciliazione, solidarietà, perdono e redenzione eterna. Nella preghiera iniziale della liturgia eucaristica, nella quale esprimiamo le nostre intenzioni per la domenica che viviamo, il testo dell’orazione che si riferisce, più precisamente alla parola di Dio di questa domenica, i fratelli nella carità del Cristo, preghiamo con queste parole: “O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo, segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito”.

Partendo della prima lettura, tratta dal profeta Sofia, vogliamo far nostro l’appello che ci rivolge la voce profeta di questo uomo di Dio, che richiama alla nostra attenzione la necessità di cercare Dio, di ricercarlo in tutte le situazioni, specialmente quando Egli si fa maggiormente visibile con gli eventi della nostra ed altrui vita, che vanno letti ed interpretati come attenzione e non esclusione, amore e non abbandono. Un messaggio ed un invito rivolto a tutti, perché nessuno è escluso dal piano della redenzione e tutti sono chiamati a rispettare gli ordini che vengono dall’Alto, quello vero, e non dai vari piani del potere che nulla ha anche vedere con la vera autorità morale e legge che è quella divina. L’uomo in ricerca, che presta attenzione agli ordini divini, opera per la giustizia, vive nell’umiltà, confida nel nome del Signore, non commette iniquità di alcun genere, saranno sinceri, non ruberà la verità per adattarla alle sue false ideologie di qualsiasi tipo, vivrà in pace e sarà nella serenità della vita quotidiana. Una visione irenica e pacifista che non trova riscontro e corrispettivo nelle politiche dell’uomo di ogni tempo.

Anche nel salmo 145 che è oggetto di preghiera nella liturgia di questa quarta domenica del tempo ordinario ci sollecita una riflessione sull’opera benefica che il Signore compie, in quanto rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto, ama i giusti, protegge i forestieri. sostiene l’orfano e la vedova”. Sono qui espresse le opere di misericordia corporale. In opposizione a quanti lavorano per il bene, egli, poi, “sconvolge le vie dei malvagi” e il suo regno è per sempre e non per un tempo limitato come quello degli esseri umani che si credono onnipotenti ed eterni nel comando.

Al centro della seconda lettura di questa domenica, tratta della prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo c’è l’orgoglio di essere cristiani e di essere davvero dalla parte della Croce di Cristo, che è il nostro vanto e la nostra vera gloria e vittoria. La chiamata alla santità di ogni cristiana parte dalla croce ed arriva alla croce. Infatti ci ricorda l’apostolo Paolo che “quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio”. Chiaro riferimento alla missione di Cristo sulla terra che è portata a compimento nella morte in croce e nella sua risurrezione. Grazie a Gesù, “il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione”, noi possiamo vantarci della dignità di essere figli di Dio, figli dell’Altissimo.

Nel testo del vangelo di oggi, tratto da San Matteo, la nostra anima si eleva a Dio in modo sublime, mettendoci in sintonia con quanto Gesù predica, salendo sul monte delle beatitudini e adottare il linguaggio dell’amore per parlare al cuore e alla mente di ogni uomo. Il discorso della montagna pur indicando otto categorie di beati in realtà classifica beato ogni essere umano che si mette alla ricerca de bene e fa il bene con umiltà, semplicità, purezza di cuore, coraggio e amore alla verità. Le beatitudini evangeliche più essere commentate esplicitate con parole, termini e paragoni nuovi, vanno vissute nella concretezza della vita di ogni giorni: i poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia, gli insultati, i calunniatiti dovranno sentirsi al sicuro, in questo tempo e per l’eternità,  perché grande sarà la ricompensa nei cieli».

Bella consolazione, qualcuno potrebbe dire, guardando al futuro regno di Dio, all’eternità. Come dire saremo felici solo in paradiso. Ma la consolazione vera è già su questa terra, in quanto beati si è fin d’ora se noi viviamo applicando continuamente l’insegnamento che viene dalle Beatitudini.

La gioia e la felicità piena sarà nell’eternità, ma noi, fin d’ora, vivendo queste regole di vita possiamo essere davvero beati qui in terra, perché avremo un animo bello e una vita altrettanto meravigliosa, perché vissuta con il Signore, nel Signore e per il Signore.

PREGHIERA DELLE BEATITUDINI

COMPOSTA DA PADRE ANTONIO RUNGI, PASSIONISTA

Signore Gesù, tu che hai proclamato beati i poveri in spirito,

fa che ricerchiamo la vera beatitudine nell’avere

tutto ciò che è bene spirituale per noi e per gli altri.

 

Tu che hai valorizzato il pianto e la sofferenza,

fa che sappiamo essere contenti

quando aiutiamo ed asciughiamo le lagrime

dei nostri fratelli.

 

Tu che ami i miti di cuore,

non dimenticare quanti, ogni giorno,

sono tanto buoni da sopportare ogni cosa

per seguire te, mite agnello immolato sulla croce.

 

Tu che apprezzi quanti lottano per la giustizia e la pace,

fa che quanti hanno accolto il tuo vangelo

siano davvero promotori di giustizia e pace

sulla faccia della terra, senza paura e tentennamenti.

 

Tu che ci hai insegnato a perdonare,

fa che siamo veramente misericordiosi

con tutti quanti coloro che ci hanno fatto del male,

senza mantenere nel nostro animo rancori e risentimenti,

che non producono niente e sono motivo ricorrente

per non vivere serenamente.

 

Tu che sei la difesa di quanti sono puri

nei pensieri e nelle azioni,

fa che la nostra vita sia sempre più improntata

alla purezza del corpo e dello spirito.

 

Tu che sei disceso dal cielo a parlare di pace,

fa che noi, tuoi seguaci, diventiamo

operatori di pace in pensiero, parole ed opere.

 

Tu che sei dalla parte dei deboli, degli umili,

dei perseguitati ed afflitti di oggi e di sempre,

non permettere, o Signore,

che nessun uomo soffra più

a motivo della mano e del cuore induriti dei propri fratelli.

Amen

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COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

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DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

NON FACCIAMOCI  INGANNARE DA FACILI PROFEZIE SULLA FINE DEL MONDO

Commento di padre Antonio Rungi

Alla fine dell’anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica, ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi, soprattutto nel nostro Paese. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.

Il brano del vangelo di questa domenica,  riguarda, infatti, l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Si tratta di un’unità letteraria ben precisa che appartiene al cosiddetto genere apocalittico. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, si avvicina la passione. I Vangeli sinottici  fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da leggere alla luce della Pasqua. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma sull’annuncio di capovolgimento totale. La comunità di Luca già era a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme. L’evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti del suo vangelo, ma lo fa senza voler mettere angoscia o preoccupazioni di sorta. Di fronte alla preoccupazione della fine del mondo, Gesù risponde con parole precise, che aprono la vita in una prospettiva di positiva attesa e non di angoscia mortale: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;  io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.  Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

Pertanto, non lasciamoci attrarre dagli sconvolgimenti esteriori, tipico del linguaggio apocalittico, ma da quelli interiori, necessari, che preannunciano e preparano l’incontro con il Signore. Pur consapevoli che anche oggi, in diverse parti del mondo si vivono situazioni “apocalittiche”,  come nell’Italia Centrale, in seguito al disastroso sima di questi giorni e mesi scorsi, è possibile anche una lettura personalizzata, certamente non evasiva che sposta l’attenzione sulla responsabilità personale. Luca, rispetto agli altri evangelisti, sottolinea che non è giunta la fine, che occorre vivere l’attesa con impegno. Apriamo gli occhi sulle tragedie del nostro tempo, non per essere profeti di sventure, ma coraggiosi profeti di un nuovo ordine basato sulla giustizia e la pace.

Nel breve brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Malachìa, viene prospettata la realtà futura riguardante la venuta del Signore, immaginato come un giorno rovente, come quello che arde in un forno. In quel giorno di purificazione, in quanto, il fuoco serve proprio a bruciare tutto ciò che è male, “tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio”. Diversa sarà la sorte di quanto temono il Signore e lo servono con umiltà. Per loro infatti, “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Nell’attesa di quel giorno, il cristiano non può vivere nell’ozio, aspettandolo senza lavorare o, peggio, vivendo sulle spalle degli altri. L’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di questa domenica, richiama i cristiani di Tessalonica a imboccarsi le maniche e a lavorare,  per guadagnarsi onestamente il cibo e quanto altro utile per le proprie persone e necessità. Infatti, ricorda,  con santo orgoglio, che lui non è rimasto ozioso in mezzo a loro, né ha mangiato gratuitamente il pane di qualcuno, ma ha lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di loro. Una regola valida per sempre, se la si permette di attuare, in mancanza di lavoro, oggi soprattutto per i giovani, ed è questa:  chi non vuole lavorare, neppure mangi. Da buon osservatore delle cose che non vanno anche nel suo tempo, in ascolto delle informative che gli venivano trasmesse dalle comunità, Paolo, annota che alcuni i cristiani di Tessalonica  “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Si sono autoconvinti dell’imminente venuta del Signore e di conseguenza vivono oziosamente, senza neppure guadagnarsi il necessario per vivere. Cosa non gradita a Paolo che li biasima.

Nel tempo e nella storia che il Signore ci ha concesso e continua a concederci, alcune cose, sono certe, per noi cristiani, da tenere presenti in ogni nostro comportamento umano: la perseveranza nella fede e la certezza della seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra. La perseveranza è indispensabile per produrre frutto, nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni.  La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell’uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera. Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.

Sia questa la nostra preghiera oggi, penultima domenica dell’anno liturgico e dell’anno giubilare della misericordia: O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita.

 

P.RUNGI AUSPICA LA PROROGA DELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO FINO A NATALE 2016

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COMUNICATO STAMPA

P.RUNGI (TEOLOGO MORALE). PROROGA DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA FINO A NATALE. RICHIESTA UFFICIALE AL PAPA PER QUESTA PROPOSTA CHE TROVA VASTO CONSENSO NELLA BASE CATTOLICA.

“Da più parte, nella comunità cristiana, si avverte la necessità e l’esigenza spirituale di prorogare fino a Natale 2016 il Giubileo Straordinario della Misericordia ed io personalmente sono favorevolissimo a che questo possa essere concesso dal Papa una proroga di un mese, fino a Natale, cosa che può stabilire di sua iniziativa”, è quanto scrive in una Nota personale, padre Antonio Rungi, teologo morale passionista del Santuario Mariano della Civita, in Itri (Lt).
“Il grande successo di numeri e di partecipazione autentica ai vari eventi giubilari possono giustificare –scrive padre Rungi – una proroga, in quanto è quasi naturale che l’anno si concluda con il Natale. Non a caso il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia ha afferma che Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Nella «pienezza del tempo » (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio”.
“La solennità del Natale –afferma padre Rungi – più che la solennità di Cristo Re dell’Universo, sembra, a mio modesto avviso, quella più adatta ed opportuna per chiudere questo giubileo che ha suscitato nel mondo tanto bisogno di ricevere e dare misericordia. Prorogare per un altro mese solo per la città di Roma, potrebbe essere un aiuto spirituale in più per quanti non hanno avuto modo di fare il giubileo in quest’anno. D’altra parte –conclude padre Rungi – le feste di Natale richiamano in Italia e a Roma tanti pellegrini, tante persone che rientrano in famiglia per le feste di questo periodo e sicuramente sarebbe un’occasione in più per poter attraversare la porta santa in San Pietro e nelle altre basiliche romane per ottenere le indulgenze plenarie. Confido nella sensibilità del Santo Padre, Papa Francesco, e delle istituzioni preposte al controllo e al monitoraggio dell’evento, affinché questa proroga di un mese possa essere accordata e attuata”. E a sostegno della sua iniziativa, padre Antonio Rungi, ha lanciato un sondaggio di opinione tra i cattolici, se sono d’accordo o meno su questa idea. Il web, come in altre cose, ha il suo peso e la sua incidenza.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 9 OTTOBRE 2016

SOLO POCHI SANNO RINGRAZIARE IL SIGNORE

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa domenica, la XXVIII del tempo ordinario, ci racconta della guarigione di dieci lebbrosi, che Gesù sana mentre attraversa la Samaria e la Galilea. Dei dieci guariti solo uno sente il dovere di ringraziare il Signore per il dono ricevuto. Con questo esempio ci viene ricordata la tendenza generale dei fedeli di ringraziare il Signore solo in parte, mentre la stragrande maggioranza non si ricorda mai di ringraziare Dio per i doni ricevuti. L’ingratitudine è grande! E pur cambiando la società, rimane costante il comportamento di chi, pur avendo ricevuto tanto da Dio, non eleva al cielo il volto per dire semplicemente “Grazie Signore”.

Questo racconto ci fa riflettere su come noi dobbiamo agire nei confronti di Dio, quando Egli si muove, e lo fa sempre, a nostro favore e compassione. Non dimentica e non trascura la sofferenza di nessuno e pur sanando tutti, non tutti sanno dire grazie, ritornare sui propri passi ed elevare a Dio l’inno di ringraziamento e di lode.

Un altro aspetto importante che la parola di Dio ci fa considerare è il tema della lebbra, quella fisica, intesa come malattia emarginante del soggetto, e la lebbra spirituale, quella interiore e che non si vede, e che, purtroppo, infetta più dell’altra e trasmette nel mondo degli uomini il male, come sistema di pensiero e di vita. Non si guarisce da questa lebbra, rappresentata dai nove lebbrosi che non tornano indietro per ringraziare per la guarigione ricevuta. Questa malattia dell’anima, che è il peccato, la corruzione, l’idolatria, il fanatismo, l’egoismo, il male assoluto, non si guarisce neppure se il Signore interviene e dà la guarigione per il momento, che può essere una confessione in una determinata occasione e circostanza della vita, un atto di culto, un pentimento del momento, una preghiera o qualsiasi altra cosa che aiuti, momentaneamente a distanziarsi dal peccato. Per la guarigione totale è necessaria una lunga terapia anti-lebbra spirituale, che è incentrata su medicine dell’anima, che sanano e purificano la mente e il cuore dalle passioni di ogni genere e dai peccati che distruggono il bene più prezioso di una persona credente, quello appunto della sua interiorità e spiritualità. Non senza un perché il testo del vangelo di questa domenica si conclude con una bellissima espressione di stima, apprezzamento ed incoraggiamento di Gesù verso l’unico lebbroso guarito, che torna da Lui: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». Chi si libera dal male non è più prostrato nel fisico e n nello spirito, ma si rialza, perché riacquista quella energia interiore che è la grazia e la misericordia di Dio, sulla quale poggiare il successivo, non facile cammino, dopo la caduta, quando il Signore dice, in tanti modi e con tutti gli strumenti, al peccatore pentito e ricostruito nello spirito: vai avanti, con la fede ce la farai e potrai superare tutte le malattie e le lebbre dello spirito, che altrimenti non guarirebbero mai.

Gesù si presenta, quindi, non solo come Colui che guarisce il corpo dai vari malanni, ma Colui che guarisce il cuore dalla più grave malattia della mancanza di amore e di speranza.

Il lebbroso è scartato, è emarginato, deve indicare agli altri, anche nel modo di vestire e di comportarsi del suo stato fisico, per evitare il contagio. E’ un escluso, vive fuori dell’accampamento, deve portare i segni distintivi della sua condizione di malattia ed allertare i cittadini perché non vengano a contagio con lui e si ampli l’epidemia. Si può dire che, con il campanello al collo o in mano, può essere paragonato all’autoambulanza o il 118 dei nostri giorni, oppure il telefono rosso, o al codice rosso come si classificano i malati in fase di gravissima situazione di salute. E’ evidente che chi soffriva di questa malattia emarginante cercava di guarire in tutti i modi, ricorrendo a maghi, a guaritori di ogni genere. Anche nel brano della prima lettura di oggi, troviamo questo bisogno di guarigione in Naaman, il comandante dell’esercito del re di Aram, il quale  “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra”.

Naaman, dopo la guarigione è riconoscente verso il profeta e vuole desbitarsi in qualche modo, già abituato a pagare dottori e ciarlatani che non potevano nulla nei confronti di quella malattia, allora classificata come incurabile, però si prendevano i lauti compensi per le consulenze e le terapie che prescrivevano senza alcun beneficio per il malato. Ecco, perché, “tornò con tutto il seguito da [Elisèo] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Naaman si porta la terra benedetta di quel luogo, dove egli era stato guarito e ne fa uno strumento di purificazione per tutti gli altri.

La fede di questi due malati di lebbra, di cui ci raccontano la prima lettura di oggi e il Vangelo ci aiuta a capire il senso di quanto scrive l’Apostolo Paolo al suo amico Timoteo, nella sua seconda lettera, a questo vescovo di Efeso, comunità cristiana costituita da lui, che ora è in catena per aver annunciato la parola di Cristo. Egli sopporta “ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.

E la fede nella risurrezione, è il tema centrale di questo brano, che conclude: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore nella celebrazione della santissima eucaristia:O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

SIAMO SERVI INUTILI, DOBBIAMO FARE QUELLO CHE E’ NOSTRO DOVERE FARE

Commento di padre Antonio Rungi

In un mondo, dove molti si sentono indispensabili, utili e insostituibili, oggi risuona il testo del vangelo che ci riporta alla realtà della nostra vita, quella vita che ha un valore per l’eternità e non per il tempo presente, che spesso sopravvaluta il servizio di qualcuno e sottovaluta quello di chi merita davvero di essere preso in considerazione.

Partendo proprio dal brano del Vangelo di Luca, in questa XXVII domenica del tempo ordinario, noi possiamo meglio comprendere il significato del servire la causa del vangelo, con umiltà e senza pretese di sorta. A noi tutti, come cristiani, spetta il compito che ognuno di noi ha scelto di assumere davanti a Dio con responsabilità e coscienza seguendo la propria vocazione e rispondendo alla chiamata di Dio.

Non dobbiamo attenderci, premi, gratificazioni, medaglie al valore o riconoscimenti, in memoria, dopo la nostra morte. Dobbiamo agire per valori superiori, attendendoci riconoscimenti e premi, dove contano davvero la realtà che avremo in possesso per sempre.

Si tratta di sviluppare una visione di fede in prospettiva di eternità. Sono gli stessi apostoli, che si accorgono dell’inconsistenza della loro fede, della fragilità e dell’assenza di contenuto del loro modo di credere, a chiedere a Gesù: “aumenta la nostra fede”. E Gesù replica con un esempio molto calzante alla situazione e che ci aiuta a capire il senso della crescita della fede, non in termini di quantità o di conoscenze teologiche e bibliche in più, ma di qualità, perché la fede non si misura, la fede si vive e si sperimenta nella propria vita e la si testimonianza con una degna condotta di vita.

Cosa chiedono esplicitamente gli al Signore?: «Accresci in noi la fede!».

Gesù, alla domanda degli apostoli, replica in un modo preciso e diretto al raggiungimento dello scopo della richiesta: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

Ed aggiunge come comportarsi in certe situazioni di vita quotidiana: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”.

Domande mirate che fanno riflettere chi ascoltava allora e chi ascolta oggi Gesù, che parla a noi attraverso la Chiesa e i ministri della stessa parola.

La conclusione di questo modo di riflettere ponendo domande e includendo nelle domande la risposta, è quella che conosciamo e Luca ci riporta a conclusione di questo interessantissimo brano del suo vangelo: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Penso che ognuno di noi sappia valutare il suo comportamento in tanti ambiti, ma soprattutto nel campo religioso e morale. Non abbiamo bisogno dei termometri della nostra temperatura morale e spirituale o della quantità della nostra fede. Dicendo io credo di più dell’altro. Sappiamo valutarci da solo. Alla fine delle nostre personali valutazioni possiamo avere chiara la coscienza del nostro bene operare, del nostro parziale operare o del non operare affatto.

I compiti nel campo della fede vanno assolti e svolti in modo egregio, senza centellinare energie nei confronti di Dio e dei fratelli. Tutto deve essere fatto con amore, generosità e dedizione.

Sono queste le condizioni indispensabili per essere a posto con la propria coscienza di fronte a quello che ci tocca fare, perché ne abbiamo il dovere e gli obblighi, oltre che morali anche giuridici e sociali.

Il forte grido di denuncia del profeta Abacuc nella prima lettura di questa domenica vale da insegnamento per noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana, che si presenta con un quadro sconfortante per tutto quello che succede nel mondo di oggi, come succedeva allora: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.

Quante volte sperimentiamo tutto questo negli ambienti e nei luoghi che meno immaginiamo possano esistere queste cose, tali divisioni e violenze?. Purtroppo è così dovunque e in ogni tempo della storia dell’umanità, in quanto l’uomo non cambia mai, non sceglie ciò che è giusto ed è bene, segue spesso la via del male e degli empi.

Anche in questi interrogativi sui drammi dell’umanità, la risposta del Signore è di speranza e di purificazione: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Chi ha fede regge tutti gli urti della delusione, della malattia, della morte, della privazione, di quanto di negativo possa offrire questo nostro tempo e questo nostro mondo e si apre ad una visione di speranza nuova. Il giusto, infatti, vivrà di fede, in quanto una vera giustizia non può prescindere da una vera fede.

Bisogna osare di più come cristiani e credenti, avere più coraggio di dire e testimoniare la fede, come ricorda l’Apostolo Paolo all’amico Timoteo, al quale raccomanda “di ravvivare il dono di Dio, che è in lui mediante l’imposizione delle sue mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Ed aggiunge di non vergognarsi “di dare testimonianza al Signore nostro, né di lui, che è in carcere per il Signore; ma, con la forza di Dio, di soffrire con lui per il Vangelo”. E conclude col raccomandare di prendere “come modello i sani insegnamenti che ha udito da lui con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Di custodire, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che gli è stato affidato”.

Tanti moniti per essere degni del ministero che è chiamato a svolgere nella chiesa di Cristo, quale vescovo della comunità cristiana di Efeso.

Sia questa la nostra preghiera conclusiva della riflessione sulla parola di Dio della XXVII domenica del tempo ordinario che celebriamo oggi: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

P.RUNGI.COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA XVII TEMPO ORDINARIO – 24 LUGLIO 2016

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DOMENICA   XVII  DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 LUGLIO 2016

LA PREGHIERA, RESPIRO DELL’ANIMA CHE CERCA DIO

Commento di padre Antonio Rungi

 

La preghiera per un cristiano, ma per tutti i credenti veri di qualsiasi religione, è un mezzo indispensabile per cercare Dio e raggiungerlo nella contemplazione dei divini misteri.

La preghiera è davvero il respiro di ogni anima che anela alla comunione con Dio su questa terra e alla salvezza definitiva nell’eternità.

Il maestro di preghiera per eccellenza è proprio Gesù.

Nel Vangelo di oggi, cogliamo questa richiesta importante del gruppo degli apostoli che si rivolgono al loro Maestro, dicendo: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.

Bello questo confronto con il precursore, per farci ricordare che anche Giovanni Battista era un uomo di preghiera ed un maestro di preghiera. Gli apostoli come i discepoli del Battista, non chiedono di imparare filosofia, letteratura, medicina, arte, economia, scienze, ma solo e soltanto la teologia spirituale, cioè la preghiera e l’ascesi.

Le scuole cristiane di preghiera nascono proprio con loro: con il Precursore e soprattutto con Gesù, che, oltre ad essere il vero Maestro di come pregare, è anche il Colui che dà i contenuti alla vera preghiera rivolta a Dio.

Da qui la nascita del Padre nostro, la preghiera di Cristo e del cristiano per eccellenza, che fa parte della nostra quotidiana esperienza di comunicare con Dio, attraverso queste bellissime espressioni di fede, di fiducia, di perdono, di pace che tale preghiera racchiude in se.

Questa orazione dovrebbe accompagnare i nostri passi dalla mattina alla sera, raccordandoci con il cuore e la mente con Colui che è davvero il nostro Padre, al Quale dobbiamo l’onore e la lode, per il Quale dobbiamo lavorare in terra, perché venga il suo regno di amore, di giustizia e di pace, con il Quale dobbiamo andare d’accordo, facendo la sua volontà. Al Quale Dio, nostro Padre, dobbiamo innalzare le nostre legittime richieste di dare il pane e il cibo quotidiano a tutti gli esseri umani, senza togliere a nessuno ciò che è necessario alla vita e alla salute. Nel Quale dobbiamo immergerci per chiedere perdono dei nostri peccati e trovare la forza per perdonare a quanti ci hanno fatto del male, rimettendo a loro i debiti, come noi riceviamo da Dio la remissione dei nostri debiti.

A questo Dio, che Gesù ci ha rivelato, come Padre Misericordioso, dobbiamo essere grati e riconoscenti, al Quale chiediamo di non abbandonarci nelle nostre miserie umane, nei nostri errori, peccati e fragilità, e Gli chiediamo di sostenerci nella lotta contro le tentazioni, il male e il demonio, perché possiamo essere davvero degni di essere suoi figli e vivere nella vera libertà di figli di Dio.

Una preghiera, la nostra, che avrà sempre una risposta dal cielo, che spesso con coincide con le nostre attese ed aspettative. Una preghiera che si fa “croce e dolore”, si fa “calvario e sepolcro”, si fa morte e risurrezione.

Ci ricorda Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto da San Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Chiedere con insistenza per muovere a compassione e tenerezza il cuore di Dio, già tenero e buono nella sua stessa natura ed essenza.

Sicuramente Dio, nella preghiera, vuole continuare con noi un dialogo più esplicito, più aperto, fatto di domanda e risposta, rispetto ad una preghiera silenziosa, senza richieste e senza attese.

Noi abbiamo bisogno di Dio e del suo aiuto, del suo intervento e dobbiamo avere l’umiltà grande di chiedere continuamente ed insistentemente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lo spirito e per il corpo, per noi stessi e per gli altri, per quanti condividono la nostra fede e per tutti gli esseri  umani, perché Dio è Padre di tutti e vuole la conversione di tutti.

Un tema, quella della conversione e del perdono che troviamo esplicitato nel bellissimo brano della prima lettura di oggi, tratto dalla Genesi, in cui patriarca Abramo si fa intermediario tra Dio e il popolo peccatore, gravemente immerso in uno stato di immoralità e di peccato.

Città, come Sodoma e Gomorra, simboli della decadenza morale nell’ambito sessuale e della corruzione, vivono in una condizione di peccato molto grave. E’ Dio stesso che vuole scende dal cielo per verificare la condizione di normalità almeno in un gruppo di persone, per salvare tutti. Alla fine, come leggiamo dal testo della Genesi e dal dialogo che intercorre tra Dio ed Abramo, dalla possibilità di trovare almeno 50 persone giuste, si arriva forse a trovarne uno solo.

Anche in quel caso, Dio perdona tutti per la giustizia di uno solo.

Chiaro riferimento al mistero della salvezza che si compie in Cristo, unico Salvatore del mondo. Solo Dio è il Santo, noi siamo tutti peccatori ed abbiamo bisogno della sua misericordia e del suo perdono.

Per farci capire tutto questo, il Signore, in ogni momento della storia dell’umanità, invia profeti, santi, testimoni, maestri della fede che ci conducono per mano a comprendere l’importanza di stare dalla parte di Dio e non dalla parte del male.

Quest’anno giubilare della misericordia che stiamo celebrando e che Papa Francesco ha indetto, ha un suo preciso scopo: chiedere misericordia a Dio ed essere noi misericordiosi come il Padre.

Non è facile fare come commino di conversione, ma dobbiamo riuscirci a tutti i costi, con noi stessi e dobbiamo aiutare gli altri a farlo.

A tal proposito, ci aiuti quanto scrive l’Apostolo Paolo nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ascoltiamo nella liturgia della Parola di Dio di questa XVII domenica del tempo ordinario:  “Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

La nostra salvezza, la nostra riconciliazione, il nostro Paradiso passa attraverso la Croce di Cristo, passa attraverso il Crocifisso.

Capire questo grande mistero della fede del Figlio di Dio che offre la sua vita sulla croce e versa il suo sangue per noi, è il primo passo per pentirsi e inginocchiarsi ai piedi del Crocifisso e dire: Signore perdonami, Signore salvami. Signore portami con te nella pace sconfinata ed eterna del tuo Regno.

Sia questa, allora, la nostra umile preghiera conclusiva con la quale vogliamo sigillare la nostra riflessione in questi giorni di tanto dolore e sofferenza per un’umanità, con tanti morti e vittime del terrore e della follia umana in ogni parte del mondo, questa umanità che ha perso il senso della vita e l’orientamento verso il vero bene: “Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza,
come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore”. Amen.

 

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 17 LUGLIO 2016

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 17 luglio 2016
Accoglienza, generosità e riconoscenza

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa sedicesima domenica del tempo ordinario si apre con la bellissima testimonianza del patriarca Abramo che accoglie con generosità, affetto e bontà alcuni ospiti nella sua casa. In questo testo della Genesi, i tre uomini che si presentarono ad Abramo mentre viaggiavano, potrebbero essere legittamente interpretati come la Santissima Trinità o tre Angeli messaggeri di Dio.

Abramo oltre ad essere esempio di fede, è anche, in questo caso, modello di accoglienza ed amore verso gli altri.

Un esempio a cui dobbiamo ispirarci, soprattutto, oggi, noi credenti del XXI secolo dell’era cristiana, in cui il tema dell’accoglienza di ogni persona è molto predicata e poco praticata.

C’è il rischio della globalizzazione dell’indifferenza, rispetto ai fratelli che sono nel bisogno e nella necessità. Fossero extracomunitari, immigrati, poveri del nostro territorio, ammalati, affamati o qualsiasi altra persona che chiede aiuto e soprattutto chiede di aprire il nostro cuore alle loro reali necessità. A rileggere il brano della prima lettura di questa domenica ci aiuta a capire come dobbiamo comportarsi sempre, di fronte ai reali bisogni di una persona. Certo, qui, nel testo biblico, è ben altra situazione che viene richiamata alla nostra attenzione ed è la presenza e la vicinanza di Dio nella vita del patriarca e nella vita della sua legittima moglie Sara. Una presenza vitale e che si trasforma in dono di vita, di fronte alla sterilità fisica di Sara, che, dopo questo fatto, riceverà il dono del figlio Isacco. Infatti, a conclusione del lauto pranzo fatto dai tre uomini accolti da Abramo in moodo davvero unico, chiesero ad Abramo: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». E’ sempre vero che la generosità del cuore premio sempre. E chi dona con gioia, ricevere sempre cento volte di più quello che dona. Bisogna far tesoro dell’insegnamento di Abramo, che si presenta in questo brano del Libro della Genesi, come l’uomo che ha bisogno di Dio e che una volta che sente di averlo incontrato, dona tutto se stesso per Lui. Da parte sua il Signore che si ferma presso la tenda di Abramo, accolto in un modo così singolare, affettuoso e generoso, non si tiene per sé quello che ha ricevuto, moltiplica all’infinito che che l’uomo gli dona, al punta tale che a quest’uomo dona la cosa più importante che è il dono della paternità, della maternità e della discendenza. Sarà da sterile, diventa feconda a Abramo, da non padre, diventa vero padre con tutti i crismi della legittimità. Non più un padre abusivo o illegittimo o biologico, ma un padre vero e pieno nelle sue funzioni di responsabile della vita del suo figlio, che nascerà e che si chiamerà Isacco. Non più il figlio della schiava, ma il figlio di un matrimonio vero e di una famiglia vera.

Di ospitalità generosa, gioiosa e sincera si parla anche nel Vangelo di oggi, in cui al centro del racconto c’è la visita di Gesù ai suoi amici, Lazzaro, Marta e Maria. Tre fratelli che accolgono Gesù nella loro casa. Tre uomini si presentano ad Abramo, tre persone accolgono Gesù  nella loro abitazione. Il brano del Vangelo di questa domenica è tra quelli più conosciuti ed usati, nell’applicazione concreta di come operare da cristiani o, se possibile, saper conciliare le tante esigenze di essere cristiani, non solo operando, ma soprattutto ascoltando la parola di Dio, con l’essere suoi discepoli nella preghiera, per poi essere operativi, fortificati dal dono della comunione intima e spirituale con il Signore. Marta e Maria sono un duplice modo di vivere da cristiani. Il primo, in modo operativo e concreto; il secondo, in modo contemplativo e ascetico. L’uno e l’altro aspetto della vita di un discepolo si possono integrare e compensare arricchendosi reciprocamente e vicendevolmente. Marta si lamenta con Gesù che vede la sorella, Maria, che sta ai suoi piedi, senza far nulla, mentre c’è molto da fare in casa, soprattutto quando ci sono ospiti così importanti. Quante volte queste cose capitano anche nelle nostre case e nelle nostre famiglie. E l’ospite che viene, invece di essere motivo di gioia e di festa, diventa solo motivo di preoccupazione ed ansia per accoglierlo in modo speciale o eccezionale. Quando il tutto dovrebbe essere fatto con la massima naturalezza e forse dando più importanza non tanto alle cose da preparare, ma al cuore che deve accogliere e la disponibilità delle persone a relazionarsi con l’ospite. Gesù, in fondo, questo fa notare a Marta nel breve dialogo che intercorre tra loro due. Da una parte Marta che si lamenta di Maria e Gesù che fa notare a Marta che quello non è l’atteggiamento migliore per accogliere un ospite. La distrazione che produce l’attivismo eccessivo, allontanano il cuore delle persone da Dio, dalla sua parola. Marta a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Gesù a Marta: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La scelta di Cristo è la parte migliore per ogni cristiano. Le altre cose saranno pure importanti, ma non premiano e danno gioia e serenità come l’essere in ascolto di Dio che parla, mettersi ai piedi di Cristo e comprendere ciò che vuole il Signore da noi. Mettersi, come ci ricorda l’apostolo Paolo, oggi, nel brano della sua lettera ai Colossesi, che ben conosciamo e che ci è di insegnamento: “Sono lieto –egli scrive-  nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”.

Essere lieti di sopportare ogni prova nella vita per amore di Cristo. Quante sofferenze l’umanità è chiamata ad accettare. Tante dolorosissime prove della vita, come i fatti di cronaca di questi giorni ci richiamano alla mente. Solo una grande fede può accettare certe prove dolorosissime di vedere figli morti ed uccisi, tragedie di ogni tipo. Solo una vera visione della vita che è aperta all’eternità può aiutare a sopportare i tanti dolori e le tante sofferenze che, se, ben inquadrate nel discorso di fede sono la manifestazione attuale di essa nei segni e nei fatti della storia di oggi e di sempre, dove al centro c’è l’uomo che soffre e muore. Nell’immigrato, nel bambino, nell’emarginato, nel povero, in qualsiasi persona debole ed indifesa c’è Lui il Signore, come continuamente tentano a farci capire le tante voci profetiche dei nostri tempi, in primo luogo, Papa Francesco.

Sia questa la nostra preghiera, fratelli e sorelle: “Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Amen.