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P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA XXXII DOMENICA T.O. – 12 NOVEMBRE 2017

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
DOMENICA 12 NOVEMBRE 2017

 

ANDIAMO INCONTRO ALLO SPOSO CON FEDE ARDENTE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il Vangelo di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci riporta la parabola delle 10 vergini, di cui cinque si rivelano sagge e previgenti e cinque, stolte, incapaci di guardare oltre il momento e progettare l’oltre, cioè il futuro. Sono 10 vergini in attesa dello sposo. Gesù utilizza questa immagine per spiegare ai suoi ascoltatori e uditori che il Regno dei cieli « sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo”.

Prima idea che emerge da testo è che la fede in Dio è un cammino, è un andare verso di Lui, attenderlo, accoglierlo, non nella indifferenza, ma con calore, con la luce che arde, simbolo, come ben sappiamo, della fede, della carità e della speranza. Ebbene, utilizzando l’immagine che oggi, statisticamente, ci afferma che la metà del  numero complessivo, oltre ad attendere lo sposo si prepara anche per il suo futuro. E queste sono le 5 vergini sagge. L’altra metà invece si accontenta del minimo, di quel poco che ha a disposizione per prepararsi all’incontro con lo sposo. E in questa altra metà sono le vergini stolte.

Per cui, una seconda idea, è quella che a tutti viene proposto il cammino di fede e alla fine c’è chi lo accoglie e lo porta a termine e chi, invece, lo inizia e poi lo interrompe. Tutto questo, chiaramente, incide sul discorso della salvezza eterna, in quanto chi vigila, prega e opera si prepara all’incontro con lo sposo, che è Cristo Signore.

Chi, invece, si lascia distrarre dalle altre cose, rischia di essere impreparato quando arriva il Signore ed entra nella sala nuziale per fare partecipare al suo banchetto eterno quelli che sono già pronti. Infatti, “le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

La conclusione del brano del vangelo è un esplicito invito alla vigilanza cristiana, che è molto impegnativa rispetto ad altre tipologie di vigilanza, in quanto si tratta di rispondere in pieno e, in qualsiasi momento, alla chiamata di Dio, svolgendo al meglio il compito che ci è stato assegnato e che non va trascurato, pensando che abbiamo ancora molto tempo davanti e possiamo, perciò, rimandare il discorso a tempi successivi, secondo il nostro modo di pensare e di agire.

Si tratta, in altre parole, di un forte ammonimento ad essere pronti al passaggio alla vita eterna. Tema che affronta l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi, nel quale ci descrive il prima e il dopo della nostra morte corporale come pure ci parla del giudizio universale: “Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti…Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore”.

Sono parole di conforto e di sostegno, di incoraggiamento di fronte al mistero della nostra ed altrui morte, che vanno benissimo in questo mese di novembre, durante il quale noi preghiamo per i fratelli defunti, che ci hanno preceduti nell’eternità. E allora di fronte al grande mistero della morte corporale, bisogna far tesoro di quanto ci suggerisce la prima lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza. Essere saggi e prudenti rispetto ai grandi ideali ed obiettivi della nostra vita, che vanno perseguiti con coraggio, ardore, fervore e costanza. Infatti, “se ci lasciamo guidare dalla sapienza che viene dall’alto saremo ben presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro”.

Come dire, che ci dobbiamo pienamente abbandonare nelle mani di Dio ed Egli ci farà approdare a porti tranquilli, nel tempo e nell’eternità.

In sintonia con tutta la parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario ci rivolgiamo a Dio, a conclusione della nostra riflessione sui testi sacri che abbiamo ascoltato, con questa preghiera iniziale della santa messa:  “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”.

E’ l’augurio che coltiviamo tutti nel nostro cuore con la consapevolezza e la coscienza che bisogna davvero vigilare sulla nostra condotta morale e sulla nostra vita per vivere in grazia di Dio, sempre, ed allontanarci da ogni tendenza verso il male e il peccato.

Maria, porta santa del cielo, ci accompagni nel cammino della fede e ci accolga un giorno all’ingresso di quel Regno dei cieli, avendoci forzati per essere tra coloro che sono stati attenti e vigilanti nell’attesa del Signore, non per pochi minuti, giorni, mesi o anni, ma per tutta la nostra vita umana e cristiana.

E al Cristo Redentore del mondo ci rivolgiamo con queste umili parole che è richiesta di perdono e gratitudine per la salvezza donataci con la sua morte e risurrezione:

 

A Te, Gesù, Redentore dell’uomo,

ci rivolgiamo per chiederti perdono.

Tu che dalla croce ci hai insegnato

a perdonare, togli dal nostro cuore

ogni forma di odio,

risentimento ed orgoglio.

Donaci la gioia di rivolgere

il nostro sguardo d’amore

verso coloro

che hanno fatto soffrire

il nostro povero cuore.

Signore, possa, ognuno di noi,

guardare il mondo intero

con la stessa bontà, tenerezza

e misericordia, che ha appreso da Te,

inginocchiandosi ai tuoi piedi.

Da questa scuola d’amore e di oblazione,

che è la tua santissima croce,

ogni uomo riscopra la bellezza

di donare la vita per i propri amici

e soprattutto per i propri nemici.

Signore Gesù, Redentore del mondo,

guida questo nostro mondo

verso la pace e la riconciliazione,

dono mirabile della Tua Passione,

Morte e Risurrezione. Amen

RUNGI2015

SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

 

DOMENICA 11 GIUGNO 2017

 

IL NOSTRO DIO E’ IMMENSO NELL’AMORE

 

ED INFINITO NELLA MISERICORDIA

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il mistero della Santissima Trinità che celebriamo oggi con un’apposita liturgia della parola e dell’Eucaristia, ci sostiene nella profonda convinzione della nostra fede, nel Dio Uno e Trino, che il nostro Dio è grande nell’amore ed immenso nella sua misericordia.

Padre, Figlio e Spirito Santo è la grande rivelazione che Gesù Cristo, nostro Salvatore, fa all’uomo nella sua venuta sulla terra, quale redentore, inviato dal Padre, la cui missione, una volta completata con la sua ascensione al cielo, viene continuata dall’azione dello Spirito Santo che “procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti” (Credo). Questo Dio Uno e Trino, è vicino a noi e vive dentro di noi. Questo Dio che è Uno nella natura, Trino nelle persone, forte ed immenso nell’amore, generoso nel concedere il perdono.

Nella preghiera della colletta di questa festività, noi, infatti, ci rivolgiamo con queste bellissime espressioni di fede: “O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone.

Dal brano della prima lettura di questa festa, ci vengono indicati alcuni attribuiti essenziali di Dio, così come sono descritti nel testo dell’Esodo, che narra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, del passaggio del Mar Rosso e della comunicazione di Dio della sua fondamentale volontà, scritta e fissata nei Dieci Comandamenti, dati a Mosè sul Monte Sinai, dove Egli stipula con l’uomo una prima fondamentale alleanza, quella appunto sinaitica. Infatti leggiamo che “in quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Dio si autorivela, si dichiara per quello che Egli è sostanzialmente: un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Come si vede, è un Dio che prende l’iniziativa per farsi conoscere e per dire all’uomo, che non è solo, ma oltre di Lui che un Essere superiore che lo sostiene nel cammino della vita e della storia e che cammina al suo fianco non con le armi e le frecce in mano, né con la potenza del governo di ogni genere umano e terreno, ma con l’amore, la tenerezza e la bontà di un Padre, che guarda davvero nel cuore di ogni suo figlio, comprendendolo e rassicurandolo nelle sue fragilità.

Lo stesso salmo responsoriale, tratto da libro di Daniele è un inno di lode e di riconoscenza al nostro Dio, il cui nome è glorioso e santo. Egli che penetra con lo sguardo gli abissi  siede sui cherubini.

Nel brano della seconda lettura di questa festa, Paolo Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci raccomanda di essere gioiosi, di tendere alla perfezione, di farci coraggio a vicenda nella prova,  di avere gli stessi sentimenti e di vivere in  pace con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.

Nel testo di questo brano viene riportato il noto saluto iniziale della celebrazione eucaristica o di apertura di varie liturgia, che ben conosciamo e che ci riporta nel mistero della Santissima Trinità: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Ebbene, davvero facciamo sì che la santissima Trinità inabiti in noi e ci dia tutta quella forza che ci serve per camminare nella vita di tutti i giorni, verso il traguardo finale dell’eternità, dove vedremo Dio faccia a faccia, così come Egli è, e sapremo la verità di tutto quello che abbiamo creduto, amato e sperato nel tempo, non senza dubbi e problemi. In questa fede nella santissima Trinità, siamo cresciuti e siamo stati allattati con il latte spirituale dei nostri genitori e di quanti ci hanno educati ad alzarci al mattino e farci il segno della Croce, per iniziare il nuovo giorno sotto la protezione di Dio e così, man mano per tutta la giornata, nelle varie attività e celebrazione, nei vari spostamenti, passando davanti ad una chiesa o un cimitero o fermandosi in sosta davanti ad una icona della Vergine Santissima, la Madre di Dio e Madre di nostro Signore Gesù Cristo. Quel Dio che, come ci ricorda San Giovanni nel brano del Vangelo di questa festa che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Il mistero della santissima Trinità è un mistero d’amore infinito e di misericordia senza limiti. Egli da cielo sa e conosce ogni nostra esigenze e bisogno e con autorevolezza di Padre ci sostiene nel cammino del pellegrinaggio terreno, indicando nel suo Figlio, morto e risorto, la strada maestra per andare in cielo e lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, consolatore perfetto e dolce ospite della nostra vita di credenti. Sia questa la nostra preghiera in onore della Santissima Trinità: “Padre della vita, che con infinito amore guardi e custodisci coloro che hai creato, ti ringraziamo per tutti i tuoi doni. Ascoltaci quando ti invochiamo, sostienici quando vacilliamo, perdona ogni nostro peccato. Signore Gesù, Salvatore del mondo, che hai preso su di te i pesi e i dolori dell’umanità, ti affidiamo ogni nostra sofferenza. Quando non siamo compresi, consolaci, nell’inquietudine donaci la pace, se siamo considerati ultimi, tu rendici primi. Spirito Santo, consolatore degli afflitti e forza di coloro che sono nella debolezza, ti imploriamo: scendi su di noi. Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita sia un cammino di speranza verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen” (Card Dionigi Tettamanzi).

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO. DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

RUNGI2015

II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

 

Domenica 23 aprile 2017

 

La Chiesa della misericordia per praticare la misericordia

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

Ci riempiamo spesso la bocca di essere misericordiosi e di praticare la misericordia, forti dell’insegnamento che ci viene dal Signore Risorto che, apparendo agli apostoli, nella sera stessa della sua risurrezione, conferisce loro il mandato del perdono e della riconciliazione, ma in realtà non siamo affatto misericordiosi, né viviamo la misericordia come condizione fondamentale dell’essere cristiani. I fatti lo dimostrano e la vita conflittuale in cui ci troviamo spesso non depongono a favore del perdono. Questa seconda domenica di Pasqua, che san Giovanni Paolo II, ha istituito per annunciare e vivere la misericordia di Dio nella Chiesa e fuori della Chiesa, ci invita a recuperare questo aspetto fondamentale dell’essere e vivere da cristiani nel mondo, soprattutto, oggi, dove la misericordia deve essere effettivamente vissuta per portare al mondo la pace e la riconciliazione di fronte a tanti conflitti, guerre e divisioni.

Nella preghiera iniziale della celebrazione dell’eucaristia di questa Domenica in Albis, ci rivolgiamo a Dio con queste parole: “Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova”.

Prima condizione. La misericordia di Dio va vissuta nella comunità dei credenti. Dobbiamo ripartire dalle nostre comunità, sull’esempio di tutti i battezzati della prima comunità di Gerusalemme che, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli apostoli “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.

Seconda condizione. La misericordia nasce dalla conoscenza della parola di Dio, nella condivisione dei progetti, nella frazione del pane, ovvero dalla partecipazione all’eucaristia e dalla preghiera”. Insegnamento, comunione, ovvero koinonia, eucaristia e preghiera sono i quattro pilastri dell’edificio spirituale su cui si poggia la misericordia all’interno della comunità dei credenti. Questo modo di essere e di vivere dei cristiani, fa miracoli, come ci ricorda il testo della prima lettura di oggi: “un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”.

Terza condizione. La comunione e la condivisione dei beni diventa un fatto spontaneo, senza forzature o pressioni, leggi e norme da dettare per arrivare a questo fine, come purtroppo avviene da sempre in tanti ambiti, anche ecclesiali: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. La legge dell’amore, della carità e della solidarietà che nasce dal cuore, supera tutte le leggi scritte dagli uomini e tutte le norme che si stabiliscono, di volta in volta, per togliere dalle tasche dei poveri, quel poco che hanno, per darlo ai ricchi che continuano ad arricchirsi a danno dei poveri.

Quarta condizione. La misericordia passa attraverso la giustizia ed un’equa distribuzione dei beni. Lo stesso salmo 117 che accompagna la preghiera della comunità, oggi in questa domenica della divina misericordia, ci invia a rendere grazie al Signore, perché è buono e il suo amore dura in eterno. Questo dire grazie è soprattutto quando il Signore ci è vicino nella prova e nella sofferenza, quando la vita ci appare difficile e Lui la rende facile, perché nostra forza e nostra gioia è il Signore. Anche quando, come Lui, siamo scartati ed esclusi, alla fine ritorna a nostra utilità spirituale la via dell’umiltà, del silenzio e dell’esclusione.

Da queste strade si riparte per ricostruire il tempio di Dio che è in noi. Infatti, nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di San Pietro apostolo, il principe degli apostoli rende lode al Signore per la grande misericordia che ha concesso, mediante il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, all’umanità intera. Rigenerati nella vita della grazia, mediante il battesimo, siamo chiamati ad essere uomini e donne della gioia, della speranza, della fede che travalica i confini di ogni limite umano. “Perciò – scrive san Pietro – siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”. Una fede nel Risorto che non può passare assolutamente attraverso la verifica della conoscenza umana e scientifica, della dimostrabilità delle cose reali, ma che si fonda sull’amore e guarda verso gli orizzonti della vita eterna. Nell’abbondono totale alla parola di Dio, nell’affidarci, confidarci e fidarci del Signore dobbiamo superare “la logica tommasea”, che pur comprensibile umanamente e legittimata su un piano scientifico, non trova ragion d’essere di fronte alla Parola del Signore, che è parola vera e certa e che va accolta con la fede.

Convinti che fede e ragione devono camminare insieme, siamo consapevoli che dove non arriva la ragione, la fede è quell’ala indispensabile per volare verso il cielo, per incontrare il Dio vero ed eterno.

Perciò, nel Vangelo della domenica della Divina Misericordia, troviamo il brano dell’evangelista Giovanni che ci racconta dell’apparizione di Gesù agli apostoli nel giorno stesso della risurrezione e otto giorni dopo, mentre stavano nel cenacolo, tutti paurosi ed in attesa di segni nuovi.

Nella prima apparizione, con i segni della sua passione, quando non era presente Tommaso (fatto emblematico), Gesù dà mandato agli apostoli e li invia nel mondo quali messaggeri e ministri del perdono, dicendo loro queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»…«Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

L’Evangelista Giovanni evidenzia che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.  Tutti gli apostoli dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Entra in campo la razionalità umana, la critica, la discussione, il dubbio. Tommaso ha bisogno di verificare e non a caso è passato alla storia e alla cultura come l’apostolo del credere dopo aver costatato di persona. Cosa che di fatto avvenne, “otto giorni dopo, quando i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Messaggio più bello e invito più autentico non poteva venire dalla bocca del Risorto con i segni della Passione: credere e basta, ma credere su una parola, quella del Figlio di Dio che ha dato la sua vita per noi.

Non è una filosofia la sua, non è una nuova scienza matematica o naturale, la sua scienza è la sapienza della croce e della risurrezione, è la scienza dell’amore e del dono.

Credere è affidarsi a questa sapienza. Credere significa aprire il cuore, il mio, il nostro cuore, alla misericordia per chiedere misericordia e perdono e per dare misericordia.

Nella Domenica della Divina Misericordia, inginocchiamoci davanti al Signore Crocifisso e Risorto per chiedere perdono per i nostri peccati e quelli del mondo intero. Peccati che nascono dalla presunzione e dall’orgoglio di mettere il nostro io al posto del vero ed unico Dio.

 

Domenica XXX del Tempo Ordinario. Commento di padre Antonio Rungi

RUNGI2015

Domenica XXX del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico

Domenica 23 ottobre 2016

La preghiera dei falsi giusti e quella sincera dei peccatori

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ritorna sul tema della preghiera, con particolare accentuazione, questa volta, sulla vera dalla falsa preghiera. Se nella parabola di domenica scorsa si evidenziava, da parte di Gesù, la necessità di pregare sempre e di chiedere senza stancarsi, nella parabola di oggi, riguardante il fariseo e il pubblicano, prosecuzione del vangelo di Luca di domenica scorsa, si mette in risalto la preghiera dei salsi giusti, che nel caso specifico è il fariseo, che va a vantarsi davanti al signore della sua condizione di esatto e perfetto in tutto e che ha avanzato, anche fisicamente, nel tempio, quasi ad avvicinarsi e a porsi sullo stesso piano e livello di Dio, se non addirittura di superarlo, in fatto di esattezza e precisione; e, dall’altro lato, un povero pubblicano, riconosciuto da tutti, come al tempo di Gesù, come peccatore pubblico, in quanto riscuoteva le tasse e quindi in qualche modo era corrotto, che stando in fondo al tempio si batteva il petto e chiedeva perdono a Dio dei suoi peccati. Due figure contrapposte: una falsa e menzognera, che si autoesalta e si identifica con la perfezione della moralità e della legalità; l’altra autentica e sincera con se stessa e con Dio, che si riconosce per quello che è, ovvero un peccatore. Due personaggi nella precedente parabola: il giudice disonesto e la vedova che chiede giustizia; due personaggi contrapposti, oggi, il fariseo e il pubblicano per farci capire, dalla bocca stessa di Gesù quale è la strada più giusta da percorrere per arrivare alla verità e alla santità della vita. Non senza un monito finale, la parabola del Vangelo di oggi, si conclude con questa espressione, con le parole di Gesù: “Io vi dico: questi (il pubblicano), a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Umiltà ed autoesaltazione non possono andare d’accordo, non possono camminare insieme. Il cristiano, sull’esempio di Gesù è una persona umile, una persona che si misura con le sue reali possibilità, debolezze e fragilità, non mistificando la verità, non apparendo diverso da quello che è effettivamente, cioè un peccatore che ha bisogno di redenzione e salvezza, che trova in modo pieno ed autentico in Gesù Cristo, uno Redentore e Salvatore.

Gesù, in questa parabola vuole farci capire l’importanza della preghiera sincera, quella che nasce dal cuore ed esprime essenzialmente il bisogno di conversione, pentimenti. Non sta giudicando il comportamento e la categoria sociale e religiosa dei farisei, condannandoli, né vuole esaltare la categoria dei pubblicani, facendola assurgere a modelli di preghiera e di conversione, ma semplicemente vuol dirci che nella vita di ogni persona arriva il momento in cui si effettua una verifica della propria esistenza a tu a tu con Dio. E ciò si fa appunta nella preghiera, quando nell’autenticità del nostro essere comprendiamo i nostri limiti, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo umilmente perdono per ricominciare a fare cose meno sbagliate e sempre più giuste e sante.

Nella preghiera sincera, che nasce dal nostro cuore, non giudichiamo gli altri, assurgendo noi come esseri perfetti. Purtroppo il fariseo, questo lo fa, nella parabola del vangelo, ma anche nella vita di tutti i giorni. L’ipocrisia domina la scena della sua quotidianità, diventa un attore e un uomo che sa spettacolarizzare anche la preghiera, senza parlare del resto. Infatti, egli come si presenta al cospetto del Dio altissimo nel tempio? Con quali parole prega? Si presenta all’in piedi, diremmo con una prosopopea tale da fare paura allo stesso Signore e con parole dai toni preoccupanti e minacciosi: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Questo modo di dire, non è pregare, ma semplicemente imprecare, che qualcuno ci sia al di sopra di lui, come perfetto e superiore, al Quale si rivolge, con un’iniziale presunta preghiera di ringraziamento, perché non è come gli altri. Dall’altro canto, la preghiera sincera e umile del pubblicano, che già ha i suoi seri problemi morali e interiori, per cui si presenta al cospetto di Dio nel tempio, tenendosi lontano, perché indegno di accostarsi e prega con il profondo convincimento, battendosi il petto, in segno di condizione di peccatore, dicendo parole profonde: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Poche parole, ma vere e rispondenti alla verità interiore dell’essere umano peccatore, per sua natura e condizione, perché alla base della natura umana c’è il peccato originale, che, pur tolgo, con il battesimo, nella realtà le conseguenze di essere si avvertono e sentono in molti comportamenti, individuali e collettivi, dell’essere umano. Dobbiamo fare i conti con questa nostra realtà e bisogna lavorare, all’interno, per costruire una spiritualità, non di apparenza, ma di sostanza.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, nel ricordare il suo cammino di conversione, purificazione e di impegno missionario, alla fine si rende conto che sta alla fine della sua vita e consapevole della realtà futura fa la sua bella professione di fede, ma anche di totale abbandono a Gesù Cristo, per quale ha vissuto e per il quale ha versato il sangue fino al martirio e scrivendo all’amico Timoteo, dice, parole cariche di dolcezza e misericordia:  “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”.

Combattere la battaglia della vita, non sempre facile, soprattutto quando sei lasciato solo con te stesso, dopo aver fatto il bene a tutti; ma alla fine trionfa la fede, che è quello che conta; trionfa la verità, la serenità di fronte alla morte e all’eternità. Paolo, davanti al grande mistero della vita, oltre la vita, ha un animo sereno e fiducioso in Dio e guarda le vicende umane, di cui egli e gli altri sono stati protagonisti, con gli occhi del perdono e della tenerezza di un padre.

Ecco perché il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Siracide, ci riporta alla natura di Dio come giudice, che sa valutare con giustizia le cose dell’uomo e della storia. Scrive, infatti, il saggio dell’Antico Testamento che “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Per cui, la preghiera dell’umile e del povero trova più facile ascolto ed accoglienza nel cuore di Dio. Egli si muove a compassione ed apprezza l’operato di chi fa del bene a chi si trova in necessità. E le categorie sociali in difficoltà, menzionate nel testo, sono diverse: il povero, l’oppresso, l’orfano e la vedova.

Oggi che oltre a pregare per noi stessi, poveri peccatori, noi siamo invitati a pregare per i veri poveri del mondo, quelli che muoiono di fame, per mancanza dei beni essenziali, che non hanno nulla, non possono curarsi. Il grido del povero si innalza forte dalla terra ed arriva al cielo e dal cielo ridiscende sulla terra, con la speranza che gli uomini e le donne che hanno una sensibilità possono mettersi in opera, perché questa preghiera si traduca in azione e comportamenti umanitari a sostegno dei poveri e bisognosi di questo mondo. La giornata mondiale missionaria che celebriamo in questa domenica, abbia la finalità che Papa Francesco ha attribuito ad essa nell’anno della misericordia. Essa “ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale”. In tal modo, la preghiera ci aiuta ad aprire lo sguardo di fede sul mondo che ancora ha bisogno di Dio e di conoscere Cristo e il suo vangelo di amore e perdono.  Nello stesso tempo, il Papa ci ricorda che “siamo tutti invitati ad “uscire”, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La nostra non sia una preghiera da farisei, che ostentano iniziative e sensibilità, senza fare in concreto nulla; ma sia una preghiera-azione da pubblicani pentiti e coscienti che c’è un lungo cammino di conversione da fare per rendere giustizia agli oppressi ed assicurare il pane agli affamati.

Sia questa la nostra preghiera sincera, in comunione con tutta la chiesa, missionaria della misericordia: “O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

DOMENICA 2 OTTOBRE 2016

SIAMO SERVI INUTILI, DOBBIAMO FARE QUELLO CHE E’ NOSTRO DOVERE FARE

Commento di padre Antonio Rungi

In un mondo, dove molti si sentono indispensabili, utili e insostituibili, oggi risuona il testo del vangelo che ci riporta alla realtà della nostra vita, quella vita che ha un valore per l’eternità e non per il tempo presente, che spesso sopravvaluta il servizio di qualcuno e sottovaluta quello di chi merita davvero di essere preso in considerazione.

Partendo proprio dal brano del Vangelo di Luca, in questa XXVII domenica del tempo ordinario, noi possiamo meglio comprendere il significato del servire la causa del vangelo, con umiltà e senza pretese di sorta. A noi tutti, come cristiani, spetta il compito che ognuno di noi ha scelto di assumere davanti a Dio con responsabilità e coscienza seguendo la propria vocazione e rispondendo alla chiamata di Dio.

Non dobbiamo attenderci, premi, gratificazioni, medaglie al valore o riconoscimenti, in memoria, dopo la nostra morte. Dobbiamo agire per valori superiori, attendendoci riconoscimenti e premi, dove contano davvero la realtà che avremo in possesso per sempre.

Si tratta di sviluppare una visione di fede in prospettiva di eternità. Sono gli stessi apostoli, che si accorgono dell’inconsistenza della loro fede, della fragilità e dell’assenza di contenuto del loro modo di credere, a chiedere a Gesù: “aumenta la nostra fede”. E Gesù replica con un esempio molto calzante alla situazione e che ci aiuta a capire il senso della crescita della fede, non in termini di quantità o di conoscenze teologiche e bibliche in più, ma di qualità, perché la fede non si misura, la fede si vive e si sperimenta nella propria vita e la si testimonianza con una degna condotta di vita.

Cosa chiedono esplicitamente gli al Signore?: «Accresci in noi la fede!».

Gesù, alla domanda degli apostoli, replica in un modo preciso e diretto al raggiungimento dello scopo della richiesta: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.

Ed aggiunge come comportarsi in certe situazioni di vita quotidiana: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”.

Domande mirate che fanno riflettere chi ascoltava allora e chi ascolta oggi Gesù, che parla a noi attraverso la Chiesa e i ministri della stessa parola.

La conclusione di questo modo di riflettere ponendo domande e includendo nelle domande la risposta, è quella che conosciamo e Luca ci riporta a conclusione di questo interessantissimo brano del suo vangelo: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Penso che ognuno di noi sappia valutare il suo comportamento in tanti ambiti, ma soprattutto nel campo religioso e morale. Non abbiamo bisogno dei termometri della nostra temperatura morale e spirituale o della quantità della nostra fede. Dicendo io credo di più dell’altro. Sappiamo valutarci da solo. Alla fine delle nostre personali valutazioni possiamo avere chiara la coscienza del nostro bene operare, del nostro parziale operare o del non operare affatto.

I compiti nel campo della fede vanno assolti e svolti in modo egregio, senza centellinare energie nei confronti di Dio e dei fratelli. Tutto deve essere fatto con amore, generosità e dedizione.

Sono queste le condizioni indispensabili per essere a posto con la propria coscienza di fronte a quello che ci tocca fare, perché ne abbiamo il dovere e gli obblighi, oltre che morali anche giuridici e sociali.

Il forte grido di denuncia del profeta Abacuc nella prima lettura di questa domenica vale da insegnamento per noi uomini del XXI secolo dell’era cristiana, che si presenta con un quadro sconfortante per tutto quello che succede nel mondo di oggi, come succedeva allora: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.

Quante volte sperimentiamo tutto questo negli ambienti e nei luoghi che meno immaginiamo possano esistere queste cose, tali divisioni e violenze?. Purtroppo è così dovunque e in ogni tempo della storia dell’umanità, in quanto l’uomo non cambia mai, non sceglie ciò che è giusto ed è bene, segue spesso la via del male e degli empi.

Anche in questi interrogativi sui drammi dell’umanità, la risposta del Signore è di speranza e di purificazione: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.

Chi ha fede regge tutti gli urti della delusione, della malattia, della morte, della privazione, di quanto di negativo possa offrire questo nostro tempo e questo nostro mondo e si apre ad una visione di speranza nuova. Il giusto, infatti, vivrà di fede, in quanto una vera giustizia non può prescindere da una vera fede.

Bisogna osare di più come cristiani e credenti, avere più coraggio di dire e testimoniare la fede, come ricorda l’Apostolo Paolo all’amico Timoteo, al quale raccomanda “di ravvivare il dono di Dio, che è in lui mediante l’imposizione delle sue mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”. Ed aggiunge di non vergognarsi “di dare testimonianza al Signore nostro, né di lui, che è in carcere per il Signore; ma, con la forza di Dio, di soffrire con lui per il Vangelo”. E conclude col raccomandare di prendere “come modello i sani insegnamenti che ha udito da lui con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Di custodire, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che gli è stato affidato”.

Tanti moniti per essere degni del ministero che è chiamato a svolgere nella chiesa di Cristo, quale vescovo della comunità cristiana di Efeso.

Sia questa la nostra preghiera conclusiva della riflessione sulla parola di Dio della XXVII domenica del tempo ordinario che celebriamo oggi: O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO – DOMENICA 25 SETTEMBRE 2016

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

25 Settembre 2016

Finirà il sistema di vita dei buontemponi. E quando, Signore?

Commento di padre Antonio Rungi

 

Il profeta Amos nel testo della prima lettura di questa XXVI Domenica del tempo ordinario, ha le caratteristiche di un fortissimo rimprovero verso tutti coloro che pensano di godersi la vita, ai danni degli altri, consumando, sprecando beni, cerando solo soddisfazioni e piaceri della carne. Evidentemente il profeta fa il quadro della situazione del mondo in  cui vive, nel quale domina la cultura edonistica, lassista, permissiva, immorale, rispetto a situazioni umane di deprivazione totale, con la mancanza dei beni essenziali della persona. Chi gode e chi soffre; chi sta senza far niente e chi lavora per gli altri; chi mangia, beve e si gode la vita e chi non ha nulla di tutto questo. Il quadro desolante dell’immoralità viene visto come un anticipo della disfatta dei singoli e di chi vive tali esperienza di basso livello etico. E il grido del profeta e la denuncia è chiara: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”.

La conclusione di tutto questo modo di vivere è la deportazione, è l’esilio, è la perdita di ogni sicurezza e di ogni certezza fondata sulle cose della terra. E’ chiaro il riferimento non solo alla realtà temporale di Israele di quel periodo, ma è anche evidente il riferimento all’eternità, a quanto dovrà venire e a quanto succederà a chi non ha vissuto nella legge di Dio, ha fatto solo cattiverie, ha vissuto dissolutamente.

Strettamente agganciato a questa lettura è il vangelo della parabola del ricco epulone, una persona senza nome e senza volto, ma solo con lo stomaco e con il ventre a soddisfare la sua pancia, e del povero Lazzaro, con un nome ed un’identità precisa, anche nella sua condizione di miseria, che si deve accontentare delle briciole di pane che cadono dalla quella mensa assassina di valori umani veri. Il ricco che si gode la vita a sbafo e il povero Lazzaro, pieno di piaghe e di sofferenze fisiche ed umane che deve elemosinare il poco necessario per la sua sopravvivenza, che è lento andare verso la morte. E lo spartiacque di della situazione che si capovolge a favore di Lazzaro e proprio la morte che apre la vita di tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, sani ed ammalati, potenti e senza potere, all’eternità. Lì conta davvero quello che uno è stato ed ha fatto sulla terra. Il ricco nell’eternità soffre le pene dell’inferno, in cui entra per la sua libera scelta di non amare Dio e i fratelli, ma di amare egoisticamente se stesso; Lazzaro, il povero mendicante che gode della gioia del paradiso vicino a Gesù, alla Madonna e a tutti santi del premio eterno, quello che conta davvero conquistare e raggiungere anche a costo di mendicare un pezzo di pane, pur di mantenere la propria dignità e non scendere a compromessi di nessuno genere. Non si può non rileggere ed ascoltare attentamente questo straordinario brano del vangelo di Luca, che chiama in causa carità, amore, eternità, inferno, paradiso. In poche parole i novissimi con tutte le considerazione teologiche e dottrinali che si possono fare in merito. In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Vorrei sottolineare in questa mia riflessione, quello che è detto dal Signore, qui espresso dal ruolo di Abramo, prima nei confronti dell’uomo ricco e pieno di sé: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti”.

Bisogna fare memoria, bisogna ricordare nella vita il bene che uno riceve e lo tiene tutto per se. Il bene dovrebbe essere diffuso per sua natura, espandersi, aprirsi agli altri, affinché anche gli altri possono avere accesso agli stessi beni. Non a caso un precetto molto chiaro ha attinenza con la nostra fede e la nostra morale: ama il prossimo tuo come te stesso. Se mettessimo attenzione nell’amare gli altri come amiamo noi stessi al mondo non ci sarebbero più cattiverie, ingiustizie, fame, e quanto altro di negativo. Molti dei mali del mondo di oggi e di sempre sono causati dall’egoismo, dalla bramosia delle persone, dall’ingordigia, dall’affarismo, dalla corruzione, dall’attaccamento morboso ai beni del mondo. I bambini muoiono di fame in alcune parti del mondo, per il altre i bambini, figli di un modo di ricchi, hanno il di più e non sono neppure felici. E così nella scala sociale delle varie realtà locali e mondiali. Chi sono i ricchi epuloni che si permettono di tutto e di poi e tanti milioni di mendicanti, come Lazzaro del Vangelo di oggi, che vanno alla ricerca del minimo indispensabile per la loro dignità umana. E quel  minimo gli viene negato proprio da chi ha tutto e il di più, utilizzando i beni comuni.

Questa mentalità assurda difficilmente potrà cambiare, anche se la speranza cristiana ci deve spingere nel credere e nel lavorare per costruire un mondo più giusto, più umano, più rispettoso della dignità di ogni persona umana, anche di chi è costretto a chiedere l’elemosina ai semafori delle nostre città o davanti alle chiese delle nostre parrocchie, spesso invase da persone di colore che bussano al cuore delle nostre sensibilità.

Non lasciamo passare invano le opportunità di fare il bene, senza umiliare chi chiede con dignità e riservatezza, un aiuto ed un sostegno di qualsiasi genere. I ricchi sappiano scendere dal loro piedistallo dell’autosufficienza e dell’arroganza, per condividere con i poveri i loro, non sempre, puliti e retti beni posseduti o avuti in dote. I poveri sappiamo chiedere con umiltà quanto è necessario per loro, nei modi che sono rispettosi dei loro diritti personali.

San Paolo Apostolo nella seconda lettura della liturgia della parola di Dio di questa domenica di fine settembre, scrivendo all’amico Timoteo, nella sua prima lettera indirizzata a questo suo referente spirituale e pastore, parole di grande rilevanza morale ed ecclesiale, raccomandando cose da evitare e cose da farsi, per il bene proprio e per la testimonianza di fede che bisogna dare nel nome di Cristo: “Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen”.

Concludo la mia riflessione con la preghiera della colletta, che è la sintesi di quanto andremo a meditare sui testi sacri, non solo durante la messa domenica, ma ogni volta che arriva l’occasione per farlo e facendolo con cuore sincero e predisposto al bene: “O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri,  mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno”.

 

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO PER DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016

Le parabole della misericordia, forte richiamo alla nostra conversione

Commento di padre Antonio Rungi

Il Vangelo di questa XXIV domenica del tempo ordinario è sicuramente quello più adatto e approrpiato ad indicare il cammino della Chiesa in questo anno giubilare della misericordia che sta volgendo al termine. Infatti, è riportato il testo del vangelo di Luca, dedicato alle tre parabole della misericordia: la pecora smarrita e ritrovata; la dragma persona e ritrovata; il figlio perduto e ritornato. Sono le tre parabole che Papa Francesco ha espressamente citato nella Bolla di indizione dell’anno giubilare della misericordia e che hanno e stanno accompagnando la chiesa in questo anno di speciale grazia e perdono di Dio.  ”Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono” (MV, 9). Infatti, il tema dominante in questi racconti esemplari è quello della gioia del ritorno delle persone, degli animali e delle cose. Le tre parabole riguardano, d’altronde, un figlio, cioè una persona umana, una pecora, ovvero un animale; una moneta (una cosa). Possiamo dire che tutto il creato è rappresentato nella gioia e nel ritorno al Signore. Chi gioisce è sempre la persona: il padre che vede ritornare il figlio; il pastore che ritrova la pecora; la donna che ritrova la moneta. Giova di ritrovare e ritrovare le cose e le persone perdute. Tutte queste parabole, insieme ad altre del genere indicano la gioia di Dio Padre per ogni peccatore che si converte e ritorna a Lui, pentito e rinnovato nel suo intimo, con il proposito di non fare le cose che faceva prima. Leggiamo nel Vangelo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. Prosegue il testo del vangelo: “Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Ed infine, la gioia del Padre verso tutti: : “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Le considerazioni conclusive del Padre nei confronti del figlio maggiore, un po’ risentito per l’accoglienza: : “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La festa del perdono, così possiamo definire questo brano del vangelo, che ben si addice a quanto sperimentiamo ogni giorno, quando, con le nostre debolezze e fragilità umane ci allontaniamo da Dio, lo perdiamo letteralmente con il peccato, e se siamo in grado di esaminarci e prendere coscienza dei nostri atti, iniziamo il ritorno, incomincia la conversione, che è sempre una grazia di Dio ed è un’iniziativa di Dio. Il pastore va alla ricerca della pecorella smarrita e non tanto la pecorella va alla ricerca del pastore e dell’ovile; la donna va a cercare la dragma e non la dragma cerca la donna; il Padre attende ed aspetta che il figlio ritorni e scruta l’orizzonte in attesa della sagoma del figlio che si avvii verso di Lui. In poche parole, in tutte le cose del bene umano è sempre Dio a prendere l’iniziativa; mentre in ordine al male è sempre l’uomo che sceglie di suo autonomo percorso di dispersione e di disorientamento. Da queste parabole ci vengono importanti insegnamenti di vita spirituale e morale. Dio vuole sempre il nostro bene e la nostra salvezza; l’uomo non sempre vuole il suo vero bene. A volte si illude di trovare il bene, in ciò che bene non è; anzi è vero e proprio male. Prendere coscienza dei propri errori e sbagli è sempre un dono del cielo e chi lo riceve questo dono deve sentirsi e dirsi benedetto.

Nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro dell’Esodo, vediamo il popolo di Israele in cammino verso la terra promessa, il quale, invece di innamorarsi del vero Dio e seguire la legge divina, segue i suoi capricci e si intestardisce sulle cose non giuste che sente di fare e anche fa contro la volontà e i disegni divini. Dio minaccia punizioni, ma alla fine si rivela per quel che è nella sua stessa natura: bontà e misericordia. La preghiera e l’intercessione di Mosè blocca la punizione di Dio e il popolo che aveva deviato con comportamenti idolatrici, viene salvato e risparmiato: “Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”. Meditando sul grande mistero della redenzione, opera da Cristo con la sua morte e risurrezione, san Paolo Apostolo, nel brano della sua lettera ai Timoteo, che ascoltiamo oggi, ci rammenta un fatto molto importante ai fini della presa di coscienza della nostra identità di cristiani: “Rendo grazie –scrive – a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli”.

Questo cammino di conversione che ha caratterizzato la vita del persecutore dei cristiani e del più grande apostolo e missionario di tutti i tempi ci fa capire quanto potere ha nella nostra vita la grazia di Dio, se la lasciamo operare, senza ostacoli da parte nostra. La gioia di questa conversione di cui ci parla Paolo risulta evidente dal testo; la gratitudine verso il Signore è immensa e l’Apostolo ce la fa toccare con mano, quasi a dirci. Vuoi gioire? Convertiti a Cristo, convertiti a Dio. Questo appello sincero, sentito, carico di umanità e di riconoscenza venga fatto nostro, specialmente in questi ultimi mesi dell’anno giubilare della misericordia e del perdono, e come scrive Papa Francesco: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato..Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti” (MV, 2-3).

Sia questa la nostra umile preghiera, in considerazione di quanto abbiamo ascoltato dalla parola di Dio e dal magistero del Papa: “O Dio, che per la preghiera del tuo servo Mosè non abbandonasti il popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore, concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi, di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte”. Amen.

 

LA RIFLESSIONE DI PADRE RUNGI PER DOMENICA 3 LUGLIO 2016 – XIV T.O.

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Le carezze di un Dio Padre e Madre

Commento di padre Antonio Rungi

E’ significativo in questa XIV domenica del tempo ordinario, aprire la nostra riflessione ed iniziare la nostra omelia con il testo del profeta Isaia, che leggiamo nella prima lettura di questa domenica di inizio luglio 2016: un altro mese dedicato alla misericordia, in quanto è il mese del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Infatti, il mese di luglio si è aperto con questa ricorrenza liturgica che ci porta tutti ai piedi della Croce di Gesù, dove si sperimenta davvero l’amore misericordioso di Dio, in quanto Cristo è il vero ed unico volto della misericordia del Padre.  Di un Dio che è Padre e di un Dio che è Madre, amorevole ed accogliente, che spalanca le sue braccia a tutti gli uomini, e tutti consola con la sua parola e con la sua grazia. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

La consolazione di cui parla Isaia, riferendosi a Gerusalemme, a Israele, è una consolazione del cuore, della mente, di tutto ciò che è espressione di autentica comunione con il Signore. Tale consolazione allontana da noi la guerra, l’odio, il risentimento  e porta la pace, la gioia, la misericordia di Dio nel cuore di chi è disposto a dialogare con Lui nell’amore e nella compassione.

Nessuna vera madre al mondo abbandona i suoi figli alle sorti più tristi della vita, ma si attiva in tutti i modi, perché essi vengano salvaguardati e difesi da ogni male e protetti da qualsiasi pericolo.

Dio è infinitamente più grande del cuore di ogni mamma, ecco perché il profeta Isaia, afferma, riportando le parole del Signore: “Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati”.

Le carezze di Dio, sono le carezze di un vero Padre e di una vera Madre. A volte possono anche lasciare il segno di una prova che va accettata, nella logica della croce e della passione del Figlio Suo.

Quante carezze di Dio, che non sappiamo leggere e discernere nel modo più giusto?

Quante volte queste carezze che fanno male, in un primo momento, si rivelano davvero salutari, per lo spirito e per il corpo, a distanza di tempo? Soprattutto quando rileggendo la nostra vita e la nostra esistenza alla luce del mistero dell’amore misericordioso di Dio, comprendiamo meglio il bene e il male.

Questo amore che decifriamo nei brani della liturgia della Parola di Dio di questa domenica, che è la prima vera domenica estiva, nel senso  delle condizioni  meteorologiche, temporali e sociali in cui ci troviamo a riflettere su di essa.

San Paolo Apostolo nel brano della sua lettera ai Galati è molto esplicito e chiaro nell’esprimere la sua idea, il suo pensiero e la sua sincera aspettativa rispetto al mistero di Cristo: “Quanto a me –egli scrive – non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.

Il vanto di ogni cristiano è la croce di Gesù. Non è la vergogna, ma la vera gloria ed esaltazione, in quanto su quella croce è salito il Salvatore del mondo, di cui noi siamo discepoli.

Il cristiano senza la croce di Gesù non è un vero cristiano. Sarà una brava persona, ma non sarà il vero seguace del Divino Maestro, che insegna all’umanità l’amore e il perdono dalla cattedra della Croce.

Non è la cattedra di una università teologica, filosofica, scientifica, è la cattedra dell’amore di Dio che parla a noi mediante il sangue di Cristo, sparso sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati.

Tutti dobbiamo essere stimmatizzati nel cuore, anche se la storia della santità cristiana ci dice che alcune persone hanno ricevuto anche nel corpo le stimmate di Gesù. Penso ad un Francesco d’Assisi, a San Pio da Pietrelcina, a Santa Gemma Galgani e a tanti altri santi che sono stati segnati dalla passione di Gesù anche nel loro fragile corpo.

Il Maestro ci ha insegnato ciò che è essenziale all’essere suo discepolo. A questa scuola di pensiero, unica ed irripetibile nella storia dell’umanità, in quanto si identifica con il Creatore e il Redentore, dobbiamo metterci a servizio, come ci ricorda il brano del Vangelo di oggi, nel quale è raccontata la scelta di altri 72 discepoli, oltre al gruppo ristretto dei Dodici, perché lo precedessero nei luoghi dove Egli stava per recarsi.

Un discepolo che deve preparare al strada al Maestro, deve fare da apripista. In poche parole tutti precursori, come Giovanni Battista, del vero Messia, di Colui che deve fare ingresso nono solo in luoghi e territori, ma soprattutto nel territorio sconfinato e incomprensibile dell’animo umano, dove, spesso, regna incontrastato satana.

La missione dei 72 nuovi discepoli è molto chiara. E’ Gesù stesso a definirla nei contenuti e nella metodologia: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

Ecco se mettiamo in pratica, anche noi, noi discepoli di Cristo del XXI secolo dell’era cristiana, terzo millennio di questa bellissima avventura della fede nella storia umana, i risultati arriveranno, come arrivarono per quei 72, i quali, dopo aver espletato il loro compito missionario, con semplicità, senza alcun mezzo, da poveri con i poveri, tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Gioia e orgoglio, non vanno d’accordo per un uomo di Dio, per un missionario, per un apostolo, consacrato o laico, ma sono in netta opposizione.

E Gesù di fronte alla risonanza, alquanto orgogliosa, dei 72 che relazionarono a Lui, su come era andata la campagna missionaria, dice parole che devono far vibrare i polsi a quanti si assumono ruoli e compiti nella Chiesa, rispondendo ad una precisa chiamata di Dio: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli!”.

La vera gioia non sta nel successo apostolico o missionario, nel fare carriera, nel diventare qualcuno, a volte a danno degli altri e calunniando il prossimo, nell’assurgere a posti sempre più importanti e stimati dagli uomini, ma sta in cielo. Lì è la sede vera e definitiva, quella autentica, della vera gioia per un credente, per un discepolo di Gesù.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore con fede e profonda convinzione interiore. “O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita
la tua parola di amore e di pace”. Amen.

 

P.RUNGI. COMMENTO ALLA XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Domenica 26 Giugno 2016

Seguire Cristo incondizionatamente

Commento di padre Antonio Rungi

Come è difficile seguire gli altri, mettersi sulla scia di chi ci precede e vuole condurci verso mete importanti. Seguire Gesù è molto più difficile di quanto si creda e si afferma, in quanto la sua sequela non ammette condizionamenti, richiede una totale risposta di amore e di impegni, non attende, ma deve trovare risposta subito. Il vangelo di questa XIII domenica del tempo ordinario ci pone, noi cristiani, e soprattutto coloro che hanno ricevuto una speciale chiamata e vocazione dal Signore di fronte a scelte coraggiose, decise e senza tentennamenti. Rileggere il brano del Vangelo, oggi, alla luce della precarietà e della labilità delle nostre tante decisioni, ci fa convincere, sempre di più, che le scelte fatte, all’inizio di un cammino della nostra specifica vocazione stato di vita, hanno subito cambiamenti continui e, a volte, sono state del tutto abbandonate e non vissute. Quanti matrimoni falliti, quante vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa interrotte, quanti impegni pastorali assunti nella comunità, come servizio ed amore verso il Signore e la Chiesa, e poi lasciati cadere alla prima difficoltà o contrasto. Gesù vuole da noi, invece, coraggio e nessun tentennamento. Lui è andato spedito per la strada, anche se la sua strada ha richiesto di salire il calvario e morire sulla croce per l’umanità L’esempio è Lui e noi dobbiamo ispirarci a Lui in tutte le nostre scelte. Non possiamo dire come i chiamati del vangelo di oggi: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre»; oppure “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Apparentemente sono legittime richieste quelle che sono evidenziate nel testo del Vangelo, ma in realtà esse nascondono l’incapacità dell’uomo di rispomdere all’amore subito e con totale dedizione alla volontà di Dio. Questo nostro limite umano è comprensibile se valutiamo la nostra esistenza nell’orizzonte del tempo e delle cose che ci legano ad esso; ma se abbiamo gli occhi e la mente orientati all’eterno, sappiamo essere capaci di scelte totali e radicali per amore di Cristo e della Chiesa.

Un esempio di questa generosità nel servizio della parola, ci viene proposo nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Primo Libro dei Re, dove è narrata la vocazione di Eliseo, che si pone alla sequela del suo grande maestro e profeta, Elia. Infatti, Eliseo, che era un contadino, lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio”.

In questo esempio di sequela possiamo dedurre, la necessità per tutti noi, che siamo battezzati ed abbiamo ricevuto l’investitura e il mantello della profezia, ciò che dobbiamo fare quando siamo chiamati a servire Cristo, la Chiesa e i fratelli che sono in necessità. Non dobbiamo cercare prestigi personali e situazioni di comodo per noi, magari strumentalizzando la chiesa e la religione, ma dobbiamo dare il nostro apporto e il nostro contributo, di qualsiasi genere, dai servizi più umili a quelli più eccelsi, nella costruzione del Regno di Dio in mezzo a noi. Ognuno può e deve dare una mano per costruire il mosaico dell’amore universale nel nome del Signore e del Cristo Redentore.

Di questo è particolarmente convinto l’Apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima e stimolante lettera ai cristiani della Galazia: “Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”. Redenti dal sangue prezioso di Gesù, noi cristiani siamo persone libere nella sostanza e nella realtà. La nostra libertà, non è capacità di fare il bene o il male o ciò che ci piace, la nostra libertà è Cristo. In Lui noi abbiamo acquisito questo valore importantissimo per ogni persona umana, in quanto siamo stati liberati dal peccato. Perciò l’Apostolo ci esorta a non ritornare nella condizione di prima, di uomini peccatori. E per realizzare questo nostro sogno spirituale, è bene vivere secondo lo spirito e non secondo la carne, in quanto come ci ricorda San Paolo: “la carne  ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”. Ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito, non saremo più sotto la Legge, cioè sotto il peccato. In definitiva se camminiamo secondo lo Spirito e non saremo portati a soddisfare il desiderio della carne. E poi vivremo in pace, in armonia, senza conflitti e gelosie, senza divisioni o contrasti che portano persone, gruppi, popoli e nazionali a lottarsi su tutti i fronti, per prevalere sugli altri e schiacciare la libertà degli altri. Tutta la morale cristiana, tutto il Vangelo trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!. Quanto è vera questa terribile e attuale affermazione di Paolo detta ai cristiani della Galazia. Oggi in tante situazioni, anche all’interno della chiesa si sperimenta la lotta senza confini contro tutto e contro tutti; mentre dovrebbe regnare suprema la legge dell’amore e della misericordia. Sia questa la nostra umile preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli”. Amen

COMMENTO ALLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2016

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Domenica 5 giugno 2016

 

Cristo ci riporta alla vita nella sua misericordia infinita.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa decima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a due miracoli. Uno, narrato nel brano della prima lettura, in cui Dio, attraverso la preghiera di Elia, guarisce un bambino e lo ridona alla sua madre, preoccupata per la sorte del suo figlio; l’altro, narrato dall’evangelista Luca, riguardante la risurrezione del figlio di una vedova di Nain, di cui non si sa il nome né del bambino e né della madre. Due miracoli che attestano la potenza di Dio sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Drammatico il racconto del primo miracolo, ma anche aperto alla speranza e alla fiducia in Dio. Il protagonista è sempre il Signore, ma l’intermediario tra Dio e la madre del bambino, che praticamente era morto, è il profeta Elia. Potremmo cogliere dal testo biblico, quasi un interesse privato in atto di ufficio, visto che il profeta chiede al Signore la guarigione del piccolo, perché deve essere ospitato da questa vedova di Sarepta. Invece non è affatto così. L’uomo di Dio si rivolge a Lui, perché mosso dalla sofferenza di quella donna, già senza marito ed ora senza figlio. Possiamo vedere la compassione del profeta verso questa vedova che, in un momento così difficile, trova nell’uomo di Dio il motivo di riprendere a sperare e a vivere con il figlio, praticamente morto. Bellissimo, intenso e pieno di significati spirituali, umani e religiosi il brano tratto dal primo libro dei Re, in cui è riportata questa prima risurrezione nell’Antico testamento: “In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

E’ interessante notare come dopo la guarigione del figlio, la vedova di Sarepta riprende il discorso della fede in Dio e della piena fiducia nel Signore. Certo, di fronte alla morte di un figlio, qualsiasi vera madre terrena resta interdetta di fronte ad un dramma del genere e, come spesso capita, anche ai nostri giorni, molte mamme e padri che forse non hanno una fede solida, in queste circostanze si allontanano da Dio e dalla Chiesa, perché pensano che il Signore non sia stato vicino a loro. Come è difficile capire la logica della croce e della morte, Solo chi si immerge nella spiritualità della croce e della passione di Cristo, può capire il grande mistero del dolore e della morte, non solo delle persone anziane e delle madri, ma soprattutto della morte dei giovani e dei figli. D’altra parte chi sale sul patibolo della croce è Gesù, giovanissimo. E Maria, ai piedi di croce, sta a lì a soffrire e vedere morire il suo figlio, il Figlio di Dio, l’innocente in senso assoluto e pieno. Ecco il grande mistero del dolore e della morte, che non è mai fine a se stesso, ma è aperto alla vita e alla risurrezione. Uno scenario completamente diverso quello che si presenta agli occhi di Gesù a Nain. Si tratta di un funerale di un bambino e nel corteo che porta il corpo senza vita del fanciullo al cimitero c’è la madre del bambino morto, anche lei una vedova. La scena straziante muove a compassione Gesù che fa fermare il corteo e si dirige verso la bara, nella quale è deposto il ragazzo appena morto. San Luca, concentra la sua attenzione propria sulla mamma del fanciullo e descrive il comportamento di Gesù in quella circostanza drammatica, che lascia poco spazio alla speranza. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Due importanti elementi vanno sottolineati. Gesù si rivolge a quella madre straziata dal dolore della perdita del figlio con questo monito: “Non piangere”. La presenza di Gesù è motivo di allontanare la morte e il dolore più atroce nel cuore di quella madre. E’ come per lei, così per tutti nella vita. Nei momenti più dolorosi della nostra esistenza c’è questa voce amica di Gesù che ci dice: Non piangere, ci sono io. E dove ci sono Io c’è la vita e non la morte, c’è la gioia e non il dolore. La risurrezione prevale sulla morte, la bara vuota del risorto, rispetto al sepolcro pieno di morti di ogni genere, di quelli morti naturalmente e per cause naturali e di quelli morti per violenza come nel caso di Gesù e di tanti martiri innocenti e di persone uccise a tradimento, nelle guerre, nella nostra società violenta. Quel dolore di mamma si rinnova oggi nel cuore di tante madri che vedono morire i figli o figli che restano senza madri e padri, come stiamo vedendo in questi terribili giorni di violenza in Italia, nel mondo, nella questione dei profughi che muoiono nel mar mediterraneo e tanti altri fatti di sangue. Nessuno di questi bambini morti per violenza ritorna in vita, lasciando nel nostro cuore di persone sensibili uno smarrimento ed uno sconforto, che solo la fede nella risurrezione finale può attenuare.

Dalla risurrezione dalla morte corporale alla risurrezione dalla morte spirituale, il parallelismo è immediato e spontaneo. Questo parallelismo della doppia risurrezione, quella fisica e quella spirituale, si comprende alla luce del brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati, nel quale l’Apostolo delle genti racconta della sua conversione, della sua risurrezione interiore: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore”.

Come per Paolo, così per tutti, se ci rendiamo disponibili alla grazia di Dio ed abbiamo fede in Lui, tutto cambia in meglio nella nostra vita. Nulla può renderci tristi, farci soffrire e piangere, neppure la morte dei propri cari più cari, ma tutto diventa luce e speranza, guardando con passione a colui che è la vera risurrezione: Gesù Cristo, nostra vita e nostra gioia infinita. Sia questa la nostra umile, ma sentita preghiera che rivolgiamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con la speranza che splende sul volto del Cristo;  fa’ che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio,  perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione. Amen.