Airola

LA RIFLESSIONE DI PADRE RUNGI PER DOMENICA 3 LUGLIO 2016 – XIV T.O.

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Le carezze di un Dio Padre e Madre

Commento di padre Antonio Rungi

E’ significativo in questa XIV domenica del tempo ordinario, aprire la nostra riflessione ed iniziare la nostra omelia con il testo del profeta Isaia, che leggiamo nella prima lettura di questa domenica di inizio luglio 2016: un altro mese dedicato alla misericordia, in quanto è il mese del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Infatti, il mese di luglio si è aperto con questa ricorrenza liturgica che ci porta tutti ai piedi della Croce di Gesù, dove si sperimenta davvero l’amore misericordioso di Dio, in quanto Cristo è il vero ed unico volto della misericordia del Padre.  Di un Dio che è Padre e di un Dio che è Madre, amorevole ed accogliente, che spalanca le sue braccia a tutti gli uomini, e tutti consola con la sua parola e con la sua grazia. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

La consolazione di cui parla Isaia, riferendosi a Gerusalemme, a Israele, è una consolazione del cuore, della mente, di tutto ciò che è espressione di autentica comunione con il Signore. Tale consolazione allontana da noi la guerra, l’odio, il risentimento  e porta la pace, la gioia, la misericordia di Dio nel cuore di chi è disposto a dialogare con Lui nell’amore e nella compassione.

Nessuna vera madre al mondo abbandona i suoi figli alle sorti più tristi della vita, ma si attiva in tutti i modi, perché essi vengano salvaguardati e difesi da ogni male e protetti da qualsiasi pericolo.

Dio è infinitamente più grande del cuore di ogni mamma, ecco perché il profeta Isaia, afferma, riportando le parole del Signore: “Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati”.

Le carezze di Dio, sono le carezze di un vero Padre e di una vera Madre. A volte possono anche lasciare il segno di una prova che va accettata, nella logica della croce e della passione del Figlio Suo.

Quante carezze di Dio, che non sappiamo leggere e discernere nel modo più giusto?

Quante volte queste carezze che fanno male, in un primo momento, si rivelano davvero salutari, per lo spirito e per il corpo, a distanza di tempo? Soprattutto quando rileggendo la nostra vita e la nostra esistenza alla luce del mistero dell’amore misericordioso di Dio, comprendiamo meglio il bene e il male.

Questo amore che decifriamo nei brani della liturgia della Parola di Dio di questa domenica, che è la prima vera domenica estiva, nel senso  delle condizioni  meteorologiche, temporali e sociali in cui ci troviamo a riflettere su di essa.

San Paolo Apostolo nel brano della sua lettera ai Galati è molto esplicito e chiaro nell’esprimere la sua idea, il suo pensiero e la sua sincera aspettativa rispetto al mistero di Cristo: “Quanto a me –egli scrive – non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.

Il vanto di ogni cristiano è la croce di Gesù. Non è la vergogna, ma la vera gloria ed esaltazione, in quanto su quella croce è salito il Salvatore del mondo, di cui noi siamo discepoli.

Il cristiano senza la croce di Gesù non è un vero cristiano. Sarà una brava persona, ma non sarà il vero seguace del Divino Maestro, che insegna all’umanità l’amore e il perdono dalla cattedra della Croce.

Non è la cattedra di una università teologica, filosofica, scientifica, è la cattedra dell’amore di Dio che parla a noi mediante il sangue di Cristo, sparso sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati.

Tutti dobbiamo essere stimmatizzati nel cuore, anche se la storia della santità cristiana ci dice che alcune persone hanno ricevuto anche nel corpo le stimmate di Gesù. Penso ad un Francesco d’Assisi, a San Pio da Pietrelcina, a Santa Gemma Galgani e a tanti altri santi che sono stati segnati dalla passione di Gesù anche nel loro fragile corpo.

Il Maestro ci ha insegnato ciò che è essenziale all’essere suo discepolo. A questa scuola di pensiero, unica ed irripetibile nella storia dell’umanità, in quanto si identifica con il Creatore e il Redentore, dobbiamo metterci a servizio, come ci ricorda il brano del Vangelo di oggi, nel quale è raccontata la scelta di altri 72 discepoli, oltre al gruppo ristretto dei Dodici, perché lo precedessero nei luoghi dove Egli stava per recarsi.

Un discepolo che deve preparare al strada al Maestro, deve fare da apripista. In poche parole tutti precursori, come Giovanni Battista, del vero Messia, di Colui che deve fare ingresso nono solo in luoghi e territori, ma soprattutto nel territorio sconfinato e incomprensibile dell’animo umano, dove, spesso, regna incontrastato satana.

La missione dei 72 nuovi discepoli è molto chiara. E’ Gesù stesso a definirla nei contenuti e nella metodologia: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

Ecco se mettiamo in pratica, anche noi, noi discepoli di Cristo del XXI secolo dell’era cristiana, terzo millennio di questa bellissima avventura della fede nella storia umana, i risultati arriveranno, come arrivarono per quei 72, i quali, dopo aver espletato il loro compito missionario, con semplicità, senza alcun mezzo, da poveri con i poveri, tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Gioia e orgoglio, non vanno d’accordo per un uomo di Dio, per un missionario, per un apostolo, consacrato o laico, ma sono in netta opposizione.

E Gesù di fronte alla risonanza, alquanto orgogliosa, dei 72 che relazionarono a Lui, su come era andata la campagna missionaria, dice parole che devono far vibrare i polsi a quanti si assumono ruoli e compiti nella Chiesa, rispondendo ad una precisa chiamata di Dio: “Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli!”.

La vera gioia non sta nel successo apostolico o missionario, nel fare carriera, nel diventare qualcuno, a volte a danno degli altri e calunniando il prossimo, nell’assurgere a posti sempre più importanti e stimati dagli uomini, ma sta in cielo. Lì è la sede vera e definitiva, quella autentica, della vera gioia per un credente, per un discepolo di Gesù.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo al Signore con fede e profonda convinzione interiore. “O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita
la tua parola di amore e di pace”. Amen.

 

COMMENTO ALLA DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2016

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Domenica 5 giugno 2016

 

Cristo ci riporta alla vita nella sua misericordia infinita.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio di questa decima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a due miracoli. Uno, narrato nel brano della prima lettura, in cui Dio, attraverso la preghiera di Elia, guarisce un bambino e lo ridona alla sua madre, preoccupata per la sorte del suo figlio; l’altro, narrato dall’evangelista Luca, riguardante la risurrezione del figlio di una vedova di Nain, di cui non si sa il nome né del bambino e né della madre. Due miracoli che attestano la potenza di Dio sul dolore, sulla malattia e sulla morte. Drammatico il racconto del primo miracolo, ma anche aperto alla speranza e alla fiducia in Dio. Il protagonista è sempre il Signore, ma l’intermediario tra Dio e la madre del bambino, che praticamente era morto, è il profeta Elia. Potremmo cogliere dal testo biblico, quasi un interesse privato in atto di ufficio, visto che il profeta chiede al Signore la guarigione del piccolo, perché deve essere ospitato da questa vedova di Sarepta. Invece non è affatto così. L’uomo di Dio si rivolge a Lui, perché mosso dalla sofferenza di quella donna, già senza marito ed ora senza figlio. Possiamo vedere la compassione del profeta verso questa vedova che, in un momento così difficile, trova nell’uomo di Dio il motivo di riprendere a sperare e a vivere con il figlio, praticamente morto. Bellissimo, intenso e pieno di significati spirituali, umani e religiosi il brano tratto dal primo libro dei Re, in cui è riportata questa prima risurrezione nell’Antico testamento: “In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

E’ interessante notare come dopo la guarigione del figlio, la vedova di Sarepta riprende il discorso della fede in Dio e della piena fiducia nel Signore. Certo, di fronte alla morte di un figlio, qualsiasi vera madre terrena resta interdetta di fronte ad un dramma del genere e, come spesso capita, anche ai nostri giorni, molte mamme e padri che forse non hanno una fede solida, in queste circostanze si allontanano da Dio e dalla Chiesa, perché pensano che il Signore non sia stato vicino a loro. Come è difficile capire la logica della croce e della morte, Solo chi si immerge nella spiritualità della croce e della passione di Cristo, può capire il grande mistero del dolore e della morte, non solo delle persone anziane e delle madri, ma soprattutto della morte dei giovani e dei figli. D’altra parte chi sale sul patibolo della croce è Gesù, giovanissimo. E Maria, ai piedi di croce, sta a lì a soffrire e vedere morire il suo figlio, il Figlio di Dio, l’innocente in senso assoluto e pieno. Ecco il grande mistero del dolore e della morte, che non è mai fine a se stesso, ma è aperto alla vita e alla risurrezione. Uno scenario completamente diverso quello che si presenta agli occhi di Gesù a Nain. Si tratta di un funerale di un bambino e nel corteo che porta il corpo senza vita del fanciullo al cimitero c’è la madre del bambino morto, anche lei una vedova. La scena straziante muove a compassione Gesù che fa fermare il corteo e si dirige verso la bara, nella quale è deposto il ragazzo appena morto. San Luca, concentra la sua attenzione propria sulla mamma del fanciullo e descrive il comportamento di Gesù in quella circostanza drammatica, che lascia poco spazio alla speranza. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Due importanti elementi vanno sottolineati. Gesù si rivolge a quella madre straziata dal dolore della perdita del figlio con questo monito: “Non piangere”. La presenza di Gesù è motivo di allontanare la morte e il dolore più atroce nel cuore di quella madre. E’ come per lei, così per tutti nella vita. Nei momenti più dolorosi della nostra esistenza c’è questa voce amica di Gesù che ci dice: Non piangere, ci sono io. E dove ci sono Io c’è la vita e non la morte, c’è la gioia e non il dolore. La risurrezione prevale sulla morte, la bara vuota del risorto, rispetto al sepolcro pieno di morti di ogni genere, di quelli morti naturalmente e per cause naturali e di quelli morti per violenza come nel caso di Gesù e di tanti martiri innocenti e di persone uccise a tradimento, nelle guerre, nella nostra società violenta. Quel dolore di mamma si rinnova oggi nel cuore di tante madri che vedono morire i figli o figli che restano senza madri e padri, come stiamo vedendo in questi terribili giorni di violenza in Italia, nel mondo, nella questione dei profughi che muoiono nel mar mediterraneo e tanti altri fatti di sangue. Nessuno di questi bambini morti per violenza ritorna in vita, lasciando nel nostro cuore di persone sensibili uno smarrimento ed uno sconforto, che solo la fede nella risurrezione finale può attenuare.

Dalla risurrezione dalla morte corporale alla risurrezione dalla morte spirituale, il parallelismo è immediato e spontaneo. Questo parallelismo della doppia risurrezione, quella fisica e quella spirituale, si comprende alla luce del brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati, nel quale l’Apostolo delle genti racconta della sua conversione, della sua risurrezione interiore: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore”.

Come per Paolo, così per tutti, se ci rendiamo disponibili alla grazia di Dio ed abbiamo fede in Lui, tutto cambia in meglio nella nostra vita. Nulla può renderci tristi, farci soffrire e piangere, neppure la morte dei propri cari più cari, ma tutto diventa luce e speranza, guardando con passione a colui che è la vera risurrezione: Gesù Cristo, nostra vita e nostra gioia infinita. Sia questa la nostra umile, ma sentita preghiera che rivolgiamo al Signore in questo giorno di festa: O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con la speranza che splende sul volto del Cristo;  fa’ che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio,  perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione. Amen.

 

P.RUNGI. IL MIO SUSSIDIO PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

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COMUNICATO STAMPA

P. RUNGI (TEOLOGO MORALE). CURATO DAL RELIGIOSO PASSIONISTA UN SUSSIDIO SUL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA.

“Anno Santo della Misericordia – 2015/16”, è questo il titolo del sussidio sul Giubileo della Misericordia, curato da padre Antonio Rungi, religioso passionista della comunità del Santuario della Civita, docente, teologo morale, originario di Airola (Bn). Con tale titolo l’autore ha voluto indicare il contenuto del suo opuscolo, in distribuzione presso lo stesso autore e presso le Suore di Gesù Redentore di Mondragone. La prima edizione, a carattere divulgativo, è stata stampata a Mondragone, dove padre Rungi insegna Filosofia e Pedagogia nel Locale Liceo Statale “G.Galilei” e dove il religioso ha vissuto per circa 30 anni, ricoprendo vari uffici a livello diocesano e scolastico.
Il sussidio predisposto da padre Rungi si divide in due parti. La prima riguarda la presentazione del Giubileo in generale con il concetto e i simboli del Giubileo, e il Giubileo della Misercordia in particolare, con il richiamo al concetto biblico di misericordia, a quello di indulgenza, alle parabole della misericordia; alle opere di misericordia corporale e spirituale; alla Madonna, Madre della Misercicordia e ad alcuni Santi della Misericordia, particolarmente conosciuti, tra cui san Paolo della Croce, San Pio da Pietrelcina, Santa Faustina Kovalska, Santa Rita da Cascia, Santa Maria Goretti ed altri. Si tratta di piccoli accenni biografici di questi e di altri santi, accenni utili per inquadrare il cammino giubilare personale che si intende fare. La seconda parte del sussidio è di carattere catechestico e liturgico con il richiamo ai comandamenti giubilari, al Sacramento e al rito della Confessione, con la proposta di uno schema di esame di coscienza, per prepararsi in modo serio a ricevere il Sacramento della Riconciliazione, alle varie preghiere per il Giubileo, a partire da quella ufficiale, scritta da Papa Francesco, alle preghiere che hanno attinenza con la devozione alla Passione di Cristo, ai Dolori di Maria, alla Preghiera della Divina Misercordia di Santa Faustina. Si tratta di un utile sussidio ed aiuto spirituale che deve accompagnare il cammino dei cristiani in questo anno Santo. Tutto il materiale inserito nel libro è stato attinto dai vari testi, libri e siti internet sul Giubileo, con una consistente parte del lavoro fatto, quello più specifico, che è stata scritta dall’autore. In particolare le preghiere, le riflessioni sui testi biblici delle parabole e delle opere di misericordia corporale. Intanto, è in fase di stampa, presso l’Editore Caramanica di Marina di Minturno, lo stesso sussidio con ulteriori testi del Magistero di Papa Francesco sul Giubileo della Misericordia; sussidio che sarà pronto, quale approfondimento del primo, alla fine della prossima settimana, subito dopo l’apertura ufficiale dell’Anno Santo.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XXIX T.O. – 18 OTTOBRE 2015

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

GESU’ SOMMO ED ETERNO SACERDOTE

INCHIODATO SULLA CROCE PER NOI

Commento di padre Antonio Rungi

Il testo del Vangelo di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci immette nel clima del mistero della Passione di Cristo.

Si tratta di un testo chiaro e che riporta parole ben precise pronunciate da Gesù alla presenza dei suoi discepoli che, nei loro discorsi, strada facendo, pensano a distribuirsi i posti più sicuri ed umanamente accattivanti vicino a Gesù, il Maestro. Certo, il Signore vuole tutti i suoi discepoli accanto a se, ma non nella potenza economica e politica di questo mondo. Ci vuole accanto a sé nel momento supremo del suo amore per noi e del suo sacrificio per noi. Ci vuole accanto a lui ai piedi della Croce, insieme a Maria e a Giovanni e forse, con maggiore coraggio, ci vuole accanto a se, come Lui, inchiodati alla croce, inchiodati alle nostre croci.

Ecco il potere regale di Cristo Crocifisso. Ecco il sommo ed eterno sacerdote che è Gesù, che si offre per noi al Padre per riscattarci dai nostri peccati.

Siamo chiamati con Cristo a bere il calice della sofferenza che Egli ha bevuto per la nostra redenzione. Non c’è vero cristiano se non porta la sua croce e segua davvero il Signore.

Purtroppo, non è affatto così. Molti seguono la fede cristiana, senza l’intimo convincimento, cioè che si tratta di ripercorre la strada del Signore, che è anche la strada che porta al Calvario.

Ci sono cristiani che riflettono alla maniera degli apostoli e che si fanno i calcoli, strumentalizzando la stessa fede e la stessa chiesa per finalità umane, economiche, di affermazione, di prestigio.

E ciò non avviene solo tra il clero, i religiosi, i vescovi e a man mano a salire di grado nella scala della gerarchia, ma avviene anche nel laicato cattolico.

Ci sono, infatti, dei laici che invece di servire la Chiesa e Cristo, si servono della Chiesa e di Cristo.

Fanno il discorso utilitaristico e interessato di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, che chiedono a Gesù, senza falsa modestia: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Gelosia, invidia, arrivismo, distribuzione egualitaria del potere che Gesù poteva dare loro, secondo una falsa concezione, che si erano fatti del Maestro. Gesù replica con una domanda forte e inquietante:  «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Segue, poi, da parte di Gesù una lezione di straordinaria importanza per tutti, ed è la lezione sul significato dell’autorità, del potere, che va inteso nel senso di servizio, di sacrificio, di rinuncia, di donazione, di croce. Cosa fece allora Gesù? “Li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Il cuore e il centro dell’insegnamento di Cristo sta in questo servizio, portato fino alle estreme conseguenze di consegnarsi liberamente alla morte e alla morte in croce, come, d’altronde, era stato anticipato dai profeti, a partire da Isaia, con i vari carmi del Servo sofferente di Javhè, che, ovviamente sono indirizzati e mirati sulla figura del futuro vero messia di Israele che è Gesù.

Un messia sofferente, maltratto, umiliato e crocifisso. Non un messia potente da un punto di vista economico e militare, ma l’umile agnello immolato sulla croce in riscatto dei nostri peccati. Leggiamo infatti nella prima lettura di oggi: “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”.

L’immagine di Gesù Crocifisso emerge in modo prepotente e chiara davanti ai nostri occhi, davanti alla nostra vita, spesso immersa nel peccato e in cerca di soddisfazioni mondane. Quel Crocifisso che ci parla e ci indica la strada della conversione, dell’offerta sacrificale della nostra vita per la causa del vangelo.

Egli, Gesù, il Sommo ed eterno sacerdote si porge a noi con gli occhi della misericordia e del perdono, con il volto della sofferenza, ma soprattutto con il volto dell’amore redentivo. In questo Sommo ed eterno sacerdote dobbiamo confidare, abbandonarci e sperare, come ci ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei che ascoltiamo oggi, come testo della parola di Dio, della seconda lettura di questa domenica: “Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.

Accostiamo con fiducia a Gesù Crocifisso e se il suo dolore non suscita in noi neppure una minima contrizione dei nostri peccati, dei nostri errori ed orrori significa che il nostro cuore è molto lontano dalla compassione e dalla misericordia che il Signore ci vuole donare, facendoci riflettere seriamente sul nostro stile di vita che è contrario alla Croce di Cristo.

Ci sia di esempio, in questo cammino di conversione, un grande santo del secolo dei lumi, san Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi ricordiamo il suo passaggio alla gloria del cielo, essendo morto a Roma, nella Casa dei Santi Giovanni e Paolo, al Celio, alle ore 16,45 del 18 ottobre del 1775.

E’ uno dei tanti santi che hanno amato profondamente Gesù Crocifisso, fino al punto tale da esserne infaticabili missionari nell’Italia del secolo che poneva come criterio fondamentale per raggiungere la verità, la sola ragione umane, divenuta il grande tribunale per stabile il vero  dal falso, del bello  dal brutto, il buono dal cattivo.

Gesù, il Crocifisso è questo bene assoluto, perché è un Bene d’infinito amore che si è tradotto con il donare la sua vita interamente per noi.

Egli è davvero il sommo ed eterno sacerdote delle anime nostre, come recitiamo nella preghiera iniziale della santa messa odierna: “Dio della pace e del perdono,  tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione;  concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio”. Amen.

 

PADRE ANTONIO RUNGI, 40 ANNI DI VITA SACERDOTALE, IL 6 OTTOBRE 2015

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Padre Antonio Rungi, 40 anni di vita sacerdotale

Martedì 6 ottobre 2015, padre Antonio Rungi, sacerdote passionista della comunità del Santuario della Civita, in Itri (Lt), ricorda i suoi 40 anni di vita sacerdotale a servizio della Chiesa, della Congregazione dei Passionisti e dell’intero popolo di Dio.
La fausta ricorrenza sarà ricordata con una solenne concelebrazione eucaristica che padre Antonio Rungi presiederà, alle ore 19.00, nella Chiesa delle Suore di Gesù Redentore della Stella Maris di Mondragone, dove padre Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale per circa 30 anni, dal 1978 al 2003 e dal 2007 al 2011. E dove ancora oggi esercita il suo ministero come assistente spirituale delle Suore.
Alla celebrazione parteciperanno i parenti, i conoscenti, i sacerdoti, le suore, gli amici, gli studenti e quanti si vorranno aggiungere ad essi per condividere un momento di ringraziamento al Signore per il dono della vocazione alla vita sacerdotale, elargita a padre Rungi.
Dei 40 anni di vita sacerdotale, intensamente e generosamente vissuti come figlio spirituale di San Paolo della Croce, circa 30 sono stati al servizio della Chiesa locale di Sessa Aurunca e della comunità passionista di Mondragone (Ce), ricoprendo vari uffici e ruoli: Direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali, Responsabile della Pagina diocesana di Avvenire, Direttore dell’Ufficio pastorale del turismo, sport e spettacolo, cappellano delle Suore di Gesù Redentore, delle Suore Stimmatine, collaboratore della parrocchia san Rufino in Mondragone e di altre parrocchie, missionario e predicatore, docente di Teologia Morale e di altre discipline nell’Istituto Scienze religiose di Sessa Aurunca, docente nelle scuole statali, dove ancora oggi svolge il suo servizio e il suo ministero tra i giovani del Liceo Scientifico di Mondragone, insegnando Filosofia, Pedagogia e Scienze Umane. Docente di Teologia Morale al Magistero di Scienze Religiose di Capua e dell’Istituto Scienze Religiose di Teano.
Sono questi alcuni degli impegni come sacerdote e missionario ed educatore che padre Antonio Rungi ha svolto a Mondragone e nella Diocesi di Sessa Aurunca, ma si è pure prodigato tantissimo per la vita culturale, sociale e spirituale del territorio del litorale domiziano ed in particolare della parrocchia San Giuseppe Artigiano.
Nella comunità passionista di Mondragone è stato Direttore del Collegio San Giuseppe Artigiano, Direttore delle colonie estive, più volte vice-superiore della comunità e incaricato in vari settori della vita passionista.
Direttore della Rivista Presenza Missionaria Passionista dal 1990 al 2011 è giornalista pubblicista dal 1993 ed ha collaborato con varie Riviste e Quotidiani di ispirazione cristiana.
Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive della Rai, di Radio Vaticana, Radio Maria, Teleradio Padre Pio. Di questo grande santo beneventano è stato figlio spirituale negli anni 1958-68.
Dei rimanenti 11 anni di vita sacerdotale, padre Rungi, i primi tre, dal 6 ottobre 1975, quando fu ordinato a Napoli nella Chiesa dei Passionisti di Santa Maria ai Monti, da monsignor Antonio Zama, li ha vissuti nella comunità passionista di Napoli, ultimando gli studi per la Laurea in Teologia e svolgendo attività di predicazione e di collaborazione nella Parrocchia di San Paolo in Casoria.
Successivamente si è Laureato in Filosofia all’Università di Napoli e in Materie Letterarie all’Università di Cassino.
Nella stessa comunità di Napoli vi è ritornato a febbraio 2003 fino al maggio 2007 nell’Ufficio di Superiore provinciale dei Passionisti della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e Campania) e guidando in quegli anni, saggiamente, gli oltre 100 sacerdoti e religiosi passionisti della Provincia religiosa e del Vicariato del Brasile, durante il mandato, concluso alla fine di aprile 2007.
In questo periodo, oltre a visitare sistematicamente le comunità passioniste del Basso Lazio e Campania e del Brasile, ha ricoperto l’Ufficio di Vice-presidente della Cism-Campania, la Conferenza dei superiori maggiori degli istituti religiosi maschili. Dal 1978 sempre impegnato nella scuola e nell’insegnamento, non ha mai tralasciato, tranne per un anno, questo ambito della pastorale e della formazione dei giovani.
Negli ultimi quattro anni di vita sacerdotale, dal 6 ottobre 2011, padre Antonio Rungi ha svolto il suo ministero sacerdotale nella comunità passionista di Itri-città e poi del Santuario della Civita, svolgendo un intenso ministero di predicazione itinerante e di assistenza spirituale alle Suore di varie Congregazioni.
Qui, attualmente vive, svolge il suo servizio scolastico a Mondragone e continuando ad assicurare la predicazione tipica della Congregazione dei Passionisti, ovunque viene chiamato e richiesto.

Nativo di Airola, in provincia di Benevento, nella Diocesi di Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti, dove nasceva 64 anni, accolto nelle braccia della Serva di Dio Concetta Pantusa, entra tra i passionisti da ragazzo, nel 1964 a soli 13 anni. Emette la professione religiosa il 1 ottobre 1967 insieme ad altri suoi confratelli, a Falvaterra (Fr). Segue gli studi liceali e filosofici a Ceccano, dal 1967 al 1971 e quelli teologici a Napoli, dal 1971 al 1979 quando si Laurea in Teologia.
Circa 15.000 articoli scritti per giornali, riviste, blog, siti internet, oltre 3.000 predicazioni svolte in Italia e all’estero, autore di libri di vario genere, di preghiere, di commenti alla Parola di Dio, grande comunicatore attraverso i new media, i suoi testi sono letti e commentati da migliaia di persone ogni settimana.
Per ricordare questo giorno speciale per lui, padre Rungi, come è solito fare nelle grandi circostanze e ricorrenze, ha composto una preghiera, da vero pastore che ha a cuore il bene supremo delle anime: “Signore, Buon Pastore, mite ed umile di cuore, Ti ringrazio per il dono della vita sacerdotale che mi hai voluto assicurare in questi 40 anni di totale servizio alle anime, che hai affidato alla mia cura pastorale. Rinnovo oggi le mie promesse sacerdotali che mi hanno impegnato nella sincerità del cuore e della mente in tutti questi anni, che Tu, Signore, mi hai concesso con tanta generosità. Ti chiedo perdono se, eventualmente, senza mio volere, non ho corrisposto pienamente alla vocazione sacerdotale e donami la grazia di portare a compimento l’opera che Tu, Gesù, Buon Pastore, hai iniziato in me 40 anni fa. Amen”.

Padre Antonio Rungi, inoltre, ringrazierà il Signore, la Madonna e San Paolo della Croce, al Santuario della Civita, nei prossimi giorni e in data da stabilire ad Airola, nel suo paese natio, che ha portato e porta nel cuore con grande affetto e nostalgia, perché in questa sua città, tra i suoi genitori, parenti, amici e figure esemplari di religiosi passionisti di Monteoliveto è nata e si è consolidata la vocazione alla vita religiosa e sacerdotale, che ha raggiunto traguardi rilevanti e significativi, di 51 anni da passionista e di 40 anni da sacerdote. Augurissimi padre Antonio per tanti anni ancora di vita sacerdotale e missionaria.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 27 SETTEMBRE 2015

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

ESSERE DALLA PARTE DI CRISTO E VIVERE IL VANGELO CONCRETAMENTE 

Commento di padre Antonio Rungi.

La bellissima liturgia della parola di Dio di questa XXVI domenica del tempo ordinario, ci impegna a riflettere su alcuni importanti temi del nostro essere religiosi e credenti, che richiedono una nostra disponibilità personale e spirituale a lasciarci interpellare da simile parola. Se il nostro cuore non è disponibile a questo mettersi in discussione, a verificare il grado di aderenza e di risposta seria alla parola di Dio, serve a ben poco, ascoltarla, se poi non si traduce in stile di vita. Partendo oggi dal brano del vangelo di Marco, nella sua parte conclusiva del testo, è ben chiaro il discorso sulla nostra testimonianza di vita cristiana che dobbiamo evidentemente dare in tutte le situazioni d vita quotidiana. Il Vangelo vissuto passa, appunto, attraverso, quella sincera volontà di conversione che dobbiamo attuare in ogni situazione. Ecco perché ci viene indicato anche il modo concreto per farlo. Mediante paradossi, con ragionamenti per assurdo, il Vangelo ci spinge nella direzione della coerenza e della fedeltà, per essere davvero cristiani credenti e soprattutto credibili. Se tutto il nostro modo di essere e di fare, la nostra corporeità, il nostro stile di vita è motivo di scandalo per gli altri, cosa aspettiamo a cambiare vita e a comportarci bene?  Non illudiamo noi stessi dicendo che siamo perfetti, non facciamo nulla di male e tutto è apposto a livello di morale e di spiritualità. Avere il coraggio di trovare i difetti nella nostra vita, e non in quella degli altri, per fare esaltare i nostri pregi, i soli aspetti positivi, che pure ci saranno. Ecco, perciò, che è bene riflettere su questo passo del Vangelo e trarre delle conseguenze logiche: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”. Per operare questo capovolgimento è necessario una speciale grazia, quella dell’umile ricerca della verità in noi stessi e negli altri, senza invidia o gelosia, senza pensare che il nostro operare sia migliore degli altri, se illuderci che solo il nostro bene è vero bene, mentre il bene che fanno gli altri è classificabile come male. Non è così. Il bene ha una sola origine e questa origine è in Dio, che è il Sommo Bene. Perciò, Gesù, di fronte alla meraviglia dei suoi discepoli che vedono anche altri fare le loro stesse cose buone, che fanno loro, come il cacciare i demoni, chiedono al Signore di impedirglielo. Ma Gesù replica, dicendo “non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Anzi indica la via maestra per essere sulla via del bene e percorrerla davvero: è la strada del servizio, della carità, dell’amore, della misericordia, delle opere di misericordia, e dice: “Chiunque  vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa”. Ogni azione buona acquista il suo merito davanti a Dio e il Signore ci ricompenserà abbondantemente per tali opere, che non possono e non devono essere occasionali, ma sistematiche. Devono essere messe in cantiere nel nostro modo di pensare e di agire come costanti del nostro stile di vita. Non ci priviamo di fare il bene a tutti e non troviamo scuse o giustificazioni per non agire nella direzione del bene.

Strettamente legato a questa riflessione sul testo del Vangelo è la prima splendida lettura, tratta del libro dei Numeri, che uno dei libri più importanti della Bibbia, perché fa parte dei primi cinque libri, il Pentateuco, in cui troviamo l’essenza stessa della fede del popolo eletto. In questo brano si parla del dono della profezia, di cui non solo è dotato Mosè, ma a cui accedono altre persone, quali Eldad e Medad, che profetizzano nell’accampamento al posto di Mosè. Nel momento in cui altre persone notano questo comportamento, vanno a riferire a Mosè di quanto sta accadendo. E Mosè, prefigura di Cristo, cosa risponde a Giosuè, figlio di Num, che vuole impedire a questi neo-profeti che svolgano tale missione? Lo leggiamo nel brano: «Sei tu geloso per me?, dice Mosè a Giosuè. E prosegue: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!». Ecco la risposta più bella e confortante per quanti amano sinceramente Dio e con la parola e la vita parlano davvero in suo nome, cioè sono profeti certi e veri in base al loro modo di trasmettere la verità e vivere la verità. Essere profeti, allora, non è proprietà di qualcuno, ma tutti nella chiesa, in base al sacramento del Battesimo devono profetizzare nel nome del Signore. La loro vita deve parlare da sola di Dio. Ecco, ritorna il tema dell’annuncio, dell’evangelizzazione che poi non è un servizio alle ideologie, ma, come ci ha ricordato Papa Francesco, è servizio alla persona. L’annuncio diventa credibile quando si trasferisce su un piano operativo e si vive la carità nel servizio umile e disinteressato verso gli altri, come i ricchi; chi si chiude agli altri, vive in un mondo dorato, ovattato e protetto a livello solo economico e materiale va contro il vangelo, è in antitesi netta con l’insegnamento di Cristo che è dalla parte dei poveri, degli  ultimi, degli esclusi. Suonano di forte richiamo le parole dell’Apostolo Giacomo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua intensissima lettera di denuncia che stiamo approfondendo in queste domeniche: “Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco”. E a seguire la denuncia aperta dello sfruttamento: “Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza”. Quanta corruzione nel mondo, per motivi di soldi! Quante ingiustizie che si celano per non far emergere il marcio di una società e di un modo di pensare che è soltanto economia e non solidarietà. Anche i recenti scandali mondiali ci fanno riflettere, su come dio denaro, sia lo scopo principale di quanti non hanno cuore verso gli altri. Di fonte a queste forti parole di denuncia e di accusa, di condanna aperta della ricchezza che è fine a stessa, c’è solo da operare bene e pregare. Noi vogliamo essere dalla parte di quanti operano onestamente e pregano incessantemente per la giustizia sociale e per una vera uguaglianza tra tutti gli esseri umani, essendo tutti figli di uno tesso Padre, che è Dio.

AIROLA (BN). DIECI ANNI FA LA RIAPERTURA DELLA CHIESA SAN MICHELE. CRONACA E PROTAGONISTI DELLO STORICO EVENTO

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AIROLA (BN). DECIMO ANNIVERSARIO DALLA RIAPERTURA DELLA CHIESA DI SAN MICHELE A SERPENTARA. LA CRONACA E I PROTAGONISTI DELLO STORICO EVENTO.

di Antonio Rungi

Il 4 settembre 2015 è stato ricordato il decimo anniversario della riapertura al culto della Chiesa parrocchiale di San Michele a Serpentara, in Airola (Bn). Fu per interessamento del Vescovo, monsignor Michele De Rosa, dell’allora superiore provinciale dei padri passionisti della Provincia religiosa dell’Addolorata, padre Antonio Rungi, nativo della stessa Airola e del compianto padre Stefano Pompilio, morto Il 7 gennaio 2011, che si rese possibile la riapertura al culto della Chiesa, dopo 25 anni di chiusura, in seguito al disastroso terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e nel Sannio. L’impegno maggiore per la riapertura fu assunto da padre Antonio Rungi, allora provinciale, in occasione della Festa di Santa Maria Goretti del 2005, e in modo speciale durante la processione della Santa che sostando nella piazzetta di San Michele fu accolta dai fedeli della parrocchia con uno striscione: “Vogliamo la riapertura della Chiesa di San Michele”.

I lavori stavano a buon  punto, ma dietro sollecito di padre Rungi, l’allora parroco,  padre Stefano Pompilio,  chiese al Vescovo di riaprire la Chiesa. Cosa che avvenne, domenica 4 settembre 2005, prima della festa in onore del titolare della stessa Chiesa, San Michele Arcangelo. Così riprendeva il suo cammino spirituale e pastorale la Chiesa e la parrocchia San Michele a Serpentara affidata ai padri Passionisti di Monteoliveto.

Si legge, infatti nella cronaca di dieci anni fa: “Domenica 4 settembre 2005 la comunità parrocchiale ha avuto la gioia di riappropriarsi del luogo di culto con la contemporanea ripresa delle attività parrocchiali in tutta la comunità, che, fino allora, si erano svolte nella sola Chiesa di San Carlo, altro importante luogo di culto che ricade nel territorio della parrocchia. E’ stato monsignor Michele De Rosa, Vescovo di Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti a “riconsacrare” la Chiesa, dopo i consistenti restauri effettuati in questi ultimi anni, durante una solenne celebrazione eucaristica, dai lui presieduta, e alla quale hanno partecipato autorità religiose, civili e militari della zona, tra cui il Superiore provinciale, del tempo, padre Antonio Rungi, il superiore dei passionisti di Monteoliveto, il parroco padre Stefano Pompilio, altri sacerdoti della città, il primo cittadino di Airola, Biagio Supino e il Comandante della Polizia Municipale, Pasqualino Pompeo Rungi”.

La Parrocchia San Michele a Serpentara in Airola (Bn), nella Diocesi campana di Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti  fu istituita nel 1513, a monte,  e in seguito trasferita a valle, in mezzo alla comunità civile di Airola, che realizzò l’attuale chiesa di San Michele, opera datata 1873. Da allora la Chiesa fu ampliata, abbellita, migliorata insieme alle piccole opere parrocchiali annesse. Così si presentava nel 1980 quando avvenne il disastroso sisma dell’Irpinia. La Chiesa, allora, subì ingenti danni e la ricostruzione fu lenta, fino a trascorrere di fatto 25 anni. La parrocchia, affidata dal 1979 alla comunità passionista di Airola in Monteoliveto, conta circa 1000 persone, distribuite in 250 nuclei familiari, e si estende nella zona antica della città, tra i rioni di San Michele, Santa Caterina e San Carlo. Primo parroco passionista fu il compianto, padre Leonardo Fiore, e a seguire padre Amedeo De Francesco, l’ex padre Pasquale Gravina, padre Ludovico Izzo, e successivamente come amministratore parrocchiale, padre Antonio Graniero. Per oltre un decennio fu padre Stefano Pompilio a guidare questa comunità cristiana di antica data, che si estende nel centro storico di Airola. Attuale parroco della medesima Chiesa è padre Pasquale Gravante, passionista, che dall’ottobre 2011 è responsabile di questa comunità parrocchiale, le cui attività pastorali e spirituali si svolgono nella sola chiesa di San Michele a Serpentara..

Ricade sul suo territorio il frequentatissimo Santuario in onore della Madonna Addolorata, situato su un’amena collina, ristrutturato e sistemato, la cui festa ricorre il 15 settembre con data fissa. Da alcuni anni, riprendendo un’antica tradizione, il trasferimento della statua della Madonna Addolorata dal Santuario alla Chiesa di San Michele a Serpentara si effettua, nella prima domenica di settembre, e qui rimane per quasi tutto il tempo dei solenni festeggiamenti, molto sentiti nell’intera Valle Caudina.

RECENSIONE DEL LIBRO DI SAMUELE CIAMBRIELLO “CASTE E CASTIGHI”.

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Napoli. Caste e castighi. Il dito nell’occhio. L’ultimo lavoro di Samuele Ciambriello 

di Antonio Rungi 

“Caste e castighi. Il dito nell’occhio. Linguaggio, indignazione, speranze”. E’ questo il titolo con il quale l’autore, Samuele Ciambriello, ha voluto firmare l’ultimo lavoro della sua molteplice produzione scritta, soprattutto di questi anni. Si tratta di una raccolta di varie riflessioni, a seconda delle ricorrenze, dei fatti e degli avvenimenti locali, nazionali ed internazionali, con le quali  Ciambriello esprime il suo pensiero e la sua posizione, soprattutto in campo politico.  Temi molto cari all’autore, quali: carcere e giustizia; riforma della democrazia e della politica; sport. “Tutti i temi – scrive Ciambriello nell’introduzione – compreso quello sportivo, sono al centro di una tensione, di uno stimolo, di una coscienza critica che più che redimere vuol portare un piccolo contributo al superamento dell’ignoranza, dell’indifferenza. I temi trattati sono tutti verbi e sostantivi che attengono al nostro umano”. Ed aggiunge, mettendo in risalto la finalità dell’opera ed il contenuto stesso dei suoi scritti: “In questa mia raccolta ho condensato aforisticamente una serie di piccole riflessioni sparse suo mio quotidiano on line Linkabile.it e sui social network”.

In sintesi l’opera è un’attenta analisi delle problematiche che hanno attraversato la vita del Ciambriello nel corso della sua molteplicità di ruoli, funzioni ed attività svolte. “Mostro in questo libro tascabile – facendo quasi una confessione pubblica – le mie diverse anime, o i miei diversi percorsi professionali e di vita”, iniziando dall’attività di giornalista, di testimone dei “fatti e misfatti delle caste”, di narratore di storie di vita e di esperienze fatte che non possono restare esclusivo patrimonio culturale, spirituale ed umano dell’autore, ma che egli ritiene opportuno condividere con i suoi lettori ed amici. E’ uno scrivere o meglio parlare ad alta voce su temi cari all’autore, ma altrettanto cari a moltissime persone. Certo non tutto quello che ha scritto è condivisibile, ma lancia, a chi ha davvero “interesse” di riflettere sul mondo di oggi, la sfida di sapere leggere questo nostro tempo e farlo con la dovuta preparazione, con la coscienza retta, con la libertà di pensiero e parola che spesso manca anche nelle menti più eccelse del nostro, omologate su schemi e modi di pensare della classe dominante nei vari campi della cultura, del sapere, della politica, della stessa chiesa e della società.

E’, in poche parole un libro da leggere, perché stimola la critica e la riflessione personale, di cui oggi si ha necessità, visto il sistema di pensiero labile e di una società fluida che di certo e di definitivo non ha nulla. Tutto è opinabile, tutto è messo in discussione, tutto è suscettibile di rettifica, integrazione o negazione. Da qui la necessità, come scrive lo stesso Ciambriello, ricorrendo ad un aforisma di Giovanna Axia, di leggere il libro e di farlo con cortesia, “sapendo che la cortesia è la capacità di far stare bene gli altri”.

Il giudizio più appropriato dell’opera, lo possiamo rinvenire nella prefazione al libro, scritta dal Rettore dell’Università Federico II di Napoli, Gaetano Manfredi, che fissa, in questo significativo passaggio della presentazione della raccolta, la sua idea portante: “Rimbalzando tra sport, politica e cronaca, Samuele Ciambriello svolge un ruolo vitale per la nostra società, esprimendo posizioni anche fuori del coro, senza filtri, veraci e nette, senza l’esigenza di piacere a tutti, con la convinzione di fare la cosa giusta, lasciando solo parlare un’unica coscienza libera, la propria. Il colore ed il dinamismo del testo ammiccano anche al disaccordo. L’autore non è interessato ai giudizi sul merito delle sue idee e sorriderebbe ugualmente divertito vedendo il lettore liberare tra i denti malcelate parole di dissenso o soffocate esclamazioni di consenso”.

D’altra parte, la sua attenzione principale si ferma sulle caste, che diventano veri e propri castighi per la società. Caste di ogni genere e a tutti i livelli, di cui sottolinea che esse “hanno bisogno delle scorciatoie, della logica del tutto e subito, che gli viene richiesto. Un pò di velocità e un po’ di congelamento sembrano le armi più affilate delle corporazioni”.

E quali sono queste caste e corporazioni? L’autore le indica con precisione. “La casta –scrive nella prefazione – non è fatta solo dai politici, ma anche dai grandi ordini professionali, dai dirigenti pubblici e privati, dai magistrati, avvocati, giornalisti, pubblicitari, dal mondo delle curie ecclesiastiche, dai baroni delle Università…”.

Ed una amara costatazione: “La società civile e la chiesa annaspano nel buio, si trovano nel tunnel, spesso in una prigione senza finestre o ore d’aria”. Scrive a proposito della famiglia nella chiesa, apprezzando l’operato di Papa Francesco: “Basta con dogane pastorali e burocrati gestori del sacro che decidono chi è degno di varcare la soglia della Chiesa. La Chiesa non è un castello con un ponte levatoio. In fondo, dove non c’è misericordia e accoglienza non c’è Cristo” (pag. 56).

La raccolta delle varie riflessioni interessa il tempo cronologico che va dal 4 agosto al 20 dicembre 2014. In tutto 109 mini riflessioni o semplici considerazioni che richiedono un’attenta lettura, una preparazione adeguata in campo politico e diciamo anche la passione a leggere ed interpretare fatti ed eventi alla luce della nuove tecnologie della comunicazione di massa ed in particolare della rete telematica.

Vi invito a leggere questo libro e non solo per cortesia, ma per il bisogno di sapere. Scriveva il grande filoso e maestro Socrate, quando l’uomo smette di ricercare e sapere, smette di essere uomo. Il bisogno di sapere non per curiosità, ma per aumentare il livello di cultura e di informazione può essere soddisfatto leggendo questo ultimo lavoro di Samuele Ciambriello, anche se il sapere è limitato ad un periodo di tempo e spazio vitale ben preciso, seconda metà del 2014, ed è limitata ad una sola interpretazione, quella dell’autore, che ha sperimentato sulla sua persone le problematiche che affronta e che, almeno, nella loro valutazione non obbliga mentalmente o moralmente nessuno a condividerle. La libertà di pensiero, parola, espressione, opinione e di stampa è e sarà sempre un patrimonio delle persone davvero libere e davvero preparate. E Samuele Ciambriello rientra tra queste persone. Basta leggere il suo curriculum vitae e la sua storia per capire che ci troviamo di fronte ad una persona che della cultura ha fatto il tema centrale del suo percorso formativo, prima, durante e dopo il suo impegno politico diretto, nel suo partito di riferimento. Giornalista, Samuele Ciambriello è stato presidente del Corecom Campania e componente del Comitato Nazionale Tv e minori. E’ docente di “Teoria e tecnica della comunicazione” all’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” e di “Teoria e tecniche dell’elaborazione scritta dei testi” presso l’Università Link Campus. Nel 2012 ha pubblicato, per i tipi dell’editore Guida, il saggio “Dentro la comunicazione: concetti, modelli e persone”. E’ autore della novella “Dalla Valle Caudina al Vaticano”, pubblicata all’interno della Raccolta “in cò del ponte presso a Benevento” (2014).

E dell’Editore Guida di Napoli è la presente raccolta “Caste e castighi. Il dito nell’occhio. Linguaggio, indignazione, speranze”, pp.202, Napoli, Aprile 2015, costo Euro 8,00, codice 978-88-6866-093-2

 

AIROLA (BN). I FUNERALI DI ZIO MARCUCCIO.

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Airola (Bn) L’estremo saluto a Zio Marcuccio Ciaramella

Un legame profondo con i passionisti, di cui è stato collaboratore laico per oltre 30 anni. E i passionisti della provincia dell’Addolorata, in modo speciale i Passionisti del Convento di Monteoliveto hanno voluto dare l’estremo saluto al carissimo amico durante il solenne funerale che si è svolto nella chiesa di San Michele a Serpentara, oggi, 7 gennaio 2015. Marco Ciaramella, 94 anni, era morto il giorno 5 gennaio alla vigilia dell’Epifania, sulla tarda serata, addormentandosi serenamente nel Signore, come serena è stata la sua vita, vissuta con la sua metà, Antonietta Ricciardi, sua coetanea, che l’ha assistito fino alla fine.  Ex-carabiniere, Zi Marcuccio è stato per Airola, soprattutto per la zona di Santa Caterina un punto di riferimento storico, spirituale e di onestà. Vissuto vicino alla Serva di Dio Concetta Pantusa, ha respirato il clima della spiritualità passionista, francescana e delle clarisse. Le tre chiese di riferimento per la sua vita spirituale e cristiana erano il Convento di Monteoloveto, le Clarisse e San Pasquale. Conclusa la sua esperienza nell’Arma Benemerita, Zi Marcuccio si era dedicato alla sua antica passione di agricoltore, dedicando il suo volontariato, prima alla Casa di rieducazione femminile, affidata al Suore di Gesù Redentore,  ai passionisti del Convento di Monteoliveto, condividendo con i padri non solo le attività quotidiane, ma anche la vita e la preghiera del monastero, contemporaneamente svolgeva il suo volontariato presso le Suore Pallottine, avendo una cugina tra di loro, Suor Lourdes, anche lei prsennte insieme ad altre suore ai funerali. E i passionisti riconoscenti sono arrivati numerosi per partecipare alla santa messa esequiale. E’ arrivato dal santuario della Civita in Itri, padre Antonio Rungi, passionista, ex-superiore provinciale, originario di Airola, che con Zi Marcuccio e Zi Antonietta ha vissuto i suoi primi anni di vita, prima di entrare tra i passionisti, confinando con la casa di sua proprietà, ma anche negli anni successivi. Ogni venuta ad Airola era d’obbligo per padre Rungi la visita a  Zi Marcuccio, soprattutto, quando in seguito ad un incidente, rimase  a letto. Sono arrivati gli altri padri: Ludovico Izzo, ex-superiore provinciale e ex-superiore di Monteoliveto; padre Amedeo De Francesco, ex-parroco di San Michele a Serpentara e ex-vicario della comunità di Airola; padre Antonio Graniero, ex-vicario della comunità passionista di Monteoliveto. Della comunità passionista attuale di Monteoliveto erano presenti il superiore-parroco, padre Paquale Gravante, padre Onorio Volpicelli; padre Francesco Minucci. In rappresentanza della provincia religiosa dei passionisti della Campania e del Basso Lazio è giunto da Napoli, padre Mario Caccavale, attuale preposito provinciale, che ha presieduto il rito ed ha tenuto l’omelia sui testi biblici della celebrazione, mettendo in risalto il significato della morte dei fedeli alla luce della morte e risurrezione di Cristo. Concelebranti principali, padre Ludovico Izzo e padre Pasquale Gravante, parroco che a conclusione della messa ha tratteggiato un sintetico profilo umano e cristiano di Zi Marcuccio. Il rito iniziato alle ore 10.00 si è concluso alle ore 11.00 e la liturgia è stata animata dai canti del Coro San Gabriele dell’Addolorata di Monteoliveto. Presenti al rito i parenti più stretti del caro defunto, i nipoti, e una rappresentanza dell’Associazione nazionale dei Carabinieri – Sezione Airola, il cui presidente ha letto alla fine della messa la preghiera del Carabiniere, alla Virgo Fidelis; presenti anche amici ed estimatori di Zi Marcuccio e diversi fedeli della Parrocchia di San Michele a Serpentara, nonostante la giornata lavorativa.

“Con zi Marcuccio – ha detto padre Antonio Rungi – va via un altro pezzo di storia di questa mia città. La rettitudine morale, la serietà, l’affabilità, il rispetto altrui, la speciale devozione a Santa Maria Goretti, la venerazione verso i sacerdoti, soprattutto di noi passionisti, con i quali ha vissuto praticamente buona parte della sua vita, come collaboratore laico sono esempi di uomini di altri tempi, di grande elevatura umana e morale, di grande sensibilità. Pur non avendo avuto il dono dei figli era per tutti un padre e un nonno affettuoso, premuroso e generoso. Incontrarlo era una gioia per tutti, per il suo stile affabile, amabile e rispettoso di tutti. Una persona dal cuore grande e dalla sensibilità fuori dal comune. Sono vicino personalmente alla moglie Zia Antonietta, ai parenti e familiari più stretti, assicurando la mia preghiera di suffragio per Zi Marcuccio e di vicinanza spirituale per quanti soffrono di questa grave perdita per loro stessi e per gli altri”.

AIROLA (BN). DOMANI CONCLUSIONE DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA NELLA CHIESA DELLA CONCEZIONE

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AIROLA (BN). DOMANI LA CHIUSURA DEL NOVENARIO IN ONORE DELL’IMMACOLATA NELLA CHIESA DELLA CONCEZIONE

Si chiude domani con un doppio appuntamento religioso, il solenne novenario in onore della Madonna Immacolata, che, quest’anno,  per la prima volta, è stato predicato, dal 29 novembre all’8 dicembre 2014, dal noto missionario passionista, padre Antonio Rungi, già superiore provinciale dei passionisti della Campania, teologo morale, docente nei licei e giornalista. Un doppio appuntamento liturgico domani, solennità dell’Immacolata: alle ore 8,30 solenne concelebrazione eucaristica, presieduta da padre Antonio Rungi e concelebrata da don Liberato Maglione, parroco dell’Annunziata ed assistente spirituale della Congrega della Concezione, insieme a padre Pasquale Gravante, parroco di San Michele Arcangelo e Superiore dei Passionisti di Monteoliveto. Padre Rungi concluderà la predicazione che lo ha visto impegnato per 10 giorni nella sua città natia, tenendo le riflessioni alla  sera, durante la messa serale delle ore 18.30. Quest’anno c’è stata un’ampia partecipazione dei fedeli alla novena, nonostante il tempo inclemente, tra cui diversi giovani della città. La partecipazione più consistente è stata in occasione della messa presieduta dal Vescovo, monsignor Michele De Rosa, giovedì 3 dicembre 2014 e negli ultimo tre giorni della novena, durante i quali, come tutte le sere è stato padre Rungi a dettare la meditazione per i presenti che hanno seguito con vivo interesse e partecipazione alla celebrazione. Diversi gli iscritti della Congrega della Concezione, che sono 220 al momento, che hanno preso parte alla novena, animata dai canti delle scholae cantorum delle parrocchie di Airola e dei Convento dei Passionisti. A conferma che è ancora viva e sentita la devozione alla Madonna Immacolata che è stata ricordata e onorata, in questi 10 giorni, anche nelle altre chiese di Airola. Altro momento importantissimo della giornata di festa di domani, 8 dicembre 2014, è la processione che si svolgerà alle ore 15.00 circa, con la statua della Madonna Immacolata, per la zona del Borgo di Airola e che sarà guidata dal parroco don Liberato Maglione. Un’ora circa di peregrinatio della venerata immagine della Madonna Immacolata, che sarà portata in processione nei luoghi vicini alla Chiesa della Concezione, che, oggi, a distanza di 300 anni circa, costituisce il cardine della devozione mariana all’Immacolata nella cittadina della Valle Caudina. Merito soprattutto della Congrega della Concezione che ha conservato, in sintonia con i parroci dell’Annunziata, che si sono succeduti nel tempo, questo speciale culto alla Madre di Dio, esentata per singolare privilegio dal peccato originale, per cui Maria è stata proclamata, con un dogma di fede specifico, Immacolata. A conclusione della processione, sarà don Liberato a presiedere la messa di ringraziamento per il dono di questi giorni di spiritualità mariana che ha vissuto la cittadina di Airola, sotto la guida di padre Antonio Rungi, passionista, sacerdote nato in questa città e poi chiamato a seguire san Paolo della Croce, tra i passionisti, in varie parti d’Italia, come missionario e superiore provinciale. Ed è stato proprio padre Rungi “a volere ringraziare, nella persona del priore della Congrega, Pasquale Meccariello, tutto il sodalizio religioso e quanti si adoperano ogni anno per la buona riuscita della festa della Madonna Immacolata nella Chiesa della Concezione”.

 

Questa sera dalle 21,30 alle 22,30, la Veglia di preghiera in preparazione alla solennità dell’Immacolata, nella Chiesa della Concezione, guidata da padre Antonio Rungi, che ha concluso la veglia con la benedizione eucaristica.