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IL COMMENTO ALLA COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE 2014

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COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

DOMENICA 2 NOVEMBRE 2014

Cittadini del cielo

Commento di padre Antonio Rungi

Nella mente di ogni credente e cristiano il 2 novembre è giorno di lutto, sofferenza e pianto. Sarà anche per il fatto che in questa giornata ci ritroviamo tutti a pregare, nei cimiteri, sulle tombe dei nostri cari e quindi, si vuole o non si vuole, un senso di mestizia prende il nostro cuore e riviviamo la sofferenza della perdita delle persone care. Riviviamo, in altri termini il lutto, la separazione, il distacco. Si rinnovano i ricordi, i sensi di colpa, le cose fatte per i propri cari, le gioie donate e le sofferenze provocate. Si pensa, oltre quel momento, alla verità eternità. Un corpo giace nella terra o nei loculi e l’anima sta già, ce lo auguriamo per tutti, a godere il volto di Gesù. Questa speranza della gioia eterna e della risurrezione finale anche dei nostri miseri corpi, ci fa affrontare con animo diverso il mistero della morte. Non vorremmo morire mai, quando tutto va bene nella nostra vita; vorremmo affrettare l’incontro con il Signore, dopo la morte, quando soffriamo e le cose non vanno assolutamente bene; per cui siamo tristi ed angosciati come Gesù nell’orto del Getsemani che, vedendo la sua morte in croce imminente, si rivolge al Padre e chiede di far passare quel calice del dolore, anche se è totalmente disposto a fare la sua volontà. La morte e la morte in croce di Gesù dà significato alla morte di ogni uomo che viene e vive in questo mondo. Ma è soprattutto la risurrezione di Gesù a dare significato vero alla vita di ogni credente. Noi non finiamo con la morte e la morte non è l’ultima parola della nostra vita. C’è una vita oltre la vita che in questo giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, noi non possiamo assolutamente dimenticare. La coincidenza di quest’anno con la domenica, che è la Pasqua settimanale, aiuta ad inquadrare da un punto di vista liturgico e spirituale questa festa della tristezza che deve essere la festa della gioia, della speranza e della vera. Bellissime le parole che profeta Gioia scrive per indicare il tema della morte come via della speranza e non del dolore, la via della luce e della pace e non delle tenebre e della guerra. “Io so che il mio redentore è vivo  e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!  Dopo che questa mia pelle sarà strappata via,  senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Non siamo in questo mondo stranieri a Dio e non lo saremmo nell’eternità. Anzi la nostra vera patria sta propri lì e noi siamo cittadini per sempre in quello mondo che conoscere e godremo dopo la morte. Il profeta Isaia ce ne descrive la bellissima realtà in cui saremo immersi.In quel giorno, preparerà il Signore degli eserciti  per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli  e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,  l’ignominia del suo popolo  farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». Esultare, gioire e rallegrarsi in questo giorno in cui tutto parla di morte, perché ci attende una risurrezione finale per il bene e con tutti coloro che hanno fatto del bene secondo la logica di quel vangelo della carità che è la base di partenza del giudizio universale che Dio effettuerà alla fine dei tempi, quando tutto verrà trasformato in un nuovo mondo, in cieli nuovi e terra nuova, come ci ricorda san Giovanni nel testo dell’Apocalisse: “Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.  Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”. Di fronte a questa prospettiva di gioia, non bisogna aver paura della morte, ma pregare per i morti. Certo la vita di oggi con i tanti drammi quotidiani ci pone di fronte al tema della morte in modo violento e dirompente. Troppi omicidi, stragi, efferatezze di ogni genere, in tutto il mondo, che ci fanno capire quanto dobbiamo ancora lavorare per guardare alla vita e alla morte nel segno di Colui che è morto per noi sulla croce, è risorto e ci attende nel suo regno di luce.

Bella l’immagine del profeta Isaia che ci lascia una splendida descrizione di coloro che sono giusti e sono in cielo. Di fronte a tanti dubbi, ai tanti interrogativi sulla sorte futura dei nostri cari e di noi stessi, cosa e come vivono nell’aldilà, riflettiamo spesso su questo brano della scrittura: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.  Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro”. Tutto qui sta il grande mistero della morte, che pure ci fa paura. Fa paura ai piccoli, ai giovani ai grandi, agli anziani, ai sani e agli ammalati, perché l’attaccamento alla vita rientra nella natura dell’essere umano che vorrebbe essere felice per sempre, anche su questa terra. E la felicità, l’immortalità la conquistiamo vivendo il vangelo della carità ed attuando le beatitudini come stile di vita che apre il nostro avvenire al Dio vero e santo della nostra vita. Preghiamo allora in questo giorno santo per tutti i defunti, per i nostri cari, per le anime abbandonate e dimenticate, per i papi, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i fedeli laici, per quanti sono in attesa di incontrare il volto di Dio e che sono nella condizione di purificazione eterna. Per tutti loro preghiamo con le stesse parola della liturgia di oggi: “Dio onnipotente,  il tuo unico Figlio, nel mistero della Pasqua,

 è passato da questo mondo alla gloria del tuo regno;  concedi ai nostri fratelli defunti  di condividere il suo trionfo sulla morte  e di contemplare in eterno te, o Padre,  che li hai creati e redenti”. A questa preghiera aggiungiamo nel nostre personali preghiere per i nostri cari e per tutti i defunti, cogliendo l’occasione in questo giorno di riflettere sul senso della vita che è davvero un passaggio repentino per aprirli la strada dell’eternità. E diciamo:

 

Dio di infinita misericordia,

affidiamo alla tua immensa bontà

quanti hanno lasciato questo mondo per  l’eternità,

dove tu attendi l’intera umanità,

redenta dal sangue prezioso di Cristo, Tuo Figlio,

morto in riscatto per i nostri peccati.

 

Non guardare, Signore, alle tante povertà,

miserie e debolezze umane,

quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale,

per essere giudicati per la felicità o la condanna.

 

Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso,

che nasce dalla tenerezza del Tuo cuore,

e aiutaci a camminare sulla strada

di una completa purificazione.

 

Nessuno dei tuoi figli vada perduto

nel fuoco eterno inferno,

dove non ci può essere più pentimento,

ma solo patimenti per sempre.

 

Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari,

delle persone che sono morte

senza il conforto sacramentale,

o non hanno avuto modo di pentirsi

nemmeno al temine della loro vita.

 

Nessun abbia da temere di incontrare Te,

dopo il pellegrinaggio terreno,

nella speranza di essere accolto

nelle braccia della tua infinita misericordia.

 

Sorella morte corporale

ci trovi vigilanti nella preghiera

e carichi di ogni bene

fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza.

 

Signore, niente ci allontani da Te su questa terra,

ma tutto e tutti ci sostengano nell’ardente desiderio

di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen

 

 

 

LA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI – 1 NOVEMBRE 2014

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SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

SABATO 1 NOVEMBRE 2014

Una moltitudine di santi che ci insegnano la vita della santità

Commento di padre Antonio Rungi

Gli ultimi santi di questi mesi, quelli elevati agli onori degli altari e quindi da poter venerare, ci dicono quanto sia possibile a tutti raggiungere quella che è la meta e il traguardo più importante della nostra vita: il santo paradiso. Papi, Vescovi, sacerdoti, religiosi laici, di tutte le età, condizioni sociali, nazionalità fanno parte della schiera ufficiale dei santi riconosciuti. Nonostante il numero elevato, se fossero soltanto e semplicemente loro i santi, allora il paradiso sarebbe davvero molto vuoto ed anche triste. Invece i santi sono tutti quelli che anche la parola di Dio di questa solennità annuale con data fissa ci fa considerare ed anche pregare. Nella visione della Gerusalemme celeste, San Giovanni Evangelista ci descrive quella consolante realtà del cielo, dove tutti quanti aspiriamo ad arrivare, non senza fatica e dolore: “E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». I santi sono i salvati, coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore. Quel Signore, Gesù Cristo, morto sulla croce, che ha dato la sua vita per noi, proprio per riportarci all’amicizia eterna con Dio. E allora chi sono i santi? «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità è purificazione ed oblazione, è capacità di accettare la volontà di Dio e fare della sua volontà il proprio cibo spirituale. Santi, allora, non è soltanto Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e tutti i santi riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tutti coloro che si sono salvati, perché si sono purificati dalle loro macchie, dal peccato, da tutto che allontana il cuore dell’uomo da Dio. Santi sono e saranno su questa terra, quanti sono poveri in spirito, secondo quanto afferma Gesù nel celebre discorso della montagna che passa come le Beatitudini. Santi sono coloro che sono nella sofferenza di ogni genere e che accettano tutto per amore di Dio, salendo con Cristo il calvario del dolore, ma soprattutto dell’amore che si fa dono. Santi sono i miti che come il mite Agnello, Gesù Cristo, vanno alla morte senza proferire parole, si donano nel silenzio e nel sacrificio di ogni giorno. Santi sono quelli che lottano per la giustizia e la pace e che questi motivi vengono massacri ed uccisi. Santi sono coloro che sanno perdonare, anche di fronte alle offese, calunnie, infamie e maldicenze ricevute. Santi sono coloro che nutrono nel cuore alti valori morali, spirituali e sentimentali e che non vedono ombra di malizia e peccato in nessuna parte. Santi sono i pacifisti e pacificatori che credono e lottano per un modo in cui l’uomo sia all’uomo non un lupo, ma un agnello mansueto. Santi sono anche tutti coloro che da sempre ed oggi rischiano la loro vita per difendere i diritti dei poveri e degli ultimi. La sostanza del vangelo sta, infatti, in questa opzione preferenziale per i poveri e nessuno deve umiliarli o maltrattarli. Santi sono coloro che portano avanti nel mondo il pluralismo della fede, rivendicando giustamente il rispetto della fede cristiana. Quanti martiri anche oggi per questo motivo in varie parti del mondo.

La consapevolezza di essere in un posto speciale dell’immenso cuore di Dio Padre, noi possiamo di dire con l’Apostolo Giovanni di avere una identità che nessuno potrà mai toglierci e una verità assoluta che non può essere messa in discussione: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Figli di Dio e la che dopo la morte saremo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia. Il Paradiso dei santi a cui aspiriamo è guardare e contemplare in eterno il volto d’amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, il volto della Santissima Trinità, il volto più bello e perfetto che ha incarnato sulla terra il volto di Dio, Maria Santissima, che ci attende in paradiso. Pensare al paradiso non è, come qualcuno afferma, drogarsi nella vita, illudersi senza avere certezze di alcuni tipo. Pensare al paradiso è pensare all’essenza dell’uomo, che è stato fatto per la felicità con una identità poco meno inferiore degli angeli.  E’ avere una speranza che non delude, ma rende puri, come ricorda l’evangelista Giovanni nel testo della sua prima lettera: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Preghiamo tutti i nostri santi, i nostri protettori e in questo giorno di festa in cielo, sia anche festa in terra, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre nazioni, tra tutte le persone che amano Dio e l’uomo nella sincerità del loro cuore, per cui sono in festa, in quanto nell’amore c’è la gioia e la santità vera.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 26 OTTOBRE 2014

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

UN GESU’ SOTTO ESAME CONTINUO DA PARTE DEI FARISEI

Commento di padre Antonio Rungi

 

Anche nel Vangelo di oggi, XXX domenica del tempo ordinario, ci troviamo di fronte ad un Gesù che è sotto esame da parte dei farisei.

Domenica scorsa Gesù, nel Vangelo, viene interrogato se era lecito o meno pagare il tributo a Cesare, oggi viene interrogato sulla gerarchia dei comandamenti. Diciamolo con estrema franchezza, come d’altra parte si evince dal testo biblico, si tratta di una messa alla prova per avere di cosa accusarlo ed eliminarlo dalla scena religiosa e sociale del tempo.

Gesù dava fastidio ai potenti del tempo, perché il suo messaggio d’amore, di giustizia, pace, verità, legalità, fraternità, di opzione preferenziale per i poveri, gli emarginati, era in netto contrasto con chi deteneva il potere religioso e politico. Da qui la necessità di sentire, falsamente, l’opinione del maestro, ritenuto, solo apparentemente autorevole da chi questa autorità morale e religiosa a Gesù non l’avevano affatto riconosciuta.

Il tema quindi in gioco è l’importanza dei comandamenti e la loro struttura gerarchica. Potremmo dire che viene prima Dio e poi gli altri. Gesù, tuttavia, è preciso nella risposta e coniuga i due comandamenti nell’unico comandamento dell’amore e della carità.

In sintesi non si ama Dio, senza amare l’uomo, e non si ama l’umanità se non si ama Dio.

L’amore di Dio e l’amore del prossimo camminano di pari passo e nessuno può escludere una parte dell’unico comandamento a favore dell’altra.

Leggiamo il testo del vangelo con grande attenzione e meditiamo ogni parola ed espressione, mettendoci dalla parte dei provocatori o poi assumendo il ruolo di Gesù Maestro.

D’altra parte, anche noi a volte sfidiamo Dio con le nostre provocazioni, con le nostre contestazioni aperte. Ma Dio che comprende le nostre ribellioni, ci dice esattamente quello che ha detto attraverso la voce del suo Figlio, Gesù Cristo, quando viene interpellato sul tema della carità e dell’amore.

Ecco il testo completo del Vangelo di Matteo: “In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Come ben sappiamo questo testo biblico è un richiamo esplicito di quanto  è  già detto e sancito nella Legge e nei Profeti dell’Antico Testamento. Gesù conferma la struttura di rivelazione dell’amore di Dio effettuata nel corso dei secoli per bocca dei profeti e poi codificata nella legge d’Israele.

Nessun cambiamento radicale o sostanziale rispetto al passato, propone Gesù. E’ in gioco la modalità e la misura, ma non l’amore. Siamo, infatti, in una perfetta continuità con quanto già si sapeva circa la gerarchia dei comandamenti da osservare.

Dio va amato con tutto il cuore, le energie e senza limiti, senza misura e parimenti l’uomo va amato avendo come parametro e unità di misura il “se stesso”.

Se da un lato l’amore verso Dio deve caratterizzarsi come totale risposta dell’uomo a questo amore; dall’altro, l’amore verso i fratelli deve trovare un riscontro oggettivo nell’amore che normalmente una persona ha di se stesso. Non si tratta di egoismo, ma di avere un criterio per misurare il grado di amore verso gli altri. Amare se stessi, significa prendersi cura della propria persona, curarsi da tutti i punti di vista. Essere in poche parole samaritani di noi stessi e diventare samaritani per gli altri, in modo da sanare le ferite anche infette del cuore e dell’anima se ci sono nella nostra vita. Non bisogna aver paura di guardarsi dentro e scoprire le proprie fragilità al fine di ricominciare una vera vita di amore e di vero amore verso se stesso, verso gli altri e soprattutto verso Dio, che è amore.

Questo amore verso noi stessi e gli altri come si esplicita, come si concretizza? In poche parole, cosa dobbiamo fare per essere in regola con la legge antica e nuova? Ci viene in aiuto il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro dell’Esodo, dove sono esplicitate le regole morali e giuridiche che si devono seguire per non danneggiare il prossimo.

Leggiamolo questo brano: “Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

In sintesi, possiamo trovare delle norme sull’accoglienza dello straniero. E quanto sia attuale questa norma lo comprendiamo alla luce dei problemi dell’immigrazione presente in modo abnorme in Italia.

Il secondo problema è la questione delle vedove e degli orfani. Anche qui siamo su un piano non solo di assistenza sociale, ma soprattutto umana. Chi è senza marito e chi è orfano di uno o di entrambi i genitori deve avere la massica accoglienza nel cuore delle persone e nelle leggi di uno stato civile.

L’altro drammatico tema è quello dell’usura, molto ricorrente nel popolo d’Israele e oggi, nel nostro contesto sociale ed economico, di vera e propria piaga sociale ed emergenza sociale. Quante persone sono sotto usura illegalmente e quanto usura si fa anche legalmente chiedendo interessi altissimi quando le banche danno un prestito con i soldi dei risparmiatori. Tassi d’interesse minimi per i risparmiatori, tassi di interesse altissimi quando si fa credito. La crisi economica di oggi è anche questo, il sistema di usura legale ed illegale che spopola dovunque.

Ultimo tema è quello della restituzione del debito. Non bisogna tenere per sé le cose degli altri, soprattutto se è un salario frutto di onesto lavoro degli operai. Quante volte si ritardano i pagamenti per averne utili aziendali? Quante volte non si fanno scattare gli aumenti ai lavoratori per interessi dell’azienda o dell’economia di un paese?

Ecco i testi biblici ci pongono di fronte ai tanti problemi morali e sociali, ai quali dobbiamo rispondere con la giustizia, la solidarietà, la carità. Questa è la via maestra per vivere il comandamento dell’amore nell’oggi del mondo.

In conclusione, di fronte ai tanti mali del mondo, un atteggiamento è richiesto per cambiare le sorti di questa umanità, in perenne emergenza spirituale, umanitaria e sociale. Ci vuole la conversione del cuore, abbattendo gli idoli che ci allontanano dal Dio vero e santo. Ce lo ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Tessalonicesi. “Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene”.

Convertirsi al Dio dell’amore e della carità, senza finzioni o falsità, senza confondere il Dio vero, dagli idoli e dai falsi che l’uomo si costruisce di volta in volta per dare significato alla sua vita, privata del vero Dio.

Sia, allora, questa la nostra umile preghiera nella domenica dedicata all’amore e alla carità verso Dio e verso il prossimo: “O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita”. Amen.

 

Commento alla parola di Dio di padre Antonio Rungi – Domenica 19 ottobre 2014

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

19 OTTOBRE 2014

L’IPOCRISIA DEI FALSI GIUSTI

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXIX domenica del tempo ordinario mette davanti a noi il tema dell’ipocrisia. Una parola e soprattutto un atteggiamento di vita ben conosciuto da tutte le culture e ben sostenuto al tempo di Gesù dai farisei e da coloro che volevano apparire giusti e perfetti e che non lo erano affatto.

Gesù, nel testo del Vangelo di oggi, cogliendo l’occasione proprio da parte di coloro che gli vengono a chiedere una sua opinione e un suo parere se era giusto o meno pagare le tasse, egli sottolinea l’importanza di essere onesti nel campo morale e religioso, ma anche nel campo sociale, economico e politico.

I farisei e gli erodiani, due gruppi per nulla credibili ed attendibili da un punto di vista morale, di fronte alla risposta saggia ed oculata del maestro devono prendere atto della loro superficialità e della loro inconsistenza.

Solo parole e solo pesi per gli altri, ma loro non erano capaci di muovere un dito neppure per il bene della comunità. Figuriamoci se erano propensi a pagare tasse e decime ai chi riscuoteva le tasse nel nome del popolo romano e di Cesare. Volevano che fossero gli altri a farlo, ma loro no. I primi evasori fiscali li troviamo proprio in questo periodo. Gesù invece vuole che tutti osservino le leggi e paghino il dovuto allo Stato nella speranza che venga utilizzato per il bene della comunità. Leggiamo il brano del Vangelo di Matteo che risulta essere di grande attualità anche nei comportamenti di molti, soprattutto nella politica, nell’economia e nel sociale: “In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.  Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il messaggio di questo brano è chiaro. Bisogna uscire dall’ambiguità, dalla settorializzazione delle questioni. Ogni problema economico e sociale è anche un problema morale e religioso.

Le regole sono precise: dare a Dio ciò che spetta al Dio come culto e rispetto della religione e dare allo Stato ciò che spetta allo Stato senza commistioni di ruoli, ma in sintonia nel cercare il vero, il bene e l’utile per tutti.

Perciò giustamente i messi dei farisei e degli erodiani mettono subito in chiaro la posizione di Gesù Maestro che è veritiero ed insegna la verità secondo Dio, ma il loro intento era di farlo cadere in qualche contraddizione per trovare il modo di accusarlo di operare contro i romani. Ma Gesù risponde nella verità e alla luce della giustizia sociale. Migliore insegnamento non potevano avere da quel Maestro, che li taccia di malizia ed ipocrisia.

Quanto sia attuale questo argomento anche nel mondo della chiesa e di quanti si professano cristiani nel sociale e nella politica, lo comprendiamo alla luce del magistero di Papa Francesco che su questo argomento è tornato spesso nei suoi discorsi, omelie e catechesi. L’ipocrisia è il linguaggio proprio della corruzione, egli afferma. I cristiani non debbono usare “un linguaggio socialmente educato”,  incline “all’ipocrisia”, ma farsi portavoce della “verità del Vangelo con la stessa trasparenza dei bambini”. I farisei che si avvicinano a Gesù tanto amabilmente, sono gli stessi che nel giovedì santo andranno a prenderlo nell’Orto degli Ulivi, e il venerdì lo trascineranno davanti a Pilato. I farisei si rivolgono a Gesù «con parole morbide, con parole belle, con parole troppo zuccherate», «cercano di mostrarsi amici». Ma è tutto falso. Questi non amano la verità ma soltanto se stessi, e così cercano di ingannare, di coinvolgere l’altro nella loro menzogna, nella loro bugia. Loro hanno il cuore bugiardo, non possono dire la verità. È proprio il linguaggio della corruzione, l’ipocrisia. L’ipocrisia non è un linguaggio di verità, perché la verità mai va da sola. Mai! Va sempre con l’amore! Non c’è verità senza amore. L’amore è la prima verità. Se non c’è amore, non c’è verità. Questi vogliono una verità schiava dei propri interessi. C’è un amore in loro, possiamo dire: ma è l’amore di se stessi, l’amore a se stessi. Quell’idolatria narcisista che li porta a tradire gli altri, li porta agli abusi di fiducia».  Verità, giustizia, amore, rispetto delle regole vanno di pari passi nella vita di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà.

Nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Isaia, ascoltiamo queste parole di speranze rivolte al popolo santo di Dio e che diventano le nostre parole e la nostra speranza nell’oggi della Chiesa: “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo,  ebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Da una parte un Dio che ama e dall’altra un popolo indifferente a questo amore, distratto e preso da altri pensieri ed interessi che non sono quelli del Signore. Quanto cammino c’è da compiere anche oggi nella chiesa per far sì che la fede Dio sia davvero al centro della nostra vita e delle nostre azioni.

Cosa che Paolo invece ha compreso perfettamente, dopo la conversione, impegnandosi a vivere secondo quanto egli stesso afferma nel brano della seconda lettura della liturgia di oggi, tratta dalla lettera ai Tessalonicesi: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.

Un altro Paolo, della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi celebriamo la festa liturgica, a distanza di 1700 anni comprese perfettamente come bisogna vivere e quali scelte radicali per il Signore si dovevano fare per essere in pace con se stesso, con Dio e con gli altri: la scelta del donarsi per amore, del distacco da ogni cosa per servire la causa del vangelo e la causa dei poveri.

Sia questa la nostra sincera ed umile preghiera in questo giorno di festa per tutti e specialmente per i Passionisti che oggi ricordano il loro santo Fondatore, San Paolo della Croce: O Padre, a te obbedisce ogni creatura nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini; fa’ che nessuno di noi abusi del suo potere,  ma ogni autorità serva al bene di tutti, secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio,  e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio”.

Il Commento dalla parola di Dio di Domenica XXVIII- 12 ottobre 2014

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 12 OTTOBRE 2014 

LA FESTA DELLE NOZZE ETERNE E GLI INVITATI DEL REGNO 

Commento alla Parola di Dio di padre Antonio Rungi. 

Anche in questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci viene presentata, nel testo del Vangelo, un’altra parabola sul Regno di Dio. E’ parabola della festa delle nozze, alla quale sono invitati tutti, ma tutti erano degni di parteciparvi. Alla fine la selezione tra i degni e gli indegni viene automaticamente, senza intervento da parte del Signore che ha predisposto ogni cosa per degnamente svolgere questa speciale festa in occasione delle nozze del suo Figlio.  Leggiamo con attenzione il brano del Vangelo di Matteo: “In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:  «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Come è facile intuire, in questo brano evangelico c’è un forte appello da parte di Gesù a che i suoi discepoli, convinti della loro scelta di vita, possano sperimentare la gioia della misericordia. Nessuno è escluso dal Regno dei cieli, tutti sono chiamati ed invitati a farne parte con una degna condotta di vita e di moralità. Non è un semplice atto di adesione, la questione dell’appartenenza al Regno di Dio, non è la stessa cosa di un tesseramento ad un partito politico o ad un’ associazione benefica o di volontariato, ma investe tutta la persona, anima e corpo, per far funzionare tutto l’assetto della persona e dello stesso corpo ecclesiale. Bisogna avere quella veste bianca dell’innocenza, della purificazione di propri errori e di un inizio di vita nuova. Quella veste bianca è simboleggiata dall’innocenza battesimale. Nel momento in cui riceviamo questo sacramento, da piccoli o da grandi, la nostra anima e la nostra persona è resa pura, perché viene rimosso il peccato originale e noi siamo nella piena grazia di Dio. Questa veste bianca, come molti esegeti dicono, e che nel vangelo di oggi è messa in evidenza, non è l’unica possibilità per entrare nel Regno di Dio. Una volta si sottolineava che al di fuori della chiesa non ci fosse salvezza. Dopo il Concilio Vaticano II si è voluto anche evidenziare che la salvezza che Cristo è venuto a portare sulla terra è per tutti. Gesù sulla croce non è morto per un gruppi limitato di esseri umani che aderiscono alla sua religione, ma è morto per tutti. Coloro che senza loro colpa non conoscono Cristo nella loro vita, ma che vivono da cristiani naturalmente avranno la stessa possibilità di salvarsi di quanti questo dono della fede l’hanno ricevuto da piccoli e in un contesto religioso evidentemente cristiano. Noi che siamo venuti alla fede da piccoli abbiamo una maggiore responsabilità nel confronti del Regno di Dio che va accolto, ma anche fatto conoscere e diffuso.

Aperto alla gioia e alla speranza è il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Isaia, nel quale sono forti gli accenti del dolore, della sofferenza e dell’amore, che ci si imbatte in un testo di estrema attualità e quindi di estremo bisogno di amare e di essere amati. “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Tutti sono chiamati alla gioia dell’incontro  con Cristo in questa vita e soprattutto nell’eternità. Il banchetto di cui parla Isaia nel brano di oggi, non è altro che questo. E sappiamo con la certezza della fede che in quella nuova realtà futura non ci sarà né pianto, né dolore e né morto, perché tutto è gioia e tutta è vita, perché il Dio in cui crediamo è il Dio della vita e non della morte, è il Dio della gioia e non del dolore, anche se in Cristo ha scelto la via della croce per salvarci, la via cioè dell’amore che si fa dono fino a offrire per l’uomo la stessa sua vita.

In questa prospettiva soteriologica e cristologica possiamo leggere l’incoraggiante brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo ai Filippesi, che come, è ben noto, è incentrata su Cristo redentore, sul Cristo Salvatore, sul Cristo crocifisso e morto per noi, per capire quale strada percorrere per essere felici in questo mondo e per l’eternità. Tutto Paolo può in Cristo, noi tutto possiamo in Colui che è la nostra redenzione e salvezza. Tutto possiamo in Gesù e con Gesù e senza di Lui non possiamo fare nulla, assolutamente nulla. Abbandonarsi in Dio è quindi la strada maestra per la vera felicità della persona credente. Ascoltiamo questo breve ma toccante brano dell’epistolario del grande apostolo delle genti: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Vogliamo concludere queste brevi riflessioni sulla parola di Dio di questa domenica XXVIII del tempo ordinario dell’anno liturgico, con la preghiera iniziale della santa assemblea, convocata oggi, nel giorno di festa, la domenica, giorno del Signore con questa preghiera: “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale”.  Per quanto ci è possibile, mettiamo tutta la nostra buona volontà per conservare bianca quella veste della santità che ci è stata consegnata nel giorno del battesimo. Nessuno di noi renda nera una veste bianca di Cristo e nessuno la imbratti con peccati e crimini indegni di ogni cristiano che ami veramente Dio, la Chiesa e l’umanità, perché c’è il rischio della dannazione e della perdizione eterna come ci ricorda il versetto finale del vangelo di oggi, che condanna definitivamente chi si è presentato al banchetto della vita senza la recuperata innocenza che passa attraverso la conversione, il pentimento e la penitenza. Infatti  cosa fece il Signore per chi non aveva agito bene? “Il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Signore liberaci dalla dannazione eterna e dall’inferno, ben convinti che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.

Il commento alla Parola di Dio di Domenica 21 settembre 2014

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014

 

I PRIMI E GLI ULTIMI NELLA VIGNA DEL SIGNORE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio, oggi, in base ai testi che leggiamo, ci mette in crisi da un punto di vista umano e secondo la logica degli esseri umani che valutano le cose in ragione alla quantità e non alla qualità, all’efficienza e alla produttività e non alla logica della passione e dell’amore. Il Vangelo di oggi, in particolare, circa la chiamata degli operai nella vigna del Signore, a qualsiasi ora del giorno, e che alla fine ricevono la stessa ricompensa da parte del padrone, sembra minare il diritto del lavoro, del merito, e della giustizia sociale. Potremmo dire che in questo caso il padrone è ingiusto, quando ingiusto non lo è affatto, perché non viene meno ai suoi patti con i primi e si sente generoso nel dare la stessa ricompensa agli ultimi. Ma qui non sono in gioco gli interessi umani, qui è al centro dell’insegnamento di Cristo la passione per la diffusione del suo Regno e diciamolo, pure, anche la conquista della salvezza eterna. Perché si tratta di conquistare un premio, anzi di avere un riconoscimento in base al lavoro che si è prodotto personalmente n vista di questo importante traguardo della vita. Forse alla fine, chi è stato chiamato per primo ed aveva davanti a sé tanto tempo per lavorare non ha fatto più di tanto, cullandosi sulla sua condizione di lavoratore assunto dalla prima ora. E’ quello che capita anche nella vita, chi ha una sicurezza economica, chi ha un lavoro stabile e sicuro e che è impegnato in tale settore da sempre, può lasciarsi andare e godersi di quanto già dato. Poi magari arriva la crisi ed anche chi stava apparentemente al sicuro incomincia a traballare ed avere paura. Chi arriva all’ultimo momento, sarà per l’entusiasmo, sarà per aver realizzato una sua aspettativa di vita è più generoso nel servizio, più entusiasta e più innovativo. I primi e gli ultimi a volte entrano in conflitto anche in tanti ambiti ecclesiali, parrocchiali, religiosi, umani. Subentra una gelosia, si fa spazio la concorrenza il predominio del tempo e di conseguenza si entra in lotta e si va a controllare anche i risultati delle proprie prestazioni. Ecco la mentalità di chi, dei lavoratori della vigna del Signore, che ci vengono presentati oggi nel testo del Vangelo e che sono stati i primi a contrattare con il datore di lavoro, ad un certo punto quando ricevono al paga contestano l’operato di quel signore che ha voluto dare la stessa paga agli ultimi arrivati. Come dire che io sono stato il primo a rispondere, o Dio, alla tua chiamata, per cui debba essere il privilegiato. Io entrare ed avere diritto ad entrare nel tuo regno e gli altri, quelli che si sono aggiunti lungo la strada non farne parte o al limite attendere per entrarci. Ma il Signore è venuto sulla terra a salvare tutti e a tutti i momenti della vita e della storia. I primi sono come gli ultimi perché nel cuore di Dio e nel suo infinito amore misericordioso c’è solo una grande speranza, che tutti i suoi figli si salvino e raggiungano la felicità. Certo per chi ha lavorato tanto nella vigna del Signore ha potuto gustare anche il servizio che ha espletato per amore nel tempo abbastanza lungo della vita. Chi ha per una serie di circostanze è entrato in questo regno più tardi non deve essere penalizzato, soprattutto se non è stata colpa sua non aderirvi subito. Tempo fa un giovane mi raccontava questa sua esperienza personale. “Padre, mi disse, fino a qualche giorno fa, ero credente, frequentavo i sacramenti regolarmente, ero appassionato della religione cattolica. Ad un certo punto sono diventato ateo. E vi spiego anche il perché. I miei genitori si sono separati e poi hanno divorziato. Erano entrambi cattolici, parlano a noi loro figli di amore, tolleranza, accettazione, sacrifici. Si erano anche sposati in chiesa. Poi, non so per quali motivi, hanno lasciato la strada del matrimonio ed ognuno si è fatto la sua vita.  Noi figli non abbiamo avuto nessuna considerazione nelle loro decisioni. Solo il giudice ha dovuto stabilire con sentenza cosa dovevano fare per noi, i tempi i assegnazione all’uno e all’altra. Ecco Padre la mia crisi di fede è nata da qui. Io ero stato chiamato da piccolo alla fede. Battezzato, Prima Comunione, ministrante nella parrocchia, campi scuola, di tutto e di più, frequenza sistematica della messa. Insomma un santo in miniatura. E tale mi sentivo nel cuore, perché allora i miei genitori erano uniti (forse solo apparentemente) e noi respiravano il clima dell’amore e la fede, la pratica religiosa era un fatto naturale. L’amore ti porta ad operare ed anche la fede diventa più praticabile. Da primo sono diventato ultimo almeno in questo campo. Ora con il suo aiuto voglio recuperare e ritornare alla fede, non a quella fede apparente dei miei genitori, ma alla fede vera e convinta che voglio costruire sulle macerie della mia vita”. Quel giovane oggi è ritornato alla fede e si è sposato anche in chiesa con matrimonio cattolico e vive felicemente con la sua sposa la vita coniugale avendo avuto anche il dono di tre figli che cura con amore e gioia cristiana.

Questo racconto si intona perfettamente con il brano del Vangelo di Matteo di oggi, che è necessario leggere nella prospettiva non solo della vita terrena, ma soprattutto eterna. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

C’è il rischio di sentirsi al sicuro nel Regno futuro perché abbiamo creduto per primi. Ma come è stata la nostra fede, come l’abbiamo vissuta? Forse all’acqua di rosa, annacquata, come spesso ricorda Papa Francesco nelle sue sistematiche meditazioni quotidiane, nelle udienze generali e nei discorsi ufficiali. Proprio perché siamo venuti per prima alla fede, non dobbiamo essere gelosi e invidiosi, anzi dobbiamo sforzarci a far si che altri fratelli sentano l’attrattiva del Regno di Dio anche all’ultimo momento della loro vita. Il premio eterno, il santo paradiso non è una garanzia solo di chi è entrato nel cammino della fede da piccolo, ma per tutti e non è riservato solo a chi è cristiano, cattolico, ma per tutti. La salvezza il Signore l’ha portato per tutti gli uomini della terra e nessuno può essere pregiudizialmente escluso da questa verità assoluta. Certo è meraviglioso poter lavorare nella vigna del Signore fin dal mattino della nostra vita; ma non sempre questo avviene in tante persone, perché alla fede e poi alla testimonianza e alla missione vi sono giunti in tempi successivi, forse a metà della loro vita e spesso anche alla fine della vita. Per tutti Dio è misericordioso e dona il premio in maniera inaspettata e sorprendente. Quanti doni dal cielo ci giungono senza saperli riconoscere e soprattutto senza saper dire grazie a Colui che ci dona ogni cosa! Facciamo nostro il monito del profeta Isaia, che accogliamo nel testo della prima lettura della liturgia della parola di questa domenica. “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Forte richiamo alla conversione della mente e del cuore nella logica di Dio, che ha altri pensieri e progetti e non coincidono affatto con il nostro modo di pensare e sperare. Chi conosce il pensiero di Dio, chi è proiettato verso il mondo della felicità, si lascia andare in un discorso che Paolo Apostolo fa, con semplicità, nel brano della seconda lettura di oggi. Egli scrive ai cristiani di Filippi: “Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Chi ha ricevuto una chiamata da Dio, come gli operai del Vangelo, chi ha ricevuto soprattutto una speciale vocazione al servizio di Cristo e della Chiesa si deve comportare in modo degno del Vangelo. Quanta ipocrisia, falsità, menzogna, quanti farisei, quanta apparenza, quanta fiction nella vita di tanti cristiani. Mi sembra che stiamo a recitare una parte, sul palcoscenico di quel teatro della vita, dove tutti vogliono essere i primi attori, senza neppure averne le doti e le qualità, dove si rivendica il ruolo della primazia e della superiorità, disprezzando gli ultimi, quelli che con grande umiltà si sforzati, nonostante le loro debolezze e fragilità di essere fedeli alla parola data a Dio e agli altri. Ecco perché alla fine di queste riflessioni possiamo rivolgerci a Dio con questa preghiera, la colletta della messa di questa domenica XXV del tempo ordinario: O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Convinti più che mai chebuono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”. Amen. 

IL COMMENTO DI P.ANTONIO RUNGI ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 31 AGOSTO 2014

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

“PENSARE SECONDO DIO..E’ INNAMORARSI DEL CROCIFISSO” 

Commento alla parola di Dio di padre Antonio Rungi 

La XXII domenica del tempo ordinario, nel testo del vangelo ci riporta un nuovo dialogo ed incontro di Gesù con Pietro. Ma, in questo, caso, si tratta di un incontro di chiarimento della concezione sul modo di pensare di Pietro circa la persona e la missione di Cristo. Se nella confessione di Cesarea di Filippi, Pietro riconosce Gesù come Figlio di Dio, qui Pietro non riesce ad entrare nel grande mistero del Cristo Crocifisso e Redentore, che passa attraverso la passione e il dolore. Non riesce ad accettare la croce, né a capire il senso più vero del soffrire e del patire nell’ottica di Cristo Crocifisso. 

Il testo del Vangelo che oggi ascoltiamo ci dice esattamente la consistenza di questa rivelazione che Gesù fa di se stesso, proprio a coloro, i discepoli ed Pietro in particolare, che, meglio di ogni altro, dovrebbe riconoscere in Lui il vero Salvatore e i l’atteso Messia, non potente nelle cose della terra, ma potente nelle cose del cielo. Invece, quanta fatica costa a Pietro accettare un Messia sofferente ed accettare la croce, come via preferenziale per seguire Gesù. Proprio in questi giorni, nel ministero della confessione, mi ritrovo davanti a delle persone di ogni condizione sociale, che sono state toccate dalla perdita di persone care, soprattutto di figli giovani e bravi, ma anche toccate dalle varie malattie, soprattutto quella più terribile e ricorrente che è il tumore o il male oscuro della depressione. Quanto è difficile anche per un sacerdote dare parole di conforto e di speranza alle persone che vivono queste sofferenze indicibili da un punto di vista umano. L’unico e costante richiamo che faccio a me stesso e agli altri, nel momento della prova e del dolore, è alzare la testa e guardare la croce e chi su quella croce è stato inchiodato dall’odio e dalla cattiveria umana: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che passò tra la gente facendo solo il bene.  

Ecco la Croce e soprattutto il Crocifisso è l’albero della nostra vittoria contro ogni tentazione ad azzerare nel nostro pensiero e nella nostra vita. Meditare su questo brano del Vangelo, che, a mio modesto avviso, è uno dei più belli e significativi di tutto il messaggio cristiano, come sacerdote passionista vi invito a farlo, personalmente, non solo oggi, in questo giorno di festa che è la domenica, ma sempre, soprattutto nei momenti difficili della nostra vita e, spesso, sono tanti e ricorrenti perché non si vide la via d’uscita. Quella via è indicata dalla Via Crucis, dalla via del Calvario che prima o poi tutti i veri cristiani sono chiamati a percorrere, seguendo il nostro maestro.  Matteo, nel descrivere con dovizia di particolari questo dialogo tra Gesù e suoi apostoli, ci offre in questo brano una meditazione sul mistero di Gesù Crocifisso, che dobbiamo saper valorizzare per la nostra crescita spirituale: “In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Pensare secondo Dio è pensare nell’ottica della Croce, come amore ed oblazione. E la vera sequela di Gesù passa attraverso questa adesione e risposta d’amore a lui. Possiamo guadagnare ed avere tutto in questo (e molti per la verità ce l’hanno pure), ma a nulla serve possedere delle cose, se poi non si possiede la vera ricchezza che è Cristo e l’amore. Facciamo nostro questo appello ed invito di Gesù: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”.

Guadagniamo davvero le cose che contano per sempre e non quelle che contano per un tempo, quel tempo della vita terrena che non è tutto. Lasciamoci sedurre dalle cose di Dio e non da quelle della carne e degli uomini, come ci ricorda la prima lettura della liturgia di oggi, tratta dal profeta Geremia:Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;  mi hai fatto violenza e hai prevalso”. E chi si lascia prendere il cuore e la vita da Dio ha una grande missione nel mondo da compiere: “Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”.

Avere l’ardore missionario, non per denunciare, ma per testimoniare con la propria vita l’amore verso Dio, la verità, l’onesta, la giustizia, la pace, la rettitudine del cuore e della vita.

Noi vogliamo essere sulla linea che Paolo Apostolo ha tracciato, da un punto di vista morale e dottrinale, nella bellissima lettera ai Romani: “Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Non ci vogliamo conformare alla mentalità del mondo, di un mondo di oggi specialmente, in certe realtà culturali, sociali, politiche, economiche corrotto al massimo. E come spesso ci ricorda Papa Francesco che “è tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio. E, passo dopo passo, finiscono per convincersi che dovevano uccidere Gesù, e uno di loro ha detto: “E’ meglio che un uomo muoia per il popolo”.

Sia questo il nostro sincero atteggiamento di cristiano e la nostra autentica preghiera in questa giornata di festa domenicale e per il resto della nostra vita: “Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce sulle orme di Cristo, nostra speranza”. Amen.

Mondragone (Ce). Cenacolo di preghiera per la pace nel mondo

03-Eucarestia-Ostie-grano 05-Nozze_Cana-2 1375021_10202108392102514_375471257_n Adorazione eucaristica4 anno-eucaristia BentoXVI-51-11052007 Bitto-1470  coronagesueucaristia12 corpus-domini1 Eucarestia eucarestia10 eucaristia eucaristia eucaristia_08 eucaristia2 eucaristia3 eucaristia5 eucaristia6 eucaristia7 Eucaristia8 eucaristia13 eucaristia15 Eucaristia17 eucaristia018 eucaristia19 Eucaristia20 eucaristia21 Eucaristia22 eucaristia30 Eucaristia33 EucaristiaBig eucaristia-eucharist16 eucharist11 gesc3b9-eucaristia-7 GesEucaristia31 GPii-Eucaristia GraciasXCompartir_Eucaristia_33 imagens-imagens-da-eucaristia-30aa77 images6ZOGVP0J imagesFV6Y3QP5 imagesFV7B18H1 imagesM7U9EZ2I imagesP05VK4AP imagesPK4GH6LH imagesRCDBC8W4 imagesREHZ0LGN imagesRO245QQ9  padrerungi2 roseu23  topic untitled

Mondragone (Ce). Con le suore e tra i turisti e villeggianti si prega per la pace in Medioriente. 

di Antonio Rungi 

Un cenacolo di preghiera speciale a conclusione del mese di luglio, si svolgerà domani sera, 31 luglio nella chiesa delle Suore di Gesù Redentore, Istituto Stella Maris di Mondragone, per pregare per la pace in Medioriente in altre parti del mondo, in sintonia con Papa Francesco, che proprio sabato scorso ha sorvolato in elicottero questa zona, prima di atterra a Caserta. La singolarità di questa iniziativa estiva promossa dalle Suore della Stella Maris che a pregare con loro e con il gruppo di animazione saranno gli ospiti della struttura ed i villeggianti che si trovano in questi giorni luogo la costiera domiziana. La veglia di preghiera inizierà alle ore 21-00 e si concluderà alle ore 24.00, seguendo uno schema di preghiera e di adorazione personale e comunitaria davanti a Gesù Sacramentato che sarà esposto solennemente nella chiesa delle Suore, che si trova a 10 metri dal mare. Il tema di questo incontro di preghiera è la riconciliazione e i testi su cui rifletteranno i fedeli, guidati dalle suore e dall’assistente spirituale dell’Istituto Stella Maris di Mondragone, saranno il Vangelo di Giovanni  (15,12-17) e il testo della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (8,28-39). Il testo evangelico è incentrato sull’amore e sul perdono, sull’accoglienza reciproca nel nome di Cristo e di Dio Padre. Chiedere amore con la preghiera, chiedere pace per il Medioriente in particolare e per tutti i focolai di guerra attualmente in essere, sarà il motivo di ritrovarsi insieme intorno all’eucaristia per quanti sono anche in ferie e godono di un periodo di serenità e pace, lontani da queste crisi belliche che interessano la terra di Gesù e di Maria. Ecco il brano del Vangelo oggetto di riflessione di Lectio divina durante il cenacolo di preghiera di domani sera. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Il testo sarà preceduto dal brano della lettera ai Romani, in cui l’Apostolo Paolo non si scoraggia di fronte a nessuna prova della vita ed invita a fare altrettanto i cristiani di Roma, perché nulla potrà separare coloro che amano Dio dall’amore suo e dall’amore reciproco, fino al perdono e alla riconciliazione, nonostante la spada, la tribolazione e la sofferenza di ogni genere. Ecco il brano della lettura: “

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

31Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”.

La potenza della preghiera è ben conosciuta dalla comunità cristiana. Chiede e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto. Con questo spirito di richiesta di pace, i fedeli, i villeggianti, i turisti si ritroveranno a pregare per la pace in ogni angolo della terra e soprattutto nella terra di Gesù. E lo faranno a Mondragone con le Suore e dalle Suore di Gesù Redentore che hanno come carisma di fondazione: adorazione, riparazione e riconciliazione, secondo gli insegnamenti della loro fondatrice, Madre Victorine Le Dieu, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’adorazione eucaristica perpetua, iniziata nella sua casa paterna ad Avranches in Francia.

IL COMMENTO PER LA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

20 LUGLIO 2014 

Non vogliamo essere zizzania, ma grano che fa sorride la terra 

di padre Antonio Rungi 

La XVI del tempo ordinario dell’anno liturgico ci propone come meditazione un’altra parabola di Gesù, in continuazione di quella di domenica scorsa, su seminatore che uscì a seminare e la risposta della terra fu diversa, in base dove la semente era stata gettata. In questa parabola entra in gioco un’erba cattiva, che qui è indicata come zizzania che cresce e si sviluppa insieme al buon grano. Certo non è il buon seminatore che semina l’erba distruttiva, ma il nemico acerrimo di questo speciale seminatore che è Dio e che trova nell’anti-Dio, in satana, il suo oppositore, perché quel campo della gioia e della pace non sia armonioso e non sia sereno. L’erba cattiva seminata a tutte le ore della storia e della vita dell’umanità ha permesso, purtroppo che il lavoro del buon seminatore incontrasse ostacoli e non raggiungesse il vertice della produzione dell’amore, della carità, della gioia e della vita. Facendo tesoro di questa lezione di vita che ci viene dal Signore, mediante un dialogo sincero ed aperto con i suoi discepoli, noi vogliamo essere il buon grano ed estirpare dalla nostra mente, dal nostro cuore e soprattutto dalla vita. Estirpare dalle nostre relazioni umane ed ecclesiali ogni piccolo germe di erba cattiva, che può danneggiare tutto il raccolto.

Il giudizio di Dio che incombe su ogni uomo e su tutta l’umanità, quando il grano sarà separato dalla zizzania e questo avrà accesso ad essere accolto nei granai di Dio, che tradotti in termini spirituali e teologici, è il santo Paradiso, ci deve far riflettere seriamente su come abbiamo strutturato la nostra vita nel corso di questa esistenza terrena che stiamo vivendo. Non possiamo dimenticare che abbiamo un grande appuntamento con la nostra storia terrena ed eterna e questo è il giudizio personale e quello finale di Dio. Bisogna, certamente, confidare nella misericordia infinita di Dio, ma è doveroso anche lavorare perché questa misericordia possa realizzarsi nel tempo che il Signore ci ha donato mediante una sincera conversione della nostra vita all’amore, alla pace, alla riconciliazione, al bene per sempre.

Il regno di Dio a cui fa riferimento il vangelo di oggi, con tre parabole dello stesso tono e con lo stesso intento che il Signore vuole far risaltare, non può essere bloccato nella su diffusione, nella sua radicazione e nel suo potenziamento nella storia dell’uomo per qualsiasi ostacolo che viene dal di fuori o dal di dentro dello stesso campo, che la chiesa e la comunità dei credenti. Deve andare avanti nel cammino della storia, interpretando i segni dei tempi e mettendo argine al male che è presente fuori e dentro la chiesa. Il granellino di senape, diventerà un albero robusto e resisterà a tutte le intemperie e tempeste della storia, come, d’altra parte, stiamo vivendo in questo nostro tempo, con tante difficoltà all’interno e al di fuori della chiesa e soprattutto nel mondo. Anche la parabola del lievito che fa crescere la pasta è indicativa per comprendere il ruolo che ogni battezzato ha all’interno della comunità dei credenti. Ognuno di noi si deve fare artefice di crescita spirituale e morale e mai essere strumento per bloccare qualsiasi avanzamento giusto e santo nella chiesa e nella società. Essere lievito, nell’ottica di Cristo, significa farsi promotore di crescita vera di tutto il popolo santo di Dio. Chi ostacola questa crescita è colui che è motivo di scandalo nella chiesa. Ed oggi sono tanti i motivi per ripensare anche certi ruoli, uffici e ministeri che siano lievito per la chiesa e crescita vera di essa e non motivi per dare scandalo e per buttare ulteriore fango sul popolo santo di Dio, che è anche composta da persone oneste e rette, che vivono santamente e fedelmente la loro fede e la loro scelta di vita. Sugli scandali che offendono la bellezza e la grandezza di Dio, della chiesa e la santità di essa non c’è tolleranza alcuna. Nel giudizio finale peseranno molto per separare il positivo dal negativo, partendo dai vertici fino ad arrivare alla base del popolo santo di Dio. La Chiesa ha bisogno di santi e non di scandali e la società ha bisogno di pace e non di guerre o conflitti di ogni genere.

Per potere raggiungere questi ideali di vita cristiana è urgente per tutti entrare nella dinamica spirituale che porta a dare importanza alle cose di Dio e non a quelle della terra e del mondo. L’apostolo Paolo ci ricorda, infatti, nel brano della seconda lettura di oggi tratta dalla sua lettera ai Romani che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non sappiamo infatti come in modo conveniente..Egli scruta i pensieri e i desideri del nostro cuore e se ci lasciamo condurre da lui porta a compimento il bene che aspiriamo a raggiungere.

Nella piena consapevolezza che nonostante i nostri limiti umani e le nostre debolezze, Dio non ci fa mancare il suo sostegno e il suo aiuta e ci concede la sua infinita misericordia, vogliamo con profonda gratitudine a Dio rivolgerci a Lui con le parole della libro della Sapienza, che oggi ci accompagna nel cammino dell’ascolto del Dio che ci parla, con queste espressioni di fiducia e speranza il Lui: Signore con il tuo modo di operare nei confronti dell’umanità hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e ce hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Chiediamo perdono oggi nella celebrazione dell’eucaristia, che è agape fraterna intorno alla mensa del corpo e sangue di Cristo dei nostri peccati, dei nostri scandali, della nostra miseria umana ed impegniamoci ad essere coerenti con la nostra fede battesimale. Quella fede battesimale, mediante la quale ci siamo impegnati a rinunciare a Satana e a tutte le sue opere e a credere nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica, nella quale viviamo e speriamo di morire in piena comunione, diventando noi stessi strumenti di diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, come oggi preghiamo umilmente nella colletta: “Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà risplendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

Commento alla parola di Dio di domenica 6 luglio 2014

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DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO

Andare, prendere e imparare da Cristo

padre Antonio Rungi

Dopo un lungo periodo di feste e ricorrenze speciali, oggi, si ritorna alla liturgia delle domeniche del tempo ordinario. Celebriamo, infatti, oggi, la XIV domenica del tempo ordinario. Al centro della liturgia della parola di Dio di oggi il tema dell’umiltà e della semplicità della vita che tutti dobbiam…o attingere dal nostro modello che è Cristo. Nel Vangelo di oggi sentiamo parole di grande sostegno e conforto morale e spirituale da parte di Gesù stesso, che ci dice, quale maestro di vita che testimonia e non parla soltanto, queste bellissime e toccanti espressioni di amore e di vicinanza all’uomo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Tre verbi che vorrei sottolineare in questa omelia: venite a me; prendete il mio gioco ed imparate da me.
Andare da Cristo. Ci sono tanti modi e tanti motivi per andare da Cristo o fuggire da Lui. Noi vogliamo andare dal Signore, perché Egli è la nostra forza, la nostra guida, il nostro ristoro. L’andare verso esprime un cammino di vita interiore che tutti i cristiani devono saper compiere con gioia e sincerità, sapendo che vanno incontro alla Bontà ed alla Felicità per eccellenza che è Cristo. Chi, infatti, incontra veramente Cristo e fa esperienza di vita intima con Lui incontra la gioia e la felicità. Chi invece non lo incontra va via e non ne sente neppure il bisogno e la nostalgia. Dovremmo ripetere ogni volta nel nostro cuore quelle bellissime parole di Agosto d’Ippona, una volta convertito a Cristo: il mio cuore Signore è sempre inquieto finquando non riposa in Te. Tutto vero per chi sa di sperimentare la gioia nel Signore quando vive in Lui, con Lui e per Lui.
L’altro verbo è prendere il gioco della sofferenza, il peso della croce. Essere felici di portare la croce ed accettare la prova. Sembra un assurdo ed un paradosso. Gesù ci insegna come questo gioco diventa davvero leggero se è portato per amore e per un forte ideale che motiva anche la rinuncia e il sacrificio. Lui questo gioco pesante se lo ha caricato sulle spalle ed è andato alla croce, al calvario, alla morte, nonostante il dolore, facendo tutto perché ha amato noi fino a dare la vita per no. Questo gioco che a volte può interessare anche la nostra esistenza terrena, non venga mai rigettato o scaricato sulle spalle degli altri. Ognuno sappia portare il proprio gioco del dolore con dignità, chiedendo a Gesù la forza per andare avanti, quando la salita si fa più pesante e le forze vengono meno nel lavoro spirituale di perfezionamento nella carità.
Terzo verbo è imparare. Questo nostro maestro di vita è molto esigente, perché chi dà amore e chiede amore è esigente per sua natura. L’amore non è qualcosa di precario e provvisorio, ma di definitivo e di totale coinvolgimento della persone. Gesù che ci chiede di imparare da Lui che è mite ed umile di cuore, vuol dire che il nostro cuore difficilmente sarà umile e mite. Lui mite agnello immolato sulla croce per noi, si è fatto simile all’uomo assumendo la natura umana e umiliando se stesso fino al sacrificio della croce ci indica la strada per essere veramente miti ed umili. Dove e come possiamo giustificare davanti a questo Re mite ed umile di cuore, la nostra superbia, la nostra freddezza e indifferenza? Non c’è giustificazione di sorta per coloro che non sanno essere umili e non sono miti. Dio che è amore è tenerezza e dolcezza infinita, anche se rimane giusto giudice che valuta le cose di questo mondo con sapienza ed equilibrio che solo in Dio possiamo ritrovare in massimo grado. Ecco perché la Chiesa oggi ci fa pregare in sintonia di intenti e di cuore con questa preghiera iniziale della santa messa odierna: O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. E sul tema della gioia e della speranza per la venuta del Messia è incentrata la prima lettura di oggi, tratta dal libro di uno dei primo grandi profeti dell’Antico Testamento che è Zaccaria. Testo che incontriamo nella liturgia dell’Avvento e che qui viene riproposto con forti richiami alla mitezza, dolcezza e povertà del divino Maestro: «Esulta grandemente, figlia di Sion,giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle azioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
Da parte sua San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima lettera ai Romani ci parla della vita secondo lo spirito. Solo chi si lascia guidare dallo spirito diventa persona umile e saggia nella vita. Chi si lascia guidare dallo spirito del mondo e della carne, pensa ed agisce solo per realizzare aspettative terrene, dimenticandosi del cielo e di come si va in cielo. Costui diventa l’uomo del solo voler sapere e conoscere, ma mai l’uomo del sapere volare in alto e andare verso la vera patria, quella comune a quanti credono e a quanti non credono, perché il destino eterno dell’uomo è uguale per tutti, anche se può cambiare la destinazione finale. Perciò risuona con forza questa parola di vita che proclamiamo oggi nella liturgia domenicale: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.
Lo spirito è vita, la carne è morte. Questa chiara opposizione tra bene e male, tra corpo ed anima, tra spirito e materia, San Paolo Apostolo la vuole sottolineare con forza, perché ci chiede una risposta coraggiosa per ilo Signore. Un cristiano non può vivere immerso nelle cose materiali, è un pagano di fatto, se da retta solo a ciò che soddisfa la carne, le sue terribili passioni, che se non controllate e contraste riducono l’uomo spiritualmente in cenere, distruggono il Lui ciò che è più bello e nobile della sua vita, quella intimità con Dio, quella purezza del cuore e della vita. E questo riferimento capita a proposito oggi, quando la Chiesa ricorda una piccola grande santa martire dei nostri tempi, Maria Goretti. Questa piccola grande donna capì perfettamente dove era la vera gioia, anche a soli 12 anni, respingendo con coraggio ed forza colui che brutalmente e per depravazione morale voleva offendere la sua dignità di bambina di Dio. Ecco l’esempio dei santi, come quello di Maria Goretti ci immettano in quel clima di spiritualità permanente, mediante la quale possiamo pregare con le stesse parole di Gesù che oggi ascolteremo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Amen.