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COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PASQUA 2015

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DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B)
 Cristo risorto è sempre con noi

Commento di padre Antonio Rungi

 

La verità assoluta del mistero della risurrezione di Gesù Cristo dai morti è questa: Cristo risorto è sempre con noi. Non muore più, vive con noi, dentro di noi ed è Egli il motivo vero del nostro vivere, morire e risorgere. La Pasqua sta in questo. Non siamo fatti per morire, ma per vivere eternamente in Dio. La morte è stata sconfitta dalla vittoria di Cristo, nell’attesa della vittoria definitiva del morire umano che ci sarà nel giudizio universale. Noi viviamo tra due risurrezioni, non tra due morti o tra tanti morti. La prima fondamentale risurrezione è quella di Cristo nella sua Pasqua; la seconda risurrezione è quella che verrà e che ci sarà alla conclusione della storia dell’umanità, quando tutti risorgeremo per una vita senza più limiti di spazio, tempo, provvisorietà, precarietà, senza nessuna altra sofferenza, ma solo gioia per sempre anche nel nostro essere corporeo, trasformato in una vita nuova.

Non è solo Cristo il risorto, ma in lui siamo tutti risorti perché Cristo ci ha porta e continua a portare la vita. Chi sta con Cristo sta dalla parte della vita e della gioia, non soffre, non pena, non dispera, ma tutto ama, spera e vive profondamente.

Come gli apostoli, oggi, in questa Domenica di pasqua, siamo chiamati ad essere i testimoni del risorto con una vita degna di essere definita tale, da ogni punto di vista: da quello spirituale soprattutto a quello anche umano, relazionale, sociale, corporale. Gesù ci ha ordinato come ai suoi discepoli “di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio…Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome. Essere testimoni della misericordia di Dio. Non c’è pasqua nel nostro cuore e nella nostra vita se non siamo in pace con Dio, con la nostra coscienza, con le persone e con il mondo intero. La pasqua inizia da questa conversione del cuore alla misericordia. Nell’anno santo indetto da Papa Francesco sulla misericordia, dobbiamo sforzarci tutti nel vivere concretamente questa dimensione della risurrezione di Cristo che è la misericordia, avere, cioè, un cuore aperto al perdono, un cuore aperto a rivedere le proprie idee e convinzioni su stessi e sugli altri.

Con uno sguardo misericordioso sappiamo vedere la vita nella giusta direzione e prospettiva. Sappiamo, cioè, vivere la vita presenta con uno sguardo sempre proteso verso il cielo, dove ci attende la Trinità, ma anche Maria e tutti i santi del paradiso. Perciò l’apostolo Paolo, nel bellissimo brano della sua lettera ai Colossesi ci sollecita ad avere chiaro il nostro rollino di marcia: “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.

La Pasqua è cercare quindi le cose di lassù, cioè le cose vere, belle, certe, serie, eterne e non quelle di quaggiù, fatte di falsità, incertezze, precarietà e mondanità. La Pasqua vera che il cristiano celebra, al di là della liturgia, è quella si sentirsi con un piede in paradiso continuamente, non con un piede nella fossa e nella morte, che pure è una verità che ci riguarda e che spesso si avvera inaspettatamente.

Anche a noi, la Pasqua di Cristo, la sua risurrezione, come a Maria, la donna che vide per prima la resurrezione di Gesù, ci viene chiesto; cosa ha visto e cosa vuoi continuare a vedere. Raccontaci, fratello, sorella, che a che tipo di Pasqua ti sei preparato o quale Pasqua vuole davvero celebrare?

A noi spetta in questo giorno di gioia raccontare la stessa gioia dei discepoli che andarono al sepolcro e capirono esattamente ciò che era avvenuto: la risurrezione di Dio. Rechiamoci anche noi al sepolcro della nostra vita non fedele alla nostra chiamata alla santità e seppelliamo tutto il male che è dentro e fuori di noi. Facciamo vincere l’amore e non l’odio, la vita e non al morte, la gioia e non la tristezza, l’eternità e non la mondanità.

Anche noi con grande gioia nel cuore raccontiamo quello che abbiamo sperimentato in questo giorno della Pasqua di Cristo. Abbiamo visto «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti”. Dopo di che, visti i segni della sua passione, possiamo proclamare a voce alta e forte, che “Cristo, nostra speranza, è risorto e ci precede in Galilea», cioè in quelle regioni e terre del mondo dove attendono la speranza della vita quanti hanno solo segni di morte e violenza nella loro quotidiana esistenza. Egli sta nelle periferie esistenziali del mondo e ci ha preceduto portando la vita e la gioia. Noi dobbiamo seguire a ruota il maestro che ha tracciato il solco e la strada per cambiare il mondo con i fatti e non con le sole parole buttate al vento da quei seminatori di falsità e menzogne che oggi, come al tempo di Cristo, vivono, operano in ogni parte del mondo e in tutti i luoghi e le situazioni del vivere quotidiano.

Anche noi portiamo l’annunci pasquale della gioia con la perenne alleluja della nostra vita e di quella degli altri, in quanto non è pasqua se a celebrarla, non solo liturgicamente, ma anche umanamente, siano poche persone e non tutto il genere umano. Egli, Gesù è risorto e nuovamente risorge per tutti gli uomini della terra, che ha bisogno di vivere e sperare, partendo dalla certezza che il nostro Maestro ci ha preceduto nella Galilea vera, nella quale attende di incontrare per sempre tutta l’umanità. Perciò, la preghiera di oggi, ben si configura al mistero che celebriamo: “O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto”.

La Pasqua è davvero uno giorno unico e speciale per ogni cristiano che può legittimamente cantare dal profondo del proprio cuore: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”.

Rallegrarsi come Maria, Giovanni, Pietro e gli apostoli che, pur nell’incertezza e nel dubbio, vanno al sepolcro e costatano la tomba vuota, come sottolinea l’evangelista Giovanni, quel discepolo che subito credette alla risurrezione: “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”.

Correre verso la vita, correre verso Gesù, correre verso la gioia, correre in fretta verso una speranza che non muore mai e che si riaccende ogni volta che ci accostiamo a Cristo con la fede degli apostoli e dei martiri, di quanti cercano Dio con cuore sincero. Correre verso il Risorto e come gli apostoli non troveremo Gesù più nel sepolcro buio della morte, ma nella luce del nuovo giorno, nella libertà di una vita che è pienezza solo ed esclusivamente in Dio. Buona Pasqua 2015.

 

LE SACRE CENERI – COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI – 18 FEBBRAIO 2015

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Mercoledì delle Ceneri 

18 febbraio 2015 

Perdonaci Signore abbiamo peccato 

Commento alla liturgia di padre Antonio Rungi 

La coscienza del proprio peccato ci pone davanti a Dio, all’inizio di questo cammino quaresima, con il desiderio profondo di rinnovarci, convertirci, fare penitenza. E’ questo il senso della Quaresima, tempo forte dell’anno liturgico, che inizio oggi con la celebrazione delle Sacre Ceneri. Al centro di questa giornata c’è, infatti, il rito della imposizione delle ceneri che, normalmente, omettendo l’atto penitenziale iniziale della santa messa, viene svolto subito dopo l’omelia del sacerdote che è d’obbligo in questa giornata di digiuno e di penitenza per ogni cristiano, sinceramente incamminato verso la Pasqua 2015 e la Pasqua eterna, quella che più conta davanti a Dio. Con queste parole il sacerdote si rivolge a noi, prima di ricevere le ceneri: “Raccogliamoci, fratelli carissimi, in umile preghiera, davanti a Dio nostro Padre, perché faccia scendere su di noi la sua benedizione e accolga l’atto penitenziale che stiamo per compiere”. Ed aggiunge la preghiera di benedizione delle ceneri e delle persone: “O Dio, che hai pietà di chi si pente e doni la tua pace a chi si converte, accogli con paterna bontà la preghiera del tuo popolo e benedici questi tuoi figli, che riceveranno l’austero simbolo delle ceneri, perché, attraverso l’itinerario spirituale della Quaresima, giungano completamente rinnovati a celebrare la Pasqua del tuo Figlio, il Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli”. Oppure con un’altra preghiera dello stesso tono in cui il sacerdote dice: “O Dio, che non vuoi la morte ma la conversione dei peccatori, ascolta benigno la nostra preghiera: benedici queste ceneri, che stiamo per imporre al nostro capo, riconoscendo che il prezioso corpo tornerà in polvere; l’esercizio della penitenza quaresimale ci ottenga il perdono dei peccati e una vita rinnovata a immagine del Signore risorto. Egli vive e regna nei secoli dei secoli”.    E a seguire, subito questa preghiera, mentre il popolo santo di Dio intona i canti penitenziali ad hoc, il sacerdote ad uno ad uno impone sulla testa ai fedeli che si accostano processionalmente all’altare, il l’austero simbolo delle ceneri. Due i testi utilizzati per l’imposizione delle ceneri: “Convertitevi, e credete al Vangelo”, oppure “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai”. La conversione e la nostra precarietà e temporalità terrena ci mettono di fronte ad un grandissimo atto di responsabilità personale: quello di camminare in santità di vita, lontano dal peccato, perché tutto passa e solo Dio resta per l’eternità. Siamo polvere e in polvere ritorneremo, per farci riflettere sulla vita e sulla morte. Se acquisiamo sempre di più la consapevolezza della nostra precarietà terrena, forse saremo più responsabili delle nostre azioni e valuteremo attentamente il nostro comportamento dovendo rendere conto a Dio dell’intera nostra esistenza. Coscienti dei nostri limiti e peccati, abbiamo bisogno in questo giorno penitenziale di chiedere perdono a Dio dei nostri peccati e farlo con sincerità, con una volontà nuova di camminare sulla via del bene, abbandonando qualsiasi sentiero del male e del peccato. Con il salmo 50, possiamo elevare a Dio la nostra umile preghiera di sincero pentimento e di riconoscimento delle nostre colpe, che Lui e soltanto Lui può lavarci e purificarci nel sangue suo preziosissimo versato sulla croce per noi, in remissione dei nostri peccati: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa,  dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito”. E il profeta Gioele, nella bellissima prima lettura della liturgia di questa giornata delle Ceneri, ci sollecita un cammino di conversione che sia profonda, che parta dal cuore. Non serva una conversione esteriore ed apparente, ci vuole quella interna, quella profonda, quella che ti cambia in un attimo e ti fa decidere per il Signore per tutta la vita, abbandonando ogni compromesso con il male e il peccato. Allora ritorniamo a Dio con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceriamoci il cuore e non le vesti, ritorniamo al Signore, nostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”. E un appello alla conversione generale, nessuno è escluso da quella convocazione, ricorda il Profeta: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo”. Al profeta Gioele, gli fa eco, il grande esperto di conversione vera, san Paolo Apostolo, che nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto, rivolgendosi ad essi con cuore paterno, scrive: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”. Ed aggiunge: “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito  e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

La Quaresima è questo tempo favorevole per la riconciliazione e il perdono da chiedere a Dio e chiedere ai fratelli che abbiamo offeso, oppure da dare se ci hanno offeso. Non facciamo passare invano questo tempo della Quaresima 2015. Potrebbe essere l’ultima opportunità, l’ultimo round del grande combattimento della vita, in attesa di vedere Dio. Questo tempo favorevole si concretizza con una nuova condotta di vita da assumere subito, proprio a partire da questa giornata delle sacre Ceneri, senza rimandare a tempi successivi. E’ una questione di vita o di morte della nostra anima, che se non respira l’aria della grazia e della misericordia, si atrofizza e muore. E la morte dell’anima è peggiore di quella del corpo. Siamo spesso come cadaveri vaganti, senza spirito e senza anima, vuoti di senso e di significato, svuotati della grazia di Dio e pieno solo di egoismo e di noi stessi. Svuotare il nostro cuore del nostro io, per riempirlo solo e soltanto di Dio.

E allora andiamo direttamente a quanto ci chiede Gesù di fare oggi e sempre. Il suo insegnamento morale lo ricaviamo dal testo del Vangelo di questa giornata, tratto dal vangelo di Matteo: «Stiamo attenti a non praticare la nostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. E quando preghiamo, non dobbiamo essere simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente.  E quando digiuniamo, come oggi, come nel venerdì santo o in altre ricorrenze spirituali, non dobbiamo essere malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. Molte volte ci assoggettiamo a diete ferree per motivi di salute e di estetica. Perché non digiunare per fare del bene spirituale a noi stessi e destinare il ricavato dei nostri digiuni ai fratelli che sono costretti a digiunare sempre, perché non hanno nulla da mettere sotto i denti. Sono queste le contraddizioni del mondo di oggi e di sempre, che dobbiamo superare con una degna condotta di vita solidale e aperta ai bisogni degli altri. Una Quaresima che si limiti al solo aspetto spirituale, sarà un tempo propizio, ma monco nella sua essenza, che è di apertura alla solidarietà, espressa con quel primo obbligo morale che il Signore ci chiede di attuare: l’essere generosi e altruisti nel donare ciò che si ha, per aiutare i fratelli che sono nel bisogno e nella necessità. La Quaresima è vera se opera e fa fare il bene.

 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA – 22 FEBBRAIO 2015

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Prima  Domenica di Quaresima

22 febbraio 2015

Convertirsi alla pace con la preghiera e il digiuno quaresimale

Commento di padre Antonio Rungi

All’inizio del cammino quaresimale di questo 2015, c’è un forte appello della parola di Dio a convertirsi alla pace con se stessi e con gli altri. La pace con se stessi passa attraverso la conversione e l’allontanamento dal male morale con distanziarsi dal peccato. La pace con gli altri la si costruisce nel dialogo, nel rispetto e nella collaborazione. In un tempo in cui il terrorismo di varia origine e con varie finalità minaccia il mondo, la parola di questa domenica prima di Quaresima, per noi cristiani e per quanti credono in Dio o comunque sono mossi dalla buona volontà. L’appello alla conversione ci viene rivolto direttamente da Gesù nel brano del Vangelo di oggi, tratto dall’evangelista Marco, in cui Gesù si ritira nel deserto a pregare e dove è tentato dal Diavolo, senza cedere di un passo alle tentazioni, da un punto di vista umano, che pure potevano toccare la persona di Cristo. Egli resiste con la preghiera e la penitenza, per quaranta giorni (la quarantena o quaresima) e ci insegna a mettere le basi per fronteggiare qualsiasi tentazione e qualsiasi male nella nostra vita, compreso quello dell’orgoglio e della superbia, quella della supremazia sugli altri che scatenano guerre di ogni genere. Uscito fortificato umanamente da questa esperienza Gesù, inizia il suo ministero pubblico e dopo che Giovanni fu arrestato, andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Il vangelo si sa è la buona notizia, è la notizia della gioia per eccellenza. Non a caso Papa Francesco ci ha consegnato in questo tempo difficile per la chiesa e per il mondo di annunciare il Vangelo della gioia, senza paura o temendo chi questo vangelo lo vuole bloccare, perché mosso da altri interessi. Il vangelo della gioia è il vangelo della pace, quella pace alla quale si deve convertire questa umanità, afflitta da tante guerre e violenze e che, oggi, in modo particolare ha bisogno di ritrovare a livello planetario, per non rischiare una terza guerra mondiale su vasta scala. Ecco perché è di grande utilità per quanti credono in Dio e in primo luogo per noi cattolici costruire ponti di pace e non di separazione e divisioni. Nessuna persona può e deve essere esclusa dalla nostra umana comprensione e condivisione, perché solo così possiamo davvero tessere la rete della pace alla quale dobbiamo lavorare giorno e notte instancabilmente e soprattutto utilizzare gli strumenti come la preghiera, il digiuno e la ricerca della giustizia e della verità in ogni momento e in ogni attività della nostra vita di singolo o membro dell’umana società.

Sono di grande efficacia le parole pronunciate da Papa Francesco nell’omelia della messa per l’insediamento dei nuovi cardinali, domenica 15 febbraio 2015: “La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Lc 5,31-32)”.

In questa visione di accoglienza, misericordia, perdono dobbiamo camminare per costruire un mondo di pace, quell’iride di pace ed arcobaleno della pace che ci viene descritto nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, ove si parla della situazione ambientale del post-diluvio, con la significativa presenza di Noè, il padre della rinascita e della speranza dell’umanità, distrutta dal potenza del male e purificata dalle acque distruttive e rigeneratrici:Dio disse a Noè: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

Riflettendo proprio sul tema del diluvio e della rinascita che san Pietro, nel brano della sua lettera che oggi ascoltiamo ci richiama all’attenzione il mistero centrale della nostra fede che è il Cristo salvatore, nel quale veniamo inseriti mediante il sacramento del battesimo. Scrive, infatti, l’Apostolo Pietro:Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”. E poi la sottolineatura del significato e valore del battesimo come sacramento della rinascita e della risurrezione della persona, toccata nella sua natura dal peccato, ma redenta con la morte e risurrezione di Cristo: “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze”.

Quale atteggiamento allora, dobbiamo assumere, noi che siamo battezzati di fronte alle tante sfide del mondo di oggi: l’atteggiamento di chi vuole convertirsi alla gioia, alla pace, all’amore e alla tolleranza ogni giorno della propria vita, senza discriminare nessuno n questo suo cammino di rinnovamento, rinascita, conversione. Sia questa la nostra preghiera, allora, all’inizio della Quaresima 2015: “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

Quale condotta è degna di definirsi degna? Lavorare per la pace, la giustizia, l’amore e la fraternità universale. La Quaresima ci aiuti spiritualmente a portare avanti a livello personale il nostro progetto di pace interiore e spirituale, mediante una vita di preghiera e di purificazione, che sono i punti di partenza individuale per estendere il valore della pace ad altri ambiti della nostra vita quotidiana, sociale ed ecclesiale. Nessuno assuma le sembianze del Diavolo, divenendo zizzania e mettendo guerra invece che pace e concordia in ogni luogo in cui si trova.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 18 GENNAIO 2015

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Seconda Domenica del tempo ordinario

18 gennaio 2015

 

Una parola che scalda il cuore e spinge nella giusta direzione

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La parola di Dio della seconda domenica del tempo ordinario è incentrata sul tema della chiamata: quella di Samuele ad essere profeta di Signore, quella degli apostoli ad essere inviati di Gesù Cristo. Ogni chiamata richiede la parola di chi chiama e l’ascolto che diventa risposta positiva o negazione a chi chiama e fa capire con precisione la sua voce, il suo intento e lo scopo di questa speciale convocazione a servizio, in questo caso, di Dio. E’ quindi evidente che solo chi ascolta e discerne può rispondere in modo autentico e con le mozioni del cuore alla chiamata di Dio al suo servizio. Noi battezzati siamo stati chiamati da Dio ad una comunione profonda con Lui mediante la grazia santificante. La risposta alla chiamata richiede che noi viviamo secondo quel si, che nei vari stati di vita, abbiamo detto a Dio, con l’unico e fondamentale scopo della nostra personale salvezza e santificazione. Siamo stati chiamati per noi stessi e per essere a servizio della causa comune che è la diffusione del Regno di Dio tra gli uomini.

Il bellissimo testo della prima lettura di oggi, tratto dal primo libro di Samuele chi fa capire quando è difficile intuire subito la chiamata di Dio a qualsiasi ruolo ed ufficio per metterci a suo servizio. Samuele infatti ha bisogno di essere chiamato per tre volte prima di capire che era il Signore e non Eli a chiamarlo. Una guida anche in questo caso fa da tramite per discerne la nostra vocazione, soprattutto nel servire al causa della parola di Dio e della buona novella, il vangelo di Cristo. Dopo la triplice chiamato il giovane poté rispondere: Signore «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Le conseguenze di questa totale disponibilità ad accogliere la parola di Dio furono per Samuele straordinarie e ricche di ogni bene e promesse. Eglicrebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. Quando si entra nel dialogo profondo con Dio, ogni parola che esce dalla sua bocca diventa vita, gioia, speranza, maturazione per ogni persone disposta ad incontrarsi con Dio, mediante la sua parola comunicata all’uomo. E questa parola noi l’abbiamo nella Sacra Scrittura, che dobbiamo leggere, meditare e soprattutto metterla in pratica, perché possiamo crescere in santità di vita, in bontà e in missionarietà. Con Dio centro il nostro cuore e nei nostri pensieri possiamo fare grandi cose per a sua gloria e per la nostra santificazione. Non a caso una parola ben accolta, riscalda il cuore e spinge all’azione, non rimane dentro di noi senza produrre il suo effetto benefico.

Parlando di questa unione speciale con Cristo, san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi, evidenzia un aspetto importante di questa unione che porta alla vera comunione e ad una morale personale capace di trasformare il nostro essere ed agire in qualcosa di straordinariamente bello, significativo ed attraente: “Chi si unisce al Signore –scrive l’Apostolo delle genti – forma con lui un solo spirito”. Per cui, in questa nuova condizione essenziale ed esistenziale cambia il modo di operare. Da qui la raccomandazione e monito: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”. Stare lontano dalle impurità di ogni genere, soprattutto quelle che abbassano il livello morale della persona e della società. Oggi queste impurità sono oltre che presenti, visibile e decifrabili in comportamenti di singoli, di gruppi e di masse di uomini sempre più immersi nel materialismo, nell’edonismo e nella soddisfazione dei piaceri dei ogni genere. La persona è tempio dello Spirito Santo, per cui deve essere una persona spiritualmente elevata. Non deve scendere a certezze bassezze, perché questo è la rovina della sua dignità di tempio dello Spirito del Signore, che è vita, gioia, purezza, bontà, delicatezza e dolcezza. Non dobbiamo mai dimenticare in tutto quello che facciamo che “il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”.

Essere per il Signore, significa mettersi a suo servizio, rispondere alla sua chiamata e svolgere una precisa missione , quella stessa che è stata assegnata al gruppo dei primi discepoli a partire da Pietro. Anche in questo caso è una persona ben precisa, Giovanni il Battista, ad indicare in Gesù il maestro e poi a seguirlo per vedere dove abitava e come viveva, per poi acconsentire liberamente di mettersi a servizio della sua missione nel mondo. Tra i primi discepoli primeggia la figura di Simon Pietro, che non fu il primo a seguire Gesù, ma una volta scelto di farlo viene indicato da Gesù stesso come il capo del gruppo. Non a caso è Gesù stesso a cambiare il nome da Simone, figlio di Giovanni, in Cefa, in Pietro. Quando si incontrare davvero il Signore la vita cambia radicalmente a partire da quella identità umana e anagrafica che diventa identità spirituale ed ecclesiale. Ogni chiamata richiede cambiamento, conversione e rinnovamento. Tutti siamo stati chiamati da Dio a seguirlo in qualche via specifica del nostro essere umano e cristiano. Facciamo si che questa risposta data al Signore liberamente possa viversi ogni giorno nella piena consapevolezza del dono ricevuto e che non va assolutamente messo da parte o non valorizzato appieno. Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno del Signore, nel quale la gioia del cuore prevale su ogni altro aspetto del nostro vivere ed esistere: “O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno”. Amen.

IL COMMENTO ALLA COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE 2014

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COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

DOMENICA 2 NOVEMBRE 2014

Cittadini del cielo

Commento di padre Antonio Rungi

Nella mente di ogni credente e cristiano il 2 novembre è giorno di lutto, sofferenza e pianto. Sarà anche per il fatto che in questa giornata ci ritroviamo tutti a pregare, nei cimiteri, sulle tombe dei nostri cari e quindi, si vuole o non si vuole, un senso di mestizia prende il nostro cuore e riviviamo la sofferenza della perdita delle persone care. Riviviamo, in altri termini il lutto, la separazione, il distacco. Si rinnovano i ricordi, i sensi di colpa, le cose fatte per i propri cari, le gioie donate e le sofferenze provocate. Si pensa, oltre quel momento, alla verità eternità. Un corpo giace nella terra o nei loculi e l’anima sta già, ce lo auguriamo per tutti, a godere il volto di Gesù. Questa speranza della gioia eterna e della risurrezione finale anche dei nostri miseri corpi, ci fa affrontare con animo diverso il mistero della morte. Non vorremmo morire mai, quando tutto va bene nella nostra vita; vorremmo affrettare l’incontro con il Signore, dopo la morte, quando soffriamo e le cose non vanno assolutamente bene; per cui siamo tristi ed angosciati come Gesù nell’orto del Getsemani che, vedendo la sua morte in croce imminente, si rivolge al Padre e chiede di far passare quel calice del dolore, anche se è totalmente disposto a fare la sua volontà. La morte e la morte in croce di Gesù dà significato alla morte di ogni uomo che viene e vive in questo mondo. Ma è soprattutto la risurrezione di Gesù a dare significato vero alla vita di ogni credente. Noi non finiamo con la morte e la morte non è l’ultima parola della nostra vita. C’è una vita oltre la vita che in questo giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, noi non possiamo assolutamente dimenticare. La coincidenza di quest’anno con la domenica, che è la Pasqua settimanale, aiuta ad inquadrare da un punto di vista liturgico e spirituale questa festa della tristezza che deve essere la festa della gioia, della speranza e della vera. Bellissime le parole che profeta Gioia scrive per indicare il tema della morte come via della speranza e non del dolore, la via della luce e della pace e non delle tenebre e della guerra. “Io so che il mio redentore è vivo  e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!  Dopo che questa mia pelle sarà strappata via,  senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Non siamo in questo mondo stranieri a Dio e non lo saremmo nell’eternità. Anzi la nostra vera patria sta propri lì e noi siamo cittadini per sempre in quello mondo che conoscere e godremo dopo la morte. Il profeta Isaia ce ne descrive la bellissima realtà in cui saremo immersi.In quel giorno, preparerà il Signore degli eserciti  per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli  e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,  l’ignominia del suo popolo  farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». Esultare, gioire e rallegrarsi in questo giorno in cui tutto parla di morte, perché ci attende una risurrezione finale per il bene e con tutti coloro che hanno fatto del bene secondo la logica di quel vangelo della carità che è la base di partenza del giudizio universale che Dio effettuerà alla fine dei tempi, quando tutto verrà trasformato in un nuovo mondo, in cieli nuovi e terra nuova, come ci ricorda san Giovanni nel testo dell’Apocalisse: “Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.  Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”. Di fronte a questa prospettiva di gioia, non bisogna aver paura della morte, ma pregare per i morti. Certo la vita di oggi con i tanti drammi quotidiani ci pone di fronte al tema della morte in modo violento e dirompente. Troppi omicidi, stragi, efferatezze di ogni genere, in tutto il mondo, che ci fanno capire quanto dobbiamo ancora lavorare per guardare alla vita e alla morte nel segno di Colui che è morto per noi sulla croce, è risorto e ci attende nel suo regno di luce.

Bella l’immagine del profeta Isaia che ci lascia una splendida descrizione di coloro che sono giusti e sono in cielo. Di fronte a tanti dubbi, ai tanti interrogativi sulla sorte futura dei nostri cari e di noi stessi, cosa e come vivono nell’aldilà, riflettiamo spesso su questo brano della scrittura: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.  Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro”. Tutto qui sta il grande mistero della morte, che pure ci fa paura. Fa paura ai piccoli, ai giovani ai grandi, agli anziani, ai sani e agli ammalati, perché l’attaccamento alla vita rientra nella natura dell’essere umano che vorrebbe essere felice per sempre, anche su questa terra. E la felicità, l’immortalità la conquistiamo vivendo il vangelo della carità ed attuando le beatitudini come stile di vita che apre il nostro avvenire al Dio vero e santo della nostra vita. Preghiamo allora in questo giorno santo per tutti i defunti, per i nostri cari, per le anime abbandonate e dimenticate, per i papi, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i fedeli laici, per quanti sono in attesa di incontrare il volto di Dio e che sono nella condizione di purificazione eterna. Per tutti loro preghiamo con le stesse parola della liturgia di oggi: “Dio onnipotente,  il tuo unico Figlio, nel mistero della Pasqua,

 è passato da questo mondo alla gloria del tuo regno;  concedi ai nostri fratelli defunti  di condividere il suo trionfo sulla morte  e di contemplare in eterno te, o Padre,  che li hai creati e redenti”. A questa preghiera aggiungiamo nel nostre personali preghiere per i nostri cari e per tutti i defunti, cogliendo l’occasione in questo giorno di riflettere sul senso della vita che è davvero un passaggio repentino per aprirli la strada dell’eternità. E diciamo:

 

Dio di infinita misericordia,

affidiamo alla tua immensa bontà

quanti hanno lasciato questo mondo per  l’eternità,

dove tu attendi l’intera umanità,

redenta dal sangue prezioso di Cristo, Tuo Figlio,

morto in riscatto per i nostri peccati.

 

Non guardare, Signore, alle tante povertà,

miserie e debolezze umane,

quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale,

per essere giudicati per la felicità o la condanna.

 

Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso,

che nasce dalla tenerezza del Tuo cuore,

e aiutaci a camminare sulla strada

di una completa purificazione.

 

Nessuno dei tuoi figli vada perduto

nel fuoco eterno inferno,

dove non ci può essere più pentimento,

ma solo patimenti per sempre.

 

Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari,

delle persone che sono morte

senza il conforto sacramentale,

o non hanno avuto modo di pentirsi

nemmeno al temine della loro vita.

 

Nessun abbia da temere di incontrare Te,

dopo il pellegrinaggio terreno,

nella speranza di essere accolto

nelle braccia della tua infinita misericordia.

 

Sorella morte corporale

ci trovi vigilanti nella preghiera

e carichi di ogni bene

fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza.

 

Signore, niente ci allontani da Te su questa terra,

ma tutto e tutti ci sostengano nell’ardente desiderio

di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen

 

 

 

LA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI – 1 NOVEMBRE 2014

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SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

SABATO 1 NOVEMBRE 2014

Una moltitudine di santi che ci insegnano la vita della santità

Commento di padre Antonio Rungi

Gli ultimi santi di questi mesi, quelli elevati agli onori degli altari e quindi da poter venerare, ci dicono quanto sia possibile a tutti raggiungere quella che è la meta e il traguardo più importante della nostra vita: il santo paradiso. Papi, Vescovi, sacerdoti, religiosi laici, di tutte le età, condizioni sociali, nazionalità fanno parte della schiera ufficiale dei santi riconosciuti. Nonostante il numero elevato, se fossero soltanto e semplicemente loro i santi, allora il paradiso sarebbe davvero molto vuoto ed anche triste. Invece i santi sono tutti quelli che anche la parola di Dio di questa solennità annuale con data fissa ci fa considerare ed anche pregare. Nella visione della Gerusalemme celeste, San Giovanni Evangelista ci descrive quella consolante realtà del cielo, dove tutti quanti aspiriamo ad arrivare, non senza fatica e dolore: “E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». I santi sono i salvati, coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore. Quel Signore, Gesù Cristo, morto sulla croce, che ha dato la sua vita per noi, proprio per riportarci all’amicizia eterna con Dio. E allora chi sono i santi? «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità è purificazione ed oblazione, è capacità di accettare la volontà di Dio e fare della sua volontà il proprio cibo spirituale. Santi, allora, non è soltanto Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e tutti i santi riconosciuti dalla Chiesa, ma sono tutti coloro che si sono salvati, perché si sono purificati dalle loro macchie, dal peccato, da tutto che allontana il cuore dell’uomo da Dio. Santi sono e saranno su questa terra, quanti sono poveri in spirito, secondo quanto afferma Gesù nel celebre discorso della montagna che passa come le Beatitudini. Santi sono coloro che sono nella sofferenza di ogni genere e che accettano tutto per amore di Dio, salendo con Cristo il calvario del dolore, ma soprattutto dell’amore che si fa dono. Santi sono i miti che come il mite Agnello, Gesù Cristo, vanno alla morte senza proferire parole, si donano nel silenzio e nel sacrificio di ogni giorno. Santi sono quelli che lottano per la giustizia e la pace e che questi motivi vengono massacri ed uccisi. Santi sono coloro che sanno perdonare, anche di fronte alle offese, calunnie, infamie e maldicenze ricevute. Santi sono coloro che nutrono nel cuore alti valori morali, spirituali e sentimentali e che non vedono ombra di malizia e peccato in nessuna parte. Santi sono i pacifisti e pacificatori che credono e lottano per un modo in cui l’uomo sia all’uomo non un lupo, ma un agnello mansueto. Santi sono anche tutti coloro che da sempre ed oggi rischiano la loro vita per difendere i diritti dei poveri e degli ultimi. La sostanza del vangelo sta, infatti, in questa opzione preferenziale per i poveri e nessuno deve umiliarli o maltrattarli. Santi sono coloro che portano avanti nel mondo il pluralismo della fede, rivendicando giustamente il rispetto della fede cristiana. Quanti martiri anche oggi per questo motivo in varie parti del mondo.

La consapevolezza di essere in un posto speciale dell’immenso cuore di Dio Padre, noi possiamo di dire con l’Apostolo Giovanni di avere una identità che nessuno potrà mai toglierci e una verità assoluta che non può essere messa in discussione: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Figli di Dio e la che dopo la morte saremo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia. Il Paradiso dei santi a cui aspiriamo è guardare e contemplare in eterno il volto d’amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, il volto della Santissima Trinità, il volto più bello e perfetto che ha incarnato sulla terra il volto di Dio, Maria Santissima, che ci attende in paradiso. Pensare al paradiso non è, come qualcuno afferma, drogarsi nella vita, illudersi senza avere certezze di alcuni tipo. Pensare al paradiso è pensare all’essenza dell’uomo, che è stato fatto per la felicità con una identità poco meno inferiore degli angeli.  E’ avere una speranza che non delude, ma rende puri, come ricorda l’evangelista Giovanni nel testo della sua prima lettera: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Preghiamo tutti i nostri santi, i nostri protettori e in questo giorno di festa in cielo, sia anche festa in terra, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre nazioni, tra tutte le persone che amano Dio e l’uomo nella sincerità del loro cuore, per cui sono in festa, in quanto nell’amore c’è la gioia e la santità vera.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 26 OTTOBRE 2014

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

UN GESU’ SOTTO ESAME CONTINUO DA PARTE DEI FARISEI

Commento di padre Antonio Rungi

 

Anche nel Vangelo di oggi, XXX domenica del tempo ordinario, ci troviamo di fronte ad un Gesù che è sotto esame da parte dei farisei.

Domenica scorsa Gesù, nel Vangelo, viene interrogato se era lecito o meno pagare il tributo a Cesare, oggi viene interrogato sulla gerarchia dei comandamenti. Diciamolo con estrema franchezza, come d’altra parte si evince dal testo biblico, si tratta di una messa alla prova per avere di cosa accusarlo ed eliminarlo dalla scena religiosa e sociale del tempo.

Gesù dava fastidio ai potenti del tempo, perché il suo messaggio d’amore, di giustizia, pace, verità, legalità, fraternità, di opzione preferenziale per i poveri, gli emarginati, era in netto contrasto con chi deteneva il potere religioso e politico. Da qui la necessità di sentire, falsamente, l’opinione del maestro, ritenuto, solo apparentemente autorevole da chi questa autorità morale e religiosa a Gesù non l’avevano affatto riconosciuta.

Il tema quindi in gioco è l’importanza dei comandamenti e la loro struttura gerarchica. Potremmo dire che viene prima Dio e poi gli altri. Gesù, tuttavia, è preciso nella risposta e coniuga i due comandamenti nell’unico comandamento dell’amore e della carità.

In sintesi non si ama Dio, senza amare l’uomo, e non si ama l’umanità se non si ama Dio.

L’amore di Dio e l’amore del prossimo camminano di pari passo e nessuno può escludere una parte dell’unico comandamento a favore dell’altra.

Leggiamo il testo del vangelo con grande attenzione e meditiamo ogni parola ed espressione, mettendoci dalla parte dei provocatori o poi assumendo il ruolo di Gesù Maestro.

D’altra parte, anche noi a volte sfidiamo Dio con le nostre provocazioni, con le nostre contestazioni aperte. Ma Dio che comprende le nostre ribellioni, ci dice esattamente quello che ha detto attraverso la voce del suo Figlio, Gesù Cristo, quando viene interpellato sul tema della carità e dell’amore.

Ecco il testo completo del Vangelo di Matteo: “In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Come ben sappiamo questo testo biblico è un richiamo esplicito di quanto  è  già detto e sancito nella Legge e nei Profeti dell’Antico Testamento. Gesù conferma la struttura di rivelazione dell’amore di Dio effettuata nel corso dei secoli per bocca dei profeti e poi codificata nella legge d’Israele.

Nessun cambiamento radicale o sostanziale rispetto al passato, propone Gesù. E’ in gioco la modalità e la misura, ma non l’amore. Siamo, infatti, in una perfetta continuità con quanto già si sapeva circa la gerarchia dei comandamenti da osservare.

Dio va amato con tutto il cuore, le energie e senza limiti, senza misura e parimenti l’uomo va amato avendo come parametro e unità di misura il “se stesso”.

Se da un lato l’amore verso Dio deve caratterizzarsi come totale risposta dell’uomo a questo amore; dall’altro, l’amore verso i fratelli deve trovare un riscontro oggettivo nell’amore che normalmente una persona ha di se stesso. Non si tratta di egoismo, ma di avere un criterio per misurare il grado di amore verso gli altri. Amare se stessi, significa prendersi cura della propria persona, curarsi da tutti i punti di vista. Essere in poche parole samaritani di noi stessi e diventare samaritani per gli altri, in modo da sanare le ferite anche infette del cuore e dell’anima se ci sono nella nostra vita. Non bisogna aver paura di guardarsi dentro e scoprire le proprie fragilità al fine di ricominciare una vera vita di amore e di vero amore verso se stesso, verso gli altri e soprattutto verso Dio, che è amore.

Questo amore verso noi stessi e gli altri come si esplicita, come si concretizza? In poche parole, cosa dobbiamo fare per essere in regola con la legge antica e nuova? Ci viene in aiuto il testo della prima lettura di oggi, tratto dal Libro dell’Esodo, dove sono esplicitate le regole morali e giuridiche che si devono seguire per non danneggiare il prossimo.

Leggiamolo questo brano: “Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

In sintesi, possiamo trovare delle norme sull’accoglienza dello straniero. E quanto sia attuale questa norma lo comprendiamo alla luce dei problemi dell’immigrazione presente in modo abnorme in Italia.

Il secondo problema è la questione delle vedove e degli orfani. Anche qui siamo su un piano non solo di assistenza sociale, ma soprattutto umana. Chi è senza marito e chi è orfano di uno o di entrambi i genitori deve avere la massica accoglienza nel cuore delle persone e nelle leggi di uno stato civile.

L’altro drammatico tema è quello dell’usura, molto ricorrente nel popolo d’Israele e oggi, nel nostro contesto sociale ed economico, di vera e propria piaga sociale ed emergenza sociale. Quante persone sono sotto usura illegalmente e quanto usura si fa anche legalmente chiedendo interessi altissimi quando le banche danno un prestito con i soldi dei risparmiatori. Tassi d’interesse minimi per i risparmiatori, tassi di interesse altissimi quando si fa credito. La crisi economica di oggi è anche questo, il sistema di usura legale ed illegale che spopola dovunque.

Ultimo tema è quello della restituzione del debito. Non bisogna tenere per sé le cose degli altri, soprattutto se è un salario frutto di onesto lavoro degli operai. Quante volte si ritardano i pagamenti per averne utili aziendali? Quante volte non si fanno scattare gli aumenti ai lavoratori per interessi dell’azienda o dell’economia di un paese?

Ecco i testi biblici ci pongono di fronte ai tanti problemi morali e sociali, ai quali dobbiamo rispondere con la giustizia, la solidarietà, la carità. Questa è la via maestra per vivere il comandamento dell’amore nell’oggi del mondo.

In conclusione, di fronte ai tanti mali del mondo, un atteggiamento è richiesto per cambiare le sorti di questa umanità, in perenne emergenza spirituale, umanitaria e sociale. Ci vuole la conversione del cuore, abbattendo gli idoli che ci allontanano dal Dio vero e santo. Ce lo ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Tessalonicesi. “Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene”.

Convertirsi al Dio dell’amore e della carità, senza finzioni o falsità, senza confondere il Dio vero, dagli idoli e dai falsi che l’uomo si costruisce di volta in volta per dare significato alla sua vita, privata del vero Dio.

Sia, allora, questa la nostra umile preghiera nella domenica dedicata all’amore e alla carità verso Dio e verso il prossimo: “O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita”. Amen.

 

Commento alla parola di Dio di padre Antonio Rungi – Domenica 19 ottobre 2014

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

19 OTTOBRE 2014

L’IPOCRISIA DEI FALSI GIUSTI

Commento di padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXIX domenica del tempo ordinario mette davanti a noi il tema dell’ipocrisia. Una parola e soprattutto un atteggiamento di vita ben conosciuto da tutte le culture e ben sostenuto al tempo di Gesù dai farisei e da coloro che volevano apparire giusti e perfetti e che non lo erano affatto.

Gesù, nel testo del Vangelo di oggi, cogliendo l’occasione proprio da parte di coloro che gli vengono a chiedere una sua opinione e un suo parere se era giusto o meno pagare le tasse, egli sottolinea l’importanza di essere onesti nel campo morale e religioso, ma anche nel campo sociale, economico e politico.

I farisei e gli erodiani, due gruppi per nulla credibili ed attendibili da un punto di vista morale, di fronte alla risposta saggia ed oculata del maestro devono prendere atto della loro superficialità e della loro inconsistenza.

Solo parole e solo pesi per gli altri, ma loro non erano capaci di muovere un dito neppure per il bene della comunità. Figuriamoci se erano propensi a pagare tasse e decime ai chi riscuoteva le tasse nel nome del popolo romano e di Cesare. Volevano che fossero gli altri a farlo, ma loro no. I primi evasori fiscali li troviamo proprio in questo periodo. Gesù invece vuole che tutti osservino le leggi e paghino il dovuto allo Stato nella speranza che venga utilizzato per il bene della comunità. Leggiamo il brano del Vangelo di Matteo che risulta essere di grande attualità anche nei comportamenti di molti, soprattutto nella politica, nell’economia e nel sociale: “In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.  Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il messaggio di questo brano è chiaro. Bisogna uscire dall’ambiguità, dalla settorializzazione delle questioni. Ogni problema economico e sociale è anche un problema morale e religioso.

Le regole sono precise: dare a Dio ciò che spetta al Dio come culto e rispetto della religione e dare allo Stato ciò che spetta allo Stato senza commistioni di ruoli, ma in sintonia nel cercare il vero, il bene e l’utile per tutti.

Perciò giustamente i messi dei farisei e degli erodiani mettono subito in chiaro la posizione di Gesù Maestro che è veritiero ed insegna la verità secondo Dio, ma il loro intento era di farlo cadere in qualche contraddizione per trovare il modo di accusarlo di operare contro i romani. Ma Gesù risponde nella verità e alla luce della giustizia sociale. Migliore insegnamento non potevano avere da quel Maestro, che li taccia di malizia ed ipocrisia.

Quanto sia attuale questo argomento anche nel mondo della chiesa e di quanti si professano cristiani nel sociale e nella politica, lo comprendiamo alla luce del magistero di Papa Francesco che su questo argomento è tornato spesso nei suoi discorsi, omelie e catechesi. L’ipocrisia è il linguaggio proprio della corruzione, egli afferma. I cristiani non debbono usare “un linguaggio socialmente educato”,  incline “all’ipocrisia”, ma farsi portavoce della “verità del Vangelo con la stessa trasparenza dei bambini”. I farisei che si avvicinano a Gesù tanto amabilmente, sono gli stessi che nel giovedì santo andranno a prenderlo nell’Orto degli Ulivi, e il venerdì lo trascineranno davanti a Pilato. I farisei si rivolgono a Gesù «con parole morbide, con parole belle, con parole troppo zuccherate», «cercano di mostrarsi amici». Ma è tutto falso. Questi non amano la verità ma soltanto se stessi, e così cercano di ingannare, di coinvolgere l’altro nella loro menzogna, nella loro bugia. Loro hanno il cuore bugiardo, non possono dire la verità. È proprio il linguaggio della corruzione, l’ipocrisia. L’ipocrisia non è un linguaggio di verità, perché la verità mai va da sola. Mai! Va sempre con l’amore! Non c’è verità senza amore. L’amore è la prima verità. Se non c’è amore, non c’è verità. Questi vogliono una verità schiava dei propri interessi. C’è un amore in loro, possiamo dire: ma è l’amore di se stessi, l’amore a se stessi. Quell’idolatria narcisista che li porta a tradire gli altri, li porta agli abusi di fiducia».  Verità, giustizia, amore, rispetto delle regole vanno di pari passi nella vita di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà.

Nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Isaia, ascoltiamo queste parole di speranze rivolte al popolo santo di Dio e che diventano le nostre parole e la nostra speranza nell’oggi della Chiesa: “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo,  ebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Da una parte un Dio che ama e dall’altra un popolo indifferente a questo amore, distratto e preso da altri pensieri ed interessi che non sono quelli del Signore. Quanto cammino c’è da compiere anche oggi nella chiesa per far sì che la fede Dio sia davvero al centro della nostra vita e delle nostre azioni.

Cosa che Paolo invece ha compreso perfettamente, dopo la conversione, impegnandosi a vivere secondo quanto egli stesso afferma nel brano della seconda lettura della liturgia di oggi, tratta dalla lettera ai Tessalonicesi: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.

Un altro Paolo, della Croce, fondatore dei Passionisti, di cui oggi celebriamo la festa liturgica, a distanza di 1700 anni comprese perfettamente come bisogna vivere e quali scelte radicali per il Signore si dovevano fare per essere in pace con se stesso, con Dio e con gli altri: la scelta del donarsi per amore, del distacco da ogni cosa per servire la causa del vangelo e la causa dei poveri.

Sia questa la nostra sincera ed umile preghiera in questo giorno di festa per tutti e specialmente per i Passionisti che oggi ricordano il loro santo Fondatore, San Paolo della Croce: O Padre, a te obbedisce ogni creatura nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini; fa’ che nessuno di noi abusi del suo potere,  ma ogni autorità serva al bene di tutti, secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio,  e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio”.

Il Commento dalla parola di Dio di Domenica XXVIII- 12 ottobre 2014

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 12 OTTOBRE 2014 

LA FESTA DELLE NOZZE ETERNE E GLI INVITATI DEL REGNO 

Commento alla Parola di Dio di padre Antonio Rungi. 

Anche in questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci viene presentata, nel testo del Vangelo, un’altra parabola sul Regno di Dio. E’ parabola della festa delle nozze, alla quale sono invitati tutti, ma tutti erano degni di parteciparvi. Alla fine la selezione tra i degni e gli indegni viene automaticamente, senza intervento da parte del Signore che ha predisposto ogni cosa per degnamente svolgere questa speciale festa in occasione delle nozze del suo Figlio.  Leggiamo con attenzione il brano del Vangelo di Matteo: “In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:  «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Come è facile intuire, in questo brano evangelico c’è un forte appello da parte di Gesù a che i suoi discepoli, convinti della loro scelta di vita, possano sperimentare la gioia della misericordia. Nessuno è escluso dal Regno dei cieli, tutti sono chiamati ed invitati a farne parte con una degna condotta di vita e di moralità. Non è un semplice atto di adesione, la questione dell’appartenenza al Regno di Dio, non è la stessa cosa di un tesseramento ad un partito politico o ad un’ associazione benefica o di volontariato, ma investe tutta la persona, anima e corpo, per far funzionare tutto l’assetto della persona e dello stesso corpo ecclesiale. Bisogna avere quella veste bianca dell’innocenza, della purificazione di propri errori e di un inizio di vita nuova. Quella veste bianca è simboleggiata dall’innocenza battesimale. Nel momento in cui riceviamo questo sacramento, da piccoli o da grandi, la nostra anima e la nostra persona è resa pura, perché viene rimosso il peccato originale e noi siamo nella piena grazia di Dio. Questa veste bianca, come molti esegeti dicono, e che nel vangelo di oggi è messa in evidenza, non è l’unica possibilità per entrare nel Regno di Dio. Una volta si sottolineava che al di fuori della chiesa non ci fosse salvezza. Dopo il Concilio Vaticano II si è voluto anche evidenziare che la salvezza che Cristo è venuto a portare sulla terra è per tutti. Gesù sulla croce non è morto per un gruppi limitato di esseri umani che aderiscono alla sua religione, ma è morto per tutti. Coloro che senza loro colpa non conoscono Cristo nella loro vita, ma che vivono da cristiani naturalmente avranno la stessa possibilità di salvarsi di quanti questo dono della fede l’hanno ricevuto da piccoli e in un contesto religioso evidentemente cristiano. Noi che siamo venuti alla fede da piccoli abbiamo una maggiore responsabilità nel confronti del Regno di Dio che va accolto, ma anche fatto conoscere e diffuso.

Aperto alla gioia e alla speranza è il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Isaia, nel quale sono forti gli accenti del dolore, della sofferenza e dell’amore, che ci si imbatte in un testo di estrema attualità e quindi di estremo bisogno di amare e di essere amati. “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Tutti sono chiamati alla gioia dell’incontro  con Cristo in questa vita e soprattutto nell’eternità. Il banchetto di cui parla Isaia nel brano di oggi, non è altro che questo. E sappiamo con la certezza della fede che in quella nuova realtà futura non ci sarà né pianto, né dolore e né morto, perché tutto è gioia e tutta è vita, perché il Dio in cui crediamo è il Dio della vita e non della morte, è il Dio della gioia e non del dolore, anche se in Cristo ha scelto la via della croce per salvarci, la via cioè dell’amore che si fa dono fino a offrire per l’uomo la stessa sua vita.

In questa prospettiva soteriologica e cristologica possiamo leggere l’incoraggiante brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo ai Filippesi, che come, è ben noto, è incentrata su Cristo redentore, sul Cristo Salvatore, sul Cristo crocifisso e morto per noi, per capire quale strada percorrere per essere felici in questo mondo e per l’eternità. Tutto Paolo può in Cristo, noi tutto possiamo in Colui che è la nostra redenzione e salvezza. Tutto possiamo in Gesù e con Gesù e senza di Lui non possiamo fare nulla, assolutamente nulla. Abbandonarsi in Dio è quindi la strada maestra per la vera felicità della persona credente. Ascoltiamo questo breve ma toccante brano dell’epistolario del grande apostolo delle genti: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Vogliamo concludere queste brevi riflessioni sulla parola di Dio di questa domenica XXVIII del tempo ordinario dell’anno liturgico, con la preghiera iniziale della santa assemblea, convocata oggi, nel giorno di festa, la domenica, giorno del Signore con questa preghiera: “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale”.  Per quanto ci è possibile, mettiamo tutta la nostra buona volontà per conservare bianca quella veste della santità che ci è stata consegnata nel giorno del battesimo. Nessuno di noi renda nera una veste bianca di Cristo e nessuno la imbratti con peccati e crimini indegni di ogni cristiano che ami veramente Dio, la Chiesa e l’umanità, perché c’è il rischio della dannazione e della perdizione eterna come ci ricorda il versetto finale del vangelo di oggi, che condanna definitivamente chi si è presentato al banchetto della vita senza la recuperata innocenza che passa attraverso la conversione, il pentimento e la penitenza. Infatti  cosa fece il Signore per chi non aveva agito bene? “Il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Signore liberaci dalla dannazione eterna e dall’inferno, ben convinti che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.

Il commento alla Parola di Dio di Domenica 21 settembre 2014

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 21 SETTEMBRE 2014

 

I PRIMI E GLI ULTIMI NELLA VIGNA DEL SIGNORE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio, oggi, in base ai testi che leggiamo, ci mette in crisi da un punto di vista umano e secondo la logica degli esseri umani che valutano le cose in ragione alla quantità e non alla qualità, all’efficienza e alla produttività e non alla logica della passione e dell’amore. Il Vangelo di oggi, in particolare, circa la chiamata degli operai nella vigna del Signore, a qualsiasi ora del giorno, e che alla fine ricevono la stessa ricompensa da parte del padrone, sembra minare il diritto del lavoro, del merito, e della giustizia sociale. Potremmo dire che in questo caso il padrone è ingiusto, quando ingiusto non lo è affatto, perché non viene meno ai suoi patti con i primi e si sente generoso nel dare la stessa ricompensa agli ultimi. Ma qui non sono in gioco gli interessi umani, qui è al centro dell’insegnamento di Cristo la passione per la diffusione del suo Regno e diciamolo, pure, anche la conquista della salvezza eterna. Perché si tratta di conquistare un premio, anzi di avere un riconoscimento in base al lavoro che si è prodotto personalmente n vista di questo importante traguardo della vita. Forse alla fine, chi è stato chiamato per primo ed aveva davanti a sé tanto tempo per lavorare non ha fatto più di tanto, cullandosi sulla sua condizione di lavoratore assunto dalla prima ora. E’ quello che capita anche nella vita, chi ha una sicurezza economica, chi ha un lavoro stabile e sicuro e che è impegnato in tale settore da sempre, può lasciarsi andare e godersi di quanto già dato. Poi magari arriva la crisi ed anche chi stava apparentemente al sicuro incomincia a traballare ed avere paura. Chi arriva all’ultimo momento, sarà per l’entusiasmo, sarà per aver realizzato una sua aspettativa di vita è più generoso nel servizio, più entusiasta e più innovativo. I primi e gli ultimi a volte entrano in conflitto anche in tanti ambiti ecclesiali, parrocchiali, religiosi, umani. Subentra una gelosia, si fa spazio la concorrenza il predominio del tempo e di conseguenza si entra in lotta e si va a controllare anche i risultati delle proprie prestazioni. Ecco la mentalità di chi, dei lavoratori della vigna del Signore, che ci vengono presentati oggi nel testo del Vangelo e che sono stati i primi a contrattare con il datore di lavoro, ad un certo punto quando ricevono al paga contestano l’operato di quel signore che ha voluto dare la stessa paga agli ultimi arrivati. Come dire che io sono stato il primo a rispondere, o Dio, alla tua chiamata, per cui debba essere il privilegiato. Io entrare ed avere diritto ad entrare nel tuo regno e gli altri, quelli che si sono aggiunti lungo la strada non farne parte o al limite attendere per entrarci. Ma il Signore è venuto sulla terra a salvare tutti e a tutti i momenti della vita e della storia. I primi sono come gli ultimi perché nel cuore di Dio e nel suo infinito amore misericordioso c’è solo una grande speranza, che tutti i suoi figli si salvino e raggiungano la felicità. Certo per chi ha lavorato tanto nella vigna del Signore ha potuto gustare anche il servizio che ha espletato per amore nel tempo abbastanza lungo della vita. Chi ha per una serie di circostanze è entrato in questo regno più tardi non deve essere penalizzato, soprattutto se non è stata colpa sua non aderirvi subito. Tempo fa un giovane mi raccontava questa sua esperienza personale. “Padre, mi disse, fino a qualche giorno fa, ero credente, frequentavo i sacramenti regolarmente, ero appassionato della religione cattolica. Ad un certo punto sono diventato ateo. E vi spiego anche il perché. I miei genitori si sono separati e poi hanno divorziato. Erano entrambi cattolici, parlano a noi loro figli di amore, tolleranza, accettazione, sacrifici. Si erano anche sposati in chiesa. Poi, non so per quali motivi, hanno lasciato la strada del matrimonio ed ognuno si è fatto la sua vita.  Noi figli non abbiamo avuto nessuna considerazione nelle loro decisioni. Solo il giudice ha dovuto stabilire con sentenza cosa dovevano fare per noi, i tempi i assegnazione all’uno e all’altra. Ecco Padre la mia crisi di fede è nata da qui. Io ero stato chiamato da piccolo alla fede. Battezzato, Prima Comunione, ministrante nella parrocchia, campi scuola, di tutto e di più, frequenza sistematica della messa. Insomma un santo in miniatura. E tale mi sentivo nel cuore, perché allora i miei genitori erano uniti (forse solo apparentemente) e noi respiravano il clima dell’amore e la fede, la pratica religiosa era un fatto naturale. L’amore ti porta ad operare ed anche la fede diventa più praticabile. Da primo sono diventato ultimo almeno in questo campo. Ora con il suo aiuto voglio recuperare e ritornare alla fede, non a quella fede apparente dei miei genitori, ma alla fede vera e convinta che voglio costruire sulle macerie della mia vita”. Quel giovane oggi è ritornato alla fede e si è sposato anche in chiesa con matrimonio cattolico e vive felicemente con la sua sposa la vita coniugale avendo avuto anche il dono di tre figli che cura con amore e gioia cristiana.

Questo racconto si intona perfettamente con il brano del Vangelo di Matteo di oggi, che è necessario leggere nella prospettiva non solo della vita terrena, ma soprattutto eterna. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

C’è il rischio di sentirsi al sicuro nel Regno futuro perché abbiamo creduto per primi. Ma come è stata la nostra fede, come l’abbiamo vissuta? Forse all’acqua di rosa, annacquata, come spesso ricorda Papa Francesco nelle sue sistematiche meditazioni quotidiane, nelle udienze generali e nei discorsi ufficiali. Proprio perché siamo venuti per prima alla fede, non dobbiamo essere gelosi e invidiosi, anzi dobbiamo sforzarci a far si che altri fratelli sentano l’attrattiva del Regno di Dio anche all’ultimo momento della loro vita. Il premio eterno, il santo paradiso non è una garanzia solo di chi è entrato nel cammino della fede da piccolo, ma per tutti e non è riservato solo a chi è cristiano, cattolico, ma per tutti. La salvezza il Signore l’ha portato per tutti gli uomini della terra e nessuno può essere pregiudizialmente escluso da questa verità assoluta. Certo è meraviglioso poter lavorare nella vigna del Signore fin dal mattino della nostra vita; ma non sempre questo avviene in tante persone, perché alla fede e poi alla testimonianza e alla missione vi sono giunti in tempi successivi, forse a metà della loro vita e spesso anche alla fine della vita. Per tutti Dio è misericordioso e dona il premio in maniera inaspettata e sorprendente. Quanti doni dal cielo ci giungono senza saperli riconoscere e soprattutto senza saper dire grazie a Colui che ci dona ogni cosa! Facciamo nostro il monito del profeta Isaia, che accogliamo nel testo della prima lettura della liturgia della parola di questa domenica. “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Forte richiamo alla conversione della mente e del cuore nella logica di Dio, che ha altri pensieri e progetti e non coincidono affatto con il nostro modo di pensare e sperare. Chi conosce il pensiero di Dio, chi è proiettato verso il mondo della felicità, si lascia andare in un discorso che Paolo Apostolo fa, con semplicità, nel brano della seconda lettura di oggi. Egli scrive ai cristiani di Filippi: “Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo”.

Chi ha ricevuto una chiamata da Dio, come gli operai del Vangelo, chi ha ricevuto soprattutto una speciale vocazione al servizio di Cristo e della Chiesa si deve comportare in modo degno del Vangelo. Quanta ipocrisia, falsità, menzogna, quanti farisei, quanta apparenza, quanta fiction nella vita di tanti cristiani. Mi sembra che stiamo a recitare una parte, sul palcoscenico di quel teatro della vita, dove tutti vogliono essere i primi attori, senza neppure averne le doti e le qualità, dove si rivendica il ruolo della primazia e della superiorità, disprezzando gli ultimi, quelli che con grande umiltà si sforzati, nonostante le loro debolezze e fragilità di essere fedeli alla parola data a Dio e agli altri. Ecco perché alla fine di queste riflessioni possiamo rivolgerci a Dio con questa preghiera, la colletta della messa di questa domenica XXV del tempo ordinario: O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”. Convinti più che mai chebuono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”. Amen.