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IL COMMENTO PER LA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

20 LUGLIO 2014 

Non vogliamo essere zizzania, ma grano che fa sorride la terra 

di padre Antonio Rungi 

La XVI del tempo ordinario dell’anno liturgico ci propone come meditazione un’altra parabola di Gesù, in continuazione di quella di domenica scorsa, su seminatore che uscì a seminare e la risposta della terra fu diversa, in base dove la semente era stata gettata. In questa parabola entra in gioco un’erba cattiva, che qui è indicata come zizzania che cresce e si sviluppa insieme al buon grano. Certo non è il buon seminatore che semina l’erba distruttiva, ma il nemico acerrimo di questo speciale seminatore che è Dio e che trova nell’anti-Dio, in satana, il suo oppositore, perché quel campo della gioia e della pace non sia armonioso e non sia sereno. L’erba cattiva seminata a tutte le ore della storia e della vita dell’umanità ha permesso, purtroppo che il lavoro del buon seminatore incontrasse ostacoli e non raggiungesse il vertice della produzione dell’amore, della carità, della gioia e della vita. Facendo tesoro di questa lezione di vita che ci viene dal Signore, mediante un dialogo sincero ed aperto con i suoi discepoli, noi vogliamo essere il buon grano ed estirpare dalla nostra mente, dal nostro cuore e soprattutto dalla vita. Estirpare dalle nostre relazioni umane ed ecclesiali ogni piccolo germe di erba cattiva, che può danneggiare tutto il raccolto.

Il giudizio di Dio che incombe su ogni uomo e su tutta l’umanità, quando il grano sarà separato dalla zizzania e questo avrà accesso ad essere accolto nei granai di Dio, che tradotti in termini spirituali e teologici, è il santo Paradiso, ci deve far riflettere seriamente su come abbiamo strutturato la nostra vita nel corso di questa esistenza terrena che stiamo vivendo. Non possiamo dimenticare che abbiamo un grande appuntamento con la nostra storia terrena ed eterna e questo è il giudizio personale e quello finale di Dio. Bisogna, certamente, confidare nella misericordia infinita di Dio, ma è doveroso anche lavorare perché questa misericordia possa realizzarsi nel tempo che il Signore ci ha donato mediante una sincera conversione della nostra vita all’amore, alla pace, alla riconciliazione, al bene per sempre.

Il regno di Dio a cui fa riferimento il vangelo di oggi, con tre parabole dello stesso tono e con lo stesso intento che il Signore vuole far risaltare, non può essere bloccato nella su diffusione, nella sua radicazione e nel suo potenziamento nella storia dell’uomo per qualsiasi ostacolo che viene dal di fuori o dal di dentro dello stesso campo, che la chiesa e la comunità dei credenti. Deve andare avanti nel cammino della storia, interpretando i segni dei tempi e mettendo argine al male che è presente fuori e dentro la chiesa. Il granellino di senape, diventerà un albero robusto e resisterà a tutte le intemperie e tempeste della storia, come, d’altra parte, stiamo vivendo in questo nostro tempo, con tante difficoltà all’interno e al di fuori della chiesa e soprattutto nel mondo. Anche la parabola del lievito che fa crescere la pasta è indicativa per comprendere il ruolo che ogni battezzato ha all’interno della comunità dei credenti. Ognuno di noi si deve fare artefice di crescita spirituale e morale e mai essere strumento per bloccare qualsiasi avanzamento giusto e santo nella chiesa e nella società. Essere lievito, nell’ottica di Cristo, significa farsi promotore di crescita vera di tutto il popolo santo di Dio. Chi ostacola questa crescita è colui che è motivo di scandalo nella chiesa. Ed oggi sono tanti i motivi per ripensare anche certi ruoli, uffici e ministeri che siano lievito per la chiesa e crescita vera di essa e non motivi per dare scandalo e per buttare ulteriore fango sul popolo santo di Dio, che è anche composta da persone oneste e rette, che vivono santamente e fedelmente la loro fede e la loro scelta di vita. Sugli scandali che offendono la bellezza e la grandezza di Dio, della chiesa e la santità di essa non c’è tolleranza alcuna. Nel giudizio finale peseranno molto per separare il positivo dal negativo, partendo dai vertici fino ad arrivare alla base del popolo santo di Dio. La Chiesa ha bisogno di santi e non di scandali e la società ha bisogno di pace e non di guerre o conflitti di ogni genere.

Per potere raggiungere questi ideali di vita cristiana è urgente per tutti entrare nella dinamica spirituale che porta a dare importanza alle cose di Dio e non a quelle della terra e del mondo. L’apostolo Paolo ci ricorda, infatti, nel brano della seconda lettura di oggi tratta dalla sua lettera ai Romani che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non sappiamo infatti come in modo conveniente..Egli scruta i pensieri e i desideri del nostro cuore e se ci lasciamo condurre da lui porta a compimento il bene che aspiriamo a raggiungere.

Nella piena consapevolezza che nonostante i nostri limiti umani e le nostre debolezze, Dio non ci fa mancare il suo sostegno e il suo aiuta e ci concede la sua infinita misericordia, vogliamo con profonda gratitudine a Dio rivolgerci a Lui con le parole della libro della Sapienza, che oggi ci accompagna nel cammino dell’ascolto del Dio che ci parla, con queste espressioni di fiducia e speranza il Lui: Signore con il tuo modo di operare nei confronti dell’umanità hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e ce hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Chiediamo perdono oggi nella celebrazione dell’eucaristia, che è agape fraterna intorno alla mensa del corpo e sangue di Cristo dei nostri peccati, dei nostri scandali, della nostra miseria umana ed impegniamoci ad essere coerenti con la nostra fede battesimale. Quella fede battesimale, mediante la quale ci siamo impegnati a rinunciare a Satana e a tutte le sue opere e a credere nella Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica, nella quale viviamo e speriamo di morire in piena comunione, diventando noi stessi strumenti di diffusione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, come oggi preghiamo umilmente nella colletta: “Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà risplendere come il sole nel tuo regno”. Amen.

Commento alla parola di Dio di domenica 6 luglio 2014

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DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO

Andare, prendere e imparare da Cristo

padre Antonio Rungi

Dopo un lungo periodo di feste e ricorrenze speciali, oggi, si ritorna alla liturgia delle domeniche del tempo ordinario. Celebriamo, infatti, oggi, la XIV domenica del tempo ordinario. Al centro della liturgia della parola di Dio di oggi il tema dell’umiltà e della semplicità della vita che tutti dobbiam…o attingere dal nostro modello che è Cristo. Nel Vangelo di oggi sentiamo parole di grande sostegno e conforto morale e spirituale da parte di Gesù stesso, che ci dice, quale maestro di vita che testimonia e non parla soltanto, queste bellissime e toccanti espressioni di amore e di vicinanza all’uomo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Tre verbi che vorrei sottolineare in questa omelia: venite a me; prendete il mio gioco ed imparate da me.
Andare da Cristo. Ci sono tanti modi e tanti motivi per andare da Cristo o fuggire da Lui. Noi vogliamo andare dal Signore, perché Egli è la nostra forza, la nostra guida, il nostro ristoro. L’andare verso esprime un cammino di vita interiore che tutti i cristiani devono saper compiere con gioia e sincerità, sapendo che vanno incontro alla Bontà ed alla Felicità per eccellenza che è Cristo. Chi, infatti, incontra veramente Cristo e fa esperienza di vita intima con Lui incontra la gioia e la felicità. Chi invece non lo incontra va via e non ne sente neppure il bisogno e la nostalgia. Dovremmo ripetere ogni volta nel nostro cuore quelle bellissime parole di Agosto d’Ippona, una volta convertito a Cristo: il mio cuore Signore è sempre inquieto finquando non riposa in Te. Tutto vero per chi sa di sperimentare la gioia nel Signore quando vive in Lui, con Lui e per Lui.
L’altro verbo è prendere il gioco della sofferenza, il peso della croce. Essere felici di portare la croce ed accettare la prova. Sembra un assurdo ed un paradosso. Gesù ci insegna come questo gioco diventa davvero leggero se è portato per amore e per un forte ideale che motiva anche la rinuncia e il sacrificio. Lui questo gioco pesante se lo ha caricato sulle spalle ed è andato alla croce, al calvario, alla morte, nonostante il dolore, facendo tutto perché ha amato noi fino a dare la vita per no. Questo gioco che a volte può interessare anche la nostra esistenza terrena, non venga mai rigettato o scaricato sulle spalle degli altri. Ognuno sappia portare il proprio gioco del dolore con dignità, chiedendo a Gesù la forza per andare avanti, quando la salita si fa più pesante e le forze vengono meno nel lavoro spirituale di perfezionamento nella carità.
Terzo verbo è imparare. Questo nostro maestro di vita è molto esigente, perché chi dà amore e chiede amore è esigente per sua natura. L’amore non è qualcosa di precario e provvisorio, ma di definitivo e di totale coinvolgimento della persone. Gesù che ci chiede di imparare da Lui che è mite ed umile di cuore, vuol dire che il nostro cuore difficilmente sarà umile e mite. Lui mite agnello immolato sulla croce per noi, si è fatto simile all’uomo assumendo la natura umana e umiliando se stesso fino al sacrificio della croce ci indica la strada per essere veramente miti ed umili. Dove e come possiamo giustificare davanti a questo Re mite ed umile di cuore, la nostra superbia, la nostra freddezza e indifferenza? Non c’è giustificazione di sorta per coloro che non sanno essere umili e non sono miti. Dio che è amore è tenerezza e dolcezza infinita, anche se rimane giusto giudice che valuta le cose di questo mondo con sapienza ed equilibrio che solo in Dio possiamo ritrovare in massimo grado. Ecco perché la Chiesa oggi ci fa pregare in sintonia di intenti e di cuore con questa preghiera iniziale della santa messa odierna: O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te”. E sul tema della gioia e della speranza per la venuta del Messia è incentrata la prima lettura di oggi, tratta dal libro di uno dei primo grandi profeti dell’Antico Testamento che è Zaccaria. Testo che incontriamo nella liturgia dell’Avvento e che qui viene riproposto con forti richiami alla mitezza, dolcezza e povertà del divino Maestro: «Esulta grandemente, figlia di Sion,giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle azioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
Da parte sua San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla bellissima lettera ai Romani ci parla della vita secondo lo spirito. Solo chi si lascia guidare dallo spirito diventa persona umile e saggia nella vita. Chi si lascia guidare dallo spirito del mondo e della carne, pensa ed agisce solo per realizzare aspettative terrene, dimenticandosi del cielo e di come si va in cielo. Costui diventa l’uomo del solo voler sapere e conoscere, ma mai l’uomo del sapere volare in alto e andare verso la vera patria, quella comune a quanti credono e a quanti non credono, perché il destino eterno dell’uomo è uguale per tutti, anche se può cambiare la destinazione finale. Perciò risuona con forza questa parola di vita che proclamiamo oggi nella liturgia domenicale: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.
Lo spirito è vita, la carne è morte. Questa chiara opposizione tra bene e male, tra corpo ed anima, tra spirito e materia, San Paolo Apostolo la vuole sottolineare con forza, perché ci chiede una risposta coraggiosa per ilo Signore. Un cristiano non può vivere immerso nelle cose materiali, è un pagano di fatto, se da retta solo a ciò che soddisfa la carne, le sue terribili passioni, che se non controllate e contraste riducono l’uomo spiritualmente in cenere, distruggono il Lui ciò che è più bello e nobile della sua vita, quella intimità con Dio, quella purezza del cuore e della vita. E questo riferimento capita a proposito oggi, quando la Chiesa ricorda una piccola grande santa martire dei nostri tempi, Maria Goretti. Questa piccola grande donna capì perfettamente dove era la vera gioia, anche a soli 12 anni, respingendo con coraggio ed forza colui che brutalmente e per depravazione morale voleva offendere la sua dignità di bambina di Dio. Ecco l’esempio dei santi, come quello di Maria Goretti ci immettano in quel clima di spiritualità permanente, mediante la quale possiamo pregare con le stesse parole di Gesù che oggi ascolteremo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Amen.

Commento alla liturgia del Corpus Domini 2014

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Solennità del Corpo e Sangue del Signore

Dacci sempre il tuo corpo e il tuo Sangue, Gesù

padre Antonio Rungi

In questa domenica in cui celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Gesù il mio primo pensiero va a quanti questo corpo e questo sangue, sacramento della presenza reale e divina di Gesù, non possono riceverlo e per tanti sacerdoti che non possono e non hanno potuto celebrarlo nel corso dei millenni, da quel giovedì santo, durante l’ultima cena, in cui Gesù istituiva l’eucaristia e il sacerdozio per essere più vicino a noi con le specie del pace e del vino. Penso a quanti non lo possono ricevere e soffrono per questo e penso, in secondo luogo, a quanti lo possono ricevere e non sentono il bisogno di farlo, dai più piccoli ai più grandi, dai bambini della prima comunione che anche quest’anno 2014, nei giorni scorsi ed oggi in particolare si accosteranno per la prima volta al Santissimo Sacramento dell’Altare. Penso agli ammalati in ospedale o nelle case in cui difficilmente arriva il ministro dell’eucaristia o il ministro straordinario della comunione per portare a quanti soffrono il viatico della gioia del cuore, che è Cristo Signore. Penso a quanti si sono fatti santi mettendo al centro della loro vita la messa, l’eucaristia e l’adorazione eucaristica, la partecipazione al culto eucaristico dentro e fuori la celebrazione della messa. I santi religiosi, sacerdoti, vescovi e papi, i tantissimi fedeli laici che hanno alimentato la loro esistenza alla fonte inesauribile della grazia eucaristica. Ecco, oggi festeggiare il Corpus Domini, non è solo replicare le abitudini quotidiane o settimanali della partecipazione alla messa e alla santa comunione, molte volte senza fervore e senza zelo, ma è essenzialmente immergersi in questo mistero della fede, mediante il quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. L’eucaristia ci immerge in questo mistero del già e del non ancora. La certezza della vita e della risurrezione e la speranza della salvezza eterna e definitiva. Noi nell’eucaristia anticipiamo tutto questo. Ecco perché è chiamata in tanti modi: sacrificio, mensa, banchetto nuziale, cena, frazione del pace, comunione ed altri termini teologici, elaborati dalla riflessione dei santi e del magistero che si sono concentrati sull’eucaristia e sulla messa, memoriale della pasqua del Signore.

La liturgia della parola che oggi ascoltiamo e sulla quale siamo invitati a meditare e riflettere per vivere questa giornata di gioia con lo spirito giusto e con il cuore libero da ogni altra preoccupazione che non sia quello di dare lode a Dio, ci aiuta proprio in questo cammino eucaristico che ci spinge quasi naturalmente verso la santità, che è la meta più alta alla quale possiamo aspirare. Lo facciamo con la preghiera della sequenza che oggi tutta l’assemblea convocata per la santa messa, recita prima della proclamazione del vangelo:Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev’essere gettato. Con i simboli è annunziato,  in Isacco dato a morte, nell’agnello della Pasqua, nella manna data ai padri. Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi.

In questa speciale preghiera eucaristica vogliamo soffermarci su questa espressione: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni. E’ l’essenza stessa dell’eucaristia. In essa Gesù si fa nostro cibo e nostra bevanda per nutrirci e difenderci dagli assalti del male e del peccato.

Come nella vita fisica,  senza il necessario, adeguato e specifico nutrimento si abbassano le difese immunitarie, così nella vita spirituale senza l’eucaristia si abbassano i livelli di spiritualità e moralità e la vita di un vero cristiano si riduce a vita materiale, spesso vissuta anche rettamente, ma non certamente contrassegnata da questo rapporto continuo e sacramentale con Cristo che proprio l’eucaristia ci offre.

Con Cristo in noi, tutto possiamo realizzare dei nostri sogni più veri e delle nostre aspettative più certe. Nell’eucaristia, infatti, la nostra vita si trasforma continuamente in Cristo, vive e rivive la vita di Cristo non solo nel momento in cui riceve il corpo del Signore, ma perché quel corpo donato e quel sangue versato sulla Croce per noi ci redime continuamente da ogni colpa, ci rivitalizza sempre.

Perciò i cristiani, i martiri dei primi secoli pur di celebrare l’eucaristia, non temevano di andare a morire per questo valore. Le catacombe erano i luoghi speciali di preghiera, ma soprattutto i luoghi per fare memoria del Signore, facendo tesoro quel comando che Cristo aveva dato loro nell’ultima cena: Fate questo ogni memoria di me.San Paolo  Apostolo nel brano della prima lettera ai Corinzi, ci rammenta, infatti, cosa in effetti produce in noi l’eucaristia: “ Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. E’ la dimensione ecclesiale dell’eucaristia. E sappiamo bene come il magistero della chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, specialmente con San Giovanni Paolo II, abbia voluto accentuare la dimensione ecclesiale dell’eucaristia, in quanto non c’è chiesa senza eucaristia e non c’è eucaristia se non nella chiesa, cioè nella comunione. Possiamo comprendere questa dimensione alla luce del discorso di Gesù sul pane della vita, come ci viene testualmente riportato dall’evangelista Giovanni, nel brano di oggi: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Ed aggiunge: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda>>. Pane per la vita del mondo è questa l’eucaristia. E questa la solennità del Corpus Domini che ci accingiamo a vivere con un cuore rinnovato dall’amore e dall’ardore eucaristico. Facciamo accendere dentro di noi questa fiamma che possa guidare i nostri gesti quotidiani, quando l’eucaristia dalla celebrazione, passa ad essere solo e soltanto diaconia e servizio. Non c’è chiesa eucaristica se non si fa serva per amore sull’esempio del proprio Maestro e Signore. Ecco che con grande gioia nel cuore possiamo oggi pregare così con tutta la chiesa sparsa nel mondo e che si ritrova particolarmente in questo giorno intorno alla sorgente della sua carità e del suo amore per l’umanità: “Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno”. Amen.

Un Dio che è solo Amore. Commento alla liturgia della SS.Trinità.

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DOMENICA DELLA SS.TRINITA’ – 15 GIUGNO 2014

 UN DIO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AMORE 

di padre Antonio Rungi 

Oggi che celebriamo la festa della SS.Trinità ci viene da domandare come è Dio in se stesso, dal momento che Gesù ce lo ha rivelato come Uno e Trino, come Padre, Figlio e Spirito Santo. Come è in se stesso Dio è facile capirlo dalle parole stesse di Gesù e dalla vita del Cristo, Figlio di Dio, venuto sulla terra per salvare l’umanità dal peccato e dalla perdizione eterna. E’ un Dio amore e solo amore. L’attributo, anzi la natura stessa di Dio è quella dell’amore. Capire questo e approfondirlo a livello personale in una giornata di festa come è quella odierna, la domenica della SS.Trinità, significa fare esperienza di amore. Perché uno dei doveri fondamentali di un cristiano è quello di conoscere, amare e servire Dio. Non c’è amore senza conoscenza e non c’è conoscenza senza amore. E di conseguenza l’amore e la conoscenza ti porta a servire l’amore conosciuto. Chi ama si fa servo e Dio che ama, perché è amore, si è fatto nostro servo ed ha donato la sua vita per noi, solo ed esclusivamente per amore. Ricordiamo, infatti, nel breve brano del Vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, che  «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». La chiave di lettura di questo grande ed insondabile mistero della nostra fede, sta proprio nel comprendere l’amore di Dio e immergersi in questo amore, con una vita fatta di amore. La santissima Trinità è modello di amore per ogni gruppo ed istituzione ecclesiale e sociale, a partire dalla chiesa, la famiglia di Dio, per poi arrivare alla famiglia naturale, alle famiglie religiose e di consacrati, alla famiglia umana più in generale. Tutti siamo chiamati a vivere nell’amore trinitario e ad esprimere questo amore nella vita di tutti i giorni. Mi preme citare per intero il numero uno dell’Enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus caritas est, in cui il Papa emerito, fa una sintesi del mistero di Dio amore che ha il suo risvolto sulle persone e sul mondo di oggi. Scrive, infatti, Papa Benedetto: 1. « Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ». Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro. In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri”. Sono parole che interpretano in modo coerente anche quella che era la convinzione presso il saggio israelita e che noi troviamo espresso anche nel brano della prima lettura di oggi, tratta dall’Esodo e che nella sua brevità e nei suoi contenuti scarni è tutto un progetto di vita spirituale, di sana dottrina teologica e di forte accento catechetico, che ci dice chi sia Dio e come agisce nei confronti degli uomini: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Dio è ricco di amore. Chi ama, perdona, non si altera, ma tutto sopporta ed accetta. Questo amore grande è misericordioso, che accetta tutto fino a subire il patibolo della Croce, è proprio Gesù, il Figlio di Dio venuto sulla terra per portare amore e pace tra gli uomini. Ce lo ricorda, l’apostolo Paolo nel breve brano della seconda lettura di oggi, incentrato sul tema dell’amore, che porta la gioia e dona la vera vita alle persone. Senza amore si muove, si spegne il cuore dell’uomo, con l’amore, ovvero con Dio, tutta la vita rivive e rifiorisce, perché è vita di gioia: “Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Se, nonostante i tanti anni di vita cristiana, finora vissuti, non ancora abbiamo capito chi è Dio e come va inteso e vissuto nella vita di tutti i giorni il mistero della SS.Trinità, significa che abbiamo avuto poca dimestichezza spirituale ed interiore di questo mistero di amore e donazione. Unità e Trinità di Dio sono il cardine della vita spirituale di ogni cristiano, perché è nella Trinità che tutto si realizza e si porta a compimento, in quanto Dio è il principio e il termine di ogni cosa. Sia questa la nostra preghiera comunitaria oggi, mentre in varie parti d’Italia e del Mondo, la festa della SS.Trinità è celebrata con particolare gioia, ma anche con grande senso di penitenza, rinnovamento e conversione della propria vita al Signore: “Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo”. Amen.

 

 

LA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2014

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LA SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE 2014

CON UNO SPIRITO NUOVO IN QUESTO MONDO

DI PADRE ANTONIO RUNGI

 

La solennità delle pentecoste che celebreremo domenica 8 giugno 2014, in un clima di rinnovata fiducia nel Signore, ci invita a vivere le vicende della chiesa e del mondo con uno spirito nuovo. Cosa vuole dire questo è facile indicarlo. Bisogna abbandonare le cose vecchie, come tutto, ed aprirsi alle cose nuove, in quanto lo Spirito del Signore rinnova la faccia della terra. Nel salmo responsoriale di questa giornata di festo di Spirito, preghiamo, infatti, come espressioni mirabili da un punto di vista spirituale: Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra. Rinnovare la faccia della terra nella misura in cui rinnoviamo la nostra faccia, non quella esteriore che curiamo molto da un punto di vista estetico, ma la faccia del cuore, quella che ci identifica come persone, capaci di essere strumenti di novità per se stessi e per gli altri. Troppo “vecchiume” circola tra di noi, sia nel nostro modo di pensare che di agire. Il cristiano che si lascia condurre dalla Spirito di Cristo svecchia ogni cosa e rendere giovani le varie situazioni. Noi come chiesa abbiamo bisogno di svecchiarci e d togliere dalla nostra faccia le tante rughe del male e dell’abitudine ad agire per il male e non per il bene. Ecco rinnovare la faccia della terra, significa rinnovare il nostro modo di pensare ed agire come cristiani e come chiesa. Quante povertà morali e spirituali nella nostra ed altrui vita, quando non siamo docili all’azione dello Spirito e la Pentecoste è celebrata solo nella liturgia, anche in modo solenne, con veglie e preghiere, ma non è celebrata nella vita, quando di tratta di dare un impulso nuovo e una spinta più forte per indirizzare verso il meglio le tante situazioni della vita corrente. Ricordandoci di quanto ci viene detto da San Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi, dobbiamo avere la piena consapevolezza che non siamo battitori liberi nella chiesa, ma lavoriamo insieme per il bene di tutti e con il contributo carismatico di tutti. Infatti, scrive l’Apostolo delle Genti “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. La ricchezza dei doni e dei carismi non fa altro che aumentare il grado di accettazione della Chiesa. Una chiesa uniformata su certi schemi, perde della sua creatività e della sua perenne novità. La chiesa deve essere in sintonia con i carismi che lo Spirito Santo genera al suo interno. In essa c’è posto per tutti i carismi, se questi carismi non vengono abortiti prima della loro nascita e riconoscimento ufficiale. “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”. Nella pluralità dei carismi e nella diversità dei doni, noi costruiamo la vera famiglia di Dio nel mondo, ognuno con il proprio spazio di realizzazione ed affermazione non di se stessa, ma della comunità cristiana.

Gesù promettendo lo spirito consolatore, prima di ascendere al cielo, raccomanda alcune fondamentali cose per vivere al meglio questi incontri periodici. “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.

A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». I frutti dello Spirito Santo sono la misericordia, il perdono e la pace. Chi non ha lo spirito del Signore non sarà mai una persona di pace, in pace e capace di perdonare. Certo qui si fa riferimento il ministero della riconciliazione, alla confessione, che deve essere sincera e deve esprimere un sincero pentimento. Ma al di là del valore indiscutibile del sacramento della penitenza, c’è un perdono più profondo quando nasce dalla convinzione che tutti siamo peccatori e nessuno può ergersi a giudice e giustizialista degli altri.  Chiediamo al Signore di apportare a noi gli stessi benefici che lo Spirito Santo concesse agli apostoli quando discese su di essi, riuniti in preghiera insieme a Maria nel cenacolo. Infatti, “mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Il dono di farsi capire nell’unico e con l’unico linguaggio del vangelo. Questo dono è prezioso soprattutto oggi in una babele di tante infondate notizie ed informazioni. Stare dalla parte della verità che lo Spirito Santo ci illumina a perseguire sempre in ogni situazione della vita non fa altro che accrescere in noi il desiderio delle case che contano davvero in questo mondo e il possesso della vita eterna.

Si questa la nostra comune preghiera in questo giorno di festa in cui lo Spirito santo fa nuovo il volto degli uomini e della terra: “O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo”. Amen.

 

Solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. Commento di padre Antonio Rungi

ascensione

ASCENSIONE DEL SIGNORE -DOMENICA 1 GIUGNO 2014 

Perché fissare il cielo? 

di padre Antonio Rungi 

Nella domenica dell’Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, siamo inviati dallo stesso Signore a fare due cose: a fissare il cielo dove Cristo si è assiso alla destra del Padre e dove ci attende tutti, per condividere con noi la gioia del suo regno di luce e gioia eterna; a fissare la terra e a guardarla nella sua realtà di oggi e di sempre, con le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue incertezze, i suoi peccati e soprattutto nel suo bisogno di salvezza e redenzione. Il messaggio è molto chiaro e non ammette confusione di interpretazione da parte di nessuno. Infatti, nella preghiera iniziale della santa messa di questa solennità così preghiamo congiuntamente a tutti i credenti, noi che aspettiamo la  redenzione e la salvezza:Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. Mentre nel vangelo ci vieni indicato con esattezza ciò che siamo chiamati a fare in questo mondo per far conoscere il nome di Cristo e la salvezza a tutte le genti. Gesù, infatti, si rivolge agli apostoli e li invia quali messaggeri di speranza in ogni angolo della terra, perché battezzino e insegnino le verità che sono via al cielo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Ed aggiunge una garanzia assoluta per tutti i discepoli e per l’intera chiesa. Essi non saranno mai soli, ma opereranno nel mondo alla presenza costante di Dio e di Cristo che renderà efficace la loro azione missionaria ed evangelizzatrice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». La prima fondamentale azione da compiere, nel nome di Cristo, è quella di andare. La Chiesa non si può fermare, non può essere immobile, deve andare avanti in tutto e deve precedere sulla via del bene, della verità, dell’amore, della giustizia, della felicità, nel mondo in cui si trova ad operare nel nome di Cristo, salvatore del mondo. Deve andare non a titolo personale, ma in nome di Cristo e portando Cristo agli altri, il suo vangelo e la sua parola di verità. Da qui poi scaturisce il dovere, per quanti ne esprimono il desiderio, di ricevere il battesimo, la consacrazione della propria persona a Cristo mediante il sigillo sacramentale del sacramento della fede e della rinascita spirituale. Battezzare, quindi, per essere di Cristo e membro della Chiesa. E’ Gesù stesso che chiede ai suoi apostoli questo impegno precipuo, che deve essere rivolto a tutte le genti e non solo ad una parte dell’umanità. Tutti sono potenzialmente cristiani, perché Cristo, Figlio di Dio e Redentore dell’uomo è venuto sulla terra per salvare tutti e non solo pochi o molti.

Nella prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, leggiamo infatti tutto quello che Gesù ha fatto ed insegnò, prima e dopo la sua risurrezione dai morti “fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Ed aggiunge con precisione: “riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».

Riflettendo sul mistero dell’ascensione al cielo di nostro Signore, l’Apostolo Paolo, nel brano della sua lettera agli Efesini che oggi ascoltiamo ci dà una lezione di alta teologia dogmatica e di una vera e propria catechesi e lectio divina su quanto celebriamo nel giorno dell’ascensione: “Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.

Il punto di partenza e di arrivo della creazione e della redenzione è Gesù. Egli è centro e la vita della chiesa e dell’umanità in cerca, attraverso di Lui, della vera gioia e della felicità. Gesù, alfa e omega di tutto, “illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi”.

L’Ascensione porti luce nella nostra vita, faccia chiarezza sul destino ultimo di ogni persona e dell’intera creazione. Il cielo, l’eternità, la risurrezione sono le parole centrali di tutto il messaggio di questa giornata di festa, nella quale siamo chiamati a fissare il cielo, per contemplare la bellezza e la grandezza di Dio, ma siamo anche chiamati a vivere con i piedi per terra, concretizzando il messaggio di amore e pace, che Cristo è venuto a portare all’uomo con la sua morte, risurrezione, ascensione al cielo e con l’invio dello Spirito santo su ogni persona docile e disponibile ad accoglierlo. E’ bello cantare la gioia del nostro cuore, in questo giorno di festa con il Salmo 46, che ci far riflettere, indirettamente, sull’ascensione al cielo del Signore: “Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni. Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo”.

La consapevolezza della grandezza del nostro Dio ci porta ogni giorno ad aver fiducia in Lui ed abbandonarci a Lui, che è la nostra vittoria e la nostra speranza in questo mondo e nell’eternità.

La domenica del Buon Pastore. Omelia di padre Antonio Rungi

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Quarta domenica di Pasqua – 11 maggio 2014

Gesù, pastore e custode delle nostre anime

di padre Antonio Rungi

La quarta domenica di Pasqua è chiamata del buon pastore e tutta la liturgia di questa giornata è incentrata sul tema di Gesù Buon Pastore, al quale tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa, dal Papa ai vescovi, ai sacerdoti e a tutti gli altri ministeri e servizi pastorali della chiesa universale o locale, si devono necessariamente ispirare. Oggi siamo invitati a pregare particolarmente per le vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e missionaria. Dobbiamo avere a cuore questa preghiera, perché il Signore faccia dono alla sua Chiesa di tanti santi e zelanti sacerdoti e religiosi.

Il vero buon pastore, secondo quando ci dice Gesù stesso opera in modo che il gregge sia unito, viva in pace, stia tranquillo nel recinto della comunità dei credenti, senza scandali e violenze, senza ingiustizia e sfruttamento del ruolo e della missione che il Signore ha affidato attraverso l’ordine sacerdotale, nei triplice grado di diacono, sacerdote e vescovo o di altri ministeri collaterali o di supporto alla pastorale delle comunità parrocchiali. E allora analizziamole queste caratteristiche che il buon pastore deve avere. Prima caratteristica, il buon pastore entra per la porta, e questa porta è Cristo. Chi si presenta ai fedeli con altri scopi o a titolo personale, è un brigante e un ladro. Si ruba la primazia di Dio nella vita del popolo santo, che deve essere curato nel nome di Cristo. Seconda caratteristica è che “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. Chiama, porta fuori e le precede. Tutto questo è il buon pastore che conosce ogni sua pecora e di fronte alle difficoltà non si allontana dal gregge, ma lo porta amorevolmente verso pascoli più sicuri e rasserenanti. Perché il pastore è essenzialmente la guida e il primo di tutti che deve andare nella direzione giusta. Non può delegare ad altri il suo compito di guida morale, spirituale e umana.

Terza caratteristica del buon pastore non può essere assolutamente estraneo al gregge. Egli si identifica nel gregge, anzi è il primo tra tutti quelli che credono e si affidano a Dio nel loro itinerario di fede e di crescita spirituale.

Di questo brano del vangelo è Gesù stesso a darne la spiegazione, sintetizzata in queste parole testuali:  «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Di fronte alle continue critiche nei confronti dei sacerdoti, vescovi, soprattutto ai nostri giorni, sotto i riflettori dei media, è bene ricordare che ci sono tanti pastori santi, che vivono integralmente la loro consacrazione a Dio, con fedeltà assoluta, con abnegazione fino al martirio. Sacerdoti che muoiono per amore del popolo di Dio sono tantissimi anche oggi ed anche oggi abbiamo i martiri tra il clero. Certo non bisogna negare la fragilità di pochi sacerdoti che danno scandalo e commettono cose gravi: per loro vige quando viene detto dal Signore, che è Misericordia, meglio se non fossero mai nati, se hanno infangato la chiesa con i loro peccati e crimini, dai più lievi ai più gravi. Tali pastori, se sono ancora in circolazione, hanno bisogno di conversione e forse anche di profonda revisione della loro vita di ministri a vari titoli. E ciò non solo nell’ambito della vita sacerdotale, ma anche laicale.

Sul tema del buon pastore è anche incentrata la seconda lettura tratta dalla prima lettera di Pietro. Qui viene proposta l’immagine di Gesù come pastore e custode delle nostre anime. Egli è esempio di come si possano coniugare amore e passione, gioia e dolore, vita e morte per andare incontro al popolo santo di Dio. E ci ricorda che Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. “Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia”. Come vorremmo pastori capaci, come Gesù, di fare tutto questo, pur nei limiti della persona umana. Ed è sempre Pietro, il Pastore che guida la Chiesa di Cristo, scelto da Gesù direttamente ed affidato a lui le porte del regno dei cieli, al centro della prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, in cui il primo degli Apostoli predica con forza la conversione e il perdono dei peccati nel nome di Cristo Crocifisso. I presenti ai suoi discorsi, ci ricordano il brano, “si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». La risposta di Pietro  non ammetteva indecisioni o ritardi: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”. Ed altre parole molto toccanti e coinvolgenti da punto di vista umano e spirituale: «Salvatevi da questa generazione perversa!».

Si questa è la missione di ogni buon apostolo, pastore, missionario. Aiutare il popolo santo di Dio a salvarsi dal male e dalla perversione, corruzione che è presente nel mondo per opera del diavolo. Liberare l’uomo dalla terribile schiavitù di amare il male e non il bene, seguire la menzogna e non la verità, seguire l’io e se stessi e non Dio e la Chiesa. L’opera del buon pastore deve essere un’opera di risanamento morale, mediante l’annuncio della passione, morte e risurrezione di Cristo. Ma il buon pastore che non dà il buon esempio è meglio per lui non dire cose se poi non le mette in pratica. Papa Francesco nei suoi numerosi discorsi si questo tema ha sollecitato un impegno più ampio dei sacerdoti che devono sentire l’odore delle pecore, piuttosto che allontanarsi da esse e non curarle per nulla, impegnati come sono in cose futili e insignificanti per delle persone che hanno deciso liberamente d donarsi a Dio con tutto il cuore, la mente, le energie e per sempre.

Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno in cui dobbiamo avere a cuore tutti i sacerdoti del mondo, tutti i seminaristi e quanti sono in cammino verso l’alta meta dell’ordinazione presbiterale: “Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore”. Ed oggi che è la festa della mamma, preghiamo per tutte le mamme viventi e defunti di tutti i sacerdoti viventi e defunti. Amen.

 

Omelia per la Quinta domenica di Quaresima – Domenica 6 aprile 2014

DOMENICA QUINTA DI QUARESIMA 

LAZZARO, IL RISUSCITATO 

di padre Antonio Rungi 

La quinta domenica di Quaresima, ci presenta un altro dei miracoli di Gesù: la risurrezione di Lazzaro. Si tratta di un miracolo con finalità ben precise, che, come è facile intuire, è un preavviso di quanto accadrà, con la stessa persona di Gesù. Per Lazzaro la risurrezione è temporanea, in quanto, come tutti gli esseri mortali, anche lui, dopo il miracolo del ritorno alla vita, è morto e in attesa della risurrezione finale; per Gesù è tutt’altra storia: la vita e la risurrezione fanno parte integrante della sua divinità. Dio è il Dio della vita e non della morte; per cui Gesù Risorto è anticipo della risurrezione finale di ogni persona. La risurrezione di Lazzaro è, invece, per la conferma della potenza e della divinità del maestro. Qui poi sono in gioco altri importanti sentimenti: quelli dell’amicizia, della sofferenza di Gesù, del rispetto che Egli ha verso ogni sofferenza, compresa quella delle due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che Gesù ben conosceva e quindi più vicine al suo cuore e soprattutto al suo insegnamento. Il discepolato di queste due sorelle e di un fratello emerge con forti accenti di fede e di fiducia nel Signore come ci ricorda un passaggio del brano del vangelo di questa domenica. Sono tutte due le sorelle, prima Marta e poi Maria, a rivolgersi a Gesù con queste parole “«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Dove c’è Gesù non ci può essere morte, ma solo vita. Questo non solo a livello fisico, ma soprattutto a livello spirituale. La vita che dona Gesù, è una vita speciale, senza limiti di tempo e di spazio, supera ogni barriera e si colloca nell’eternità. Leggiamolo questo bellissimo brano del Vangelo di questa domenica, che è il vangelo della vita, della risurrezione, dell’eternità, dell’amore, della compassione, dell’amicizia. In questo brano troviamo tutto il nostro Gesù, il Gesù umano e il Gesù divino. Il Gesù che piange, ma anche il Gesù che interviene, come in altri casi, e porta la speranza e la gioia nel cuore delle persone che sono vicine a Lui. Anche in questa circostanza notiamo un Signore attento alla sofferenza e che prima di intervenire, alimenta un dialogo con le persone circostanti. Qui il dialogo è svolto con persone che Egli ben conosce. Conoscere il loro cuore, il loro intimo, conosce i loro sentimenti e soprattutto la loro fede: Lazzaro, ormai morto da quattro giorni, uno in più dei tre giorni della morte di Gesù, è presente al Signore. Per Lui non è morto, perché chi vive nel Signore è sempre vivo e non sperimenta la morte. Tanto è vero che lo riporta alla vita fisica, biologica, lo fa uscire dalla tomba, come vi è stato collocato per confermare che la vita è un continuo per l’uomo. Di vita in vita. Mentre nella risurrezione di Gesù, tutto ciò che lo avvolgeva non era più intorno al suo corpo. La potenza della risurrezione in Gesù, è la stessa potenza della vita e della risurrezione che Gesù trasferisce sul corpo morto di Lazzaro, per cui ritorna alla vita per il tempo che la divina provvidenza e bontà di Dio aveva stabilito per Lazzaro. Ecco il testo integrale del vangelo di Giovanni, in cui si narra della risurrezione di Lazzaro:In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il tema della risurrezione è anche presentato a noi nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro del profeta Ezechiele. Un brano sintetico, ma profondamente ancorato ad una visione di vita, fortemente evidenziata dalle parole che vi leggiamo e che rimandano all’esperienza della morte, che non è l’ultima parola della vita e della storia dell’uomo.Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio”.

Qui non si allude  solo alla risurrezione corporale, ma soprattutto a quella spirituale, a quello uscire dalla morte interiore, dall’aridità spirituale attraverso la docilità allo Spirito Santo. Le ossa che riacquistano la vita, è l’umanità che riprende il cammino della speranza e della grazia alla scuola di Cristo, Signore della vita ed autore della grazia. Come popolo di Dio in cammino verso l’eternità, lasciamoci rivitalizzare dalla grazia santificante, che possiamo attingere abbondantemente alla sorgente stessa che è il Signore, morto e risorto e che nella Chiesa ha posto il deposito più grande per la salvezza delle anime: i sacramenti, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla splendida lettera ai Romani, ricca di tanti spunti teologici e pastorali: “Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

Penso che alla vigilia della Pasqua di quest’anno, ognuno di noi si rende conto che se viviamo nella dimensione esclusivamente carnale e passionale, non può piacere a Dio. Il corpo è tempio dello Spirito Santo e noi dobbiamo essere persone spirituali. E per essere tali, dobbiamo far prevalere nella nostra vita ciò che è divino e non ciò che è terreno. Il divino lo si sperimenta nel curare la vita spirituale e sacramentale, la vita di preghiera, l’ascesi e la contemplazione dei misteri della nostra fede, nel seguire gli insegnamenti di Gesù e nel prestare attenzione ad ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

La nostra preghiera oggi e sempre, sia quella che troviamo espressa nel Salmo 119, inserito in questa domenica quinta di Quaresima, a cavallo tra la prima e la seconda lettura, come ponte ideale per un cammino di conversione verso la gioia e la vita interiore: “Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica. Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore. Io spero, Signore. Spera l’anima mia, attendo la sua parola. L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora. Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”. E allora “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Amen.

Omelia di padre Antonio Rungi per la terza domenica di Quaresima

TERZA DOMENIA DI QUARESIMA- 23 MARZO 2014 

CON LA SAMARITANA IN DIALOGO CON GESU’

di padre Antonio Rungi 

La terza domenica di Quaresima ci presenta uno dei brani evangeli più belli e significativi per concretizzare un percorso di vera conversione in questo tempo di preparazione alla Pasqua. E’ il brano del Vangelo di Giovanni su Gesù al pozzo di Giacobbe che dialoga con una donna della Samaria, alla quale chiede da beve. Il racconto è molto dettagliato e nei suoi minimi particolari ci fa capire l’importanza di Cristo nella vita di ognuno di Dio. Anche qui Gesù si rivela, agli occhi della donna, come il profeta, il messia. Un’altra teofania basata più sul dialogo che intercorre tra Gesù e la donna che da una voce esterna, come in altre circostanze, quali il Battesimo al Giordano o nella Trasfigurazione. Gesù che chiede un po’ da bere a questa donna, verso mezzogiorno, quando il sole è cocente e quando, praticamente non c’era nessuno ad attingere l’acqua, si trasforma, dopo il confronto con quella donna, di cui non si cita il nome, il Colui che dà la vera acqua, quella che dura per l’eternità. E’ l’acqua della grazia della conversione, della purificazione, della riconciliazione, della grazia. E’ l’acqua che simbolicamente rimanda a tanti eventi della vita del popolo eletto, da quella del diluvio, a quella Massa e Meriba, a quella del Giordano. L’acqua purificatrice che la chiesa usa nell’amministrare il battesimo ai piccoli e ai grandi. L’acqua che nelle celebrazioni esprime la benedizione di Dio sulle persone, cose ed attività. Dall’acqua che disseta, chiesta da Gesù a questa donna, all’acqua che estingue ogni sete di verità amore e giustizia che è Cristo stesso. Importante è sottolineare in questo brano del Vangelo il fatto che a questo pozzo di ritrovano Gesù e la donna soli. Il motivo è comprensibile: solo in un dialogo profondo, sincero, a tu a tu con il Signore, che la nostra anima sperimenta la gioia della misericordia. Gesù, infatti, dice in poche parole a questa donna tutta la sua vita, senza assolutamente condannarla, né allontanarla da Sé. Anzi quella particolare circostanza diventa un’opportunità per Lui, affinché questa donna, che aveva vissuto e viveva in peccato, potesse cambiare strada. La donna, dopo il colloquio-confessione di Gesù, da ascoltatrice, anche in parte sconcertata per quel singolare incontra, in un orario fuori del comune, tra due persone di varia cultura e nazione, e soprattutto tra un uomo e una donna, questa giovane samaritana diventa la prima testimone di Gesù nel suo ambiente. E’ lei infatti ad indicare in Gesù l’ipotetico messia attesa ed invitare i suoi concittadini ad incontrarsi con lui, a conoscerlo. E’ il cammino della fede e della speranza, che ci spinge ad andare incontro a Cristo e conoscerlo personalmente, dopo qualcuno ce lo ha indicato. Venite a vedere. E’ questo l’invito che anche oggi ci viene comunicato direttamente da quanti fanno esperienza di evangelizzazione, mossi da un spirito di fede. Il vedere, infatti, è il tipico verbo della fede. La donna samaritana ha visto, con gli occhi della fede e della conversione a Gesù, il Messia in lui e contestualmente ci invita ad aprire questi occhi per fare una vera conoscenza di Cristo. Non c’è possibilità di fare vera conoscenza di Cristo se non partendo da noi stessi, dalla nostra realtà personale, dalle nostre fragilità. Gesù evidenzia in questa donna il male, non per creare in lei in senso di colpa o farla sentire indegna della sua persona; al contrario sottolinea un dato di fatto, perché ella possa eliminare il peccato, il motivo di ostacolo che esiste tra Dio e l’uomo, quando c’è un peccato grave. Se non si rimuovono queste barriere, non possiamo attingere al pozzo della grazia di Dio e della nostra purificazione. Chiediamo anche noi come la samaritana, senza alcun fraintendimento o giochi di parole o scherzi, quella vera acqua che viene da Gesù e che ci dà la vera gioia del cuore, perché ci mette pace dentro e fuori di noi. Chiediamo la doppia grazia della fede e della speranza, per poi agire di conseguenza nell’amore e con amore. Come il popolo pellegrino verso la terra promessa, poniamoci dalla parte di coloro che hanno fiducia nel Signore e non dalla parte di chi si lamenta sempre di Dio, pensando che tutto dipenda da lui, dimenticandoci della nostra responsabilità personale. A tal proposito ci serva da insegnamento quanto leggiamo, oggi, nella prima lettura della liturgia della parola, tratto dal libro dell’Esodo, circa la mormorazione contro Dio e contro i rappresentanti di Dio, di allora, come di oggi: “In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Anche in questa situazione, Dio non ha fatto mancare il sostegno a Mosé e al popolo il necessario per continuare il suo viaggio di liberazione, mediante l’acqua che sgorgò abbondante dalla roccia dell’Oreb. Dio mantiene le sue promesse, anche se chiede qualche sacrificio e rinuncia da parte del popolo. Ecco ciò che spesso manca nella nostra vita di credenti, molto labili e indecisi nel credere, è questo abbandono totale nel Signore. Contiamo molto sulle nostre forze e possibilità e ci accorgiamo che siamo molto, ma molto deboli e fragili e senza l’aiuto di Dio non possiamo fare nulla. Ne è particolarmente convinto san Paolo Apostolo, il quale, nello scrivere ai cristiani di Roma, afferma con precisione teologica ed etica che “giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. La speranza non delude, ci ricorda, ed è esattamente così. La speranza fondata in Cristo, no nelle cose del mondo, né nei sogni terreni ed umani che spesso coltiviamo al di fuori di ogni regola morale, come era capitata alla samaritana. La vera speranza è quella che parte dalla fede nel Redentore e Salvatore e che, mettendosi alla sua sequela, cambia la vita delle persone esclusivamente in bene e per il bene. Mi sembra riecheggiare in questo bravo, l’impegno profuso dalla chiesa e dagli uomini di buona volontà che lottano conto il male, le guerre, le ingiustizie, la fame, la mafia. Mi sembra riecheggiare la parola di Papa Francesco con il suo monito rivolto in questi giorni ai mafiosi: pentitevi e ritornate sulla retta via, perché se non lo fate vi attende solo i castigo di Dio per l’eternità. E allora, peccatori sì, ma corrotti no. Sia questa la nostra preghiera:  “Dio misericordioso, fonte di ogni bene,  tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna;  guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria  e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe,  ci sollevi la tua misericordia”. Amen.

 

Omelia di padre Antonio Rungi per la seconda domenica di Quaresima

SECONDA DOMENIA DI QUARESIMA

16 MARZO 2014

TRASFIGURATI DALLA TRASFIGURAZIONE DI CRISTO

di padre Antonio Rungi

 

La seconda domenica di Quaresima pone alla nostra attenzione il Vangelo della Trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor.

Possiamo dire che in questo giorno, come ad una lezione di spiritualità, siamo chiamati a fare esperienza di trasfigurazione, mediante la contemplazione del Cristo trasfigurato. Siamo, cioè, chiamati a trasfigurarci in Cristo, mediante un cammino di purificazione e di santificazione.

Vorrei in questa mia riflessione sottolineare un aspetto importante di questo mistero riguardante la vita di Gesù, un momento forte della sua vita terrena, quello di cambiare volto, vesti, aspetto esterno per comunicare ai tre discepoli, chiamati da Gesù stesso a seguirlo sul monte Tabor, la sua divinità.

La trasfigurazione è un’altra delle teofanie di Cristo, finalizzata a confermare la sua natura divina e la sua natura umana.

Non cambia la sua identità di Figlio di Dio, ma, nella trasfigurazione cambia l’aspetto esteriore.

Gesù trasfigurato, è lo stesso Gesù sfigurato nella passione.

La trasfigurazione è forte richiamo al mistero della santissima eucaristia.

Le specie rimangono uguali nella esteriorità, ma la sostanza cambiano.

Il pane diventa corpo del Signore, donato per noi, e il vino, il sangue di Cristo versato per noi sulla croce.

Gesù,  nella trasfigurazione davanti a tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, che vorrebbero restare lì per sempre, avendo sperimentato la gioia del paradiso in terra, ricorda che bisogna scendere da quel monte, per salire un altro monte, quello del Calvario, prima della glorificazione finale del Figlio di Dio, che è la risurrezione e l’ascensione al cielo.

La vita di ogni cristiano è un salire e scendere continuo, come è stata la vita di Cristo.

Gesù, nel Vangelo, lo incontriamo spesso sulla montagna, sulla collina, o in riva al mare, tra la gente. In solitudine o tra la folla, in preghiera o in azione, in momenti di gioia e in momenti di umana tristezza.

La contemplazione, esperienza forte di vita interiore, trova in Gesù trasfigurato sul Monte Tabor un esempio di come vivere noi la nostra trasfigurazione nella nostra quotidianità.

La base è la solitudine, il silenzio, la preghiera. Poi segue la parola di Dio, espressa qui attraverso l’apparizione di Mose ed Elia; poi il necessario approfondimento; poi il dialogo a tu a Tu con il Signore; poi il cambiamento della vita, che è sintetizzato nel cambiamento del volto di Cristo; infine, il cambiamento delle vesti, che indica il cambiamento del modo di agire, del nostro essere insieme agli altri.

Ad un’attenta lettura proprio del testo del Vangelo della Trasfigurazione, l’itinerario di ascesi e discesi lo comprendiamo perfettamente.

Non a caso durante la Quaresima, tempo forte dell’anno liturgico, a partire dal Papa e ad arrivare ai tantissimi fedeli, si avverte la necessità di una preghiera più profonda e silenziosa, di una preghiera del cuore, di una preghiera che trasformi davvero la nostra vita.

Gli esercizi spirituali che si moltiplicano in questi giorni, la necessità di una confessione più circostanziata dei propri peccati, mediante il sacramento della riconciliazione, una lettura più sistematica della parola di Dio e la meditazione continua di essa, la lectio divina ed altre forme di preghiera tradizionale o moderna non sono altro che normali strumenti della grazia ed aiuti concreti per assaporare il paradiso in terra.

La nostra trasfigurazione sull’esempio di Cristo avviene mediante questo salire sempre più in alto per assaporare la gioia di toccare il cielo con le mani, per essere davvero ad un passo dal cielo, per essere nel paradiso, al quale tutti aspiriamo di arrivare mediante una vita autenticamente cristiana, fatta anche di sofferenze e calvari, di patimenti e passioni da vivere, sull’esempio di Cristo, nostro maestro e guida.

Ascoltiamo il brano del vangelo della Trasfigurazione.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Sul tema della sofferenza è incentrata la seconda lettura di oggi, tratta dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo.

In questo sintetico brano, Paolo scrivendo al suo carissimo amico Timoteo, usa espressione di incoraggiamento nella lotta contro il male per essere autentico evangelizzatore, apostolo ed annunziatore della buona notizia della salvezza operata da Cristo sulla Croce:

“Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”.

 

Cristo vincitore della morte, Cristo risorto è la base della fede di ogni cristiano. Il cristiano non è tale se non si mette alla sequela di Cristo. Non c’è cristiano senza la croce di Cristo, come ci ha ricordato continuamente, Papa Francesco, in questo primo anno del suo pontificato.

La nostra vita è davvero un uscire da noi stessi, dalle nostre certezze e sicurezze, affidarsi totalmente nella mani di Dio.

La Quaresima è questo itinerario di fede che è ben espresso dalla figura e dal cammino fatto da Abramo, quando il Signore gli chiede di lasciare tutto e seguire unicamente Lui.

Abramo senza esitazione, obbedì. E’ quella obbedienza della fede e della fiducia in Dio che spesso manca nella nostra vita, facendo sì che questa nostra esistenza terrena sia solo preoccupazione per le cose del mondo, mancando in noi la speranza, e non affidandoci alla provvidenza che viene dall’alto.

Leggiamo il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, dove ci viene presentata la chiamata di Abramo alla fede: “In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”.

Ecco la nostra vita è un partire ed un patire continuo. Non si parte una sola volta, se non quando lasciamo questa terra per volare in cielo.

Le nostre partenze e ripartenze sono tante su questa terra. Bisogna capire chi ci chiama o spinge a partire: se Dio, Cristo, la fede o tutto ciò che non è Dio, Cristo o fede.

Quante volte ci mettiamo in marcia senza meta o allo sbando, o ci mettiamo in movimento per cose che non sono espressioni ed esigenza di fede.

Saliamo anche il Tabor, ma solo per assaporare la gioia. Poi non vogliamo scendere da questo luogo di felicità (e lo comprendiamo perfettamente), ben sapendo che ci aspettano, tantissime volte, prove di ogni genere.

Ci aspetta la passione e il dolore, come Gesù ci insegna oggi nel mistero della trasfigurazione. Noi non possiamo essere di meno del maestro, dobbiamo seguire le sue orme nella gioia e nel dolore, dobbiamo soprattutto metterci in sintonia con Lui ed ascoltarlo attentamente, specie se ci chiama a salire il monte del dolore, il monte della sua passione e morte in croce.

Sia questa la nostra preghiera: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria”. Amen.