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P.RUNGI. COMMENTO ALLA V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 7 FEBBRAIO 2016

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DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

7 FEBBRAIO 2016

 

CHIAMATI PER PURIFICARE LA MENTE E IL CUORE

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La chiave interpretativa della parola di Dio di questa quinta domenica del tempo ordinario, è sicuramente il testo della prima lettura, tratto dal profeta Isaia, nel quale la coraggiosa voce del grande profeta dell’Antico Testamento si alza per denunciare tutto il male presente nel suo tempo, verso cui grida forte la parola purificazione della mente, del cuore, delle labbra. Una purificazione completa di tutto il popolo di Dio, se vuole riprendere il dialogo con l’Altissimo. In una precisa e dettagliata visione che il profeta ha del Signore, egli si sente inviato, anzi, si rende disponibile per una missione impossibile, quella della purificazione. Nell’anno santo della Misericordia, penso, alla missione di Papa Francesco che, ispirato da Dio, ha indetto questo anno giubilare, proprio per attuare in noi una vera e completa purificazione interiore.

Il profeta, prima di parlare agli altri, guarda se stesso. E’ lui per primo a riconoscersi peccatore, in quanto uomo dalle labbra impure; in secondo luogo, perché comprende che si trova davanti ad un popolo immerso nella impurità e che necessita di essere risanato. Guardandosi intorno e non avendo possibilità di trovare qualcuno che possa portare avanti questa missione di purificazione, Isaia offre se stesso e con grande semplicità si rivolge al Signore e dice: manda me a convertire la gente, perché possa ritornare sulla retta strada. «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».

Il profeta non si scoraggia e si abbandona pienamente alla volontà di Dio, che si manifesta a lui mediante l’intervento di uno dei serafini, il quale gli tocca la bocca e lo purifica, al punto tale che dopo, questo rituale di purificazione, Isaia parte per la sua missione e può, in una condizione nuova da un punto di vista religioso e spirituale, parlare al popolo e richiamarlo ai propri doveri.

E’ sempre vero che bisogna iniziare da se stessi il cammino di conversione, per poi avventurarsi nell’esperienza della purificazione degli altri. «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». In una nuova condizione spirituale, il profeta può ora parlare in nome di Dio ed essere credibile in base alla sua testimonianza di vita e al suo stato di salute spirituale. La parola di Dio che egli trasmette, avrà la sua efficacia e produrrà l’effetto benefico sperato.

Anche san Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi, sente la responsabilità dell’annuncio del mistero della redenzione portato a termine con la Pasqua di Gesù Cristo. Con precisi riferimenti alla storia della salvezza partendo appunto dalla Pasqua di Cristo, all’apparizione del Risorto a Pietro, poi agli altri apostoli ed infine ad un gruppo numeroso di altri credenti e discepoli del Signore, egli fa capire nettamente a quale ruolo è stato chiamato direttamente da Dio. Dopo l’apparizione a Paolo dello stesso Gesù sulla via di Damasco, al momento della sua conversione e alla sua purificazione, alla vita nuova che inizia in Gesù Cristo, egli lascia totalmente la vita passata e precedente, senza alcun ripianto e scrive di se stesso: “Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me”.

Le fatiche missionarie del grande apostolo delle genti, lo portano a consolidarsi sempre più nel suo ministero, al punto tale che proprio rivolgendosi ai cristiani di Corinto, egli scrive:  “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto”.

La trasmissione veritiera del dato di fede lo incoraggia nel ministero al punto tale che non si ferma mai, va avanti per la sua strada di far conoscere Cristo ai lontani.

La chiamata alla missione e all’apostolato ci viene ricordata anche nel testo del Vangelo di oggi, quando Gesù, dopo aver compiuto il miracolo della pesca eccezionale, ha un importante e sentito dialogo con Pietro. Questo umile pescatore, dopo l’evento prodigioso, ha compresso che si trova davanti al Messia e si rivolge al Signore con parole, degne di attenzione e riflessione da parte nostra: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Chi vive nel peccato sta lontano da Dio e la sua condizione di peccatore, non può assolutamente permettere di stare vicino alla fonte della luce, quando si è tenebra nel cuore e nella mente. Pietro comprende e inizia, da subito, il cammino di avvicinamento al Signore con una risposta piena all’amore di Dio.

Da quel momento la conversione del cuore e della mente, la purificazione di Pietro e dei suoi compagni di lavoro si è concretizzata, al punto tale che lasciano ogni cosa e si mettono alla sequela di Gesù. Il Signore, infatti, dice a Pietro: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”.

Il grande gesto e il maturo coraggio di abbandonare ogni cosa per seguire il richiamo di Dio ci fa da sprona ad abbandonare ogni cosa che ci porta lontano da Dio, a ritornare a Lui con cuore davvero pentito.

La Madonna ci aiuti a discernere meglio la volontà divina e a metterla in pratica, con o senza strumenti in nostro possesso, nell’assoluta povertà dei nostri mezzi, ma pienamente abbondonati alla volontà di Colui che vuole solo la nostra felicità e il nostro vero bene, che è il Signore, redentore dell’uomo.

Sia questa la nostra preghiera oggi: “Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure  e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra”. Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 24 GENNAIO 2016

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TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
DOMENICA 24 GENNAIO 2016 

GESU’ GIUBILEO DELLA MISERCORDIA DEL PADRE

Commento di padre Antonio Rungi 

Nell’anno giubilare della misericordia, in questa terza domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico, risuona con particolare significato la parola di Dio che ascoltiamo nella liturgia della santa messa di oggi. E’ nel testo del vangelo di Luca, che ci racconta della presenza di Gesù a Nazaret, nella sinagoga del paese dove ha vissuto la sua infanzia, fino al momento dell’attività missionaria, ove ha l’opportunità, come tutti gli israeliti di leggere la parola di Dio.  Gli capitò in quel sabato di leggere il testo del profeta Isaia, ben noto, in cui si parla appunto della venuta del messia, del tempo della liberazione ed anche dell’anno giubilare, l’anno in cui più potente si faceva e si fa il dono della misericordia verso tutti e verso gli ultimi, i poveri, i carcerati, coloro che erano e sono soggiacenti in ogni forma di schiavitù morale, spirituale materiale. Gesù si fa proprio quel testo profetico dell’Antico Testamento e lo adatta alla sua missione e alla sua presenza nel mondo. «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato», egli dice si realizza tutto quello che aveva detto il profeta. Ma cosa aveva previsto, prefigurato il grande profeta della libertà? Vedeva nella venuta del Signore il tempo della misericordia, della liberazione, del ritorno ad una vita davvero felice. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». In verità anche il profeta Neemia, nel brano della prima lettura di questa domenica ci racconta della liturgia della parola di Dio, che si usava celebrare presso gli Israeliti. In gioco ci sono gli addetti alla proclamazione della parola del Signore, che, nel caso specifico, è il sacerdote Esdra, il quale “portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza.  Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore”. L’importanza e la sacralità delle lettura della parola di Dio è ben nota presso il popolo d’Israele come è facile capire da questo testo. Il grande rispetto e la venerazione che si deve alla parola di Dio è accreditata in modo certo presso il nuovo popolo di Dio, la comunità cristiana che era assidua, fin dai primi tempi dopo la risurrezione di Cristo e la sua Ascensione al cielo e con l’invio dello Spirito Santo, nella lettura della parola di Dio e nell’insegnamento degli Apostoli. Anche le comunità cristiane come la comunità ebraica si nutrivano della parola di Dio e continuano a nutrirsi, attraverso varie forme di celebrazione della parola, tra cui eminentemente nella celebrazione della santa messa. La prima parte della celebrazione eucaristica è, infatti, dedicata alla liturgia della parola. Quella parola che abbiamo ascoltato e che insieme, anche in questa domenica, diventa cibo per le nostre anime e sulla quale meditiamo, riflettiamo e promettiamo di operare coerentemente con essa. E’ interessante, proprio attingendo dal testo della prima lettura di oggi, quale dignità avesse la parola di Dio presso il popolo di Israele e con quanta responsabilità, mansione ed attenzione ci si accostava ad essa specie nella proclamazione in pubblico dei testi sacri. Non ci si inventava lettori e come vengono detti, leviti, cioè addetti alla liturgia, ma si veniva formati alla proclamazione ufficiale ed in pubblica assemblea della parola di Dio. Infatti, i levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. Come si vede la parola veniva proclamata e commentata: catechesi, omelie, spiegazione dei testi sacri hanno una storia che parte dagli ebrei, i nostri fratelli maggiori nella fede e gli specialisti della lettura della Legge di Dio e dell’antica alleanza. Nella lettura pubblica della parola di Dio non erano esclusi gli uomini politici, coloro che detenevano il potere. Infatti alla lettura è presente anche Neemia. I vari personaggi citati nel brano, e cioè  Neemìa, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti,  ammaestravano il popolo dicendo a tutti i presenti: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». In poche parole è il sabato ebraico, divenuto la nostra domenica, giorno del Signore, durante il quale è dovere di tutti i credenti “fare festa ed abbandonare l’abito di lutto e del dolore”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Una festa che parte dall’ascolto della parola e si estende nella vita familiare e sociale. Non senza motivo  Neemìa disse al popolo dopo aver ascoltato la parola: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». Fare festa con un lauto convito, ma anche far fare festa a chi era sprovvisto di cibo. Non è domenica se non solleviamo la sofferenza di chi sta nella necessità ed ha bisogno del cibo materiale. Questa è un dovere morale, oltre che un obbligo civile su tutta la terra. A nessuno deve mancare il cibo della festa, ma anche il cibo della quotidianità. Ma questo è un sogno che non si realizza, se tutti pensano a soddisfare il proprio stomaco senza considerare le necessità degli altri. Il giubileo che stiamo celebrando ci chiede espressamente di vivere ed attuare le opere di misericordia corporale e spirituale a partire da quel dar da mangiare agli affamati che deve entrare nel nostro sistema d vita e non solo di pensiero. Tutto questo sarà possibile anche per noi cristiani del XXI secolo che formiamo un corpo solo e ci sentiamo davvero Chiesa, operando come membra vive e vitali in essa, secondo quanto ci dice l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi: “Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. Sia questa la nostra sentita e convinta preghiera nella domenica dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani e alla vigilia della festa della conversione di San Paolo Apostolo: O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza”. Amen.

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA IV DOMENICA DI AVVENTO 2015

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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

DOMENICA 20 DICEMBRE 2015

 

Maria annuncia il Giubileo del suo amato Figlio

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

A pochi giorni dal Santo Natale 2015, che è un Natale speciale da un punto di vista spirituale, in quanto è in fase di celebrazione il Giubileo Straordinario della Misericordia, la liturgia della Parola di Dio di questa quarta domenica di Avvento, ci porta davanti alla Grotta di Betlemme, in anticipo, sullo stesso giorno di Natale, per farci contemplare la Vergine Santissimo, in attesa di dare alla luce Gesù, il Figlio di Dio, l’atteso Messia. La Madre della Misericordia, Maria di Nazareth si presenta nel suo ruolo e missione di Madre proprio nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, nel suo grembo verginale, per opera dello Spirito Santo.

La gioia di questa attesa nascita, si percepisce da tutto il clima di festa per l’arrivo dell’atteso Messia. Già nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro di Michea, si prefigura all’orizzonte l’immagine del Redentore, della sua Madre e del luogo della sua nascita, la Betlemme del Messia, dalla quale «uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti”. 

Betlemme di Èfrata, la più piccola delle realtà umane, sociali ed ambientali della Giudea, sarà la culla della nascita di Gesù. Solo dalle cose umili e piccole, nella logica di Dio e non dell’uomo, che nascono le cose grandi e diventano grandi, per chi le fa grande. E Betlemme diventerà grande, nella storia dell’umanità, perché lì si è incarnato il Figlio di Dio, nel grembo Colei che deve partorire e di fatto partorirà, la Vergine santa ed immacolata.

Il vangelo di Luca che si presenta Maria in visita alla sua anziana cugina, Elisabetta, ci fa comprendere il senso più vero del Natale di oggi e di sempre, soprattutto del Natale del Giubileo della Misericordia. Maria è la prima a vivere le opere della misericordia corporale e spirituale ed è modello di vita cristiana per quanti sono sinceramente incamminati verso la solennità del Natale ed hanno iniziato, con convinzione interiore e personale il cammino giubilare. Ci ricorda e ci racconta l’Evangelista Luca, il grande scrittore e pittore della Madonna, che “In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.  Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Il Natale della gioia è il Natale giubilare. In occasione della giubileo, che nell’antico Israele si celebrava ogni 50 anni, il suo dello jobel, il suo del corno, è un suono di gioia e di festa, di riscatto e di rinascita, di ripresa di un cammino o di un ritorno sulla strada giusta, che si era abbandonata per rincorrere altre possibilità, al di fuori del progetto di Dio e della sua legge. Maria proclama il Giubileo del Suo Figlio. Ed è felice di farlo, comunicando alla sua cugina ciò che stava compiendosi nella sua vita. Da parte sua, Elisabetta annuncia il giubileo del precursore, Giovanni Battista, che lei porta nel suo grembo, per un miracolo della vita, prodotto in lei da Dio, aprendo il suo grembo ad accogliere la vita, nonostante la sua età avanzata e la sterilità conclamata.

La gioia del Natale e il giubileo della misericordia sono sintetizzati in questo storico incontro tra Maria ed Elisabetta, quando a gioire, per prime, sono queste due straordinarie madri, che sono in attesa della nascita dei rispettivi figli: Gesù Cristo e Giovanni Battista.

Il Natale è accoglienza della vita, è difesa della vita, è amore per la vita di tutte le persone umane, senza distinzione di razza, cultura, religione, età e nazione. Gesù nasce su questa terra per salvare tutta la terra e non una parte di essa.

Il testo della seconda lettura di questa quarta domenica di Avvento, tratta dalla Lettera agli Ebrei, ci offre lo spunto per comprendere meglio la missione di Cristo sulla terra: Gesù entrando nel mondo, dice al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre”. Incarnazione, morte e risurrezione di Cristo è il mistero della nostra fede, dopo quella d’Unità e della Trinità di Dio. In questo mistero dell’incarnazione vogliamo entrare, accompagnati dalla Madre di Gesù e Madre nostra, perché questo Natale della Misericordia, sia un Natale di gioia e di rinnovamento autentico della nostra vita e della vita della comunità dei credenti in Cristo.

Sia questa la nostra preghiera di impetrazione: “O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode”. Amen.

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA XXXII – 8 NOVEMBRE 2015

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 8 novembre 2015

La carità genera la provvidenza e la conserva per sempre

Commento di padre Antonio Rungi

La carità genera la provvidenza e la conserva per sempre. E’ questa la sintesi della parola di Dio di questa XXXII domenica del tempo ordinario, ad un mese esatto dal grande giubileo della misericordia, indetto da Papa Francesco e che inizia l’8 dicembre prossimo. Partendo, appunto dal testo della prima lettura, nella quale troviamo il Profeta Elia come mendicante per le case di Sarepta, che incontra la generosità di una donna, vedova, con un figlio, per poi passare agli altri testi sulla carità, l’accoglienza e la generosità che sono messi alla nostra attenzione e meditazione in questa domenica, possiamo ben dire con assoluta certezza che solo l’amore cambia il cuore delle persone e il mondo. Acqua e pane di cui viene rifornito Elia da questa povera donna vedova, esprimono un gesto di amore e di carità sincera nei confronti dell’uomo di Dio che, poi, proprio perché può molto presso il Signore, assicura a quella casa il cibo non solo per pochi giorni, ma per sempre. Un gesto di generosità ha un valore di eternità, non si ferma al momento in cui lo facciamo. Davanti a Dio ha un valore immenso.  E la generosità di un’altra donna, anche questa vedova, è messa in risalto nel vangelo di oggi. Nel brano che, infatti, leggiamo in questa domenica, tratto dal Vangelo di Marco, Gesù, dopo la catechesi nel mettere in guardia i suoi discepoli dal lievito dei farisei, condannandoli apertamente per la loro ipocrisia e per la loro osservanza esteriore della legge, si mette ad osservare, da un punto molto preciso, di fronte al tesoro, tutte le persone che lasciano la loro offerta per il tempio di Gerusalemme. E cosa nota? “Come la folla vi gettava monete”. Osserva con rammarico “che tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo”. Poteva essere un fatto scontato, ovvio. Invece Gesù coglie l’occasione per fa notare ai suoi discepoli una cosa importante e che esplicita e manifesta subito con la sua parola di verità:«In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». I gesti di generosità vera e di amore verso Dio e verso il prossimo sono totali, non ammettono il superfluo, ma l’essenziale, ciò che è indispensabile alla propria salute e vita. Chi sa donare a Dio e agli altri questo è sulla strada della verità e della santità. La raccomandazione che ne deriva, è espressa da Gesù nei versetti iniziali del brano del Vangelo di oggi: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Questo  monito oggi ha attinenza non solo con il mondo dei non credenti, ma anche con il nostro mondo, il mondo dei cristiani, dei cattolici. Un mondo fatto solo di apparenza, di esibizione,  di mostrarsi ricchi, benestanti e potenti, sfruttando la povera gente.

Quante persone, immoralmente e illegalmente si mangiano, i sacrifici delle persone oneste, che spesso sono private delle cose essenziali e disperate si tolgono la vita o fanno una vita da miseri e da affamati.

Gesù condanna apertamente la spettacolarizzazione della fede e l’ostentazione nel fare il bene.

Se il bene deve essere fatto, come è giusto che sia, lo si faccia nella umiltà e semplicità, senza ostentare superiorità di alcuni genere. Il modello di questo donarsi agli altri, fino al sacrificio totale della propria vita è Gesù stesso e sul suo esempio sono i martiri del tempo di Gesù e della primitiva chiesa, ma anche i martiri di due millenni di era cristiana che hanno testimoniato la loro fede in Gesù Cristo vivendo in gravi disagi e difficoltà, confidando pienamente nella protezione del cielo.

Nel brano della seconda lettura, tratto dalla Lettera agli Ebrei, si comprende perfettamente in quale posto dobbiamo collocarci assumendo come esempio di vita Gesù Redentore. A questo Gesù, mite ed umile, ci dobbiamo ispirare. E per poter realizzare questo sogno possibile basta da osservare e metterle in pratica alcune cose fondamentali: la giustizia, la carità, l’onestà e la rettitudine nei comportamenti umani e sociali, forti della parola di Dio che nel Salmo 145 ci rammenta alcune importanti aspetti della vita di relazione con Dio e sintetizzati nella Colletta di questa Domenica XXXII del tempo ordinario. Infatti nella preghiera iniziale dell’assemblea eucaristica domenicale, preghiamo con queste parole aperte alla speranza e alla fiducia nel Signore:  O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi,  sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore.  

 

P.RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

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ITRI (LT). P. RUNGI. I DIECI COMANDAMENTI GIUBILARI

Ad un mese dall’apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco e che avrà inizio l’8 dicembre 2015 a Roma, padre Antonio Rungi, religioso passionista, ha composto un decalogo giubilare, nel quale, indicando dieci regole di comportamento, fissa l’attenzione sui contenuti essenziali per una degna celebrazione dell’anno santo.
I dieci comandamenti giubilari sono fissati in questi suggerimenti ed inviti ad agire a livello personale e comunitario.

 

1. Non avrai altro scopo nella vita che quello di servire Dio.

2. Ricordati che sei un peccatore e devi convertiti a Cristo Salvatore.

3. Non offendere nessuno con le parole e le azioni.

4. Ricordati di perdonare a chi ti ha offeso e di chiedere perdono se hai offeso tu.

5. Non pensare solo a te stesso, ma anche ai fratelli che sono in necessità.

6. Ricordati di fare il bene sempre, anche quando non sei ricambiato su questa terra e dai tuoi parenti.

7. Non essere arrogante, presuntuoso e altezzoso, ma sii umile, disponibile e amorevole verso tutti.

8. Ricordati che il Paradiso lo si conquista facendo il bene ed amando Dio e i fratelli.

9. Non essere, ipocrita, falso e infedele, ma sii coerente con te stesso.

10. Ricordati che la verità viene sempre a galla e che in Dio tutto sarà luce e trasparenza assoluta nell’eternità futura.

“Sono convinto -scrive padre Rungi in una Nota personale – che il prossimo giubileo che è prima di tutto per la Chiesa e per i membri tutti della Chiesa è un forte invito alla conversione personale, alla fedeltà alla propria vocazione battesimale, alla pulizia morale e alla trasparenza nei nostri atti e comportamenti. Questo tempo propizio e di grazia deve far riflettere tutti nella Chiesa di Cristo in questo tempo di forti scossoni, ma sempre pronti a rendere ragione della gioia, della speranza, della fede e dell’amore verso Dio e verso i fratelli in ogni situazione, anche dolorosissima, della nostra vita e di quella della comunità dei credenti. Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio e dalla sincera volontà di convertirci e fare sempre il bene, nonostante le piccole debolezze dell’esistenza”.

 

CATECHESI SUI NOVISSIMI A CURA DI PADRE ANTONIO RUNGI

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I NOVISSIMI NEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

A CURA DI PADRE ANTONIO RUNGI

Catechesi (CCC, 988-1050)

 

INTRODUZIONE

 

I giorni immediatamente precedenti al 1 e 2 novembre, nei quali, rispettivamente si celebrano Tutti i Santi e si commemorano Tutti i fedeli Defunti, è prassi che si rifletta sui “Novissimi”, sulle ultime realtà della nostra vita terrena e celeste. Cosicché, temi come la morte, il giudizio di Dio, il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno sono al centro delle nostre meditazioni quotidiane in questo novenario dei morti. Riflettere e meditare su questi temi con l’ausilio del Catechismo della Chiesa Cattolica ci aiuta ad entrare teologicamente, biblicamente e spiritualmente, con contenuti dottrinali certi, in questi misteri della nostra fede. Una volta quando si trattavano questi temi, la gente, veniva terrorizzata dai predicatori. Oggi, pur rimanendo la verità sostanziale circa i novissimi, la predicazione si incentra più sulla misericordia e il perdono. Non a caso, Papa Francesco, ha indetto un anno giubilare, sulla Misericordia che ci accingiamo a vivere e a celebrare. Bisogna confidare nella misericordia di Dio, ma anche avere la capacità e la volontà di convertirsi.

 

PREGHIERA INTRODUTTIVA

 

«Dio di infinita misericordia,

affidiamo alla tua immensa bontà

quanti hanno lasciato questo mondo per l’eternità,

dove Tu attendi l’intera umanità,

redenta dal sangue prezioso di Cristo,

tuo Figlio, morto in riscatto per i nostri peccati.

 

Non guardare, Signore, alle tante povertà,

miserie e debolezze umane,

quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale,

per essere giudicati per la felicità o la condanna.

 

Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso,

che nasce dalla tenerezza del tuo cuore,

e aiutaci a camminare sulla strada

di una completa purificazione.

 

Nessuno dei tuoi figli vada perduto

nel fuoco eterno dell’inferno,

dove non ci può essere più pentimento.

 

Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari,

delle persone che sono morte

senza il conforto sacramentale,

o non hanno avuto modo di pentirsi

nemmeno al temine della loro vita.

 

Nessun abbia da temere di incontrare Te,

dopo il pellegrinaggio terreno,

nella speranza di essere accolto

nelle braccia della tua infinita misericordia.

 

Sorella morte corporale

ci trovi vigilanti nella preghiera

e carichi di ogni bene

fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza.

 

Signore, niente ci allontani da Te su questa terra,

ma tutto e tutti ci sostengano

nell’ardente desiderio di riposare

serenamente ed eternamente in Te. Amen»

(P. Antonio Rungi, passionista, Preghiera dei defunti).

 

 

Articolo 11: «CREDO LA RISURREZIONE DELLA CARNE»

 

988 Il Credo cristiano – professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.

 

989 Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, cosi pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” ( Rm 8,11).

 

990 Il termine «carne» designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. La «risurrezione della carne» significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri «corpi mortali» (Rm 8, 11) riprenderanno vita.

 

991 Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini «Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani – credendo in essa siamo tali»: “Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede… Ora, invece, Cristo è resuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15, 12-14.20).

 

I. La Risurrezione di Cristo e la nostra

Rivelazione progressiva della Risurrezione

 

992 La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo Popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l’uomo, anima e corpo. Il Creatore del cielo e della terra è anche colui che mantiene fedelmente la sua Alleanza con Abramo e con la sua discendenza. E in questa duplice prospettiva che comincerà ad esprimersi la fede nella risurrezione. Nelle loro prove i martiri Maccabei confessano: “Il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna” (2 Mac 7, 9). “È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati” (2 Mac 7, 14).

 

993 I farisei e molti contemporanei del Signore speravano nella risurrezione. Gesù la insegna con fermezza. Ai sadducei che la negano risponde: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscere le Scritture, né la potenza di Dio?» (Mc 12, 24). La fede nella risurrezione riposa sulla fede in Dio che «non è un Dio dei morti, ma dei viventi!» ( Mc 12, 27).

 

994 Ma c’è di più. Gesù lega la fede nella risurrezione alla sua stessa Persona: «Io sono la Risurrezione e la Vita» (Gv 11, 25). Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell’ultimo giorno coloro che avranno creduto in lui e che avranno mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue. Egli fin d’ora ne dà un segno e una caparra facendo tornare in vita alcuni morti, annunziando con ciò la sua stessa Risurrezione, la quale però sarà di un altro ordine. Di tale avvenimento senza eguale parla come del «segno di Giona» (Mt 12, 39), del segno del tempio: annunzia la sua Risurrezione al terzo giorno dopo essere stato messo a morte.

 

995 Essere testimone di Cristo è essere «testimone della sua Risurrezione» (At 1,22), aver «mangiato e bevuto con lui dopo la sua Risurrezione dai morti» (At 10,41). La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui.

 

996 Fin dagli inizi, la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni. «In nessun altro argomento la fede cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne». Si accetta abbastanza facilmente che, dopo la morte, la vita della persona umana continui in un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna?

 

Come risuscitano i morti?

 

997 Che cosa significa «risuscitare»? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della Risurrezione di Gesù.

 

998 Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: «quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna», ( Gv 3, 29).

 

999 Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (Lc 24, 39); ma egli non è ritornato ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui, «tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti», ma questo corpo sarà trasfigurato in «corpo spirituale» (1 Cor 15, 44): “Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco… Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. . . È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (1 Cor 15, 33-37.42.5 3).

 

1000 Il «come» supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: “Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l’altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione”.

 

1001 Quando? Definitivamente «nell’ultimo giorno» (Gv 6, 39-40.44.54; 11, 24); «alla fine del mondo». Infatti, la risurrezione dei morti è intimamente associata alla Parusia di Cristo: “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo” (1 Ts 4, 16).

 

Risuscitati con Cristo

 

1002 Se è vero che Cristo ci risusciterà «nell’ultimo giorno», è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Infatti, grazie allo Spirito Santo, la vita cristiana, fin d’ora su questa terra, è una partecipazione alla morte e alla Risurrezione di Cristo: “Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti… Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove sì trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 2, 12; 3, 1).

 

1003 I credenti, uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipano già realmente alla vita celeste di Cristo risorto, ma questa vita rimane «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3, 3). «Con lui, [Dio] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2, 6). Nutriti del suo Corpo nell’Eucaristia, partecipiamo già al Corpo di Cristo. Quando risusciteremo nell’ultimo giorno saremo anche noi «manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 4).

 

1004 Nell’attesa di quel giorno, il corpo e l’anima del credente già partecipano alla dignità di essere «in Cristo»; di qui l’esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, particolarmente quando soffre: “Il corpo è per ii Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?… Non appartenete a voi stessi… Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,13-15.19-20).

 

II. Morire in Cristo Gesù

 

1005 Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5, 8). In questo «essere sciolto» (Fil 1, 23) che è la morte, l’anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti .

 

La morte

 

1006 «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo» . Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» (Rm 6, 23). E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione.

 

1007 La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un’urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza.

 

“Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza.., prima che ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” ( Qo 12,1.7).

 

1008 La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura” e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo. Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato. «La morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato» è pertanto «l’ultimo nemico» .dell’uomo a dover essere vinto.

 

1009. La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subito la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa, egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione.

Il senso della morte cristiana

 

1010 Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” (2Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente “morto con Cristo”, per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo “morire con Cristo” e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore.

 

“Per me è meglio morire per (“eis”) Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il momento in cui sarò partorito è imminente. . . Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 6, 1-2].

 

1011 Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: “il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo [Cf Lc 23,46 ].

 

<<Il mio amore è crocifisso; …un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: “Vieni al Padre!”>>[Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 7, 2].

 

“Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire” [Santa Teresa di Gesù, Libro della mia vita, 1].

 

“Non muoio, entro nella vita” [Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba].

 

1012 La visione cristiana della morte [Cf 1Ts 4,13-14 ] è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” [Messale Romano, Prefazio dei defunti, I].

 

1013 La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48] noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte.

 

1014 La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore”: antica Litania dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” (Ave Maria) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: “In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?

[Imitazione di Cristo, 1, 23, 1]

 

Laudato si, mi Signore,

per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullo omo vivente po’ scampare.

Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!;

beati quelli che trovarà

ne le tue sanctissime voluntati,

ca la morte seconda no li farrà male

[San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature].

 

 

Articolo 12: “CREDO LA VITA ETERNA”

 

1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole: “Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. . . Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. . . Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno [Rituale romano, Rito delle esequie, Raccomandazione dell'anima].

 

I. Il giudizio particolare

 

1021 La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [Cf 2Tm 1,9-10 ]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [Cf Lc 16,22 ] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [Cf  Lc 23,43 ] così come altri testi del Nuovo Testamento [Cf  2Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; Eb 12,23 ] parlano di una sorte ultima dell’anima [Cf Mt 16,26] che può essere diversa per le une e per le altre.

 

1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, [Cf Concilio di Lione II: Denz.-Schönm., 857-858; Concilio di Firenze II: ibid., 1304-1306; Concilio di Trento: ibid., 1820] o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1000-1001; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: ibid., 990] oppure si dannerà immediatamente per sempre [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1002].

 

“Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore” [Cf San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 1, 57].

 

II. Il Cielo

 

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1Gv 3,2), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12;  Ap 22,4 ]

 

Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo. . . e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate. . ., anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale – e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo – sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. -Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

 

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

 

1025 Vivere in cielo è “essere con Cristo” [Cf Gv 14,3;  Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono “in lui”, ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf  Ap 2,17 ]

 

Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant'Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].

 

1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha “aperto” il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

 

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).

 

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la “la visione beatifica”: “Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, . . . godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B].

 

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui “regneranno nei secoli dei secoli” ( Ap 22,5) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23 ].

 

III. La purificazione finale o Purgatorio

 

1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

 

1031 La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa del castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al Purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze [Cf Denz. -Schönm., 1304f ibid. , 1820; 1580]. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, [Cf ad esempio, 1Cor 3,15; 1031 1Pt 1,7 ] parla di un fuoco purificatore: Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del Giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,31). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro [San Gregorio Magno, Dialoghi, 4, 39].

 

1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: “Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, [Cf Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 856] affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti: “Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, [Cf  Gb 1,5 ] perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere” [San Giovanni Crisostomo, Homiliae in primam ad Corinthios, 41, 5: PG 61, 594-595].

 

IV. L’inferno

 

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1Gv 3,15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli [Cf Mt 25,31-46 ]. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”.

 

1034 Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cf Mt 5,22; Mt 5,29; 1034  Mt 13,42; Mt 13,50;  Mc 9,43-48 ] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno. . . tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” (Mt 13,41-42), e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” (Mt 25,41).

 

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno” [Cf Simbolo “Quicumque”: Denz. -Schönm., 76; Sinodo di Costantinopoli: ibid., 409. 411; 274]. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

 

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,13-14).

 

<<Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e stridore di denti”>> [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

 

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; [ Cf Concilio di Orange II: Denz. -Schönm. , 397; Concilio di Trento: ibid. , 1567] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9): “Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti” [Messale Romano, Canone Romano].

 

V. Il Giudizio finale

 

1038 La risurrezione di tutti i morti, “dei giusti e degli ingiusti” (At 24,15), precederà il Giudizio finale. Sarà “l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell'Uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” ( Gv 5,28-29). Allora Cristo “verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli. . . E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. . . E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt 25,31; Mt 25,32; Mt 25,46).

 

1039 Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio [Cf  Gv 12,49 ]. Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena: “Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3). . . egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: “Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me [Sant'Agostino, Sermones, 18, 4, 4: PL 38, 130-131].

 

1040 Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte [Cf Ct 8,6 ].

 

 1041 Il messaggio del Giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini “il momento favorevole, il giorno della salvezza” (2Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del Regno di Dio. Annunzia la “beata speranza” (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale “verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto” (2Ts 1,10).

 

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

 

1042 Alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il Giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato: “Allora la Chiesa. . . avrà il suo compimento. . . nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

 

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: “i nuovi cieli e una terra nuova” (2Pt 3,13) [Cf  Ap 21,1 ]. Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” ( Ef 1,10).

 

1044 In questo nuovo universo, [Cf Ap 21,5 ] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli “tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4) [Cf  Ap 21,27 ].

 

1045 Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è “come sacramento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la “Città santa” di Dio (Ap 21,2), “la Sposa dell’Agnello” (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [Cf Ap 21,27 ] dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

 

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione. . . Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8,19-23).

 

1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, “affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti”, partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1].

 

1048 “ Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39].

 

1049 “Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39].

 

1050 “Infatti. . . tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. Dio allora sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28), nella vita eterna: “La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna [ San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: PG 33, 1049, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del giovedì della diciassettesima settimana. [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28.]

 

PREGHIERA FINALE

 

Tu e Dio.

“Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.

È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te.

Forse mai, come in questo momento della nostra vita, sentiamo nostre le parole di Pietro: “Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla”.

Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te non possiamo far nulla.

 

Ci agitiamo soltanto.

Grazie, perché obbligandoci a prendere atto Dei nostri bilanci deficitarii, ci fai comprendere che, se non sei tu che costruisci la casa, invano vi faticano i costruttori. E che, se tu non custodisci la città, invano veglia il custode. E che alzarsi di buon mattino, come facciamo noi, o andare tardi a riposare per assolvere ai mille impegni giornalieri, o mangiare pane di sudore, come ci succede ormai spesso, non è un investimento redditizio se ci manchi tu.

 

Il Salmo 127, avvertendoci che, il pane, tu ai tuoi amici lo dai nel sonno, ci rivela la più incredibile legge economica, che lega il minimo sforzo al massimo rendimento. Ma bisogna esserti amici. Bisogna godere della tua comunione. Bisogna vivere una vita interiore profonda. Se no, il nostro è solo un tragico sussulto di smanie operative, forse anche intelligenti, ma assolutamente sterili sul piano spirituale.

 

Grazie, Signore, perché, se ci fai sperimentare la povertà della mietitura e ci fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre, tu dimostri di volerci veramente bene, poiché ci distogli dalle nostre presunzioni corrose dal tarlo dell’efficientismo, raffreni i nostri desideri di onnipotenza, e non ci esponi al ridicolo di fronte alla storia: anzi, di fronte alla cronaca.

Ma ci sono altri motivi, Signore, che, in questo momento, esigono il nostro rendimento di grazie.

Grazie, perché ci conservi nel tuo amore. Perché ancora non ti è venuto il voltastomaco per i nostri peccati. Perché continui ad aver fiducia in noi, pur vedendo che tantissime altre persone ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni.

Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. Perché ci infondi il coraggio di celebrare i santi misteri, anche quando la coscienza della nostra miseria ci fa sentire delle nullità e ci fa sprofondare nella vergogna.

Grazie, perché ci sai mettere sulla bocca le parole giuste, anche quando il nostro cuore è lontano da te. Perché adoperi infinite tenerezze, preservandoci da impietosi rossori, e non facendoci mancare il rispetto della gente, la comprensione delle persone, la fiducia dei poveri.

Grazie, perché continui a custodirci gelosamente, anzi, a nasconderci , come fa la madre con i figli più discoli. Perché sei un amico veramente unico, e ti sei lasciato così sedurre dall’amore che ci porti, che non ti regge l’animo di smascherarci dinanzi alla gente, e non fai venir meno agli occhi degli uomini i motivi per i quali, nonostante tutto, continuiamo a essere amati.

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi. Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. Perché, al tuo sguardo, non c’è bancarotta che tenga. Perché, a dispetto delle letture deficitarie delle nostre contabilità, non ci fai disperare. Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di ricupero, che già vediamo il nuovo giorno come spazio della Speranza e tempo propizio per sanare i nostri dissesti morali.

Spogliaci, Signore, d’ogni ombra di arroganza. Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza. Donaci un futuro pieno di grazia e di luce e di incontenibile amore per la vita. Aiutaci a spendere per te tutto quello che abbiamo e che siamo. E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore fino alle lacrime. Amen!” (Servo di Dio, Mons. Tonino Bello, Tu o Dio. Mio Adattamento).

COMMENTO ALLA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI – 1 NOVEMBRE 2015

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SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

1 NOVEMBRE 2015

 

Il Paradiso è per tutti

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia di questa domenica XXXI del tempo ordinario coincide con la solennità di Tutti i Santi, che prevale sulla Domenica. La parola di Dio ha quindi attinenza con questa solennità e ci proponi testi riguardanti il mistero dell’eternità, quella della Gerusalemme celeste, quel mistero del Paradiso, dove tutti siamo diretti e dove c’è un posto riservato per tutti. Possiamo ben dire che il Paradiso è per tutti e che nessuno è escluso, pregiudizialmente, da questo luogo di felicità per tutta l’eternità, nel quale la felicità e la gioia per sempre è contemplare in eterno la santissima Trinità e vivere una relazione d’amore senza limiti e senza confini di tempo e di materia. In questo giorno, come recita l’Antifona d’ingresso della santa messa, siamo chiamati a rallegrarci tutti nel Signore e con noi gioiscono gli angeli
e lodano il Figlio di Dio. La gioia del Paradiso deve pervadere la mostra mente e il nostro cuore, anche se lo vediamo distante da noi, sia perché siamo ancora in cammino e pellegrini verso l’eternità e sia perché dobbiamo lavorare spiritualmente tanto per guadagnarci quel posto a noi riservato e che Gesù ci ha promesso, nel momento in cui lasciava questo mondo, ascendendo al cielo, ove è assiso alla destra del Padre ed attende l’arrivo in esso dell’intera umanità. Sperimentare la gioia in questo giorno, significa pure fare nostra la preghiera iniziale della celebrazione eucaristica della solennità di Tutti i santi, nella quale ci rivolgiamo a Dio onnipotente ed eterno, affinché per la comune intercessione di tutti nostri fratelli, possiamo ottenere l’abbondanza della sua misericordia. I santi, quelli noti o quelli sconosciuti ci indicano la strada per raggiungere la vera felicità oltre i confini del tempo e dello spazio. I santi del Paradiso non sono pochi, sono tantissimi, rientrano tra quelli di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, di cui parla l’Apostolo Giovanni nel brano della prima lettura di oggi, tratta dall’Apocalisse e che il discepolo di Gesù ebbe modo di contemplare in una visione, che poi ha descritto con precisione nel Libro ultimo della Bibbia. Cosa facevano e fanno questi santi in Paradiso? lo descrive sempre Giovanni nel brano dell’Apocalisse: “Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Chi sono i santi e quali santi Giovanni ha visto nella sua visione apocalittica? Seguiamo la descrizione che ce ne fa il testo della lettura di oggi, parlando di santi vestiti di bianco: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Con una descrizione precisa, possiamo capire dal testo che si tratta dei martiri e di quanti hanno confessato la fede in Gesù Cristo. In poche parole sono tutti coloro che hanno vissuto e sono morti nella piena comunione con Cristo e con la Chiesa, che hanno conservato la fede e si sono purificati nel sangue di Cristo, riconoscendo i propri peccati e convertendosi ad una vita santa. Sono in poche parole tutti coloro che si sono sforzati di vivere nella fede, nella speranza e nella carità, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo, nella quale Giovanni, mediante le quali virtù noi possiamo classificarci come
 figli di Dio, su questa terra, in attesa di ciò che saremo nell’eternità. Cosa che potremmo averne piena coscienza e consapevolezza “quando Dio si sarà manifestato” e allora “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. La santità non è facile da conquistare, anche se è accessibile a tutti. Basta entrare nella dinamica delle Beatitudini di cui parla Gesù nel suo celebre discorso della Montagna, durante il quale proclama, beati e quindi santi, fin da questo mondo i poveri, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace,  i perseguitati per la giustizia, quanti vengono insultati, perseguitati, calunniati a causa del vangelo. Santi di tutti i giorni, della quotidianità e che fanno parte della nostra vita e che sono stati a fianco a noi e ci hanno testimoniato quanto sia stato grande l’amore di Dio in loro a punto tale da considerare spazzatura ogni cosa che non fosse nell’orizzonte del divino e dell’eterno. A tutti i santi, conosciuti e venerati e a tutti i cittadini del cielo, che contemplano il volto di Dio in eterno, a loro che già godono della tua vita immortale, chiediamo di proteggerci nel cammino verso Paradiso, dove è ad attenderci la Madonna, Regina degli Angeli e dei Santi che ci presenterà al cospetto di Dio, per cantare in eterno le lodi di Colui che è tre volte Santo, il Dio altissimo e onnipotente, che è Padre, è Figlio e Spirito Santo, Dio eterno e sorgente di amore e misericordia infinità, di felicità e pace per l’eternità per tutto il genere umano.

A tutti loro ci rivolgiamo con questa umile preghiera:

 

SANTI TUTTI DEL PARADISO,

VENITE IN NOSTRO AIUTO E SOCCORSO

E SIATE LE NOSTRE SPIRITUALI COMPAGNIE.

 

SIATE NOSTRE GUIDE E FARI DI VITA CRISTIANA

E DI SPIRITUALITA’ ELEVATA

IN MODO DA IMMETTERCI ALACREMENTE

SULLA VOSTRA STRADA CHE PORTA ALL’ETERNITA’.

 

DAL CIELO OVE GODETE DELLA VISIONE BEATIFICA DI DIO

NON DIMENTICATE LE SOFFERENZE DEGLI ESSERI VIVENTI,

AFLLITTI DA TANTI MALI E DEFICIENZE.

 

PROTEGGETECI NELLE AVVERSITA’,

ILLUMINATECI NELLA CONFUSIONE GENERALE,

PRENDETECI PER MANO

E CONDUCETECI AI PASCOLI

DELLA GIOIA E DELLA FELICITA’ ETERNA.

 

NEL PARADISO OVE ORA SIETE,

VOLGETE LO SGUARDO SU QUANTI

HANNO FAME E SETE DI VERITA’,

SUI POVERI E GLI AMMALATI,

SUI I PICCOLI E GRANDI DI QUESTA UMANITA’,

PERCHE’ POSSANO TUTTI RITROVARE LA PACE E LA SERENITA’

 

CON LA VOSTRA POTENTE INTERCESSIONE,

PRESSO IL TRONO DELL’ALTISSIMO,

INSIEME  ALLA NOSTRA MADRE SANTISSIMA, LA VERGINE MARIA,

OTTENETECI DAL SIGNORE TUTTE LE GRAZIE

CHE IN QUESTO MOMENTO VI RAPPRESENTIAMO

NELLA NOSTRA DEBOLEZZA UMANA,

MA CONFIDANDO PIENAMENTE NELLA VOSTRA PROTEZIONE CELESTE.

 

FATE SI’ CHE OGNUNO DI NOI

POSSA UN GIORNO INCONTRARE IL VOLTO DEL SIGNORE

E INSIEME CON VOI CANTARE IN ETERNO

L’IMMENSO AMORE DELL’ONNIPOTENTE.

AMEN.

 

(Preghiera composta da padre Antonio Rungi)

P.RUNGI. COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 25 OTTOBRE 2015

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Domenica 25 Ottobre 2015 

CRISTO GUARISCE LE NOSTRE MIOPIE E CECITA’ SPIRITUALI.

La fede di un incontro che si trasforma in amore e guarigione. 

COMMENTO DI PADRE ANTONIO RUNGI 

La parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ci presenta, nel testo di Vangelo di Marco, Gesù che opera il miracolo della guarigione di Bartimeo, figlio di Timeo, che era diventato cieco.

Il racconto della guarigione è davvero molto significativo e come è prassi in Marco, la descrizione è precisa e coinvolgente. Gesù, infatti, partendo da Gerico, lungo la strada incontra questa persona che grida forte, al punto tale che molti lo rimproverano perché tacesse, il quale prega con grande fiducia e speranza in Gesù con queste parole “Figlio di Davide, abbi pietà di me”.

E’ il primo accorato appello, la prima fondamentale preghiera che una persona disperata, non autosufficiente, rivolge a Gesù, dal momento che vive in una situazione di miseria e chiede l’elemosina per vivere.

Vediamo in Bartimeo tante persone che vivono, oggi, questa sua stessa esperienza di mancanza d vista e del necessario. E fa davvero tenerezza pensare a chi non ha possibilità di guardare il mondo con gli occhi fisici che il Signore ci ha donato e che sono la nostra finestra aperta sul mondo. Quel mondo non sempre che ci fa vedere cose buone, al punto tale che forse è meglio preferibile chiudere gli occhi, non vedere piuttosto che vedere tante storture che esistono in ogni luogo.

Il primo accorato appello a Gesù da parte di Baertimeo trova una immediata risposta da parte del Signore. In questo caso Gesù non  fa attendere il richiedente, anzi si dirige verso di lui e gli chiede apertamente, in un dialogo a tu a tu: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Cosa poteva chiedere un cieco in quella condizione, se non il dono della vista? E, infatti, Bartimeo, si rivolge a Gesù con la piena fiducia in Lui e gli dice: Maestro ridonami la vista.

E’ evidente che aveva perso la vista e che dal testo si evince che non è un cieco nato, ma divenuto tale.

Lui ha sperimentato la gioia di vedere, ha assaporato la bellezza del mondo con gli occhi che ogni persona possiede per realizzare la visione delle cose.

La perdita della vista lo ha messo in una condizione di disagio e disabilità tale, che l’unico modo per vivere è quello di mendicare.

Gesù di fronte a questo cieco, pieno di fiducia e speranza in lui opera il miracolo istantaneamente, al punto tale che Bartimeo subito vide di nuovo.

Il testo del vangelo si presta ad una interpretazione quanto mai adeguata al discorso della fede, espressa dalla vista e alla cecità spirituale, espressione di una fede venuta meno, per tante ragioni al mondo.

Ci fa capire la debolezza dell’uomo, privo della luce della fede e che pensa di poter risolvere tutti i suoi problemi con la scienza, la tecnica e con la ragione. Oggi, in particolare, nella illusione collettiva di poter vivere senza Dio, si pensa che la vita abbia senso e sia più vera, felice ed autentica escludendo Dio dalla propria esistenza.

Il Vangelo di oggi ci illumina, invece, sul cammino necessario che ognuno deve compiere per raggiungere questa sicurezza interiore che è l’incontro con Gesù Maestro, sia mediante la parola che Egli ci dona e sia mediante pane spezzato al quale ci accostiamo nel santissimo sacramento dell’altare.

La fede di un incontro che si trasforma in amore. E’ molto triste sapere che tante persone prive di fede, non sanno comprendere che chi ha questa fede è davvero  la persona più felice di questa terra. La fede che è luce e lampada nel cammino della vita terrena non può essere messa sotto terra, cioè essere accantonata, solo perché questa fede è esigente, chiede la risposta e la sequela del Maestro, fino alla prova estrema del calvario.

Il cieco guarito, non scappa via, non si dimentica di Gesù, dopo aver riavuto il bene più prezioso della vista, anzi lo segue e diventa suo discepolo. Si pone alla sua scuola, alla sua sequela perché il cammino vero che egli deve fare, è appena all’inizio.

Il Signore gli ha concesso il dono della guarigione, perché ha visto in lui una fede sincera, che non si esaurisce in quell’atto, ma si protrae per tutta la sua vita.

La fede gridata, proclamata con coraggio, come ha fatto il cieco, potrebbe dare fastidio a qualcuno, potrebbe indispettire chi questa fede la contrasta in tutti i modi.

I cristiani di oggi non devono aver paura di gridare al mondo la loro fede e lo devono fare senza scendere a compromessi o tentennamenti, come hanno fatto i martiri di ieri e di oggi. Lo devono fare e basta, perché la fede è il centro stesso dell’essere cristiani.

Ecco perché Marco, in questo racconto del miracolo della guarigione del cieco evidenza lo scambio di parole tra il disabile, Gesù e gli apostoli. Le azioni sono espresse con precisi comportamenti assunti dai personaggi sulla scena. Infatti,  Gesù di fronte all’insistenza di quell’uomo, si fermò e disse: «Chiamatelo!». Gli apostolo lo “chiamarono”,  dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Nonostante non ci vedesse, gettato via il mantello, si alza e va incontro a Gesù.

Il cammino della fede, del reincontro con Gesù sta in questo preciso atto decisionale di ognuno: bisogna buttare via le false sicurezze umane, espresse in quel mantello del cieco; bisogna alzarsi, riprendere vigore e forza spirituale e poi  correre spediti verso colui che può guarire il nostro cuore e la nostra mente, che è Gesù.

Il miracolo del cieco ci fa capire esattamente come comportarci con il Signore e quale risposta possiamo e dobbiamo attenderci da Lui, se in Lui confidiamo.

Gesù, infatti, ci viene presentato come il sommo ed eterno sacerdote, al quale rivolgerci per ottenere pace, misericordia e perdono, come leggiamo nel brano della Lettera agli Ebrei della seconda lettura di questa domenica: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».

Gesù è l’eterno sacerdote che si offre continuamente per noi sull’altare della croce, per ridarci la libertà dei figli di Dio. La santa messa, memoria perpetua della passione, morte e risurrezione del Signore ci immerge in questo sacerdozio di Cristo e ce ne fa gustare tutti i soprannaturali benefici, al di là della nostra pochezza e debolezza, oltre i limiti delle nostre miopie e cecità spirituali.

E sul tema delle cecità ed infermità materiali e spirituali si basa la prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Geremia, nella quale traspare evidente la misericordia di Dio e la speciale cura che il Signore ha del suo popolo e di quanti al suo interno sperimentano la sofferenza, il dolore e la prova.

In una prospettiva estremamente positiva è vista la presenza di Dio nella storia del popolo eletto, dopo l’esperienza dell’esilio: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele”.

Noi siamo i pellegrini della speranza. L’esilio, la lontananza da Dio, prodotta in noi dal peccato, deve trasformarsi in vicinanza a Dio ed ai fratelli nella misericordia e nell’accoglienza.

Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore: “O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati,  che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te”.

Noi siamo chiamati tutti a fare questo cammino di avvicinamento a Cristo, unico salvatore del mondo, per assaporare la gioia dell’incontro con Lui nei sacramenti del perdono e della comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.  

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015

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DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015

I primi e gli ultimi secondo l’insegnamento di Gesù

Commento di padre Antonio Rungi

Il testo del Vangelo di Marco di questa XXV domenica del tempo ordinario ci racconta dei suoi viaggio nella Galilea e tra le altre cose che dice egli affronta il tema della sua sofferenza. In questi viaggi, gli apostoli che sono vicino a Gesù e che avrebbero dovuto capire, da tutta una serie di discorsi, di allusioni, di chiare espressioni che Lui si avviava verso la morte in croce, verso il supplizio più tremendo che la storia delle violenze possa ricordare, essi, i discepoli discorrono tra loro di altre cose, più umane e terrene, più di interesse economico e di potere e parlando di chi dovrà comandare, essere il primo, avere il potere nel regno di Dio. Sono le contraddizioni della vita, sono le contraddizioni delle persone che seguono il Signore e quindi abbracciano la religione per avere sicurezze, posti, occupare ruoli. Gesù invece parla di Croce, parla del servizio umile e disinteressato al quale tutti quanti siamo invitati a prendere parte in questo mondo, senza illuderci, senza illudere. Gesù non illude i suoi apostoli e discepoli, anzi dice apertamente a cosa va incontro, non nasconde la verità su una sua apparente sconfitta, quella della morte in croce, ma li chiama in causa per assumersi tutta la responsabilità del discepolo che si pone ala sequela del maestro non per comandare ed essere il primo, ma per servire e dare la vita, scegliendo l’ultimo posto nella gerarchia dei potere umano e civile, religioso, che spesso affascina anche i più stretti collaboratori del Signore, visto come ragionano e come la pensano circa la loro futura sistemazione.  Il testo del Vangelo di Marco è di grande insegnamento sul modo di procedere in ordine all’adesione a Cristo e al sistema di pensiero che deve guidare un vero cristiano: essere servi, essere ultimi, e non cercare il potere la gloria, il primo posto. E se gloria di vuole cercare, sia          quella della Croce, del donare la vita per i propri amici. E per raggiungere questa alta meta di vera spiritualità e moralità cristiana, bisogna prendere esempi dai bambini. Gesù, infatti, quando arriva a Cafarnao e sta in casa con i suoi discepoli, cosa fa?Prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Accogliere Cristo come bambini, nella semplicità del cuore, della mente e del pensiero. I bambini non aspirano al comando, al potere, vivono con semplicità la loro esistenza di infanti, senza coltivare sogni di potere che non si realizzeranno mai. Un sogno possibile per tutti è quello di prendere la croce e seguire Cristo sulla via del Calvario. Questo sogno è già prefigurato nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro della Sapienza dove si parla del giusto condannato ad una morte infamante. E’ storia del Crocifisso che molti secoli prima è prefigurata nei brani della sacra scrittura, al punto tale che il Messia, quello vero, dovrà necessariamente passare per la via della sofferenza e dell’umiliazione. Quello, appunto, che è capitato a Gesù. Chi progetta il male nella sua mente non fa che poi il male nella vita e concretamente. E gli empi di cui parla il testo della Sapienza sono tutti coloro, che in secoli successivi, hanno poi decretato la morte in croce del Signore. Infatti a Gesù gli hanno teso insidie gli empi del suo tempo, perché il suo insegnamento era di rimprovero per il loro modo di agire e di comportarsi a livello personale e sociale. La sincerità del parlare di Cristo lo portò alla condanna. Ed egli con umiltà accettò la prova e sopportò ogni umiliazione per amore dell’umanità, Lui il Figlio di Dio, venuto in questo mondo per salvarci. Una salvezza che richiede anche la nostra e risposta di fede e di amore verso il Signore e verso il nostro prossimo. San Giacomo apostolo, nella sua lettera che ci sta accompagnando in queste domeniche, ci rammenta cose importanti che dobbiamo necessariamente fare se vogliamo predisporre tutti gli atti per salvarci. Si tratta si evitare tutte quelle forme di aggressività, violenza, denigrazione, umiliazione e divisioni, che alimentano le persone che sono senza Dio e non hanno fede. Chi ha fede, sa capire, amare e perdonare e si libera da tutto ciò che è perversione umane e degradazione morale. L’invito dell’Apostolo accogliamolo con sincerità di intenti e di volere ed operiamo im modo che nella nostra vita non ci siano gelosia e spirito di contesa, disordine e ogni sorta di cattive azioni. D’altra parte da dove vengono le guerre e le liti che ci sono in mezzo a noi? Non vengono forse dalle nostre passioni che fanno guerra nelle nostre membra? Siamo pieni di desideri e non riusciamo a possedere; si uccide, si è invidiosi, ci si combattete e fa guerra su tutti fronti e contro tutti. Non abbiamo tante cose perché non abbiamo l’umiltà di chiedete; e se chiediamo si chiedono cose non buone, perché si chiedono cose soddisfare cioè le nostre passioni. E allora quale risposta positiva dobbiamo dare a queste tendenze nefaste e distruttive che albergano in noi e in tutte le realtà?. Dobbiamo chiedere la sapienza che viene dall’alto, che è anzitutto  pura,  pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Tale sapienza costruire ponti di pace e non alza muri di guerra e di ingiustizie, come si sta registrando in questi giorni davanti al dramma dei rifugiati e degli immigrati. Il cristiano non può restare insensibile a questi drammi di oggi, ma deve attivarsi nella logica della sapienza che viene dal cielo e che ci fa essere buoni ed accoglienti. Sia questa la nostra preghiera oggi: Signore, donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve e non colui che spadroneggia sulle persone e sulle nazioni umiliando la dignità di tanti fratelli e sorelle nella fede e in umanità.

 

COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DI DOMENICA 13 SETTEMBRE

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Domenica 13 settembre 2015

 

La fede nel Redentore ci impegna ad operare nell’amore ed accettare la croce.

 

Commento di padre Antonio Rungi

 

La fede nel Redentore ci impegna ad operare nell’amore ed accettare la croce, è questa in sintesi il contenuto più significativo di tutta la parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario. La fede e la carità, i sapere soffrire con Cristo, sono i punti cardini dei tre testi biblici che ascoltiamo nella celebrazione eucaristica alla vigilia di due grandi ricorrenze annuali: la Festa dell’Esaltazione della Croce e la Memoria della Madonna Addolorata.

Il richiamo al Messia Crocifisso, a Gesù Cristo Salvatore viene riportato nel testo del Profeta Isaia, che costituisce il noto brano del Servo sofferente di Javhe, e nel brano del Vangelo di oggi, tratto da San Marco. Due forti richiamo alla centralità del mistero della Passione e morte in croce del Signore su quale ogni cristiano dovrebbe riflettere spesso e soprattutto agire di conseguenza. Andiamo per ordine, partendo proprio dal testo di Isaia. Guardando al Messia sofferente, a Gesù Cristo, Isaia prefigura nei dettagli la passione di Cristo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. E’ l’Ecce Homo del racconto della Passione che noi leggiamo nella Domenica delle Palme, nel Venerdì Santo. E sul tema della passione di Cristo, ritorna il Vangelo di oggi. Gesù vuole sapere la gente che cosa pensa di lui e chi vede in lui. Questa indagine conoscitiva o sondaggio di opinione, non serve a Lui, per inorgoglirsi, ma vuole sapere direttamente dalle persone, mediante gli intervistatori del momento che sono gli apostoli, quale percezione hanno della persona di Cristo e del suo messaggio. Vuole conoscere la risposta d’amore e di fede in loro. A che livello e grado è questa loro conoscenza e consapevolezza. Le risposte e le percezioni della persona di Cristo sono molteplici. Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».

Come è facile intuire dal tutto il testo e contesto del vangelo di Marco, Gesù non è soddisfatto di tali risposte, anche perché Egli sa chi è davvero e non vuole creare confusione nelle persone. Perciò si rivolge direttamente agli apostoli e chiede espressamente a loro, a coloro che gli stanno più vicino, lo ascoltano, vivono con Lui, la domanda non di prassi, ma una domanda vera, che nasce dal desiderio di Cristo di conoscere con esattezza chi ha intorno, che persone sono i suoi apostoli e in che ruolo e missione lo vedono, e chiede con una domanda diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?». Penso che in quel momento non ci siano stati tentennamente, la risposta è immediata, perché è la roisposta del cuore, dell’amore, della compartecipazione, della reale sensibilizzazione degli apostoli sulla missione di Gesù. Ed allora cosa succede? L’evangelista Marco, fa la cronaca di quel momento e scrive: Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E’ la professione di fede di Pietro che a nome di tutto il gruppo e come capo di quel collegio, riconosce in Gesù l’Unto, il consacrato di Dio. Gesù allora, d fronte a questa esatta perezione che gli apostoli hanno della sua persona e della sua missione cosa fece? “Ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Entra in gioco il mistero del dolore, della Croce, si ripresenta la figura del Servo Sofferente di Jahvè. Gesù non ha paura di dire la verità e di preparare almeno i discepoli allo scandalo della Croce, quella croce che fu ed è la salvezza del mondo, perché su quella croce fu appeso il redentore del mondo. Il testo del vangelo ci racconta del dramma e dell’angoscia di Pietro di fronte a questo sconvolgente annuncio del Signore, della sua imminente morte in croce. E cosa fece? Pietro prese in disparte Gesù  e si mise a rimproverarlo. Un discepolo che rimprovera il Maestro di fronte all’annuncio della Passione, di fonte al dramma della Croce? La risposta di Gesù non si fa attendere ed “Egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

E’ proprio così. La mentalità dell’uomo è quella del rifiuto di ogni prova e dolore, della stessa sofferenza e morte. E’ nella natura umana pensare così e rifiutare ogni prova della vita. Gesù invece di offre una grande lezione di vita, affermando che è nella croce la vera gioia, quando questa è accettata per amore e diventa segno e strumento di redenzione, come è stata la sua croce. Ecco, perché il dialogo tra Gesù, gli apostoli e le altre persone che lo seguivano va oltre, ed Egli coglie l’occasione per fare una catechesi sulla sequela e sull’essere cristiani. Il vangelo ci ricorda che “convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Sta tutto qui l’essenza del cristiano. Dare la vita per gli altri, non pensare a salvare solo la propria pelle, magari distruggendo, in qualsiasi modo quella degli altri. Gesù e il modello di donazione a cui si devono ispirare e conformare tutti i cristiani. Di fronte a questo grande mistero della fede nel Redentore, è quanto mai ovvio che l’Apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa domenica si domandi e ci domanda: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?”. La risposta è negativa, una fede fatta solo di parole e di proclami non salva. La fede necessita di azioni, di opere, di concretezza nell’agire. Ecco perché, l’Apostolo fa l’esempio: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.

Una verità assoluta quella affermata da San Giacomo. Muore dentro di noi la fede, quando non la viviamo, la  pratichiamo, non l’annunciamo e soprattutto non la testimoniamo vivendo il vangelo della carità, dell’accoglienza, dell’amore misericordioso, del perdono, sella solidarietà. Il questi giorni il Santo Padre, Papa Francesco, sta continuamente chiedendo un impegno concreto a favore di quanti sperimentano il dramma della guerra e sono profughi e rifugiati in tante parti dell’Europa e del mondo. Non chiudiamo il cuore, come cristiani, a questa pressante richiesta di aiuto umanitario, ma apriamo tutte le porte di ogni istituzione religiosa ed ecclesiastica per vivere concretamente il vangelo della carità, per fare della fede, una vita vissuta nell’amore e nel servizio, fino a dare la vita per coloro che non sono i nostri amici, ma sono solo i nostri fratelli in umanità.