Domenica XXX del Tempo Ordinario. Commento di padre Antonio Rungi

RUNGI2015

Domenica XXX del Tempo Ordinario dell’Anno Liturgico

Domenica 23 ottobre 2016

La preghiera dei falsi giusti e quella sincera dei peccatori

Commento di padre Antonio Rungi

 

La liturgia della parola di Dio di questa XXX domenica del tempo ordinario ritorna sul tema della preghiera, con particolare accentuazione, questa volta, sulla vera dalla falsa preghiera. Se nella parabola di domenica scorsa si evidenziava, da parte di Gesù, la necessità di pregare sempre e di chiedere senza stancarsi, nella parabola di oggi, riguardante il fariseo e il pubblicano, prosecuzione del vangelo di Luca di domenica scorsa, si mette in risalto la preghiera dei salsi giusti, che nel caso specifico è il fariseo, che va a vantarsi davanti al signore della sua condizione di esatto e perfetto in tutto e che ha avanzato, anche fisicamente, nel tempio, quasi ad avvicinarsi e a porsi sullo stesso piano e livello di Dio, se non addirittura di superarlo, in fatto di esattezza e precisione; e, dall’altro lato, un povero pubblicano, riconosciuto da tutti, come al tempo di Gesù, come peccatore pubblico, in quanto riscuoteva le tasse e quindi in qualche modo era corrotto, che stando in fondo al tempio si batteva il petto e chiedeva perdono a Dio dei suoi peccati. Due figure contrapposte: una falsa e menzognera, che si autoesalta e si identifica con la perfezione della moralità e della legalità; l’altra autentica e sincera con se stessa e con Dio, che si riconosce per quello che è, ovvero un peccatore. Due personaggi nella precedente parabola: il giudice disonesto e la vedova che chiede giustizia; due personaggi contrapposti, oggi, il fariseo e il pubblicano per farci capire, dalla bocca stessa di Gesù quale è la strada più giusta da percorrere per arrivare alla verità e alla santità della vita. Non senza un monito finale, la parabola del Vangelo di oggi, si conclude con questa espressione, con le parole di Gesù: “Io vi dico: questi (il pubblicano), a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Umiltà ed autoesaltazione non possono andare d’accordo, non possono camminare insieme. Il cristiano, sull’esempio di Gesù è una persona umile, una persona che si misura con le sue reali possibilità, debolezze e fragilità, non mistificando la verità, non apparendo diverso da quello che è effettivamente, cioè un peccatore che ha bisogno di redenzione e salvezza, che trova in modo pieno ed autentico in Gesù Cristo, uno Redentore e Salvatore.

Gesù, in questa parabola vuole farci capire l’importanza della preghiera sincera, quella che nasce dal cuore ed esprime essenzialmente il bisogno di conversione, pentimenti. Non sta giudicando il comportamento e la categoria sociale e religiosa dei farisei, condannandoli, né vuole esaltare la categoria dei pubblicani, facendola assurgere a modelli di preghiera e di conversione, ma semplicemente vuol dirci che nella vita di ogni persona arriva il momento in cui si effettua una verifica della propria esistenza a tu a tu con Dio. E ciò si fa appunta nella preghiera, quando nell’autenticità del nostro essere comprendiamo i nostri limiti, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo umilmente perdono per ricominciare a fare cose meno sbagliate e sempre più giuste e sante.

Nella preghiera sincera, che nasce dal nostro cuore, non giudichiamo gli altri, assurgendo noi come esseri perfetti. Purtroppo il fariseo, questo lo fa, nella parabola del vangelo, ma anche nella vita di tutti i giorni. L’ipocrisia domina la scena della sua quotidianità, diventa un attore e un uomo che sa spettacolarizzare anche la preghiera, senza parlare del resto. Infatti, egli come si presenta al cospetto del Dio altissimo nel tempio? Con quali parole prega? Si presenta all’in piedi, diremmo con una prosopopea tale da fare paura allo stesso Signore e con parole dai toni preoccupanti e minacciosi: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Questo modo di dire, non è pregare, ma semplicemente imprecare, che qualcuno ci sia al di sopra di lui, come perfetto e superiore, al Quale si rivolge, con un’iniziale presunta preghiera di ringraziamento, perché non è come gli altri. Dall’altro canto, la preghiera sincera e umile del pubblicano, che già ha i suoi seri problemi morali e interiori, per cui si presenta al cospetto di Dio nel tempio, tenendosi lontano, perché indegno di accostarsi e prega con il profondo convincimento, battendosi il petto, in segno di condizione di peccatore, dicendo parole profonde: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Poche parole, ma vere e rispondenti alla verità interiore dell’essere umano peccatore, per sua natura e condizione, perché alla base della natura umana c’è il peccato originale, che, pur tolgo, con il battesimo, nella realtà le conseguenze di essere si avvertono e sentono in molti comportamenti, individuali e collettivi, dell’essere umano. Dobbiamo fare i conti con questa nostra realtà e bisogna lavorare, all’interno, per costruire una spiritualità, non di apparenza, ma di sostanza.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, nel ricordare il suo cammino di conversione, purificazione e di impegno missionario, alla fine si rende conto che sta alla fine della sua vita e consapevole della realtà futura fa la sua bella professione di fede, ma anche di totale abbandono a Gesù Cristo, per quale ha vissuto e per il quale ha versato il sangue fino al martirio e scrivendo all’amico Timoteo, dice, parole cariche di dolcezza e misericordia:  “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”.

Combattere la battaglia della vita, non sempre facile, soprattutto quando sei lasciato solo con te stesso, dopo aver fatto il bene a tutti; ma alla fine trionfa la fede, che è quello che conta; trionfa la verità, la serenità di fronte alla morte e all’eternità. Paolo, davanti al grande mistero della vita, oltre la vita, ha un animo sereno e fiducioso in Dio e guarda le vicende umane, di cui egli e gli altri sono stati protagonisti, con gli occhi del perdono e della tenerezza di un padre.

Ecco perché il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Siracide, ci riporta alla natura di Dio come giudice, che sa valutare con giustizia le cose dell’uomo e della storia. Scrive, infatti, il saggio dell’Antico Testamento che “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Per cui, la preghiera dell’umile e del povero trova più facile ascolto ed accoglienza nel cuore di Dio. Egli si muove a compassione ed apprezza l’operato di chi fa del bene a chi si trova in necessità. E le categorie sociali in difficoltà, menzionate nel testo, sono diverse: il povero, l’oppresso, l’orfano e la vedova.

Oggi che oltre a pregare per noi stessi, poveri peccatori, noi siamo invitati a pregare per i veri poveri del mondo, quelli che muoiono di fame, per mancanza dei beni essenziali, che non hanno nulla, non possono curarsi. Il grido del povero si innalza forte dalla terra ed arriva al cielo e dal cielo ridiscende sulla terra, con la speranza che gli uomini e le donne che hanno una sensibilità possono mettersi in opera, perché questa preghiera si traduca in azione e comportamenti umanitari a sostegno dei poveri e bisognosi di questo mondo. La giornata mondiale missionaria che celebriamo in questa domenica, abbia la finalità che Papa Francesco ha attribuito ad essa nell’anno della misericordia. Essa “ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale”. In tal modo, la preghiera ci aiuta ad aprire lo sguardo di fede sul mondo che ancora ha bisogno di Dio e di conoscere Cristo e il suo vangelo di amore e perdono.  Nello stesso tempo, il Papa ci ricorda che “siamo tutti invitati ad “uscire”, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La nostra non sia una preghiera da farisei, che ostentano iniziative e sensibilità, senza fare in concreto nulla; ma sia una preghiera-azione da pubblicani pentiti e coscienti che c’è un lungo cammino di conversione da fare per rendere giustizia agli oppressi ed assicurare il pane agli affamati.

Sia questa la nostra preghiera sincera, in comunione con tutta la chiesa, missionaria della misericordia: “O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome”. Amen.

Domenica XXX del Tempo Ordinario. Commento di padre Antonio Rungiultima modifica: 2016-10-21T19:53:13+00:00da pace2005
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